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mercoledì 25 settembre 2024

Il sesso in testa – delle donne

A p. 109, a metà raccolta, al finale del terzo dei sette racconti che la compongono, “Organo indipendente”, che non è quello maschile, il titolo si esplicita così a proposito del dottor Tokai, ottimo commensale e ottimo chirurgo plastico che si è lasciato morire dopo un amore finito male: “Era sua convinzione personale che ogni donna nascesse dotata di un organo speciale, un organo per così dire indipendente, che le permetteva di dire bugie”. Senza colpa. “Con piccole variazioni. Ma tutte a un certo punto mentivano”, secondo il dottore, “senza esitazioni”. E “in quei momenti la loro espressione, il loro tono di voce, non si alteravano”.
Donne bugiarde dunque, ma anche mantidi: nei sette racconti passano dall’uno all’altro non si sa perché, se non da inesauste. Sette racconti di uomini, di donne che “fanno sesso” ma senza legarsi. Eccetto una gobba, che non lo fa fisicamente (e non potrebbe, lui è un “Gregor Samsa” ancora frastornato al risveglio) ma sì mentalmente, guardando e commentando un rigido membro maschile. E senza rilievo: figurine, si direbbero, che impersonano giusto l
atto, seppure in posizioni variate. 

Murakami procede col solito ritmo da page turner: qualche novità da feuilleton, qualche riflessione, e qualche veduta, qui più fisico-acrobatica, anche sul duro tatami, che paesaggistica. E molta musica sempre, tutta americana, di tutti i generi. Senza poi lasciare nulla alla fine. Né avventura né personaggi.
Di memorabile resta giusto il tema, nel dolorismo femminista imperante: di uomini lasciati da donne senza motivo, giusto per “fare sesso” con qualcun altro, e solo abbordabili in absentia, per morte, suicidio, coincidenze, con le memorie. Di odori, sguardi, pause, pose – una “fa sesso” raccontando storie alla Shahrazād. Un libello anti-femminista? Si direbbero le “sfumature” del prolifico, lettissimo e premiatissimo autore della West Coast che scrive in giapponese, anche complimentoso – “le donne offrivano un tempo speciale che annullava la realtà, pur restandovi immerse”.  
Murakami, Uomini senza donne, Einaudi, pp. pp. 225 € 13

martedì 24 settembre 2024

Letture - 559

letterautore


Argentina – “Come diceva Borges: «L’argentino è un italiano che parla spagnolo»”, Cazzullo a Velasco sul “Corriere della sera”. Velasco: “Hanno attribuito a Borges una frase in realtà più popolare: l’argentino è un italiano che parla spagnolo, pensa in francese e vorrebbe essere inglese”.
Con molta massoneria: “Alla nascita dell’Argentina i governi incoraggiarono l’immigrazione dall’Europa, pensando di attrarre la classe media: ovviamente arrivarono i poveri. La Plata (la città di Velasco, n.d.r.) è una città di fondazione. Costruita dagli italiani. Con una grande influenza della massoneria”.
 
Cassola – Trascurato per mezzo secolo, dopo essere stato deriso dalla neo-avanguardia, emerge di nuovo con i suoi racconti piani, naturalisti, e con l’attivismo pacifista e ambientale, oggi “ecologico”. Si ripubblicano i suoi numerosi racconti e i saggi.
Ora la Fondazione Corriere della sera annuncia la raccolta di tutte le sue collaborazioni, “dall’ottobre 1953 al marzo1984” - e dal giugno 1968, negli anni della direzione Spadolini, con una sua rubrica, “Fogli di diario”, già ripre
sa in libro ma poi non riedita. Con uno studio approfondito di Alba Andreini, che ha curato la raccolta, sull’uomo – Cassola fu per molti anni, prima di essere zittito, anche un “personaggio” - e lo scrittore. Un volumone da CXXX-870 pagine.

 
Femminismo – “Le montagne sono donne immense, eppure tante portano nomi di uomini”, dice Marta Aila nella pubblicità Guanda del suo romanzo “La strangera”. Eppure, molte spiagge sono massicci molto macho, rocciose, minacciose, turbolente, eppure portano nomi femminili: Scilla per esempio, Gibilterra, le bianche scogliere di Dover. Dov’è la sopraffazione - il genere è un mistero?
 
Funerali - L’ultimo docufilm su Berlinguer, realizzato da Sky ma in circolazione finora riservata, il regista Samuele illustra col funerale: le bandiere rosse che garriscono al vento, una onda che oscilla sulla modesta collina di San Giovanni a Roma. Che la voce fuori campo può dire “la più imponente manifestazione di cordoglio popolare dell’Italia repubblicana”.
L’arte funeralizia Gioberti diceva gesuita – “Il gesuita moderno”, 1849, prudentemente pubblicato in Svizzera. E lo è stata, compresi gli incolpevoli Leopardi prima di Gioberti, e poi Pirandello. Modernamente invece si può dire arte del Pci. Adottata da Togliatti. A partire dalla morte di Stalin.
“Gloria imperitura a\ GIUSEPPE STALIN” fece dire nei manifesti, due metri per tre, in morte del Piccolo Padre, “guida, maestro, amico”. Un cristallo due metri per due, di due quintali e mezzo, lo ritrae – lo ritraeva? - a palazzo Marescotti in via Barberis, luogo felsineo del comunismo, cui si accede(va?) sotto l’insegna Deus propicius esto, Dio sia con te, e la Madonna della notte e delle ombre, o della Divina Provvidenza, con l’Ode al partito di Majakovskij. Ornato dei segni del riscatto: lampadina, cazzuola, falce, libro, penna, pallone, e un paio di sci.
L’arte Togliatti aveva perfezionato poi con Malaparte - il quale aveva fatto di tutto affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà con Togliatti: la villa a Capri regalò al presidente Mao, la salma al Pci e a padre Rotondi, per un funerale con bandiere rosse e messa cantata polifonica. I fratelli Taviani l’hanno poi codificata, in morte di Togliatti. Mortuario era pure il quadro-manifesto del Partito, di Guttuso: un altro funerale, sempre di Togliatti.
Si è continuato con Debenedetti, dopo avergli negato la cattedra - tre volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima in punto di morte (il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al liceo, e all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il morto si prende il vivo). Il capolavoro elaborando in morte di Pasolini, coreografico e di massa – in vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva dovuto restituire la tessera. Con bandiere, grandi immagini colorate, gagliardetti della Resistenza, e masse, in ogni dove a Roma.
Tutto poi d’improvviso scomparso. I funerali e le masse – eccetto che ai concerti gratuiti.
 
Guerra civile – Il volume di ricordi familiari dopo il 24 luglio 1943, “I Mussolini dopo Mussolini”, che Edda Negri Mussolini ha scritto con Mario Russomanno, esibisce in copertina una foto piena di sorrisi e di sole, con amici di ogni genere: il calciatore Monzeglio, un attore alla Nazzari che fa il buffo, accosciandosi sulle ginocchia per non superare Mussolini, le nipoti allegre, Mussolini tranquillo e in buona salute, dimagrito bene, con gli occhiali da sole in mano ma col cappotto, perché è una giornata invernale. Nella villa Feltrinelli a Gargnano sul Garda, oggi Grand Hotel Gardone, la capitale della repubblica di Salò – così detta solo perché Mussolini comunicava attraverso l’agenzia ex nazionale Stefani, che operava da Salò (e quindi datava i suoi lanci da Salò).
 
Milena Milani – Dimenticata del tutto, l’autrice di “La ragazza di nome Giulio” la riporta alla memoria, citazione unica, di striscio, Rosella Postorino, “Nei nervi e nel cuore”, 54-55 – “uno dei romanzi indimenticabili della mia adolescenza”. Il Novecento va riscritto – Cassola e Milani sono i soli dimenticati?
“La ragazza di nome Giulio” – sequestrato e processato all’uscita per immoralità - non anticipa un caso di disforia. Jules è il nome di una ragazza, che su e giù per la costa marchigiana scopre i tanti tranelli – maschili e femminili – dell’amore, in una delusione progressiva che ne minaccia la salute mentale.
 
Natura – “Ciò che gli occidentali chiamano «natura» per i cinesi è un’estensione dell’umanità. Il cielo e l’uomo sono una cosa sola”,Ye Xiaogang, “La Lettura” 15 settembre.
 
Padri - Sempre meno necessari e anzi nocivi? Per i 90 anni di Sofia Loren si ricorda che il padre le ha abbandonate, la madre, lei e la sorella. Come Giorgia Meloni.
 
Pasternak – Sembrava un cavallo? “Pasternak non lo conosco che di vista, tre-quattro fugaci incontri, pressoché muti, perché di novità non ho voglia. L’ho ascoltato una volta, insieme con altri poeti, al Museo Politecnico. Declamava con voce sorda e si dimenticava quasi tutti i versi. Per la sua assenza sul palcoscenico rammentava Blok. Dava l’impressione di una concentrazione tormentosa, si avrebbe avuto voglia di sospingerlo, come con un vagone che non si muove”. Salvo che per le apparenze: “Esternamente l’aspetto di Pasternak è splendido: nel suo viso vi è qualcosa di contaminato tra un arabo e il suo cavallo: la diffidenza, la tensione dell’ascolto, e da un momento all’altro…. la più totale prontezza alla corsa. Un’immensa e insieme equina, selvaggia e timida, mobilità degli occhi” – Marina Cvetaeva, “Un acquazzone di luce. Poesia di eterno valore”, 1922, saggio pubblicato sulla rivista berlinese “Epopeja”, ripreso in apertura di Pasternak, “Mia sorella la vita”, la raccolta di poesie degli Oscar Mondadori, pp. VI-VII – prima lo ipotizza “imaginista”.
 
Ravioli – E\o tortellini, o cappelletti, sono diffusi in mezzo mondo, con nomi diversi. Ma in Italia in numero strabordante di varietà. Con denominazioni diverse, regionali o locali. E soprattutto settentrionali: solo cinque in Centro-Italia e niente al Sud – eccetto due in Sardegna, i puligioni e i culurgiones. Telmo Pievani ne ha fatto fare una ricerca su scala mondiale e ne pubblica i risultati su “La Lettura”. Nel Nord Italia, compresa la Toscana, ne elenca 28.
All’estero li ha rintracciati in nove paesi: Russia, Cina, Germania, Israele, Turchia, Grecia, Giappone, Nepal, Polonia. Di origine probabilmente euroasiatica, opina Pievani- i wonton cinesi, i gyoza giapponesi, i pierogi polacchi.
 
Sally Rooney 2 – Omaggiata dal “Robinson” con sette pagine e grandi foto, pensose, Sally Rooney non evita le frasi memorabili: “Intermezzo (l’ultimo suo romanzo, n.d.r.) potrebbe essere letto come un omaggio all’Ulisse, libro che amo moltissimo…. Mentre scrivevo questo libro per me sono stati importanti, oltre all’Ulisse, anche altri testi: uno è I fratelli Karamazov, un altro Amleto”.
“Credo che vivere insieme alle altre persone sia sempre complicato”, è un’altra riflessione, “sia i gruppi più piccoli e stabili sia in ambienti urbani più fluidi”. E: “Se mi capita di rileggere una mia intervista, ogni volta vorrei sprofondare”.

Il “New Yorker” si limita a un’intervista breve. E all’esumazione di un vecchio articolo che situa la scrittrice nella stagione, in cui l’uscita dei suoi libri è programmata: “Il libro è ben programmato per la stagione. C’è qualcosa di autunnale in lei”.

 
Stati Uniti - Un americano su due, il 46 per cento, nel 2023 non ha letto nemmeno un libro. Il 26 per cento ne ha letti tra 1 e 5. Il 29 per cento più di sei. Sono pochi, o non molti? Però, un americano su tre “lettore forte”, non sarà qui il segreto della pax americana? Un parco lettori di 153 milioni, di cui quasi cento milioni “lettori forti”, sono un fondamento enorme, anche se (tanto più perché?) invisibile.

letterautore@antiit.eu

Ma Afd ha vinto – 2

La Spd, il patito socialdemocratico, al governo in Brandeburgo dalla dissoluzione dell’impero sovietico, è riuscita a rimontare allo sprint l’Afd, l’estrema destra, solo per riguardo al ministro-presidente uscente, che governa il Land dal 2012. Ma l’estrema destra aumenta di sei punti, a quasi il 30 per cento, il suo voto – il secondo dopo la sua costituzione. Mentre Sara Wagenknecht, di sinistra-destra, ottiene il 13,5 per cento alla sua prima uscita, poche settimane dopo la costituzione del suo personale movimento, Bws. A danno dei Verdi soprattutto, ora fuori del parlamentino regionale, e della Cdu-Csu.
Questo spiega perché il leader europeo della Cdu-Csu, Manfred Weber, è sempre in Italia in cerca di un collegamento, attraverso Forza Italia, con Fratelli d’Italia. Con Meloni e i suoi conservatori europei, come quella che ha in qualche modo ordinato l’immigrazione selvaggia. E ne ha imposto l’agenda in sede europea. Dopo i tanti sterili tentativi dei governi precedenti – sterili peraltro contro il muro tedesco, della Cdu-Csu di Angela Merkel.
Non ci sono motivi economici nella corsa del Brandeburgo all’estrema, il buon 43 per cento del voto tra Afd e Bsw. La regione di Berlino è stata privilegiata in tutto dopo la riunificazione: fabbriche, scuole, ospedali, protezione dell’ambiente e del suolo – non è nemmeno in recessione, nella Germania che invece ne soffre da quasi un anno, con licenziamenti e compressioni salariali. La sua capitale, Potsdam, non è più il castello degli Hohenzollern, periferia di Berlino, ma una città moderna ed economicamente fra le più vivaci dell’ex Germania comunista.
Il Brandeburgo, come già la Turingia e la Sassonia, non conta molto negli equilibri politici tedeschi – i tra Laender assommano a una popolazione di appena 8 milioni, su 84. Ma è un Land che, benché appartenuto alla Germania sovietica, è da tempo ben “occidentale”, negli assetti e nell’opinione. È però, come tutto il resto della Germania Orientale, senza odio contro la Russia, e anzi con qualche rimpianto, soprattutto per l’energia quasi gratis e le protezioni sociali. Per questo la rapidissima crescita dei due movimenti anti-sistema, Afd e Bsw, sono più di un campanello d’allarme.

Il calcio noia

Juventus- Psv Eindhoven, la gara di apertura della nuova super Champions League, si gioca di fronte alle tribune vuote. A Milano, tre giorni dopo aver meravigliato a Manchester, l’Inter non gioca il derby, si limita a guardare. Ovunque partite di tocchettini striminziti, abulici (lenti), ripetuti (“tu dai la palla a me, io la ridò a te”), un migliaio a partita, dieci ogni minuto, quindici togliendo i tempi morti (proteste, var, “cinque” ripetuti a ogni mossa, celebrazioni a ogni gol, anche gli annullati).
Una partita ogni tre giorni, anche con ventidue titolari invece di undici, smobilita le squadre: non ci sono più squadre, ogni calciatore prova a stare in piedi se proprio deve andare in campo - aspettando la Champions, la vetrina, per poter cambiare squadra alla prima finestra utile, per un milione in più, anche mezzo. Non c’è un calciatore che identifichi una squadra. Le squadre le fanno i procuratori.
Il calcio si vuole industria, e allora è un’industria infantile, da sprovveduti. Mentre non è più sport. Non è atletismo – si celebra un calciatore per “un assist”, uno in cento minuti di gioco. E non è passione, attaccamento, identificazione. E anche mercato, ma meno remoto e più solido. E non sarà presto nemmeno spettacolo in tv: non c’è niente di più noioso di due ore di calcio.  
E gli arbitri. Questi da commedia: supererogatori, tutti Ercole o Maciste, anche i mingherlini, il mento mussoliniano, che danno e tolgono i gol per fuorigioco di centimetri - non molti, uno-due (una volta, a ben ricordare, per l’ombra di un pettorale, di un attaccante, si vede, che aveva fatto culturismo). Come dire: è uno spettacolo non solo noioso, anche ridicolo.

Quando l' odio era feroce tra sudtirolesi e italiani

La seconda puntata non risolleva la miniserie, il pubblico (stagionato?) di Rai 1 non gradisce. Malgrado l’attrattiva degli interpreti, Elena Radonicich, sostituto alla Procura di Bolzano, di famiglia sudtirolese, e Matteo Martari, ispettore di Polizia non più in servizio se non come consulente per aver perso una gamba – vittima del “mostro” della serie. E malgrado l’esperienza dei registi, Marengo (“Vanina”, “Un’estate fa”) e Bonino. Una miniserie che deve aver lasciato perplessa la stessa Rai dopo la realizzazione, approntata un paio d’anni fa – Bonito ha già lavorato successivamente a due serie, “Gerri” e “Mike”.
Forse è il genere horror della prima puntata, benché light, che ha allontanato il pubblico: un serial killer di molte persone, maschi e femmine, di più età, tutte di lingua tedesca, della comunità sudtirolese. Ma bisogna dire che è il tema della serie che è scabroso, violento, seppure solo in retrospettiva, nella storia, sullo sfondo del terrorismo sudtirolese degli anni 1960-1970, con centinaia di attentati e decine di morti. Contro il quale l’Italia usò l’esercito.
La serie non ne fa la storia. Ma questa seconda puntata ne resuscita l’odio. E l’irredentismo, come si sa, benché ultimamente (dopo gli attentati sudtirolesi in val Pusteria e valle Aurina) in sordina, è parte del patrimonio risorgimentale italiano.
Lo resuscita con due storie tanto semplici quanto crudeli. Due giovani madri all’epoca, di famiglia sudtirolese, sono state costrette ad abbandonare il figlio alla nascita perché concepito con un “italiano”. Una di queste è la bionda sostituto della Procura che ora indaga. Mentre le colpe dell’Italia sono sintetizzate in un interrogativo: l’uomo con cui l’altra ragazza ha concepito il figlio, un maresciallo dell’esercito, che è presto morto su una mina che stava sminando, è stato fatto saltare dai “servizi deviati” dell’Italia, per aver frequentato una ragazza sudtirolese? Il mostro si suppone ora essere il suo proprio figlio abbandonato in orfanotrofio fino alla maggiore età – troppo ribelle per le famiglie che ne provavano l’adozione o l’affido. Tanto era l’odio.
Un tema scabroso. E politico, che il pubblico Rai non ama. Specie a fronte del Sud Tirolo-Alto Adige di oggi, invidiato dal Tirolo austriaco, dall’Austria e da mezza Germania, per la ricchezza privata e per l’abbondanza pubblica, di ospedali, scuole, faraoniche piscine comunali e palazzi della cultura, stadi da hockey, fauna e vegetazione protette – benché Bolzano sia in cima alle città più sporche (si è italianizzata?). Il celta Jannik Sinner, eroe amato e amorevole di tutti gli italiani, è della val Pusteria.
Giuseppe Bonito-Davide Marengo, Brennero, Rai 1, Raiplay

lunedì 23 settembre 2024

Ma Afd ha vinto

La popolarità del ministro-presidente uscente del Brandeburgo, il socialdemocratico Woidke, in carica dal 2013, ha evitato l’umiliazione. Ma l’esito vero del voto ieri è la consacrazione dell’estrema destra di Afd, arrivata seconda per un punto percentuale, 29,4 contro 30,7. In un Land da sempre governato dalla Spd, il partito socialdemocratico, la destra neonazi si conferma al 30 per cento. Sempre in un Land ex comunista, ma qui attorno a Berlino, non nella remota Turingia.
L’ascesa di una destra filonazista è una novità assoluta in Germania e in Europa. Tanto più per essere in crescita elettorale rapidissima, di pochi anni. Alla sua prima elezione, nel 2017, era il terzo partito più forte, col 13 per cento circa del voto – a cinque anni dalla creazione di Afd. Nel 2021 sembrava in regresso, al quarto o quinto posto, col 10 per cento. Nel voto regionale di questo autunno è al 30 e più per cento.

La Germania non è nuova cambiamenti di direzione politica rapidi in massa. Il voto regionale di questo autunno richiama molto il 1931-1933. Afd al 30 per cento mette a rischio la stabilità della Germania e dell’Europa. Ha ancora un ostacolo nella Cdu-Csu, che però in questa mini-tornata elettorale appare anch’essa indebolita. Il ruolo storico della Dc tedesca è stato di prevenire e svuotare ogni deriva estremista, ma Afd ha rotto la diga, in appena dodici anni di esistenza, avvantaggiandosi dello spostamento della Cdu-Csu a sinistra operato da Angela Merkel.

Appalti, fisco, abusi (244)

Un ordine online spedito con altro operatore arriva ormai nel tempo annunciato, quasi al minuto. Il plico raccomandato confidato a Poste Italiane, annunciato per lunedì 23, arriva invece giovedì 19 – così dice l’avviso di giacenza. A un’ora incerta del pomeriggio.
L’avviso propone una seconda consegna, o un ritiro anticipato l’indomani all’ufficio postale, chiamando uno di due recapiti telefonici. Dove si parla col risponditore automatico. Che fatalmente non riconosce le vostre dodici cifre del codice. La logistica non fa per Poste, che pure paga bei dividendi e ora va in Borsa?
 
La segnalazione a Amazon di una consegna mancata viene seguita, a minuti, dallo storno del pagamento addebitato sulla carta di credito. Analoga segnalazione a Ibs-la Feltrinelli, da vecchio utente da decine di migliaia di “punti platino”, richiede tre lente, lunghe, telefonate, e una corrispondenza di due mesi, col coinvolgimento di sei o sette operatori della piattaforma, per niente, nessuno storno. Inefficienza, così vasta? Malafede? Quinte colonne di amazon?
 
Non si danno licenze per i taxi per favorire gli Ncc? È come se. Ne sono favoriti i grandi capitali, che soli possono permettersi i van Mercedes, su strada da 60 mila euro in su – un immobilizzo enorme per un noleggio da 200 euro al giorno, con autista.
 
Il tram n. 8, che a Roma ha il percorso e il compito di una metropolitana, e 5-6 km di sviluppo, ha la massicciata rifatta due volte in diciotto mesi. Con incomodi enormi per i tre quartieri che serve, Portuense, Monteverde e Trastevere, e costi altrettanto enormi è da suppore per l’Atac, l’azienda del trasporto pubblico. La quale però non lamenta niente, e non spiega. E nessuno glielo chiede, non in sindaco, “padrone” di Atac, non i media, non i giudici. Si può rifare lo stessa Grande Opera due volte di seguito? La corruzione è così “normale”.

Il denaro ha un’anima – ma niente magia

Già autore di monumentali memorie, che si leggono come un romanzo, qui individua, nel 1966, la nuova frontiera della ricchezza, che sarà chiamata globalizzazione - il meccanismo della globalizzazione, molti anni prima, e meglio, di ogni teoria dello sviluppo del secondo Novecento: crescere facendo crescere gli altri. Un’idea semplice, perfino semplicistica, che Schacht, banchiere centrale della Germania primo Novecento, aveva elaborato e si è portata appresso contro la teoria e la pratica delle “riparazioni” punitive dopo la Grande Guerra. L’idea si affermerà tardi, dopo Tienanmen, quando gli Stati Uniti scopriranno la Cina, la miniera del turbocapitalismo.
Un saggio del 1966 – subito tradotto da Giorgio Zampaglione per le edizioni del Borghese. Nel dopoguerra Schacht è sato letto in Italia come uomo di destra, benché assolto a Norimberga, e di legami stretti, sociali e di affari, col mondo anglo-sassone. Consulente per lo sviluppo nel dopoguerra, prima di farsi saggista, di molti governi dell’allora Terzo Mondo. Dell’Iran di Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò l’industria petrolifera e fu rovesciato dalla Cia (“gli anglosassoni dovrebbero nel frattempo avere constatato come egli fosse in anticipo su di loro, oltre che sugli stessi suoi tempi” - in anticipo sui criteri di gestione più redditizi). Di Enrico Mattei e dell’Eni, per la “liberazione” della Baviera con gli oleodotti da Genova e da Trieste – l’inizio del decollo della Baviera, da Land contadino e arretrato a Land più ricco della Germania e dell’Europa, con l’energia a buon mercato. E di molti altri Stati: Indonesia, India, Siria, Filippine, eccetera.
Con alcune saggezze. “Il denaro ha un’anima - fonte delle più diverse possibilità”. Anche se “niente al mondo ha meno da spartire con la magia di un’operazione valutaria. Il denaro vuol essere trattato con lucidità e freddo calcolo”. Tanto più per essere di fatto molte cose, felicità, infelicità, eccetera. In particolare, è denaro la guerra: “Così rispose il maresciallo Trivulzio al suo re, il francese Luigi XII, che voleva conquistare Milano: «Per fare una guerra sono necessarie tre cose: denaro, denaro, e ancora denaro»”.
Spiega la stabilizzazione del marco nel primo dopoguerra, a due riprese, primi anni 1920 e primi 1930, opera di cui va fiero – con riconoscimento unanime. E recrimina sul secondo dopoguerra, quando, benché non legato al nazismo, e anzi da ultimo oppositore, perde tutto, anche le proprietà, e deve ricominciare daccapo. Vuole aprire una banca ad Amburgo, ma il Senato cittadino non lo autorizza. E il cancelliere Adenauer lo prega di non “interferire” nelle questioni economiche in Germania. Con qualche aneddoto anche sulla sua esperienza di consigliere dei governi afroasiatici. I francesi, volendo rilevare una banca tedesca in Medio Oriente, gli chiedono il “dossier secret”.  Notevole anche, in anticipo, la critica alle politiche dello sviluppo intese come “aiuti allo sviluppo”, che non aiutano i beneficiari, semmai i donatori, ma soprattutto sono uno spreco senza esiti.
Non tralascia gli argomenti spinosi. Sul suo rapporto con Hitler (con Goering più che con Hitler) come presidente della Reichsbank, la banca centrale, dal 1933 al 1936, e come ministro dell’Economia, dal 1934 al 1937, membro onorario del partito Nazista. Nel 1938 contrario alla politica antisemita, con gli assalti alle “proprietà” la “Notte dei Cristalli” – la proprietà è sacra per Schacht. Si dice anche ideatore di un piano - che “con mia viva sorpresa Hitler accettò” – di collocazione all’estero degli ebrei che volessero lasciare la Germania, anche quelli senza mezzi. A mezzo di un prestito in dollari per un miliardo e mezzo di marchi, che gli ebrei stranieri affluenti avrebbero dovuto sottoscrivere, con la garanzia di un patrimonio ebraico in Germania valutato dalla Reichsbank in sei miliardi di marchi. Con cui costituire un fondo, da affidare a un comitato fiduciario scelto dalla comunità ebraica, che avrebbe favorito l’emigrazione, cioè chi emigrava, e conseguentemente i paesi destinatari finora restii ad accogliere ebrei privi di mezzi. Un piano che Hitler lo avrebbe incaricato di attuare a Londra. Dove Schacht trovò, dice, il consenso degli ambienti ebraici più influenti della finanza, ma il no reciso del dr. Chaim Weizmann – che dopo la guerra diventerà il “cacciatore dei nazisti”.
Hjalmar Schacht,
Magia del denaro, Oaks, pp. 310  € 24

domenica 22 settembre 2024

Ombre - 738

“Bonus 100 euro di fine anno: esenzione piena da tasse e contributi”. Oh meraviglia, da prima pagina: cento euro in più sulla tredicesima, netti, senza ritenute Irpef e contributive. Miracolo della contabilità, aziendale e delle Entrate? Per cento euro? Di uno Stato che fino a ieri dava 9.600 euro di reddito di cittadinanza – e tuttora li dà, con altro nome. La contabilità nazionale è fatta a caso, e ama le elemosine, ma fino a un questo punto? Nel silenzio e anzi nel gaudio. Cento euro…
 
Ma non è nemmeno semplice: cento euro si daranno a chi ha un lavoro dipendente, non guadagna più di 28 mila euro l’anno, e ne fa richiesta esplicita, con attestazioni varie sul coniuge. E con “almeno un figlio a carico, anche se nato fuori del matrimonio, riconosciuto, adottivo o affidato”.
Una farsa? Ma è il modo di essere dello Stato, nella forma “riforma” – del reddito? della famiglia? della demografia? con 100 euro?
 
Due milioni di candidati nei primi otto mesi a un concorso pubblico. Non per i “profili professionali più elevati”, calcola “Il Sole 24 Ore”, cioè qualificati. In esattamente 13.274 concorsi, per 288.558 assunzioni. Ventidue posti quindi in media a concorso. E sette candidati in media per un posto. Molti naturalmente hanno concorso a più posti, ma è pur sempre un rapporto elevato.
 
Apre il festival del cinema a Roma un film su Berlinguer, l’ennesimo – con questo sono due in circolazione, ma saranno già una dozzina. Per dire che cosa non si sa. Che cosa ha detto o fatto Berlinguer per essere cosi celebrato? Già dieci anni un professore di Cinema, Andrea Minuz, cattedratico alla Sapienza, si interrogava rispondendosi: “Quando c’eravamo noi. Nostalgia e critica della sinistra nel cinema italiano da Berlinguer a Checco Zalone”. Berlinguer e Checco Zalone è irriverente, per caso?
 
Il sindacato dei camionisti, potente e numeroso, nega dopo trentacinque anni l’endorsement a Kamala Harris e al partito Democratico (per il Congresso) al voto del 4 novembre. C’è qualcosa nella campagna di Trump che ci viene negato: se è così sciocco e brutale, come mai viene alla pari con Kamala Harris nei sondaggi?  È l’America – a metà – sciocca e brutale?
 
Di fatto, si va al voto presidenziale in America tra cinque settimane al buio. La candidata Democratica Kamala Harris è celebrata ma come una vedette, una star, un’altra Taylor Swift che la patrocina. Come giudice non ha lasciato buona memoria a San Francisco, e come vice-presidente ha mostrato di non avere senso politico. Essere donna basta? Ma il raffronto con Hillary Clinton apre un abisso. 
 
Baudo, Sanremo, la Rai, il papa Ratzinger, il cardinale Ruini, Cossiga e la playstation, con il governo dell’ex comunista D’Alema messo su per fare la guerra alla Serbia, con un altro ex comunista presidente della Repubblica, Napolitano: Mastella rappresenta a Labate sul “Corriere della sera” in poche parole il vero governo dell’Italia. Che c’era e c’è, immutato, ma si fa finta che non ci sia. Il potere vero sotto le sigle, sempre lo stesso benché variamente camuffato, il potere confessionale. Finto confessionale, anche se i preti danno man forte. Alternanza? Bobbio? Democrazia, perché no – la democrazia non sempre è buongoverno.
 
“Volkswagen e Bmw si sono spostate sull’elettrico ma il loro elettrico non è competitivo… La Cina ha un elettrico a un prezzo irraggiungibile” - Valter Caiumi, presidente di Confindustria Emilia Centro. È come cinquant’anni fa per la auto giapponesi. L’Occidente non è il titano tecnologico che si vuole, non più da tempo - contro le auto giapponesi, oltre ai dazi, si arrivò a dire che si apriva il vano motore e dentro non c’era nulla, solo tubi…
 
Dunque, è stato Andrea Orcel, l’artefice del doppio miracolo Unicredit, la creazione del gruppo nel 1998 e la capitalizzazione ora quadruplicata, in meno di tre anni, l’artefice della patacca Antonveneta a Mps nel 2008, con 9 miliardi al venditore Santander, e il fallimento della banca – pagato dagli azionisti (grazie al bail-in della Concorrenza europea della nefasta Vestager, poi non più sentito). C’è chi vende e c’è chi compra, certo, di sua volontà, non obbligato. E la banca ha le se ragioni, come tutti. Ma quello di Mps-Antonveneta è un suicidio o un assassinio?
 
I giovani Berlusconi si fanno progressisti e inaugurano una casa editrice liberalsocialista, con Tony Blair. Il premier delle guerre: quella dell’Iraq, disastrosa, e quella - disastrosa ma non si dice – contro la Serbia. Che, rivela D’Alema a Verderami sul “Corriere della sera”, Blair voleva anche invadere con truppe di terra. Un premier dei servizi segreti – l’Inghilterra si compiace molto dei suoi MI 5 o 6, che le sue letterature celebrano.
 
Il calcio vuole diventare un’industria, con partite ogni giorno, accavallando tornei. Ma non è uno sport? E fa più soldi col tv, ma fino a quando? L’inaugurazione della nuova supermilionaria, incandescente, mondiale Champions’ League a Torino si fa in uno stadio vuoto. E si gioca un calcio mediocre: al risparmio, per stare in piedi tre giorni più tardi, al prossimo match : dei superorganici di 22 calciatori una buona metà corre per non si sa che cosa – o si sa: un ingaggio più milionario altrove alla riapertura semestrale del mercato. Viene da rimpiangere il calcio scommesse, almeno si impegnavano per il risultato su cui avevano puntato.


Il teatro si fa a Roma in maschera

Ma si parte dal teatro greco, con tutte le informazioni aggiornate su come nasce, su antiche feste dionisiache. Nasce per l’intuizione e nel format di Eschilo. Con i tragediografi e poi i commediografi ogni anno in gara. Con una produzione di migliaia di titoli, di cui noi quindi disponiamo delle briciole. E si continua a Roma con Plauto e Terenzio via Menandro, e qualche tragediografo – di cui solo Seneca residua (e la memoria, poi maledetta, del suo discepolo Nerone).
A Roma la tragedia è in ombra e gli spettacoli, che a differenza della Grecia sono liberi per tutti, gratuiti, vanno sul sollazzevole. Con un ruolo accresciuto, anzi obbligato, per le maschere – più che personaggi si vedono in scena tipi, ognuno con la sua fisionomia, nota e riconoscibile – una maschera.
Una mostra incredibilmente ben curata, con didascalie brevi ed esaustive, un ordinamento lineare, e pause perfino per riposare. Alcuni video sceneggiano, senza lungaggini, il tema. Terenzio, di cui si sottolinea che, come il nome indica, Terenzio Afro, era mezzo africano, probabilmente berbero (come poi sant’Agostino…- ma queste distinzioni non si facevano nell’impero romano) spiega se steso, la commedia sociale invece che farsesca. Un dialogo plautino va avanti tra due interlocutori che pensano cose differentissime - il malinteso, l’equivoco, la chiave di Plauto.
Teatro. Autori, attori e pubblico nell’antica Roma
, Museo dell’Ara Pacis, Roma

sabato 21 settembre 2024

L’irresistibile ascesa del neonazismo

I sondaggi danno Alternative für Deutschland in testa domani nel Brandeburgo – e già il partito Socialdemocratico, che il Brandeburgo governa da molti anni, si dichiara lo stesso soddisfatto, perché non scende al 5 o 6 per cento, come in Turingia e Sassonia.
Il voto in Turingia, Sassonia e Brandeburgo non decide niente sul piano nazionale, i tre Laender insieme fanno più o meno la Sicilia, sei milioni di residenti, ma l’ascesa di Afd richiama gli anni 1931-1933, quando a ogni votazione il partitino di Hitler faceva un balzo, in avanti.
È la grande colpa di Angela Merkel, trascurata nel trionfalismo generale di cui la cancelliera godeva (in Italia), ma che un riesame del suo ventennio non poteva non rimarcare - in questo sito già prima del suo ritiro:
http://www.antiit.com/2021/09/angela-la-padrina.html
Il partito di Merkel, la Cdu-Csu, dei democristiani tedeschi, o popolari, ha sempre vigilato sulla sua destra, a non far emergere tendenze neonaziste, e nel caso ad ammansirle, tenendole fuori dal Parlamento, sotto il 5 per cento. E c’è riuscito per quasi settant’anni, fino al 2015. Due anni più tardi, alle elezioni del settembre 2017, Afd, un partito costituto da tre o quattro anni, era già il terzo partito più grande del Bundestag, il Parlamento tedesco, dove otteneva 94 seggi su 709, principale forza di opposizione all’ennesima grande coalizione dei cristiano-democratici con i socialdemocratici.

Berlusconi angelico – 36 (Berlusconi era un altro)

 La Repubblica”, 4 settembre 2024, fa un riassunto degli scandali politici a fondo sessuale, a proposito dei rapporti Sangiuliano-Maria Teresa Boccia. Si parte da Petacci, con Guido Leto, poi Nilde Jotti, Annamaria Moneta Caglio e lo “scandalo Montesi”, Craxi e Ania Pieroni, Fini e la famiglia della moglie. C’è anche “un importante ex ministro dell’Interno, sciarada caritatevole, che combinò diverse scemenze per via di una signora fattasi fotografare accucciata su una Ferrari”. Ma non c’è Berlusconi. Cioè c’è, ma tra gli angeli in paradiso. A firma purtroppo di Ceccarelli, una apologia di Berlusconi imprevedibile, su “la Repubblica” di Berlusconi arcinemica, del Berlusconi a letto. “A questo punto la domanda è inevitabile”, si chiede e ci chiede Filippo: “Ma Berlusconi? E la risposta, a costo di spedire con forza il pallone in tribuna Vip, è: che nostalgia! Rispetto all’annaspante pochade sangiulianesca il Cavaliere si staglia come un
imperatore, un gigante, un idolo dell’avventura, del desiderio e della follia. Il Cavaliere non si accontentava di una sola passione e come il Faust di Goethe….”, etc. etc. (Im)pietoso. Non è mai troppo tardi, certo.
Si è potuto anche pubblicare un libro, a sinistra,  sull’antiberlusconismo “di facciata”, di Andrea Minuz, “C’eravamo tanto odiati”, il Mulino. Sottotitolo: “Breve storia dell’antiberlusconismo”- è bene specificarlo perché “C’eravamo tanto odiati” è già un romanzo di grande successo della letteratura del genere rosa, con “una cattiva ragazza, arrogante, narcisista e libertina”, che “cambia uomini come fossero calzini e guarda il resto del mondo dall’alto in basso”. Questo di Minuz, professore alla Sapienza, si presenta così: “«Ma come fa a vincere le elezioni? Non conosco nessuno che l'abbia votato!» L'antiberlusconismo come collante sociale, catarsi, esorcismo collettivo, manuale di conversazione e nuovo rito della borghesia occupò la scena pubblica dalla metà degli anni Novanta in poi. Fu il grande tratto identitario della sinistra di quegli anni e uno straordinario veicolo di carriere. Vetrina per scrittori, registi, giornalisti, opinionisti, martiri, epurati, personaggi TV. Come il berlusconismo, anche l’antiberlusconismo fu un’autobiografia della nazione e un romanzo di formazione della generazione che aveva vent’anni all'epoca della discesa in campo. Trent’anni dopo resta 7nella memoria come cumulo di appelli, marce, girotondi, conversazioni a tavola sempre uguali; un campionario di tic, frustrazioni e ritardi culturali del mondo intellettuale, non tutto certo, ma di gran parte sì”.
Oggi due deputati che ieri ingiuriavano Berlusconi, due 5 Stelle ovviamente, fanno domanda per essere rieletti col suo partito, che pare torni a raccogliere voti. Ieri, non avant’ieri, uno dei due protestava contro Malpensa intestata a Berlusconi: “Se tu frodi, e vieni condannato, appena passato a miglior vita ti intitolano una aeroporto interazionale”. L’altro ha avuto più tempo per ripensarci, lo bistrattava ancora in vita: “Penoso”, lo diceva, “si intesta i meriti di Conte: è ora che vada in pensione”. Amen.

Cronache dell’altro mondo – floride (293)

Matteo Falcinelli, di Spoleto, è assolto senza processo a Miami dopo l’arresto la notte del 24  febbraio, la carcerazione, e un Pti, programma di vigilanza e risocializzazione. Era stata arrestato all’esterno di uno strip club perché si rifiutava di lasciare il locale, pretendendo la restituzione del cellulare, che gli era stato sottratto “dopo una disputa su un prelievo indebito dalla sua carta di credito”.
“L’ammanettamento con il volto sull’asfalto e un ginocchio sulla schiena, la notte in camera di sicurezza con il cosiddetto Hotgie Restraint, l’incaprettamento che lo immobilizza con il volto sul pavimento e lo fa urlare perché non riesce a respirare” ha provato al processo di far passare come torture ma non c’è riuscito.
Ora sta bene e ha ripreso a studiare alla Florida International University – studia turismo. Ha 26 anni. “La madre ha avviato una raccolta fondi per sostenere le ingenti spese mediche e legali”.
(“Corriere della sera”)
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Moretti o della politica come malattia

Rivisto a distanza, è il film che esplicita, in chiaro anche se non cosciente, la politica come una malattia. Non in sé ma in Moretti, nelle battute, l’ironia, l’istrionismo. Sempre all’interno non della sinistra ma del Pci. Che quindi fungeva da alveo familiare – paterno, ma non si può dire, l’alveo è materno. Di un padre che “non esiste”, alla romana, nella biografia, e che manca ormai da molti decenni in politica, già quando Moretti ci interloquiva - qui prepara l’intervista epocale, decisiva, col Partito a Botteghe Oscure, che sempre rimanda e poi dimentica. Infatti non rispondeva, si limitava a ridere, fregandosi le mani - salvo poi inabissarsi senza residui, a parte i danni.
Lui stesso ne ha coscienza, si direbbe in analisi, poiché fa il film del padre che è tutto alla nascita del figlio, ostetrico, ostetrica, partoriente, nascituro, ha le doglie, le contrazioni, fa il vagito, allatta. Ed è il film in cui si vorrebbe emancipare, ha già una certa età, e vagheggia un musical, in pasticceria – e lo fa, è l’ultima gag. Rimette in scena anche il vespino di “Caro diario”, che lo porta in remoti lunghi viali di libertà. Ma poi ne sarà vittima, nella successiva esperienza personale, con i girotondi (la rivoluzione con Di Pietro, con Di Pietro?, e con le belle donne di buona famiglia).
Tra le quattro o cinque storie che fanno il film una s’impone oggi, a metà tra la farsa e la minaccia, documentaria, dal vivo, senza commenti - una sorta di cinegiornale, rimontato con l’attenta disposizione all’epoca delle riprese: le funzioni “sacre” sul “sacro” Po di Bossi e la Lega, e la processione sul mare a Venezia per la presa di possesso, con la dichiarazione – non taroccata, non montata – della Padania libera, indipendente, eccetera. Nel 1997, non molti anni fa.
L’Italia ha avuto pure il secessionismo. Ieri. Moretti lo coglie per quello che è, cialtrone e pericoloso. Non coglie che quel Bossi era stato portato da Scalfaro contro Berlusconi, e per far rivivere la Dc nella forma dell’Ulivo – il Berlusconi che oggi gli stessi si accingono a santificare. Bossi aveva avuto alle elezioni anticipate del 1996 il 10 e qualcosa per cento del voto, ma il 29 per cento in Veneto e il 25 in Lombardia. Aveva preso il nome Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, e adottato il Sole delle Alpi come simbolo, oltre alle ampolle, le purificazioni eccetera – il druidismo, non per ridere.
Nella storiografia politica, quando si faceva, si sarebbe detto che Berlusconi ha avuto il merito di “sdoganare” la destra, di portare alla democrazia i neofascisti e i leghisti secessionisti. Solo questo è la politica, assolutizzarla fa male.
Nanni Moretti, Aprile, Sky Cinema, Now

venerdì 20 settembre 2024

Sciiti infiltrati, la guerra non convenzionale di Israele

La guerra non convenzionale di Israele in Siria, in Iran e nel Libano, compreso il bombardamento di oggi a Beirut Sud (difficile, impossibile, centrare dallalto in movimento un obiettivo umano), è facilitata da una penetrazione larga nei ranghi dei pasdaran iraniani e degli hezbollah in Libano? È quello che credono il governo iraniano e il movimento degli hezbollah in Libano.
Il capo degli hezbollah è entrato nella clandestinità totale. Il suo discorso ieri era registrato: l’aviazione israeliana ha fatto una dimostrazione rumorosa sulla sua consueta sede, provocando ripetutamente il bang supersonico, al di sopra di lui mentre parlava senza una sua minima reazione. Non è la prima volta, ma in precedenza i suoi discorsi registrati erano trasmessi su schermo in una sala adiacente alla sua (supposta), ieri la sala era vuota.
Gli assassinii mirati dei maggiori responsabili militari di pasdaran, hezbollah e Hamas, a Damasco ripetutamente, a Teheran e nel Libano, e negli ultimi giorni in Libano il brillamento in contemporanea delle cariche esplosive caricate in migliaia di cercapersone e walkie-talkie, i congegni adottati dagli hezbollah invece dei cellulari per evitare lo hackeraggio, hanno fatto capire che il movimento è largamente infiltrato. In Libano, a Damasco e anche in Iran.
Il sospetto è che Israele sia aiutato in questo dai sunniti, dopo il recente avvicinamento agli Emirati, e anche all’Arabia Saudita.
Un sospetto più concreto è che ci sia stata la mano di Israele nella deflagrazione quattro anni fa dei depositi commerciali del porto di Beirut, in realtà depositi di esplosivi chimici.

Il maschilismo in crisi, 1806

Il racconto della crisi del maschilismo, nel 1806 – agli inizi del maschilismo. Quando l’autore aveva 43 anni, nessuna professione né occupazione, e viveva fra tre donne, forse quattro. Tutte a loro modo imposantes – realizzate, determinate, complesse, di carattere e di vita: Wilhelimine (“Mina”) von Cramm, Germaine (Madame) de Staël, Charlotte von Hardenberg (è l’“eroina” del racconto), Anna Lindsay, perfino Mme Récamier, agli inizi della “carriera” e poi a intervalli costeggiando un’altra bella e illustre letterata, Isabelle (Madame) de Charrière. A cura di Teresa Cremisi.
L’eroina è una donna in colpa – amante e non moglie, benché madre, per di più straniera, figlia di polacchi in fuga. Ma eccezionale, per tutto: cura del compagno, come oggi si dice, delle case, e dei (pochi) amici, dei loro figli, del decoro, della conversazione. “Ellénore stava tanto più in guardia contro la sua debolezza, quanto era perseguitata dal ricordo dei suoi errori: e la mia immaginazione, i miei desideri, e una teoria di fatuità di cui non mi accorgevo io stesso, si ribellavano contro un tale amore”. Questa la metà, estenuata, del racconto. Finché, “finalmente mi si concesse”. L’altra metà sono le pene che la poveretta dovrà soffrire – si diceva pagare.
Si parte con l’elogio della virago de Staël, in chiaro, ma non è la prefigurazione della vicenda del racconto - il giovane che s’innamora della donna matura. Sul rapporto di Constant con de Staël, come con le altre donne di nome, miglior romanzo è la nota biografica particolareggiata che Cremisi premette al racconto.
Una scommessa con “due o tre amici… sulla possibilità di conferire un certo interesse a un romanzo con due soli personaggi e con una situazione che è sempre la stessa”, è la prefazione dell’autore alla terza edizione, orgogliosa. Dopo le scuse nella prefazione alla seconda edizione per l’“immoralità” della vicenda. Qui ribadita in forma di autoassoluzione, anzi di orgoglio: “Volli descrivere il dolore che anche i cuori aridi provano per le sofferenze di cui essi stessi sono la causa, e quella illusione che li porta a credersi più fatui o più corrotti di quanto siano”. Il suo protagonista dalla prima all’ultima parola, è “un miscuglio di egoismo e di sensibilità”, è Constant.
L’autore ha in Italia un’immagine diversa che in Francia, quella della lettura di Croce, di teorico e politico del liberalismo: in Francia è “Adolphe”, una sorta di teorico e pratico del romanticismo. Ma storia e scrittura sono settecentesche – e ancora, del primo Settecento, di Choderlos e le tante narratrici delle pene d’amore. Straordinarie ma uesta di “fare un romanzocon due solk eprsonaggi, ptemette Constat alalterza edizione, “e cnuna situazione che ès emrpe la setsa. La prefazien ala erza edizione, comiciuta, doo una di scuse, ala,seocnda edizione, per il soggetto “immorale” delar cconto.per venire dopo la Rivoluzione, e in pieno bonapartismo, tra gli Chateaubriand e Stendhal.
Benjamin Constant, Adolphe, Garzanti, p. XXIV + 127 €7,50

giovedì 19 settembre 2024

L’Europa va a destra contro l’estremismo

Domenica si vota nel Brandeburgo, e la Germania ha paura come non mai. La Germania, e quindi la Ue, la commissione di Bruxelles soprattutto, scelta e orientata dalla Germania come non mai, guarda per questo a destra, alla destra democratica per recuperare il voto finito all’estrema prima che diventi valanga.
È un fatto palese - questo sito ne ha più volte dato conto - che però viene trascurato nell’informazione: la Germania teme l’estrema destra, e pensa di disinnescarla spostando il baricentro della politica classica a destra. In Europa verso i conservatori alla Meloni, cioè verso un atlantismo ferreo, e un approccio politico al problema immigrazione, invece di quello attendista, remissivo e quindi catastrofista.
Non si misura lo stato agitato, confuso insieme e risoluto, in cui le ultime votazioni regionali hanno messo la politica in Germania. Domenica si vota in Brandeburgo, che è un Land piccolo ma è importante, attorno a Berlino, ed è da sempre governato a sinistra. Ora il ministro-presidente uscente Woidke, al governo da dodici anni, è dato alla pari con lo sfidante dell’Afd, l’estrema destra, e questo è già una sconfitta – potrebbe anche vincere, ma per pochi voti.
L’estrema destra intorno a Berlino, in poche mosse in pochi giorni, non si misura quanto il momento è critico per i tedeschi. Da qui la strategia di Manfred Weber, il tedesco a capo dei Popolari europei, in sintonia col nuovo capo della Dc tedesca, Merz, di sposare l’asse del partito a destra, abbandonando i sinistrismi tattici di Angela Merkel. In questa strategia Meloni è per il Centro tedesco, smarrito e intimorito, una bussola e un’ancora - è il paradosso europeo, farsi conservatori per arginare la deriva alla destra estrema. 

Guerre di logoramento, dell’Europa

Sarebbe ridicolo l’andirivieni del segretario di Stato Blinken dal Medio Oriente, a giorni alterni senza mai un esito – quando non viene fermato a metà viaggio. Come dire che gli Stati Uniti non contano. O l’atteggiamento di assoluta passività nella guerra ucraina, limitandosi a gestire le forniture dei residuati militari, senza mai una iniziativa, politica o militare, risolutiva.
In termine tecnico gli Stati Uniti sarebbero per una guerra di logoramento, e questo è quello che avviene. Se non che: logoramento di chi? Della Russia certamente, ma dall’altra parte non dell’Ucraina, che è solo il campo di battaglia, ma dell’Europa: una dimostrazione sul campo, ogni giorno, che l’Europa è imbelle – quando non è ridicola, con la sanzioni a ripetizione che solo danneggiano se stessa.
C’è in atto un distinto cambiamento nel rapporto transatlantico. Che le presidenze Obama hanno coperto per la sensibilità del presidente, umana (nei confronti dell’Italia per esempio, che ha difeso dalla guerricciola fr anco-tedesca), e le presidenze Trump e Biden hanno invece evidenziato.
È un cambiamento epocale per l’Europa. Che continua a fare conto sull’ombrello nucleare americano e niente più. Il campo aperto, sotto l’ombrello nucleare, vede rapporti al minimo. Inerti, nemmeno più sotto la forma della consultazione: dov’è l’Europa a Gaza e in Cisgiordania? dove, di fatto, a parte il rinnovo degli arsenali, in Ucraina? Quando non sono ostili – dazi, contingenti.

Cronache dell’altro mondo – processuali (292)

Hunter Biden, il figlio del presidente, si dichiara colpevole di reati fiscali, per i quali è giudicato a Los Angeles, sperando in una condanna mite, con sospensione della pena, e in una multa. A giugno è stato condannato in Delaware, pena da calcolare, per il possesso illegale di una pistola. Non si fa invece il terzo processo, quello che sarebbe stato insidioso per il presidente Biden, sulle consulenze da lui ottenute in Ucraina, per le quali avrebbe speso il nome del padre – una delle ragioni che avrebbero convinto il presidente a rinunciare alla ricandidatura sarebbe stata questa, evitare questo processo, sia pure solo mediatico.
L’Ucraina era emersa da un computer abbandonato di Hunter Biden, che l’Fbi ha acquisito nel 2019, con molti messaggi, foto, video, email, sui traffici del figlio del presidente. Non esclusi riferimenti al padre, allora vice-presidente, quale parte anche lui degli affari.
Dopo il ritrovamento del computer, dimenticato in un negozio di riparazioni, un amico e socio di vecchia data di Hunter Biden, Tony Bobulinski, se ne dissociò, e denunciò all’Fbi molti affari con risvolti penali di Hunter Biden.
Bobulinski fu interrogato a lungo all’Fbi di Washington alla vigilia delle elezioni del 2020, il 23 ottobre. La denuncia Bobulinski supportò con tre cellulari, così affermò, che avrebbe consegnato  alla polizia federale, con email, e con documenti finanziari. Ma l’inchiesta finì nel nulla.
Bobulisnki fu gestito da un funzionario Fbi di Washington, Timothy Thibault, che ha lasciato l’Fbi qualche mese dopo, senza spiegazioni. Quando la stampa di destra sollevò il caso, l’Fbi comunicò che Thibault non si era occupato del laptop di Hunter Biden.

Ciò che resta di Berlinguer

È il film, come da sottotitolo, degli “ultimi giorni di Enrico Berlinguer”, il segretario del Pci, gli ultimi precedenti la morte. Poco visto (prodotto da Sky, naviga da alcuni mesi in proiezioni sparse, biblioteche, qualche circolo, molto apprezzato, da pochi), è l’ennesimo santino su Berlinguer, profittando della morte praticamente in diretta, sulla piazza di Padova – dei materiali repertati nei giorni successivi al malessere mortale che lo colse al comizio.
Samuele Rossi ha lunga esperienza di docufilm, specie del genere bio, di una personalità: Margherita Hack fra i tanti, Carmelo Bene, il cestista Meneghin - anche di film a soggetto, “Glassboy” nel 2020. Questo Berlinguer ripropone per alcuni filmati non ancora pubblici. Ma del tipo noto: preoccupazioni per il malore, notizie che si rincorrono, professioni di fede, e il funerale, le immagini del funerale a Roma, piazza San Giovanni, rossa di bandiere.
Queste immagini, benché non inedite, “la più imponente manifestazione di cordoglio popolare dell’Italia repubblicana”, sono al montaggio la parte che più resta del film. Due milioni di persone sono il segno di un evento ma anche di un’epoca. Che una considerazione che le accompagna però induce a riflettere: “Berlinguer vedeva la strada dove altri non la vedevano”. Quale? Quella del Pd, dei (soliti) democristiani eletti con i voti dei (residui) Pci?
C’è un prima. Il Pci aveva elaborato, già al tempo di Togliatti, l’arte del funerale – che Gioberti diceva dei gesuiti: fu l’arte dei gesuiti per i morti eccellenti, Leopardi perfino e Pirandello. Togliatti l’aveva iniziata con Stalin: “Gloria imperitura a\ GIUSEPPE STALIN” disse nei manifesti, due metri per tre, in morte del Piccolo Padre, “guida, maestro, amico”. E un cristallo di due metri per due, di due quintali e mezzo, volle a palazzo Marescotti in via Barberis, luogo felsineo del comunismo - cui si accede (si accedeva?) sotto l’insegna Deus propicius esto, Dio sia con te, e la Madonna della notte e delle ombre, o della Divina Provvidenza - con l’Ode al partito di Majakovskij e i segni del riscatto: lampadina, cazzuola, falce, libro, penna, pallone, e un paio di sci. L’aveva perfezionata poi con Malaparte, il quale aveva fatto di tutto affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà con Togliatti: la villa a Capri regalò al presidente Mao, la salma al Pci e a padre Rotondi, per un funerale con bandiere rosse e messa cantata polifonica. L’arte i fratelli Taviani hanno poi codificata, in morte di Togliatti. Mortuario era pure il quadro-manifesto del Partito, di Guttuso: un altro funerale, sempre di Togliatti. Si è continuato con Debenedetti, dopo avergli negato la cattedra - tre volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima in punto di morte (il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al liceo, e all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il morto si prende il vivo). Il capolavoro elaborando in morte di Pasolini, coreografico e di massa – in vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva dovuto restituire la tessera. Con bandiere, grandi immagini colorate, gagliardetti della Resistenza, e masse, in ogni dove a Roma. Tutto poi d’improvviso scomparso. I funerali e le masse – eccetto che ai concerti gratuiti. Dopo Berlinguer a San Giovanni, Roma vide nel 2002 “un lungo fiume rosso” per le sue strade, tre milioni questa volta di persone, che si direbbero un’allucinazione, se non le avesse organizzate e trasportate Sergio Cofferati – ma Cofferati, chi è costui, uno che ha offerto un giorno di vacanza a tre milioni, a Roma poi (il 23 marzo 2002 era sabato)?
E c’è un dopo: “Oggi dici Berlinguer”, nota Aldo Grasso, “e pensi Bianchina”. C’è altra eredità? Berlinguer, se si celebra con tanti film, materiale costoso, un altro si preannuncia per il festival dem di Roma, come titolo di apertura, evidentemente vende, ma che cosa?
Il titolo è, non volendolo, giusto.
Samuele Rossi,
Prima della fine

mercoledì 18 settembre 2024

Problemi di base di genere - 821

spock


Il genere è un mistero?
 
Oppure una guerra?
 
Se ne distinguono una dozzina, compreso l’asterisco, non bastano?
 
E il genere non-genere?
 
“Il rapporto sessuale non esiste”, Lacan?
 
Non esiste il sesso o non esiste il rapporto?

spock@antiit.eu

Il narratore Pasternàk inappetente

“La nube diede un’occhiata alle stoppie basse, cotte dal sole. Si stendevano fino all’orizzonte… La nube ricadde sulle zampe anteriori e, attraversando lenta la strada, scivolò silenziosa lungo la quarta rotaia”. C’è una bambinaia. C’è un bambino che striscia, “fino al rubinetto dell’acqua”. Ci sono i genitori del bambino rapito che ancora non lo sanno e si recano al porto a salutare l’amico di lui, “il guardiamarina che un tempo aveva amato lei”. E poi, dopo quindici anni, ci sono le “vie aeree”: “Le vie aeree per le quali, come treni, partivano quotidianamente i pensieri rettilinei di Liebknecht, di Lenin e di altri spiriti del loro calibro…. Era il cielo dela Terza Internazionale”. Sotto il quale lei ritrova lui, “membro del Presidio del Comitato esecutivo provinciale”, gli fa parte che il bambino era suo… La traccia di un romanzo?
Un libro prezioso, perché di racconti singolarmente inanimati, tradotti in fretta e pubblicati sulla scia del “Dottor Živago”. Nella veste che oggi appare lussuosa della vecchia Universale Einaudi, grafica, carta, dorso che imita la cucitura, copertina protetta da velina solida, scheda bibliografica. Racconti poveri. Pieni di parole, esagerati linguisticamente, ma poco significanti, nei personaggi o caratteri, nelle vicende.
È la prima raccolta pubblicata in traduzione, nel 1960, dei racconti di Pasternàk, col racconto lungo del titolo, “Il rìtratto di Apelle”, “Le vie aeree”, e un altro testo lungo dal titolo “Racconto”. Verrà ripresa negli Oscar Mondadori nella stessa traduzione, di Clara Coisson, con l’aggiunta di “Lettera da Tula” e “Disamore”, postfazione (tiepida) di Vittorio Strada. E da Studio Tesi con una nuova traduzione, e l’aggiunta di “Lettera da Tula” e “Storia di una controttava”.
Einaudi contro Feltrinelli, beneficiario del boom “Živago”, ha arruolato lo slavista allora principe, Angelo Maria Ripellino, che la prefazione fa breve, e stroncatoria. Proprio così, e non proprio tra le righe – in questa accoppiata la pubblicazione si può dire eccezionale. Ripellino parte denunciando “abusioni stilistiche”, abusi. E a seguire “una prosa convulsa, come il salto del cavallo nel giuoco degli scacchi”. Per concludere: “La dovizia dei particolari sommerge l’insieme” - con l’aggiunta perfida: “Come accade d’altronde nei poemi”.
Onestamente ha premesso, in apertura del saggio: “I racconti in questo volume risalgono alla giovinezza di Pasternàk”, sono “caratteristiche prove di un poeta lirico”, e “non tutti hanno uguale valore”. Salva solo il racconto del titolo, del 1918, che “ha la stessa sostanza verbale delle migliori liriche di Pasternàk”, e “può servire di chiave all’intendimento di tutta la sua creazione”. La novità essendo “l’innesto dell’analisi psicologica con il vivido metaforismo tipico della scuola cubofuturistica”. Non risolto però, rigido, da programma o scuola.
Di fatto - Ripellino lo ribadisce più in là - aggravato, da un “assieparsi dinamico delle metafore in una sorta di pantomima, di colorito «Mysterienspiel» del linguaggio”. E intende un linguaggio allusivo. Per una chiusa micidiale, tanto più per un lettore come lui, di suo anche poeta fiorito: “È un giuoco analogico, simile a quello dei clowns e dei bambini, che scambiano la doccia per telefono”. Prose farcite di “feticci verbali, come arroganti arabeschi, senza nesso col racconto”, e “povere di avvenimenti, ma in cambio quante notazioni sul variare del tempo, sulle qualità delle stagioni, sui gesti della natura”.
“L’infanzia di Ženja Ljuvers” fa la psicologia di un’adolescente, e in questo è una novità: mette in scena paure, ansie, sensi di colpa, infatuazioni, abbandoni. Di un’adolescente per la prima volta slegata dalla famiglia – come di fatto avveniva, ricorderà lo stesso Pasternak nell’“Autobiografia”: “Tutto ciò che i figli ricevevano dai genitori arrivava nel momento sbagliato, dal di fuori, ed essi sentivano che non era voluto da loro ma dovuto a cause estranee…”.  
“Il tratto di Apelle” è l’Italia come si figurava, vista da Heine, del classicismo – un’Italia che Pasternak conosceva poco, ma gli serviva per uscire dal romanticismo di gioventù - “Lettere da Tula”, 1918, spiegherà questo distacco, da tutto ciò che è o si vuole “artistico”, cioè autoreferente, snob, “decadente”. Nel racconto senza titolo, “Racconto”, la reviviscenza della vecchia Mosca nel dormiveglia di un soldato reduce da non si sa quale fronte nel 1918, se dei Rossi o dei Bianchi, e nella memoria e le attività della sorella che lo ospita, sempre più pragmatica, prima e ora, del fratello sognatore. Un testo lungo, frammentario e circostanziato, profuso in ogni lacerto, con alcune figure sbalzate con cura ma non interrelate – abbozzo di un romanzo? L’unico filo vede Serjoža, il reduce, istitutore a Mosca prima della guerra, che non sapendo come fare fa una proposta di matrimonio all’istitutrice di una delle case in cui ha lavorato, confondendola. Terminata l’esposizione dell’aggrovigliata dichiarazione decide di scrivere una storia, e per una quindicina di pagine vi si dedica, di fatto accumulando riflessioni sullo scrivere.
Molto è stato perdonato a Pasternàk in virtù del romanzo. Le prose sparse non sono memorabili, se non per il linguaggio bizzarro – studiato per esserlo, da poeta mestierante delle avanguardie. Una prosa dalle volute artificiose. Comune peraltro all’altro grande narratore russo del primo Novecento, Nabokov, anche lui autore in definitiva di un solo romanzo - narratore però più consistente, convinto.
Boris L. Pasternàk, L’infanzia di Ženja Ljuvers, Universale Einaudi, pp. XI + 208 pp.vv.

martedì 17 settembre 2024

Problemi di base amorevoli - 820

spock


Si ama anche non riamati - davvero?
 
È l’amore de loin?
 
È l’amore dolore?
 
Le confidenze fanno male all’amore?
 
E l’intimità?
 
Si cresce a letto o solo ci si spoglia?

spock@antiit.eu

La famiglia femmina

Uscendo di casa alle 7, anche alle 8, s’incontrano persone sole che portano a spasso il cane, pensose, solitamente uomini. Alle 11 invece esce dal bar, dopo il caffè\cappuccino?, una donna anziana, un po’ curva, che prende ad andare sul marciapiedi avanti e indietro, forse allarmata, forse stufa o nervosa. Seguita a minuti, meno, da una giovane con cagnetto al guinzaglio, docile. Seguita a sua volta da una bambina ricciuta che le saltella attorno. La giovane dice qualcosa alla bambina, sarà la baby-sitter. Poi una carrozzina si fa strada dal locale, guidata da una donna robusta, con un infante che guarda perplesso succhiandosi il dito – è una bimba, ha fiocchi e maglie rosa. 
La donna si volta mentre procede dando consigli o impartendo istruzioni. Viso triangolare, occhi indagatori3.0

0, sorriso arguto dominante: primadonna attrice, manager, direttrice, dà un ordine senza parlare alla processione. Che così ora si presenta: bisnonna, nonna, figlia, nipotini? La donna anziana va via col cagnetto docile, la primadonna si avvia col carrozzino e la neonata, la ragazza madre segue, con la figlia che le saltella attorno. Quattro generazioni in pochi metri in pochi anni, tutte donne.

Il piano delle musiciste ribelli

Vicario, pop e “pop barocco”, si diverte con Dade, rock alternativo, a far suonare, cantare e ballare ragtime, swing, be-bop le allieve dell’educandato musicale Sant’Ignazio a Venezia nel 1800, stanche di ripetere gli accordi stitici del vecchio maestro di cappella, al concerto per la visita a Venezia del papa Pio VII, cacciato da Roma dal perfido Napoleone. La servetta dell’educandato, detta la Muta per non avere facoltà di parola, ha l’orecchio assoluto – nella prima carrellata, forse la più ingegnosa, fa musica, ritmo e melodia, coi rumori del cortile sassoso e polveroso, dei bambini e delle lavandaie. E ha la chiave d’uso del piano, un mostro mandato dal fabbricante all’orfanotrofio, col quale preparerà insieme con le ragazze dell’istituto, a tempo sincopato, il concerto papale.
Una pochade divertente – anche se è stato presentato come un documento femminista, contro la discriminazione delle donne - a tempo di musica. Il gruppo risulterà promotore del pianoforte sulla scena musicale e si meriterà per questo la riconoscenza del costruttore. Le corti europee si contenderanno il nuovo gruppo musicale. Il vecchio prete e la vecchia scuola saranno sopraffatti.
Un racconto scanzonato e inconcludente, del genere grottesco, che come al solito è andato a Berlino, bene accolto, e in Italia è uno dei tanti. Menzionato giusto per la fama pregressa della neo-regista. Con un Nastro d’argento però alla colonna sonora. Con Paolo Rossi vecchio prete acido a cucire le tante trovate, e un Elio portiere bonario per i casi disperati – a volte di un uomo c’è bisogno.
Margherita Vicario, Gloria!, Sky Cinema, Now

lunedì 16 settembre 2024

L’Africa all’edicola

Il ragazzo nero davanti all’edicola, a ore e giorni alterni, quando capita, sta indolente, appoggiato al lampione, ascolta intento ai miniauricolari, e parla – avrà un minimicro all’occhiello. È immerso a lontano, nel suo mondo telefonico, non guarda e non ringrazia nemmeno, solo un gesto del capo, chi gli offre mezzo euro, dopo attenta ricerca, anche un euro – il quartiere è di borghesia progressista.
I primi Antonio li rimproverava – Antonio è un ex cooperante che ha molto a cuore gli immigrati (una famiglia l’ha anche adottata, nel senso che li invita la domenica a pranzo a casa, e paga per i libri e l’abbigliamento di uno dei figli a scuola). Ma è molti anni fa ormai. Antonio diceva: “Non ti vergogni, alla tua età?”, e “devi cercarti un lavoro, anche mal pagato”, le solite cose.
Il ragazzo non viene tutti i giorni, e non viene presto, quando più gente passa dall’edicola. Avrà di meglio altrove, o vorrà dormire. Viene alla mezza mattinata, quando dall’edicola passano i suoi benefattori, persone mediamente di mezza età che con piacere, si vede, lo ritrovano – l’alternanza dei giorni aiuterà anche ad accrescere il peso dell’elemosina, tra l’attesa e il ritrovamento.
Avendo conosciuto l’Africa prima di lui, lo si compiange vittima di decenni di malgoverni e ruberie – non vige purtroppo nella politica continentale la distinzione tra pubblico e privato, interesse (e denaro) pubblico e interesse privato. Ma lui non lo sa. Non ha nemmeno coscienza che sta chiedendo l’elemosina, la cosa non lo umilia. E questo abbatte, molto.
Lui è tranquillo, sconta la disattenzione e anche il rifiuto, non gliene frega - il suo poco sarà molto? farà il palo? è di una tribù di questuanti? È l’africanista che destabilizza, la delusione dell’illusione.

 

Secondi pensieri - 544

zeulig


Complotto - Il complotto è femmina per Francesco Bacone, il barone di Verulamio - la ribellione maschio: il popolo sospetta di tutto, la democrazia ateniese è una serie di complotti, democratica solo perché spesso sovvertita.
 
Filosofia tedesca - La filosofia tedesca è terminale: fine della metafisica, Kant, fine della storia, Hegel, fine della filosofia, Nietzsche, fine del linguaggio, Heidegger.
 
Marx dice: “Come i popoli antichi hanno vissuto la loro preistoria in immaginazione, nella mitologia, noi abbiamo, noi tedeschi, vissuto la nostra post-storia in pensiero nella filosofia. Noi siamo i contemporanei filosofici del presente, senza essere i suoi contemporanei storici”.
 
Logica – È pilatesca – all’origine del pilatismo filosofico. Se “nessuna proposizione diversa da una tautologia può essere mai qualcosa di più di un’ipotesi probabile”, Alfred Ayer.
 
La logica può essere illogica – per Bacone “più che alla ricerca della verità, serve a sistematizzare gli errori”.
 
Morte – “Che la morte esista lo sappiamo, basta accendere la televisione. Ma continua ad essere una questione, che la mente non riesce ad ammettere come naturale. È inspiegabile che qualcosa di vivo a un tratto non lo sia più”, Pedro Almodovar, “Sole 24 Ore Domenica”. “Credo”, aggiunge,” da parte mia, che questa fatica ad abituarmi alla fine delle cose sia una forma di immaturità”. Perché? Almodovar sbaglia su tre punti. Non ci si abitua alla morte, la morte è un fatto, “normalmente” si vive – la morte può sopravvenire in qualsiasi momento. Non si vive per la morte, Heidegger sbaglia - o va letto in altro modo. La vita è un’eccezione, nella non-esistenza, ma ha un prima e un dopo, è stata preparata da sostanze e procedimenti vari che “da sempre” la rendono possibile, e dura oltre la morte, sia pure solo nella forma del filo di bava o di umido del lombrico – nell’anagrafe, nel calendario storico della popolazione, nelle ere geologiche. La vita non è un’eccezione, e la morte lo stato normale: funziona al contrario, tutto germoglia – anche nelle glaciazioni.
 
Opinione Pubblica - Bacone la disprezza, spregia la Fama: la natura del popolo essendo “malvagia e triste, e propensa alle novità”, i turbolenti se ne giovano con “pettegolezzi, malignità, denigrazioni, ricatti”, per muovere alla “femminea invidia verso coloro che governano”.
 
Selfie (autofiction-autobio)– È diffusa la narrativa selfie, di ricordi, eventi, circostanze legate alla esperienza personale, alla propria vita e persona, degli autori. Al più in forma (lievemente) eterodiretta, dall’attualità, dal caso, dalla memoria incidentale. Come di cogitazioni in psicoterapia a volte, con quadro di riferimento metodologico (conoscitivo) noto o comunque registrato.  In cui l’autore fa da paziente, da analista e da narratore, una sorta di auto-analisi.   
 
Una letteratura si direbbe al femminile – seppure dizione improponibile, oggi perfino illegale. Aperta da Duras, esercitata al meglio, narrativamente, da Ernaux e Lucia Berlin. Su un solco, nel tardo Novecento, maschile: Carver in America e molti altri alcolisti, e ultimamente David Foster Wallace.  
 
È come se niente esistesse al di fuori di noi. O per dare consistenza a noi, che altrimenti non siamo. Ma è anche genere coltivato da spiriti forti, sant’Agostino per primo, Rousseau.
 
“Sarebbe molto piacevole per me dire quello che penso, e dare sollievo al signor Gustave Flaubert con delle frasi. Ma che importanza ha il suddetto signore?”, si chiedeva Flaubert – “L’uomo non è niente, l’opera d’arte è tutto”. Però, anche qui: senza l’artista?
 
Una narrazione prevaricatrice, sul soggetto, sull’autore? L’autore soggetto di sé medesimo non si resiste, inevitabilmente sbrodola. Quando passa attraverso la narrazione propria, di personaggi e azioni “autonome”, la costruzione del teatrino obbliga l’autore a una sorta di, ancorché irriflesso, autoesame. In termini psicoanalitici la narrazione si può dire un caso risolto, il selfie una seduta psicoanalitica - interminabile come suole-vuole essere la “cura” solipsistica.
Il genere nasce di fatto con Freud: il racconto di se stessi in analisi è ben romanzato – tale lo vuole anzi il terapeuta: un racconto, il racconto in prima persona, dal proprio punto di vista, per quanto inteso a rimuovere la rimozione, e tanto più fantastico o fantasioso (sogni, visioni, effetti a sorpresa) tanto meglio.
 
Società civile – Nozione diffusa negli anni 1990 da Eugenio Scalfari e il suo giornale “la Repubblica”
– il “ceto medio riflessivo” dello storico tardocomunista Paul Ginsborg - intesa a sdoganare per il costituendo Ulivo poi Partito Democratico la borghesia, distinguendone quella illuminata. Una sorta di società dei “belli-e-buoni” (la kalokagathia dei sofisti in Atene, degli intellettuali bravi politici e oratori), che quindi aveva tutti i diritti a voler governare la Repubblica. Nozione poi demolita, negli anni 2010, sempre in Italia, dal movimento di Grillo, populista fino alla volgarità, contro i benpensanti, specie che trovava soprattutto annidata nell’informazione.

 
Storia – La storia è contorta. La freccia della storia, come quella del progresso, è più spesso indecisa.
Ma la storia, come la stupidità, non vuol essere banale. E non vuole perdersi, lascia dei nodi.
 
Verità – La mia verità è la verità - non solo per  Marx o per Heidegger (si deve a Heidegger  “l’essenza dell’essere, la sua verità”).
La verità è conquistatrice.
 
Tutte le verità di Omero sono “dire la verità”, e anche alétheia, lo svelamento. Non c’era in Omero la legge immutabile astratta, né l’individuo che tutto sa. Ognuno si lasciava andare, si lasciava fare, ed era nel vero confidandosi. Si scopriva in quanto ci si scopriva.
La verità di Heidegger, prendendolo al suo stesso pensiero, è semplice: togliersi la maschera. E allora coraggio, Filosofo, parlaci di te, dì quello che sai. Ma egli non lo ha detto – lo ha lasciato dire. In realtà lo ha detto col silenzio, questo è stato il suo svelamento, il silenzio parla, eccome, nella lettura, nello sguardo: lui è uno che non ha perso la guerra.
Molte cose stanno bene in altri ambiti, la tradizione, la zappa, la vita agreste - anche Pasolini ne ha nostalgia e le rimpiange, con affettazione ma pazienza, sono state una sua gioventù. Ma verità è pure la forma della comunicazione. Quella di Goebbels, la verità del nazismo, sembra un mondo di cartapesta, la propaganda. Ma essa è anche un mondo reale, in quanto incontra il linguaggio di chi ascolta.
 
È soggettiva. Ma “In interiore hominis habitat veritas” di sant’Agostino è di un solipsismo assoluto, poiché la verità in interiore hominis è anche la realtà. Esclusiva, non ce n’è altra.

zeulig@antiit.eu

Il divismo è morto, il genere pure

Una trama esile, di una ragazza che che per caso finisce per convivere, con sua sorpresa e grande entusiasmo, con la cantante di cui è addict, poco presumendo di sé, della propria voce e della propria musica, e ne rimane esulcerata, se non disamorata. Di lei e della musica. Ma il racconto per immagini è diverso.
Non ci sono le belle musiche che uno si aspetterebbe – o se si sono (ci sono), non sembra. Né molta simpatia tra e per i personaggi. Che non sono però nemmeno distruttivi: non sono. Le immagini – il racconto subliminale – sono di un’androginia mancata, trattandosi di due persone-personaggi femminili, cioè dell’indifferenza sessuale o di genere: la ragazza prende i tratti e i modi mascolini del suo idolo – la cantante francese Lou Doillon, la figlia di Jane Birkin.
Una prima regia piena giustamente di ambizioni, ma ideologica, come di un programma di lavoro.  
Carolina Pavone, Quasi a casa

domenica 15 settembre 2024

Ombre - 737

Caratteri grandi e molte pagine su “Corriere della sera” (quattro) e “la Repubblica” (sette) al processo di Agrigento e Palermo a Salvini per gli immigrati. Un sobrio “Open Arms, chiesti sei anni per Salvini” sul “Sole 24 Ore”, e poche righe, nella sezione “Politica”, a p. 9. Non è una cosa seria?
 
Il processo di Agrigento-Palermo è in realtà del Procuratore della Repubblica Patronaggio, uomo di molti capelli e – pare – di molta fede, cattolica. Cioè democristiana, sotto il cappello dem. Si capisce allora che, come il cardinale Zuppi, non capisca di che si parla, quando si parla di immigrazione illegale - a parte il piccolo business dell’accoglienza, tutto o quasi gelosamente parrocchiale. Ora lamenta su “Avvenire” le condizioni delle carceri. Ma non dice, o non sa, che un terzo dei carcerati è di immigrazione coatta, giovani mandati allo sbaraglio.
 
“Promuovevano viaggi illegali per migranti. Chiuse mille pagine social”. Di trafficanti in Libia e in Egitto. E in Nigeria e Senegal, dove i trafficanti hanno uffici su strada? Attivi sicuramente da dieci anni, sono stati fotografati, ma probabilmente già da venti e trent’anni.
Per emigrare si muore, in massa – e si riempiono le carceri, in Italia e altrove. Ma c’è una sciatteria incredibile attorno all’immigrazione.
 
Unicredit solleva il governo tedesco, il Tesoro, dall’immobilizzo per il salvataggio di Commerzbank (un salvataggio tipo Monte dei Paschi), rilevandone una larga quota, e il capo del governo Scholz, in fase nazionalista dopo le sberle subite dall’estrema destra nelle ultime elezioni regionali, come Checco Zalone cade dalle nubi. Tutto il mondo è Paese, si può dire, ma è lo stato dell’Europa, confuso.
 
Sembra singolare la prudenza in Inghilterra nella causa contro il Manchester City, la squadra di calcio, per reati finanziari: anni di indagini, imputazioni gravi, processo discreto, in residenza segreta. A fronte della giustizia sportiva in Italia dell’avvocato Chiné, che si esercita al rullo dei tamburi, sempre contro un solo club – si è opinato anche che l’avvocato sappia leggere solo quel nome. E di due Procure della Repubblica, Torino e Milano, sempre contro lo stesso e solo club, a opera di Procuratori tifosi della squadra avversa - Inter vs Juventus. Il calcio è poco serio, ma la giustizia in Italia sarebbe da Cayenna: un ludibrio, una pernacchia alla legge.

“FdI in aula (al Campidoglio, n.d.r.): «No alla nuova Ztl». Il Pd: «Solita pagliacciata»”, e giù sul “Corriere della sera-Roma” un colonnino con gli insulti di tre o quattro consiglieri comunali del Pd contro i manifestanti FdI. Ma: c’è a Roma, o ci sarà, una nuova Ztl? Boh!
Il giorno dopo un vasto articolo elabora l’epica opposizione della maggioranza Pd ai contestatori “fascisti” sulla questione “nuova Ztl”. Di cui però non si dice nulla. Informazione?
 
Boccia non è poi andata a “Cartabianca”, benché già negli studi Mediaset al Palatino, truccata e pettinata, perché Bianca Berlinguer non ha voluto o potuto concordare prima le domande. Poco male. Ma questo significa che Telese e Acerbi su “La 7” le avevano concordate. Cos’altro farebbe l’editore Cairo – i due giornalisti sono suppellettili - per un 10 per cento di share?
 
Le precisazioni-amplificazioni del giorno dopo di Berlinguer e di Mediaset sulla mancata intervista a Boccia fanno capire quanto pregiato è lo scandalo in tv – altro record di Berlinguer, per non vedere Boccia, al 7,5 per cento di share. Nessun Nobel, nessun Sinner, nessuna primadonna, forse anche nessuna guerra avrebbe mobilitato tanti illustri volti e manager del video e della gestione.
 
La guerra in Ucraina ristagna e tornano le eroine in tuta mimetica fabbricate a Madison Avenue. Modelle accattivanti, bionde nel caso, dovendo esibire nomi ucraini, riviste di tutto punto da parrucchieri e visagistes – se c’è una benda da esibire, in luogo che non deturpi. Niente grassi, niente fumi, niente fanghi, niente piaghe. Le “notizie di guerra” non sono dopo tutto sorprendenti, i cliché sono pochi.
 
S’illustra a Torino Elly Schlein, in sneaker rigorosamente bianche, con due embonpoint maschi di mezza età, lo zainetto rigorosamente ai piedi, a una festa Fiom (una festa dell’Unità?), attorno a un tavolino tondo in plexiglass, con centro tavola verde e Amaro Partigiano, che i tre sorseggiano, tristemente. Amaro Partigiano non sembra una buona etichetta, ottimistica. Ma, certo, vita dura per i politici dem. Si respira anche freddo – che però, se faceva ancora caldo a Torino, si può dire una benedizione (porterà al risveglio?).
 
Moltiplicati ad agosto, su e giù per l’Italia, continuano in città sabato e domenica i no dei bancomat a utenti non graditi. Di Intesa i più sprezzanti, delle Poste, delle Popolari (ex) bianche, Sondrio in testa. Perché non si sa – la banca dà ragioni confuse, circuiti V-pay, Maestro (c’è ancora Maestro?), etc. La banca ha le sue ragioni, che la ragione non conosce.
 
Nel quartiere nel week-end solo il bancomat Unicredit funziona per tutti. C’è una divisione tra banche (ex) “bianche” e le altre? Curioso.
Ma c’era più democristiano un quarto di secolo fa della decina di banche di Unicredito, alla confluenza col laico Credito Italiano? E Unicredit di quartiere non è la vecchia democristianissima Cassa di Risparmio di Roma, sportello unico, flagello dei residenti - dei commercianti e di ogni altra vittima obbligata?  

Le confidenze fanno male all’amore

Un amore unico, tra il professore amico e la studentessa geniale, svogliata ma ora matematica all’Mit di Boston, trasformato in cappio minaccioso per via di uno scherzo tra amanti supererogatori: confidarsi reciprocamente un segreto – lei si divertirà a ricattare lui, il solo e sempre vivo amore della sua vita, anche in tarda età.
I due amanti, benché ora a distanza, di tempo e di luogo, rinnoveranno il patto-capestro periodicamente, infliggendosi nuovi acuminati dubbi. È l’amore dolore?
Un soggetto squisito, molto stile Antonioni, della vita imprevedibile e quindi del vago, della sofferenza nell’indeterminatezza. Che invece Lucchetti, regista al meglio di narrazioni più che di sensazioni (il suo meglio resta “Il portaborse”, l’esordio), trasforma in una sorta di commedia all’italiana. Piena di tristezza, si ride poco, e comunque col magone, ma anche di incongruenze. Per oltre due ore - insomma, fuori misura. Si inizia con un progetto di suicidio, e un paio di fantocci s’intravedono qui e là volare, ma non si sa se per suicidio oppure per omicidio.
Daniele Lucchetti, Confidenza, Sky Cinema, Now