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venerdì 18 marzo 2022

Chi era Pasolini 11

La modernità ha sradicato le masse, prima col salario, poi con la pensione, ora coi consumi. E la scuola, nata dallo stesso mito laico che alimenta il salario, la rendita e i consumi, ne è, forse senza malizia, il vettore: non rimedia alla disuguaglianza ma la riproduce. C’è sapienza, nella scuola istituzione, ancorché perversa. Ma Pasolini la rifiuta per sue mitologie autarchiche, di un mondo senza peccato e senza Dio che non è mai stato di nessuno, se non dei suoi sottili burattinai, che non sono le masse. È il nodo del male assoluto, del suo impossibile isolamento, o del piacere di fare il male.
La volontà, sia perversa che buona, ignorata da Platone, emerge coi santi, Paolo e Agostino, e non figura dopotutto tra i peccati capitali, c’è l’accidia ma non la tortura. Senza contare che Pasolini è invaso dalla pornografia, dalla sua stessa foja intesa come pornografia, la dissoluzione in un lago di sperma, sterile.
Il suo comunismo era ritenuto dai comunisti di ripiego: opportunista, non candido. “È per l’Istinto di Conservazione\che sono comunista”, lui poetava - certo, grande piccolo opportunista è sempre il poeta, per quel modesto guardarsi allo specchio nelle occorrenze quotidiane. Per entrare nel cinema un giornale fascista gli è andato bene, dove apprezzava del “Bell’Antonio” la sua propria sceneggiatura, e denigrava in quanto fascista l’ottimo autore del romanzo, Brancati. O “La dolce vita” elogiava in quanto film “decadente, provinciale, cattolico”.
È l’approssimazione che inficia le sue narrazioni. Specie quelle che lo resero famoso, di periferie simboliche, inventate – il linguaggio ne è prova. Dei “Ragazzi di vita” Ponte Mammolo era abitabile e abitato, Pietralata un grande cantiere, e Donna Olimpia un quartiere modello dell’urbanistica e architettura che ancora si ammirano (nel vecchio impianto) - sia pure di Mussolini, delle “case popolari” dove restringeva i ladroni di Trastevere. Delle altre narrazioni niente resiste, o poco di più. Si rilegge come un conte Tolstòj di periferia. Che ama il popolo da barin, scrivano della nobiltà - i suoi servi liberati sono i coatti.
Provò col grande romanzo, ma “Petrolio” è terrificante. È una bozza, quindi non gli se ne fa colpa. Ma immagina cose del più vieto storytelling italiano. Il solito golpe, a cadenza allora quasi settimanale, del complottismo italiano, e molto sesso a perdere, iterativo, insoddisfacente - metafora o metonimia, ma di che? Il suo complotto è il più vieto di tutti, a opera del solito Cefis, che avrebbe ammazzato Mattei per impadronirsi dell’Eni, che invece era un impero con molti padroni e senza soldi – presto infatti lo aveva lasciato per la Montedison. Una narrazione come quelle che settimanalmente facevano “L’Espresso” e “Panorama” per attirare i lettori – che infatti perdettero. Racconta come scrisse savonaroliano per il “Corriere della sera”. Ma allora da borghese a più (meno) borghese, e non fa nemmeno scandalo.   
Un tributo francese per i quarant’anni della morte, “Génies de Pasolini”, un numero speciale del mensile “Le Magazine Littéraire”, che dichiarava il 2015 “anno di Pasolini”, lo celebra come autore di cinema, pittore, autore di teatro, e mitologista. Perplesso sulle sue polemiche con i “Cahiers du cinéma”, Barthes, Foucault, Sartre - sulle sue polemiche. Non menzionando le sue narrazioni, e poco la poesia. Classicamente classificandolo con Hervé Aubron, che curava lo speciale: “Un onest’uomo del Quattrocento o del Rinascimento, un Europeo anche – se credete ancora a questo termine. Una individualità o quanto atipica ma irradiante al di là della sua semplice singolarità, al di là di una sola disciplina o di un solo territorio, ed è ben in questo che fu un Europeo degno del nome. Così forte che poteva essere pessimista, se non nichilista, e votarsi con tutto se stesso a ciò che faceva, senza dimenticare il mondo che gli girava attorno. Pasolini era anche un antropologo”, che promuoveva, nel mentre che ricercava, “una certa idea della specie umana. Ed era un ecologo”.
(continua)

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