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La caccia al cristiano
Negli ultimi venti anni 100 mila cristiani
– almeno 100 mila – sono stati uccisi dagli islamici in Nigeria. Senza
risposta, senza difesa. E almeno 15mila strutture di cristiani, fra dispensari,
scuole, chiese, sono state saccheggiate e incendiate, comunque distrutte.
La caccia al cristia non non avviene in
Africa solo in Nigeria. Si pratica ovunque ci sia un movimento islamista, dal
Mali al Benin, l’ex civilissimo Dahomey – compreso, sporadicamente, il Senegal
del cristianissimo “padre della patria” Léopold Sedar Senghor (che avrebbe
dovuto essere il primo Nobel africano trenta o quarant’anni fa, per la Letteratura
o per la Pace, se la Scandinavia avese avuto discernimento, punta di diamante
dell’assimilazione occidentale e cristiana).
Specialmente in Etiopia, il più antico
Stato cristiano del mondo - dal 330-340 d.C, sotto il regno di Aksum, re Azana
- gli Amhara, che praticano il cristianesimo, sono stati oggetto nel Millennio
di pogrom di varia specie, con centinaia di assassinii, decine di chiese incendiate,
comunque distrutte, e perfino paesi dispersi. Costringendo l’attuale uomo forte
del governo, il primo ministro Abiy, cristiano benché di nome faccia Ahmed Alì,
Nobel per la Pace nel 2019, per aver fatto la pace con l’Eritrea dopo una guerra
di oltre vent’anni (in realtà una guerra endemica di settant’anni, dopo la fine
del colonialismo italiano), a una sorta di coprifuoco in varie aree del Paese. Durante
il regime “marxista”-militare di Menghistù, negli anni 1970-1980, peraltro la
caccia al cristiano era diventato sport nazionale, in chiave “rivoluzionaria” –
a partire dall’assassinio di Hailé Selassié, l’imperatore forse più
etnonazionalista di molta storia, e dai cinque anni di prigionia e torture, culminate
con lo strangolamento, del patriarca Theophilos, il capo della chiesa etiope.
Molti assassinii di cristiani si
registrano, singolarmente non come pogrom, fuori dell’Africa nei Paesi islamici
con cospicua presenza storica cristiana, soprattutto in Pakistan. E anche in Turchia.
II “jihadismo” africano è in parte indipendente
da - e precedente a - quello mediorientale, siro-iracheno-afghano. Già nei
primi anni 1970, quindi prima della crisi del petrolio che arricchì all’improvviso
e ingigantì le petromonarchie della penisola arabica, cospicui fondi sauditi e
degli Emirati erano sbarcati nell’Africa sub-sahariana: in Senegal, in Camerun,
nel Dahomey, e in Nigeria negli emirati storici del Nord, di Kano e Kaduna. Per
la costruzione di scuole coraniche e moschee, con spreco di marmi di Carrara e
vetri di Murano. Un’esibizione di potenza e di benessere nel più vasto campo “occidentale”,
cioè americano, di uso dell’islam in funzione anti-sovietica e anti-cinese, in Africa
e nello stesso Medio Oriente (gli stessi fondi alimenteranno Al Qaeda e l’Is).
L’antisovietismo è morto da tempo, l’anti-cristianesimo gli è subentrato. Forse
perché i cristiani sono poco cristiani (non più militanti), prima che deboli
politicamente.
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