mercoledì 25 settembre 2024
Il sesso in testa – delle donne
A p. 109, a metà raccolta, al finale del terzo dei sette racconti che la compongono, “Organo indipendente”, che non è quello maschile, il titolo si esplicita così a proposito del dottor Tokai, ottimo commensale e ottimo chirurgo plastico che si è lasciato morire dopo un amore finito male: “Era sua convinzione personale che ogni donna nascesse dotata di un organo speciale, un organo per così dire indipendente, che le permetteva di dire bugie”. Senza colpa. “Con piccole variazioni. Ma tutte a un certo punto mentivano”, secondo il dottore, “senza esitazioni”. E “in quei momenti la loro espressione, il loro tono di voce, non si alteravano”.
Murakami procede col solito ritmo da page turner: qualche novità da feuilleton, qualche riflessione, e qualche veduta, qui più fisico-acrobatica, anche sul duro tatami, che paesaggistica. E molta musica sempre, tutta americana, di tutti i generi. Senza poi lasciare nulla alla fine. Né avventura né personaggi.
martedì 24 settembre 2024
Letture - 559
letterautore
Argentina – “Come diceva
Borges: «L’argentino è un italiano che parla spagnolo»”, Cazzullo a Velasco sul
“Corriere della sera”. Velasco: “Hanno attribuito a Borges una frase in realtà
più popolare: l’argentino è un italiano che parla spagnolo, pensa in francese e
vorrebbe essere inglese”.
Con molta massoneria: “Alla nascita dell’Argentina i governi incoraggiarono
l’immigrazione dall’Europa, pensando di attrarre la classe media: ovviamente
arrivarono i poveri. La Plata (la città di Velasco, n.d.r.) è una città di fondazione.
Costruita dagli italiani. Con una grande influenza della massoneria”.
Cassola – Trascurato per
mezzo secolo, dopo essere stato deriso dalla neo-avanguardia, emerge di nuovo
con i suoi racconti piani, naturalisti, e con l’attivismo pacifista e ambientale,
oggi “ecologico”. Si ripubblicano i suoi numerosi racconti e i saggi.
Ora la Fondazione Corriere della sera annuncia la raccolta di tutte le
sue collaborazioni, “dall’ottobre 1953 al marzo1984” - e dal giugno 1968, negli
anni della direzione Spadolini, con una sua rubrica, “Fogli di diario”, già
ripresa in libro ma poi non riedita. Con uno studio approfondito di Alba Andreini,
che ha curato la raccolta, sull’uomo – Cassola fu per molti anni, prima di essere
zittito, anche un “personaggio” - e lo scrittore. Un volumone da CXXX-870
pagine.
Femminismo – “Le montagne
sono donne immense, eppure tante portano nomi di uomini”, dice Marta Aila nella
pubblicità Guanda del suo romanzo “La strangera”. Eppure, molte spiagge sono massicci
molto macho, rocciose, minacciose, turbolente, eppure portano nomi femminili:
Scilla per esempio, Gibilterra, le bianche scogliere di Dover. Dov’è la sopraffazione
- il genere è un mistero?
Funerali - L’ultimo docufilm
su Berlinguer, realizzato da Sky ma in circolazione finora riservata, il regista
Samuele illustra col funerale: le bandiere rosse che garriscono al vento, una onda
che oscilla sulla modesta collina di San Giovanni a Roma. Che la voce fuori
campo può dire “la
più imponente manifestazione di cordoglio popolare dell’Italia repubblicana”.
L’arte funeralizia Gioberti diceva gesuita – “Il gesuita moderno”, 1849, prudentemente
pubblicato in Svizzera. E lo è stata, compresi gli incolpevoli Leopardi prima
di Gioberti, e poi Pirandello. Modernamente invece si può dire arte del Pci. Adottata
da Togliatti. A
partire dalla morte di Stalin.
“Gloria imperitura
a\ GIUSEPPE STALIN” fece dire nei manifesti, due metri per tre, in morte del
Piccolo Padre, “guida, maestro, amico”. Un cristallo due metri per due, di due
quintali e mezzo, lo ritrae – lo ritraeva? - a palazzo Marescotti in via
Barberis, luogo felsineo del comunismo, cui si accede(va?) sotto l’insegna Deus propicius esto, Dio sia con te, e
la Madonna della notte e delle ombre, o della Divina Provvidenza, con l’Ode al
partito di Majakovskij. Ornato dei segni
del riscatto: lampadina, cazzuola, falce, libro, penna, pallone, e un paio di
sci.
L’arte Togliatti aveva
perfezionato poi con Malaparte - il
quale aveva fatto di tutto affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà
con Togliatti: la
villa a Capri regalò al presidente Mao, la
salma al Pci e a padre Rotondi, per un funerale con bandiere rosse e messa
cantata polifonica. I fratelli Taviani l’hanno poi codificata, in
morte di Togliatti. Mortuario era pure il quadro-manifesto del Partito, di
Guttuso: un altro funerale, sempre di Togliatti.
Si è continuato con Debenedetti, dopo avergli negato la cattedra - tre
volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima in punto di morte
(il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al liceo, e
all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il morto si
prende il vivo). Il capolavoro elaborando in morte di Pasolini, coreografico e
di massa – in vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva dovuto
restituire la tessera. Con bandiere, grandi immagini colorate, gagliardetti
della Resistenza, e masse, in ogni dove a Roma.
Tutto
poi d’improvviso scomparso. I funerali e le masse – eccetto che ai concerti
gratuiti.
Guerra civile – Il volume di
ricordi familiari dopo il 24 luglio 1943, “I Mussolini dopo Mussolini”, che
Edda Negri Mussolini ha scritto con Mario Russomanno, esibisce in copertina una
foto piena di sorrisi e di sole, con amici di ogni genere: il calciatore
Monzeglio, un attore alla Nazzari che fa il buffo, accosciandosi sulle ginocchia
per non superare Mussolini, le nipoti allegre, Mussolini tranquillo e in buona salute,
dimagrito bene, con gli occhiali da sole in mano ma col cappotto, perché è una
giornata invernale. Nella villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda, oggi Grand
Hotel Gardone, la capitale della repubblica di Salò – così detta solo perché
Mussolini comunicava attraverso l’agenzia ex nazionale Stefani, che operava da Salò
(e quindi datava i suoi lanci da Salò).
Milena Milani – Dimenticata
del tutto, l’autrice di “La ragazza di nome Giulio” la riporta alla memoria,
citazione unica, di striscio, Rosella Postorino, “Nei nervi e nel cuore”, 54-55
– “uno dei romanzi indimenticabili della mia adolescenza”. Il Novecento va
riscritto – Cassola e Milani sono i soli dimenticati?
“La ragazza di nome Giulio” – sequestrato e processato all’uscita per
immoralità - non anticipa un caso di disforia. Jules è il nome di una ragazza,
che su e giù per la costa marchigiana scopre i tanti tranelli – maschili e femminili – dell’amore,
in una delusione progressiva che ne minaccia la salute mentale.
Natura – “Ciò che gli
occidentali chiamano «natura» per i cinesi è un’estensione dell’umanità. Il
cielo e l’uomo sono una cosa sola”,Ye Xiaogang, “La Lettura” 15 settembre.
Padri - Sempre meno
necessari e anzi nocivi? Per i 90 anni di Sofia Loren si ricorda che il padre
le ha abbandonate, la madre, lei e la sorella. Come Giorgia Meloni.
Pasternak – Sembrava un cavallo?
“Pasternak non lo conosco che di vista, tre-quattro fugaci incontri, pressoché
muti, perché di novità non ho voglia. L’ho ascoltato una volta, insieme con
altri poeti, al Museo Politecnico. Declamava con voce sorda e si dimenticava
quasi tutti i versi. Per la sua assenza sul palcoscenico rammentava Blok. Dava
l’impressione di una concentrazione tormentosa, si avrebbe avuto voglia di sospingerlo,
come con un vagone che non si muove”. Salvo che per le apparenze: “Esternamente
l’aspetto di Pasternak è splendido: nel suo viso vi è qualcosa di contaminato
tra un arabo e il suo cavallo: la diffidenza, la tensione dell’ascolto, e da un
momento all’altro…. la più totale prontezza alla corsa. Un’immensa e insieme
equina, selvaggia e timida, mobilità degli occhi” – Marina Cvetaeva, “Un acquazzone
di luce. Poesia di eterno valore”, 1922, saggio pubblicato sulla rivista
berlinese “Epopeja”, ripreso in apertura di Pasternak, “Mia sorella la vita”,
la raccolta di poesie degli Oscar Mondadori, pp. VI-VII – prima lo ipotizza “imaginista”.
Ravioli – E\o tortellini, o cappelletti, sono diffusi in mezzo mondo, con nomi diversi.
Ma in Italia in numero strabordante di varietà. Con denominazioni diverse, regionali
o locali. E soprattutto settentrionali: solo cinque in Centro-Italia e niente al
Sud – eccetto due in Sardegna, i puligioni e i culurgiones. Telmo Pievani ne ha
fatto fare una ricerca su scala mondiale e ne pubblica i risultati su “La
Lettura”. Nel Nord Italia, compresa la Toscana, ne elenca 28.
All’estero li ha rintracciati in nove paesi: Russia, Cina, Germania, Israele,
Turchia, Grecia, Giappone, Nepal, Polonia. Di origine probabilmente euroasiatica,
opina Pievani- i wonton cinesi, i gyoza giapponesi, i pierogi polacchi.
Sally Rooney 2 – Omaggiata dal
“Robinson” con sette pagine e grandi foto, pensose, Sally Rooney non evita le frasi
memorabili: “Intermezzo (l’ultimo suo romanzo, n.d.r.) potrebbe essere letto
come un omaggio all’Ulisse, libro che amo moltissimo…. Mentre scrivevo
questo libro per me sono stati importanti, oltre all’Ulisse, anche altri
testi: uno è I fratelli Karamazov, un altro Amleto”.
“Credo che vivere insieme alle altre persone sia sempre complicato”, è un’altra
riflessione, “sia i gruppi più piccoli e stabili sia in ambienti urbani più
fluidi”. E: “Se mi capita di rileggere una mia intervista, ogni volta vorrei sprofondare”.
Il “New Yorker” si limita a un’intervista breve. E all’esumazione di un
vecchio articolo che situa la scrittrice nella stagione, in cui l’uscita dei suoi
libri è programmata: “Il libro è ben programmato per la stagione. C’è qualcosa
di autunnale in lei”.
Stati Uniti - Un americano su
due, il 46 per cento, nel 2023 non ha letto nemmeno un libro. Il 26 per cento
ne ha letti tra 1 e 5. Il 29 per cento più di sei. Sono pochi, o non molti? Però,
un americano su tre “lettore forte”, non sarà qui il segreto della pax americana?
Un parco lettori di 153 milioni, di cui quasi cento milioni “lettori forti”,
sono un fondamento enorme, anche se (tanto più perché?) invisibile.
letterautore@antiit.eu
Ma Afd ha vinto – 2
La Spd, il
patito socialdemocratico, al governo in Brandeburgo dalla dissoluzione dell’impero
sovietico, è riuscita a rimontare allo sprint l’Afd, l’estrema destra,
solo per riguardo al ministro-presidente uscente, che governa il Land dal 2012.
Ma l’estrema destra aumenta di sei punti, a quasi il 30 per cento, il suo voto –
il secondo dopo la sua costituzione. Mentre Sara
Wagenknecht, di sinistra-destra, ottiene il 13,5 per cento alla sua prima uscita, poche settimane dopo
la costituzione del suo personale movimento, Bws. A danno dei Verdi soprattutto,
ora fuori del parlamentino regionale, e della Cdu-Csu.
Questo
spiega perché il leader europeo della Cdu-Csu, Manfred Weber, è sempre in
Italia in cerca di un collegamento, attraverso Forza Italia, con Fratelli d’Italia.
Con Meloni e i suoi conservatori europei, come quella che ha in qualche modo ordinato
l’immigrazione selvaggia. E ne ha imposto l’agenda in sede europea. Dopo i
tanti sterili tentativi dei governi precedenti – sterili peraltro contro il muro
tedesco, della Cdu-Csu di Angela Merkel.
Non ci
sono motivi economici nella corsa del Brandeburgo all’estrema, il buon 43 per
cento del voto tra Afd e Bsw. La regione di Berlino è stata privilegiata in
tutto dopo la riunificazione: fabbriche, scuole, ospedali, protezione dell’ambiente
e del suolo – non è nemmeno in recessione, nella Germania che invece ne soffre
da quasi un anno, con licenziamenti e compressioni salariali. La sua capitale,
Potsdam, non è più il castello degli Hohenzollern, periferia di Berlino, ma una
città moderna ed economicamente fra le più vivaci dell’ex Germania comunista.
Il
Brandeburgo, come già la Turingia e la Sassonia, non conta molto negli equilibri
politici tedeschi – i tra Laender assommano a una popolazione di appena 8 milioni, su 84. Ma è un Land che, benché appartenuto alla Germania sovietica, è
da tempo ben “occidentale”, negli assetti e nell’opinione. È però, come tutto
il resto della Germania Orientale, senza odio contro la Russia, e anzi con
qualche rimpianto, soprattutto per l’energia quasi gratis e le protezioni
sociali. Per questo la rapidissima crescita dei due movimenti anti-sistema, Afd
e Bsw, sono più di un campanello d’allarme.
Il calcio noia
Juventus-
Psv Eindhoven, la gara di apertura della nuova super Champions League, si gioca
di fronte alle tribune vuote. A Milano, tre giorni dopo aver meravigliato a
Manchester, l’Inter non gioca il derby, si limita a guardare. Ovunque
partite di tocchettini striminziti, abulici (lenti), ripetuti (“tu dai la palla
a me, io la ridò a te”), un migliaio a partita, dieci ogni minuto, quindici togliendo
i tempi morti (proteste, var, “cinque” ripetuti a ogni mossa, celebrazioni a
ogni gol, anche gli annullati).
Una partita
ogni tre giorni, anche con ventidue titolari invece di undici, smobilita le squadre:
non ci sono più squadre, ogni calciatore prova a stare in piedi se proprio deve
andare in campo - aspettando la Champions, la vetrina, per poter cambiare squadra
alla prima finestra utile, per un milione in più, anche mezzo. Non c’è un calciatore
che identifichi una squadra. Le squadre le fanno i procuratori.
Il calcio
si vuole industria, e allora è un’industria infantile, da sprovveduti. Mentre
non è più sport. Non è atletismo – si celebra un calciatore per “un assist”,
uno in cento minuti di gioco. E non è passione, attaccamento, identificazione.
E anche mercato, ma meno remoto e più solido. E non sarà presto nemmeno spettacolo
in tv: non c’è niente di più noioso di due ore di calcio.
E gli arbitri.
Questi da commedia: supererogatori, tutti Ercole o Maciste, anche i
mingherlini, il mento mussoliniano, che danno e tolgono i gol per fuorigioco di
centimetri - non molti, uno-due (una volta, a ben ricordare, per l’ombra di un pettorale,
di un attaccante, si vede, che aveva fatto culturismo). Come dire: è uno spettacolo
non solo noioso, anche ridicolo.
Quando l' odio era feroce tra sudtirolesi e italiani
La seconda puntata non risolleva
la miniserie, il pubblico (stagionato?) di Rai 1 non gradisce. Malgrado l’attrattiva
degli interpreti, Elena Radonicich, sostituto alla Procura di Bolzano, di
famiglia sudtirolese, e Matteo Martari, ispettore di Polizia non più in servizio
se non come consulente per aver perso una gamba – vittima del “mostro” della serie.
E malgrado l’esperienza dei registi, Marengo (“Vanina”, “Un’estate fa”) e
Bonino. Una miniserie che deve aver lasciato perplessa la stessa Rai dopo la realizzazione, approntata
un paio d’anni fa – Bonito ha già lavorato successivamente a due serie, “Gerri”
e “Mike”.
Forse è il genere horror
della prima puntata, benché light, che ha allontanato il pubblico: un serial
killer di molte persone, maschi e femmine, di più età, tutte di lingua
tedesca, della comunità sudtirolese. Ma bisogna dire che è il tema della serie
che è scabroso, violento, seppure solo in retrospettiva, nella storia, sullo sfondo
del terrorismo sudtirolese degli anni 1960-1970, con centinaia di attentati e
decine di morti. Contro il quale l’Italia usò l’esercito.
La serie non ne fa la storia.
Ma questa seconda puntata ne resuscita l’odio. E l’irredentismo, come si sa,
benché ultimamente (dopo gli attentati sudtirolesi in val Pusteria e valle Aurina) in sordina,
è parte del patrimonio risorgimentale italiano.
Lo resuscita con due
storie tanto semplici quanto crudeli. Due giovani madri all’epoca, di famiglia
sudtirolese, sono state costrette ad abbandonare il figlio alla nascita perché
concepito con un “italiano”. Una di queste è la bionda sostituto della Procura
che ora indaga. Mentre le colpe dell’Italia sono sintetizzate in un interrogativo:
l’uomo con cui l’altra ragazza ha concepito il figlio, un maresciallo dell’esercito,
che è presto morto su una mina che stava sminando, è stato fatto saltare dai “servizi
deviati” dell’Italia, per aver frequentato una ragazza sudtirolese? Il mostro
si suppone ora essere il suo proprio figlio abbandonato in orfanotrofio fino alla
maggiore età – troppo ribelle per le famiglie che ne provavano l’adozione o l’affido.
Tanto era l’odio.
Un tema scabroso. E
politico, che il pubblico Rai non ama. Specie a fronte del Sud Tirolo-Alto
Adige di oggi, invidiato dal Tirolo austriaco, dall’Austria e da mezza Germania,
per la ricchezza privata e per l’abbondanza pubblica, di ospedali, scuole, faraoniche
piscine comunali e palazzi della cultura, stadi da hockey, fauna e vegetazione
protette – benché Bolzano sia in cima alle città più sporche (si è italianizzata?). Il celta Jannik Sinner, eroe amato e amorevole di tutti gli italiani, è della val Pusteria.
Giuseppe Bonito-Davide
Marengo, Brennero, Rai 1, Raiplay
lunedì 23 settembre 2024
Ma Afd ha vinto
La
popolarità del ministro-presidente uscente del Brandeburgo, il socialdemocratico
Woidke, in carica dal 2013, ha evitato l’umiliazione. Ma l’esito vero del voto ieri
è la consacrazione dell’estrema destra di Afd, arrivata seconda per un punto percentuale,
29,4 contro 30,7. In un Land da sempre governato dalla Spd, il partito
socialdemocratico, la destra neonazi si conferma al 30 per cento. Sempre in un
Land ex comunista, ma qui attorno a Berlino, non nella remota Turingia.
L’ascesa
di una destra filonazista è una novità assoluta in Germania e in Europa. Tanto
più per essere in crescita elettorale rapidissima, di pochi anni. Alla sua
prima elezione, nel 2017, era il terzo partito più forte, col 13 per cento
circa del voto – a cinque anni dalla creazione di Afd. Nel 2021 sembrava in
regresso, al quarto o quinto posto, col 10 per cento. Nel voto regionale di
questo autunno è al 30 e più per cento.
La Germania non è nuova cambiamenti di direzione politica rapidi in massa. Il voto regionale di questo autunno richiama molto il 1931-1933. Afd al 30 per cento mette a rischio la stabilità della Germania e dell’Europa. Ha ancora un ostacolo nella Cdu-Csu, che però in questa mini-tornata elettorale appare anch’essa indebolita. Il ruolo storico della Dc tedesca è stato di prevenire e svuotare ogni deriva estremista, ma Afd ha rotto la diga, in appena dodici anni di esistenza, avvantaggiandosi dello spostamento della Cdu-Csu a sinistra operato da Angela Merkel.
Appalti, fisco, abusi (244)
Un ordine online spedito con altro
operatore arriva ormai nel tempo annunciato, quasi al minuto. Il plico raccomandato
confidato a Poste Italiane, annunciato per lunedì 23, arriva invece giovedì 19 –
così dice l’avviso di giacenza. A un’ora incerta del pomeriggio.
L’avviso propone una seconda consegna,
o un ritiro anticipato l’indomani all’ufficio postale, chiamando uno di due
recapiti telefonici. Dove si parla col risponditore automatico. Che fatalmente
non riconosce le vostre dodici cifre del codice. La logistica non fa per Poste,
che pure paga bei dividendi e ora va in Borsa?
La segnalazione a Amazon di una consegna
mancata viene seguita, a minuti, dallo storno del pagamento addebitato sulla carta
di credito. Analoga segnalazione a Ibs-la Feltrinelli, da vecchio utente da
decine di migliaia di “punti platino”, richiede tre lente, lunghe, telefonate,
e una corrispondenza di due mesi, col coinvolgimento di sei o sette operatori
della piattaforma, per niente, nessuno storno. Inefficienza, così vasta?
Malafede? Quinte colonne di amazon?
Non si danno licenze per i taxi per
favorire gli Ncc? È come se. Ne sono favoriti i grandi capitali, che soli
possono permettersi i van Mercedes, su strada da 60 mila euro in su – un immobilizzo
enorme per un noleggio da 200 euro al giorno, con autista.
Il tram n. 8, che a Roma ha il percorso
e il compito di una metropolitana, e 5-6 km di sviluppo, ha la massicciata
rifatta due volte in diciotto mesi. Con incomodi enormi per i tre quartieri che
serve, Portuense, Monteverde e Trastevere, e costi altrettanto enormi è da
suppore per l’Atac, l’azienda del trasporto pubblico. La quale però non lamenta
niente, e non spiega. E nessuno glielo chiede, non in sindaco, “padrone” di Atac,
non i media, non i giudici. Si può rifare lo stessa Grande Opera due volte di
seguito? La corruzione è così “normale”.
Il denaro ha un’anima – ma niente magia
Già autore di monumentali
memorie, che si leggono come un romanzo, qui individua, nel 1966, la nuova frontiera
della ricchezza, che sarà chiamata globalizzazione - il meccanismo della globalizzazione,
molti anni prima, e meglio, di ogni teoria dello sviluppo del secondo
Novecento: crescere facendo crescere gli altri. Un’idea semplice, perfino
semplicistica, che Schacht, banchiere centrale della Germania primo Novecento, aveva
elaborato e si è portata appresso contro la teoria e la pratica delle “riparazioni”
punitive dopo la Grande Guerra. L’idea si affermerà tardi, dopo Tienanmen, quando
gli Stati Uniti scopriranno la Cina, la miniera del turbocapitalismo.
Un saggio del 1966 – subito
tradotto da Giorgio Zampaglione per le edizioni del Borghese. Nel dopoguerra Schacht
è sato letto in Italia come uomo di destra, benché assolto a Norimberga, e di legami
stretti, sociali e di affari, col mondo anglo-sassone. Consulente per lo
sviluppo nel dopoguerra, prima di farsi saggista, di molti governi dell’allora
Terzo Mondo. Dell’Iran di Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò l’industria
petrolifera e fu rovesciato dalla Cia (“gli anglosassoni dovrebbero nel
frattempo avere constatato come egli fosse in anticipo su di loro, oltre che sugli
stessi suoi tempi” - in anticipo sui criteri di gestione più redditizi). Di
Enrico Mattei e dell’Eni, per la “liberazione” della Baviera con gli oleodotti
da Genova e da Trieste – l’inizio del decollo della Baviera, da Land contadino
e arretrato a Land più ricco della Germania e dell’Europa, con l’energia a buon
mercato. E di molti altri Stati: Indonesia, India, Siria, Filippine, eccetera.
Con alcune
saggezze. “Il denaro ha un’anima - fonte delle più diverse possibilità”. Anche
se “niente al mondo ha meno da spartire con la magia di un’operazione valutaria.
Il denaro vuol essere trattato con lucidità e freddo calcolo”. Tanto più per essere di fatto molte cose, felicità,
infelicità, eccetera. In particolare, è denaro la guerra: “Così rispose il maresciallo
Trivulzio al suo re, il francese Luigi XII, che voleva conquistare Milano: «Per
fare una guerra sono necessarie tre cose: denaro, denaro, e ancora denaro»”.
Spiega la stabilizzazione del marco nel primo
dopoguerra, a due riprese, primi anni 1920 e primi 1930, opera di cui va fiero –
con riconoscimento unanime. E recrimina sul secondo dopoguerra, quando, benché
non legato al nazismo, e anzi da ultimo oppositore, perde tutto, anche le proprietà,
e deve ricominciare daccapo. Vuole aprire una banca ad Amburgo, ma il Senato
cittadino non lo autorizza. E il cancelliere Adenauer lo prega di non “interferire”
nelle questioni economiche in Germania. Con qualche aneddoto anche sulla sua
esperienza di consigliere dei governi afroasiatici. I francesi, volendo rilevare
una banca tedesca in Medio Oriente, gli chiedono il “dossier secret”. Notevole anche, in anticipo, la critica alle politiche
dello sviluppo intese come “aiuti allo sviluppo”, che non aiutano i beneficiari,
semmai i donatori, ma soprattutto sono uno spreco senza esiti.
Non tralascia gli argomenti spinosi. Sul suo rapporto
con Hitler (con Goering più che con Hitler) come presidente della Reichsbank,
la banca centrale, dal 1933 al 1936, e come ministro dell’Economia, dal 1934 al
1937, membro onorario del partito Nazista. Nel 1938 contrario alla politica
antisemita, con gli assalti alle “proprietà” la “Notte dei Cristalli” – la proprietà
è sacra per Schacht. Si dice anche ideatore di un piano - che “con mia viva sorpresa
Hitler accettò” – di collocazione all’estero degli ebrei che volessero lasciare
la Germania, anche quelli senza mezzi. A mezzo di un prestito in dollari per un
miliardo e mezzo di marchi, che gli ebrei stranieri affluenti avrebbero dovuto
sottoscrivere, con la garanzia di un patrimonio ebraico in Germania valutato dalla
Reichsbank in sei miliardi di marchi. Con cui costituire un fondo, da affidare
a un comitato fiduciario scelto dalla comunità ebraica, che avrebbe favorito l’emigrazione,
cioè chi emigrava, e conseguentemente i paesi destinatari finora restii ad accogliere
ebrei privi di mezzi. Un piano che Hitler lo avrebbe incaricato di attuare a Londra.
Dove Schacht trovò, dice, il consenso degli ambienti ebraici più influenti della
finanza, ma il no reciso del dr. Chaim Weizmann – che dopo la guerra diventerà
il “cacciatore dei nazisti”.
Hjalmar Schacht, Magia
del denaro, Oaks, pp. 310 € 24
domenica 22 settembre 2024
Ombre - 738
“Bonus 100 euro di
fine anno: esenzione piena da tasse e contributi”. Oh meraviglia, da prima pagina:
cento euro in più sulla tredicesima, netti, senza ritenute Irpef e
contributive. Miracolo della contabilità, aziendale e delle Entrate? Per cento
euro? Di uno Stato che fino a ieri dava 9.600 euro di reddito di cittadinanza –
e tuttora li dà, con altro nome. La contabilità nazionale è fatta a caso, e ama
le elemosine, ma fino a un questo punto? Nel silenzio e anzi nel gaudio. Cento
euro…
Ma non è nemmeno
semplice: cento euro si daranno a chi ha un lavoro dipendente, non guadagna più di 28 mila
euro l’anno, e ne fa richiesta esplicita, con attestazioni varie sul coniuge. E
con “almeno un figlio a carico, anche se nato fuori del matrimonio, riconosciuto,
adottivo o affidato”.
Una farsa? Ma è il
modo di essere dello Stato, nella forma “riforma” – del reddito? della famiglia?
della demografia? con 100 euro?
Due milioni di
candidati nei primi otto mesi a un concorso pubblico. Non per i “profili professionali
più elevati”, calcola “Il Sole 24 Ore”, cioè qualificati. In esattamente 13.274
concorsi, per 288.558 assunzioni. Ventidue posti quindi in media a concorso. E
sette candidati in media per un posto. Molti naturalmente hanno concorso a più
posti, ma è pur sempre un rapporto elevato.
Apre il festival
del cinema a Roma un film su Berlinguer, l’ennesimo – con questo sono due in circolazione,
ma saranno già una dozzina. Per dire che cosa non si sa. Che cosa ha detto o
fatto Berlinguer per essere cosi celebrato? Già dieci anni un professore di Cinema,
Andrea Minuz, cattedratico alla Sapienza, si interrogava rispondendosi: “Quando
c’eravamo noi. Nostalgia e critica della sinistra nel cinema italiano da
Berlinguer a Checco Zalone”. Berlinguer e Checco Zalone è irriverente, per
caso?
Il sindacato dei
camionisti, potente e numeroso, nega dopo trentacinque anni l’endorsement
a Kamala Harris e al partito Democratico (per il Congresso) al voto del 4
novembre. C’è qualcosa nella campagna di Trump che ci viene negato: se è così
sciocco e brutale, come mai viene alla pari con Kamala Harris nei sondaggi? È l’America – a metà – sciocca e brutale?
Di fatto, si va al
voto presidenziale in America tra cinque settimane al buio. La candidata Democratica Kamala Harris è
celebrata ma come una vedette, una star, un’altra Taylor Swift
che la patrocina. Come giudice non ha lasciato buona memoria a San Francisco, e
come vice-presidente ha mostrato di non avere senso politico. Essere donna
basta? Ma il raffronto con Hillary Clinton apre un abisso.
Baudo, Sanremo, la
Rai, il papa Ratzinger, il cardinale Ruini, Cossiga e la playstation, con il
governo dell’ex comunista D’Alema messo su per fare la guerra alla Serbia, con
un altro ex comunista presidente della Repubblica, Napolitano: Mastella rappresenta
a Labate sul “Corriere della sera” in poche parole il vero governo dell’Italia.
Che c’era e c’è, immutato, ma si fa finta che non ci sia. Il potere vero sotto
le sigle, sempre lo stesso benché variamente camuffato, il potere
confessionale. Finto confessionale, anche se i preti danno man forte. Alternanza?
Bobbio? Democrazia, perché no – la democrazia non sempre è buongoverno.
“Volkswagen e Bmw
si sono spostate sull’elettrico ma il loro elettrico non è competitivo… La Cina
ha un elettrico a un prezzo irraggiungibile” - Valter Caiumi, presidente di
Confindustria Emilia Centro. È come cinquant’anni fa per la auto giapponesi. L’Occidente
non è il titano tecnologico che si vuole, non più da tempo - contro le auto giapponesi,
oltre ai dazi, si arrivò a dire che si apriva il vano motore e dentro non c’era
nulla, solo tubi…
Dunque, è stato
Andrea Orcel, l’artefice del doppio miracolo Unicredit, la creazione del gruppo
nel 1998 e la capitalizzazione ora quadruplicata, in meno di tre anni, l’artefice
della patacca Antonveneta a Mps nel 2008, con 9 miliardi al venditore
Santander, e il fallimento della banca – pagato dagli azionisti (grazie al bail-in
della Concorrenza europea della nefasta Vestager, poi non più sentito). C’è
chi vende e c’è chi compra, certo, di sua volontà, non obbligato. E la banca ha
le se ragioni, come tutti. Ma quello di Mps-Antonveneta è un suicidio o un
assassinio?
I giovani Berlusconi
si fanno progressisti e inaugurano una casa editrice liberalsocialista, con
Tony Blair. Il premier delle guerre: quella dell’Iraq, disastrosa, e
quella - disastrosa ma non si dice – contro la Serbia. Che, rivela D’Alema a
Verderami sul “Corriere della sera”, Blair voleva anche invadere con truppe di
terra. Un premier dei servizi segreti – l’Inghilterra si compiace molto
dei suoi MI 5 o 6, che le sue letterature celebrano.
Il calcio vuole diventare
un’industria, con partite ogni giorno, accavallando tornei. Ma non è uno sport?
E fa più soldi col tv, ma fino a quando? L’inaugurazione della nuova supermilionaria,
incandescente, mondiale Champions’ League a Torino si fa in uno stadio vuoto. E
si gioca un calcio mediocre: al risparmio, per stare in piedi tre giorni più
tardi, al prossimo match : dei superorganici di 22 calciatori una buona metà
corre per non si sa che cosa – o si sa: un ingaggio più milionario altrove alla
riapertura semestrale del mercato. Viene da rimpiangere il calcio scommesse,
almeno si impegnavano per il risultato su cui avevano puntato.
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Il teatro si fa a Roma in maschera
Ma si parte dal teatro greco,
con tutte le informazioni aggiornate su come nasce, su antiche feste dionisiache.
Nasce per l’intuizione e nel format di Eschilo. Con i tragediografi e poi
i commediografi ogni anno in gara. Con una produzione di migliaia di titoli, di
cui noi quindi disponiamo delle briciole. E si continua a Roma con Plauto e
Terenzio via Menandro, e qualche tragediografo – di cui solo Seneca residua (e
la memoria, poi maledetta, del suo discepolo Nerone).
A Roma la tragedia è in ombra
e gli spettacoli, che a differenza della Grecia sono liberi per tutti, gratuiti,
vanno sul sollazzevole. Con un ruolo accresciuto, anzi obbligato, per le
maschere – più che personaggi si vedono in scena tipi, ognuno con la sua fisionomia,
nota e riconoscibile – una maschera.
Una mostra incredibilmente
ben curata, con didascalie brevi ed esaustive, un ordinamento lineare, e pause perfino
per riposare. Alcuni video sceneggiano, senza lungaggini, il tema. Terenzio, di
cui si sottolinea che, come il nome indica, Terenzio Afro, era mezzo africano,
probabilmente berbero (come poi sant’Agostino…- ma queste distinzioni non si
facevano nell’impero romano) spiega se steso, la commedia sociale invece che
farsesca. Un dialogo plautino va avanti tra due interlocutori che pensano cose
differentissime - il malinteso, l’equivoco, la chiave di Plauto.
Teatro. Autori, attori e
pubblico nell’antica Roma, Museo dell’Ara Pacis, Roma
sabato 21 settembre 2024
L’irresistibile ascesa del neonazismo
I
sondaggi danno Alternative für Deutschland in testa domani nel Brandeburgo – e già
il partito Socialdemocratico, che il Brandeburgo governa da molti anni, si
dichiara lo stesso soddisfatto, perché non scende al 5 o 6 per cento, come in
Turingia e Sassonia.
Il
voto in Turingia, Sassonia e Brandeburgo non decide niente sul piano nazionale,
i tre Laender insieme fanno più o meno la Sicilia, sei milioni di residenti, ma
l’ascesa di Afd richiama gli anni 1931-1933, quando a ogni votazione il partitino
di Hitler faceva un balzo, in avanti.
È
la grande colpa di Angela Merkel, trascurata nel trionfalismo generale di cui
la cancelliera godeva (in Italia), ma che un riesame del suo ventennio non
poteva non rimarcare - in questo sito già prima del suo ritiro:
http://www.antiit.com/2021/09/angela-la-padrina.html
Il
partito di Merkel, la Cdu-Csu, dei democristiani tedeschi, o popolari, ha sempre
vigilato sulla sua destra, a non far emergere tendenze neonaziste, e nel caso
ad ammansirle, tenendole fuori dal Parlamento, sotto il 5 per cento. E c’è riuscito
per quasi settant’anni, fino al 2015. Due anni più tardi, alle elezioni del
settembre 2017, Afd, un partito costituto da tre o quattro anni, era già il
terzo partito più grande del Bundestag, il Parlamento tedesco, dove otteneva 94
seggi su 709, principale forza di opposizione all’ennesima grande coalizione dei
cristiano-democratici con i socialdemocratici.
Berlusconi angelico – 36 (Berlusconi era un altro)
La Repubblica”, 4 settembre 2024,
fa un riassunto degli scandali politici a fondo sessuale, a proposito dei rapporti
Sangiuliano-Maria Teresa Boccia. Si parte da Petacci, con Guido Leto, poi Nilde Jotti, Annamaria Moneta
Caglio e lo “scandalo Montesi”, Craxi e Ania Pieroni, Fini e la famiglia della moglie. C’è anche “un
importante ex ministro dell’Interno, sciarada caritatevole, che combinò diverse scemenze per via di
una signora fattasi fotografare accucciata su una Ferrari”. Ma non c’è Berlusconi. Cioè c’è, ma
tra gli angeli in paradiso. A firma purtroppo di Ceccarelli, una apologia di Berlusconi imprevedibile, su “la Repubblica” di Berlusconi arcinemica, del
Berlusconi a letto. “A questo punto la domanda è inevitabile”, si chiede e ci chiede Filippo: “Ma Berlusconi?
E la risposta, a costo di spedire con forza il pallone in tribuna Vip, è: che nostalgia! Rispetto
all’annaspante pochade sangiulianesca il Cavaliere si staglia come un
imperatore, un gigante, un idolo
dell’avventura, del desiderio e della follia. Il Cavaliere non si accontentava di una sola passione e
come il Faust di Goethe….”, etc. etc. (Im)pietoso. Non è mai troppo tardi, certo.
Si è potuto
anche pubblicare un libro, a sinistra, sull’antiberlusconismo “di facciata”, di
Andrea Minuz, “C’eravamo tanto odiati”, il Mulino. Sottotitolo: “Breve storia
dell’antiberlusconismo”- è bene specificarlo perché “C’eravamo tanto odiati” è
già un romanzo di grande successo della letteratura del genere rosa, con “una
cattiva ragazza, arrogante, narcisista e libertina”, che “cambia uomini come
fossero calzini e guarda il resto del mondo dall’alto in basso”. Questo di
Minuz, professore alla Sapienza, si presenta così: “«Ma come fa a vincere le
elezioni? Non conosco nessuno che l'abbia votato!» L'antiberlusconismo come
collante sociale, catarsi, esorcismo collettivo, manuale di conversazione e
nuovo rito della borghesia occupò la scena pubblica dalla metà degli anni Novanta
in poi. Fu il grande tratto identitario della sinistra di quegli anni e uno
straordinario veicolo di carriere. Vetrina per scrittori, registi, giornalisti,
opinionisti, martiri, epurati, personaggi TV. Come il berlusconismo, anche l’antiberlusconismo
fu un’autobiografia della nazione e un romanzo di formazione della generazione
che aveva vent’anni all'epoca della discesa in campo. Trent’anni dopo resta 7nella memoria come cumulo di appelli, marce, girotondi, conversazioni a tavola
sempre uguali; un campionario di tic, frustrazioni e ritardi culturali del
mondo intellettuale, non tutto certo, ma di gran parte sì”.
Oggi due deputati che
ieri ingiuriavano Berlusconi, due 5 Stelle ovviamente, fanno domanda per essere
rieletti col suo partito, che pare torni a raccogliere voti. Ieri, non avant’ieri, uno
dei due protestava contro Malpensa intestata a Berlusconi: “Se tu frodi, e
vieni condannato, appena passato a miglior vita ti intitolano una aeroporto interazionale”.
L’altro ha avuto più tempo per ripensarci, lo bistrattava ancora in vita: “Penoso”,
lo diceva, “si intesta i meriti di Conte: è ora che vada in pensione”. Amen.
Cronache dell’altro mondo – floride (293)
Matteo Falcinelli, di Spoleto, è
assolto senza processo a Miami dopo l’arresto la notte del 24 febbraio, la carcerazione, e un Pti, programma
di vigilanza e risocializzazione. Era stata arrestato all’esterno di uno strip
club perché si rifiutava di lasciare il locale, pretendendo la restituzione
del cellulare, che gli era stato sottratto “dopo una disputa su un prelievo
indebito dalla sua carta di credito”.
“L’ammanettamento con il volto sull’asfalto
e un ginocchio sulla schiena, la notte in camera di sicurezza con il cosiddetto
Hotgie Restraint, l’incaprettamento che lo immobilizza con il volto sul pavimento
e lo fa urlare perché non riesce a respirare” ha provato al processo di far passare
come torture ma non c’è riuscito.
Ora sta bene e ha ripreso a studiare alla Florida International University –
studia turismo. Ha 26 anni. “La madre ha avviato una raccolta fondi per
sostenere le ingenti spese mediche e legali”.
(“Corriere della sera”).
Moretti o della politica come malattia
Rivisto a distanza, è il
film che esplicita, in chiaro anche se non cosciente, la politica come una
malattia. Non in sé ma in Moretti, nelle battute, l’ironia, l’istrionismo. Sempre
all’interno non della sinistra ma del Pci. Che quindi fungeva da alveo
familiare – paterno, ma non si può dire, l’alveo è materno. Di un padre che “non
esiste”, alla romana, nella biografia, e che manca ormai da molti decenni in
politica, già quando Moretti ci interloquiva - qui prepara l’intervista epocale,
decisiva, col Partito a Botteghe Oscure, che sempre rimanda e poi dimentica. Infatti
non rispondeva, si limitava a ridere, fregandosi le mani - salvo poi
inabissarsi senza residui, a parte i danni.
Lui stesso ne ha coscienza,
si direbbe in analisi, poiché fa il film del padre che è tutto alla nascita del
figlio, ostetrico, ostetrica, partoriente, nascituro, ha le doglie, le
contrazioni, fa il vagito, allatta. Ed è il film in cui si vorrebbe emancipare,
ha già una certa età, e vagheggia un musical, in pasticceria – e lo fa, è l’ultima
gag. Rimette in scena anche il vespino di “Caro diario”, che lo porta in
remoti lunghi viali di libertà. Ma poi ne sarà vittima, nella successiva
esperienza personale, con i girotondi (la rivoluzione con Di Pietro, con Di Pietro?, e con le
belle donne di buona famiglia).
Tra le quattro o cinque
storie che fanno il film una s’impone oggi, a metà tra la farsa e la minaccia, documentaria,
dal vivo, senza commenti - una sorta di cinegiornale, rimontato con l’attenta
disposizione all’epoca delle riprese: le funzioni “sacre” sul “sacro” Po di
Bossi e la Lega, e la processione sul mare a Venezia per la presa di possesso,
con la dichiarazione – non taroccata, non montata – della Padania libera,
indipendente, eccetera. Nel 1997, non molti anni fa.
L’Italia ha avuto pure il
secessionismo. Ieri. Moretti lo coglie per quello che è, cialtrone e pericoloso. Non coglie che quel Bossi era stato portato
da Scalfaro contro Berlusconi, e per far rivivere la Dc nella forma dell’Ulivo –
il Berlusconi che oggi gli stessi si accingono a santificare. Bossi aveva avuto
alle elezioni anticipate del 1996 il 10 e qualcosa per cento del voto, ma il 29
per cento in Veneto e il 25 in Lombardia. Aveva preso il nome Lega Nord per l’Indipendenza
della Padania, e adottato il Sole delle Alpi come simbolo, oltre alle ampolle,
le purificazioni eccetera – il druidismo, non per ridere.
Nella storiografia politica,
quando si faceva, si sarebbe detto che Berlusconi ha avuto il merito di “sdoganare”
la destra, di portare alla democrazia i neofascisti e i leghisti secessionisti.
Solo questo è la politica, assolutizzarla fa male.
Nanni Moretti, Aprile,
Sky Cinema, Now
venerdì 20 settembre 2024
Sciiti infiltrati, la guerra non convenzionale di Israele
La
guerra non convenzionale di Israele in Siria, in Iran e nel Libano, compreso il bombardamento di oggi a Beirut Sud (difficile, impossibile, centrare dall’alto in movimento un obiettivo umano), è
facilitata da una penetrazione larga nei ranghi dei pasdaran iraniani e
degli hezbollah in Libano? È quello che credono il governo iraniano e il
movimento degli hezbollah in Libano.
Il
capo degli hezbollah è entrato nella clandestinità totale. Il suo discorso
ieri era registrato: l’aviazione israeliana ha fatto una dimostrazione rumorosa sulla sua consueta sede,
provocando ripetutamente il bang supersonico, al di sopra di lui mentre parlava
senza una sua minima reazione. Non è la prima volta, ma in precedenza i suoi discorsi
registrati erano trasmessi su schermo in una sala adiacente alla sua
(supposta), ieri la sala era vuota.
Gli
assassinii mirati dei maggiori responsabili militari di pasdaran, hezbollah
e Hamas, a Damasco ripetutamente, a Teheran e nel Libano, e negli ultimi
giorni in Libano il brillamento in contemporanea delle cariche esplosive caricate
in migliaia di cercapersone e walkie-talkie, i congegni adottati dagli hezbollah
invece dei cellulari per evitare lo hackeraggio, hanno fatto capire che il
movimento è largamente infiltrato. In Libano, a Damasco e anche in Iran.
Il
sospetto è che Israele sia aiutato in questo dai sunniti, dopo il recente
avvicinamento agli Emirati, e anche all’Arabia Saudita.
Un
sospetto più concreto è che ci sia stata la mano di Israele nella deflagrazione quattro anni fa dei depositi commerciali del porto di Beirut, in realtà depositi di esplosivi chimici.
Il maschilismo in crisi, 1806
Il racconto della crisi
del maschilismo, nel 1806 – agli inizi del maschilismo. Quando l’autore aveva
43 anni, nessuna professione né occupazione, e viveva fra tre donne, forse
quattro. Tutte a loro modo imposantes – realizzate, determinate,
complesse, di carattere e di vita: Wilhelimine (“Mina”) von Cramm, Germaine (Madame)
de Staël, Charlotte von Hardenberg (è l’“eroina” del racconto), Anna Lindsay, perfino
Mme Récamier, agli inizi della “carriera” e poi a intervalli costeggiando
un’altra bella e illustre letterata, Isabelle (Madame) de Charrière. A cura di
Teresa Cremisi.
L’eroina è una donna
in colpa – amante e non moglie, benché madre, per di più straniera, figlia di
polacchi in fuga. Ma eccezionale, per tutto: cura del compagno, come oggi si
dice, delle case, e dei (pochi) amici, dei loro figli, del decoro, della
conversazione. “Ellénore stava tanto più in guardia contro la sua debolezza,
quanto era perseguitata dal ricordo dei suoi errori: e la mia immaginazione, i
miei desideri, e una teoria di fatuità di cui non mi accorgevo io stesso, si
ribellavano contro un tale amore”. Questa la metà, estenuata, del racconto.
Finché, “finalmente mi si concesse”. L’altra metà sono le pene che la poveretta
dovrà soffrire – si diceva pagare.
Si parte con l’elogio
della virago de Staël, in chiaro, ma non è la prefigurazione della vicenda del racconto
- il giovane che s’innamora della donna matura. Sul rapporto di Constant con de
Staël, come con le altre donne di nome, miglior romanzo è la nota biografica particolareggiata
che Cremisi premette al racconto.
Una scommessa con
“due o tre amici… sulla possibilità di conferire un certo interesse a un romanzo
con due soli personaggi e con una situazione che è sempre la stessa”, è la prefazione
dell’autore alla terza edizione, orgogliosa. Dopo le scuse nella prefazione alla
seconda edizione per l’“immoralità” della vicenda. Qui ribadita in forma di
autoassoluzione, anzi di orgoglio: “Volli descrivere il dolore che anche i cuori
aridi provano per le sofferenze di cui essi stessi sono la causa, e quella
illusione che li porta a credersi più fatui o più corrotti di quanto siano”. Il
suo protagonista dalla prima all’ultima parola, è “un miscuglio di egoismo e di
sensibilità”, è Constant.
L’autore ha in
Italia un’immagine diversa che in Francia, quella della lettura di Croce, di
teorico e politico del liberalismo: in Francia è “Adolphe”, una sorta di
teorico e pratico del romanticismo. Ma storia e scrittura sono settecentesche –
e ancora, del primo Settecento, di Choderlos e le tante narratrici delle pene
d’amore. Straordinarie ma uesta di
“fare un romanzocon due solk eprsonaggi, ptemette Constat alalterza edizione,
“e cnuna situazione che ès emrpe la setsa. La prefazien ala erza edizione, comiciuta,
doo una di scuse, ala,seocnda edizione, per il soggetto “immorale” delar
cconto.per venire dopo la Rivoluzione, e in pieno bonapartismo, tra gli
Chateaubriand e Stendhal.
Benjamin
Constant, Adolphe, Garzanti, p. XXIV + 127 €7,50
giovedì 19 settembre 2024
L’Europa va a destra contro l’estremismo
Domenica si vota nel Brandeburgo, e la Germania ha paura come non mai. La Germania, e quindi la Ue, la commissione di Bruxelles soprattutto, scelta e orientata dalla Germania come non mai, guarda per questo a destra, alla destra democratica per recuperare il voto finito all’estrema prima che diventi valanga.
È un fatto palese - questo sito ne ha più volte dato conto - che però viene trascurato nell’informazione: la Germania teme l’estrema destra, e pensa di disinnescarla spostando il baricentro della politica classica a destra. In Europa verso i conservatori alla Meloni, cioè verso un atlantismo ferreo, e un approccio politico al problema immigrazione, invece di quello attendista, remissivo e quindi catastrofista.
Non si misura lo stato agitato, confuso insieme e risoluto, in cui le ultime votazioni regionali hanno messo la politica in Germania. Domenica si vota in Brandeburgo, che è un Land piccolo ma è importante, attorno a Berlino, ed è da sempre governato a sinistra. Ora il ministro-presidente uscente Woidke, al governo da dodici anni, è dato alla pari con lo sfidante dell’Afd, l’estrema destra, e questo è già una sconfitta – potrebbe anche vincere, ma per pochi voti.
L’estrema destra intorno a Berlino, in poche mosse in pochi giorni, non si misura quanto il momento è critico per i tedeschi. Da qui la strategia di Manfred Weber, il tedesco a capo dei Popolari europei, in sintonia col nuovo capo della Dc tedesca, Merz, di sposare l’asse del partito a destra, abbandonando i sinistrismi tattici di Angela Merkel. In questa strategia Meloni è per il Centro tedesco, smarrito e intimorito, una bussola e un’ancora - è il paradosso europeo, farsi conservatori per arginare la deriva alla destra estrema.
Guerre di logoramento, dell’Europa
Sarebbe ridicolo l’andirivieni del segretario
di Stato Blinken dal Medio Oriente, a giorni alterni senza mai un esito –
quando non viene fermato a metà viaggio. Come dire che gli Stati Uniti non
contano. O l’atteggiamento di assoluta passività nella guerra ucraina, limitandosi
a gestire le forniture dei residuati militari, senza mai una iniziativa, politica
o militare, risolutiva.
In termine tecnico gli Stati Uniti sarebbero
per una guerra di logoramento, e questo è quello che avviene. Se non che: logoramento
di chi? Della Russia certamente, ma dall’altra parte non dell’Ucraina, che è
solo il campo di battaglia, ma dell’Europa: una dimostrazione sul campo, ogni
giorno, che l’Europa è imbelle – quando non è ridicola, con la sanzioni a ripetizione
che solo danneggiano se stessa.
C’è in atto un distinto cambiamento nel
rapporto transatlantico. Che le presidenze Obama hanno coperto per la sensibilità
del presidente, umana (nei confronti dell’Italia per esempio, che ha difeso
dalla guerricciola fr anco-tedesca), e le presidenze Trump e Biden hanno invece
evidenziato.
È un cambiamento epocale per l’Europa. Che
continua a fare conto sull’ombrello nucleare americano e niente più. Il campo
aperto, sotto l’ombrello nucleare, vede rapporti al minimo. Inerti, nemmeno più sotto
la forma della consultazione: dov’è l’Europa a Gaza e in Cisgiordania? dove, di
fatto, a parte il rinnovo degli arsenali, in Ucraina? Quando non sono ostili –
dazi, contingenti.
Cronache dell’altro mondo – processuali (292)
Hunter Biden, il figlio del presidente,
si dichiara colpevole di reati fiscali, per i quali è giudicato a Los Angeles, sperando
in una condanna mite, con sospensione della pena, e in una multa. A giugno è
stato condannato in Delaware, pena da calcolare, per il possesso illegale di
una pistola. Non si fa invece il terzo processo, quello che sarebbe stato insidioso
per il presidente Biden, sulle consulenze da lui ottenute in Ucraina, per le
quali avrebbe speso il nome del padre – una delle ragioni che avrebbero
convinto il presidente a rinunciare alla ricandidatura sarebbe stata questa,
evitare questo processo, sia pure solo mediatico.
L’Ucraina era emersa da un computer abbandonato
di Hunter Biden, che l’Fbi ha acquisito nel 2019, con molti messaggi, foto,
video, email, sui traffici del figlio del presidente. Non esclusi riferimenti
al padre, allora vice-presidente, quale parte anche lui degli affari.
Dopo il ritrovamento del computer, dimenticato
in un negozio di riparazioni, un amico e socio di vecchia data di Hunter Biden,
Tony Bobulinski, se ne dissociò, e denunciò all’Fbi molti affari con risvolti penali
di Hunter Biden.
Bobulinski fu interrogato a lungo
all’Fbi di Washington alla vigilia delle elezioni del 2020, il 23 ottobre. La denuncia
Bobulinski supportò con tre cellulari, così affermò, che avrebbe consegnato alla polizia federale, con email, e con documenti
finanziari. Ma l’inchiesta finì nel nulla.
Bobulisnki fu gestito da un funzionario
Fbi di Washington, Timothy Thibault, che ha lasciato l’Fbi qualche mese dopo, senza
spiegazioni. Quando la stampa di destra sollevò il caso, l’Fbi comunicò che Thibault
non si era occupato del laptop di Hunter Biden.
Ciò che resta di Berlinguer
È il film, come da
sottotitolo, degli “ultimi giorni di Enrico Berlinguer”, il segretario del Pci,
gli ultimi precedenti la morte. Poco visto (prodotto da Sky, naviga da alcuni mesi
in proiezioni sparse, biblioteche, qualche circolo, molto apprezzato, da pochi),
è l’ennesimo santino su Berlinguer, profittando della morte praticamente in
diretta, sulla piazza di Padova – dei materiali repertati nei giorni successivi
al malessere mortale che lo colse al comizio.
Samuele Rossi ha lunga
esperienza di docufilm, specie del genere bio, di una personalità: Margherita
Hack fra i tanti, Carmelo Bene, il cestista Meneghin - anche di film a soggetto,
“Glassboy” nel 2020. Questo Berlinguer ripropone per alcuni filmati non ancora
pubblici. Ma del tipo noto: preoccupazioni per il malore, notizie che si
rincorrono, professioni di fede, e il funerale, le immagini del funerale a
Roma, piazza San Giovanni, rossa di bandiere.
Queste immagini, benché
non inedite, “la più imponente manifestazione di cordoglio popolare dell’Italia
repubblicana”, sono al montaggio la parte che più resta del film. Due milioni
di persone sono il segno di un evento ma anche di un’epoca. Che una
considerazione che le accompagna però induce a riflettere: “Berlinguer vedeva la
strada dove altri non la vedevano”. Quale? Quella del Pd, dei (soliti)
democristiani eletti con i voti dei (residui) Pci?
C’è un prima. Il
Pci aveva elaborato, già al tempo di Togliatti, l’arte del funerale – che Gioberti
diceva dei gesuiti: fu l’arte dei gesuiti per i morti eccellenti, Leopardi perfino
e Pirandello. Togliatti l’aveva iniziata con Stalin: “Gloria imperitura
a\ GIUSEPPE STALIN” disse nei manifesti, due metri per tre, in morte del
Piccolo Padre, “guida, maestro, amico”. E un cristallo di due metri per due, di
due quintali e mezzo, volle a palazzo Marescotti in via Barberis, luogo
felsineo del comunismo - cui si accede (si accedeva?) sotto l’insegna Deus propicius esto, Dio sia con te, e
la Madonna della notte e delle ombre, o della Divina Provvidenza - con l’Ode al
partito di Majakovskij e i segni del
riscatto: lampadina, cazzuola, falce, libro, penna, pallone, e un paio di sci. L’aveva perfezionata poi con Malaparte, il quale aveva fatto di tutto
affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà con Togliatti: la villa a Capri regalò al presidente Mao, la salma al Pci e a padre Rotondi,
per un funerale con bandiere rosse e messa cantata polifonica. L’arte i fratelli Taviani hanno poi codificata, in morte di Togliatti. Mortuario era pure il quadro-manifesto del Partito, di Guttuso: un
altro funerale, sempre di Togliatti. Si è continuato con Debenedetti, dopo avergli negato
la cattedra - tre volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima
in punto di morte (il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al
liceo, e all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il
morto si prende il vivo). Il capolavoro elaborando in morte di Pasolini,
coreografico e di massa – in vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva
dovuto restituire la tessera. Con bandiere, grandi immagini colorate, gagliardetti
della Resistenza, e masse, in ogni dove a Roma. Tutto poi d’improvviso
scomparso. I funerali e le masse – eccetto che ai concerti gratuiti. Dopo Berlinguer
a San Giovanni, Roma vide nel 2002 “un lungo fiume rosso” per le sue strade,
tre milioni questa volta di persone, che si direbbero un’allucinazione, se non
le avesse organizzate e trasportate Sergio Cofferati – ma Cofferati, chi è
costui, uno che ha offerto un giorno di vacanza a tre milioni, a Roma poi (il
23 marzo 2002 era sabato)?
E c’è un dopo: “Oggi
dici Berlinguer”, nota Aldo Grasso, “e pensi Bianchina”. C’è altra eredità? Berlinguer, se si celebra con tanti film, materiale costoso, un altro si preannuncia per il festival dem di Roma, come titolo di apertura, evidentemente vende, ma che cosa?
Il titolo è, non volendolo,
giusto.
Samuele Rossi, Prima
della fine
mercoledì 18 settembre 2024
Problemi di base di genere - 821
spock
Il genere è un
mistero?
Oppure una
guerra?
Se ne distinguono
una dozzina, compreso l’asterisco, non bastano?
E il genere
non-genere?
“Il rapporto
sessuale non esiste”, Lacan?
Non esiste il sesso
o non esiste il rapporto?
spock@antiit.eu
Il narratore Pasternàk inappetente
“La nube diede un’occhiata
alle stoppie basse, cotte dal sole. Si stendevano fino all’orizzonte… La nube
ricadde sulle zampe anteriori e, attraversando lenta la strada, scivolò
silenziosa lungo la quarta rotaia”. C’è una bambinaia. C’è un bambino che striscia,
“fino al rubinetto dell’acqua”. Ci sono i genitori del bambino rapito che ancora
non lo sanno e si recano al porto a salutare l’amico di lui, “il guardiamarina
che un tempo aveva amato lei”. E poi, dopo quindici anni, ci sono le “vie aeree”:
“Le vie aeree per le quali, come treni, partivano quotidianamente i pensieri rettilinei
di Liebknecht, di Lenin e di altri spiriti del loro calibro…. Era il cielo dela
Terza Internazionale”. Sotto il quale lei ritrova lui, “membro del Presidio del
Comitato esecutivo provinciale”, gli fa parte che il bambino era suo… La traccia
di un romanzo?
Un libro prezioso, perché
di racconti singolarmente inanimati, tradotti in fretta e pubblicati sulla scia
del “Dottor Živago”. Nella veste che oggi appare lussuosa della vecchia
Universale Einaudi, grafica, carta, dorso che imita la cucitura, copertina
protetta da velina solida, scheda bibliografica. Racconti poveri. Pieni di parole,
esagerati linguisticamente, ma poco significanti, nei personaggi o caratteri,
nelle vicende.
È la prima raccolta
pubblicata in traduzione, nel 1960, dei racconti di Pasternàk, col racconto lungo
del titolo, “Il rìtratto di Apelle”, “Le vie aeree”, e un altro testo lungo dal
titolo “Racconto”. Verrà ripresa negli Oscar Mondadori nella stessa traduzione,
di Clara Coisson, con l’aggiunta di “Lettera da Tula” e “Disamore”, postfazione
(tiepida) di Vittorio Strada. E da Studio Tesi con una nuova traduzione, e l’aggiunta
di “Lettera da Tula” e “Storia di una controttava”.
Einaudi contro Feltrinelli,
beneficiario del boom “Živago”, ha arruolato lo slavista allora
principe, Angelo Maria Ripellino, che la prefazione fa breve, e stroncatoria.
Proprio così, e non proprio tra le righe – in questa accoppiata la pubblicazione
si può dire eccezionale. Ripellino parte denunciando “abusioni stilistiche”,
abusi. E a seguire “una prosa convulsa, come il salto del cavallo nel giuoco
degli scacchi”. Per concludere: “La dovizia dei particolari sommerge l’insieme”
- con l’aggiunta perfida: “Come accade d’altronde nei poemi”.
Onestamente ha premesso,
in apertura del saggio: “I racconti in questo volume risalgono alla giovinezza
di Pasternàk”, sono “caratteristiche prove di un poeta lirico”, e “non tutti
hanno uguale valore”. Salva solo il racconto del titolo, del 1918, che “ha la
stessa sostanza verbale delle migliori liriche di Pasternàk”, e “può servire di
chiave all’intendimento di tutta la sua creazione”. La novità essendo “l’innesto
dell’analisi psicologica con il vivido metaforismo tipico della scuola
cubofuturistica”. Non risolto però, rigido, da programma o scuola.
Di fatto - Ripellino lo ribadisce
più in là - aggravato, da un “assieparsi dinamico delle metafore in una sorta
di pantomima, di colorito «Mysterienspiel» del linguaggio”. E intende un linguaggio
allusivo. Per una chiusa micidiale, tanto più per un lettore come lui, di suo
anche poeta fiorito: “È un giuoco analogico, simile a quello dei clowns e dei
bambini, che scambiano la doccia per telefono”. Prose farcite di “feticci
verbali, come arroganti arabeschi, senza nesso col racconto”, e “povere di
avvenimenti, ma in cambio quante notazioni sul variare del tempo, sulle qualità
delle stagioni, sui gesti della natura”.
“L’infanzia di Ženja Ljuvers” fa la psicologia di un’adolescente, e in
questo è una novità: mette in scena paure, ansie, sensi di colpa, infatuazioni,
abbandoni. Di un’adolescente per la prima volta slegata dalla famiglia – come di
fatto avveniva, ricorderà lo stesso Pasternak nell’“Autobiografia”: “Tutto ciò
che i figli ricevevano dai genitori arrivava nel momento sbagliato, dal di
fuori, ed essi sentivano che non era voluto da loro ma dovuto a cause
estranee…”.
“Il tratto di Apelle” è
l’Italia come si figurava, vista da Heine, del classicismo – un’Italia che
Pasternak conosceva poco, ma gli serviva per uscire dal romanticismo di
gioventù - “Lettere da Tula”, 1918, spiegherà
questo distacco, da tutto ciò che è o si vuole “artistico”, cioè autoreferente,
snob, “decadente”. Nel racconto senza titolo, “Racconto”, la reviviscenza
della vecchia Mosca nel dormiveglia di un soldato reduce da non si sa quale
fronte nel 1918, se dei Rossi o dei Bianchi, e nella memoria e le attività della
sorella che lo ospita, sempre più pragmatica, prima e ora, del fratello
sognatore. Un testo lungo, frammentario e circostanziato, profuso in ogni
lacerto, con alcune figure sbalzate con cura ma non interrelate – abbozzo di un
romanzo? L’unico filo vede Serjoža, il reduce, istitutore a Mosca prima della
guerra, che non sapendo come fare fa una proposta di matrimonio all’istitutrice
di una delle case in cui ha lavorato, confondendola. Terminata l’esposizione
dell’aggrovigliata dichiarazione decide di scrivere una storia, e per una
quindicina di pagine vi si dedica, di fatto accumulando riflessioni sullo
scrivere.
Molto è stato perdonato a
Pasternàk in virtù del romanzo. Le prose sparse non sono memorabili, se non per
il linguaggio bizzarro – studiato per esserlo, da poeta mestierante delle
avanguardie. Una prosa dalle volute artificiose. Comune peraltro all’altro grande
narratore russo del primo Novecento, Nabokov, anche lui autore in definitiva di
un solo romanzo - narratore però più consistente, convinto.
Boris L. Pasternàk, L’infanzia di Ženja Ljuvers,
Universale Einaudi, pp. XI + 208 pp.vv.
martedì 17 settembre 2024
Problemi di base amorevoli - 820
spock
Si ama anche
non riamati - davvero?
È l’amore de
loin?
È l’amore
dolore?
Le confidenze
fanno male all’amore?
E l’intimità?
Si cresce a
letto o solo ci si spoglia?
spock@antiit.eu
La famiglia femmina
Uscendo di casa alle 7, anche alle 8, s’incontrano persone
sole che portano a spasso il cane, pensose, solitamente uomini. Alle 11 invece
esce dal bar, dopo il caffè\cappuccino?, una donna anziana, un po’ curva, che
prende ad andare sul marciapiedi avanti e indietro, forse allarmata, forse stufa
o nervosa. Seguita a minuti, meno, da una giovane con cagnetto al guinzaglio,
docile. Seguita a sua volta da una bambina ricciuta che le saltella attorno. La giovane
dice qualcosa alla bambina, sarà la baby-sitter. Poi una carrozzina si fa
strada dal locale, guidata da una donna robusta, con un infante che guarda perplesso
succhiandosi il dito – è una bimba, ha fiocchi e maglie rosa.
La donna si
volta mentre procede dando consigli o impartendo istruzioni. Viso triangolare, occhi indagatori3.0
0, sorriso arguto dominante: primadonna attrice, manager, direttrice, dà un ordine senza parlare alla processione. Che così ora si presenta: bisnonna, nonna, figlia, nipotini? La donna anziana va via col cagnetto docile, la primadonna si avvia col carrozzino e la neonata, la ragazza madre segue, con la figlia che le saltella attorno. Quattro generazioni in pochi metri in pochi anni, tutte donne.
Il piano delle musiciste ribelli
Vicario, pop e “pop
barocco”, si diverte con Dade, rock alternativo, a far suonare, cantare e ballare
ragtime, swing, be-bop le allieve dell’educandato musicale Sant’Ignazio a
Venezia nel 1800, stanche di ripetere gli accordi stitici del vecchio maestro
di cappella, al concerto per la visita a Venezia del papa Pio VII, cacciato da
Roma dal perfido Napoleone. La servetta dell’educandato, detta la Muta per non
avere facoltà di parola, ha l’orecchio assoluto – nella prima carrellata, forse
la più ingegnosa, fa musica, ritmo e melodia, coi rumori del cortile sassoso
e polveroso, dei bambini e delle lavandaie. E ha la chiave d’uso del piano, un mostro
mandato dal fabbricante all’orfanotrofio, col quale preparerà insieme con le ragazze
dell’istituto, a tempo sincopato, il concerto papale.
Una pochade
divertente – anche se è stato presentato come un documento femminista, contro
la discriminazione delle donne - a tempo di musica. Il gruppo risulterà promotore
del pianoforte sulla scena musicale e si meriterà per questo la riconoscenza del
costruttore. Le corti europee si contenderanno il nuovo gruppo musicale. Il vecchio
prete e la vecchia scuola saranno sopraffatti.
Un racconto scanzonato e
inconcludente, del genere grottesco, che come al solito è andato a Berlino,
bene accolto, e in Italia è uno dei tanti. Menzionato giusto per la fama
pregressa della neo-regista. Con un Nastro d’argento però alla colonna sonora. Con
Paolo Rossi vecchio prete acido a cucire le tante trovate, e un Elio portiere
bonario per i casi disperati – a volte di un uomo c’è bisogno.
Margherita Vicario, Gloria!, Sky Cinema, Now
lunedì 16 settembre 2024
L’Africa all’edicola
Il ragazzo nero davanti
all’edicola, a ore e giorni alterni, quando capita, sta indolente, appoggiato
al lampione, ascolta intento ai miniauricolari, e parla – avrà un minimicro all’occhiello.
È immerso a lontano, nel suo mondo telefonico, non guarda e non ringrazia nemmeno,
solo un gesto del capo, chi gli offre mezzo euro, dopo attenta ricerca, anche
un euro – il quartiere è di borghesia progressista.
I primi Antonio li
rimproverava – Antonio è un ex cooperante che ha molto a cuore gli immigrati (una
famiglia l’ha anche adottata, nel senso che li invita la domenica a pranzo a
casa, e paga per i libri e l’abbigliamento di uno dei figli a scuola). Ma è
molti anni fa ormai. Antonio diceva: “Non ti vergogni, alla tua età?”, e “devi
cercarti un lavoro, anche mal pagato”, le solite cose.
Il ragazzo non
viene tutti i giorni, e non viene presto, quando più gente passa dall’edicola.
Avrà di meglio altrove, o vorrà dormire. Viene alla mezza mattinata, quando
dall’edicola passano i suoi benefattori, persone mediamente di mezza età che
con piacere, si vede, lo ritrovano – l’alternanza dei giorni aiuterà anche ad
accrescere il peso dell’elemosina, tra l’attesa e il ritrovamento.
Avendo conosciuto
l’Africa prima di lui, lo si compiange vittima di decenni di malgoverni e ruberie
– non vige purtroppo nella politica continentale la distinzione tra pubblico e
privato, interesse (e denaro) pubblico e interesse privato. Ma lui non lo sa.
Non ha nemmeno coscienza che sta chiedendo l’elemosina, la cosa non lo umilia.
E questo abbatte, molto.
Lui è tranquillo,
sconta la disattenzione e anche il rifiuto, non gliene frega - il suo poco sarà
molto? farà il palo? è di una tribù di questuanti? È l’africanista che
destabilizza, la delusione dell’illusione.
Secondi pensieri - 544
zeulig
Complotto - Il complotto è femmina per Francesco
Bacone, il barone di Verulamio - la ribellione maschio: il popolo sospetta di
tutto, la democrazia ateniese è una serie di complotti, democratica solo perché
spesso sovvertita.
Filosofia tedesca - La filosofia tedesca è terminale: fine
della metafisica, Kant, fine della storia, Hegel, fine della filosofia,
Nietzsche, fine del linguaggio, Heidegger.
Marx dice: “Come i popoli antichi hanno
vissuto la loro preistoria in immaginazione, nella mitologia, noi abbiamo, noi tedeschi, vissuto la nostra post-storia
in pensiero nella filosofia. Noi siamo i contemporanei filosofici del presente, senza essere i suoi contemporanei storici”.
Logica
– È pilatesca – all’origine del pilatismo filosofico. Se “nessuna proposizione
diversa da una tautologia può essere mai qualcosa di più di un’ipotesi
probabile”, Alfred Ayer.
La logica può essere illogica – per Bacone
“più che alla ricerca della verità, serve a sistematizzare gli errori”.
Morte – “Che la morte esista lo sappiamo, basta accendere la televisione.
Ma continua ad essere una questione, che la mente non riesce ad ammettere come
naturale. È inspiegabile che qualcosa di vivo a un tratto non lo sia più”,
Pedro Almodovar, “Sole 24 Ore Domenica”. “Credo”, aggiunge,” da parte mia, che
questa fatica ad abituarmi alla fine delle cose sia una forma di immaturità”.
Perché? Almodovar sbaglia su tre punti. Non ci si abitua alla morte, la morte è
un fatto, “normalmente” si vive – la morte può sopravvenire in qualsiasi momento.
Non si vive per la morte, Heidegger sbaglia - o va letto in altro modo. La vita
è un’eccezione, nella non-esistenza, ma ha un prima e un dopo, è stata preparata
da sostanze e procedimenti vari che “da sempre” la rendono possibile, e dura oltre
la morte, sia pure solo nella forma del filo di bava o di umido del lombrico –
nell’anagrafe, nel calendario storico della popolazione, nelle ere geologiche. La
vita non è un’eccezione, e la morte lo stato normale: funziona al contrario,
tutto germoglia – anche nelle glaciazioni.
Opinione Pubblica - Bacone la disprezza, spregia la Fama:
la natura del popolo essendo
“malvagia e triste, e propensa alle novità”, i turbolenti se ne giovano con
“pettegolezzi, malignità, denigrazioni, ricatti”, per muovere alla “femminea
invidia verso coloro che governano”.
Selfie (autofiction-autobio)– È diffusa la narrativa
selfie, di ricordi, eventi, circostanze legate alla esperienza personale,
alla propria vita e persona, degli autori. Al più in forma (lievemente)
eterodiretta, dall’attualità, dal caso, dalla memoria incidentale. Come di
cogitazioni in psicoterapia a volte, con quadro di riferimento metodologico (conoscitivo)
noto o comunque registrato. In cui l’autore
fa da paziente, da analista e da narratore, una sorta di auto-analisi.
Una letteratura si direbbe al femminile – seppure
dizione improponibile, oggi perfino illegale. Aperta da Duras, esercitata al
meglio, narrativamente, da Ernaux e Lucia Berlin. Su un solco, nel tardo Novecento,
maschile: Carver in America e molti altri alcolisti, e ultimamente David Foster
Wallace.
È come se niente esistesse al di
fuori di noi. O per dare consistenza a noi, che altrimenti non siamo. Ma è
anche genere coltivato da spiriti forti, sant’Agostino per primo, Rousseau.
“Sarebbe molto piacevole per me dire quello che penso, e dare sollievo al
signor Gustave Flaubert con delle frasi. Ma che importanza ha il suddetto
signore?”, si chiedeva Flaubert – “L’uomo non è niente, l’opera d’arte è
tutto”. Però, anche qui: senza l’artista?
Una narrazione
prevaricatrice, sul soggetto, sull’autore? L’autore soggetto di sé medesimo non
si resiste, inevitabilmente sbrodola. Quando passa attraverso la narrazione propria,
di personaggi e azioni “autonome”, la costruzione del teatrino obbliga l’autore
a una sorta di, ancorché irriflesso, autoesame. In termini psicoanalitici la
narrazione si può dire un caso risolto, il selfie una seduta psicoanalitica
- interminabile come suole-vuole essere la “cura” solipsistica.
Il genere nasce di fatto con Freud: il
racconto di se stessi in analisi è ben romanzato – tale lo vuole anzi il
terapeuta: un racconto, il racconto in prima persona, dal proprio punto di
vista, per quanto inteso a rimuovere la rimozione, e tanto più fantastico o fantasioso
(sogni, visioni, effetti a sorpresa) tanto meglio.
Società civile – Nozione diffusa
negli anni 1990 da Eugenio Scalfari e il suo giornale “la Repubblica” – il “ceto medio riflessivo”
dello storico tardocomunista Paul Ginsborg - intesa a
sdoganare per il costituendo Ulivo poi Partito Democratico la borghesia,
distinguendone quella illuminata. Una sorta di società dei “belli-e-buoni” (la kalokagathia
dei sofisti in Atene, degli intellettuali bravi politici e oratori), che
quindi aveva tutti i diritti a voler governare la Repubblica. Nozione poi
demolita, negli anni 2010, sempre in Italia, dal movimento di Grillo, populista
fino alla volgarità, contro i benpensanti, specie che trovava soprattutto
annidata nell’informazione.
Storia – La storia è contorta. La freccia della storia,
come quella del progresso, è più spesso indecisa.
Ma la storia, come la stupidità, non vuol essere
banale. E non vuole perdersi, lascia dei nodi.
Verità – La mia verità è la verità - non solo per Marx o per Heidegger (si deve a Heidegger “l’essenza dell’essere, la sua verità”).
La verità è conquistatrice.
Tutte le verità di Omero sono “dire la
verità”, e anche alétheia, lo svelamento. Non c’era in Omero la legge immutabile
astratta, né l’individuo che tutto sa. Ognuno si lasciava andare, si lasciava
fare, ed era nel vero confidandosi. Si scopriva in quanto ci si scopriva.
La verità di Heidegger, prendendolo al suo
stesso pensiero, è semplice: togliersi la maschera. E allora coraggio,
Filosofo, parlaci di te, dì quello che sai. Ma egli non lo ha detto – lo ha lasciato
dire. In realtà lo ha detto col silenzio, questo è stato il suo svelamento, il
silenzio parla, eccome, nella lettura, nello sguardo: lui è uno che non ha
perso la guerra.
Molte cose stanno bene in altri ambiti, la
tradizione, la zappa, la vita agreste - anche Pasolini ne ha nostalgia e le rimpiange,
con affettazione ma pazienza, sono state una sua gioventù. Ma verità è pure la
forma della comunicazione. Quella di Goebbels, la verità del nazismo, sembra un
mondo di cartapesta, la propaganda. Ma essa è anche un mondo reale, in quanto
incontra il linguaggio di chi ascolta.
È soggettiva. Ma “In interiore hominis habitat veritas” di sant’Agostino è di un solipsismo assoluto, poiché la verità in
interiore hominis è anche la realtà. Esclusiva, non ce n’è altra.
zeulig@antiit.eu
Il divismo è morto, il genere pure
Una trama esile,
di una ragazza che che per caso finisce per convivere, con sua sorpresa e grande
entusiasmo, con la cantante di cui è addict, poco presumendo di sé, della
propria voce e della propria musica, e ne rimane esulcerata, se non disamorata.
Di lei e della musica. Ma il racconto per immagini è diverso.
Non ci sono le belle
musiche che uno si aspetterebbe – o se si sono (ci sono), non sembra. Né molta
simpatia tra e per i personaggi. Che non sono però nemmeno distruttivi: non
sono. Le immagini – il racconto subliminale – sono di un’androginia mancata, trattandosi
di due persone-personaggi femminili, cioè dell’indifferenza sessuale o di
genere: la ragazza prende i tratti e i modi mascolini del suo idolo – la cantante
francese Lou Doillon, la figlia di Jane Birkin.
Una prima regia
piena giustamente di ambizioni, ma ideologica, come di un programma di lavoro.
Carolina Pavone, Quasi a casa
domenica 15 settembre 2024
Ombre - 737
Caratteri grandi e
molte pagine su “Corriere della sera” (quattro) e “la Repubblica” (sette) al
processo di Agrigento e Palermo a Salvini per gli immigrati. Un sobrio “Open
Arms, chiesti sei anni per Salvini” sul “Sole 24 Ore”, e poche righe, nella sezione
“Politica”, a p. 9. Non è una cosa seria?
Il processo di Agrigento-Palermo è in realtà del Procuratore della Repubblica Patronaggio, uomo
di molti capelli e – pare – di molta fede, cattolica. Cioè democristiana, sotto
il cappello dem. Si capisce allora che, come il cardinale Zuppi, non capisca di
che si parla, quando si parla di immigrazione illegale - a parte il piccolo business
dell’accoglienza, tutto o quasi gelosamente parrocchiale. Ora lamenta su “Avvenire”
le condizioni delle carceri. Ma non dice, o non sa, che un terzo dei carcerati
è di immigrazione coatta, giovani mandati allo sbaraglio.
“Promuovevano
viaggi illegali per migranti. Chiuse mille pagine social”. Di trafficanti in Libia
e in Egitto. E in Nigeria e Senegal, dove i trafficanti hanno uffici su strada?
Attivi sicuramente da dieci anni, sono stati fotografati, ma probabilmente già da venti
e trent’anni.
Per emigrare si
muore, in massa – e si riempiono le carceri, in Italia e altrove. Ma c’è una
sciatteria incredibile attorno all’immigrazione.
Unicredit solleva
il governo tedesco, il Tesoro, dall’immobilizzo per il salvataggio di Commerzbank
(un salvataggio tipo Monte dei Paschi), rilevandone una larga quota, e il capo
del governo Scholz, in fase nazionalista dopo le sberle subite dall’estrema
destra nelle ultime elezioni regionali, come Checco Zalone cade dalle nubi. Tutto
il mondo è Paese, si può dire, ma è lo stato dell’Europa, confuso.
Sembra singolare
la prudenza in Inghilterra nella causa contro il Manchester City, la squadra di
calcio, per reati finanziari: anni di indagini, imputazioni gravi, processo discreto,
in residenza segreta. A fronte della giustizia sportiva in Italia dell’avvocato
Chiné, che si esercita al rullo dei tamburi, sempre contro un solo club – si è
opinato anche che l’avvocato sappia leggere solo quel nome. E di due Procure della
Repubblica, Torino e Milano, sempre contro lo stesso e solo club, a opera di
Procuratori tifosi della squadra avversa - Inter vs Juventus. Il calcio
è poco serio, ma la giustizia in Italia sarebbe da Cayenna: un ludibrio, una
pernacchia alla legge.
“FdI in aula (al
Campidoglio, n.d.r.): «No alla nuova Ztl». Il Pd: «Solita pagliacciata»”, e giù
sul “Corriere della sera-Roma” un colonnino con gli insulti di tre o quattro
consiglieri comunali del Pd contro i manifestanti FdI. Ma: c’è a Roma, o ci
sarà, una nuova Ztl? Boh!
Il giorno dopo un vasto
articolo elabora l’epica opposizione della maggioranza Pd ai contestatori “fascisti”
sulla questione “nuova Ztl”. Di cui però non si dice nulla. Informazione?
Boccia non è poi andata
a “Cartabianca”, benché già negli studi Mediaset al Palatino, truccata e
pettinata, perché Bianca Berlinguer non ha voluto o potuto concordare prima le
domande. Poco male. Ma questo significa che Telese e Acerbi su “La 7” le
avevano concordate. Cos’altro farebbe l’editore Cairo – i due giornalisti sono
suppellettili - per un 10 per cento di share?
Le
precisazioni-amplificazioni del giorno dopo di Berlinguer e di Mediaset sulla
mancata intervista a Boccia fanno capire quanto pregiato è lo scandalo in tv –
altro record di Berlinguer, per non vedere Boccia, al 7,5 per cento di share.
Nessun Nobel, nessun Sinner, nessuna primadonna, forse anche nessuna guerra
avrebbe mobilitato tanti illustri volti e manager del video e della gestione.
La guerra in
Ucraina ristagna e tornano le eroine in tuta mimetica fabbricate a Madison
Avenue. Modelle accattivanti, bionde nel caso, dovendo esibire nomi ucraini,
riviste di tutto punto da parrucchieri e visagistes – se c’è una benda
da esibire, in luogo che non deturpi. Niente grassi, niente fumi, niente fanghi, niente piaghe.
Le “notizie di guerra” non sono dopo tutto sorprendenti, i cliché sono
pochi.
S’illustra a Torino
Elly Schlein, in sneaker rigorosamente bianche, con due embonpoint
maschi di mezza età, lo zainetto rigorosamente ai piedi, a una festa Fiom (una
festa dell’Unità?), attorno a un tavolino tondo in plexiglass, con centro tavola
verde e Amaro Partigiano, che i tre sorseggiano, tristemente. Amaro Partigiano
non sembra una buona etichetta, ottimistica. Ma, certo, vita dura per i
politici dem. Si respira anche freddo – che però, se faceva ancora caldo a
Torino, si può dire una benedizione (porterà al risveglio?).
Moltiplicati ad
agosto, su e giù per l’Italia, continuano in città sabato e domenica i no dei
bancomat a utenti non graditi. Di Intesa i più sprezzanti, delle Poste, delle
Popolari (ex) bianche, Sondrio in testa. Perché non si sa – la banca dà ragioni
confuse, circuiti V-pay, Maestro (c’è ancora Maestro?), etc. La banca ha le sue
ragioni, che la ragione non conosce.
Nel quartiere nel
week-end solo il bancomat Unicredit funziona per tutti. C’è una divisione tra banche (ex)
“bianche” e le altre? Curioso.
Ma c’era più
democristiano un quarto di secolo fa della decina di banche di Unicredito, alla
confluenza col laico Credito Italiano? E Unicredit di quartiere non è la
vecchia democristianissima Cassa di Risparmio di Roma, sportello unico, flagello
dei residenti - dei commercianti e di ogni altra vittima obbligata?
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Ombre
Le confidenze fanno male all’amore
Un amore unico,
tra il professore amico e la studentessa geniale, svogliata ma ora matematica all’Mit
di Boston, trasformato in cappio minaccioso per via di uno scherzo tra amanti
supererogatori: confidarsi reciprocamente un segreto – lei si divertirà a ricattare
lui, il solo e sempre vivo amore della sua vita, anche in tarda età.
I due amanti,
benché ora a distanza, di tempo e di luogo, rinnoveranno il patto-capestro periodicamente,
infliggendosi nuovi acuminati dubbi. È l’amore dolore?
Un soggetto
squisito, molto stile Antonioni, della vita imprevedibile e quindi del vago,
della sofferenza nell’indeterminatezza. Che invece Lucchetti, regista al meglio
di narrazioni più che di sensazioni (il suo meglio resta “Il portaborse”, l’esordio),
trasforma in una sorta di commedia all’italiana. Piena di tristezza, si ride
poco, e comunque col magone, ma anche di incongruenze. Per oltre due ore - insomma, fuori misura. Si inizia con un progetto
di suicidio, e un paio di fantocci s’intravedono qui e là volare, ma non si sa
se per suicidio oppure per omicidio.
Daniele Lucchetti,
Confidenza, Sky Cinema, Now
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