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Se l’immigrato è uno spagnolo emigrato
La Spagna ha sempre
avuto il record in Europa di immigrati residenti in rapporto alla popolazione:
erano al12 per cento dei residenti censiti nel 2010. Quando l’accoglientissima –
e ricercatissima – Germania era solo al 7, 9 per cento (e l’Italia, con la Gran
Bretagna, altro Paese accoglientissimo, per via del Commonwealth, al 7 – e la “razzista”
e “disperata” Francia al 6).
Oggi i numeri
sono e non sono cambiati. Nel senso che la Spagna ha sempre 5 milioni e mezzo
di residenti stranieri (conl’Italia e la Francia poco sotto, a 5,2 milioni), la
metà della Germania (coi governi Merkel è arrivata a 10,6 milioni). Ma con una politica
attiva dell’immigrazione. Selettiva.
Proteggendosi da
quella poco utile, africana e mediorientale, privilegiando quella sudamericana.
Con una politica di porte aperte ai latino-americani, che arrivano non con l’assalto
alla frontiera ma con visto e passaporto, già formati, già parlanti.
Inoltre, la
Spagna da lungo tempo teorizza l’immigrazione come la valvola principale per battere la denatalità – di cui da tempo ha
afferrato le negatività. Al punto da naturalizzare, a gennaio, chiunque lo
chiedesse, purché fosse in Spagna da cinque mesi. A opera di un un governo pencolante,
senza maggioranza da tempo, in Parlamento e nei sondaggi, e sotto attacco dei
giudici. E ora, senza senso del ridicolo, vuole convincerci di essere sotto attacco
da parte del Marocco. Sì, del pacifico Marocco. Un complotto completo con Trump
dietro le quinte, al comando dei Maga. E con Israele – perché no?
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