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martedì 11 agosto 2026

Pavese mitico - il mito è un festa

“Nessun bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro fatto che nessun bambino sa nulla del «paradiso infantile» in cui a suo tempo l’uomo adulto si accorgerà di essere vissuto”, p. 20. O: “Il concepire mitico dell’infanzia è un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le succesive rivelazioni delle cose.Così ognuno di noi possiede una mitologia personale (fievole, eco di quell’altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita”. Un “temps retrouvé”, a cui “non mamca del mito genuino nemmeno la ripetibilità”.
Una raccolta di scritti in parte (quattro) già pubblicati in “Feria d’agosto”, in parte erratici, su pubblicazini di diversissimo orientamento e spessore culturale, e un paio inediti in vita, sulle sopravvivenze del mito, nell’interesse e nell’opera di Pavese. La riflessione del titolo, del 1948, fu pubblicata su “l’Unità”, il giornale del partito Comunista.
Tre di questi scritti sono del periodo peggiore della guerra, l’inverno 1943-44, e sono stati pubblicati subito dopo, nel 1946, tanto Pavese ci teneva.In un tenpo cioè d’impegno politico assorbente, che lui però non sentiva, per formazione o costituzione, tanto più dopo il confino a Bancaleone, remoto paese sulla costa basso jonica  in Calabria, il punto più lontano da Torino, dopo una pausa a Regina Coeli, che lo aveva spaventato. Dove però aveva anche scoperto, nella sua  fantasia vissuto dal vivo, l’incantamento mitico dell’antica Grecia. Una passione che inizialmente fu per darsi uno scopo nella pena, ma poi vissuta, si può dire, come una sorta di palingenesi, di vita vissuta altra da quella condotta fino ad allora - un  traduttore, un po’ invischiato nella politica anti-regime, ma a malincuore, soprattutto sfortunato con le donne. Mentre tra le rocce e le agavi di Brancaleone, e col mare davanti, dapprima insopportabile per un terragno quale era, poi compagno di lunghe passeggiate avanti e indietro lungo la riva, e di rimuginazioni.
Non del mito colto, da cultore della materia, da studioso, qui si tratta. Del mito vissuto. “La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade nel concepire mitico”. La poesia “ricalca le forme del mito e del simbolo, sperando che in esse torni a battere magicamente il cuore. Ma dimentica che essa sa d’inventare, e che il mito invece vive di fede”.
Un lavoro di scavo e di studio, di applicazione, dopo la scoperta del mito “vivente”, non remoto o trito attributo dell’invenzione Magna Grecia. Ma anche di ispirazione, nuova, persoale, entusiasta, come di ogni scoperta.
Il mito accoppiando al selvatico, sia pure sotto forma di simbolo. Al “selvatico vero”. Nulla da spartire col “Selvaggio” del vinaio Bencini e Mino Maccari, lo “Strapaese” di Longanesi. Ma sì di simbolico, di “selvatico vero”. Che dobbiamo accettare, per quanto fardello: “Dobbiamo accettare i simboli – il mistero di ognuno – con la pacata convinzione come si accettano le cose naturali. La città ci dà simboli come la campagna ci dà frutti”. Qui la considerazione  è legata alla ennesima anamnesi della donna, “il” mistero di Pavese, per simboli – “tendiamo a parlare di una donna per simboli”. Ma si può leggere in astratto, fuori dalla psicosi,
Una full immersion nelle dimensioni mitiche che Pavese  cerca di articolare razionalmente, spiegandola, illustrandola. Prose iconiche, non solo perché apodittiche come di ogni scoperta, ma vissute e viventi, in forma d’immaginazione – e di consolazione, “il mito è una festa!”.
Senza illusioni sull’impatto del mito nella narrazione, nel suo “mestiere” di narratore: “Un’amabile provincia di narratori…. applicano senza troppo crederci modi simbolici del passato – la magia, l’arbitrio, il divino. Solitamente ironizza (Cabell), qualche volta si atteggiano (Powys, Yeats, Lisi), rarissimi fanno poesia (Kafka)”.
Notevolissima la rilettura di Vico, nel quart’ultimo saggio della raccolta, “Il Mito”, del 1950 - di qualche giorno prima della morte.
L’ultimo scritto della raccolta, “L’arte di maturare”, che sarà pubblicato postumo, fa colpa alla “puerale e storicistica arte romantica” di non maturare, di coltivare anzi una sorta di pubere incoscienza - “manca il senso e il gusto della maturità”. Il mito può essere anche un Ersatz - un succedaneo, una divagazione.   

Cesare Pavese, Raccontare è come ballare, Wudz, pp. 118 € 14

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