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Bartali, così vicino così lontano
Un
ricordo di Bartali, breve ma con tutte le sue “cose”, la sua biogarfia. Le
impree nelle tappe più impervie, da sano e da malandato. Nelle tante
Milano-Sanremo, ai Tour, ai Giro. Il caratteraccio, detto alla fiorentina. E la
(quasi) santità – vera, di chiesa, qualcuno voleva beatificarlo. Un uomo,
insomma, a tutto campo, oltre che l’atleta che s’immagina, dal numero, e dalla
qualità, delle vittorie.Andrea Schhianchi riesce con poche aprole a sbozzarlo
per intero. Oltre che un campione eccelso – si dice non elegante come Coppi, e
invece aveva l’eleganza del rocciatore, non felino ma di volontà e resistenza
(la resilienza odierna).
I
tentativi reiterati del regime, che lui teneva in punta di bastone, per alimentare
il nazionalismo con le sue vittorie. Specie quando, con le imprese al Tour, era
diventato un beniamino francese. L’incoscienza, o se si vuole il patriottismo,
di girare per mezza Italia, fino a Roma, con i messaggi della Resistenza nelle
canne della bicicletta – tedecshi e repubblichini non lo fermavano, era un
campione, doveva allenarsi. Uno che ha
saavato anche, di suo, innumerevoli ebrei. E sempre, da giovane e da vecchio,
il carattere schietto, umorale più che popolareggiante.
Con
molta documentazione – numeri, carte, percorsi, Uno di noi: “Quando Gino parte
per il Tour de Ftance”, il suo primo, 1938, “ fa un caldo pazzesco” , basta già
questo per avvicinarcelo oggi. Se non fosse per il seguito: “Nel corso dell’ottava
tappa, da Pau a Luchon, transita per primo sull’Aubisque, sul Tourmalet e sull’Aspin…”.
Un altro mondo.
Andrea
Schianchi, Bartali, “La Gazzetta
dello sport”, pp. 139, ill. € 1,50 col quotidiano
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