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sabato 24 aprile 2021

Il Gattopardo sono io

La riedizione dei “Racconti” dell’autore (postumo) del “Gattopardo” si fece a suo tempo, cinque anni fa, perché si poteva disporre nell’integralità dei “Ricordi d’infanzia”, la parte più estesa della raccolta – collaziona anche i tre racconti della prima edizione: “Lighea”, “La gioia e la legge” e “I gattini ciechi”, l’ultimo scritto dell’autore del “Gattopardo”, marzo-aprile 1957. La vedova era intervenuta pesantemente nella prima pubblicazione, 1961, dice Gioacchino Lanza Tomasi, che ha voluto la riedizione e l’ha curata con la moglie Nicoletta Polo, sui “Ricordi” – aveva anche cambiato il titolo dei “Gattini ciechi” in “Il mattino di un mezzadro”: questa riedizione è più lunga di un buon quarto. E in effetti un altro Tomasi di Lampedusa emerge, ma non più allettante.
Tomasi, dice il figlio adottivo ed erede Gioacchino, è un autore in progress, a mano a mano che se ne decifrano le carte, “la sterminata mole di libri e carte sparsi nel palazzo di via Butera”.  Decise di “scriversi” dopo la rilettura di “Henry Brulard”, i “Ricordi di egotismo” di Stendhal. Ma questi “Ricordi”, tanto dettagliati quanto acritici, ne fanno un non affascinante passatista, prigioniero di un’infanzia perduta per inettitudine di generazioni, compresa la paterna e la sua. “I genitori dello scrittore vissero soprattutto sulla dote di Beatrice”, annota di passata Gioacchino, della madre dello scrittore - e non seppero gestirla, disperdendola in liti giudiziarie e in rendite pubbliche rimborsate alla fine della guerra in lire svalutate. 
L’apertura è promettente. Tomasi ha perduto la casa della vita e dei sogni nei bombardamenti del 1943, e ora non ne ha più una: “Tutte le altre case (poche del resto, a parte gli alberghi) sono state dei tetti che hanno servito a ripararmi dalla pioggia e dal sole, ma non delle CASE nel senso arcaico e venerabile della parola. Ed in specie quella che ho adesso, che non mi piace affatto, che ho comperato per far piacere a a mia Moglie e che sono stato lieto di intestare a lei, perché veramente essa non è la mia casa”.
Molto diretto. Ma i ricordi sono poi degli ultimi fuochi del feudo, che la borghesia smantellava assecondandone i complessi di superiorità: servitù, banchetti, e debiti. Della Madre e del Padre maiuscoli, tanto quanto inetti. Arrivando a Santa Margherita del Belice, al palazzo con trecento camere, il paradiso della Mamma e quindi della sua propria infanzia, Giuseppe nota “lo smisurato paesaggio della Sicilia del feudo, deserto”, ma nulla più, è solo una notazione geografica. Si leggono questi ricordi, così autogratificanti, perfino esaltati, come lacerti di un tempo e una storia non gloriosi. Di un’incapacità, non di un destino avverso. Perfino ottusa.
L’interesse si sposta, volendosi applicare, anche solo per snobismo, all’apparato di note: Gioacchino Lanza Tomasi delucida ogni riferimento, un lavoro erculeo. E correda i ricordi di una genealogia Corbera Filangeri del Misilindino-Filangeri di Cutò Mastrogiovanni Tasca di Almerita. Si può imparare, avendo pazienza, che Giuseppe Tomasi di Lampedusa era pronipote di un Alessandro Filangieri che aveva due famiglie, una adulterina con la soprano Teresa Merli Clerici – la nonna dello scrittore era la figlia legittima. Che i Filangieri sono i figli di Angerio, cavaliere normanno al seguito di Roberto il Guiscardo. Che Tomasi di Lampedusa in realtà si chiama Tomasi e Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò – in seconda battuta 11° principe di Lampedusa, 12° duca di Palma, barone di Montechiaro, barone della Torretta, grande di Spagna di I classe.
A Alessandra Wolff Stomersee Balbi, la moglie dello scrittore, che pure aveva qualche titolo, Gioacchino non ne dà nessuno, una commoner.
A un certo punto ricorre il principe Francesco Ruffo di Motta Bagnara, nonno della nonna paterna di Gioacchino Lanza Tomasi, Luisa Sarah (poi sposa di un Lanza), che ha sposato una Filangeri. Quindi Gioacchino Lanza Tomasi in qualche modo era già del casato Tomasi di Lampedusa.
Il racconto “I gattini ciechi” si segnala perché la borghesia è sempre quella, in Sicilia, della “robba”, vista da destra e vista da sinistra, da Verga e Pirandello come da Tomasi di Lampedusa. Da questi con una speciale ottica, ancora settecentesca. Che le note caratteriali e gli interessi letterali che GLT segnala confermano: il “Gattopardo” è ancorato al mondo prima della Rivoluzione. Al Goethe della ballata “Il re di Thule” mentre prepara il “Viaggio in Italia”, e al Mozart giovane, che si prepara, in Italia, al “Flauto magico”- “Come diceva Giuseppe: erano i tempi più alti della civiltà umana”. Con un soprassalto, dopo, per  D’Annunzio: una passione, attesta GLT – che risate invece di Carducci.
Racconti a parte – e interesse precipuo dell’edizione – sono in effetti le note e le introduzioni di GLT, sui tempi, i luoghi, l’evoluzione delle scritture, sulle loro vicende editoriali. L’introduzione a “Lighea”, qui intitolato “La sirena”, dà conto dell’estremo interesse dei Tomasi di Lampedusa per la scomparsa di Majorana, il fisico, che quindi il principe aveva semplicemente adattato al suo personaggio, ellenista principe e senatore, sdegnoso, La Ciura.
GLT testimonia anche l’avidità dei Savoia come percepita da Tomasi di Lampedusa. E quindi dell’unità come processo abusivo. Tomasi è con i suoi una sorta di nobiltà nera, che di tutti i misfatti fa capaci i Savoia: nella fattispecie che Umberto I concepisce lo stato come “patrimoniale”, con “affidamenti” (tangenti) su ogni appalto pubblico. C’è anche “l’arroganza del Parlamento dei generali piemontesi”. In un caso, amava raccontare, di un personaggio minore della dinastia, su cui il Parlamento dei “generali piemontesi” era chiamato a indagare in segreto, in commissione, si arrivò a due possibili motivi di incolpazione: o l’interesse o l’omosessualità. L’aneddoto (wicked joke), termina col presidente della commissione, “un generale piemontese per l’appunto” che conclude: “Noi siamo per il culo”. È lo spirito oggi al Sud degli ex fascisti neo leghisti.
Un’ottima edizione, che fa venire voglia di altro (naturalmente buttata via dall’editore, che in quarta richiama cone un invito quella che nel testo è una deprecazione – “Il riccio deve sapere anche di limone, lo zucchero anhe di cioccolata, l’amore anche di paradiso”, per dire che no, non va bene: “Voialtri, sempre con i vostri sapori accoppiati!”
Tomasi di Lampedusa, I racconti, Feltrinelli, pp. 197 € 9




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