“Nessun
bambino ha coscienza di vivere in un mondo mitico. Ciò s’accompagna all’altro
fatto che nessun bambino sa nulla del «paradiso infantile» in cui a suo tempo
l’uomo adulto si accorgerà di essere vissuto”, p. 20. O: “Il concepire mitico
dell’infanzia è un sollevare alla sfera di eventi unici e assoluti le succesive
rivelazioni delle cose.Così ognuno di noi possiede una mitologia personale
(fievole, eco di quell’altra) che dà valore, un valore assoluto, al suo mondo
più remoto, e gli riveste povere cose del passato con un ambiguo e seducente
lucore dove pare, come in un simbolo, riassumersi il senso di tutta la vita”.
Un “temps retrouvé”, a cui “non mamca
del mito genuino nemmeno la ripetibilità”.
Una
raccolta di scritti in parte (quattro) già pubblicati in “Feria d’agosto”, in
parte erratici, su pubblicazini di diversissimo orientamento e spessore
culturale, e un paio inediti in vita, sulle sopravvivenze del mito, nell’interesse
e nell’opera di Pavese. La riflessione del titolo, del 1948, fu pubblicata su
“l’Unità”, il giornale del partito Comunista.
Tre
di questi scritti sono del periodo peggiore della guerra, l’inverno 1943-44, e sono
stati pubblicati subito dopo, nel 1946, tanto Pavese ci teneva.In un tenpo cioè
d’impegno politico assorbente, che lui però non sentiva, per formazione o
costituzione, tanto più dopo il confino a Bancaleone, remoto paese sulla costa
basso jonica in Calabria, il punto più
lontano da Torino, dopo una pausa a Regina Coeli, che lo aveva spaventato.
Dove però aveva anche scoperto, nella sua
fantasia vissuto dal vivo, l’incantamento mitico dell’antica Grecia. Una
passione che inizialmente fu per darsi uno scopo nella pena, ma poi vissuta, si
può dire, come una sorta di palingenesi, di vita vissuta altra da quella
condotta fino ad allora - un traduttore, un
po’ invischiato nella politica anti-regime, ma a malincuore, soprattutto
sfortunato con le donne. Mentre tra le rocce e le agavi di Brancaleone, e col
mare davanti, dapprima insopportabile per un terragno quale era, poi compagno
di lunghe passeggiate avanti e indietro lungo la riva, e di rimuginazioni.
Non
del mito colto, da cultore della materia, da studioso, qui si tratta. Del mito
vissuto. “La poesia è altra cosa. In essa si sa d’inventare, ciò che non accade
nel concepire mitico”. La poesia “ricalca le forme del mito e del simbolo,
sperando che in esse torni a battere magicamente il cuore. Ma dimentica che
essa sa d’inventare, e che il mito invece vive di fede”.
Un
lavoro di scavo e di studio, di applicazione, dopo la scoperta del mito “vivente”,
non remoto o trito attributo dell’invenzione Magna Grecia. Ma anche di ispirazione,
nuova, persoale, entusiasta, come di ogni scoperta.
Il
mito accoppiando al selvatico, sia pure sotto forma di simbolo. Al “selvatico
vero”. Nulla da spartire col “Selvaggio” del vinaio Bencini e Mino Maccari, lo “Strapaese”
di Longanesi. Ma sì di simbolico, di “selvatico vero”. Che dobbiamo accettare,
per quanto fardello: “Dobbiamo accettare i simboli – il mistero di ognuno – con
la pacata convinzione come si accettano le cose naturali. La città ci dà simboli
come la campagna ci dà frutti”. Qui la considerazione è legata alla ennesima anamnesi della donna,
“il” mistero di Pavese, per simboli – “tendiamo a parlare di una donna per simboli”.
Ma si può leggere in astratto, fuori dalla psicosi,
Una
full immersion nelle dimensioni
mitiche che Pavese cerca di articolare razionalmente,
spiegandola, illustrandola. Prose iconiche, non solo perché apodittiche come di
ogni scoperta, ma vissute e viventi, in forma d’immaginazione – e di
consolazione, “il mito è una festa!”.
Senza
illusioni sull’impatto del mito nella narrazione, nel suo “mestiere” di narratore:
“Un’amabile provincia di narratori…. applicano senza troppo crederci modi
simbolici del passato – la magia, l’arbitrio, il divino. Solitamente ironizza
(Cabell), qualche volta si atteggiano (Powys, Yeats, Lisi), rarissimi fanno poesia
(Kafka)”.
Notevolissima
la rilettura di Vico, nel quart’ultimo saggio della raccolta, “Il Mito”, del
1950 - di qualche giorno prima della morte.
L’ultimo
scritto della raccolta, “L’arte di maturare”, che sarà pubblicato postumo, fa colpa
alla “puerale e storicistica arte romantica” di non maturare, di coltivare anzi
una sorta di pubere incoscienza - “manca il senso e il gusto della maturità”.
Il mito può essere anche un Ersatz - un succedaneo, una divagazione.
Cesare Pavese, Raccontare è come ballare, Wudz, pp. 118 € 14

Nessun commento:
Posta un commento