Nei fatti dev’essere avvenuto come Marco Imarisio racconta oggi sul “Corriere”: arresti e denunce contro Mastella nascono in un sistema corrotto di potere e parentele locali. Non è da oggi che la giustizia convive con simili degenerazioni. E poi Capua è Napoli: tricche, ballacche e putipù sono la realtà anche nelle aule dei tribunali, con le pagliette, i principi del foro e le claques. Secondo Imarisio c’è anche di peggio: eleganti carabinieri in borghese sono stati disseminati a Capua tra i giornalisti per capire chi sapeva che cosa, e che opinione s’era formato. Roba da non crederci, in questo Napoli è sempre Napoli, che le ansie delle mamme per l’immondizia stagnante e il familismo minacciano di ridurre a dimensione piccolo borghese e quasi normale.
Ma è come se Veltroni avesse posto attraverso Mastella una mozione di sfiducia al governo. Che mantiene sempre l’obiettivo unico di evitare le elezioni quest’anno, e in qualche modo, con o senza Prodi, ci riuscirà. Ma ora rischia. Veltroni pone paradossalmente la sfiducia attraverso la componente ex Dc del suo partito. Nella persona del signore del voto di Capua, che prima era nell’Udeur di Mastella e adesso è contro di lui nel partito Democratico. La pone a tempo – quanto basta perché si arrivi ai referendum, e quindi all’estate, e a evitare le elezioni nel 2008: ma è inevitabile che Mastella si difenda attaccando.
venerdì 18 gennaio 2008
Il governo nella trappola verde
Mercoledì cade il governo. Oppure no? L’opposizione, infatti, che ha presentato una mozione contro il ministro Verde Pecoraro Scanio, ha molte pezze d’appoggio, e anche una situazione parlamentare favorevole, ma non la voglia di far cadere il governo.
I motivi d’insoddisfazione, all’interno della stessa maggioranza, nei confronti del ministro sono numerosi e densi. C’è l’emergenza: la spazzatura in Campania e le inconcludenti politiche di smaltimento dei rifiuti. C’è il nepotismo, a favore di fratelli, sorelle e conviventi. Ma soprattutto è motivo di risentimento il fatto che i Verdi, pochi, siedono sopra il più cospicuo settore di aiuti pubblici, gli unici su cui Bruxelles non può esercitare divieti e controlli: i depuratori (comunali, no consorziali, no comunali), gli acquedotti (il più famoso, l’Acquedotto Pugliese, si perde per strada la metà dell’acqua), il trattamento dei rifiuti, le energie alternative, i parchi, i restauri. Tra i settori fuori mercato, l’ambiente è la stella polare del sottogoverno, più dell’indebiata sanità, il partito degli Ingegneri e Architetti è invidiatissimo. Piantare alberi, o spiantarli, grattare i muri, disegnare una piazza, un chiosco, una panchina, la tipologia di interventi di cui Rutelli sindaco di Roma è stato l’inventore e il condottiero, con gli appalti a pioggia da uno-due milioni, tutti ora vorrebbero poterlo fare. L’unica incognita è appunto l’opposizione, che ha presentato la mozione contro il ministro, ma per l’ora della votazione sta prenotando i gabinetti.
I motivi d’insoddisfazione, all’interno della stessa maggioranza, nei confronti del ministro sono numerosi e densi. C’è l’emergenza: la spazzatura in Campania e le inconcludenti politiche di smaltimento dei rifiuti. C’è il nepotismo, a favore di fratelli, sorelle e conviventi. Ma soprattutto è motivo di risentimento il fatto che i Verdi, pochi, siedono sopra il più cospicuo settore di aiuti pubblici, gli unici su cui Bruxelles non può esercitare divieti e controlli: i depuratori (comunali, no consorziali, no comunali), gli acquedotti (il più famoso, l’Acquedotto Pugliese, si perde per strada la metà dell’acqua), il trattamento dei rifiuti, le energie alternative, i parchi, i restauri. Tra i settori fuori mercato, l’ambiente è la stella polare del sottogoverno, più dell’indebiata sanità, il partito degli Ingegneri e Architetti è invidiatissimo. Piantare alberi, o spiantarli, grattare i muri, disegnare una piazza, un chiosco, una panchina, la tipologia di interventi di cui Rutelli sindaco di Roma è stato l’inventore e il condottiero, con gli appalti a pioggia da uno-due milioni, tutti ora vorrebbero poterlo fare. L’unica incognita è appunto l’opposizione, che ha presentato la mozione contro il ministro, ma per l’ora della votazione sta prenotando i gabinetti.
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giovedì 17 gennaio 2008
Petrolio giù dopo Bush - il Texas si riassesta
Non c’è tregua sul caro-petrolio. Che ondeggia sui cento dollari a barile, e sembra destinato a salire ancora. È possibile, ma la speculazione comincia già a tirare i remi in barca, e i texani si riassestano, nella certezza che il caro-petrolio non reggerà al dopo Bush. È una follia economica da tutti i punti di vista, eccettuato quello dei petrolieri, e concorre alla recessione incombente, solo la forza della presidenza americana la puntella. La crisi di Wall Street può sostenere i corsi delle materie prime, come dei beni rifugio, ma ancora per poco.
Il Texas è il maggior beneficiario dell’inarrestabile boom. Più dell’Opec e della Russia. Il Texas ha le maggiori riserve americane di petrolio e gas, anche se in diminuzione e a costo elevato, e ha le tecnostrutture e i gruppi d’interesse che gestiscono il mercato interno di tutta l’America e buona parte di quello internazionale. C’è questo fattore accanto ai tre che vengono portati a spiegazione del fenomeno: la crescita della domanda in Asia, i limiti delle riserve Opec, la speculazione in derivati sulle materie prime. L’interesse di Bush al caro-petrolio viene insinuato alla George Moore, come un complotto di famiglia per arricchirsi. Mentre i Bush sono una famiglia di politici e fanno politica. Ma, con George W., a lungo governatore del Texas, a favore appunto della Lone Star.
Il Texas è il maggior beneficiario dell’inarrestabile boom. Più dell’Opec e della Russia. Il Texas ha le maggiori riserve americane di petrolio e gas, anche se in diminuzione e a costo elevato, e ha le tecnostrutture e i gruppi d’interesse che gestiscono il mercato interno di tutta l’America e buona parte di quello internazionale. C’è questo fattore accanto ai tre che vengono portati a spiegazione del fenomeno: la crescita della domanda in Asia, i limiti delle riserve Opec, la speculazione in derivati sulle materie prime. L’interesse di Bush al caro-petrolio viene insinuato alla George Moore, come un complotto di famiglia per arricchirsi. Mentre i Bush sono una famiglia di politici e fanno politica. Ma, con George W., a lungo governatore del Texas, a favore appunto della Lone Star.
Le Civilizzazioni di Zapatero senza fondi
Organizzato in pompa col leader turco di destra Erdogan, sulla comune radice massonica, il foro madrileno Alleanza delle Civilizzazioni sarà stato il primo flop politico del socialista Zapatero. Perfino i giornali amici, “El Paìs” e “El Mundo” lo hanno snobbato, malgrado l’imponenza della manifestazione. Che si è chiusa, dopo due giorni di buoni propositi, con una serie di iniziative per 135 milioni di dollari, ma senza fondi. Zapatero si è perfino dovuto difendere sul costo della manifestazione, 11 milioni di dollari, asserendo che a essa hanno contribuito le case reali di Giordania – notoriamente incapiente – e Qatar.
L’iniziativa è partita monca: con ben cinquanta organizzazioni internazionali, quelle del turismo impegnato, e soli 32 Stati, in gran parte sceiccati. Zapatero l’ha presentata come un’iniziativa per la convivenza culturale e religiosa. Ma all’insegna anche lui del “perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)”: ha invitato ulema e mullah, il gran rabbino di Israele e, per i cristiani, il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill.
L’iniziativa è partita monca: con ben cinquanta organizzazioni internazionali, quelle del turismo impegnato, e soli 32 Stati, in gran parte sceiccati. Zapatero l’ha presentata come un’iniziativa per la convivenza culturale e religiosa. Ma all’insegna anche lui del “perché non possiamo dirci cristiani (e meno che mai cattolici)”: ha invitato ulema e mullah, il gran rabbino di Israele e, per i cristiani, il metropolita di Smolensk e Kaliningrad, Kirill.
Quante divisioni ha Odifreddi?
Il matematico Piergiorgio Odifreddi, nomen omen, a leggerlo e guardarlo fa un po’ paura. Più per l’atteggiamento che per la filosofia che espone – il matematico è anche filosofo, vedette televisiva della divulgazione scientifica, e autore di best-seller, ultimo “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”. Per la strafottenza. Che forse gli viene da uno speciale peso scientifico: è titolare di Matematica a Torino, dice sempre che è appena tornato dall’America. O dal successo: col “Perché” è in vetta al nuovo laicismo televisivo alla Augias-Brown. Certo, è forte di una folta capigliatura.
Ma Odifreddi è anche esponente di riguardo della nuova sinistra, del partito Democratico. Sul quale è inflessibile come sul papa. Gliele canta pure a Veltroni, che dal papa è voluto andare. E alla vigilia dell’abortita visita del papa alla Sapienza, che Mussi non osteggiava, gliele ha cantate anche al ministro: “Proprio lui che ha abbandonato il Pd perché non sopportava il compromesso tra tra Ds e Margherita”. Questo Pd dev’essere un altro da quello che Odifreddi rappresenta, che appunto è un compromesso tra Ds e Margherita. Ma, se la sinistra deve morire per lui, non sarebbe giusto si chiedesse: quante divisioni ha Odifreddi?
Ma Odifreddi è anche esponente di riguardo della nuova sinistra, del partito Democratico. Sul quale è inflessibile come sul papa. Gliele canta pure a Veltroni, che dal papa è voluto andare. E alla vigilia dell’abortita visita del papa alla Sapienza, che Mussi non osteggiava, gliele ha cantate anche al ministro: “Proprio lui che ha abbandonato il Pd perché non sopportava il compromesso tra tra Ds e Margherita”. Questo Pd dev’essere un altro da quello che Odifreddi rappresenta, che appunto è un compromesso tra Ds e Margherita. Ma, se la sinistra deve morire per lui, non sarebbe giusto si chiedesse: quante divisioni ha Odifreddi?
La scienza laica di Cini
Marcello Cini, epistemologo caro a molti, ha acceso la miccia antipapale con la sua lettera al “Manifesto” il 14 novembre. Poiché quello che dice il “Manifesto” è vangelo, la lettera si cita ma non si legge. Eccola. L’argomento di Cini è che “la linea politica del papato di Benedetto XIV si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenze tra fede e conoscenza non vale più”. Col disegno di espropriare “la sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano”. In particolare con “l’appoggio esplicito dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente”. Che Cini non esplicita, ma dice “tentativo – condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario – di ricondurre la scienza sotto la pseudorazionalità dei dogmi della religione”. Una lettere polemica, dunque, e non espistemica.
Il fatto è che Galileo non si sarebbe espresso così – è tuttora un maestro della prosa italiana, leggerlo per provarlo. Che la spartizione delle sfere tra fede e conoscenza non vale più da un pezzo. E che il Disegno Intelligente non è un crimine. È la prova di Dio del reverendo Paley (se c’è l’orologio ci dev’essere un orologiaio), che si rifaceva al sillogismo di san Tommaso d’Aquino: “Ogni qualvolta un disegno intelligente esiste, deve essere esistito un disegnatore; la natura è complessa; dunque la natura deve aver avuto un disegnatore intelligente”. Un Discovery Institute in America l’ha ripreso, senza parlare di Dio, in termini di ricerca scientifica: i processi vitali si spiegano meglio con una causa intelligente piuttosto che attraverso un processo casuale come la selezione naturale - a questo probabilmente si riferisce farraginoso Cini. Ma tanto è bastato perché l’improvvido Carlo Bernardini raggruppasse tutti i docenti della gloriosa facoltà di Fisica della Sapienza per scrivere burocraticamente al rettore: “Condividiamo in pieno la lettere di critica che il collega Marcello Cini le ha indirizzato sulla stampa”. Aggiungendo: il papa ha diffamato Galileo, in un discorso a Parma, il 15 marzo 1990.
Il discorso a Parma si è rivelato essere un cenno di venti righe, abbozzato a Rieti subito dopo la caduta del Muro e ripreso a Madrid due mesi dopo, sulla caduta delle certezze, anche nella scienza e nella tecnica. Il papa vi cita Ernst Bloch e Feyerabend a proposito di Galileo: “All’epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo”. Il papa è tedesco e cita i tedeschi, ma avrebbe potuto citare il coevo e rispettato storico Pietro Redondi, la cui summa di studi galilaiani, "Galileo eretico", ora ristampato, uscì per la rima volta nel 1983. O l'accurato romanzo di Jacob Popper, “L’uomo e l’ombra”, del 1966. Insieme con Bloch e Feyerabend il papa citava Carl Friedrich von Weizsäcker, per la nota “via direttissima” che arriva alla Bomba partendo da Galileo. Il fermo Fermi non dissentirebbe, e non molti hanno dubbi. È peraltro con la Bomba che la scienza ha ripreso a dubitare. Leggendo Cini sembra di no, ma la sua lettera è piena d’inesattezze, non solo nell’assunto principale.
Identifica la democrazia in Oscar Luigi Scalfaro, un uomo che ha dissolto due Parlamenti in due anni. Incarna nella Sapienza 705 anni di autonomia antipapalina, mentre la Sapienza fu fondata da un papa, e non dei migliori, Bonifazio VIII. Dice che della teologia “non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali”. No, la teologia c’è sempre nelle università dove c’era, in Germania, Svizzera, Inghilterra, Belgio, Olanda, etc. Mentre non si trova “la spartizione delle sfere di competenze tra Accademia e Chiesa” che ci sarebbe dai tempi di Cartesio. Troppe sfere.
Il problema, che Cini certo sa anche se sfugge ai cofirmatari, è che questo laicismo puzza di complotto. Di chi vede ovunque la mano della chiesa, della massoneria, della Cia, dei servizi deviati, delle forze in agguato della reazione. E non li vede magari dove ci sono. Diceva Pascoli già un secolo fa, scrivendo alla Gentile Ignota, nel mezzo dell'Italia anticlericale: “Bisognerebbe, per la salute dell’Italia e dell’Umanità, che i cosidetti anticlericali e i clericali si mangiassero gli uni gli altri, come i due lupi della favola, e ne restasse solamente la coda, a testimonianza che erano bestie, e bestie simili, gli uni e gli altri”.
L’antipapalino “Micromega” ha nello speciale “Per una riscossa laica” (pp.240, € 14), prodotto in funzione antipapale, un’ottima aneddotica e una felice conclusione del sociologo Alessandro Dal Lago, che opportunamente riporta laico al suo significato. Il laos greco è il popolo, come il tedesco Leute, e dunque laikos è in greco “del popolo”. Da qui il latino laicus, “il credente minuto”, non ecclesiastico. E l’inglese layman, il non esperto, il profano o dilettante. Nulla di più. Si arriva nel costituzionalismo laico, ricorda Dal Lago, a negare la costituzione materiale, col solo fine di tener fuori dalla società la chiesa. Ma la chiesa non ha partecipato, e non partecipa, alla Costituzione formale? “Se la difesa degli spazi di libertà”, conclude Dal Lago, “che io non vedo che come cittadinanza in progress, è lasciata ai limatori delle convenzioni europee, a qualsiasi sparso erede dei dossettiani, e ai nostalgici carducciani e frammassoni, la battaglia è perduta in partenza”. È la stessa battaglia dell’uguaglianza.
Il primo libro laico della storia è il Vangelo, che demitizza tutto. Ed è anche anticlericale, ma in dibattito.
Il fatto è che Galileo non si sarebbe espresso così – è tuttora un maestro della prosa italiana, leggerlo per provarlo. Che la spartizione delle sfere tra fede e conoscenza non vale più da un pezzo. E che il Disegno Intelligente non è un crimine. È la prova di Dio del reverendo Paley (se c’è l’orologio ci dev’essere un orologiaio), che si rifaceva al sillogismo di san Tommaso d’Aquino: “Ogni qualvolta un disegno intelligente esiste, deve essere esistito un disegnatore; la natura è complessa; dunque la natura deve aver avuto un disegnatore intelligente”. Un Discovery Institute in America l’ha ripreso, senza parlare di Dio, in termini di ricerca scientifica: i processi vitali si spiegano meglio con una causa intelligente piuttosto che attraverso un processo casuale come la selezione naturale - a questo probabilmente si riferisce farraginoso Cini. Ma tanto è bastato perché l’improvvido Carlo Bernardini raggruppasse tutti i docenti della gloriosa facoltà di Fisica della Sapienza per scrivere burocraticamente al rettore: “Condividiamo in pieno la lettere di critica che il collega Marcello Cini le ha indirizzato sulla stampa”. Aggiungendo: il papa ha diffamato Galileo, in un discorso a Parma, il 15 marzo 1990.
Il discorso a Parma si è rivelato essere un cenno di venti righe, abbozzato a Rieti subito dopo la caduta del Muro e ripreso a Madrid due mesi dopo, sulla caduta delle certezze, anche nella scienza e nella tecnica. Il papa vi cita Ernst Bloch e Feyerabend a proposito di Galileo: “All’epoca di Galileo la chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo”. Il papa è tedesco e cita i tedeschi, ma avrebbe potuto citare il coevo e rispettato storico Pietro Redondi, la cui summa di studi galilaiani, "Galileo eretico", ora ristampato, uscì per la rima volta nel 1983. O l'accurato romanzo di Jacob Popper, “L’uomo e l’ombra”, del 1966. Insieme con Bloch e Feyerabend il papa citava Carl Friedrich von Weizsäcker, per la nota “via direttissima” che arriva alla Bomba partendo da Galileo. Il fermo Fermi non dissentirebbe, e non molti hanno dubbi. È peraltro con la Bomba che la scienza ha ripreso a dubitare. Leggendo Cini sembra di no, ma la sua lettera è piena d’inesattezze, non solo nell’assunto principale.
Identifica la democrazia in Oscar Luigi Scalfaro, un uomo che ha dissolto due Parlamenti in due anni. Incarna nella Sapienza 705 anni di autonomia antipapalina, mentre la Sapienza fu fondata da un papa, e non dei migliori, Bonifazio VIII. Dice che della teologia “non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali”. No, la teologia c’è sempre nelle università dove c’era, in Germania, Svizzera, Inghilterra, Belgio, Olanda, etc. Mentre non si trova “la spartizione delle sfere di competenze tra Accademia e Chiesa” che ci sarebbe dai tempi di Cartesio. Troppe sfere.
Il problema, che Cini certo sa anche se sfugge ai cofirmatari, è che questo laicismo puzza di complotto. Di chi vede ovunque la mano della chiesa, della massoneria, della Cia, dei servizi deviati, delle forze in agguato della reazione. E non li vede magari dove ci sono. Diceva Pascoli già un secolo fa, scrivendo alla Gentile Ignota, nel mezzo dell'Italia anticlericale: “Bisognerebbe, per la salute dell’Italia e dell’Umanità, che i cosidetti anticlericali e i clericali si mangiassero gli uni gli altri, come i due lupi della favola, e ne restasse solamente la coda, a testimonianza che erano bestie, e bestie simili, gli uni e gli altri”.
L’antipapalino “Micromega” ha nello speciale “Per una riscossa laica” (pp.240, € 14), prodotto in funzione antipapale, un’ottima aneddotica e una felice conclusione del sociologo Alessandro Dal Lago, che opportunamente riporta laico al suo significato. Il laos greco è il popolo, come il tedesco Leute, e dunque laikos è in greco “del popolo”. Da qui il latino laicus, “il credente minuto”, non ecclesiastico. E l’inglese layman, il non esperto, il profano o dilettante. Nulla di più. Si arriva nel costituzionalismo laico, ricorda Dal Lago, a negare la costituzione materiale, col solo fine di tener fuori dalla società la chiesa. Ma la chiesa non ha partecipato, e non partecipa, alla Costituzione formale? “Se la difesa degli spazi di libertà”, conclude Dal Lago, “che io non vedo che come cittadinanza in progress, è lasciata ai limatori delle convenzioni europee, a qualsiasi sparso erede dei dossettiani, e ai nostalgici carducciani e frammassoni, la battaglia è perduta in partenza”. È la stessa battaglia dell’uguaglianza.
Il primo libro laico della storia è il Vangelo, che demitizza tutto. Ed è anche anticlericale, ma in dibattito.
lunedì 14 gennaio 2008
Sofri, figura tragica dell'epoca
Ha voluto parlare fuori dal mondo Adriano Sofri con Fabio Fazio sabato sera a “Che tempo che fa”. E tuttavia è sempre più la figura tragica dell’epoca. Più di Craxi, che in qualche modo se l’era cercata. Dell’epoca dei processi politici milanesi – se non furono un golpe, di Scalfaro e degli scarti del Msi e del Pci. Anche nel suo conformismo odierno di maniera.
Anche somaticamente, nel sorriso assente, nel tono monocorde, quel colloquio con Fazio sembrava uscito da “1984”. I processi e la condanna di Sofri sono parte dell’Indicibile della storia d’Italia. Come le bombe, migliaia di bombe impunite a partire da piazza Fontana. Una storia che non si può raccontare, anche se alcuni testimoni oculari sono bene in vita, Cossiga, Andreotti, Scalfaro, e gli scheletri del Pci, o forse per questo. Sofri ne è la figura tragica anche perché nel processo e dopo si è affidato ai suoi persecutori.
Un guizzo dell’antica ingenuità ha avuto solo sulla trappola di rito. È prassi dire che “quelli del Sessantotto” sono diventati direttori di giornali, che non è affatto vero, ma Sofri non si è sottratto. Alla velata accusa di carrierismo. Il Sessantotto ha fatto la felicità di tutti quelli della sua età, compresi gli scalpellini e i calzolai, se ce ne sono ancora. Che tutti però si pongono adesso fuori dal mondo, anche se non hanno avuto processi e condanne, per il motivo che non sono mai entrati nelle istituzioni, ne sono stati anzi tenuti fuori, non c’è un leader politico o un ministro che abbia potuto farsi strada venendo da quell’esperienza.
Anche somaticamente, nel sorriso assente, nel tono monocorde, quel colloquio con Fazio sembrava uscito da “1984”. I processi e la condanna di Sofri sono parte dell’Indicibile della storia d’Italia. Come le bombe, migliaia di bombe impunite a partire da piazza Fontana. Una storia che non si può raccontare, anche se alcuni testimoni oculari sono bene in vita, Cossiga, Andreotti, Scalfaro, e gli scheletri del Pci, o forse per questo. Sofri ne è la figura tragica anche perché nel processo e dopo si è affidato ai suoi persecutori.
Un guizzo dell’antica ingenuità ha avuto solo sulla trappola di rito. È prassi dire che “quelli del Sessantotto” sono diventati direttori di giornali, che non è affatto vero, ma Sofri non si è sottratto. Alla velata accusa di carrierismo. Il Sessantotto ha fatto la felicità di tutti quelli della sua età, compresi gli scalpellini e i calzolai, se ce ne sono ancora. Che tutti però si pongono adesso fuori dal mondo, anche se non hanno avuto processi e condanne, per il motivo che non sono mai entrati nelle istituzioni, ne sono stati anzi tenuti fuori, non c’è un leader politico o un ministro che abbia potuto farsi strada venendo da quell’esperienza.
Se la sinistra è, come aprile, più crudele
Il 40 per cento del reddito fisso è in Italia di pensionati. Del reddito che paga le tasse senza partita Iva, cioè, senza la possibilità di dedurre spese di produzione e ammortamenti. Il pensionato è anche fra tutti quello che meno può arrotondare con la seconda e terza occupazione in nero, come si è sempre fatto in Italia ben prima che lo scoprisse il professor Gallino. È per questo odiosa, perché è crudele, la politica di aumento delle tasse che il governo di centrosinistra, unico in Europa, persegue. Sono aumentati tutti i bolli, alcuni più volte, dalla televisione alla circolazione, alla tassa sul conto corrente, eccetera. Sono aumenta le addizionali comunali e regionali Irpef. Sono aumentati ovunque i coefficienti dell’Ici. Un fardello specialmente odioso, considerato che tutti hanno una seconda casa, quella del paesino d’origine, che non possono vendere nemmeno se volessero. Molti Comuni, Roma capofila, stanno imponendo la revisione dei coefficienti catastali a spese dei proprietari, e con la pretese di cinque anni di arretrati dell'Ici qualora i coefficienti aumentino. In termini tariffari, di costo per un servizio, la Tarsu e il minimo per l'acqua sono ridicolmente alti ovunque per una o due persone, sono la vecchia imposta sul sale. Pesano di più, inoltre, su questo quaranta per cento d’italiani i ticket sulla sanità: perché con l’età si ha più bisogno della sanità, e le procedure per l’esenzione sono farraginose e arbitrarie.
Dopo il raddoppio dei prezzi in omaggio all’euro, e il secondo raddoppio per il petrolio, la sanguisuga fiscale: questa ferocia non è senza conseguenze economiche. L’impoverimento del reddito fisso è una delle due componenti dell’impoverimento della domanda, che ha bloccato l’economia – l’altro è il reddito insufficiente e precario delle classi d’età fino ai 30-35 anni. Che il ministro dell’Economia, coi suoi “bamboccioni”, non si sia accorto di questa evidente verità lo definisce. Ma è tutto il governo del Professore d’Economia che non lo sa. Anche aprile è crudele, nella poesia, ma fa sbocciare qualcosa, mentre qui c'è il deserto.
La sinistra si connota per l’irenismo, e quindi c’è da interrogarsi se il Prodi dracula è di sinistra – non lo è: lui è una maschera di Andreotti. Contro questi prelievi costanti fa valere una serie di provvedimenti di sostegno del reddito, ma giusto per intorbidare il quadro. Sono minimi, cento-centocinquanta euro, una tantum, inappetibili, e comunque difficili da ottenere: assegnetto agli incapienti – chi è un “incapiente”? -, assegnetto alle pensioni minime, assegnetto alle giovani coppie in affitto, con procedure da incubo, e di nuovo le fasce sociali per l’elettricità e il gas, che sono impraticabili in regime di mercato.
Dopo il raddoppio dei prezzi in omaggio all’euro, e il secondo raddoppio per il petrolio, la sanguisuga fiscale: questa ferocia non è senza conseguenze economiche. L’impoverimento del reddito fisso è una delle due componenti dell’impoverimento della domanda, che ha bloccato l’economia – l’altro è il reddito insufficiente e precario delle classi d’età fino ai 30-35 anni. Che il ministro dell’Economia, coi suoi “bamboccioni”, non si sia accorto di questa evidente verità lo definisce. Ma è tutto il governo del Professore d’Economia che non lo sa. Anche aprile è crudele, nella poesia, ma fa sbocciare qualcosa, mentre qui c'è il deserto.
La sinistra si connota per l’irenismo, e quindi c’è da interrogarsi se il Prodi dracula è di sinistra – non lo è: lui è una maschera di Andreotti. Contro questi prelievi costanti fa valere una serie di provvedimenti di sostegno del reddito, ma giusto per intorbidare il quadro. Sono minimi, cento-centocinquanta euro, una tantum, inappetibili, e comunque difficili da ottenere: assegnetto agli incapienti – chi è un “incapiente”? -, assegnetto alle pensioni minime, assegnetto alle giovani coppie in affitto, con procedure da incubo, e di nuovo le fasce sociali per l’elettricità e il gas, che sono impraticabili in regime di mercato.
Il mondo com'è (5)
astolfo
Europa – È teutonica. Doveva essere il continente, la patria, delle diversità, è invece infine il Reich, ottuso cioè e monocratico, ogni originalità vi è debolezza. L’aneddotica non copre-cancella questo fatto semplice e noto, emerso in occasione del primo allargamento, quando l’allegra tolleranza verso Francia e Italia scemò vistosamente, del secondo allargamento, e dell’inverosimile vicenda Sme-Euro. Vi si ritrovano a loro agio i paesi tedeschi, Austria, Olanda, Belgio, la Scandinavia, i paesi dell’Est, e la componente tedescofila della cultura spagnola. La Gran Bretagna per questo certamente si tiene in guardia: come sempre ammira il teutonismo, ma poi finisce per combatterlo. La Francia ne ha già il rigetto, le lusinghe di Berlino non hanno più presa. L’Italia accetta tutto, e quindi soccombe senza resistenza.
Tutto quanto è italiano è in difetto per Bruxelles. Il che è impossibile, ma è la maniera d’essere dell’Italia, scusarsi. Un paese che bene o male, pur non avendo cattedre di razzismo, e anzi compiacendosi dell’anticritica, ha fatto ricchi i suoi connazionali quasi quanto lo sono i tedeschi, e anzi alcuni li ha fatti più ricchi, i tedeschi del Sud Tirolo, molto più ricchi.
L’Europa non c’è più perché la Germania la modella. Non si rifarà predicando l’irenismo, del clima compreso, che essa non pratica. Né con le Mercedes: altre realtà regolano la realtà.
Giovanni Paolo II – Sarà stato il messia di cui ha rivestito i segni esterni: la sorpresa, la rutilanza, la gioia, il castigo, la sofferenza, la passione. Ha ridato l’utopia – la grazia – alla chiesa, ai credenti in tutto il mondo, agli oppressi, e perfino, un po’, all’Italia. Ma potrebbe avere fatto di più, a giudicare dall’agio con cui si muove il suo modesto successore: potrebbe avere rimesso la chiesa al passo coi tempi. Di cui sempre era stata la guida, fino alla sfida di Lutero e dei principi. Per cinque secoli si era poi rinchiusa, rifiutando la scienza, la ragione, i diritti umani, e perfino la libertà, nell’angolo dove era stata costretta, tra sessuofobia e giaculatorie.
Questione morale – La questione morale è la questione morale. Storicamente, come viene applicata in Italia. Con quattro milioni di licenziamenti tra il 1993 e il 1998. Il dimezzamento del valore dei salari tra il 1998 e il 2008. L’appropriazione a prezzo vile dell’immenso patrimonio dello Stato – una seconda manomorta. Una giustizia penale discriminatoria. E la politica cancellata a favore di un’opinione pubblica padronale. Che questa questione morale ha presentato e presenta come rivoluzionaria.
Che ciò sia possibile – che una questione morale così velenosa sia possibile - è la tragica eredità di Berlinguer, leader mediocre, e forse luciferino, che il Partito portò per la prima volta alla sconfitta ed è invece la massima icona del popolo degli onesti-belli-e-buoni. La questione morale è di destra. È un regolamento di conti – una guerra per bande nel gergo di mafia. E come tutto viene dall’America, l’“etica negli affari”, il grande imbroglio degli ultimi venti anni.
C’è la solita questione morale all’italiana, quella del deputato repubblicano Nasi, che, insegnava Spadolini, fu condannato a undici mesi per appropriazione di una sedia, da coloro che dieci anni prima avevano impunemente saccheggiato la Banca Romana, allora la più grande. Storia che si può raccontare anche in questi termini – la storia in Italia non è mai esplicita: Nunzio Nasi era un duro, era stato ministro di Pelloux, ma quando si apprestava a diventare capo della massoneria fu condannato per la sedia.
In termini attuali, come arma politica, la questione morale è quella messa in opera dai Democratici Usa per rimuovere con ignominia Nixon, che i belli-e-buoni del grande capitale non sopportavano più. I Democratici di John e Robert Kennedy, che infangarono gli Usa in Vietnam, e più volte tentarono di uccidere Castro, anche di persona – prima che i Democratici se ne liberassero, dei Kennedy. Non c’è in America l’autonomia del politico (bel tema), non ci può essere. Con l’effetto, dopo un lungo esercizio di questione morale, e codici etici garibaldinamente adottati in ogni impresa, della più grande truffa mai perpetrata nella storia, da parte di Enron, Cisco, etc.
All’italiana la cosa è di minori dimensioni - esclusa Parmalat, che resterà nell’empireo della malversazione. Ma è saldamente ancorata come un tumore nella sinistra politica, di cui sono stati o sono eroi i maggiori speculatori, con Parmalat, Cirio, Tiscali, CdbWebTech: Tanzi, il misirizzi Cragnotti, l’uomo che sempre ha dato fiducia alle banche, De Benedetti nelle sue tantissime incarnazioni (CdbWebTech è l’ultima di una serie: Fiat, Ambrosiano, Buitoni-Sme, Société Générale de Belgique, Olivetti per due-tre volte, Omnitel-Mannesmann), Soru. C’è chi, dopo dieci anni, ancora non s’è ripreso da Tiscali a cento euro.
Riforma – Solo in Italia è un fatto spirituale, dell’uomo che parla con Dio, e una Gestalt positiva, socializzante, un Nuovo Secolo Primo dell’era cristiana. Fin dall’inizio la Riforma fu un affare politico, in Germania, Svizzera, Praga, Fiandre e altrove, per non parlare dell’anglicanesimo. E poi non c’è l’uomo e il suo Dio – c’è in quanto solitudine, benché presuntuosa. La fede socializza nella specie, se non nel gruppo o nella comunità, anche i mistici e gli eremiti sanno di non essere soli.
Sessantotto – Una rivoluzione per certo. Anche per la prova del nove inoppugnabile: la mediocrità di chi se ne proclama autore, che la memorialistica documenta in modo tragico – la rivoluzione, si sa, quando si dichiara già c’è stata.
È un anno che è un decennio. Con la strada, e i suoi caratteri, beat, hippie, provo, Mary Quant e il no bras, i Beatles, Berkeley, la Kent State University, Mogador e l’amore in spiaggia, Ohnesorge a Berlino, il rifiuto del lavoro e dei consumi, cioè la scelta, o il proporsi il tema felicità, l’anti-Vietnam come anti-bellicismo. Con i venticinque anni di pace naturalmente, e il boom perdurante. Il papa buono e il Concilio vaticano II.
La presunzione di appropriarselo è ridicola al punto di fare propria la critica di carrierismo che sempre insegue il Sessantotto. Mentre nessun leader politico ne è potuto emergere, e i pochi che si sono fatti un nome lo devono alla violenza (Rinaldi) o al democristianesimo di complemento (Lerner, Liguori, Annunziata, Riotta).
C’è però un Sessantotto bis che non quadra, quello di Cuba, fino al subcomandante Marcos e a Chavez, delle Guardie Rosse, del Compagno Mao, dei partitini e, infine, delle bande. Che si può dire tranquillamente degli usurpatori trinariciuti, quelli che prima si erano nascosti dietro il fascismo di Pasolini. È infatti solo italiano e tedesco, il Sessantotto dei partiti Comunisti. Nulla del genere in America e in Inghilterra, dov’è nato, né in Francia, dove s’è illustrato con le “trenta gloriose”, eove anzi la denuncia è stata tempestiva e costante dei gulag e dei laogai.
Sinistra-Destra – La destra intellettuale, benché vincolata a Berlusconi, è più vivace della sinistra, così come la base elettorale della destra. Intanto perché la base elettorale catturata da Berlusconi è in buona parte di sinistra (lavoratori, internazionalisti, modernisti) ma la sinistra ancora non lo sa, dopo dodici o quindici anni, malgrado le sue folte schiere di forti pensatori del pensato. La destra intellettuale è innovativa perché è più libera - anzi è libera, nessuno la controlla. Anche in virtù della mediocrità del suo referente politico, dallo stesso in qualche modo riconosciuta, con l‘indigenza dell’opposizione politica.
Certo, è dubbio essere di sinistra in Italia, e quasi impossibile, Bobbio, l’ultimo che vi si è esercitato una quindicina d’anni fa, non saprebbe che dirne. Anche se la sinistra in Italia non solo non fa mai autocoscienza, ma continua a ritenersi con piena coscienza la parte buona del paese, lo schieramento di chi è onesto, bravo, buono, paga le tasse e aiuta i poveri. Petizione incontestabile, anche se con correzioni – la sinistra è impegnata sul sociale, la destra bada ai suoi interessi, e questo non è simpatico ma non porta dritto all’inferno. La petizione però si scontra con la realtà. Sono di sinistra i giornali di sinistra? tutti di padroni, bene assestati sui loro interessi, e molto manovrieri, se non calunniosi. Sono di sinistra la Rai e il Csm? luoghi di trasformismo integrale e lottizzazione. È di sinistra Visco? che aumenta le tasse dei poveri, dieci euro qua, quindici là, e quindici al mese per l’addizionale comunale Irpef, facendosi inviare fax – dai luoghi di lavoro – che inneggiano agli aumenti, promuovendo studi che proclamano felici i pagatori di tasse, pagandoli anche, coi soldi delle tasse. È di sinistra la questione morale? È di sinistra il gossip? pettegolezzo calunnioso che in Italia si esercita non sulle questioni di letto e di corna, che non hanno mai fatto male a nessuno, ma sulla e contro la politica. Che cosa resta a sinistra se non la politica, quali altri armi ha?
La sinistra si ferma alla Resistenza, se fu rossa o tricolore, e al 1956, a cosa disse Ingrao o Alicata (che si scopre, incidentalmente, personaggio colto e amabile, sotto la crosta della calunnia comunista). Per l’indigenza della storia e della sociologia politica in Italia. Che però è saldamente presidiata dalla sinistra, anche nelle forme dell’economia e della tuttologia: Rai, università, giornali, ospedali, uffici giudiziari. Restano ignoti gli Usa, il globalismo, la Cina, l’Asia, e della stessa adorata America Latina si ha immagine caricaturale alla Pancho Villa: Castro, Maradona, Chàvez, e il subcomandante Marcos che s’è perso nella selva. Sono ignoti il Vaticano, Giovanni Paolo II, il cristianesimo. E l’Europa? Poco o nulla si sa o si capisce di Bruxelles, Eurostat, Bce, o del centralismo teutonico che sta dissolvendo l’Italia.
Per l’indigenza culturale degli (ex) comunisti? No, tutti gli intellettuali di sinistra sono ormai ciechi. Tenuti al morso stizzoso dell’anti-berlusconismo. Che potrebbe essere stato inventato, agli effetti pratici, dallo stesso Berlusconi, si capisce che alfieri ne siano (ex) fascisti – sarebbe il romanzo del berlusconismo se ancora vigesse l’“a chi giova?” e ci fosse la contro-informazione. Però è vero che la Dc, nelle sue varie reincarnazioni, naviga furba proprio sulle rovine della cultura socialcomunista, sindacale, protezionista, centralista, pauperista. Mentre a destra il linguaggio è più onesto. Più concreto anche. Non concreto, dato che ha l’handicap Berlusconi, altalenante con cadute siderali, ma “più” onesto e concreto. Di buonsenso.
Pochi dubitano che la Campania gestita da Berlusconi avrebbe raccolto la spazzatura. Con o senza la camorra. Se Moratti dice che stabilizza trentamila precari l’anno, o quarantamila, la cosa succede. Mentre se Fioroni dice che ne stabilizza duecentomila, nessuno dubita che non siano chiacchiere, come sono state. Che Moratti non ne ottenga credito, è parte del gioco. Ma dalla parte dell’ipocrisia.
astolfo@antiit.eu
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (13)
Giuseppe Leuzzi
Sudismi\sadismi. A volte la verità è semplice, e a Napoli è addirittura strafottente. Compresa la vergogna delle Autorità: la Procura della Repubblica, il duetto Antonio-Rosetta, che hanno rodato gli amori assassini del Partito Democratico, la televisione e i giornali, comprese le opulente cronache locali. “In questa provincia il 39 per cento della popolazione ha precedenti penali”, dice il capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, al “Sole 24 Ore” del 12 gennaio. È solo una delle cose note segrete che l’illeggibile giornale della Confindustria sta mettendo in chiaro. I quartieri camorristici sono puliti. Si è speso un miliardo in dieci anni per niente. I treni spazzatura sono costati 68 milioni. Si pagano stipendi d‘oro e terreni d’oro, e i rifiuti si bagnano con l’acqua per farli pesare di più, a beneficio dei trasportatori, anche se bagnati non bruciano nell’inceneritore.
Ferruccio de Bortoli, che ha preso la direzione del “Sole” in alternativa alla pensione, non più gradito al “Corriere della sera”, si diverte con due inviati veri a dire tutto quello che i grandi giornali, le grandi televisioni, e le grandi Procure della Repubblica, con diecine e centinaia di redattori, corrispondenti, inviati, addetti e consulenti, non dicono su Napoli e Caserta. Tutti i dati degli inviati del “Sole” sono pubblici e anzi ufficiali. La spazzatura è una storia di vergogne.
Manca al “Sole”, ma si sa, che i miliardi spesi inutilmente sono uno e mezzo e forse due, perché nessuno fuori di Napoli-Caserta è stato pagato, né le ferrovie che trasportano i rifiuti né gli appaltatori che li smaltiscono né i Comuni che generosamente se li sono accollati. Alcuni dei quali sono anzi sotto processo per abuso d’ufficio, appalti fuori gara, eccetera, la giustizia sa essere terribile. A Napoli no, ma solo per la spazzatura, la spazzatura a Napoli non esiste - contro Moggi invece, per dire, schiera i migliori apparati dei carabinieri, i migliori decrittatori e consulenti d’informatica, un migliaio di pagliette, in rappresentanza di duecento, o trecento, parti civili, e i migliori cronisti, i più informati, di prima mano, rapidi, fidati.
Napoli si conferma la capitale d’Italia, morale e del diritto. Le statistiche della macchina operativa della giustizia, che il “Corriere” è riuscito a procurarsi e a “leggere” nel numero di fine 2007, parlano chiaro (i dati sono del 2006): Napoli, con un milione di residenti, ha 1.029 magistrati, 118 giudici onorari, e 692 giudici di pace. Molti più di Milano, che ha 1,3 milioni di residenti, e di Roma, che registra 2,8 milioni di abitanti. Roma ha qualche giudice onorario in più, 144 contro i 118 di Napoli, ma la metà dei giudici di pace, 370 contro 692, e un numero inferiore di magistrati, solo 953. Milano viene dietro in tutte le categorie, abbondantemente: 865 magistrati, 66 giudici onorari e 372 di pace. Solo come amministrativi Roma supera Napoli, ma di poco: 4.993 contro 4.791 (Milano arranca con 3.736). In rapporto alla popolazione, Napoli ha 18 giudici e mezzo ogni diecimila persone, Milano uno, Roma mezzo, un po’ meno di mezzo. È un raffronto grossolano, ma il trionfo del pagliettismo è indubbio.
Il tono fa impressione, tra l’acredine e la minaccia, nella levata lombarda di scudi su Malpensa, il genere che il “Corriere” codifica in “Milano sarà costretta a fare da sé”, il tono è sempre risorgimentale. Ma questo è quello che tutta Italia spera che Milano per una volta faccia. Visto in sezione, l’affare Malpensa è semplice: uno scalo che le faziosità municipali non hanno consentito di infrastrutturare, e a cui Linate, l’altro scalo milanese, fa una concorrenza imbattibile. Risultato: nove voli intercontinentali su dieci del Nord Italia si fanno, via Linate, Bergamo, Bologna, Torino, Venezia, da altri grandi aeroporti europei. Milano tuttavia, pur viaggiando operosamente tranquilla via Linate e Bergamo, non resiste alla tentazione di far buttare altri miliardi - “le toccano”, questo è il sentire di Milano rispetto alla cosa pubblica.
Milano ha accollato alla Repubblica una lunga serie di bufale, all’insegna volta a volta dell’“italianità”, del “lombardismo”, e di “quel che è bene per Milano è bene per la patria”. La più grossa, Montedison, è costata all’Eni, cioè allo Stato, più o meno 25 mila miliardi in venticinque anni - dopodichè Milano stessa ha annientato con Montedison una classe politica e le istituzioni della Repubblica, buttando l’Italia nel caos: tre milioni di licenziamenti, il mercato nero del lavoro istituzionalizzato, la corruzione impunita. Ma anche Malpensa non è bufala da poco. Venticinque anni per realizzare lo scalo intercontinentale (la prima idea di Nordio, cioè di Alitalia, è del 1979), a un costo di cinquemila miliardi, più o meno per niente, sei diversi progetti nei tre anni cruciali del lancio, che hanno portato alla fuga di Klm, senza contare l’inabissamento di Az, che ora si vende gratis.
Sempre Milano si scandalizza. Ma è dubbio che Milano esista.
La borghesia italiana si nega: non si è mai riconosciuta come potere, per non pagarne gli oneri, non ha posto – non si è poste – delle regole. E Milano, quintessenza di questa borghesia, testa pensante, stomaco ruminante, pie’ veloce, per scappare meglio coi patrimoni di mezza Italia che regolarmente vi scompaiono, si nega doppiamente. Nega di esserlo, di essere questa borghesia infida. E anzi se ne erge periodicamente a giudice (la vera questione morale è la stessa questione morale, della capitale morale d’Italia).
Milano è Ferravilla, che a duello intima all’opponente: “Sta’ fermo, altrimenti non ti posso infilzare”.
Il vice-capo dell’antimafia, Contrada, burocrate isolato, Calogero Mannino, l’unico Dc che non c’entri, l’onorevole Andreotti quando decreta il 41 bis e non prima, il generale Mori e il capitano “Ultimo” che hanno preso Riina, e perfino Caselli, il procuratore capo del dopo Falcone e Borsellino: tutti sono andati sotto accusa a Palermo per collusione con la mafia. Anzi, con l’eccezione finora di Caselli, sono andati o sono sotto processo. In processi di grande impegno, che hanno distratto le Procure isolane da altri casi che si penserebbero urgenti, per esempio il traffico di vite umane sulle coste meridionali. Nessun giudice è innocente, ma questi non hanno pudore.
Ci vorrebbe molto meno, se non si trattasse della procura di Palermo, per dirla una sceneggiata mafiosa, di cosche in guerra, non cruenta, tra di loro. Talmente mafiosa da mimare la farsa, spensierata cioè, insolente, impunita. E se non fosse che i processi sono veri. E che la procura di Palermo è la giustizia. La giustizia italiana, protetta da un Consiglio superiore, cupola di uomini eletti che il Capo dello Stato presiede. Lo Stato non può fare tutti i processi, bisogna essere comprensivi, deve dedicare uomini, mezzi e risorse a certi processi piuttosto che agli scippi, benché violenti, ai furti, alle protezioni, ai traffici di droga e agli “extracomunitari” morti, benché a centinaia. Anche il divertimento può essere un’occupazione importante, non bisogna per questo dire lo Stato mafioso.
La parabola che non si sarebbe nemmeno fantasticata quindici anni fa è che i mafiosi diventassero dei. Non solo di grandi giornalisti, che magari ci trovano un utile, ma di magistrati e legislatori. Nel “Dio dei mafiosi”, la teologia di Cosa Nostra di cui si celebra il decennale, il magistrato Roberto Scarpinato faceva riferimento alle pratiche religiose e alle filosofie dei mafiosi, pentiti e non.
La pratica non solo si è d’acchito imposta con i pentiti, ma si è estesa a tutta la giurisdizione: dai processi per corruzione alle procedure fallimentari, il pilastro dell’accusa e della parte civile è quasi ovunque il criminale, lo speculatore, il grassatore, il concussore scoperto, il fallito, lo stesso bancarottiere.
Non sono divinità, i mafiosi, per gli sbirri: non si conoscono speciali emozioni di carabinieri e poliziotti nei loro confronti.
Sudismi\sadismi. A volte la verità è semplice, e a Napoli è addirittura strafottente. Compresa la vergogna delle Autorità: la Procura della Repubblica, il duetto Antonio-Rosetta, che hanno rodato gli amori assassini del Partito Democratico, la televisione e i giornali, comprese le opulente cronache locali. “In questa provincia il 39 per cento della popolazione ha precedenti penali”, dice il capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani, al “Sole 24 Ore” del 12 gennaio. È solo una delle cose note segrete che l’illeggibile giornale della Confindustria sta mettendo in chiaro. I quartieri camorristici sono puliti. Si è speso un miliardo in dieci anni per niente. I treni spazzatura sono costati 68 milioni. Si pagano stipendi d‘oro e terreni d’oro, e i rifiuti si bagnano con l’acqua per farli pesare di più, a beneficio dei trasportatori, anche se bagnati non bruciano nell’inceneritore.
Ferruccio de Bortoli, che ha preso la direzione del “Sole” in alternativa alla pensione, non più gradito al “Corriere della sera”, si diverte con due inviati veri a dire tutto quello che i grandi giornali, le grandi televisioni, e le grandi Procure della Repubblica, con diecine e centinaia di redattori, corrispondenti, inviati, addetti e consulenti, non dicono su Napoli e Caserta. Tutti i dati degli inviati del “Sole” sono pubblici e anzi ufficiali. La spazzatura è una storia di vergogne.
Manca al “Sole”, ma si sa, che i miliardi spesi inutilmente sono uno e mezzo e forse due, perché nessuno fuori di Napoli-Caserta è stato pagato, né le ferrovie che trasportano i rifiuti né gli appaltatori che li smaltiscono né i Comuni che generosamente se li sono accollati. Alcuni dei quali sono anzi sotto processo per abuso d’ufficio, appalti fuori gara, eccetera, la giustizia sa essere terribile. A Napoli no, ma solo per la spazzatura, la spazzatura a Napoli non esiste - contro Moggi invece, per dire, schiera i migliori apparati dei carabinieri, i migliori decrittatori e consulenti d’informatica, un migliaio di pagliette, in rappresentanza di duecento, o trecento, parti civili, e i migliori cronisti, i più informati, di prima mano, rapidi, fidati.
Napoli si conferma la capitale d’Italia, morale e del diritto. Le statistiche della macchina operativa della giustizia, che il “Corriere” è riuscito a procurarsi e a “leggere” nel numero di fine 2007, parlano chiaro (i dati sono del 2006): Napoli, con un milione di residenti, ha 1.029 magistrati, 118 giudici onorari, e 692 giudici di pace. Molti più di Milano, che ha 1,3 milioni di residenti, e di Roma, che registra 2,8 milioni di abitanti. Roma ha qualche giudice onorario in più, 144 contro i 118 di Napoli, ma la metà dei giudici di pace, 370 contro 692, e un numero inferiore di magistrati, solo 953. Milano viene dietro in tutte le categorie, abbondantemente: 865 magistrati, 66 giudici onorari e 372 di pace. Solo come amministrativi Roma supera Napoli, ma di poco: 4.993 contro 4.791 (Milano arranca con 3.736). In rapporto alla popolazione, Napoli ha 18 giudici e mezzo ogni diecimila persone, Milano uno, Roma mezzo, un po’ meno di mezzo. È un raffronto grossolano, ma il trionfo del pagliettismo è indubbio.
Il tono fa impressione, tra l’acredine e la minaccia, nella levata lombarda di scudi su Malpensa, il genere che il “Corriere” codifica in “Milano sarà costretta a fare da sé”, il tono è sempre risorgimentale. Ma questo è quello che tutta Italia spera che Milano per una volta faccia. Visto in sezione, l’affare Malpensa è semplice: uno scalo che le faziosità municipali non hanno consentito di infrastrutturare, e a cui Linate, l’altro scalo milanese, fa una concorrenza imbattibile. Risultato: nove voli intercontinentali su dieci del Nord Italia si fanno, via Linate, Bergamo, Bologna, Torino, Venezia, da altri grandi aeroporti europei. Milano tuttavia, pur viaggiando operosamente tranquilla via Linate e Bergamo, non resiste alla tentazione di far buttare altri miliardi - “le toccano”, questo è il sentire di Milano rispetto alla cosa pubblica.
Milano ha accollato alla Repubblica una lunga serie di bufale, all’insegna volta a volta dell’“italianità”, del “lombardismo”, e di “quel che è bene per Milano è bene per la patria”. La più grossa, Montedison, è costata all’Eni, cioè allo Stato, più o meno 25 mila miliardi in venticinque anni - dopodichè Milano stessa ha annientato con Montedison una classe politica e le istituzioni della Repubblica, buttando l’Italia nel caos: tre milioni di licenziamenti, il mercato nero del lavoro istituzionalizzato, la corruzione impunita. Ma anche Malpensa non è bufala da poco. Venticinque anni per realizzare lo scalo intercontinentale (la prima idea di Nordio, cioè di Alitalia, è del 1979), a un costo di cinquemila miliardi, più o meno per niente, sei diversi progetti nei tre anni cruciali del lancio, che hanno portato alla fuga di Klm, senza contare l’inabissamento di Az, che ora si vende gratis.
Sempre Milano si scandalizza. Ma è dubbio che Milano esista.
La borghesia italiana si nega: non si è mai riconosciuta come potere, per non pagarne gli oneri, non ha posto – non si è poste – delle regole. E Milano, quintessenza di questa borghesia, testa pensante, stomaco ruminante, pie’ veloce, per scappare meglio coi patrimoni di mezza Italia che regolarmente vi scompaiono, si nega doppiamente. Nega di esserlo, di essere questa borghesia infida. E anzi se ne erge periodicamente a giudice (la vera questione morale è la stessa questione morale, della capitale morale d’Italia).
Milano è Ferravilla, che a duello intima all’opponente: “Sta’ fermo, altrimenti non ti posso infilzare”.
Il vice-capo dell’antimafia, Contrada, burocrate isolato, Calogero Mannino, l’unico Dc che non c’entri, l’onorevole Andreotti quando decreta il 41 bis e non prima, il generale Mori e il capitano “Ultimo” che hanno preso Riina, e perfino Caselli, il procuratore capo del dopo Falcone e Borsellino: tutti sono andati sotto accusa a Palermo per collusione con la mafia. Anzi, con l’eccezione finora di Caselli, sono andati o sono sotto processo. In processi di grande impegno, che hanno distratto le Procure isolane da altri casi che si penserebbero urgenti, per esempio il traffico di vite umane sulle coste meridionali. Nessun giudice è innocente, ma questi non hanno pudore.
Ci vorrebbe molto meno, se non si trattasse della procura di Palermo, per dirla una sceneggiata mafiosa, di cosche in guerra, non cruenta, tra di loro. Talmente mafiosa da mimare la farsa, spensierata cioè, insolente, impunita. E se non fosse che i processi sono veri. E che la procura di Palermo è la giustizia. La giustizia italiana, protetta da un Consiglio superiore, cupola di uomini eletti che il Capo dello Stato presiede. Lo Stato non può fare tutti i processi, bisogna essere comprensivi, deve dedicare uomini, mezzi e risorse a certi processi piuttosto che agli scippi, benché violenti, ai furti, alle protezioni, ai traffici di droga e agli “extracomunitari” morti, benché a centinaia. Anche il divertimento può essere un’occupazione importante, non bisogna per questo dire lo Stato mafioso.
La parabola che non si sarebbe nemmeno fantasticata quindici anni fa è che i mafiosi diventassero dei. Non solo di grandi giornalisti, che magari ci trovano un utile, ma di magistrati e legislatori. Nel “Dio dei mafiosi”, la teologia di Cosa Nostra di cui si celebra il decennale, il magistrato Roberto Scarpinato faceva riferimento alle pratiche religiose e alle filosofie dei mafiosi, pentiti e non.
La pratica non solo si è d’acchito imposta con i pentiti, ma si è estesa a tutta la giurisdizione: dai processi per corruzione alle procedure fallimentari, il pilastro dell’accusa e della parte civile è quasi ovunque il criminale, lo speculatore, il grassatore, il concussore scoperto, il fallito, lo stesso bancarottiere.
Non sono divinità, i mafiosi, per gli sbirri: non si conoscono speciali emozioni di carabinieri e poliziotti nei loro confronti.
sabato 12 gennaio 2008
Un calabrese al comando di Napoli
De Gennaro-San Gennaro, questa è facile. Anche se neppure questa ha fatto ridere i comici, la spazzatura di Napoli è tabù.
De Gennaro-Genova-G8, questa invece ha incontrato subito, è l'unica associazione che infiamma le immaginazioni.
Un Capo della polizia e un generale che ripuliscono la città con l’esercito, questo l’hanno notato solo i corrispondenti stranieri, un po’ inorriditi. È leggendo il “Times” e l’“Herald Tribune” che i giornali italiani, che pure a Napoli dedicano tre e quattro pagine, una ventina di articoli al giorno, se ne sono accorti. È però una novità relativa: il serafico Prodi è un militarista, basta vedere come ha dichiarato guerra alla Romania e come conduce le ostilità contro Veltroni.
Ma che Napoli sia sotto il comando di un calabrese, questa è una novità assoluta. De Gennaro è come tutti i Capi della polizia soprattutto un diplomatico, ma millenni di rancore e il ribaltamento di una confortante consuetudine assicurano sorprese. De Gennaro cioè non ce la farà: il più miserabile napoletano è sempre stato “più” (furbo, violento) del migliore calabrese, superbamente superiore.
De Gennaro-Genova-G8, questa invece ha incontrato subito, è l'unica associazione che infiamma le immaginazioni.
Un Capo della polizia e un generale che ripuliscono la città con l’esercito, questo l’hanno notato solo i corrispondenti stranieri, un po’ inorriditi. È leggendo il “Times” e l’“Herald Tribune” che i giornali italiani, che pure a Napoli dedicano tre e quattro pagine, una ventina di articoli al giorno, se ne sono accorti. È però una novità relativa: il serafico Prodi è un militarista, basta vedere come ha dichiarato guerra alla Romania e come conduce le ostilità contro Veltroni.
Ma che Napoli sia sotto il comando di un calabrese, questa è una novità assoluta. De Gennaro è come tutti i Capi della polizia soprattutto un diplomatico, ma millenni di rancore e il ribaltamento di una confortante consuetudine assicurano sorprese. De Gennaro cioè non ce la farà: il più miserabile napoletano è sempre stato “più” (furbo, violento) del migliore calabrese, superbamente superiore.
Gabetti media, Andrea vice di John Elkann?
Gianluigi Gabetti, l’anziano presidente di Ifil ha presenziato a Roma all’inaugurazione della mostra fotografica sull’Avvocato Agnelli soprattutto per fare opera di mediazione tra i cugini, Andrea Agnelli, figlio di Umberto, e John Elkann, erede designato dell’Avvocato. A ottantaquattro anni, il più vecchio collaboratore di Giovanni Agnelli – mancavano al vernissage i Romiti – gode della fiducia di tutti, ed è sempre del parere che il futuro sia più roseo se le fortune della Famiglia restano unite in Ifil e Fiat. Andrea è insoddisfatto per essere stato escluso da qualsiasi ruolo, anche solo formale, di gestione. Ha tentato la fortuna da solo con un suo fondo d’investimenti a Londra. E con la sorella Anna ha vagheggiato di uscire da Ifil, per restando in Fiat. Gabetti l’avrebbe convinto a non provocare rotture. Ipotizzando per lui un ruolo in Ifil, alla cui presidenza ascenderà fra tre mesi, in sostituzione dello stesso Gabetti, John Elkann che attualmente riveste l’incarico di vice-presidente. L’idea è che Andrea Agnelli assuma la vice-presidenza. Non unica, affiancata da una operativa.
venerdì 11 gennaio 2008
Se Berlusconi riuscisse a fare le elezioni
In poche mosse Romano Prodi è riuscito ad assicurarsi il 2008 e forse anche il 2009. I cercaposto Dini, Di Pietro e Mastella quando si arriva al dunque stanno zitti, la sinistra si accontenta dello sgravio fiscale, forse, tra un anno, sui salari minimi, e Prodi senza fare nulla eternizza la sua striminzita e dissoluta maggioranza. È in questa prospettiva che tra i veltroniani qualcuno comincia a implorare un miracolo da Berlusconi: “Fai le elezioni”. Viste come il fumo ieri, perché darebbero la vittoria alla destra, le elezioni ora servirebbero a consolidare la presa degli ex Ds sul Pd. Gli ultimi attacchi contro Veltroni hanno convinto il suo stato maggiore dell’evidenza: la partita con gli ex della Margherita è solo cominciata. Anzi, con gli ex popolari della Margherita, Rutelli essendo sempre più scopertamente accusato, non solo da Prodi e Parisi, di aver fatto da cavallo di Troia dei Ds. Insomma, l’unica cosa che tiene il Pd è che non ci si può dividere subito dopo essersi uniti con tanti autorevoli auspici. L’animus correntizio non arriva a escludere elezioni suicide.
Papa e Prodi a tenaglia sull'Omo Bono Veltroni
Da un lato il Vaticano scopre gli immigrati a Roma, che sono sfruttati, li fa scoprire dal papa-bambino. Dall’altro Prodi riscopre la legge sull’emittenza tv e quella sul conflitto d’interessi. Al centro il sindaco buono Walter Veltroni, che anche fisicamente sempre più assomiglia all’Omo Bono del signor Buonaventura, si è sentito stringere da una tenaglia alla testa. Tutto è casuale naturalmente, ma tutto converge, tra Vaticano e Palazzo Chigi, su e contro Veltroni. In attesa che il Partito Democratico diventi bianco invece che rosso, al sindaco buono viene tolta qualsiasi tentazione di autonomia: può governare il Pd, ma come vice-Prodi. Nessuna alleanza alternativa, neppure una parvenza di dialogo, anzi nessuna iniziativa, Veltroni potrà fare al più il capo-corrente Dc. Può recalcitrare ma allora deve essere pronto a morire, s’intende metaforicamente, politicamente.
Il tesoretto dei buffi - e di Tremonti
Nell’attesa della Relazione trimestrale di cassa a fine settembre, cui il ministro dell’Economia Padoa Schioppa un po’ ansiosamente rinvia, se ne possono rintracciare i motivi di preoccupazione nella Relazione a fine giugno. Che è rimasta intonsa, benché il Tesoro la tenga in evidenza tra le sua carte. Per l’esotismo, forse – Trimestrale di cassa, che roba è? O perché dice una verità scomoda: il tesoretto è la sommatoria di più tasse e più spese, di tasse aumentate più delle spese evidentemente.
È un tesoretto dei “buffi”, si direbbe a Roma, dei debiti. E tra l’altro è in massima parte merito – o colpa – della finanziaria di Siniscalco e dell’ultima di Tremonti.
Il governo accredita, anche nella Trimestrale di giugno, il notevole incremento delle entrate “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Ma la tabella parla chiaro. Il tesoretto si è costituito tra il 2005 e il 2006, quindi col governo di centro destra: le imposte dirette sono aumentate soprattutto fra giugno 2005 e giugno 2006, da 81,7 a 95 miliardi, e di soli cinque miliardi nell’anno successivo, a giugno 2007. Fra il 2005 e il 2006 i maggiori incrementi si sono avuti dai redditi d’impresa (Ires, Sostituiva e Rivalutazione dei beni d’impresa hanno dato 6,2 miliardi in più), dai redditi delle famiglie (più 4,6 miliardi), e dalla voce “Altre”, che comprende addizionali locali, plusvalenze, dividendi, etc. Per le imposte indirette l’aumento è stato analogo nei due anni: da 68,9 a 74 miliardi nel 2005-2007, e a 78,4 miliardi nei dodici mesi successivi. Ma l’Iva ha avuto il suo maggiore incremento da giugno 2005 a giugno 2006, da 43 a 47,3 miliardi, per effetto della ripresa dell’economia, da giugno 2006 a giugno 2007 l’incremento è stato molto minore, a 48,9 miliardi. Il miglioramento delle imposte indirette in questo secondo periodo è dovuto all’incremento generalizzato dei bolli disposto da Visco.
A fine giugno 2006, a un mese e mezzo dalla formazione del governo, il tesoretto è stato gonfiato con uno swap di 2,3 miliardi con il Tesoro (“trasferimenti di conto corrente di Tesoreria"). Il prestito serviva a vantare l’immediato successo della campagna – di stampa – contro l’evasione e l’erosione fiscale?
È un tesoretto dei “buffi”, si direbbe a Roma, dei debiti. E tra l’altro è in massima parte merito – o colpa – della finanziaria di Siniscalco e dell’ultima di Tremonti.
Il governo accredita, anche nella Trimestrale di giugno, il notevole incremento delle entrate “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Ma la tabella parla chiaro. Il tesoretto si è costituito tra il 2005 e il 2006, quindi col governo di centro destra: le imposte dirette sono aumentate soprattutto fra giugno 2005 e giugno 2006, da 81,7 a 95 miliardi, e di soli cinque miliardi nell’anno successivo, a giugno 2007. Fra il 2005 e il 2006 i maggiori incrementi si sono avuti dai redditi d’impresa (Ires, Sostituiva e Rivalutazione dei beni d’impresa hanno dato 6,2 miliardi in più), dai redditi delle famiglie (più 4,6 miliardi), e dalla voce “Altre”, che comprende addizionali locali, plusvalenze, dividendi, etc. Per le imposte indirette l’aumento è stato analogo nei due anni: da 68,9 a 74 miliardi nel 2005-2007, e a 78,4 miliardi nei dodici mesi successivi. Ma l’Iva ha avuto il suo maggiore incremento da giugno 2005 a giugno 2006, da 43 a 47,3 miliardi, per effetto della ripresa dell’economia, da giugno 2006 a giugno 2007 l’incremento è stato molto minore, a 48,9 miliardi. Il miglioramento delle imposte indirette in questo secondo periodo è dovuto all’incremento generalizzato dei bolli disposto da Visco.
A fine giugno 2006, a un mese e mezzo dalla formazione del governo, il tesoretto è stato gonfiato con uno swap di 2,3 miliardi con il Tesoro (“trasferimenti di conto corrente di Tesoreria"). Il prestito serviva a vantare l’immediato successo della campagna – di stampa – contro l’evasione e l’erosione fiscale?
giovedì 10 gennaio 2008
Rinchiudere la psichiatria
Si moltiplicano le “perizie” psichiatriche sui bambini di quattro e cinque anni nel processo di Tivoli alle streghe di Rignano. Per i soldi, è da presumere, tanto più che altri genitori aderiscono alla società delle vittime, e l’affare si va a ingrossare, ci sono perizie per altri sei mesi. O per apparire sui giornali e nei talk-show. È un autoprocesso a questa scienza, che si fa a Tivoli a opera degli psichiatri, oltre alle solite illegalità dei magistrati. I quali non processano i genitori che facevano i filmini coi bambini sul letto la domenica pomeriggio, ma vogliono a tutti i costi un delitto inesistente per dispiegarvi attorno perquisizioni, requisizioni e, appunto, spreco di “perizie” – mancano solo i Ris di Parma.
Ce n’eravamo dimenticati ma nulla è cambiato nella psichiatria, rispetto a quarant’anni fa. Quando i genitori e i fratelli costrinsero un giovane di venticinque anni al manicomio. Da dove non riuscì a uscire, benché scrivesse a sua difesa e parlasse con calma e con chiarezza, perché molti professori, pagati dalla famiglia e dal tribunale, lo dichiararono pazzo. Per avere intrattenuto una relazione omosessuale, forse – nemmeno questo il processo, che si celebrò per un anno con spreco di “perizie”, accertò. Il caso fu raccontato nel 1969 da Moravia, Eco, Musatti, Ginevra Bompiani, Mario Gozzano, Adolfo Gatti nel collettaneo “Sotto il nome di plagio” (Eco ha ripubblicato il suo testo in “Il costume di casa”, che ancora si trova). Poi si sono voluti i manicomi chiusi. Ma bisognerebbe riaprirli, per gli psichiatri.
Ce n’eravamo dimenticati ma nulla è cambiato nella psichiatria, rispetto a quarant’anni fa. Quando i genitori e i fratelli costrinsero un giovane di venticinque anni al manicomio. Da dove non riuscì a uscire, benché scrivesse a sua difesa e parlasse con calma e con chiarezza, perché molti professori, pagati dalla famiglia e dal tribunale, lo dichiararono pazzo. Per avere intrattenuto una relazione omosessuale, forse – nemmeno questo il processo, che si celebrò per un anno con spreco di “perizie”, accertò. Il caso fu raccontato nel 1969 da Moravia, Eco, Musatti, Ginevra Bompiani, Mario Gozzano, Adolfo Gatti nel collettaneo “Sotto il nome di plagio” (Eco ha ripubblicato il suo testo in “Il costume di casa”, che ancora si trova). Poi si sono voluti i manicomi chiusi. Ma bisognerebbe riaprirli, per gli psichiatri.
mercoledì 9 gennaio 2008
Il miracolo di Tommaso: spese differite e tasse
Si può dire il miracolo di Tommaso, anche se lo presenta l’Istat, che ha solo note positive per il Tesoro di Tommaso Padoa Schioppa e per il governo: il pareggio di bilancio, quasi, nel trimestre solitamente più deludente per la finanza pubblica. In attesa della trimestrale di cassa, l’Istat anticipa che al 30 settembre il pareggio è stato quasi raggiunto. L’Istat non dice come, e i giornali trionfali non se lo chiedono. Sempre in attesa della Trimestrale di cassa, possiamo dirlo analizzando la serie storica che l’Istat acclude al Conto economico trimestrale al 30 settembre. La pressione fiscale è salita al 43,7 per cento del pil: era al 42,7 a settembre 2006, e al 40,6 nel 2005. Abbastanza per pagare una spesa corrente che è in aumento del 3,7 per cento. Un aumento non da poco, considerando che il Conto un anno prima era gravato della notevolissima spesa straordinaria di 16 miliardi per far fronte al rimborso Iva sulle auto. La spesa in conto capitale è invece più che dimezzata: dai 28,2 miliardi del settembre 2006 si scende a 13,2. Non c’è molta virtù in questi conti: più tasse e più spese correnti.
L’aumento delle entrate fiscali il Tesoro attribuisce nelle sue Relazioni di cassa pregresse “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Insomma, alla revisione delle fasce di reddito per i negozianti e gli artigiani. Che però in troppi casi è consistita nella tipica azione sbirresca d’imputare al fruttivendolo di Ostia per dodici mesi il suo fatturato di agosto. L’aumento delle tasse è in realtà è composito, di maggiori entrate per la congiuntura economica positiva (imposte dirette, Iva, capital gain e ritenute sui dividendi, contributi sociali), e di più tasse (bolli, accise, addizionali sul reddito – quella dei Comuni è triplicata). Nei dodici mesi a fine settembre le imposte dirette sono passate nella rilevazione Istat da da 45,5 a 51,3 miliardi. Ma per un terzo (v. Relazione di cassa a fine giugno) l’aumento è dell’Ires, e per un terzo dalla voci “Altre”, cioè le addizionali comunali e regionali.
La spesa corrente è peraltro molto compressa dalle spese differite, di cui non si sa l’entità, ma si sa che sono elevate. Solo a Roma, per dare un’idea, l’Ama reclama dalla Regione e dallo Stato 81 milioni di arretrati della tassa sui rifiuti, Agenzia delle Entrate in testa. Molte opere sono ferme perché le fatture non onorate dalle amministrazioni pubbliche sono vecchie di ventiquattro e più mesi. Mentre il monte salari della Pubblica Amministrazione, che l'Istat fa figurare in calo, dovrà assorbire montagne di aumenti pregressi, per i tanti contratti di cui si procrastina il rinnovo. Quanto all’indebitamento netto, che il Conto riduce allo 0,5 per cento del pil, bisognerà aspettare la Notifica dei parametri di Maastricht, che porterà in chiaro le operazioni di swap, che ci sono state, da parte della tesoreria (nella Notifica gli swap sono da considerare debito, mentre nella metodologia dell’Istat sono neutri).
L’aumento delle entrate fiscali il Tesoro attribuisce nelle sue Relazioni di cassa pregresse “all’azione di contrasto all’evasione e all’erosione delle basi imponibili”. Insomma, alla revisione delle fasce di reddito per i negozianti e gli artigiani. Che però in troppi casi è consistita nella tipica azione sbirresca d’imputare al fruttivendolo di Ostia per dodici mesi il suo fatturato di agosto. L’aumento delle tasse è in realtà è composito, di maggiori entrate per la congiuntura economica positiva (imposte dirette, Iva, capital gain e ritenute sui dividendi, contributi sociali), e di più tasse (bolli, accise, addizionali sul reddito – quella dei Comuni è triplicata). Nei dodici mesi a fine settembre le imposte dirette sono passate nella rilevazione Istat da da 45,5 a 51,3 miliardi. Ma per un terzo (v. Relazione di cassa a fine giugno) l’aumento è dell’Ires, e per un terzo dalla voci “Altre”, cioè le addizionali comunali e regionali.
La spesa corrente è peraltro molto compressa dalle spese differite, di cui non si sa l’entità, ma si sa che sono elevate. Solo a Roma, per dare un’idea, l’Ama reclama dalla Regione e dallo Stato 81 milioni di arretrati della tassa sui rifiuti, Agenzia delle Entrate in testa. Molte opere sono ferme perché le fatture non onorate dalle amministrazioni pubbliche sono vecchie di ventiquattro e più mesi. Mentre il monte salari della Pubblica Amministrazione, che l'Istat fa figurare in calo, dovrà assorbire montagne di aumenti pregressi, per i tanti contratti di cui si procrastina il rinnovo. Quanto all’indebitamento netto, che il Conto riduce allo 0,5 per cento del pil, bisognerà aspettare la Notifica dei parametri di Maastricht, che porterà in chiaro le operazioni di swap, che ci sono state, da parte della tesoreria (nella Notifica gli swap sono da considerare debito, mentre nella metodologia dell’Istat sono neutri).
lunedì 7 gennaio 2008
Secondi pensieri (8)
zeulig
Analisi – In senso pratico si può dire palestra di narcisismo. Il narcisismo del narcisismo, per il compiacimento, se non altro, del linguaggio scoperto.
Calvino, Italo - È un giocoliere, represso nell’epoca dell’impegno politico. Il gioco sarà stata la sua unica passione. Era appassionato di giochi semplici: “Il barone rampante è favola che viene dall’araldica (il leone rampante), “Il visconte dimezzato” è la metà di mezzo conte.
È stato uomo di gusti semplici e appetiti regolari. E dopo “La giornata di uno scrutatore”, pubblicazione attardata, dà e vuole dare la sensazione di lavarsi continuamente le mani: per essere stato nel Pci? alla Einaudi?
Cristianesimo – Non è un’etica: questa c’era, e c’è, anche altrove, altrettanto raffinata e irenista, amore del prossimo compreso. Mentre una sola bella donna mette in imbarazzo i poreti, e anche i cardinali. Il Deuteronomio e i Vangeli dicono di scegliere il bene e la vita invece del male e della morte, ma sembra solo ovvio. Non c’è ancora un’etica senza religione, non c’è stato ancora un popolo ateo per tre o quattro generazioni, il tempo di cancellare la memoria del divino, ma questo è un altro discorso: di valori è pieno il mondo, senza costrutto.
Non è escatologico, per la promessa della salvezza in altri mondi. E non è conquistatore: Cristo, che è il suo fondamento, è finito male, tra due ladroni, giustiziato da povera gente, povera di spirito.
È un’istituzione, l’unica durata così tanti secoli, e in quanto tale può attrarre o respingere. Ma soprattutto è Cristo, questa figura unica di Dio con noi. Che molte cose ha detto giuste, come tanti le dicevano all’epoca, e talvolta si è stizzito, non sempre amorevole se non a sorpresa – ridurre Cristo a un uomo buono è un’assurdità.
Dio – Questa curiosa storia che Dio sta lì, con la barba, un Mosé di Michelamngelo un pochino più in alto nella gerarchia, oppure non esiste. Certo che esiste, sennò che ci stiamo a fare? Chi o dichiara morto, Nietzsche per esempio, è per questo motivo: che non esiste più l’uomo, in quanto Nietzsche e in quanto essere umano, rimane la bestia – non dice che Dio non esiste, dice che è esistito ed è morto.
Non è immutabile, anche se si dice il contrario. Se non sotto la specie dell’Eterno Ritorno. È lo “Stesso” di Heidegger, sì. Ma per essere l’Essere sfuggente – in francese si direbbe “du pareil au même”, che però non suona alto, ed è finito a insegna commerciale.
È incredibile quanto rimbalza dacché è stato dichiarato morto. Morto è il Dio della dogmatica, vivissimo è il Dio della filosofia, che fino a ora si era sempre qualificata atea.
Non esiste se non filosoficamente. Si separa fede e scienza, fede e ragione. Ma Popper e Heidegger, arrivati al bordo del nulla, riportano il mistero nella scienza e nella ragione. Rovesciano la prova di Locke (“non ne sapremo mai abbastanza per affermare che Dio non può infondere il sentimento e il pensiero nell’essere chiamato materia”), avendo perduto la fede nella ragione.
È l’apriori di Kant.
Non sarà nella natura ma è nell’anima – l’anima è la natura dell’uomo: Dio è la “natura” dell’anima?
È l’uomo nella natura.
Diritti – Quelli umani si vogliono sostituire a quelli naturali: aborto, eutanasia, procreazione artificiale, clonazione, adozione libera.
A quelli naturali mancano le tre virtù virtù teologali: la carità o compassione, la speranza, la fede. Il desiderio di alleviare le sofferenze di tutti, o di migliorare il mondo. Non si possono opporre ai diritti umani, né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura, ma bisogna saperla utilizzare.
È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta.
Fede – Vi si accede con la ragione, i preliminari sono razionali. Attraverso i quali si esercita la grazia.
È attività razionale più che emotiva (miracolosa-stica). Anche la grazia deve trovare terreno favorevole nella razionalità.
Filosofia – Discende dalla religione, e ad essa riconduce. Dal tentativo – bisogno? – di spiegare la vita e la morte.
È retorica. La buona filosofia è buona retorica. Ha un souci de verité ma non è la verità – l’essere, la sostanza delle cose e delle parole. È una forma espressiva. È parte del linguaggio, una sua sfaccettatura, le altre essendo la poesia, la narrazione, etc., le vecchie arti liberali, con un diverso trivio e quadrivio.
Giallo - È genere democratico. Per gli ambienti, i personaggi e le vicende, morti che non hanno nulla di eroico. Ma soprattutto per l’enfasi che pone sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Esplode e s’impone con la democrazia e la domanda di uguaglianza. Più spesso ne dà l’illusione, col giallo alla Christie, con le verbose razionalizzazioni. Da cui le logiche di Eco, di induzioni, deduzioni et sim. Nella sherlockholmesiana e nel noir ne fa invece vedere le tensioni, o l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, non tanto, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni. Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta o magisteriale, da giovane maestro di scuola. Nessuno scrittore vero di giallo-noir si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere. È un’uscita di sicurezza.
Non è solo induzione e deduzione. È anche consequentia mirabilis, regola logica che è anche matematica (da distinguere dalla comune conseguenza formale, sintattica o semantica), che rileva la verità di una proposizione dalla sua negazione, dall’inconsistenza della negazione. Era la prova di Dio degli scolastici: la consequentia mirabilis era il modo con cui Dio ha creato dal nulla. Ma più tipico è il caso di Aristotele: un atto, pur essendo singolare, non solo è conoscibile, ma è condizione della stessa conoscenza, poiché nessun ente è, se non in atto e in potenza. È il principio sherlockholmesiano della realtà.
È tipicamente narrazione giocosa, invenzione, sorpresa, seppure nel noir truculenta – com’era prima della linearità psicologica. Anche le passioni vi sono gioco da (de)costruzione.
Giustizia - È per un cristiano non affare di legge ma di coscienza: si è legge a se stessi. È già così nella tradizione di Socrate, cioè di Platone, ma san Giovanni ne fa un precetto nel suo Vangelo, 1, 17: “La legge fu data a Mosè, la verità e la grazia si diffondono con Gesù Cristo”. Per questo la legge è sempre insoddisfacente. Il male del resto è molto più grande dell’illegalità, assassinio compreso: il rapporto è del cinque, forse dieci, per cento rispetto a tutto il male auto-inflitto, a quello della natura, malattia compresa, a quello degli affetti, del lavoro, dell’invidia, della gelosia, dell’avarizia e di ogni altri peccato, e della prepotenza quotidiana, specie di quella dei tutori dell’ordine, che in Italia vogliono essere sbirri.
Ipocondria – È inscalfibile: la mancanza di orgoglio o amor proprio, che oggi si dice autostima, è una corazza dura. Si manifesta fragile, come un bisogno, quasi una supplica, e questo suscita dispobinilità e affetto, ma non è debole. Induce un compiacimento impermeabile a ogni influsso: l’isolamento totale che coltiva è in realtà pienezza di se stessi, anche se rivestita di fragilità e bisogno, che rende impermeabili a ogni evento, influsso, persona.
Non si può voler bene a chi non si vuol bene. L’affetto è destinato a degradarsi, per finire nell’ossessione. L’ipocondriaco è destinato anch’egli a perire, ma dopo aver distrutto numerosi altri, che magari si presumevano più forti, tanto da volerlo aiutare.
Manzoni – È – sarà – il primo scrittore del nulla. È uno storico, nei “Promessi sposi” non c’è alcuna traccia del sacro. Vi è indotto, da padre Angelini e la Morcelliana, e per la trentennale o quarantennale applicazione del Manzoni a qualche inno sacro, applicazione cioè faticosa, ma non c’è nel romanzo. Nemmeno nelle lunghe scene di morte.
Opera - È sempre un capolavoro, in rapporto all’autore e alla vita.
Origini – Determinano l’effettualità della storia, degli accadimenti. Per esserne la causa, o anche soltanto il momento della cristallizzazione di esigenze o desideri: tutto è contenuto nell’origine.
La riprova è nel ritorno alla origini, meccanismo di analisi degli eventi, sia pubblici che privati. La ricostituzione del momento nascente, prima dei passi falsi o delle sedimentazioni corrosive, può spiegare la successiva evoluzione e anche salvarla.
Problemi di base
Che ha pensato Dio quando il suo unico Figlio fu messo in croce?
È cercando che si trova. O si trova quello che si cerca?
Che succede al ristorante quando c’è una rapina o un assassinio, gli avventori devono pagare il conto?
Rapimenti – I figli pagano per i padri. I padri, di solito, per i figli.
Resurrezione – Se si muore tante volte in una vita, altrettante all’evidenza si rinasce. Non ci sarebbe da preoccuparsi, dunque, se non che ogni volta può essere peggio.
Sogno – È quello che si ricorda del sogno. È una ricostruzione. È selettivo più che automatico.
Soprannaturale – È provato dal fatto che c’è. Nel pensiero, certo. In contrasto col realismo circostanziale della logica.
Storia - È di tutti, una battona.
Non ha passioni, il suo cardiogramma è lineare, è piatto e uniforme. Anche negli sconvolgimenti, è un metronomo: il tempo fluisce uguale a se stesso, anche la natura con i suoi cataclismi. Le passioni sono solo umane – e dunque la storia è disumana?
È sempre personale. E la persona è entità mobile, inafferrabile. Anche riflessa nella logica, o filtrata dall’esame di coscienza, resta della realtà dei sogni.
sabato 5 gennaio 2008
L'onore dello Stato
Scendiamo in ascensore – scendere in ascensore, ridicolo - con l’abbé Pierre, che ora è morto (ma non era già morto?). Di cui so tutto. È anche come l’ho sempre immaginato, un tempo, negli anni 1950, l’abate occupava le cronache in quanto partigiano e prete operaio, o comunque ribelle: piccolo, nero con la tonaca, irascibile. Lui non sa nulla di me, neppure il nome – ma, con l’eccezione degli americani, il nome non dice nulla a nessuno.
Era il 1982 o 1983, quando il giornale era su questa piazza. Ma anche ora che dell’abate si annuncia la morte, scendendo dal 75 per andare alla Biblioteca Nazionale, l’odore è persistente. L’odore della santità. Per quanto, la santità non si saprebbe dire, non di quell’uomo. Se non forse nello sguardo, chiaro e velato insieme, di chi sa di vederci benissimo ma gli altri non vede. Che però è comune, anche il Direttore guarda e non vede allo stesso modo.
Sono la sua compagnia obbligata perché conosco il francese. Il Direttore non ha voluto vederlo. L’abate è proprio il tipo che al Direttore non dice nulla: non ha fisico, non ha potere, non ha denaro, e poi è un prete. Un vergine, quindi rinsecchito e senza garbo. Così è. A me sembra invece di conoscerlo da sempre, forse per aver fatto le scuole dai preti. Anche lui mi parla come se riprendessimo una conversazione.
È incazzato nero. Proprio così, non lesina le parole dure, perfino oscene. Una sua nipote è comparsa in alcune cronache come terrorista. Anzi peggio, come basista a Parigi di un gruppo di doppiogiochisti per conto dei servizi segreti francesi. Se non, si dice, si spera, si afferma, americani, dell’intollerabile Cia – i servizi francesi invece sono, chissà perché, simpatici e anzi quasi una bandiera.
Anch’io ho in orrore le cronache disinvolte. Quando si tratta di servizi segreti bisognerebbe sempre avvisare che le notizie vengono inevitabilmente da altri servizi segreti. In più so che il ludibrio è accresciuto dalla parentela: la nipote diventa colpevole già per il fatto di avere uno zio prete. E so che questo pregiudizio è dei mentecattocomunisti. A me, che sono laico, ripugna. Povero abate, dunque, vittima del suo stesso masochismo spirituale.
Ma l’ascensore ha solo due piani da fare, lo prendiamo perché a ogni pianerottolo il giornale è pieno di guardioni antiterrorismo. Siamo subito all’ingresso e non so che fare per calmarlo. Dove lasciarlo, con che congedo? Se il Direttore non ha voluto sentirlo, sarà difficile che gli pubblichi quello che vuole dire. Penso di proporgli un tassì, ma per dove? Mi precede dicendo che vuole lasciare una protesta contro i giudici istruttori, allora c'erano i giudici istruttori, che hanno diffuso tante false notizie. E mi libera da un peso. Il Consiglio Superiore della Magistratura è nella nostra piazza, l’accompagno a piedi, ci faccio un figurone.
All’ingresso non va bene. Il palazzo dei Marescialli è chiuso, non c’è la targa con l’orario, non si suona, non c’è battente. I pugni sul grosso portone risuonano come la bambina di Cappuccetto Rosso che bussa alla nonna nel bosco. Ma una volante esce provvidenziale in tromba, lasciando un varco nel portone che si richiude lento in automatico per intrufolarci. L’abate è in tonaca, e questo ci proteggerà in tanto augusto ambiente da interpellazioni urlate e strattoni. Così è. Con l’eccezione del solito guardione romanizzato che tutti tratta da poveretti, abbondando in dondolamenti e sguardi inceneritori. Per esperienza della città non mollo. Bisogna farsi umili e insistere, per passare all’istanza successiva. E ci arriviamo.
Dal guardione passiamo all’usciere dell’ufficio “passi”. Il disagio di precisa nel breve tratto Il disagio si precisa in un odore strano nell’androne, sgradevole, di chiuso, di umido, di decomposto. L’usciere spiega in italiano, atteggiando il viso a cortesia, benché disturbato nel suo riposo in orario di chiusura, la zolfa dell’orario di ricevimento. È protetto da un vetro, parliamo attraverso i microfoni, e questo è già un bell’effetto. Ma mi sovviene che l'abate non parla l’italiano e alzo il tiro: ospite francese, personaggio illustre, è stato in Vaticano, il richiamo funziona, questa è la tana dei mentecatti, è stato a Palazzo Chigi, gli hanno detto di rivolgersi al Csm. È fatta, l’usciere telefona.
Al piano ci aspetta un altro usciere in divisa. Attorniato anche lui dall’odore persistente appena usciti dall’ascensore. Entriamo in una delle solite stanze Novecento, incredibilmente grandi. Dietro una scrivania piena di cartacce è seduto uno stinto signore in occhiali e senza capelli, ma pieno di forfora. Mi appresto a fare le presentazioni e riepilogare i fatti. Il signore, segretario di non s’è capito che cosa, mi precede, ha immediato il senso delle convenienze. Spiega le procedure, i ricorsi, gli avvocati, i giudizi di merito, i giudizi disciplinari, e sillaba spesso frasi in latino, con l’evidente intenzione di farsi meglio capire dall’abate.
Sono costernato. Dovrei tradurre, o forse no. E comunque il segretario non me ne dà il tempo. Ma ci pensa l’abbé Pierre. Si tira su dal sedione, con un piccolo balzo poggia i piedi per terra, estrae dalla tonaca una busta rigonfia, la mette sul tavolo, e dice in francese: “Questi sono i fatti. Tocca allo Stato rendersi l’onore”. E senza salutare usciamo.
L’odore sì è fatto acuto uscendo dalla stanza incredibilmente grande. Forse per l’ira, le passioni acuiscono i sensi. Forse per le teste impiccate sulla facciata, che imprimono entrando un malessere proprio allo stomaco. Siamo usciti in silenzio. In silenzio ho accompagnato l’abate al tassì, accanto all’edicola di Augusto, che sornione si gustava la scena fuori del chiosco. Il sant’uomo non mi ha nemmeno salutato.
- C’est un égout – aveva dichiarato sulla piazza guardandosi indietro, una fogna, della suprema istituzione della giustizia. Come una sfida, senza arricciare il naso.
Ora si sa che il fidanzato della nipote era una spia, cui Curcio è stato legato, e Moretti lo sarà sempre. L’abate aveva chiuso il circolo, s’era chiuso al mondo di cui pure si voleva parte. Per un sesto senso, chissà, o la ragionevolezza semplice. Il mondo opaco, arido, protervo delle spie e dei terroristi, e degli Stati senza onore.
Era il 1982 o 1983, quando il giornale era su questa piazza. Ma anche ora che dell’abate si annuncia la morte, scendendo dal 75 per andare alla Biblioteca Nazionale, l’odore è persistente. L’odore della santità. Per quanto, la santità non si saprebbe dire, non di quell’uomo. Se non forse nello sguardo, chiaro e velato insieme, di chi sa di vederci benissimo ma gli altri non vede. Che però è comune, anche il Direttore guarda e non vede allo stesso modo.
Sono la sua compagnia obbligata perché conosco il francese. Il Direttore non ha voluto vederlo. L’abate è proprio il tipo che al Direttore non dice nulla: non ha fisico, non ha potere, non ha denaro, e poi è un prete. Un vergine, quindi rinsecchito e senza garbo. Così è. A me sembra invece di conoscerlo da sempre, forse per aver fatto le scuole dai preti. Anche lui mi parla come se riprendessimo una conversazione.
È incazzato nero. Proprio così, non lesina le parole dure, perfino oscene. Una sua nipote è comparsa in alcune cronache come terrorista. Anzi peggio, come basista a Parigi di un gruppo di doppiogiochisti per conto dei servizi segreti francesi. Se non, si dice, si spera, si afferma, americani, dell’intollerabile Cia – i servizi francesi invece sono, chissà perché, simpatici e anzi quasi una bandiera.
Anch’io ho in orrore le cronache disinvolte. Quando si tratta di servizi segreti bisognerebbe sempre avvisare che le notizie vengono inevitabilmente da altri servizi segreti. In più so che il ludibrio è accresciuto dalla parentela: la nipote diventa colpevole già per il fatto di avere uno zio prete. E so che questo pregiudizio è dei mentecattocomunisti. A me, che sono laico, ripugna. Povero abate, dunque, vittima del suo stesso masochismo spirituale.
Ma l’ascensore ha solo due piani da fare, lo prendiamo perché a ogni pianerottolo il giornale è pieno di guardioni antiterrorismo. Siamo subito all’ingresso e non so che fare per calmarlo. Dove lasciarlo, con che congedo? Se il Direttore non ha voluto sentirlo, sarà difficile che gli pubblichi quello che vuole dire. Penso di proporgli un tassì, ma per dove? Mi precede dicendo che vuole lasciare una protesta contro i giudici istruttori, allora c'erano i giudici istruttori, che hanno diffuso tante false notizie. E mi libera da un peso. Il Consiglio Superiore della Magistratura è nella nostra piazza, l’accompagno a piedi, ci faccio un figurone.
All’ingresso non va bene. Il palazzo dei Marescialli è chiuso, non c’è la targa con l’orario, non si suona, non c’è battente. I pugni sul grosso portone risuonano come la bambina di Cappuccetto Rosso che bussa alla nonna nel bosco. Ma una volante esce provvidenziale in tromba, lasciando un varco nel portone che si richiude lento in automatico per intrufolarci. L’abate è in tonaca, e questo ci proteggerà in tanto augusto ambiente da interpellazioni urlate e strattoni. Così è. Con l’eccezione del solito guardione romanizzato che tutti tratta da poveretti, abbondando in dondolamenti e sguardi inceneritori. Per esperienza della città non mollo. Bisogna farsi umili e insistere, per passare all’istanza successiva. E ci arriviamo.
Dal guardione passiamo all’usciere dell’ufficio “passi”. Il disagio di precisa nel breve tratto Il disagio si precisa in un odore strano nell’androne, sgradevole, di chiuso, di umido, di decomposto. L’usciere spiega in italiano, atteggiando il viso a cortesia, benché disturbato nel suo riposo in orario di chiusura, la zolfa dell’orario di ricevimento. È protetto da un vetro, parliamo attraverso i microfoni, e questo è già un bell’effetto. Ma mi sovviene che l'abate non parla l’italiano e alzo il tiro: ospite francese, personaggio illustre, è stato in Vaticano, il richiamo funziona, questa è la tana dei mentecatti, è stato a Palazzo Chigi, gli hanno detto di rivolgersi al Csm. È fatta, l’usciere telefona.
Al piano ci aspetta un altro usciere in divisa. Attorniato anche lui dall’odore persistente appena usciti dall’ascensore. Entriamo in una delle solite stanze Novecento, incredibilmente grandi. Dietro una scrivania piena di cartacce è seduto uno stinto signore in occhiali e senza capelli, ma pieno di forfora. Mi appresto a fare le presentazioni e riepilogare i fatti. Il signore, segretario di non s’è capito che cosa, mi precede, ha immediato il senso delle convenienze. Spiega le procedure, i ricorsi, gli avvocati, i giudizi di merito, i giudizi disciplinari, e sillaba spesso frasi in latino, con l’evidente intenzione di farsi meglio capire dall’abate.
Sono costernato. Dovrei tradurre, o forse no. E comunque il segretario non me ne dà il tempo. Ma ci pensa l’abbé Pierre. Si tira su dal sedione, con un piccolo balzo poggia i piedi per terra, estrae dalla tonaca una busta rigonfia, la mette sul tavolo, e dice in francese: “Questi sono i fatti. Tocca allo Stato rendersi l’onore”. E senza salutare usciamo.
L’odore sì è fatto acuto uscendo dalla stanza incredibilmente grande. Forse per l’ira, le passioni acuiscono i sensi. Forse per le teste impiccate sulla facciata, che imprimono entrando un malessere proprio allo stomaco. Siamo usciti in silenzio. In silenzio ho accompagnato l’abate al tassì, accanto all’edicola di Augusto, che sornione si gustava la scena fuori del chiosco. Il sant’uomo non mi ha nemmeno salutato.
- C’est un égout – aveva dichiarato sulla piazza guardandosi indietro, una fogna, della suprema istituzione della giustizia. Come una sfida, senza arricciare il naso.
Ora si sa che il fidanzato della nipote era una spia, cui Curcio è stato legato, e Moretti lo sarà sempre. L’abate aveva chiuso il circolo, s’era chiuso al mondo di cui pure si voleva parte. Per un sesto senso, chissà, o la ragionevolezza semplice. Il mondo opaco, arido, protervo delle spie e dei terroristi, e degli Stati senza onore.
L'unica riforma è evitare le elezioni
Tra le riforme elettorali di Veltroni, i non possumus di Dini, Di Pietro e Mastella, e le emergenze (rumeni, rifiuti, potere d’acquisto dei lavoratori, feste e congressi dei partiti e, si spera, il gelo), la linea politica del governo si manifesta: evitare le elezioni nel 2008. Dopo, qualcosa potrà cambiare in meglio, ma ora come ora Berlusconi vince 6 a 4 e quindi la questione è chiusa. La tentazione di schiacciare subito Veltroni è forte nel Pd, da Franceschini a Parisi, e le elezioni sono per questo una tentazione, ma Prodi ha detto no: le elezioni si faranno quando i diessini residui nel Pd saranno pari agli ex Dc, o in numero inferiore - ma non è argomento, questo, che turbi il presidente del consiglio: sta a Veltroni dimostrare la sua abilità di leader.
Come occupare l’anno è tutta l’agenda politica di Prodi, navigatore principe. La procedura più semplice è una tempistica della Corte costituzionale che ammetta i referendum elettorali in modo che la consultazione si tenga il 29 giugno o il 6 luglio. Non è difficile, e il più quindi è fatto. Dopo l’estate ci sarà la legge finanziaria, oltre che il dibattito post-referendario, e il 2008 si può ritenere già passato.
Come occupare l’anno è tutta l’agenda politica di Prodi, navigatore principe. La procedura più semplice è una tempistica della Corte costituzionale che ammetta i referendum elettorali in modo che la consultazione si tenga il 29 giugno o il 6 luglio. Non è difficile, e il più quindi è fatto. Dopo l’estate ci sarà la legge finanziaria, oltre che il dibattito post-referendario, e il 2008 si può ritenere già passato.
venerdì 4 gennaio 2008
C'è la camorra dietro i rifiuti, si respira!
C'è sollievo, quasi gioia, a Napoli, da Saviano alla Jervolino e al Prefetto Pansa, sul “Mattino” come su “Repubblica” e alla Rai, nella denuncia che i rifiuti sono gestiti dalla camorra: olè! La denuncia è in effetti pittoresca, un grosso divertimento, se uno dimentica che da quindici anni milioni di persone vivono tra i rifiuti.
Sono gli stessi quindici anni in cui Napoli, la provincia e la Campania sono stati governati dalla sinistra. Ma è la stessa sinistra (Saviano, Jervolino, la Rai, il “Mattino” etc.) che lega il problema rifiuti alla camorra. Vuole autodenunciarsi? Vuole dire la camorra entità metafisica?
Altrettanto strepitose le ipotesi sui nidi e i nodi della camorra, anche se le indicazioni sono confuse. Qualcuno dice che la camorra è dietro lo stoccaggio, ma da anni non si stocca più nulla, è questo il problema. Altri la mette nei siti per le ecoballe e nel trasporto delle stesse. Ma questo si fa a opera di commissari pubblici, su terreni pubblici e con mezzi pubblici, quali le ferrovie. Questo è sensazionale, i prefetti camorristi.
C’è poi la responsabilità nazionale. Che è dare ragione ai propri critici, dalla Lega in giù. Ma è anche la conferma che Napoli non esiste, è scena di fantasmi, maschere, guitti. Non esistono le opulente cronache locali, che raccontano un'altra storia, la camorra appunto, Saccà e Berlusconi, un vecchietto dell'Australia che pare sia senatore della Repubblica e, loro ci riescono, anche Calciopoli. Non esiste la solerte Procura della Repubblica, che pure anch'essa assicura in tv che c'è la camorra, per bocca del primo Procuratore, o Procuratore Capo, Lepore. Mentre l'altro primo Procuratore Mancuso non si fa la barba per mancanza di tempo, impegnato nella guerra a Saccà e Berlusconi, se il ruolo di comparsa in "Incantesimo" è stato assegnato a una velina piuttosto che a un'altra, anche se la prescelta è del Partito Democratico, o forse per questo chissà. Dei rifiuti invece i Procuratori, con la camorra e tutto, non hanno avuto notizie di reato. Forse perché profumano e non fanno rumore: non si intercettano.
Unico punto grigio in questa fantasmagoria è che camorra e rifiuti non viene raccontata tipo "la peste e gli untori", non ci sono trame romanzesche, Saviano incluso, né Provvidenze, solo il sollievo di chi si assolve, e questo è un peccato, un altro "Promessi sposi" se ne potrebbe ricavare, monumento nazionalpopolare. Tutto anzi si dice, su Napoli e dintorni, all’unisono. Oggi, per due-tre giorni, c’è la camorra, domani, per altri due-tre giorni, ci saranno i monopoli e la corruzione, per Natale, per due-tre gorni, la colpa era dei prefetti-commissari, tutti concordi, Rai, “Mattino” etc., con la stessa affannata sicurezza. Come se ci fosse una regia dell’informazione. Napoli non starà perdendo l’inventiva?
Sono gli stessi quindici anni in cui Napoli, la provincia e la Campania sono stati governati dalla sinistra. Ma è la stessa sinistra (Saviano, Jervolino, la Rai, il “Mattino” etc.) che lega il problema rifiuti alla camorra. Vuole autodenunciarsi? Vuole dire la camorra entità metafisica?
Altrettanto strepitose le ipotesi sui nidi e i nodi della camorra, anche se le indicazioni sono confuse. Qualcuno dice che la camorra è dietro lo stoccaggio, ma da anni non si stocca più nulla, è questo il problema. Altri la mette nei siti per le ecoballe e nel trasporto delle stesse. Ma questo si fa a opera di commissari pubblici, su terreni pubblici e con mezzi pubblici, quali le ferrovie. Questo è sensazionale, i prefetti camorristi.
C’è poi la responsabilità nazionale. Che è dare ragione ai propri critici, dalla Lega in giù. Ma è anche la conferma che Napoli non esiste, è scena di fantasmi, maschere, guitti. Non esistono le opulente cronache locali, che raccontano un'altra storia, la camorra appunto, Saccà e Berlusconi, un vecchietto dell'Australia che pare sia senatore della Repubblica e, loro ci riescono, anche Calciopoli. Non esiste la solerte Procura della Repubblica, che pure anch'essa assicura in tv che c'è la camorra, per bocca del primo Procuratore, o Procuratore Capo, Lepore. Mentre l'altro primo Procuratore Mancuso non si fa la barba per mancanza di tempo, impegnato nella guerra a Saccà e Berlusconi, se il ruolo di comparsa in "Incantesimo" è stato assegnato a una velina piuttosto che a un'altra, anche se la prescelta è del Partito Democratico, o forse per questo chissà. Dei rifiuti invece i Procuratori, con la camorra e tutto, non hanno avuto notizie di reato. Forse perché profumano e non fanno rumore: non si intercettano.
Unico punto grigio in questa fantasmagoria è che camorra e rifiuti non viene raccontata tipo "la peste e gli untori", non ci sono trame romanzesche, Saviano incluso, né Provvidenze, solo il sollievo di chi si assolve, e questo è un peccato, un altro "Promessi sposi" se ne potrebbe ricavare, monumento nazionalpopolare. Tutto anzi si dice, su Napoli e dintorni, all’unisono. Oggi, per due-tre giorni, c’è la camorra, domani, per altri due-tre giorni, ci saranno i monopoli e la corruzione, per Natale, per due-tre gorni, la colpa era dei prefetti-commissari, tutti concordi, Rai, “Mattino” etc., con la stessa affannata sicurezza. Come se ci fosse una regia dell’informazione. Napoli non starà perdendo l’inventiva?
Il mercato sovietico dell'Italia
Il mercato ha rincarato tutto in Italia. Dove negli ultimi quindici anni, della rivoluzione morale e del non governo, i prezzi sono raddoppiati due volte: per effetto dell’euro, col subdolo concetto che il 2 “vale” 1, e prima ancora per effetto del mercato. In regime amministrato non c’è verità dei prezzi, e quindi il paragone con l’Italia semibolscevica di prima non si può fare. Ma il confronto con gli altri paesi di mercato, dagli Usa alla Svizzera, dice che il mercato italiano è carissimo. Per effetto principalmente delle azioni di governo, e delle Autorità settoriali, sempre governative, che dovrebbero proteggere gli utenti-consumatori, in una sorta di sovietizzazione dell’economia, se non della società, di corresponsabilità nel monopolismo - il mercato ha solo senso se è a protezione del consumatore, dal carovita, dalle inefficienze, dagli abusi.
È cara la frutta, di cui l’Italia il giardino: è più cara che nel resto d’Europa, le arance costano meno a Francoforte e Stoccolma. È cara la carne , anche quella gonfiata d’importazione. Sono care le banche, i medici, la benzina, i matrimoni, gli affitti e i mutui. Senza speciali connotazioni di qualità: la sanità, specie quella dei carissimi specialisti, non è mai risolutiva, anche dopo le innumerevoli analisi. Del mutuo non sono cari i tassi, non possono, ma tutto il contorno che la banca allora ci ha costruito sopra, da pagare tutto e subito. Un mutuo in Italia prende sei mesi di tempo, contro i sei giorni delle banche inglesi, e costa fino a diecimila euro subito, per nessun motivo anche se a vario titolo: 2-4 mila euro per un consulente (un consulente per il mututo!), 2 mila di assicurazione per danni all’immobile nelle more della pratica mutuo, 4-8 mila euro per protezione reddito, contro eventuali licenziamenti dell’uno o l’altro coniuge.
Solo il treno è meno caro, ma a che prezzo tutti lo vedono, di pulizia e affidabilità. Il gas, l’elettricità, le autostrade e le assicurazioni, che aumentano col 2008 del doppio dell’inflazione, sono i più cari in assoluto in Europa, e quindi al mondo. Le banche hanno fatto il miracolo, dopo tante liberalizzazioni e sotto l’occhio compiaciuto del liberista governatore Draghi, di azzerare la retribuzione dei depositi, e di raddoppiare i costi di custodia, delle specie e dei titoli. Tutte insieme, miracolo della concorrenza. Sei mesi per un contratto del gas, dopo aver pagato sessanta o ottanta euro. Linee telefoniche fisse dove si sente sempre meno. Dove l’adsl cade in continuazione. Impossibile peraltro da avere in tre quarti del paese, malgrado le provvidenze. Telecom vuole un contributo attivazione di 200 euro, per muovere due tasti su un computer. Fatsweb, che ve invece mandare un tecnico per un paio d’ore, si accontenta di 45. Una volta cambiato l’operatore non si può più ricambiarlo, altrimenti si perde il numero: la portabilità si limita solo a una mossa, con la quale si diventa prigionieri dell’operatore alternativo. E se non si protesta si continua a pagare a Telecom l’affitto dell’apparecchio: due euro al mese, più Iva, 14,40 euro all’anno, più del costo dell’apparecchio, per decenni.
Sono incredibilmente più care tutte le tariffe controllate dalle ineffabili Autorità, il cui costo di gestione, sommato al caro-tariffe, rende il tutto anche quattro volte più caro che nei deprecati paesi capitalisti. Le Autorità sono dei governicchi, o dei parlamentini. Con segreterie, auto blu, autisti. Con relazioni annue cui invitano l’establishment. Molto presenti ai talk-show. Con retribuzioni elevatissime. Le Autorità maggiori vengono a costare, tra una cosa e l’altra, un decimo dell’annuale “manovra” in finanziaria, quei cinque-sei miliardi che ogni anno dobbiamo dare in più allo Stato (le faraonate dell'inutile comissariato ai rifiuti in Campania sono quisquilie). Senza Autorità si potrebbe eliminare almeno per un anno la “manovra”, cioè lo strizzamento. Le Autorità sono di Prodi, che le ha costruite e nominate nel 1996. L’(ex) Dc aveva, e non intende mollare, l’energia (Eni, Enel) e i telefoni, da qui il brutale benservito a Tronchetti, e ora ha anche le banche, quasi tutte: ecco dov’è il sovietismo in Italia, nella Dc.
È cara la frutta, di cui l’Italia il giardino: è più cara che nel resto d’Europa, le arance costano meno a Francoforte e Stoccolma. È cara la carne , anche quella gonfiata d’importazione. Sono care le banche, i medici, la benzina, i matrimoni, gli affitti e i mutui. Senza speciali connotazioni di qualità: la sanità, specie quella dei carissimi specialisti, non è mai risolutiva, anche dopo le innumerevoli analisi. Del mutuo non sono cari i tassi, non possono, ma tutto il contorno che la banca allora ci ha costruito sopra, da pagare tutto e subito. Un mutuo in Italia prende sei mesi di tempo, contro i sei giorni delle banche inglesi, e costa fino a diecimila euro subito, per nessun motivo anche se a vario titolo: 2-4 mila euro per un consulente (un consulente per il mututo!), 2 mila di assicurazione per danni all’immobile nelle more della pratica mutuo, 4-8 mila euro per protezione reddito, contro eventuali licenziamenti dell’uno o l’altro coniuge.
Solo il treno è meno caro, ma a che prezzo tutti lo vedono, di pulizia e affidabilità. Il gas, l’elettricità, le autostrade e le assicurazioni, che aumentano col 2008 del doppio dell’inflazione, sono i più cari in assoluto in Europa, e quindi al mondo. Le banche hanno fatto il miracolo, dopo tante liberalizzazioni e sotto l’occhio compiaciuto del liberista governatore Draghi, di azzerare la retribuzione dei depositi, e di raddoppiare i costi di custodia, delle specie e dei titoli. Tutte insieme, miracolo della concorrenza. Sei mesi per un contratto del gas, dopo aver pagato sessanta o ottanta euro. Linee telefoniche fisse dove si sente sempre meno. Dove l’adsl cade in continuazione. Impossibile peraltro da avere in tre quarti del paese, malgrado le provvidenze. Telecom vuole un contributo attivazione di 200 euro, per muovere due tasti su un computer. Fatsweb, che ve invece mandare un tecnico per un paio d’ore, si accontenta di 45. Una volta cambiato l’operatore non si può più ricambiarlo, altrimenti si perde il numero: la portabilità si limita solo a una mossa, con la quale si diventa prigionieri dell’operatore alternativo. E se non si protesta si continua a pagare a Telecom l’affitto dell’apparecchio: due euro al mese, più Iva, 14,40 euro all’anno, più del costo dell’apparecchio, per decenni.
Sono incredibilmente più care tutte le tariffe controllate dalle ineffabili Autorità, il cui costo di gestione, sommato al caro-tariffe, rende il tutto anche quattro volte più caro che nei deprecati paesi capitalisti. Le Autorità sono dei governicchi, o dei parlamentini. Con segreterie, auto blu, autisti. Con relazioni annue cui invitano l’establishment. Molto presenti ai talk-show. Con retribuzioni elevatissime. Le Autorità maggiori vengono a costare, tra una cosa e l’altra, un decimo dell’annuale “manovra” in finanziaria, quei cinque-sei miliardi che ogni anno dobbiamo dare in più allo Stato (le faraonate dell'inutile comissariato ai rifiuti in Campania sono quisquilie). Senza Autorità si potrebbe eliminare almeno per un anno la “manovra”, cioè lo strizzamento. Le Autorità sono di Prodi, che le ha costruite e nominate nel 1996. L’(ex) Dc aveva, e non intende mollare, l’energia (Eni, Enel) e i telefoni, da qui il brutale benservito a Tronchetti, e ora ha anche le banche, quasi tutte: ecco dov’è il sovietismo in Italia, nella Dc.
mercoledì 2 gennaio 2008
Spinetta vuole rassicurare Moratti e Formigoni
Il pdg di Air France ha avviato approcci in direzione degli amministratori milanesi, il sindaco Moratti e il presidente della Regione Formigoni, nel tentativo di garantire con un armistizio su Malpensa il buone fine del negoziato su Alitalia. Jean-Cyrille Spinetta non mette in dubbio che Az possa non confluire in Air France-Klm, ma conosce personalmente la politica italiana, e teme che il prezzo possa diventare oneroso. Da una parte diffonde le vere cifre di Malpensa, disastrose, e non per colpa di Alitalia. Sullo scalo milanese il pdg di Af ha la consulenza speciale di Klm, che su Malpensa ha rischiato grosso, e ha scelto di sganciarsene anche a costo di pagare una penale. Non ci sono al momento possibilità di rilanciare Malpensa, e questo Spineta ha dato ordine che si detto ben chiaro. Tuttavia pensa di poter rassicurare Moratti e Fromigoni facendo leva sul realismo lombardo: AF – questo il messaggio che Spinetta vuole portare di persona a Milano – non ha ovviamente preconcetti su Malpensa, ma nemmeno progetti alternativi, intesi a favorire questo o quell’altro scalo italiano, e tantomeno transalpino. Malpensa al contrario potrà ancora diventare un hub europeo, un interscalo delle maggiori rotte, se e quando avrà un adeguato sistema di comunicazioni.
Il mito di Milano è anche Malpensa
Il tono fa impressione, tra l’acredine e la minaccia, nella levata lombarda di scudi su Malpensa, nomen omen, il genere che il “Corriere” codifica in “Milano sarà costretta a fare da sé”. Ma questo è quello che tutta Italia ardentemente spera che Milano per una volta faccia. Visto in sezione, il caso Malpensa è semplice: uno scalo che le faziosità municipali non hanno consentito di infrastrutturare, e a cui Linate, l’altro scalo milanese, ha fatto una concorrenza imbattibile. Risultato: nove voli intercontinentali su dieci del Nord Italia si fanno, via Linate, Bergamo, Bologna, Torino, Venezia, da altri grandi aeroporti europei. Milano tuttavia, pur viaggiando operosamente tranquilla via Linate e Bergamo, non resiste alla tentazione di far buttare altri soldi dello Stato - sono soldi che “le toccano”, questo è il sentire di Milano rispetto alla cassa pubblica.
Milano ha accollato alla Repubblica una lunga serie di bufale, all’insegna volta a volta dell’“italianità”, del “lombardismo”, e di “quel che è bene per Milano è bene per la patria”, genere General Motors. La più grossa, Montedison, è costata all’Eni, cioè allo Stato, più o meno 25 mila miliardi in venticinque anni - dopodichè Milano stessa ha buttato all'aria con Montedison una classe politica e le istituzioni della Repubblica, e l’Italia nel caos: tre milioni di licenziamenti, il mercato nero del lavoro istituzionalizzato, la corruzione ora alla portata di tutti e impunita. Ma anche Malpensa non è bufala da poco. Venticinque anni per realizzare lo scalo intercontinentale (la prima idea di Nordio, cioè di Alitalia, è del 1979), a un costo di cinquemila miliardi, più o meno per niente, sei diversi progetti nei tre anni cruciali del lancio, che hanno portato alla fuga di Klm, senza contare l’inabissamento di Az, che ora si vende gratis.
Milano ha accollato alla Repubblica una lunga serie di bufale, all’insegna volta a volta dell’“italianità”, del “lombardismo”, e di “quel che è bene per Milano è bene per la patria”, genere General Motors. La più grossa, Montedison, è costata all’Eni, cioè allo Stato, più o meno 25 mila miliardi in venticinque anni - dopodichè Milano stessa ha buttato all'aria con Montedison una classe politica e le istituzioni della Repubblica, e l’Italia nel caos: tre milioni di licenziamenti, il mercato nero del lavoro istituzionalizzato, la corruzione ora alla portata di tutti e impunita. Ma anche Malpensa non è bufala da poco. Venticinque anni per realizzare lo scalo intercontinentale (la prima idea di Nordio, cioè di Alitalia, è del 1979), a un costo di cinquemila miliardi, più o meno per niente, sei diversi progetti nei tre anni cruciali del lancio, che hanno portato alla fuga di Klm, senza contare l’inabissamento di Az, che ora si vende gratis.
Napoli capitale del diritto
Napoli si conferma la capitale d’Italia, morale e del diritto. Le statistiche della macchina operativa della giustizia, che il “Corriere” è riuscito a procurarsi e a “leggere”, parlano chiaro (i dati sono del 2006): Napoli, con un milione di residenti, ha 1.029 magistrati, 118 giudici onorari, e 692 giudici di pace. Molti più di Milano, che ha 1,3 milioni di residenti, e di Roma, che registra 2,8 milioni di abitanti. Roma ha qualche giudice onorario in più, 144 contro i 118 di Napoli, ma la metà dei giudici di pace, 370 contro 692, e un numero inferiore di magistrati, solo 953. Milano viene dietro in tutte le categorie, abbondantemente: 865 magistrati, 66 giudici onorari e 372 di pace. Solo come amministrativi Roma supera Napoli, ma di poco: 4.993 contro 4.791 (Milano arranca con 3.736). In rapporto alla popolazione, Napoli ha 18 giudici e mezzo ogni diecimila persone, Milano uno, Roma mezzo, un po’ meno di mezzo. È un raffronto grossolano, ma il trionfo del pagliettismo è indubbio.
L'anno delle banche
Solo l’elenco fa impressione, per la diffusione degli sportelli in Italia e per i marchi illustri che vi sono confluiti, delle tre banche superstiti nel ciclone di fusioni dell’anno appena chiuso. A Intesa fanno capo il San Paolo di Torino, il Banco di Napoli, l’Imi, il Mediocredito, Banca Fideuram, e una dozzina di grandi casse di risparmio, comprese le maggiori, la Cariplo, e le casse di Bologna, Venezia, Figuli, Romagna, Trento e Bolzano. Nel Gruppo Unicredit ci sono ora la Banca di Roma, il Banco di Sicilia, le casse di risparmio dell’altra metà del Triveneto e di Torino, e le banche storiche di Genova e Bologna. Mps-AntonVeneta fa meno impressione, ma ha pur sempre, coi suoi tremila sportelli, la metà di quelli di Intesa e di Unicredit, anche se non compete per capitalizzazione e patrimonio.
È un ciclo che la Banca d’Italia allegra di Mario Draghi ha consentito e perfino promosso. Ma senza alcun beneficio per gli utenti. E nell’incertezza più totale, che nessuno si è curato di fugare, dal punto di vista organizzativo, dei costi, dell’efficienza. A livello politico è un trionfo, benché non dichiarabile, per Prodi: Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia si sono fatte sotto la sua ala protettrice, e così pure Mps-AntonVeneta. Avendo consolidato lo strapotere della finanza confessionale, Palazzo Chigi si è consentito il patrocinio liberale, qualcuno dice la promozione, della fusione tra la “banca dei compagni” e la “banca del santo” – l’analoga operazione tentata due anni fa da Unipol con Bnl ha portato al carcere il vertice di Unipol, alla gogna mediatica Fassino e D’Alema, e alle dimissioni con incriminazione del non allegro governatore Fazio.
È un ciclo che la Banca d’Italia allegra di Mario Draghi ha consentito e perfino promosso. Ma senza alcun beneficio per gli utenti. E nell’incertezza più totale, che nessuno si è curato di fugare, dal punto di vista organizzativo, dei costi, dell’efficienza. A livello politico è un trionfo, benché non dichiarabile, per Prodi: Intesa-San Paolo e Unicredit-Capitalia si sono fatte sotto la sua ala protettrice, e così pure Mps-AntonVeneta. Avendo consolidato lo strapotere della finanza confessionale, Palazzo Chigi si è consentito il patrocinio liberale, qualcuno dice la promozione, della fusione tra la “banca dei compagni” e la “banca del santo” – l’analoga operazione tentata due anni fa da Unipol con Bnl ha portato al carcere il vertice di Unipol, alla gogna mediatica Fassino e D’Alema, e alle dimissioni con incriminazione del non allegro governatore Fazio.
La Cina porta l'Africa alla globalizzazione
Gli scambi fra la Cina e l’Africa, che cinque anni fa si aggiravano sui nove miliardi di dollari, si sono sestuplicati nel quinquennio: a fine 2007 dovrebbero essere ammontati a 50-60 miliardi di dollari. Per effetto del caro petrolio, e soprattutto a seguito di una deliberata politica d’investimenti. Nel quadro della corsa cinese agli investimenti esteri, che li ha visti raddoppiati nel 2007, l’Africa ne assorbe in proporzione crescente. I gruppi cinesi sono interessati alle materie prime, in particolare a quelle minerarie. Ma numerosi documenti cinesi e studi sulla componente estera in Cina valutano il continente africano sul punto del decollo, un po’ come la potenza asiatica trent’anni fa con il lancio delle modernizzazioni di Deng.
Investono in Africa, spesso a titolo gratuito, come biglietto da visita, la China National Petroleum Corporation e la Sasac, l’ente per la gestione delle industrie di Stato, l’Eni e l’Iri cinesi. Il China Metallurgical Group, anch’esso statale, è interessato al minerale di ferro e al rame. La Banca Industriale e Commerciale di Cina, privata, ha acquisito il 20 per cento della Standard Bank, la prima del Sud Africa e dell’intero continente. La stessa banca concorre, in alleanza con altri gruppi cinesi, all’acquisto di Rio Tinto, il gruppo minerario anglo-australiano con forti interessi in Africa.
Investono in Africa, spesso a titolo gratuito, come biglietto da visita, la China National Petroleum Corporation e la Sasac, l’ente per la gestione delle industrie di Stato, l’Eni e l’Iri cinesi. Il China Metallurgical Group, anch’esso statale, è interessato al minerale di ferro e al rame. La Banca Industriale e Commerciale di Cina, privata, ha acquisito il 20 per cento della Standard Bank, la prima del Sud Africa e dell’intero continente. La stessa banca concorre, in alleanza con altri gruppi cinesi, all’acquisto di Rio Tinto, il gruppo minerario anglo-australiano con forti interessi in Africa.
Il mondo com'è (4)
astolfo
Antiamericanismo – Eredita curiosamente le componenti dell’antisemitismo, sia in Germania che in Francia, in Italia e nella chiesa: il materialismo avido, l’indifferenza etica, la violenza segreta, l’ipocrisia. E come l’antisemitismo si compiace di caricature: il divorzio e l’aborto facili, l’egoismo sociale, la violenza. La differenza è che l’America ha spalle solide.
Non c’è antiamericanismo altrove, mondo islamico incluso malgrado Al Qaeda: solo in Europa e nei domini della chiesa.
Calciopoli - È un caso dell’effetto che diventa causa, della degenerazione che diventa sistema. Il teorema di Cordova – un pizzico di concussione, corruzione, mafia, voto di scambio – e di Mani Pulite ha portato alla supplenza dei giudici sulla politica. E ora ogni realtà italiana è leguleia. Anche lo sport: l’Italia è da un quindicennio un Paese – l’unico fra quelli dove si pratica il calcio – che fa determinare le partite dagli arbitri, e perfino dai segnalinee. Tutte le televisioni e tre quarti dei giornali sono costruiti su interminabili discussioni delle decisioni degli arbitri. La Juventus, che si è rifiutata di partecipare a questo gioco, è stata punita con disonore. L’Inter, che questo gioco continua a praticare anche in assenza della Juventus, è premiata con onore – contesta pure le rimesse laterali.
È anche l’effetto del pagliettismo. Un diritto di pura impronta napoletana che ha preso il sopravvento su ogni velleità di adeguamento alla common law, alla giustizia come base dell’uguaglianza e della libertà. E di fondamento costituzionale del vivere sociale.
Iran – Fa trent’anni di khomeinismo, che l’ha isolato nel mondo islamico e coi vicini arabi, ma è una dittatura blanda. Molto politicizzata, in città e anche in periferia, ancorata a canoni dichiarati, condensabili in sei o sette punti. Ma resa tollerabile, o minata, dalla corruzione: tutto si compra a Teheran come prima, e questo è un altro canone.
1. È un Paese stratificato e complesso, contro cui nessuna guerra è possibile, a meno dell’annientamento. Impensabile è una guerra nel mezzo del petrolio (il Golfo Persico e Hormuz) e dell’islam. È impensabile però anche l’atomica all’Iran, che ha intrapreso il nucleare solo per costruirsela, e non rinuncerà mai all'uranio arricchito, solo l'Europa non lo sa. Nell’ideologia dell’antimperialismo, il nucleare è l’arma dei poveri, la garanzia della sovranità, il presidio della libertà – il mondo essendo governato dalla Finanza Mondiale. Ma la Bomba era il piano dello scià, uno dei motivi per cui fu abbandonato dall’America di Carter: diventare la sesta, o quinta, o quarta potenza militare mondiale. Come fonte di energia l’Iran ha riserve sterminate di gas nel Golfo, che evita di mettere in produzione.
2.È un potere confessionale, caso unico al mondo, governato cioè dagli ayatollah. Ahmadinejad è un frontman, dopo che con gli ayatollah, Rafsanjani, mercante di pistacchi, e Khatami, intellettuale, il clero ha rischiato di spaccarsi. Il khomeinismo a trent'anni è politicamente debole, se non morto. Sotto i trent’anni è la metà della popolazione iraniana, che dunque ha vissuto solo il khomeinismo. Che tuttavia respinge. Il regime teocratico si è allentato dopo che dieci anni fa, nel 1999, fu contestato a lungo e in piazza dai ventenni – tra i quali era presente il non più giovane Mussavì Khoinià, l’ex capo degli studenti "della linea dell’imam", che nel 1980 occuparono l’ambasciata Usa, tennero per sei mesi in ostaggio gli americani, e radicalizzarono il khomeinismo. Ma è un clero che ha letto Marx e studiato Machiavelli e Lenin. E non fa politica confessionale: gli sciiti non sono un popolo, una nazione, una chiesa, sono una credenza e un rito.
3.Dal terrorismo islamico sono cospicuamente assenti gli iraniani, come uomini, come dottrina, e come mezzi logistici. Per l'aloofness dell'islam iraniano nella marmaglia araba e asiatica che l'attornia. Per la statemanship di una cultura e una tradizione polica molto antiche, e insieme rinnovate con gli strumenti più aggiornati della critica. Per una valutazione realistica dei rapporti di forza: il regime degli ayatollah può crollare solo per una guerra, loro lo sanno, e se ne guardano. 4.Gli ayatollah perseguono la politica nazionale iraniana dello scià - se non per l’antioccidentalismo, che però è politico e strumentale. Con cautela. L'Iran non è fuori dalla rete sotterranea (armi, spie, provocatori, attentati) che agita il Medio Oriente, dall'Irangate a Hezbollah, ma per un dovere di presenza, di potenza. Da sempre l’Iran fa una politica di potenza regionale: contro gli arabi, la cui indigenza politica non richiede molti strumenti, e contro i disprezzati afghani, pashtuni, turkmeni, della frontiera Nord, di buon vicinato con la Russia e la Turchia. Il controllo per ingerenza del mondo arabo si riscontra scoperto nelle aree di crisi: in Libano, in Palestina e in Iraq gli ayatollah fomentano le divisioni in ogni modo, con la propaganda e con le armi. Con la penisola arabica il rapporto è di buon vicinato, residuo dei tempi del comune nemico Saddam Hussein, ma di altezzoso disprezzo.
5.L’antioccidentalismo è radicale nella cultura, scomparsi sono Alessandro Magno, Aristotele, Avicenna e Averroè cui l’Iran dell’Otto-Novecento si appellava, con l'insieme del mondo arabo-ottomano della regione. Ma è più antieuropeo che antiamericano: l’inglese degli ayatollah è americano, dell’America l’Iran riconosce la potenza, con l'America ha sempre mantenuto dei canali.
6.E’ un regime sanguinario, poiché giustizia ogni anno 5-600 persone, anche oppositori politici, donne e bambini, e le esecuzioni esibisce in tv. Ma è il meno totalitario del Medio Oriente, il meno controllato cioè con la violenza. E resta il più suscettibile al cambiamento, la dialettica politica vi rimane forte. La forza degli ayatollah è che non ci sono migliori politici di loro – al loro confronto anzi non ci sono in Iran personalità politiche, non ci sono mai state.
7.E' un regime oscurantista?Non è certo, la condizione della donna non è dirimente: le donne sono state e sono, in massa e in dettaglio, il pilastro vincente del regime. Trent'anni fa contro lo scià che le aveva laicizzate, una riforma sentita come una violenza. Nelle ultime elezioni a sostegno della parte retriva del regime. Sul ruolo in generale delle donne in politica mancano analisi accurate: nel 1850, quando il governo di Massimo D’Azeglio laicizzò le scuole e la vita civile a Torino con le leggi Siccardi, le donne furono tutte contro, anche con violenza. Il regime onora in Iran la donna in famiglia e nell'amore, e le protegge nei giudizi di divorzio con formule perfino fantasiose: un marito ha dovuto comprare alla moglie 124 mila rose rosse, un altro ottomila libri, tutti di poesia (ottomila libri di poesia?). La donna è protetta anche nella prostituzione, col sigheh, il contratto a tempo.
8. è un regime solido. La minaccia bonapartista, l'unica possibile benché solo in via d'ipotesi, è stata indeboloita indirizzando il braccio armato del khomeinismo, i pasdaran, una sorta di Stato nello stato, verso gli affari. E quindi verso la corruzione, sul modello già sperimentato dall'Fln algerino, e la Pc cinese.
9.L'Iran ha mancato la modernizzazione, e questa è la debolezza degli ayatollah. Vive al modo dei paesi arabi, trasformando la rendita petrolifera in rendita urbana (edilizia, immobiliare), e questo è tutto. Al cambiamento è presto subentrata la corruzione, in affari e nella stessa politica, nel solco di una tradizione evidentemente imbattibile. E questo per opera dei laici, seppure devoti islamici: il passaggio della gestione del potere ai pasdaran e ai basiji, le milizie della rivoluzione, con la presidenza Ahmadinejad, ha portato la corruzione anche in primo piano, a Teheran e ovunque nel paese, nei grandi affari e nei piccoli. Le città hanno l'illusione della prosperità, come del resto nei paesi arabi del petrolio, ma non c'è un'economia autoportante, come si soleva dire (capitali, lavoro, mercato), manca l'integrazione internazionale, e l'economia di rendita, che può andare bene per paesi desertici, non basta a un'economia da sessanta o ottanta milioni di persone.
Transpacifismo - La foto del “Sole 24 Ore" di fine anno, col premier cinese in perfetto assetto da lanciatore di baseball, completo di visierina e sneakers, è la foto della globalizzazione. Partner di Wen, nella partitina del gioco eminentemente a stelle e strisce, è il premier giapponese Fukuda: la pacificazione tra i due grandi paesi, attesa oltre sessant’anni e ancora difficile, si fa all’insegna del game americano. Il finale d’anno ha visto un accavallarsi di segnali della nuova egemonia, con gli acquisti cinesi di gruppi americani e l’intervento dei fondi sovrani cinesi a salvataggio delle banche Usa dei mutui insolventi.
La globalizzazione è sempre più transpacifica. Non bastasse lo scarso interesse delle due ultime presidenze Usa verso l’Europa, è ora l’altra ala “regionale”, quella cino-giapponese,che dichiaratamente subentra alla leadership. L’Europa, Italia compresa, è ancora competitiva e capace di esportare, ma in ambiti sempre più ristretti, cresce cioè di meno di tutta la globalizzazione. Ed è già esclusa dalle grandi decisioni, sulla moneta, la finanza, le regole commerciali.
astolfo@gmail.com
Antiamericanismo – Eredita curiosamente le componenti dell’antisemitismo, sia in Germania che in Francia, in Italia e nella chiesa: il materialismo avido, l’indifferenza etica, la violenza segreta, l’ipocrisia. E come l’antisemitismo si compiace di caricature: il divorzio e l’aborto facili, l’egoismo sociale, la violenza. La differenza è che l’America ha spalle solide.
Non c’è antiamericanismo altrove, mondo islamico incluso malgrado Al Qaeda: solo in Europa e nei domini della chiesa.
Calciopoli - È un caso dell’effetto che diventa causa, della degenerazione che diventa sistema. Il teorema di Cordova – un pizzico di concussione, corruzione, mafia, voto di scambio – e di Mani Pulite ha portato alla supplenza dei giudici sulla politica. E ora ogni realtà italiana è leguleia. Anche lo sport: l’Italia è da un quindicennio un Paese – l’unico fra quelli dove si pratica il calcio – che fa determinare le partite dagli arbitri, e perfino dai segnalinee. Tutte le televisioni e tre quarti dei giornali sono costruiti su interminabili discussioni delle decisioni degli arbitri. La Juventus, che si è rifiutata di partecipare a questo gioco, è stata punita con disonore. L’Inter, che questo gioco continua a praticare anche in assenza della Juventus, è premiata con onore – contesta pure le rimesse laterali.
È anche l’effetto del pagliettismo. Un diritto di pura impronta napoletana che ha preso il sopravvento su ogni velleità di adeguamento alla common law, alla giustizia come base dell’uguaglianza e della libertà. E di fondamento costituzionale del vivere sociale.
Iran – Fa trent’anni di khomeinismo, che l’ha isolato nel mondo islamico e coi vicini arabi, ma è una dittatura blanda. Molto politicizzata, in città e anche in periferia, ancorata a canoni dichiarati, condensabili in sei o sette punti. Ma resa tollerabile, o minata, dalla corruzione: tutto si compra a Teheran come prima, e questo è un altro canone.
1. È un Paese stratificato e complesso, contro cui nessuna guerra è possibile, a meno dell’annientamento. Impensabile è una guerra nel mezzo del petrolio (il Golfo Persico e Hormuz) e dell’islam. È impensabile però anche l’atomica all’Iran, che ha intrapreso il nucleare solo per costruirsela, e non rinuncerà mai all'uranio arricchito, solo l'Europa non lo sa. Nell’ideologia dell’antimperialismo, il nucleare è l’arma dei poveri, la garanzia della sovranità, il presidio della libertà – il mondo essendo governato dalla Finanza Mondiale. Ma la Bomba era il piano dello scià, uno dei motivi per cui fu abbandonato dall’America di Carter: diventare la sesta, o quinta, o quarta potenza militare mondiale. Come fonte di energia l’Iran ha riserve sterminate di gas nel Golfo, che evita di mettere in produzione.
2.È un potere confessionale, caso unico al mondo, governato cioè dagli ayatollah. Ahmadinejad è un frontman, dopo che con gli ayatollah, Rafsanjani, mercante di pistacchi, e Khatami, intellettuale, il clero ha rischiato di spaccarsi. Il khomeinismo a trent'anni è politicamente debole, se non morto. Sotto i trent’anni è la metà della popolazione iraniana, che dunque ha vissuto solo il khomeinismo. Che tuttavia respinge. Il regime teocratico si è allentato dopo che dieci anni fa, nel 1999, fu contestato a lungo e in piazza dai ventenni – tra i quali era presente il non più giovane Mussavì Khoinià, l’ex capo degli studenti "della linea dell’imam", che nel 1980 occuparono l’ambasciata Usa, tennero per sei mesi in ostaggio gli americani, e radicalizzarono il khomeinismo. Ma è un clero che ha letto Marx e studiato Machiavelli e Lenin. E non fa politica confessionale: gli sciiti non sono un popolo, una nazione, una chiesa, sono una credenza e un rito.
3.Dal terrorismo islamico sono cospicuamente assenti gli iraniani, come uomini, come dottrina, e come mezzi logistici. Per l'aloofness dell'islam iraniano nella marmaglia araba e asiatica che l'attornia. Per la statemanship di una cultura e una tradizione polica molto antiche, e insieme rinnovate con gli strumenti più aggiornati della critica. Per una valutazione realistica dei rapporti di forza: il regime degli ayatollah può crollare solo per una guerra, loro lo sanno, e se ne guardano. 4.Gli ayatollah perseguono la politica nazionale iraniana dello scià - se non per l’antioccidentalismo, che però è politico e strumentale. Con cautela. L'Iran non è fuori dalla rete sotterranea (armi, spie, provocatori, attentati) che agita il Medio Oriente, dall'Irangate a Hezbollah, ma per un dovere di presenza, di potenza. Da sempre l’Iran fa una politica di potenza regionale: contro gli arabi, la cui indigenza politica non richiede molti strumenti, e contro i disprezzati afghani, pashtuni, turkmeni, della frontiera Nord, di buon vicinato con la Russia e la Turchia. Il controllo per ingerenza del mondo arabo si riscontra scoperto nelle aree di crisi: in Libano, in Palestina e in Iraq gli ayatollah fomentano le divisioni in ogni modo, con la propaganda e con le armi. Con la penisola arabica il rapporto è di buon vicinato, residuo dei tempi del comune nemico Saddam Hussein, ma di altezzoso disprezzo.
5.L’antioccidentalismo è radicale nella cultura, scomparsi sono Alessandro Magno, Aristotele, Avicenna e Averroè cui l’Iran dell’Otto-Novecento si appellava, con l'insieme del mondo arabo-ottomano della regione. Ma è più antieuropeo che antiamericano: l’inglese degli ayatollah è americano, dell’America l’Iran riconosce la potenza, con l'America ha sempre mantenuto dei canali.
6.E’ un regime sanguinario, poiché giustizia ogni anno 5-600 persone, anche oppositori politici, donne e bambini, e le esecuzioni esibisce in tv. Ma è il meno totalitario del Medio Oriente, il meno controllato cioè con la violenza. E resta il più suscettibile al cambiamento, la dialettica politica vi rimane forte. La forza degli ayatollah è che non ci sono migliori politici di loro – al loro confronto anzi non ci sono in Iran personalità politiche, non ci sono mai state.
7.E' un regime oscurantista?Non è certo, la condizione della donna non è dirimente: le donne sono state e sono, in massa e in dettaglio, il pilastro vincente del regime. Trent'anni fa contro lo scià che le aveva laicizzate, una riforma sentita come una violenza. Nelle ultime elezioni a sostegno della parte retriva del regime. Sul ruolo in generale delle donne in politica mancano analisi accurate: nel 1850, quando il governo di Massimo D’Azeglio laicizzò le scuole e la vita civile a Torino con le leggi Siccardi, le donne furono tutte contro, anche con violenza. Il regime onora in Iran la donna in famiglia e nell'amore, e le protegge nei giudizi di divorzio con formule perfino fantasiose: un marito ha dovuto comprare alla moglie 124 mila rose rosse, un altro ottomila libri, tutti di poesia (ottomila libri di poesia?). La donna è protetta anche nella prostituzione, col sigheh, il contratto a tempo.
8. è un regime solido. La minaccia bonapartista, l'unica possibile benché solo in via d'ipotesi, è stata indeboloita indirizzando il braccio armato del khomeinismo, i pasdaran, una sorta di Stato nello stato, verso gli affari. E quindi verso la corruzione, sul modello già sperimentato dall'Fln algerino, e la Pc cinese.
9.L'Iran ha mancato la modernizzazione, e questa è la debolezza degli ayatollah. Vive al modo dei paesi arabi, trasformando la rendita petrolifera in rendita urbana (edilizia, immobiliare), e questo è tutto. Al cambiamento è presto subentrata la corruzione, in affari e nella stessa politica, nel solco di una tradizione evidentemente imbattibile. E questo per opera dei laici, seppure devoti islamici: il passaggio della gestione del potere ai pasdaran e ai basiji, le milizie della rivoluzione, con la presidenza Ahmadinejad, ha portato la corruzione anche in primo piano, a Teheran e ovunque nel paese, nei grandi affari e nei piccoli. Le città hanno l'illusione della prosperità, come del resto nei paesi arabi del petrolio, ma non c'è un'economia autoportante, come si soleva dire (capitali, lavoro, mercato), manca l'integrazione internazionale, e l'economia di rendita, che può andare bene per paesi desertici, non basta a un'economia da sessanta o ottanta milioni di persone.
Transpacifismo - La foto del “Sole 24 Ore" di fine anno, col premier cinese in perfetto assetto da lanciatore di baseball, completo di visierina e sneakers, è la foto della globalizzazione. Partner di Wen, nella partitina del gioco eminentemente a stelle e strisce, è il premier giapponese Fukuda: la pacificazione tra i due grandi paesi, attesa oltre sessant’anni e ancora difficile, si fa all’insegna del game americano. Il finale d’anno ha visto un accavallarsi di segnali della nuova egemonia, con gli acquisti cinesi di gruppi americani e l’intervento dei fondi sovrani cinesi a salvataggio delle banche Usa dei mutui insolventi.
La globalizzazione è sempre più transpacifica. Non bastasse lo scarso interesse delle due ultime presidenze Usa verso l’Europa, è ora l’altra ala “regionale”, quella cino-giapponese,che dichiaratamente subentra alla leadership. L’Europa, Italia compresa, è ancora competitiva e capace di esportare, ma in ambiti sempre più ristretti, cresce cioè di meno di tutta la globalizzazione. Ed è già esclusa dalle grandi decisioni, sulla moneta, la finanza, le regole commerciali.
astolfo@gmail.com
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (12)
Giuseppe Leuzzi
Di Sciascia dice Matteo Collura, “Il maestro di Regalpetra”, 174: “Il sentire siciliano ne affilerà lo scetticismo”. Marc Ambroise, che ne collaziona le opere: “La sua è l’eresia dell’eresia”. Insomma il pessimismo. Del pessimismo, “di cui tanto si parla a mio carico”, diceva lo stesso Sciascia, “che colpa ha lo specchio, diceva Gogol, se i nostri visi sono storti? Ma anche lui è causa della sua stessa febbre”.
Sciascia non era pessimista: lui riteneva che la mafia si potesse sconfiggere – che la Sicilia potesse e volesse sconfiggere la mafia. Fatalista è il Gattopardo. Sciascia criticava la politica nei fatti: il fascismo, l’occupazione americana, la Dc regionale (ma non Reina, Mattarella figli, Nicolosi) e nazionale, anche il Pci. Fece da deputato un buon lavoro, pragmatico, efficace.
La colpa di Sciascia può essere un’altra: la sua giustizia – “Il Contesto” – è metafisica. La giustizia sono i giudici, la categoria più corrotta dell’Italia corrotta.
La “linea della palma” che sale e occupa l’Italia, e anzi il mondo, è in buona parte opera di Sciascia. La chiave la dà egli stesso a Marcelle Padovani, nel libro dallo stesso titolo, 1979: “Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me. Prendiamo ad esempio questa realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e “dal di dentro”; il mio “essere siciliano” soffre indicibilmente del gioco dei massacro che perseguo”. Questo è perfetto, è l’attrattiva di Sciascia, ed è detto perfettamente. Ma poi Sciascia continua: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro perché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso”. E questo è logicamente assurdo, oltre che ingiusto – il sentire siciliano è sentire mafioso?
Ci si può chiedere in che mondo Sciascia – lo scrittore siciliano – viva. O il suo pessimismo è di maniera, dell’Autore che gioca alla decadenza – gioca, perché di suo è fertile, creativo, operoso. Da “traggediatore” siciliano, che col disprezzo del mondo se ne fa padrone? Ma Sciascia non si diverte. Potrebbe invece essere semplicemente il provinciale, Sciascia sta bene a Parigi, benissimo, che la sua insoddisfatta condizione proietta sul mondo. Ma questo è la questione Sciascia, della lettura dell’opera e dello scrittore, non della mafia.
Condivide però anch’egli una concezione della mafia sbagliata. Per tre motivi. 1) La mafia non ha nulla a che vedere con la giustizia. Né la mafia antica né quella nuova. La mafia è legata all’interesse, quindi alla sopraffazione e alla violenza. In tutt’e tre le sue espressioni, la mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta e la camorra. In Italia e all’estero. Non c’è lealtà nella mafia se non c’è la convenienza, né c’è amicizia o riconoscimento del bene fatto. I mafiosi hanno sempre tradito senza angosce per interesse – anche prima della legge che premia i pentiti. La vecchia ‘ndrangheta, fino agli anni 1950, si dava un cerimoniale legato alla giustizia, ma era solo violenta, soprattutto al suo interno. 2) Non c’è omertà, le società locali non sono legate alla mafia. Nemmeno le parentele, se non al livello infimo della società. C’è una denuncia continua, febbrile, perfino paranoica, dei soprusi, un tentativo costante di venirne a capo senza rimetterci l’anima. Non c’è molta attesa nei carabinieri e nei giudici, a parte le denunce d’obbligo, ma non si vede il perché: l’omertà consente a giudici e carabinieri in Calabria, Sicilia e Campania di non far nulla in attesa che il denunciante dimostri anzitutto di non essere mafioso. Chiunque ne ha avuto anche minima esperienza, per un furto d’auto o un “dispetto”, lo sa. 3) La mafia non è un fatto culturale, è un fenomeno criminale. Non c’è in tutta la Sicilia, in tutta la Calabria o in tutto il napoletano.
La Sicilia ha una grande cultura urbana che ne rifugge. Metà dell’isola ne è stata esente fino agli anni Cinquanta. Ha un vasto ceto imprenditoriale e forti capitali che ne vanno immuni. Ha zone industriali importanti, dell’informatica, dell’auto, della petrolchimica, nonché dell’agricoltura (agrumi, primizie, vino) e dell’agroindustria, e del turismo che ne sono esenti. In Campania se si esce dal triangolo Napoli-Baia-Caserta non c’è alcuna cultura dell’illegalità perché non c’è l’illegalità: a Benevento, in Irpinia, e nel vastissimo salernitano, da Positano a Paestum, al Cilento e a Sapri – ma già il Vesuvio respira, e la costiera sorrentina. In Calabria la mafia non c’era fino agli anni Cinquanta: c’era una onorata società che sbrigava piccoli traffici, guardianie, contrabbando, biglietti falsi, non entrava negli affari, negli appalti, nelle compravendite, nelle attività produttive. Dopo quarant’anni di occupazione delle terre, contributi comunitari, appalti, tangenti, sequestri di persona, delitti innumerevoli contro la proprietà, tutti impuniti, la ‘ndrangheta controlla in Calabria fino ai pranzi per le prime comunioni. Ma non è nata con la Calabria e i calabresi, è nata con l’impunità. Lo stesso in Puglia: la trasformazione dei contrabbandieri locali in “sacra corona unita” o organizzazioni mafiose è degli anni 1970.
Chi conosce la mafia di prima persona queste cose le sa. Un quarto falso pilastro, che sta crollando perché interrotto negli anni 1990 a metà della fabbricazione, ne conferma comunque la natura non ineluttabile: la terribilità della mafia (la mafia più potente dello stato, la mafia più radicata della coscienza civile, l’imprendibilità dei latitanti, il riciclaggio imprendibile). Tra gli assassini di dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino, dieci anni, questo pilastro è stato costruito alacremente, ma ora ognuno sa che i latitanti, se ricercati, si prendono. Le cupole si dissolvono, le famiglie si frantumano, la delazione è generalizzata. Non si elimina il delitto, ma questo non c’entra con le tre, o quattro, presunte proprietà della mafia, il delitto sempre si ripropone. Anche in forme mafiose.
La sociologia fatica a recepire la realtà perché lavora su una concrezione di false verità difficile da scardinare. La falsa mafia è in parte dovuta a elaborazione autonoma di “traggediatori” siciliani, con aggiunte napoletane, di finta sentimentalità. In parte maggiore è cultura da colonizzati: la mafia è stata - ed è – soprammessa dall’Italia unita. In qualche caso da siciliani espatriati, che hanno mediato e fatto proprie troppe e non disinteressate semplificazioni. Questa falsa mafia è inattaccabile perché è compattata a tutti i livelli, dalla banca, la chiesa, la giustizia, agli articoli di giornale: tutto è mafia, anche l’abuso edilizio, o il falso invalido. Non c’è paragone tra gli abusi delle riviere liguri, o adriatiche, e quelli della Sicilia, ma un articolo sullo scempio edilizio in Italia partirà sempre da Agrigento e dalla Valle dei Templi – che è invece il parco archeologico meglio tenuto dell’Europa, e probabilmente del mondo, oltre che esageratamente affascinante. Sciascia, purtroppo, ci credeva: non di avere in quanto siciliano delle colpe, ma di essere il più colpevole di tutti.
Sudismi\sadismi
Francesco Merlo, “La Repubblica” 30 dicembre 2007: “Forse Bruno Contrada non andava processato, ma sicuramente non può essere graziato…. Non si graziano i mafiosi come non si graziano i vibrioni del colera o i batteri della meningite. Contrada non andava processato perché sino alla generazione dei Falcone e dei Borsellino lo Stato in Sicilia fu storia di colluzioni “alla Contrada”, di servitori di uno Stato colluso”. Da manuale della specialissima intelligenza siciliana: eloquente, giusta, generosa, apodittica. E sempre irrealistica. Contrada è – era – un commissario di polizia, ed è quindi vero che agiva all’interno di un sistema (aveva superiori, cioè, inferiori, magistrati a cui riferire e da cui essere indirizzato, eccetera), ma la mafia è altro. Lo Stato invece siamo noi, non è di Lor Signori, siano essi magistrati piuttosto che politici, e per quanto integerrimi si vogliano, e non è quindi mai colluso ma semmai offeso. Contrada aveva visto giusto – la mafia sono i corleonesi – e i suoi persecutori hanno colpe ben più gravi da farsi perdonare.
Tutto finisce. L’Europa immortale e imperiale ha subito un brusco tracollo con il crollo del comunismo, l’ultimo suo feticcio. Lo stesso Gesù Cristo, del resto, è figlio di Dio da poco tempo, dal concilio di Nicea del 325, che l’imperatore Costantino volle per domiciliare la nuova religione a Roma. Il cristianesimo potrebbe lasciare Roma, o perdere la divinità. Il Sud non riuscirà mai a liberarsi del Sud?
Come fu che il latte di mucca, così inaffidabile, sostituì il buon latte di capra?
Messina ieri e oggi
La mostra di Antonello nel 1953. Creata dal buonissimo architetto Carlo Scarpa, che seppe farne emergere lo splendore, con tendine alle finestre di seta azzurra dalla parte della luce e di seta rosa dalla parte dell’ombra. Vincendo l’ignoranza della critica italiana piccola e grande, che ancora non sa chi è Antonello. Che visse quarantanove anni appena, e lascia quarantanove capolavori. Apprezzati a Dresda e a San Diego di California, ma non, non ancora, a Milano.
Ora Messina ha sempre piazza Cairoli, viale san Martino, ma popolate modestamente di maghrebini, e l’Università cinquecentenaria, ma dislocata in anonime periferie, e si deve periodicamente giustificare: magistrati in carriera ogni paio di mesi la fanno diventare mafiosa, assassina, ladra, sostenuti da professori in carriera. Della stessa Messina, delle università lungo l’autostrada. Mentre una volta, ancora negli anni 1950, vi insegnavano onorati. sulla scia di Giovanni Pascoli e di Alessandro Passerin d'Entrèves, Galvano Della Volpe e Giacomo Debenedetti, Santo Mazzarino, Giorgio Pasquali, Marialuisa Spaziani, Lucio Gambi.
La storia può andare a rovescio. Messina ha anche tanto Caravaggio, volendolo.
Deaglio, Bocca, Bobbio, sempre i piemontesi maledicono la Sicilia mentre se la fottono. Che si lascia fare, riconoscente.
Tutto naturalmente si fa per il bene della Sicilia, per la democrazia, per la legge, per il progresso e l’uguaglianza, per il benessere per tutti, e per i buoni propositi. Ma è una strana condanna questa che da un paio di secoli soggioga la Sicilia, e con essa tutto il Sud. Molto mafiosa.
Anche il compiacimento isolano per la magnificazione della mafia è sospetto, i siciliani non sono stupidi – politicamente s’intende.
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