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lunedì 10 agosto 2026

Se l’immigrato è uno spagnolo emigrato

La Spagna ha sempre avuto il record in Europa di immigrati residenti in rapporto alla popolazione: erano al12 per cento dei residenti censiti nel 2010. Quando l’accoglientissima – e ricercatissima – Germania era solo al 7, 9 per cento (e l’Italia, con la Gran Bretagna, altro Paese accoglientissimo, per via del Commonwealth, al 7 – e la “razzista” e “disperata” Francia al 6).
Oggi i numeri sono e non sono cambiati. Nel senso che la Spagna ha sempre 5 milioni e mezzo di residenti stranieri (conl’Italia e la Francia poco sotto, a 5,2 milioni), la metà della Germania (coi governi Merkel è arrivata a 10,6 milioni). Ma con una politica attiva dell’immigrazione. Selettiva.
Proteggendosi da quella poco utile, africana e mediorientale, privilegiando quella sudamericana. Con una politica di porte aperte ai latino-americani, che arrivano non con l’assalto alla frontiera ma con visto e passaporto, già formati, già parlanti.
Inoltre, la Spagna da lungo tempo teorizza l’immigrazione come la valvola principale  per battere la denatalità – di cui da tempo ha afferrato le negatività. Al punto da naturalizzare, a gennaio, chiunque lo chiedesse, purché fosse in Spagna da cinque mesi. A opera di un un governo pencolante, senza maggioranza da tempo, in Parlamento e nei sondaggi, e sotto attacco dei giudici. E ora, senza senso del ridicolo, vuole convincerci di essere sotto attacco da parte del Marocco. Sì, del pacifico Marocco. Un complotto completo con Trump dietro le quinte, al comando dei Maga. E con Israele – perché no?  
 

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