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giovedì 5 dicembre 2024

Spoon River di Sicilia

“Sicilia, un niente che pretende di essere qualcosa”. E “la sicilianità altro non è che la presunzione di credersi unici o, nella versione di Sciascia, la metafora del mondo” – “esiste un frammento di mondo che non sia metafora dell’intero mondo?”. Tanto vale dirlo subito, con la conclusione, il succo della riflessione.
Una conclusione folgorante come l’attacco. Con Giufà, il personaggio eponimo della letteratura popolare burlesca – sciocco\saggio suo malgrado in Sicilia, l’isola privilegia il paradosso (l’autore scuserà, ma lui stesso è molto siciliano). Giufà, vedendo la luna riflessa nel pozzo, pensa ci sia caduta e si premura di salvarla – congratulandosi poi con sé quando, alzando la testa, la vede in cielo.
Un porcile con inspiegabili gioielli”, è un’altra conclusione: “È l’immagine che i non Siciliani e molti Siciliani hanno della Sicilia. Ricostruirne la storia era uno degli scopi di questo libro”. La storia dell’immagine, naturalmente, non della Sicilia. Contrapponendo ad essa “la Sicilia vissuta e raccontata da Vittorini – una Sicilia popolata da Gran Lombardi”, da siciliani fattivi e dedicati.
Ma ci si ariva per un un affascinante autoritratto della Sicilia. Una sorta di autoscatto: un’istantanea ricca di umori, ricchissima – anche se, bisogna dire, l’attacco non è felice: il “filosofo Giufà” di Lo Piparo, che ne fa l’emblema della sicilianità, è quello della luna nel pozzo, e quell’aneddoto di Giufà è attestato essere arabo e non siciliano, nella bibbia della materia, “Le storie di Giufà” della fine arabista Francesca Maria Corrao.
Il sottotitolo è “Psicoanalisi di un’identità”. In poche pagine una folta serie di problemi e di anamnesi circostanziate. Con abbondanti esumazioni linguistiche a conforto. Specie del Trecento. E poi del Cinque e Settecento.
Perché la Sicilia non sarebbe Italia? Il siculo fu il primissimo italiano letterario. Per Dante la cosa è scontata, risaputa. Nel “De vulgari eloquentia” e nella “Commedia”. Una prima edizione dell’italiano, poi adottato nella vocalizzazione, se non la fonetica, toscana. Il passaggio dal siculo al toscano fu sancito autorevolmente dal veneto Bembo - che fu in Sicilia, si può aggiungere, a Messina, prima che a Firenze. E da allora incontestato. Se non da un Claudio Maria Arezzo (il letterato siracusano-messinese che fu per alcuni anni lo storiografo al seguito di Carlo V), che confuta Bembo. Ma con un intervento, per così dire, in difesa: che non s di dica che la Sicilia è Africa – “mandar fora Sicilia di Italia e dil parlar thoscano”. Machiavelli, aggiunge Lo Piparo subito dopo, lo aveva già scritto, anche se nessuno lo sapeva (questa cosa, se è sua, è stata pubblicata postuma): una sorta di Feltri del Cinquecento, “non aveva dubbi: la Sicilia non è italiana” - “Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua”). Contro un Bembo peraltro che in effetti ribalta Dante cialtronescamente: fra provenzale e siculo, il toscano è provenzale. Dante, nel “De vulgari eloquentia”, riporta il toscano al siculo come un dato di fatto, dandolo per scontato in mezza riga, e per una ragione semplice: “Perché sede del trono legale era la Sicilia, e pertanto tutto quanto i nostri predecessori hanno prootto in volgare si chiama siciliano”.
Una riflessione polemica, ma piena di chicche. Emizionante la lettura in parallelo tra Vittorini e Tomasi di Lampedusa, tra “Conversazione in Sicilia” e “Gattopardo”, sulle figure femninili, la condizone, i ruoli. Curiosa, e sottovalutata, la chiosa che il siculoitaliano è stato per tre secoli, da metà Seicento, la lingua dei sinodi, e delle attività in chiesa, catechismo e predicazione, e probabilmente confessione, “fino agli anni a ridosso dell’Unità”, quindi per due secoli. O di Gramsci – di cui Lo Piparo è studioso – che di Pirandello, dopo aver visto “Liolà” a Torino, fa l’erede dei riti dionisiaci dell’antica Grecia. O di Marx che sdottora di “Sicily and the Sicilians” in una delle tante corrispondenze ai giornali americani con cui si manteneva, qui alla “New York Daily Tribune”, 17 maggio 18690.
Contro il sicilianismo, la diversità. “I pupi siciliani nascono in lingua italiana”, e prosperano. Ilscialisnmo, siciitudine comoersa, è sterile. Uno Statuto autonomo della Regione Siciliana, e solo della Sicilia, è stata varato in fretta dalla Luogotenenza del Regno il 15 maggio del 1946, ed è stato poi recepito dalla Costituzione, a nessun effetto.
L’approccio è disincantato: la Sicilia è un “fantasma che diventa realtà”. O non è il contrario? “Il mito della Sicilia culturalmente isolata è stato prodotto e diffuso da pensatori e scrittori le cui esistenze smentiscono il mito”. Goethe, alla radice moderna dell’equivoco, col suo “senza la Sicilia non ci si può formare nessuna idea dell’Italia – è qui la chiave di tutto”, va riletto in originale: “Senza la Sicilia l’Italia non lascia nessuna immagine nell’anima”. Non c’è Italia senza la Sicilia sta per dire che nell’isola si assommano bellezza (natura), cultura, cucina – subito dopo la conclusione Goethe parla di clima, paesaggi, gastronomia, arte. Senza strafare – ha appena detto severo delle stavaganze del principe di Palagonia a Bagheria “un niente che pretende di essere qualcosa”.
Insomma, Goethe non c’entra. E il fatto è, può dire in esergo il linguista Lo Piparo con Isidoro di Siviglia, il primo linguista della storia: “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”.

L’Accademia Poetica Letteraria di Pura Lingua Siciliana di fine Settecento, i cui statuti sarebbero stati redatti dall’abate Meli, ragiona in italiano, e si dedica in siciliano a un poema del ficodindia – che non redige. Meli, il poeta dialettale per eccellenza, in prosa scrive in italiano – di lui Capuana ha potuto scrivere: ”Bisognerebbe tradurre il Meli in siciliano” (era peraltro uno scienziato, docente di chimica per trent’anni, sempre aggiornato in materia, tra i primi ad aderire alle tesi innovative di Lavoisier).
Un inno, alla fine, l’ennesimo, all’isola, anche se da prefica severa. Nell’intelligenza dell’idea e nella resa narrativa. Severo con Sciascia, in tema di “sicilianità”, l’autore è a sua volta paradossale ma veritiero, a fronte delle montagne di vulgate che seppelliscono la Sicilia. Anche per la frequentazione, vuole che si sappia, dello storico Giarrizzo, personalità poco corriva - lo storico, socialista, del Settecento, della Massoneria, del Meridionalismo, dello stesso Statuto eccezionale, luogotenenziale, del 1946.
L’idea-programma è dichiarata, è la “psicoanalisi di una identità”, e “l’origine continentale della Sicilia moderna”. L’origine linguistica, prima ancora che storica – Lo Piparo è linguista, prima ancora che ottantenne saggio. Forse con una evidenza trascurata: i Normanni chiamati e protetti dal papa pe latinizzare la cristianità del Sud, di rito ancora persistentemente greco-bizantino, malgrado la scomparsa dell’impero. Dopo la debolezza manifestata dai primi riconquistatori, i longobardi. Fatto più evidente forse in Puglia e in Calabria - dove i Normanni ristagnarono per un secolo, guardando la Sicilia che non gli riusciva di abbordare, da terragni, non più gente di mare.
Franco Lo Piparo, Sicilia isola continentale, Sellerio, pp. 336 € 16

mercoledì 4 dicembre 2024

Secondi pensieri - 549

zeulig


Democrazia – La deriva populista ne ha messo in crisi i fondamenti “scientifici”: etimologici, storici, giuridici perfino. Il governo del popolo. Il governo dele maggioranze.
Su questo fondamento bruto (semplicistico) molto lavoro di affinamento è stato fatto, certo. Di “fondamenti” costituzionali, cheks-and-balance, diritti politici, e civili, e umani, inestinguibili. Il populismo, invasivo e invadente, e perfettamente democratico, anzi “più” democratico, in quanto montante contro i venti e le maree degli ottimati, dell’opinione pubblica dominante, della democrazia established, piena di se stessa e delle sue buone ragioni.   
Oppure resta – ritorna – il fatto base: che le masse, che la democrazia è nata per liberare e salvaguardare, non sono democratiche. Perché oltre la legge del numero non sanno andare. Perché agiscono per “movimenti”, flussi sotterranei, istintivi, superficiali, in tutto quello che si vuole, rozzi e anche indifferenti, entro limiti, alle “regole”- libertà di opinione, di organizzazione, rispetto degli avversari, parità delle minoranze, etc. Tema vieto, ma è il problema delle democrazie  latinoamericame, pure vecchie di due secoli, africane, asiatiche – con la sola eccezione del Giappone, e forse della Corea del Sud. Come è democratico il regime castrista a Cuba, oppure Maduro in Venezuela? Come lo sono le presidenze argentine e brasiliane, sempre alle armi. O in Egitto, altro apese di antica costituzione, dal generale Naguib al generale Al Sisi. O i “regimi” indo-pakistani pur in alternanza con regimi elettivi. O come l’en plein, reiterato, di Berlusconi in Sicilia.
Le masse beneficiano, per così dire, di una letteratura sterminata. Che ha l’intento di esorcizzarle. Non di democratizzarle. Perché allora bisognerebbe interrogarsi sul suffragio universale, sui diritti politici, e l’uno vale uno del politologo comico Grillo. Col problema connesso, per esempio, del suffragio femminile, che ha portato ai regimi islamici, e li sostiene quando sono sfidati, in Iran, in Pakistan, nella stessa Turchia.
 
La democrazia è semplice, è quella che Bobbio dice “minima”, e cioè “un insieme di regole di procedura per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati” (Il futuro della democrazia”, p. XXIV). E se il cavallo non beve? Di chi la colpa, e come rimediarvi?
Bobbio opina che un equivoco pesa sulla democrazia come su ogni forma politica: che l’uomo è un animale politico. Sottintendendo probabilmente che l’uomo è un animale politico nel senso del “meglio”, del bene ideale, a di là e anche contro i suoi inter essi. La democrazia “minima” propone dopo avere enunciato l’equivoco (ib.): “La mancata crescita dell’educazione alla cittadinanza… si può considerare come l’effetto di una illusione derivata da una concezione eccessivamente benevola dell’uomo come animale politico”. Perché “l’uomo persegue il proprio interesse, tanto nel mercato economico quanto in quello politico”. Può essere vero. Le assemblee ecclesiastiche, nelle quali si è formata e corroborata la procedura democratica del voto, dell’uno vale uno, sono sempre partecipate, gli ecclesiastici sono per il ruolo, sacramentale prima ancora che gerarchico, politicizzati. Ma non sono “educati alla cittadinanza” gli inglesi e gli americani, che votano da alcuni secoli? O i francesi, che fecero la prima rivoluzione popolare e di massa, per l’uguaglianza, due secoli e mezzo fa? E perché il populismo non sarebbe democratico? È perfino costituzionale, anzi strettamente costituzionale, radicalmente, sui fondamenti prima ancora che sugli articoli e i commi.
 
Memoria – Si dilata (estende, approfondisce, irrobustisce) con il digitale, la memoria di dati sterminata di recezione immediata, oppure si comprime?
 
Opinione pubblica - C’è un nesso fra la scarsa propensione al voto, meno del 50 per cento, nelle democrazie “occidentali”, cioè nelle democrazie, e la mancata lettura o il rifiuto dei giornali? Che dal loro canto fanno di tutto per evitare di formare (informare) l’opinione pubblica, recependo e spiegando gli eventi – se non per la parte meno politica, e\o, in qualche modo, anche minimo, pruriginosa (dossier prevalentemente, e “scandali”). Ci sono altri strumenti per formare l’opinione pubblica, il nesso tra avvenimenti pubblici e cognizioni o forme di giudizio private, personali, che sta alla radice del voto – alla comprensione, alla scelta, e quindi al voto? Della democrazia il fondamento è il voto di base, il più possibile libero – cioè formato, ma liberamente, per propensioni, ascendenze, ambiente, ideologie, partito preso, etc..
 
Storia - È nei volti. Si tratta di vederli – leggerli. E. Jünger ne fa la constatazione in Sardegna, guardando passanti e conoscenti. Il doganiere giovane con cui condivide il tavolo alla pensione è “il tipo spagnolo”. Gli altri commensali “hanno sangue moro. Le fisionomie sono olivastre, hanno un’aria interrogativa cupa, oppure brune, sveglie, di una mobilità da lucertola, hanno talvolta anche un taglio netto e nobile”. E dove sono le “impronte fenicie”?, si chiede. “Ci sono sicuramente qui dei fili mescolati al tessuto, e che ci serpeggiano, indiscernibili, anche allo sguardo più affinato. Tanto più che contatti ripetuti si sono prodotti, ancorché separati da lunghe interruzioni: all’inizio ai primi sbarchi di questo strano popolo di commercianti, poi nell’espansionismo cartaginese, infine con l’intermediazione degli arabi, che hanno apportato un nuovo schizzo di vecchio sangue semitico. Non rimane più allora che il motivo, com’è di una melodia spesso ripetuta, e poi dimenticata”.
 
È nei luoghi – sempre Jünger in Sardegna (“Presso la torre saracena” – ora in “Terra sarda” e in “Il contemplatore solitario”). “Storia e preistoria di un’isola come questa si lasciano comprendere per altre vie oltre che per gli studi. Sui suoi monti, nelle scogliere, e nella pace soleggiata, fatta per le lucertole, nelle sue valli, deve ancora sonnecchiare fra gli atomi, nell’intemporale, che nel corso dei tempi si è annodato in disegni di tappezzeria. Devono potersi leggere nel vento e nelle onde, sui visi delle persone e nelle loro melodie, nel modo in cui la sera il fumo dei focolari s’increspa sopra le loro dimore”.
“I tempi passati sono vicinissimi, e che lo siano sempre di più è uno dei doni inattesi, una delle scoperte corroboranti del nostro presente. L’antico e il nuovo sono due qualità, due prospettive umane; l’antico è senza posa presente e il nuovo è sempre stato là”.
 
Il tempo è cambiato, la percezione del tempo. E con essa la storia. Sempre Jünger, ib.: “La maniera sottile e miracolosa con cui noi oggi sappiamo aprirci l’accesso del più lontano passato proviene dalla metamorfosi della nostra percezione del tempo. L’antico e il nuovo sono due qualità, due prospettive umane. Lo sguardo storico vi acquisisce una potenza di concentrazione, di evocazione magica, si fonde con quello del poeta. Questa combinazione dell’umanità più lontana tirata fuori dalle sue ombre, è uno dei nostri spettacoli grandiosi. Che sono, in tutto questo, i ritrovamenti degli scavi e dei documenti? Perché cominciano a parlarci oggi, mentre sono sempre esistiti? Hanno per lo spirito la funzione di talismani, ed è impressionante vedere quando vengono sfiorati, come la lampada di Aladino, che cosa viene fuori dalle arcate dei millenni”.


zeulig@antiit.eu 

Pavese e il mito

Un ritratto di Cesare Pavese, poeta, narratore, traduttore eminentissimo e fertilissimo, manager editoriale (della “vera” Einaudi, quella che fece testo per un paio di decenni), nei suoi luoghi. Riportati in vita con moltissimo materiale di repertorio, degli anni 1930 e 1940, soprattutto a Torino, e nelle Langhe, fino al romano Hotel de la Ville per il premio Strega 1950. Con le persone  che hanno contato per Pavese o ne hanno tenuto e ne tengono in vita la memoria. Con vecchie testimonianze di contemporanei, amici o per qualche verso beneficati – Ferrarotti, Raf Vallone, Fernanda Pivano (ancora lusingatissima e meravigliata dell’attenzione critica che da Pavese ricevette da giovane, come traduttrice dall’americano, e sprezzante contro tutti i pettegolezzi). Con l’esumazione anche di Bianca Garufi, collega alla Einaudi, figura mitica del soggiorno romano di Pavese, per la quale e con la quale scrisse in pochi giorni nel 1947 i “Dialoghi con Leucò”. E il commento qua e là, sintetco e affilato, all’opera letteraria di Pavese di Gabriele Pedullà - un romano che cura molto gli scrittori piemontesi, Fenoglio prima di Pavese. Claudia Durastanti ne magnifica le traduzioni.
Un documentario che invoglia a saperne di più, sull’autore e sul personaggio. La biografia di Pavese è ancora da fare, benché abbia tanti ingredienti per stimolarla: inquietudini, amori, arresti, tradimenti, un iperletterato e uno sportive che si uccide a 41 anni - quella di Lorenzo Mondo, “Quell’antico ragazzo”, è piuttosto una testimonianza. Si sa un po’ – il documentario ne parla a più riprese - del suo “non impegno” politico (scandaloso negli anni 1940, ma adesso?). Mentre non si pone abbastanza attenzione alla sua visione “mitologica” della vita, dell’esistenza – come Nietzsche, anche se non c’è alcun punto di contatto. Un bisogno già forte, nel diario e nei primi racconti, nei mesi di confine politico che passò a Brancaleone in Calabria (visse nel borgo sperduto tra reminiscenze greche, e mitizzava le servette). E in questa dimensione, più nel mito che nella storia, confuso e inetto nelle relazioni affettive (pari pari come Nietzsche mezzo secolo prima di lui): appena una donna sorrideva, si proponeva di sposarla.
Una scena da grande cinema Gagliardo s’inventa a metà del documentario, che sembra anch’essa di materiali d’epoca e invece è girata dal vivo: la balera. Con le canzoni d’epoca, la cantante che si atteggia a cantante, chi si limita a bere il suo mezzo bicchiere, chi gioca a bocce, e i tanti che ballano: una girandola di personaggi che si veste, canta, parla, balla come usava.  
Giovanna Gagliardo,
Il mestiere di vivere

martedì 3 dicembre 2024

Il mondo com'è (480)

astolfo


Anton Coppola – Antonio Francesco Coppola all’anagrafe, zio del regista del “Padrino”, ricordato dal maestro Pappano nelle memorie, “La mia vita in musica”, come uno di quelli che “riuscivano miracolosamente a mettere su un allestimento nel giro di pochi giorni” – un allestimento d’opera, opera complessissima – è stato compositore di successo negli anni giovanili, prima della guerra. Autore in particolare dell’opera lirica “Sacco e Vanzetti”, sul caso della condanna degli anarchici italiani che divise l’opinione.
Fu musicista (flautista, direttore d’orchestra, compositore) anche il fratello Carmine, il padre di Francis Ford, il regista.

 
Italia Coppola – Italia Pennino, la madre di Francis, era anche lei legata alla musica. Era zia di Riccardo Muti – una prozia. Figlia anche lei di musicista, il compositore di canzoni napoletane Francesco Pennino. Fu paroliera di canzoni famose per i film di Francis Ford, “Non ci lasceremo mai”, per il matrimonio di Connie nel “Padrino”, “Ninna nanna a Michele”, con musica di Nino Rota, per il “Il padrino parte II”, e “Come Back to Love (the Chief’s Death)” per “Apocalypse Now”. Oltre che di molte canzoni per le colonne sonore del marito Carmine, per “The Black Stallion”, un film di avventure per bambini del 1979, “Napoleon”, il capolavoro di Abel Gance che Francis Ford ha recuperato e restaurato nel 1981, affidandone il commento musicale al padre (un’esecuzione a Radio City Hall, con grande orchestra), e “I ragazzi della 56° Strada” (“The Outsiders”) dello stesso Francis Ford, 1983. Da ultimo divenne un personaggio, pochi anni prima della morte, a 91 anni a gennaio del 2004, con un best-seller sulla cucina italiana, “Mama Coppola’s Pasta Book” – aveva grande fama di cuoca.
L’annata 1998 del vino zinfandel dei vigneti che possedeva prima di venderli per il suo ultimo film Francis Ford Copola aveva battezzato Edizione Pennino. E col nome di “Mammarella” ha lanciato una produzione, tuttora attiva, di piatti pronti “organici”, di pasta variamente condita. Spiegando che Italia si faceva così chiamare dai nipoti, piuttosto che nonna, grandma, che la faceva vecchia (il maestro Muti stigmatizza domenica sul “Corriere della sera” l’uso in America di legare l’italianità alla “mamma”: “In America le trattorie hanno sempre il nome della mamma: Mamma Maria, mamma Rosa…”).
 
Giusy Devinu – Presto dimenticata, morta di soli 47 anni, nel 2007 (la ricorda solo Pappano. “La mia vita in musica”, come “scomparsa troppo presto”) è la soprano cagliaritana che fu Violetta nei migliori teatri, a Spoleto, la Fenice, la Scala, e a Parigi. negli anni 1980.   
 
Delitto Matteotti – Mussolini, ligio allo Statuto, ne riferì in Parlamento, prendendosene la responsabilità. Dopodiché passò al regime, promulgando la legislazione totalitaria. Un salto di cui tutte le storie del fascismo danno ovviamente conto, ma senza un perché – uno specifico, per la situazione, il momento. Un dettaglio non indifferente è fornito a Aldo Cazzullo sul “Corriere della sera” da Margherita “Magalì” Sarfatti, nipote dell’omonima amante e ispiratrice di Mussolini. A proposito dell’“orrendo delitto Matteotti” che cosa disse la nonna a Mussolini? “Gli consigliò di non indietreggiare, anzi di assumersi tutta la responsabilità politica dell’accaduto. Lui lo fece. E approfittò di quell’assassinio per instaurare una dittatura”. Considerando l’opportunismo e la costante incertezza dell’uomo Mussolini, un passo da non sottovalutare.


Fairbanks, Alaska – È la città, la seconda più grande dell’Alaska, ora di 32-35 mila abitanti, di un emiliano, Felice Pedroni, un immigrato giovane e avventuroso, che la rese ricca appena fondata con l’oro. Il fondatore – il primo costruttore di abitazioni nel deserto di fango e capanne – fu un Elbridge Truman Barnette, di cui nulla si sa, nel 1902. Che qualche tempo dopo battezzò le sue case con questo nome, dal vice-presidente degli Stati Uniti in carica con Th. Roosevelt dal 1905 al 1909, Charles W. Fairbanks, repubblicano. Probabilmente per ragioni di comune loggia o appartenenza massonica, nel Rito scozzese antico e accettato, di cui Fairbanks era Gran Maestro. Felice Pedroni è una sorta di “patrono” laico della città, poiché nello stesso 1902 che si costruivano le prime case scopriva nel territorio adiacente la prima miniera d’oro: diede ricchezza all’agglomerato, ed è per questo ricordato, anche se morì poco tempo dopo, nel 1910.
Tutto Pedroni aveva fatto in poco tempo. Il 22 luglio 1902 aveva scoperto il filone d’oro nel greto di un torrente oggi denominato, a suo ricordo, Pedro Creek. Subito ottenne la concessione per l’estrazione dell’oro. E l’8 settembre poteva fondare nella sua baracca un Distretto Minerario di Fairbanks, di cui si portò presidente. Presto organizzò anche un viaggio in Italia, per trovare moglie, da ricco. Non tornò al suo paese, Fanano, nel modenese, troppi brutti ricordi, provò nel bolognese, a Lizzano in Belvedere, dove si propose ad Egle “Adelinda” Zanetti. Che però non poté sposare, una vita in Alaska non lusingando né Adelinda né la sua famiglia. Tornato a Fairbanks, sposò una ballerina di saloon, donna che presto trovò “incontentabile”, una irlandese, Mary Ellen Doran. Che pretese anche una residenza, un ranch, nel continente, nello stato di Washington. Senza però dargli pace. Prima di morire, Pedroni ebbe anche a litigare col socio con cui aveva messo in valore la miniera, in tribunale.
Fairbanks lo ricorda ogni anno nella manifestazione detta dei Golden Days, i giorni dell’oro: si fa una gara per scegliere un sosia di Pedroni, che poi entra in città a cavallo, e va a depositare in banca un sacchetto pieno d’oro. Anche Fanano, che si è gemellata con Fairbanks, ne onora la memoria, con una targa che ricorda la traslazione delle sue ceneri nel 1972 al locale cimitero. E in suo onore la locale trattoria è stata ribattezzata “L’osteria dell’emigrante”.
Orfano di padre, rifiutato, pare, dalla famiglia di una ragazza cui si era proposto in matrimonio perché povero e ignorante, era emigrato a 23 anni. Dapprima in Francia, nel 1881, poi, nello stesso anno, negli Stati Uniti. Lavorando da bracciante, e poi da minatore. Scoppiata la febbre dell’oro, nel 1894 si trasferì in Canada, e da qui pochi mesi dopo nel bacino dello Yukon, cioè in Alaska. Ebbe fortuna solo sette anni dopo, avendo resistito alle condizioni climatiche proibitive della regione.

Grande migrazione – Dal 1910 al 1970 circa sei milioni di afroamericani sono emigrati dal Sud degli Stati Uniti al Nord. Da North e South Carolina, Georgia, Tennessee, Mississippi, Louisiana agli stati americani del centro-nord. Specie nelle città, che videro così la formazione di ghetti neri, quartieri a popolazione principalmente nera – specie a New York (Harlem), Chicago (Bronzeville – ma Chicago ha anche il soprannome di “città nera”, fu la destinazione prescelta da almeno mezzo milione dei sei milioni censiti nella Great Migration), Detroit (oggi in grande maggioranza, fra l’80 e il 90 per cento, abitata da afroamericani), e Cleveland, in Ohio.
Nel 1910 gli Stati Uniti contavano 13 milioni e mezzo di immigrati, il 14,5 per cento della popolazione, quasi tutti dall’Europa. La riduzione del flusso europeo, nel primo Novecento, portò a un incremento dell’immigrazione asiatica. Che però non era gradita – negli Stati Uniti era dominante l’eugenetica: contro di essa si vararono leggi restrittive dell’immigrazione. Per il contemporaneo sviluppo industriale del Centro-Nord la migrazione dall’Europa fu sostituita da quella interna, la Great Migration.
Dall’indipendenza, da quando si fecero statistiche demografiche, ne1 1780, fino al 1910, oltre il 90 per cento degli afroamericani viveva negli stati del Sud. In particolare in Louisiana, South Carolina e Mississippi. Nel 1970 restava al Sud poco più della metà degli afroamericani. E anche loro si erano urbanizzati: nel 1900 solo un quinto degli afroamericani del Sud viveva in aree urbane. Nel 1970 più dell’80 per cento, per lo più in aree urbane di grandi dimensioni, nelle città.
 
Anton Guadagno – Ricordato anche lui, come Anton Coppola, da Pappano in “La mia vita in musica” come uno di quei musicisti italiani in America che “riuscivano miracolosamente a mettere su un allestimento nel giro di pochi giorni”. Nativo di Castellammare del Golfo (Palermo), è stato direttore del Metropolitan di New York e della Wiener Staatsoper per l’opera italiana.
 
Jim Crow – Le leggi Jim Crow sono un sistema di leggi locali, e degli Stati meridionali degli Stati Uniti, che a cavaliere del 1900 crearono l’apartheid per gli afroamericani. A opera del partito Democratico. Sotto la sigla “uguali ma separati”. Con la separazione in tutti i servizi pubblici (trasporti, ristorazione, sanità, igiene) e privati (domestici e sociali). Un regime non istituito, non dichiarato, che tuttavia canonizzava legalmente la separazione nelle scuole, nei trasporti, nei luoghi pubblici (parchi, bagni, bar, ristoranti). E nelle forze armate.
Succedevano ai “codici neri”, applicati dall’indipendenza fino alla fine della guerra civile, nel 1866, che già avevano ridotto i diritti degli afroamericani.  
Le leggi Jim Crow furono dichiarate incostituzionali dalla Corte Suprema nel 1954. Con una sentenza che verrà applicata solo dieci anni più tardi, nel 1964, dalla presidenza di Lyndon Johnson, il vice e successore di John Kennedy, col Civil Rights Act. Dopo un decennio di protesta civile, animata dal reverendi Martin Luther King, Ralph Albernathy e altri, a partire dal famoso episodio di ribellione di Rosa Parks, una giovane nera che si rifiutò nel 1955 a Montgomery, Alabama, di cedere il posto in autobus a un bianco, e fu per questo arrestata. Ma ancora nel 1965 si registrava un
Bloody Sunday – in realtà due repressioni violente, una di domenica e una di due giorni dopo, per impedire una marcia di protesta, pacifica, da Selma a Montgomery, in Alabama, per protestare contro il governatore dello Stato. Il 7 marzo 1965 la polizia di Selma e una squadra armata di cittadini bianchi attaccarono la marcia appena partita, di 500-600 persone, ferendone una cinquantina. Da qui il bloody Sunday con cui è ricordata - un evento molto amplificato perché in diretta televisiva per tutto il Paese. Due giorni dopo gli organizzatori ritentarono la marcia, ma ne furono bloccati alla partenza. Dopo lunghe trattative, la marcia fu effettuata il 21 marzo, e dopo quattro giorni si concluse, pacificamente, a Montgomery. In agosto il Civile Rights Act del 1964 fu implementato di un Voting Rights Act, chiudendo del tutto la stagione del separatismo.

astolfo@antiit.eu

Giallo Napoli, macchietta

Vincenzo Palmieri, ispettore di polizia, torna a Napoli dopo un comando Europol da lui cercato a Stoccarda, col tormento sempre del camorrista, “O’ Muschillo”, che ha assassinato i suoi genitori, onesti commercianti, e si dice morto in Brasile. A Napoli sa risolvere i casi che via via si presentano all’antica, attraverso la rete di conoscenze e delinquenti minori. Entrando in urto con i canoni regolamentari, impersonati dalla sua capo. Una donna sola, che si passa le notti con compagnie scelte online, sempre insoddisfatta, ossessionata dai punteggi per la promozione.  
Salvatore Esposito impersona l’ispettore con la giusta misura – la bonomia sopra il tormento. Nel fisico e nel soprannome evoca Bud Spenser-Carlo Pedersoli, e la tetralogia che girò dal 1972 al 1980 con Steno, “Piedone lo sbirro”. Ma in una Napoli che la miniserie fa “recitata”: da macchiette, caratteristi senza misura e non controllati. A cominciare dalla commissaria. Un ambiente e una recitazione stranamente in contrasto con le scene d’apertura, a Stoccarda, dove tutto è invece agile, sintetico, legato, e in medias res, allusivo il giusto. Il plot¸la scoperta delle modalità e degli autori del delitto del primo episodio, prende una o due scene, due o tre minuti dell’intera serata.

Alessio Maria Federici, Piedone – Uno sbirro a Napoli, Sky

lunedì 2 dicembre 2024

Problemi di base epocali - 834

spock


“L’Europa deve cambiare, oppure sarà una lenta agonia”, Mario Draghi?
 
L’Europa è una strana creatura, muore da tanti anni?
 
Ma come fanno Wwf, Legambiente, Fridays for Future etc.  a raccomandare pale eoliche e pannelli solari?
 
L’ambiente va protetto distruggendolo?
 
Le sparatorie fra adolescenti a Napoli erano prima di “Gomorra”, il film, o sono venute dopo?
 
“Nulla ci appartiene, solo il tempo è nostro”, Museo Diocesano Santa Severina?

spock@antiit.eu

Giallo squallore

Una periferia grigia e umida, sporca. Filippo Timi invecchiato e stanco. Una caccia senza indizi a un assassino volubile, seriale, plurimo, sterminatore di intere famiglie. Se non una sfida in stampatello. Tutti i delinquenti dei dintorni sono sospetti, ma le prove calligrafiche sono inutili. Molta atmosfera, di squallore, e poco altro. Il pezzo forte della prima puntata è la colonoscopia di Timi, se è lui: bel lato B.
Sembra un esercizio registico, controvoglia. I D’Innocenzo lasciano la loro firma. Ma su una sceneggiatura, forse su un soggetto, inafferrabile.
Damiano e Fabio D’Innocenzo, Dostoevskij
, Sky

domenica 1 dicembre 2024

Ma queste guerre tra arabi sono molto “nostre”

Ci sono “guerre” tra sunniti e sciiti, compresi gli alauiti un po’ sciiti. E ci sono da qualche tempo jihad, guerre sante. Anche tra fratelli. Ma a questo punto, col jihadismo sunnita che parte dalla Turchia, dove si è addestrato ed è stato armato, troppe cose che erano nell’ombra e vengono alla luce non quadrano. È un jihadismo strano, non per la religione e non per la democrazia. Perché “gli arabi” sono fatti così, saltano sul tavolo e lanciano le tribù? No, quello è Lawrence d’Arabia, un film di masse: gli arabi non sono cretini, anzi piuttosto calcolatori. Il jihadismo ha messo e tiene in subbuglio il Mediterraneo orientale: è una spina nel fianco dei suoi stessi regimi, e del fianco Sud dell’Europa, organizzata e armata da non si sa chi, ma non nel vuoto. Evidentemente.   
Il punto di partenza è che in Turchia non si prepara una jihad di soppiatto: ogni atto è registrato, e represso, in Turchia. Anche un divieto di sosta nella più sperduta campagna attiva immediatamente un fischietto. Ma, poi, niente quarta del sommovimento arabo da venti anni a questa parte. Dalle “primavere arabe” della presidenza Obama, che hanno ribaltato i regimi militari arabi che gli stessi Stati Uniti avevano portato al potere negli anni 1960, in funzione anti-britannica. Col risultato che al Cairo un generale è succeduto a un altro generale dopo un paio d’anni di Fratellanza Mussulmana, che gli Stati Uniti ci assicuravano democratica, ma soprattutto si dedicava al velo e alle chiese, da incendiare o bombardare. In Libia è stato compiuto il disastro che sappiamo. In Iraq e in Siria la liberazione si è fatta aprendo la strada ai jihadisti. Aberrante: lo sciismo a Baghdad rischia di avvicinare l’Iraq all’Iran e il regime Assad in Siria, alauita quindi un po’ sciita, non è democratico, ma sostenere i jihadisti sembra aberrante. E però è stato fatto. E come tutto mostra si continua a farlo.
Dice: ma Assad si è messo con Putin. Sì, ma chi ce l’ha costretto? E che sostegno dà, può dare, a Putin?
Le guerre di Bush jr. all’Afghanistan e all’Iraq si potevano in qualche modo giustificare come una reazione, ance se bizzarra, all’attacco alle Torri Gemelle – il primo atto di guerra subito dagli Stati Uniti in territorio americano in oltre due secoli di storia. Ma le guerre-non-guerre di Obama nel Mediterraneo nei quattro anni della terribile Clinton al Dipartimento di Stato, riprese da un incredibile, se non fosse reale, Biden, hanno reso invivibile mezzo Mediterraneo. E non può essere un caso – una serie di errori? No, l’America sa quello che fa: analizza, discute, decide, programma, ordina, ha una politica estera, perfino ferrea.
Ora il messaggio è che i jihadisti turchi (??) ci libereranno da un regime asservito all’Iran e ala Russia. I jhadisti? Gli avranno pure insegnato a non tagliare più le teste, non in videoconferenza, ma cosa si costruisce col jihadismo?
Né bisogna dimenticare il passato, che non è fantasmatico. Quando Al Qaeda veniva organizzata e armata dagli Stati Uniti, contro la Russia. O il Gia algerino, Groupe islamique armé, che provocò 200 mila morti (e forse 500 mila), che aveva sede a Chicago – e a Londra si poteva fare pubblicità con un giornale, “Al Ansar”.

Palestina senza pace, già un secolo fa

Il rapporto impossibile, nella Palestina anni 1930, tra il capo della polizia britannica a Tel Aviv, città fondata dai sionisti ebrei, di nuova immigrazione, e una giornalista ebrea. Tra ebrei immigrati, i “sionisti” in cerca di una patria, di destra (“fascisti”) e di sinistra (“socialisti”), e i palestinesi, e tra sionisti e palestinesi contro il protettorato britannico. Con atentati quotidiani, tra ebrei e arabi, e contro i britannici. Londra decide di passare alle maniere forti, con esecuzioni sommarie per i colpevoli di terrorismo. E il rapporto fra il mite ispettore di polizia di Tel Aviv e la brillante e combattiva sionista giornalista ne soffre. Una soriace ptede molto – con poche cadute (la spitya scena di sesso, il r apportos entiment ale, romantic, tutosomato freddo.
Un film storico e politico. Che però prende molto. Disteso e insieme serrato, di episodi tutti per qualche motivo avvincenti. Anche perché girato, inconsapevolmente?, alla vigilia della guerra in Israele e a Gaza, e su questo sfondo ancora più interessante. Con poche cadute: la solita scena di sesso, la brutalità del terrorismo, e dell’antiterrorismo, e la stessa storia d’amore tutto sommato fredda, all’inglese?, non sentimentale, non romantica. .
Con un curioso sottoquadro politico. Il racconto è visto da Tel Aviv, quindi in ambito ebraico, nei rapporti fra organizzazioni sioniste, e fra i sionisti e i britannici. I primi divisi tra Haganah, un movimento paramilitare legalitario, e Irgun, un gruppo terrorista estremista, contro arabi e britannici indistintamente. Organizzazioni note sulle quali il film semplifica, e un po’ tradisce i fatti. Dice Irgun un gruppo terrorista fascista ispirato da Žabotinskij, e Žabotinskij un mussoliniano. Mentre Žabotinskij non era mussoliniano, benché avesse tentato un appoccio verso Mussolni, per la sua politica anti-inglese (ma filoaraba). E non era per il terrorismo. E idealizza come intellettuale e poeta Abraham Stern, che fu invece l’aedo e l’organizzatore del terrorismo più crudo, nonché fautore durante la guerra di una alleanza stretta con Hitler in funzione anti-britannica in Palestina.
Non un errore, poiché i fatti sono noti, e incontestati, ma una scelta. Perché Žabotinskij era russo e e Stern polacco? Non sarebbe un caso: da sempre, dai tempi di Kim”, l’Inghilterra si fa un’epopea della guerra sotterranea alla Russia. Mentre ha sempre sostenuto, anche se male, e tuttora sostiene, anche se non a buon fine, il revanscismo polacco – l’“armiamoci” in Ucraina è placco e inglese.   
Michael Winterbottom, Shoshana
, Sky Cinema, Now

sabato 30 novembre 2024

Cronache dell’altro mondo - migratorie (312)

In aggiunta alla crescita dell’astensionismo, le modificazioni elettorali americane sono spiegate con le variazioni demografiche degli ultimi cinquant’anni: per una migrazione interna di vaste proporzioni. Analoga a quella italiana dal Sud al Nord degli anni del boom, ma di segno inverso: dal Nord al Sud. L’effetto è che fra i 435 deputati della Camera dei rappresentanti, l’unico dei due rami del Congresso che riflette proporzionalmente l’elettorato, la rappresentanza degli Stati del Sud supera ora quella degli Stati del Nord, tradizionalmente più rappresentati.
Tra la Camera del 1968 e quella del 2022 lo stato di New York risulta avere perso 15 seggi, la Pennsylvania 10, l’Ohio 9, l’Illinois 7, il Michigan 6, il New Jersey 3. Mentre ne hanno guadagnati la Florida 16, il Texas 15, l’Arizona 6, la Georgia 4, la North Carolina 3, la South Carolina 1.   

Cronache dell’altro mondo - meridionalistiche (311)

Tra il 2020 e il 2021 il pil Usa è aumentato del 48 per cento – il pil reale, al netto dell’inflazione. Ma di più è aumentato al Sud. In Texas, Florida, Arizona, Georgia, Tennesseee, North Carolina, South Carolina e Georgia è aumentato del 63 per cento, negli Stati del Nord del 27.
A questa inversione dei tassi storici di crescita ha corrisposto un’inversione della Grande Migrazione storica, 1910-1970, dagli Stati del Sud a quelli del Nord. Oggi le capitali del Sud, Austin, Atlanta, Charlotte, Nashville, sono le mete preferite delle coppie giovani plurilaureate pluireddito, per le occasioni di lavoro migliori - e per il clima.
La nuova migrazione, 2000-2023, ha coinvolto 16 milioni di persone. Con un saldo positivo per 25 stati, al Sud, e negativo per 26, al Nord. Il saldo è positivo per il 19 per cento della popolazione, uno si cinque, in Arizona, il 18 per cento in Souh Carolina, il 15 in Florida, il 14 in North Carolina, l’11 in Tennessee, il 9 in Georgia e in Texas.
Il saldo è negativo in particolare per lo stato di New York, meno 20,4 per cento, un residente su cinque, e per la California, meno 9,7, uno su dieci. I due stati che hanno dominato l’opinione e l’imagine nel dopoguerra. Elevato anche per Illinois, meno 15,2, New Jersey, 11,8, Michigan 9, Massachusetts 8,6, Ohio 5,1, Pennsylvania 3,1.

Se la pace viene col Giubileo

Una presentazione e una celebrazione, di Roma – dei “lavori a Roma” - e del Giubileo. Da parte del giornale forse più laico, se non anticlericale. Ma col papa gesuita tutto si risolve: una celebrazione del “Giubileo di papa Francesco e del sindaco Gualtieri” – che a Roma è molto criticato ma è il miglior fico Dem.
Una compilazione, sotto la scorza agiografica, comprese “Le opere di Roma Capitale”, piena di spunti.  Molto è spiegato del giubileo in senso proprio, come evento religioso, dai vaticanisti La Rocca e Scaramuzzi, e da Angelo Scelzo, l’ex vice-direttore della sala stampa del Vaticano. Molte le testimonianze personali, più significative quando di agnostici (Recalcati, Niola, Fuksas, Manconi, Simona Marchini, il maestro Mariotti, Claudia Koll). L’evento si annuncia anche beneaugurante, stando all’attualità: una qualche forma di cessate il fuoco in Palestina e in Ucraina.
Ottavio Ragone-Conchita Sannino-Francesca Giuliani, Roma 2025 – Il Giubileo
, Urban la Repubblica, pp. 168, ill. gratuito

venerdì 29 novembre 2024

Meloni al centro in Europa

“Migrazione priorità dell’Europa”, spiega il neo presidente del Consiglio Europeo, il governo politico europeo, il portoghese Antonio Costa, socialista: “Con Meloni lavoreremo bene”. Meloni non ha votato Costa per la presidenza, ma Costa non se ne fa un problema: “Meloni è stato il primo leader che ho visitato. Abbiamo parlato molto bene, sono sicuro che lavoreremo molto bene insieme”.
Continua lo sfondamento di Meloni in Europa. Sottovalutato dai media in Italia, ma importante di fatto, e anche interessante. Per avere il suo appoggio von der Leyen, giù pluriministro in Germana e esponente di primo piano della Dc tedesca, la Cdu\Csu (i Popolari), ha rischiato la bocciatura al secondo mandato, al voto del Parlamento.
Meloni è diventata centrale per i Popolari, non da ora, soprattutto in Germania. In tutta Europa ma in Germania di più: per provare a bloccare la valanga popolare verso la destra estrema - e la sinistra-destra estrema, di Afd e di Sahra Wagenknecht - contro l’immigrazione incontrollata.
Collegata al tema immigrazione è ora infine una politica europea verso il Mediterraneo. Anche questa una strada aperta da Meloni, col Piano Mattei. Dopo sessant’anni di resistenze, la Commissione di Bruxelles si dota infine di una Direzione Mediterraneo – tra l’altro confidata a un italiano, l’ambasciatore Sannino (con un commissario per il Mediterraneo, incarico provvisoriamente affidato alla croata Šulka, del partito Hdz, nazionalista, anche se non fa parte dei Conservatori europei, lo schieramento di Meloni). Un’area dove il problema maggiore in questo momento è proprio l’immigrazione. Da regolare con accordi con i Paesi africani e mediorientali che più alimentato i flussi.

Ombre - 748

“Esiste un mercato, con le leggi del mercato. Poi esiste una legge, che non ho scritto io, legge del golden power. Il governo valuterà perché deve valutare, lo prevede la legge. Non ce lo siamo inventato noi”. Giorgetti, ministro dell’Economia, sa che sull’affondo di Unicredit su Bpm il governo non c’entra – dove sono gli interessi nazionali in gioco (“golden power”)?  Ma non può contraddire il suo capo, che è Salvini. Logica leghista – il capo ha sempre ragione?
 
Dove un candidato filorusso, o anche solo non antirusso, emerge, in Georgia, Romania, Moldavia, o si impedisce il voto (ai moldavi che lavorano in Russia), o si invalida – si tenta. La democrazia si vuole totalitaria.
 
“Sorteggio Mondiali: rischio Turchia per gli Azzurri”. La Turchia? Per gli Azzurri tutto è un rischio? Tanto patriottismo e tanto carbone bagnato?

Mai si è puntato tanto sullo sport, sulle vittorie, i numeri 1, gli ori, i record. Significa che non abbiamo altro di cui lusingarci - è sempre l’ideologia dei “primati” nazionali, Ottocento, che ha presieduto all’unità, e da lì non ci siamo mossi? Ma sempre col complesso di inferiorità, della “proletaria”.
Il nazionalismo è debole di costituzione? È mangione, niente gli basta mai.  
 
Tre e quattro pagine, per tre e quattro giorni, sulla “maggioranza in fibrillazione”, per canone Rai e sanità in Calabria. Senza mai dire la verità, su Salvini e la sua Lega. Che voleva ridurre il canone Rai di tre o quattro euro, tre o quattro euro l’anno, non l’ha ottenuto, e per vendetta ha affossato la . sanità in Calabria. Regione che fino a tre ani fa governava. E non c’è da ridere.
 
La consigliera municipale Avs di Genova, femminista, che ha denunciato di essere stata abusata a 12 anni, sbeffeggia in vario modo, ripetutamente. in più forme, i messaggi politici di solidarietà ricevuti. Non dal suo partito, però, non ne ha ricevuti: “Nessun messaggio di solidarietà dal centro-sinistra”. Lì la conoscono meglio?
 
“Stucky” mercoledì, “Don Matteo” giovedì, Rai 2 e R ai 1, quindi la bibbia dell’Italia, mettono in scena due mariti a cui la moglie adultera dà fastidio ma non poi tanto. È una forma di maschilismo. Ma non in senso liberatorio, per lui oltre che per lei?
 
Ogni  partita dell’As Roma la passata stagione ha visto l’Olimpico esaurito (99 per cento il tasso di occupazione, dice il bilancio, “circa 63 mila tifosi” ogni partita casalinga”). Altrove si sarebbero costruiti monumenti su questa passione. A Roma no – la squadra naviga in zona retrocessione.
 
Un allenatore della Roma, Juric, è stato licenziato perché non faceva giocare Hummels, “un campione del mondo”, e teneva Dybala di riserva. Il successore, Ranieri, ha tenuto Dybala di riserva, e ha fatto giocare Hummels. Risultato, sintetizza Luca Valdiserri, grande romanista: “Autogoal a Firenze, errore sul goal di Lukaku a Napoli, rigore dopo 90 secondi ieri contro il Tottenham. Il peggiore in campo, insomma”. Che altro deve fare, povero Hummels?
 
Dopo avere rifilato alla Juventus per 50 milioni un calciatore che s’infortuna, Douglas Luiz, l’Aston Villa, club inglese, si dice felice per il calciatore, che “ha scelto un grande club”, e non pensa proprio di riprenderselo a gennaio – la cifra non è stata ancora pagata del rutto. Un tempo gli italiani passavano per furbi. Ora solo per scemi?
 
Invece, poi si scopre che è un jeu de dupes, un gioco delle tre carte. Tra Sawiris, l’ex patron di Infostrada-Wind, ora dell’Aston Villa e altri interessi in Inghilterra, e John Elkann, della cui finanziaria Exor Sawiris è consigliere. Aston Villa si è “fatto il bilancio” con i 50 milioni della Juventus. Che per 22 milioni però figuravano cessioni di due calciatori Juventus, Iling jr. e Barrenechea. Vendendo i quali il club di Elkann ha potuto mettere in bilancio una plusvalenza di 20 milioni (poi Aston Villa ha ricollocato i due, al Bologna e in Spagna, guadagnandoci qualche milione vero). Che calcio!
 
 
Fitto vice-presidente, von der Leyen presidente, politica mediterranea, direzione Mediterraneo:
Meloni incassa in poche ore una serie di successi a Bruxelles. Dove invece i media la davano per paria. E sarà la “sindrome Mottola”? Michele Mottola è un capo redattore del “Corriere della sera” rimasto negli annali perché, dovendo il giornale parlare di “Lascia o raddoppia” ed essendo la redazione restia, la rassicurò: “Che problema c’è? Se non ne parliamo noi nessuno saprà di Mike Bongiorno”.
 
Curioso che il raddoppio dei fondi pubblici per i partiti sia stato proposto dal Pd, che è in minoranza. Ma sapeva di fare mossa gradita. Poi hanno sbagliato a formulare la proposta - emendamento invece di una legge….
Non curioso invece che Mattarella, che è sempre Pd, abbia bocciato l’“emendamento”. Emendare da che cosa? Dalla legislazione come capita.

L’infelicità della felicità

Un saggio delle lettere che la poetessa, morta suicida nel 1938, a 26 anni, un anno dopo avere cominciato a lavorare, supplente di lettere in un istituto tecnico, scriveva con continuità ai familiari. E con appplicazione. Soprattutto alla nonna a Pavia. Dopo ogni sia pur minimo spostamento: a Pasturo, in montagna, nella casa di vacanza di famiglia, e poi a Campiglio, oppure a Napoli e Sorrento per Pasqua, inseme col padre, al mare ad Abbazia, Portofino e altrove, e poi, dopo i vent’anni, in Inghilterra per l’inglese, accompagnata dai genitori, in Germania, per il tedesco (nella Berlino imperiale di Hitler, qui però del tutto assente: mai un accenno di politica), e a Breil, Vatournanche e Champoluc per praticare l’alpinismo.
Un piccolo documento di valore biografico. Testimonianza di una vita serena. Perfino nell’ultima lettera (qui ricostruita, l’originale il padre lo distrusse, per evitare che la madre se ne crucciasse). Una vita piena, di vacanze, viaggi, affetti, zie, domestici, di una giovane piena di meraviglia per la vita e di interessi. 
Una nota al testo sarebbe stata opportuna. Anche sul titolo, che non trova nessun riscontro nella scelta. Le lettere sono anche indirizzate a familiari donne, e tutte allegre e fiduciose. Il fatto che abbiano tutte conservato queste lettere, di una figlia e nipote ragazzina, è il più commovente, 
L’unico uomo nominato, oltre il babbo, è l’amatissimo professore di latino e greco al ginnasio, Antonio Maria Cervi, che le fa una corte discreta, benché lei sia ancora quindicenne, facendosi trovare a Napoli o Sorrento, per guidarla a Pompei e altrove, per poi lasciarla, alla prima liceo, avendo chiesto il trasferimento a Roma (la storia con “Antonello”, poi “Nello”, non finisce qui, e forse ci sarà addirittura un figlio mai nato nel mezzo).
Antonia Pozzi, È terribile essere una donna
, Garzanti, pp. 95 € 5,90

giovedì 28 novembre 2024

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (577)

Giuseppe Leuzzi


La Sardegna può dunque dirsi “l’isola senza figli”: ha con la Corea del Sud il record del numero più basso di bambini per donna in età fertile. Ma tutto il Sud non se la passa bene: alla Sardegna fanno seguito, in questa classifica negativa, la Basilicata, il Molise, l’Abruzzo.
Si fanno figli dove si è più ricchi, non più dove si è più poveri – l’eugenetica deve aggiornarsi. Il tasso di prolificità più alto in Italia è in Trentino-Alto Adige. La Campania e la Sicilia, che ancora venti anni fa si contendevano il primato, ora sono indietro.
 
Mirko Pellegrini, l’imprenditore beniamino del Pd romano per gli appalti del Campidoglio, su cui ora la Procura di Roma non ha 
potuto non aprire un’inchiesta, non era coinvolto in uno o due processi per mafia in Calabria? Sì. E aveva, ciò malgrado, le necessarie certificazioni antimafia? Su questo non si indaga, ma è chiaro che sì.  L’antimafia è mafiosa, un po’.

 
A Palermo un’impresa scarica per anni tonnellate di rifiuti “speciali”. Senza la mafia, solo imprenditori insospettabili. A Catania si scopre un traffico forse miliardario, comunque mondiale, di immagni e suoni fuori diritti. Senza mafia. Siamo caduti in basso?
 
Peggio a Catania. Un’organizzazione mondiale di pirateria tv è stata scoeprta, che fatturava centinaia di milioni - con danno per le piattaforme più seguite, Sky, Dazn, Netfix, Disney +, Mediaset, Paramonut e Amazon Prie, “quantificato in circa dieci miliardi di euro l’anno”. Salute! Ma: senza mafia? Nonc’è più religione.
 
Leggendo in parallelo le cronache di Roma e quelle della Calabria si trovano più inchieste, arresti e condanne per associazione criminale nella capitale che nella regione mafiosa (le cronache calabresi hanno molte più pagine di criminalità, ma sono aggiornamenti di processi, liste di condannati e assolti, con relativi avvocati, e poi di assolti e condannati, di processi più che di nuove denunce). È normale, Roma ha una popolazione una volta e mezzo la Calabria, e molti immigrati incontrollabili, ora anche bengalesi e cinesi, un tempo rumeni e albanesi. Ma, è questa la sorpresa, a Roma le bande sgominate non “fanno testo”: si scorrono i titoli, senza fastidio – la città è altra.
 
Un’operazione “Levante”, della Guardia di Finanza e della Procura di Catanzaro, porta alla luce un traffico di immigrati molto proficuo. Dal Medio Oriente: Iraq, Iran, Siria, Libano, Afghanistan, in fuga da regimi infausti e da guerre, al costo di 7-10 mila euro per passaggio via mare sulle coste calabresi, più un altro migliaio per attraversare l’Italia e “passare” la frontiera a Ventimiglia o al Brennero. Un’organizzazione di due minimarket e un negozio di telefonia - col “money transfer” per eludere la tracciabilità. Una non notizia, nessun giornale ne ha parlato, giusto l’Ansa. Ma curiosa: l’organizzazione non era collegata alla mafia, alla ‘ndrangheta. La mafia non controlla più il territorio – i Carabinieri ci hanno rinunciato?
 
Il vento del Sud
“Maxi-parco eolico marino: 1,5 miliardi sulla Calabria”. S’intende a favore della Calabria, il “catenaccio” segue trionfante: “Previsti 1.500 posti ed elettricità per 600 mila famiglie”. Un bengodi: posti e famiglie, che di più? Per un progetto offshore, nel mare di Corigliano, Alto Jonio cosentino. Per 120 Megawatt di “solare galleggiante”, su piattaforme semisommergibili composte da 
triangoli equilateri componibili, 16m. x 16m. x 16m.. E 420 megawatt di eolico, con 28 turbine galleggianti. È il progetto di una società di gestione del risparmio, che punta ai guadagni miracolosi delle “fonti rinnovabili” di elettricità, pagate dallo Stato, cioè dal fisco, cioè da noi. Attraverso gli “oneri di sistema”, un prelievo forzoso di alcune centinaia di euro l’anno su tutte le abitazioni, 35 milioni – roba miliardaria.

Non è il solo progetto. Un altro, denominato rispettabilmente Enotria, della spagnola Acciona, vuole pale eoliche davanti a Squillace e Stilo, siti storici e archeologici di rilievo. È già al vaglio del ministero dell’Ambiente (con 246 allegati…) per la Valutazione d’Impatto Ambientale. Per 37 aerogeneratori, cioè pale eoliche, ognuna alta 355 metri – più di tutti i grattacieli di Milano, più anche di quelli di Manhattan. Collegati da cavidotti, che faranno capo a stazioni di connessione e trasformazione a terra, a Cropani, Botricello, Cutro, Scandale – una lunga fetta della costa. Stazioni automatiche.

Sembra di sognare, i progetti si succedono. Un terzo progetto si dà già per approvato, per 23 pale eoliche, alte ognuna 206 metri, nelle alture tra il Pollino e la Sila Greca, in territorio di Acri, San Demetrio Corone, Terranova da Sibari, e nel Comune sparso (36 frazioni) dei Casali del Manco, la “Toscana del Sud”, tra Cosenza e la Sila. Tutte località di pregio naturalistico. Si deve essere sparsa la voce che in Calabria si può? Anzi che il governo regionale non solo facilita ma anche finanzia, nella sua micragna, questi mostri d’acciaio da 200 e rotti metri. Che altrove non vogliono. Ne sono già stati installati, sparsi sui dossi, 624, O anche: come Acciona, da Madrid, sia finita al Golfo di Squillace sarebbe una storia interessante. Non avrà qualche manager, consulente o partner calabrese che ha curato la pratica? Perché la mentalità è sempre quella, disruptive. Non intesa a capitalizzare (accrescere, accumulare sul già cumulato), ma a distruggere. Per innovare certo, non è questa la civiltà, il futuro? Il ritardo del Sud è economico (deficit di capitali, di investimenti, di infrastrutture), ma anche culturale: la povertà è, senza offesa, anche stupidità – specie se si abbonda in risorse. Succede con le pale come per il Ponte, che distrugge un altro pezzo di Calabria, per niente.
Ma, poi, c’è poco da almanaccare. Le pale sono l’ultimo Grande Progetto di “sviluppo del Sud”, dopo le raffinerie appestanti, i petrolchimici velenosi, e le acciaierie a bordo mare, a Posillipo e aTaranto. Perché le pale eoliche si impiantano solo al Sud.
Non ci sono solo i progetti per la Calabria, due parchi eolici marini sono già in costruzione in Sicilia (mare di Marsala) e in Sardegna (un megaparco, da 42 turbine o aerogeneratori, fuori costa sud occidentale, a 35 km). Sommando i numeri 2022 dell’Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev) si vede che gli impianti sono per oltre il 90 per cento al Sud. In Puglia più che in Calabria – ma la Calabria compensa il minor numero di pale con la maggiore potenza (più alte e più grosse).
Questo l’elenco: Puglia 1.615 pale eoliche, Sicilia 1.574, Campania 1.196, Sardegna 753, Basilicata 713, Calabria 624, Molise 321, Abruzzo 250. Nel resto d’Italia mance: Toscana 88, Liguria 56, Emilia Romagna 36, Lazio 30, Piemonte 9. Il resto delle regioni, Lombardia, Veneto etc. (“altre) ne ospitano 21 in totale.
Il vento soffia solo al Sud.
 
Antonio, santo del Sud
Sa di beffa leghista (antileghista?) la diffusione del nome Antonio al Sud, e specie in Calabria – Antonio da Padova. Un secondo nome, devozionale, in congiunzione col primo, quello che si è destinato alla creatura. All’anagrafe prima che in parrocchia, determinando quella crasi che poi rovinerà tutta la vita – il parroco si presume meglio alfabetizzato del vecchio “ufficiale dello stato civile”, e comunque in grado di distinguere i santi. Più diffuso perfino del nome secondo none Maria – Francesco Maria, Giuseppe Maria, etc.  Che avrebbe il merito di rendere impossibile la crasi, salvando molte vite.
Una devozione da paura del parto? Un voto beneaugurante per il nascituro, che sia sano e bello se non santo? Un “segno” per i figli Gemelli – il santo si celebra il 13 giugno?
Rovinare la vita è esagerato, ma insomma è un niente che crea problemi, quotidiani: alla firma degli innumerevoli fogli in banca o alla posta. Specie ora, con la firma digitale, la futurista aeroscrittura, senza poter poggiare il dorso della mano. E con la quotidiana declinazione del nome di battesimo alle varie polizie, e ai numeri verdi che ostinati marcano la solitudine – “tutto attaccato, senza la e (la a, la i, la o)”: Giuseppantonio, Francescantonio, Pietrantonio, Giannantonio, Domenicantonio, Mariantonia…
 
Il Sud è un po’ Nord
Il Sud è ben europeo. Sia perché l’Europa è ben Grecia, e Mediterraneo. Ma anche per essere stato e in vario modo essere ben collegato e presente in tante correnti intellettuali europee moderne e contemporanee. Specie nell’Illuminismo, e nell’Idealismo-cum-materialismo - nella “filosofia tedesca” su e attorno a Hegel. La squalifica del Sud, si sa, è opera recente, della politica antiborbonica prima (inglese e francese) e poi delle politiche economiche (in senso accademico: politiche pubbliche, di investimenti pubblici) e commerciali successive all’unità d’Italia – poi il “ritardo” si è introiettato e ora è difficile riprendere il filo. Da ultimo col business dell’antimafia: tra Carabinieri e giudici il Sud non sa come rivoltarsi.
Si ricorda in questi giorni e si celebra Giuseppe Galasso, lo storico che al passato del Sud ha dedicato gran parte delle sue ricerche, in occasione del completamento della sua vasta Bibliografia. Nella quale il posto d’onore occupa l’opera sua di maggior mole, anche se non di maggiore innovazione – non è una ricerca di archivio, è una narrazione, di recupero e trattamento delle fonti.  Un’opera del 1996, già a questione meridionale ampiamente riaperta, sotto i colpi dell’antimafia. L’opera, in tre volumi, ha più punti d’interesse. Ma uno è specifico: il Sud non è la periferia, culturale, economica, politica, dell’Europa, o una barriada, una favela, o un deserto. Al contrario ne è stato il nucleo fondatore, vivificante, e ne resta un carattere identitario, peraltro non del tutto inerte o retrogrado.
Galasso spiega e tratta il peso del pensiero geco, ovviamente, che per tanta parte si sviluppò nella Magna Grecia. E l’antropologia del contadino, nel vincolo e rispetto della terra, persistente al Sud ancora nel Novecento. Altro avrebbe potuto aggiungere: il paesaggio (l’orto, il giardino), la famiglia, il “cucinato”. Il garbo. E il linguaggio polisemantico.


leuzzi@antiit.eu

La scoperta di Modugno

È curioso scoprire Modugno con un documentario celebrativo, per i trenta anni dalla morte. Non per le canzoni ovviamente, ma per quello che è stato. Senatore radicale, molto impegnato sul territorio, specie sulla “liberazione” dai manicomi, protagonista di formidabili tournées, in America e altrove, col bastone o più spesso in carrozzella, dopo l’ictus che lo aveva lasciato semiparalizzato. Diventato “siciliano” per caso, perché la Rai, ospitando Frank Sinatra, voleva omaggiarlo con un motivo in siciliano cantato da un ragazzo. E poi siciliano puro e duro – fino a morire d’infarto, per la stizza che qualcuno aveva rilasciato in mare le caretta-caretta di cui aveva voluto e pagato il salvataggio, senza aspettarlo, senza la sua presenza – tutto molto siciliano in effetti, il dispetto e la rabbia. E che ha fatto tutto quello che ha fatto, compreso il colpo apoplettico e la riabilitazione lenta, in soli 66 anni.
L’esistenza tumultuosa di di un cantautore - in fondo è un cantautore - di successo. Ma una sorpresa la vita e una sorpresa, tutto sommato, ancora oggi, le sue canzoni. I suoi tanti temi. La sensibilità poetica, con le parole, oltre che musicale, con le note.
Sorpresa anche il giorno dopo: il film su Modugno non è stato visto nemmeno da due milioni di persone, un terzo del solito pubblico di Rai 1. I docufilm non sono molto interessanti: parlano parenti, amici, collaboratori e critici, spesso in età, intervallati da immagini e filmati di repertorio, raramente sconosciuti. Ma l’occasione era anche buona per riascoltare le canzoni, riproposte fra le migliori performances, oltre che per “scoprire” il personaggio dietro il nome. Si è persa la memoria?
Maite Carpio, Domenico Modugno, l’italiano che incantò il mondo, Rai 1, Raiplay

mercoledì 27 novembre 2024

La moltiplicazione dei richiedenti asilo

Ma quanti sono i richiedenti asilo, gli immigrati “politici”, per i quali litigano il governo e Magistratura Democratica?
Nel 2023 sono stati in Europa “oltre un milione”, con un aumento del 20 per cento rispetto al 2022. Quest’anno si calcola un ulteriore aumento del 10-12 per cento, per un totale di un milione 100-150 mila.
Germania, Francia, Spagna e Italia sono i Paesi che ne accolgono di più: Germania 31,4 per cento, Spagna 15,3 per cento, Francia 13,8, e Italia 12,4 – circa 131 mila domande. All’Italia, come primo Paese di approdo nella Ue, più della rotta terrestre o balcanica, tocca valutare il più gran numero   di prime domande di asilo politico.
Belgio, Olanda e Svezia, destinazioni un tempo privilegiate dalle richieste d’asilo, hanno ristretto i criteri di accettazione, e i controlli successivi – in Olanda il problema dei rifugiati ha spostato il paese a destra, e ora si teorizza di farne “un Paese per nulla attraente” (i controlli sulle abitazioni e i sussidi a cui i rifugiati politici hanno diritto, un tempo laschi, sono ora ripetuti e accurati).
Siriani, afghani, turchi, venezuelani e colombiani sono nell’ordine le nazionalità di provenienza più rappresentative: insieme sono stati quasi la metà (48 per cento) di tutti i richiedenti asilo 2023. I siriani, col 20 per cento del totale nel 2023, sono dal 2013 il gruppo principale dei richiedenti asilo. Gli afghani, un 10 per cento scarso nel 2023, sono da sei anni il secondo contingente più nutrito.
Scelgono l’Italia soprattutto bengalesi, egiziani e pakistani – per poco meno della metà dei richiedenti asilo nel 2023, il 43 per cento. Seguono per numero gli immigrati da Tunisia, Perù e Costa d’Avorio.
Bangladesh e Egitto, ma 1anche il Pakistan, sono per questo al centro della diatriba fra il governo, che li considera Paesi scuri, da cui quindi non è necessario scappare, e Magistratura Democratica.  

Cara luce

Paghiamo la bolletta più cara, 960 euro in media l'anno, il 23 per cento in più rispetto alla media europea. In Francia la spesa media è inferiore ai 660 euro, un terzo meno dell’utente italiano. Spendono ancora meno spagnoli e svedesi (circa 645 euro) e greci (627 euro). Anche se la Grecia ha un mix di fonti di energia analogo a quello italiano – Francia, Svezia e Spagna beneficiano del minore costo dell’elettricità di font nucleare.
In percentuale la tariffa media italiana è più alta del 29 per cento rispetto a quella rilevata in Francia, del 43 per cento rispetto alla Spagna, del 53 per cento rispetto alla Svezia.
C’è poi l’Ungheria del vituperato Orbàn. Che però in fatto di elettricità a basso costo batte tutti: le tariffe italiane sono il triplo di quelle ungheresi - più alte esattamente del 196 per cento. Con una sola centrale nucleare, a tre reattori, la metà dell’elettricità consumata in Ungheria è di origine nucleare.

Il futuro, verde oppure no, è basato sulla elettricità.

Ridiamo come le bestie, per fare gruppo

“Alle origini del cervello sociale” è il sottotitolo, una conclusione che è anche un manifesto: il riso, non più soltanto umano, è scandagliato sulla traccia di una “teoria dell’interazione sociale”. Un approccio per un fenomeno tanto analizzato quanto, al fondo, misterioso. Scandagliato soprattuto da letterati e filosofi, Platone, Hobbes, e Bergson, Pirandello, Baudelaire fra i tanti. Tra ipotesi sempre suggestive e sempre insufficienti.
“Per secoli e secoli sulla risata sono circolate due assunzioni che a questo punto, però, pensiamo siano totalmente bloccate e hanno bloccato la strada a ogni progresso”, è la premessa della ricerca. Caruana, neuroscienziato, e Palagi, etologa, provano un approccio nuovo, scientifico. Basato sulle ricerche “sul campo” preesistenti, sia in neurologia sia in etologia. Un approccio per così dire ecumenico, poiché il riso è anche animale – ridono molte specie animali, le scimmie, le iene, i cani, i leoni marini, anche i ratti, e altre specie.  
La ricerca svolge due quesiti, analizza due piste: perché ridiamo, e dal punto di vista evolutivo, come si arriva al riso? La conclusiva “teoria dell’interazione sociale” vuole il riso un comportamento animale complesso che assolve ancestrali funzioni sociali: stringere legami, promuovere il gioco e le interazioni cooperative, allentare le tensioni. Che condividiamo con molte altre specie animali. Il riso come un legame col mondo, esseri e cose.
L’assunto si vuole anche concetto risolutivo. IL riso è rimasto finor a fuori fuoco per due errori d’impostazione della riflessione: il collegamento della risata allo humour, e l’esclusività umana del riso. Che hanno dato origine a teorie sul riso che, tra tanta varietà, sono in sostanza tre: ridiamo per senso di superiorità (Platone, Hobbes), per l’aspettativa violata o una sorta di operazione di debug cerebrale, oppure per il sollievo, dopo una paura più o meno fondata. Teorie che hanno punti di forza, ma non esaustive. E basate di fatto tutt’e tre sugli “antecedenti cognitivi della risata”, in sostanza sullo humour. Ignorando il fatto fondamentale – e questo avviene per il riso come per altri comportamenti: usare utensili, prevedere e programmare, ricordare (cultura), decidere (etica) – che il riso non è (più) una prerogativa umana.
Fausto Caruana-Elisabetta Palagi, Perché ridiamo,
Il Mulino, pp. 184 € 19

martedì 26 novembre 2024

Al centro del potere

Orcel, senza saperlo?, muovendo Unicredit all’acquisto di Bpm, ha toccato il drago del Potere Immarcescibile, silente ma vigile. Il drago del Centro politico, della grande pancia del potere, un tempo confessionale (democristiana), ora diffusa ma sempre salda al centro del potere.
Bpm, ancora dopo la cura Castagna, è pur sempre un bastione delle Popolari. Il cui passaggio in piazza Affari non ha nemmeno dieci anni. Delle (ex) popolari di Milano e di Verona, cioè della Lombardia e del Veneto. Il radicamento che ha fatto gola a Unicredit – Intesa si è moltiplicata con la Cariplo, Unicredit cerca l’analogo.
Orcel e Castagna sono a loro volta entrambi grandi maghi, avendo entrambi moltiplicato, nei pochi anni di gestione, di cinque (Orcel) e sette (Castagna) volte il valore delle loro banche - la capitalizzazione in Borsa. Quindi la partita non sarà facile tra due campioni. Per il napoletano Castagna sarebbe la seconda evizione a Milano – la prima fu nel 2012 la cacciata da Intesa, per fare posto a Messina. Ma contro Unicredit Castagna ha con sé la politica.
La Lega, che si ritiene ancora la patrona politica di Lombardia e Veneto (lo è, è in carica), è scesa in campo subito. Ma anche Meloni ha ambizioni di durata, di potere, essendo cresciuta molto al Centro. E naturalmente il Pd, erede naturale nelle due regioni del potere delle Popolari. Con Forza Italia che, pur professando il mercato e la libertà d’impresa, non vuole abbandonare il campo.
L’ops Unicredit non ha aperto una partita tra banche, tra azionisti e management, ha sfidato il potere, per una volta unito.

Agricole apre il portafoglio

Che farà il Crédit Agricole nella partita Unicredit-Bpm, l’azionista finora di maggioranza dell’ex Popolare Milano? Aspetterà di vedere come si mette. Ma con una mano già al portafoglio, anche se ha una quota elevata, quasi il 10 per cento. Anzi, proprio per questo. Il 10 per cento di Bpm dà a Agricole anche una leva, seppure solo da osservatore, sul retail, di cui il gruppo francese è maestro, nel Lombardo-Veneto. In Unicredit, come azionista al 2 per cento del gruppo che si prospetta, non avrebbe alcun interesse.
Crédit Agricole è una grande banca, la seconda o terza in Francia, e la più prospera, ed è pure quotata, ma si gestisce con una struttura consociativa. Il controllo, al 56 per cento, è delle vecchie Popolari, ora Casse regionali, a loro volta non negoziabili, confluite in un’accomandita semplice.
Anche in Italia Agricole ha mantenuto una presenza regionale, locale: “radicata nel territorio”, retail-oriented. Chiamata da Bazoli, come sponda “confessionale” alla costituzione del gruppo che poi è diventato Banca Intesa, ha acquisito, per partenogenesi da Intesa, Cariparma, Friuladria e Carispezia, e poi ancora le Casse di risparmio di Rimini, di Cesena, di San Miniato, e da ultimo il Credito Valtellinese.

Ma che brutta Sardegna

Una Sardegna livida, verde scuro le campagne, grigio il mare, irto il dialetto, fa da sfondo a una vicenda di rapimenti di giovani figlie di immigrate sole, da vendere “agli yacht”. Con assassinio al primo tentativo di fuga, come usava al tempo dei rapimenti di persona.
Una storia variamente classificata thriller o action movie. In realtà splatter. Non proprio, alla Quentin Tarantino: tra svitati, di poche parole, con assortimento di inseguimenti, anche a piedi, e autoscontri.
Il salentino de Feudis ha già una discreta esperienza del genere, al terzo lungometraggio. Alla star Luca Argentero non viene richiesto molto, giusto di guardare l’obiettivo.  
Domenico de Feudis, La coda del diavolo
, Sky Cinema

lunedì 25 novembre 2024

Secondi pensieri - 648

zeulig


Classico – Si vuole classico un tema – un problema – eternamente risorgente. Non è vero: con la storia (col tempo) cambiano i tempi e i problemi – anche nel terrapiattismo, o immobilità del mondo: la psiche, l’occhio del mondo, è fatto per agitarsi, e non per quitarsi, e quindi è sempre in movimento in perlustrazione.
Anche suo malgrado, passivamente, come recettore – più o meo inconscio.
  
Democrazia – Era per i ricchi in America – e in Europa – e continua a esserlo.
Inutile – “Nel mondo c’è un largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è questa mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi”, Eugenio Montale, “È ancora possibile la poesia?”, un testo del 1975, il discorso pronunciato a fine anno a Stoccolma, al conferimento del Nobel: allora il mercato scopriva – si apriva a – i teen-ager.
 
Psiche – È attiva più che passiva: fa – immagina, inventa, postula, deduce per indurre – più che passiva. Anche se non rettilinea, ma sinuosa. Aggrovigliata anche.  
L’anima è l’occhio del mondo, che riflette in immagine. In immagini a fluire anche se non caleidoscopiche, immagini in serie, più o meno di sua creazione (l’immaginazione).
Questo è vero della poesia come dell’attività manuale.
 
Sogni - Sono racconti di sogni – racconti. Che si organizzano nel mentre che si materializzano nella pre-luce, nello stadio ipnagogico. Ipnopompico soprattutto, nella fase concitata del risveglio, o organizzata in vista del risveglio, a metà cosciente, a scopo di memorizzazione.
Il sogno che si memorizza, nel mentre che si organizza, ponendosi anche il problema della verosimiglianza, è del pre-risveglio, perfino nei pochi secondi del risveglio progressivo indotto dalla sveglia. Il sonno, nella fase ipnagogica, è fratto. E così del sogno: una narrazione fratta, ripetitiva ma con lampi incongruenti, di luoghi, visi, persone, situazioni, eventi, che si organizza nel mentre (pochi secondi) in cui si vive quella fase. Un duello oratorio fra Alvin, collaboratore domestico, e un suo conoscente filippino, più in età e quindi più saggio, si organizza dapprima fra due oratori pettoruti, poi sconfina in una cerimonia in vista di un’assemblea, quasi un teatro, che si amplia in un piano inclinato enorme, come di chiesa, osservata da una loggia chiusa, tipo balaustra, che è il salone di una casa dove si è organizzato un banchetto, e la moglie di Alvin, che non è fisicamente la moglie di Alvin, si cruccia perché non ha saputo calcolare i pezzi di carne che aveva da preparare, e chi li serve è l’osservatore, che va e viene con i piatti, e ha l’idea di rimediare risistemando i pezzetti su piatti invece che sui vassoi di portata, togliendo di qua e mettendo di là, a mano a mano che li serve, su tavoli separati, che però a mano a mano si aprono all’assemblea, che or a è una vasta distesa di persone in un ambiente digradante, chiuso, tipo chiesa, con la gente seduta ai banchi, mentre il piatto di Alvin, da cui l’osservatore deve togliere un pezzo per metterlo in altro piatto, è sul davanzale dello studio di Delianuova, con la finestra illuminata dal lampadario aperta, per cui la manovra va fatta con accortezza, altrimenti viene vista da Mimma e le sue amiche, che all’imbrunire ancora chiacchierano tra la strada e il marciapiedi, di fronte. Risveglio quindi nervoso, ma per il senso di assoluta implausibilità del sogno, che comporta una sensazione di stanchezza – mentale, psicologica. Di inadeguatezza, ma dei sogni e dell’arte dei sogni.
L’interpretazione dei sogni è l’interpretazione di un racconto. In qualche misura organizzato, come qualsiasi narrazione. Che uno organizza, più o meno cosciente nella stessa fase di pre-risveglio in cui il sogno che ricorrerà si svolge – mentre si svolge fratto, scomposto, incongruente. Lo fa, lo farà, l’organizzazione delle immagini da caleidoscopio (almeno caleidoscopiche, più spesso arruffate, faticose, frustranti, insignificanti) secondo criteri impliciti del soggetto, bisogni, angosce, nevrosi. Ma è un racconto come un altro di cose vissute – rimembrate, ricostruite, “scoperte”. Come tutte le narrazioni che il paziente fa dallo psicagogo-psicoanalista.
L’attività onirica che agevola l’accesso, se non lo apre, ai contenuti inconsci della psiche è già un racconto, organizzato, cioè, in qualche modo.  È l’anamnesi di un racconto – non del sogno tal quale è stato. Cioè di un materiale onirico organizzato.
L’“interpretazione dei sogni” di Freud è questo, è il riconoscimento di questa natura del sogno. A cui però si attribuiscono valori simbolici, alla “organizzazione” del sogno. Il cui valore “profondo” resterà, dovrebbe, casuale. E molto in dipendenza, nonché di una volontà surrettizia, della natura e delle modalità del risveglio – un afflusso disordinato di immagini nei pochi secondi che precedono il risveglio incontinente – il risveglio improvviso dal sonno profondo, non è accompagnato da sogni.
Ma per lo più i sogni sono frammenti minuscoli di immagini depositate random nel cervello: sono attività in sono del cervello, confuso.
 
Dei tre sogni di Cartesio, quello terribile, l’incubo, lungo e insistito, lo fa avendo dormito sul fianco sinistro
 
Storia - È il conforto del presente. Il suo sostegno. Una scena mobile e solida per il teatro quotidiano. 
 
Verità - La verità si fa, è quello che siamo, dice la moderna filosofia.
Era nel senso biblico originario la parola di Dio, proprio il suono, il nome di Dio: la verità è quello che si dice, per questo nei suoi atti rituali il sacerdote d’Israele non parla.
 
Se l’interlocutore è parte di una setta, possiamo usare contro di lui nell’argomentazione i principi di quella setta, è il topico VIII, 9 d’Aristotele - o topica. La filosofia lo consente, Schopenhauer assicura, poiché per essa “il vero può conseguire da premesse false, ma mai il falso da premesse vere”.

zeulig@antiit.eu 

Cronache dell’altro mondo – obese (310)

Tre quarti degli adulti americani sono sovrappeso o obesi, secondo uno studio pubblicato su “The Lancet”. Con un “sorprendente aumento” dei “tassi di obesità” dal 1990, quando sovrappeso oppure obesa era poco più della metà della popolazione.
Tutte le età ne sono colpite. Ma agli adulti bisogna sommare i bambini, tra i quali la progressione è stata la più forte: uno su tre è ora sovrappeso o obeso. Il dato più preoccupante riguarda gli adolescenti: tra i 15 e i 24 anni quasi la metà della popolazione è sovrappeso o obesa (era il 29 per vento nel 1990). Con un allarme più acuto per le giovani donne: tra le 15-24nni il tasso di obesità è ora del 30 per cento, rispetto al 10 per cento del 1990.
Con i tassi d’incremento di questi trent’anni, nel 2060 la popolazione americana sovrappeso ammonterà a 260 milioni.
Sono definiti sovrappeso gli ultraventicinquenni con un indice di massa corporea pari o superiore a 25. Gli obesi con un indice 30+.
In particolare, è aumentato “vertiginosamente” il tasso di obesità. Tra gli adulti è raddoppiato, dal 20 a “oltre il 40 per cento”.
Le cause restano da indagare. Quelle indicate sono l’uso di cibi “ultraprocessati”, il difficile accesso a frutta e verdure fresche, l’aumento dell’attività online.

Sotto la pelle due vecchi, sudore e chiacchiere

Un re s’innamora della voce di una donna, una vecchietta che vive rinchiusa in una catapecchia, con una sorella ancora più vecchia, e alle sue insistenze gli dà da vedere, attraverso il buco della serratura, il dito mignolo. Tanto basta per eccitare il re. Segue amplesso al buio, e quindi la scoperta: il re butta la vecchietta fuori dalla finestra. La vecchia non muore, protetta da un albero, ai cui resta impigliata. Finché una fatina di passaggio non la trasforma in procace giovinetta, e il re può coronare il suo sogno d’amore. Un favolello, per ridere.
Un racconto del decameron napoletano di Giambattista Basile, “Lo cunto di li cunti”. L’adattamento di Dante non fa ridere.  Le due vecchiette litigano tutto il tempo, impersonate da due maschi nerboruti in abiti femminili – che a turno impersonano anche il re. Finché il-la più giovane, novantenne, non chiede all’altro-a di scorticarlo-a, per fare uscire dalla pelle vecchia la pelle nuova.
Al pubblico non resta che chiedersi pensieroso il senso dell’oretta scarsa di spettacolo. Il senso è caratteristico di Emma Dante, la provocazione. In scena vuole “il maledetto vizio delle femmine di apparire belle”. 
Senza scene. Con qualche canzone napoletana a interrompere la monotonia. Salvatore D’Onofrio e Carmine Mantingola ci mettono molto estro, e sudore, nel battibecco, ma per lo più sono costretti a ciucciarsi il mignolo - una storia binaria, a valere anche per i gay?
Emma Dante, La scortecata, Teatro Vascello, Roma

domenica 24 novembre 2024

Ma l’Europa non è gli Stati Uniti

Gli Stari Uniti non sono Europa. Non solo per Trump e l’America First del movimento Maga, make America great again. Il più europeista degli ultimi presidenti, Kennedy, “Ich bin ein Berliner!”, ne è stato forse anche il più lontano. E l’Europa ovviamente non è gli Stati Uniti.
Ci sono paesi europei, tra essi l’Italia, che hanno con gli Stati Uniti un rapporto stretto e vincolante, per scelta: di politica internazionale, anche europea (sic!), e di economia. Non sempre con fortuna. L’americano Soros affossò la lira e l’Italia nel 1992, a beneficio dei suoi sottoscrittori americani. E l’America di Hillary Clinton sostenne nel 2011 Sarkozy nel tentativo di sottrarre la Libia all’influenza italiana, con l’assassinio di Gheddafi  - e la dissoluzione della Libia stessa (e i 3 o 4 mila morti poi con le mafie delle migrazioni). Ma gli Stati Uniti non parteciparono alla congiura di Merkel e Sarkozy contro l’Italia nella crisi del debito nello stesso 2011. Nel complesso, però, gli interessi dell’Europa, non solo economici, anche politici, sono diversi e spesso concorrenziali con quello degli Stati Uniti.
La diversità, anche lo scontro, degli interessi è normale, scontata, in America, per il governo e per l’opinione pubblica. Non invece in Europa. L’Europa ha affidato all’America l’“ultima difesa”, l’ombrello nucleare, e sotto l’ombrello sta seduta.
L’Occidente vive in un imperialismo sghembo, al suo interno. Non dichiarato, benché non per questo debole e non riconosciuto. Nel quale resta il sospetto – il dispetto - che ha accompagnato la formazione e il rafforzamento dell’Unione Europea, anche se solo in campo economico, la “Fortezza Europa”.
Beda Romano ricorda oggi sul “Sole 24 Ore” che quando nacque il Consiglio d’Europa, il 9 dicembre del 1984, a Parigi, perché il Consiglio era stato proposto dal presidente francese  Giscard d’Estaing, “l’ex ambasciatore Claude Martin (collaboratore di Michel Jobert, un “centrista”, n.d.r.) ricorda che gli organizzatori tirarono le tende della sala «per smorzare i rumori provenienti dalla strada e per impedire ai servizi americani, che erano con ogni probabilità appostati dall’altra parte della place de la Concorde, di filmare o di registrare a distanza le discussioni»”.

Cronache dell’altro mondo – vendicative (309)

Il “Washington Post” tiene una rubrica settimanale, la domenica, sui processi contro Trump, “il primo ex presidente degli Stati Uniti mai incriminato”. Questa domenica passa in esame le sue nomine al ministero della Giustizia. Tre suoi avvocati, di cui il giornale trova a tutti titoli eccellenti. Todd Blanche, vice-ministro, Emil Bove, sottosegretatio, John Sauer, avvocato dello Stato. Niente da dire su Pamela Bondi, procuratrice generale della Florida indicata futuro ministro dopo la rinuncia del primo nominato, Matt Gaetz, che la Cnn accusa di reati sessuali – se non che è “fedele da lunga data”.
Uno dei tre, Blanche, è “diventato specialmente frustrato” dai processi federali contro Trump, e potrebbe diventare il vice-ministro a capo degli uffici e le persone che hanno lavorato a questi processi. Sotto scrutinio l’operato del “procuratore speciale” Jack Smith. Blanche e Bove “dovrebbero riesaminare le inchieste dei procuratori di Jack Smith e le loro interazioni con gli agenti Fbi”.
La giustizia come forma della vendetta?

Cronache dell’altro mondo – giudiziarie ter (308)

Il “New Yorker” s’interroga sul processo contro Trump a New York per avere pagato una prostituta. Un processo dove il neo presidente è stato rinviato a giudizio con 34 capi d’accusa, da una corte presieduta dal giudice Merchan.
Il cronista del settimanale che ha seguito il caso dice in breve, dopo molte righe, che il procuratore distrettuale che aveva esaminato la denuncia, Cyus Vance jr., non l’aveva ritenuta fondata – uno dei casi “zombie” che vengono riproposti regolarmente, da non si sa chi. Il suo successore Alvin Bragg, tuttora in carica, invece sì. Ma non dice che il giudice Merchan, che ha presieduto al rinvio a giudizio, è nominato politicamente, in quanto democratico (come del resto i Procuratori distrettuali Vance jr. e Bragg) e che la famiglia Merchan lavora per il partito Democratico.
Il caso potrebbe ora essere congelato, opina il settimanale. Ma non dice che tra quattro anni Merchan non sarà più al suo posto.
E non è ipocrisia.

Il bisogno – o è una condanna - del desiderio

Non un romanzo della negritudine, né un apologo “nero” dell’imperialismo, un’anticipazione di Conrad, questo racconto del Dr. Johnson, 1759. Che non era dottore, anche se con questo titolo l’ha immortalato la biografia più famosa della letteratura, “Life of Samuel Johnson LL.D.” – era Dottore in Lettere: critico, saggista, lessicografo, biografo a sua volta, nonché poeta in proprio e, come si vede, narratore. È una riflessione sulla forza del desiderio. Della curiosità. La vera forza della vita dell’esistenza. Della ricerca incessante del nuovo. E, perché no, del diverso.
In questa veste lo presentano i curatori dell’edizione più recente, Marsilio, vent’anni fa. Una riflessione sotto forma di racconto, di viaggio, sulle radici della dromomania intellettuale. Del desiderio più che del bisogno – del desiderio che diventa un bisogno. Che termina con una “Conclusione in cui nulla si conclude”, in cui ciascuno dei personaggi della storia s’immagina un Altro e un Altrove ancora da scoprire, non figurabile ma certo.
Un racconto filosofico che è inevitabile, anche per i curatori, avvicinare al “Candide” di Voltaire, curiosamente coetaneo. Analogo anche il tema: la ricerca, o l’illusione, di un eden. Ma senza le arguzie di Voltaire. E senza la sua “modernità”, va aggiunto. Nelle forme del pessimismo, anche sarcastico. E nella scrittura rapida - Jonhson è ancora prolisso.
Nell’edizione Marsilio con testo inglese, ritradotto. Per la cura dei due anglisti di Genova, Giuseppe Sertoli e Goffredo Miglietta. La prima traduzione, quasi coeva alla prima pubblicazione del racconto, fu di Giuseppe Baretti.
Per la vecchia edizione Sellerio trent’anni fa, per la collana Il Divano, il curatore Vittorio Orsenigo poneva l’accento su una riflessione filosofica invertita. Come storia di un Principe destinato alla delusione dall’irrazionalità del mondo. Di un Dr. Johnson pessimista, si direbbe, invece che ottimista. Di un Candido vittima del mondo e non della sua propria superficialità (irrazionalità): “Entrambi esotici nella decorazione narrativa; entrambi di scrittura vivace e pura, per esser letti; entrambi satire filosofiche della dolorosa irrazionalità del mondo, che è percorso in un vasto e avventuroso volo; entrambi enciclopedie dei luoghi comuni del tempo”. Facendo però di Johnson il più moderno: dubbioso “sul drastico bisturi della ragione, quale medicina. O sulla desiderabilità stessa, tutto considerato, di una medicina”.
Samuel Johnson, Rasselas, Principe d’Abissinia, Marsilio pp. 351 pp.vv.
Sellerio, pp. 264 pp.vv.