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venerdì 23 agosto 2013

La Grecia si arrende, a se stessa

È il giallo della resa. Della resa dei conti, con gli oppositori dei colonnelli. Tutti corrotti e corruttori. Dopo i banchieri, e la politica corrotta, sotto i colpi del Giustiziere qui cade la “generazione del Politecnico”, gli ex studenti che nel 1973 occuparono il Politecnico di Atene, avviando la caduta dei colonnelli, “la generazione del narcisismo assoluto”.  Paradossale esito della crisi: si penserebbe la Grecia in armi contro la Germania, oppure l’Ue, o la troika, e invece no. La Grecia nata dalla resistenza ai colonnelli è impegnata a dilaniarsi.
Succederebbe anche molto di più, tutto nel primo capitolo, a Capodanno del 2014. La Grecia lascia l’euro, con l’Italia e la Spagna. E sospende lo stipendio agli statali. Che devono continuare a lavorare, specie i poliziotti: ci sono moti di piazza, si complotta un ritorno dei colonnelli, con pogrom contro i più deboli, gli immigrati, e si uccidono personaggi importanti. Ma Charitos, lo sbirro latinista, e il suo capo Markaris hanno perso lo smalto. Rispetto ai due precedenti romanzi della crisi, “Prestiti scaduti” (2011) e L’esattore” (2012), incidenti di un percorso ancora fiducioso, l’autore fa ora sbrigativo il suo personaggio, incerto. Deluso dalla resistenza, certo, ma nient’altro. Forseanche da se stesso: nel risvolto non si propone nemmeno più a mediatore culturale tra Nord e Sud, essendo versato in tedesco come in greco. Non ci evita un tedesco buono, ma solo a stiracchiare i dialoghi.
Si può ridere della crisi, ma fino a un certo punto? L’uscita dall’euro è solo una scenetta: l’integrazione europea, questo tipo di integrazione, è come l’inferno, è impossibile uscirne. Anche in giallo.
Petros Markaris, Resa dei conti, Bompiani, pp. 300 € 18

giovedì 22 agosto 2013

Secondi pensieri - 148

zeulig

Destino – Per come è - si configura – è un’inversione insensata di senso. Significa una meta, un porto sicuro, è stato invertito nell’incertezza e anzi nell’arbitrio. Nelle lingue neo latine ma anche in tedesco: Geschick, Schicksal. Anche in inglese. 
È vero però che ci sono delle passioni (errori) obbligate: l’amore è la principale (andarne esenti è una patologia). Non si può dire l’amore una condanna, e dunque il destino d’amore che attende l’uomo è propriamente un destino, una metà certa. Mentre è altrettanto vero che si va a volte per strade segnate che non sono rassicuranti: nel destino ci si smarrisce, mentre eventi improvvisi rassicurano.

Femminismo - C’è da distinguere il diritto dalla separatezza? L’islam è fortemente deficitario sui diritti, le sue donne lo sanno, gli uomini e i regimi ne restringono anzi ulteriormente gli spazi, dai talebani alla civile borghesia turca, in cui la donna può essere sommersa, oltre che dal velo nero, con un taglio millimetrico agli occhi, dai maschi della famiglia, marito, padre, suocero, fratelli, cognati. Ma la separatezza è ancora ricercata e preferita dalle stesse donne, è la forza di questa sudditanza.
Non solo nell’islam: la separatezza è il modo d’essere e l’ambizione dell’altra metà del cielo in tutte le aree, escluse l’Africa nera, l’Europa e l’America del Nord. Comprese le tradizioni matriarcali riconosciute, dei nair delle isole Comore e dell’India meridionale. Lo scià di Persia fallì la modernizzazione quando impose alle donne la promiscuità in società, fino alla stretta di mano. In Giappone maschile e femminile sono due universi paralleli, con due linguaggi diversi. Un’impressione analoga – da verificare, ma visibile – dà il mondo femminile in Cina, nelle tre Cine, comprese Hong-Kong e Singapore.

Fondamentalismo - Riportando la religione alla distruzione, ripropone l’inaccettabilità del messianismo, della rivelazione esclusiva – non del monoteismo in sé, ma di quello che si vuole esclusivo perché “opera” di un profeta. Finisce per escludere dal sentimento religioso, che è riconoscimento e riconoscenza di e a Dio, proprio i monoteismi più rigidi. 

Islam - Antimodernista e antiborghese? C’è una ragione precisa per cui nessun regime politico rappresentativo, con elezioni pubbliche, ha attecchito nei paesi islamici. Neppure in quelli più a lungo o più strettamente legati all’Europa e all’America. Non in Libano, né in Giordania, Egitto, Tunisia, Algeria, lo stesso Marocco, per più aspetti la stessa Turchia. Per non dire della penisola arabica e dell’Arco della Crisi. Il Marocco, con la politica dei passi minimi, che solo il sovrano in definitiva protegge, ne è la conferma: le società islamiche, che il colonialismo aveva forzato nel senso della polverizzazione della società, in qualche modo forzandole alla rappresentanza politica, si sono rapidamente neo tribalizzate dopo l’indipendenza.

Quinet direbbe la democrazia incompatibile con l’islam proprio per il fattore religioso. Quella religione non prevedendo la salvezza individuale, né per i segni della grazia né per le opere, è ad essa estraneo il fondamento della democrazia, l’uguaglianza tra i soggetti.

Politica – È politica ogni passione, ogni moto dell’animo. È una visione compressa della vita, il destino dell’uomo, che irrora l’avvenire, il desiderio, il coraggio, il rifiuto della morte. È la fine del futuro nel suo inizio, il futuro richiede prudenza, ma così è: il moto dell’animo è convulso e frantumato, non una freccia che vada dritta, per quanto lenta, a un obiettivo.

Realismo – È curioso che la questione sia sempre nei “Limiti del realismo”, che il filosofo Michele Marsonet indagò a suo tempo, pubblicandone gli esiti nel 2000. Che però Ferrraris non cita. Né i nemici di Ferraris. È un dibattito tra colonne di giornali? Non sarebbe male, una filosofia diportistica, potrebbe competere con Berlusconi, se non con Balotelli che è tutti noi.
Lo stesso Marsonet ne richiamava i punti nodali un anno fa su “Rosebud” (www.rinabrundu.com) con una sintesi cristallina in inglese, “Realism and its limits”.

Televisione – Si dice il mondo in casa, in realtà è l’immagine, un serie dì immagini,  numerosissime immagini a ogni ora del giorno disponibili a occupare lo spazio domestico, privato, personale. Del riposo, della riflessione, della non socialità. In compagnia non funziona, anche vedere le partite assieme - non è come allo stadio, è una disponibilità che è anche un’intrusione, che tutti risentono per tale, i padroni di casa come gli ospiti.
Una sorta di teatro componibile. Entro i limiti della disponibilità (offerta). Grazie al telecomando, alla videoregistrazione, all’interazione, alla programmazione personale. Alle origini della tv era comune l’aneddoto della nonna o della domestica che guardava anche il monoscopio, il segnale di fine o sospensione delle trasmissioni. Accompagnato in genere da un  sottofondo musicale, ma anch’esso ripetitivo. Immagine muta, non-immagine, e tuttavia “parlante”, la rappresentazione dello strumento immaginifico e una promessa. Nella tv è vero che il mezzo è il messaggio: la disponibilità più che le sue rappresentazioni.

Tolleranza – È un paradosso? Locke, il fondatore, aveva forti preclusioni: dalla tolleranza  escludeva la chiesa cattolica perché intollerante, e gli atei
La propone Simmaco,  “La maschera della tolleranza”, prefetto  imperiale: “Contempliamo le stesse stelle, abbiamo lo stesso cielo in comune, siamo parte di uno stesso universo, che importa con quale ideologia ognuno cerca il vero?” E: “Non si può giungere per una sola via a un mistero così grande”. La esclude Ambrogio, innovatore e santo. Massimo Cacciari fa un tour de force per spiegare che Ambrogio deve disinnescare una trappola che Simmaco gli aveva armato presso l’imperatore, ma poi la verità di Ambrogio è che c’è una sola religione.

Vangelo – La sua forza è che le cose implausibili riescono semplici, perfino ovvie.
A “situarlo”, toglie il respiro: un non violento che vince il mondo, benché figlio di Dio, con i miracoli, la morte innecessaria, l’impoliticità radicale, e il rifiuto della donna, mamma compresa, per una congrega d’uomini plebei, più stupidi che ignoranti, immaturi benché in età.

zeulig@antiit.eu

Giallo con sesso per il Nobel

“Benjamin Black”, tornato John Banville come nei romanzi seri (in attesa del Nobel, il primo a un giallista, il quinto a un irlandese, vent’anni dopo Seamus Heaney, dopo gli irlandesi di nascita Yeats, Shew e Beckett?), fa il giallo facile, con un plot esile. Lo farcisce di variati ingredienti, rimescolando di tanto in tanto, per un finale cui siamo già catartizzati. Privilegiata è la psicologia più che le azioni dei personaggi, che inspessisce molto il racconto - ma si può leggere saltando, senza perdere nulla. Sorprese poche. La prima qui arriva a p. 150, non risolutiva.
Qui è questione di sesso, che, benché all’inglese, è inconsueta, non solo per un giallo.
John Banville, Un favore personale, Guanda, pp.329 € 10 

mercoledì 21 agosto 2013

La Germania e il suo Dio

La cronaca più minuta e sensata, ricostituita con fine acribia da Carlo Bastasin, giornalista e ora ricercatore alla Brookings Institution di New York, dell’“Europa tedesca”. Della crisi che la Germania di Angela Merkel ha imposto a mezza Europa, con beneficio non secondario per la Germania stessa. C’era una sola cosa da fare, e la Germania stessa era d’accordo, ma la Bundesbank e Angela Merkel non hanno voluto.
Axel Weber, presidente della Bundesbank da sette anni, da quando ne aveva 47, padrone di 14 ville, due più di Berlusconi, la notte del flash crash di Wall Street il 6 maggio 2010, il falso crollo di Borsa del 10 per cento provocato da un errore negli automatismi informatici, partecipava a Lisbona alla cena sociale del consiglio Banca centrale europea, tenuto eccezionalmente nella capitale portoghese. La cena si trasformò in una riunione di lavoro, tra banchieri nel panico per un’altra crisi dopo quella dei mutui senza garanzia. Finché Weber non si alzò e propose: “Per tenere l’euro al riparo dalla nuova tempesta, la Bce compri i titoli di Stato greci”. Sembrava fatta e il consiglio andò a dormire. Ma la mattina la crisi fu scatenata, non più temuta. Weber, confrontato con asprezza dal rappresentante tedesco nella giunta Bce, Jürgen Stark, scendendo dall’aereo a Francoforte comunicò per e-mail agli altri membri del consiglio Bce di avere cambiato idea: la Germania e la Bundesbank restavano fermi al principio che la Bce non può operare sui mercati a beneficio di questo o quel paese membro. Tre giorni dopo lo riaffermò in un’intervista pubblica.
La Bundesbank si tutelerà fino a promuovere azioni inibitorie presso la Corte costituzionale a Karlsruhe. Che ha accettato il ricorso e si pronuncerà a settembre. Ma il ricorso alla Corte costituzionale non venne subito, va aggiunto: venne dopo il salvataggio delle grandi banche, della galassia tedesca, da parte della Bce.
Un nemico che paghi per noi
Quella di Weber è la vicenda più succulenta della ricostruzione. Ma sempre notevole è la rappresentazione della Germania dall’interno, di cui Bastasin è uno specialista, che continua a restare ignota in Italia – compreso questo libro, che non si traduce e di cui non si parla. Tre volte in cinque anni l’euro è arrivato all’orlo della dissoluzione. Per errori di conduzione voluti. Con effetti dissimili per i suoi soggetti, catastrofici per alcuni, benefici per altri. I tre capitoli centrali sono anche una storia inverosimile\vera: il 7. “Il primo salvataggio Bce degli Stati” - del Nord Europa, andrebbe aggiunto; l’8. “Karlsruhe, governare il mondo dalla provincia”, dover siede la Corte costituzionale tedesca, che si è arrogato il diritto di decidere, il mese prossimo, sulla legittimità della Bce; e il 9. “Il conosciutissimo segreto della tragedia greca”. Tutto confluisce alla creazione surrettizia di un nemico, delle debolezze del quale farsi forti - una guerra non guerreggiata.
L’esito – uno degli esiti – è questo, si può aggiungere: la Germania, con un debito a inizio anno di 2.082 miliardi, superiore a quello dell’Italia, 1.988 miliardi, pagherà interessi per 64 miliardi, mentre l’Italia ne pagherà 91 – saranno 100 nel 2015. Con un debito giudicato più “sostenibile” di quello tedesco. Anche dagli studi tedeschi. Com’è allora che la Germania paga meno, molto meno? Perché ha convinto i mercati che l’euro è il marco. E ciò ha fatto indirettamente, costringendo l’Italia, le “Italia” dell’Ue, a pagare di più. La sostenibilità riguarda le risorse attese per pagare il debito. È una previsione, quindi incerta, ma si ancora a supporti calcolabili: la spesa sociale, previdenziale, sanitaria, le entrate fiscali.
La crisi imposta alla Grecia, e poi via via agli altri paesi mediterranei, fino all’Italia, ha generato a favore della Germania un vantaggio comparato di proporzioni colossali. Virtuosa imponendosi sui confederati, la Germania si finanziò negli anni cruciali 2011-2012 a un costo inferiore all’1 per cento. Ciò è stato possibile grazie all’euro quale la Germania l’ha voluto: una denominazione co-mune di realtà diverse. Basta accentuare le diversità e i costi di questa moneta si divaricano all’istante per le diverse realtà: per alcuni soggetti aumentano, per altri diminuiscono. Ma diminuiscono per alcuni perché aumentano per altri. È un vantaggio indotto e ostile, competitivo: una svalutazione artificiosa dei titoli di debito altrui a proprio vantaggio. Le banche tedesche già fallite tornarono forti, le popolari, le commerciali, le regionali snodo del sottogoverno. I brand tedeschi svettarono, alcuni di essi, quelli privilegiati dal potere, Volkswagen su tutti: piena di utili da credito gratuito nel mezzo della peggiore crisi di vendite dell’auto.
La Grande Bertha
Le banche tedesche, e centro-europee, già fallite si riscattarono grazie alla Grande Bertha, il primo provvedimento che Draghi si era impegnato con Angela Merkel a prendere alla Bce.  È la prima cosa che Draghi ha fatto subito dopo il suo insediamento l’1 novembre 2011: un intervento spettacolare a salvaguardia delle banche. Un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo che ha salvato tutti, ma soprattutto le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache. Salutato come una “Grande Bertha” dai consulenti di Angela Merkel, per una volta non critici - Stabile Architektur für Europa, rapporto 2012\2013 del Consiglio degli esperti economici, pubblicato a novembre 2012. Una cannonata:  era “Bertha” il supercannone tedesco nella Grande Guerra.
Poi, dieci mesi dopo, Draghi intervenne con altrettanta determinazione a salvare l’Italia e la Spagna, e con esse l’euro. Creando un nuovo strumento, e annunciandolo irrevocabile, le Omt, Outright Monetary Transactions, operazioni monetarie di acquisto senza limiti di titoli di Stato di paesi membri in caso di attacco contro gli stessi, e quindi contro l’euro. Senza formalità, sul mercato secondario come un qualsiasi operatore, con la stessa immediatezza. Era una misura anti speculazione, ed è stata efficace senza dover essere applicata - la speculazione gioca sull’incertezza. Ma Draghi divenne il cattivo di mezza Germania. La stessa che aveva messo in cascina la Grande Bertha: gli economisti e banchieri di Angela Merkel, qualche ministro, a giorni alterni, e molti onorevoli, soprattutto governativi. Difficile non vedervi un riflesso egemonico - noi e il nostro destino.  Una malafede. 
Carlo Bastasin, Saving Europe. How National politics nearly destroyed the euro, Brookings Institution Press,pp. 405 € 28,40 (Kindle Edition, $ 25,31)

Berlusconi non vuole morire

Berlusconi è più furbo certo di Craxi, l’altro politico che la Repubblica ha condannato perché non poteva non sapere. Ci sarebbe da chiedersi se Napolitano potesse non sapere, o Veltroni, o in materia di affari Prodi, il presidente Iri delle privatizzazioni, poi consulente delle banche d’affari. Ma stiamo ai fatti.
Berlusconi non crede al Parlamento. Se non come a un’estensione degli oscuri poteri della repressione. È il segno più evidente della differenza tra il 2013 e il 1993. Tra due modi di fare politica, anche se non tra due Repubbliche – c’è più prima Repubblica di Berlusconi, o dei giudici di Berlusconi? Quello serio di Craxi ancora lo rende inviso a tutto il vecchio Pci oltre che ai sacrestani. Mentre Berlusconi, che certamente non andrà a farsi impallinare al Senato, non sa nemmeno dove il Senato è, sarà a Roma?, potrebbe mettere ancora una volta tutti nel sacco.
Craxi credeva nel Parlamento, a torto. Berlusconi non crede nel Parlamento, ma sa fare (manipolare) l’opinione meglio dei pallidi democratici. Non è una differenza da poco, non è una colpa da poco. Non di Berlusconi, semmai di Craxi, che non capì in tempo.
La giustizia spettacolo Berlusconi combatte con la politica spettacolo. È un gioco tra furbi. Ma non uguale. Berlusconi è un privato cittadino, benché ricco, mentre i giudici sono istituzioni. Oppure no?
Un’altra differenza è che Berlusconi si rivolge alla audience, al popolo. I suoi giudici invece ai carabinieri. E ora che faranno? Ammanettarlo non possono. Ucciderlo? 

martedì 20 agosto 2013

Una condanna per tribuna

¡Hasta la victoria! contro i giudici. Tutto si svolge come se la condanna di Berlusconi fosse una commedia, un guevarismo rovesciato, da volgere al maggior successo. In tre mosse, a quel che è dato vedere, a tre effetti.
Non accettare  il cammino verso la rieleggibilità che la Procura di Milano gli ha disegnato, tramite i servizi sociali e la cancellazione della pena. Tirare invece in lungo l’espulsione dal Senato attraverso i cavilli procedurali. Da ultimo, ricorrere contro la legge Severino alla Corte Costituzionale. Senza esito positivo immaginabile. Ma con l’effetto di: 1) guadagnare dieci-dodici mesi di conduzione del gioco; 2) disintegrare il Pd, più di quanto il Pd non si disintegri per le correnti interne; 3) far celebrare i referendum sulla giustizia. Cinque referendum che sarebbero sicuramente un successo, di partecipazione e di sì, che Berlusconi potrebbe ascriversi a merito.

Lo storico di regime, culturale

C’è stato un regime in Italia dopo il 1943? No. Ma c’è uno storico di regime. Del “regime culturale”, ideologico, la “Pravda” senza la “Pravda”.
Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi.

lunedì 19 agosto 2013

Letture - 146

letterautore

Croce – Ha in uno dei saggi “la mula del Berni”, che sollevava i sassi per inciamparvi dentro.  Marcello Vannucci, analizzando l’avversione dello stesso Croce per Vittorio Imbriani, benché a suo modo anche questi un burlesco, ha un “Don Benedetto pare uno «che fabbrichi prima le palle e poi se le tiri addosso»”, come potrebbe dire uno dei personaggi delle “novellaje” popolari dello stesso Imbriani. 

Dante – È miniera inesauribile per i filologi. Più di qualsiasi codice antico. Assorbente – in larga misura se non del tutto – per la filologia italiana. Elisabetta Tonello e Paolo Trovato annunciano un’altra edizione critica delle “Divina Commedia”, sui manoscritti. Sarà la quarta, o quinta, “in commercio”, accanto alla Petrocchi, di cui Inglese ha in corso la revisione, la Lanza-Trivulziano, e la Sanguineti. 

Grecia – Pullula di deesse, eroine, reali e mitiche, rivoltose, poetesse, filosofe, e personaggi femminili (tragici, lirici, avventurosi, teneri, diabolici) molto rilevati. Ciononostante sappiamo di essa che era patriarcale. Per l’annessione che della Grecia ha fatto la filologia tedesca, e poi la filosofia, come cosa propria, nel segno dell’“arianesimo”.
Sappiamo solo di una o due poetesse e di una filosofa. Ma senza scandalo, come se la pratica fosse corrente. È lecito presumere che, poiché la Grecia è quella che ci hanno tramandato i frati copisti, altre ne abbiano trascurato, di alcune lasciando solo il nome.  

Inglese -  L’antico inglese si vuole sassone. Per dire tedesco. Ma era celta, e poi romano – e poi francese. Le persistenze latine, limitate generalmente alle parole in -.imo e –one, sono invece prevalenti, nel lessico giuridico e politico, e in quello letterario. Bat- per esempio, fino a butterfly e batman.

Italiano – Diego Marani tornato in Italia questa estate non trova una lettura soddisfacente tra i vecchi buoni libri della biblioteca paterna. Non trova neanche buoni libri, soddisfacenti, stranieri in traduzione. Si rilassa solo col kindle, potendo scaricarvi in originale un libro che da tempo ha in agenda, sulle”brulle strade di Londra”. Qui si risente “stranamente meglio”. E scopre che è l’Italia che gli fa rifiutare la lingua, questo paese di “lanciatori di banane”, “squadristi omofobi”, “stupratori misogini”, e di “torva terminologia processuale” e “uomini scellerati che parlano per ingannare”. Ma strade “brulle” a Londra, dove tutto vive, anche se in forma di verme? Senza escludere le mazzate ai neri, anche agli asiatici.
L’odio-di-sé sta diventando una condanna nazionale, dopo che meridionale? Si potrebbe dire la rivincita dello schiavo – che però non ne trae alcun beneficio: come diffondere la peste.

Una koiné si è formata, un italiano medio. Senza più stereotipi e frasi fatte senza senso. Preciso anzi, e della giusta misura (ritmo). Ma come sanitarizzato, sterile.
È l’italiano delle scuole di scrittura e di giornalismo? Che saranno nella fase “ortopedica”, come un  gesso costrittivo, o in quella successiva, della fisioterapia.

Leggerezza – Quella di Savinio, teorico dell’antiprofondismo, è ricercata, molto. Quella di Calvino, che la celebra, è l’esito di un lento, applicato, lavoro di bulino. La superficialità è sempre pesante, è noiosa.

Proust – È noioso. E precieux, delle parole come di sentimenti, un secentista in ritardo. Cataloghi e manuali compresi, di buone maniere, floricultura, quadrerie e madrigalistica. Ma non  si può dire, sarebbe politicamente scorretto. Ha fatto il romanzo della gaytudine, in anticipo, è vero, è come un rompighiaccio, può solo avere ammirazione. 

letterautore@antiit.eu


La libertà a Berlino

“Addio a Berlino”, 1939, è l’ultimo racconto della trilogia sulla capitale allora della libertà sessuale, le “Storie di Berlino”, dopo “Mr Norris se ne va” (1935) e “Sally Bowles” (1937). Isherwood, ricco inglese, ma in rottura con la famiglia sull’omosessualità, fu attratto poco più che ventenne da Berlino, dove vivrà cinque anni, fino al 1933, insegnando l’inglese, tra amanti fissi e irregolari. Dapprima accompagnato nelle cacce da Stephen Spender, il poeta di molte cause impegnate, all’epoca più bello di lui e più liberamente gay.
La trilogia si legge come una memoria allegra, benché scritta con Hitler al potere e la guerra imminente per tutti. Si leggeva ancora così negli anni 1960, sotto l’influsso di “Cabaret”, il musical che ne fu tratto con Liza Minnelli, poi film di grande successo di Bob Fosse. Oggi malinconica, giusto il diario di uno smanettatore felice di fusti operai e sottoproletari, nei club e fuori.
Christopher Isherwood, Addio a Berlino, Adelphi, pp. 252 € 18

domenica 18 agosto 2013

Il giudice sbirro

“Aspettiamo” a votare la decadenza di Berlusconi da parlamentare: tra i berlusconiani, “secondo me c’è un gruppetto, un gruppetto più o meno grande”, che vorrebbe il suo capo impiccato. E quindi, votare o non votare il 9 settembre, etc. Trappole, trucchi, furbate da sbirro. È un giudice che parla, Casson, ma se il giornale non lo dicesse, il lettore si penserebbe in un’anticamera della Questura: tutto si riduce a una questione di soffiate e trappole, il governo, la Costituzione, e anche la giustizia.
Non meriterebbe rilevarlo – chi è questo Casson? – se non fosse il linguaggio dei giudici. Perlomeno, quello che si sente, non se ne sentono altri. Da Di Pietro, che “sfasciava” i suoi nemici, alla nobiltà napoletana di toga degli Esposito e i De Magistris – giudici i padri, i figli e i fratelli. Un po’ dichiaratoria, questa, e quindi sciuè sciuè, ma non si può pretendere a Napoli una démarche disidratata.

La recessione - 4

Tutto quello che dovreste sapere ma non si dice:

Tre milioni e mezzo di disoccupati in Italia, su una popolazione di 60 milioni, equivalgono ai 4,5 milioni di disoccupati, su 80 milioni, che la Germania ebbe all’inizio del millennio per quasi tre anni, con molte altre industria in procinto di delocalizzare – chiudere in Germania per riaprire nei paesi dell’Est, in ambiente linguistico e normativo non estraneo. Il rimedio fu trovato nel 2005, liberalizzando al massimo il mercato del lavoro, da un governo di sinistra.

Un quinto della forza lavoro in Germania percepisce un salario nominale d’ingresso. Quello dei mini-job, che interessa 7-8  milioni di lavoratori, part time, per un salario mensile fino a 450 euro, oneri sociali (previdenza, sanità) a carico dello Stato federale.

A Ferragosto Ridley Scott cerca denutriti in Andalusia per il suo prossimo film storico sui costruttori di piramidi. File interminabili di spagnoli  grandi e piccoli si sono presentati. La denutrizione è un problema in Spagna: lo Stato paga oltre la metà delle refezioni scolastiche per fronteggiarla.

Negli ultimi quattro anni 41 aziende del made in Italy, di brand rinomati, quasi tutti  con una struttura produttiva, sono state comprate da investitori stranieri: Valentino, Bulgari, Coin, Loro Piana, Berloni (a un gruppo di Taiwan), Parmalat, Ducati. Perfino Cerved, l’archivio online delle camere di commercio, è stato ceduto. Prada ha un socio cinese al 19 per cento.
Nei primi sei mesi del 2013 sono state rilevate da interessi stranieri 41 aziende medio-grandi. E ora sono in cessione Telecom, Alitalia e perfino l’Inter, la squadra di calcio. 

Si contraggono le svendite di un 20 per cento: una famiglia su tre vi ha fatto ricorso, invece di due su quattro, la media degli anni scorsi.

Si contraggono le vendite anche dei supermercati alimentari – in testa le catene Coop - che in un primo tempo avevano beneficiato della crisi a spese del piccolo commercio rionale.

La giusta misura delle moralità

Calvino ha oscurato con le sue raccolte di fiabe ogni altro specialista. Perri ne era stato cultore appassionato (traduttore, ordinatore, editore) nei vent’anni di ostracismo che Mussolini gli inflisse per il romanzo “I conquistatori”, 1924, parodia-denuncia del fascismo. Con una  sensibilità diversa, più attenta al racconto che alla moralità, o all’acribia filologica. Nulla di eccezionale, era anche specializzato nel ri-racconto per i più giovani di trame complesse, dal Mulino sulla Floss a Quo Vadis?. Anche qui titoli noti si succedono, “La leggenda del melograno”, “Nino Martino”, “Il carro di re Guidone”, “Donna Candia”, raccontati però nella gusta misura. 
Francesco Perri, Racconti di Aspromonte, Qualecultura, pp. 183 € 10,33

sabato 17 agosto 2013

Il mondo com'è (145)

astolfo

Avola – Oggi prospera, innovatrice nell’agroindustria, è stata a lungo sinonimo di povertà, per  essere stata teatro dell’ultima esercitazione militare dello Stato italiano contro i poveri. Nel 1968, alla fine dell’anno, della lunga stagione libertaria che rivoluzionò l’Italia. Con tiro a raffica. Non di notte, nella confusione, tra le ombre, ma alle due del pomeriggio. Il giorno di santa Bibiana, un lunedì, dopo la prima domenica dell’Avvento. Contro una manifestazione non diversa dalle altre, sulla S.S. 115, la strada per la marina, d’inverno, partecipi le mogli e i figli. Per il contratto dei braccianti. Il tempo di drizzare le orecchie, nella confusa protesta, e una trentina di villani erano a terra con molti proiettili, alcuni già morti – due per l’esattezza, ma alcuni dei 48 feriti furono ricoverati in condizioni gravi. La polizia usò il moschetto 91, le Beretta 9 e 7,65, il mitra Mab.
Al comando delle operazioni c’era il commendator D’Urso, un prefetto. Il commendatore, pio, lasciò passare la domenica dell’Avvento, che apre l’attesa del Natale, e lunedì, fatta indossare al vicequestore Camparini, nominato “comandante dell’operazione”, la fascia tricolore, e dati i tre squilli di tromba, fece tirare a volontà contro la plebaglia. “Il blocco deve sparire”, intimò il commendatore, che aveva esperienza di braccianti, già tre anni prima li aveva fatti sparare a Lentini, e ad Avola avrebbe voluto pure l’esercito.
Il giorno dopo la mattanza, la vertenza fu chiusa con piena soddisfazione dei braccianti di Avola: giornata di sette ore e cinquemila lire di aumento. I socialisti, tornati da poco al governo, vi radicheranno lo Statuto dei lavoratori, senza eccessive obiezioni, esattamente un anno dopo. Non una manovra politica, dunque, al governo c’era il centro-sinistra. Era il modo d’essere dello Stato, e di più della Repubblica.
Avola s’identifica per essere prossima a Cassibile, il luogo dove il 3 settembre 1943 il generale Castellano firmò la resa dell’Italia agli Alleati, annunciandola l’8 settembre. Data d’inizio della nuova Italia dopo il fascismo. Cassibile prende il nome da un breve corso d’acqua, il Kalyparis degli antichi greci, presso il quale il generale Demostene, con seimila ateniesi che si ritiravano lungo la via Elorina, dovette arrendersi nel 413 ai siracusani. Di onorata storia, testimoniata dall’antico borgo, manomesso dal terremoto del 1693, e dai palazzi ricostruiti con le chiese nel Settecento, ricca di colture per il combinato di acqua e sole in quella zona della Sicilia, tra Siracusa e Pachino, che si pensa corrosa dalla siccità, e di mieli di lunga vita profumati.
Braccianti e agrumari erano molti sulla terra ferace, trentaduemila nel territorio di Siracusa, ed erano  poveri, sporchi, analfabeti i più, incapaci di esprimersi, se non nella loro lingua contratta, in cui ogni suono, ogni mossa sottintende millenni di soggezione, malgrado l’importanza della loro funzione di coltivatori di primizie. La Sicilia presenta ancora questa mescolanza di opulenza, anche culturale, e estrema indigenza delle articolazioni mentali e linguistiche.
Il ministro dell’Interno Restivo li conosceva, essendo siciliano, sapeva che erano molti ma non sapevano contare. Che l’indigenza era cresciuta col terremoto che aveva aperto l’anno, morale e civile più che economica. Alla vigilia un altro siciliano, l’onorevole Scelba, presidente della Dc, aveva dettato condizioni dure al ritorno dei socialisti al governo dopo quello balneare dell’onorevole Leone. Il governo dispose poi la rimozione del questore, Politi. Ma calcolato era, e resta il fonogramma del ministro al commendator D’Urso: “Lo Stato non può cedere alla violenza”.

Giustizia - Un referendum contro l’errore giudiziario sembra una prevaricazione. Nell’attuale “sistema” giudiziario sì, in una qualsiasi forma di giustizia no. L’errore giudiziario non è un errore: è prepotenza. L’errore è prodotto dall’ira, l’errore giudiziario è frutto del pregiudizio. Si concretizza in lunghi, ripetuti, noiosi anche, giorni, mesi, anni di indagini e di cattiva coscienza, contro un solido principio: prima la colpevolezza, prima le prove della colpevolezza. Ci siamo disabituati, in un ventennio di mala giustizia, la mala pianta lombarda (ma era cominciata prima, con le stragi, la sopraffazione va per il mezzo secolo), a una giustizia prevaricatrice, che fa a meno di provare la colpevolezza – o di sanzionarla quando è provata.
Non c’è in diritto, oltre che in coscienza, altro itinerario di giustizia ma in Italia basta una soffiata a un giornale. In questa Italia ambrosiana che ci distrugge, tra finti mercati e reali soprusi. E quando non si sa che prove produrre, basta la formula “non poteva non”, ancora recentemente usata, per sanzionare. Come dire che un giudice “non può non” prevaricare? No, solo dopo aver demolito la vittima designata con la cosiddetta “opinione pubblica”. Cioè con la soffiata al giornale fidato, anzi al cronista giudiziario fidato, ogni giudice ne ha uno di fiducia: questa giustizia è come la mafia, affare di amici, e amici degli amici.

Internet – Google mi divide ora la posta in primary (personale), sociale e promozionale. E non sbaglia. Senza leggerla. Fantastico. È la materializzazione della Spectre: sa tutto di noi, senza testimoni, pentiti, delatori.

Islam - L’islam è vittima di se stesso, della lettera, dell’interpretazione autentica, di una filosofia politica ormai vecchia di otto secoli, e anzi di più. Per cui si può dire che non conosce la democrazia, non ne ha la parola. Che non ha nemmeno il popolo. Che non conosce la laicità, non ne ha il concetto. Mentre invece, come tutti, ci era arrivato: per gradi, per errori, con ripensamenti.
Sarà pur vero che non c’è nell’islam distinzione tra Stato e chiesa, ma perché non c’è chiesa nell’islam. Mentre c’era, e c’è, distinzione tra secolare e religioso, benché Lewis dica di no. È stato Khomeini a restaurare questa unità vecchia di un oltre un millennio, anche se aveva qualche antecedente nell’islam duodecimano. Non c’è teocrazia nel mondo islamico, questo Lewis lo spiega bene. Ma non è vero che non ci può essere dispotismo: sotto la forma moderna e ben più ampia del totalitarismo Khomeini l’ha introdotto. Questo era il timore costante di Alessandro Bausani, il pio e dotto iranista, già nel 1978, quando il fenomeno khomeinista cominciò a manifestarsi dalla Francia, e quando Bausani è morto, nel 1988, aveva avuto tristemente ragione.
Tutto il mondo islamico, soprattutto quello non arabo, non tribale, era avanti sulla strada della democrazia: se c’era un’area dove la democrazia attecchiva, all’infuori dell’Occidente e dell’India, era il mondo islamico, in Turchia, Pakistan, Indonesia, lo stesso Iran, e germogli se ne vedevano in qualche paese arabo – in tutto il Maghreb malgrado i regimi personali. 

L’islam è peraltro religione egualitaria, senza caste, aristocrazie, gerarchie. Ma, è vero, se rifiuta il privilegio, impone la disuguaglianza, tra padrone e schiavo, tra uomo e donna, tra mussulmano e non.

Repubblica del lavoro – Non è un pleonasmo, né il wishful thinking  che sembra: è un obbligo che la Repubblica a lungo non ha osservato. Nei suoi primi vent’anni col tiro ai lavoratori, nei secondi con le trame, nei terzi vent’anni col mercato (licenziamenti a milioni), e il mercato della giustizia.
Un conteggio dei primi vent’anni, a fine 1968, registrava 417 morti per mano di polizia e carabinieri  in servizio di ordine pubblico contro lavoratori in sciopero, o in manifestazioni per il contratto. In vent’anni ne aveva ammazzati più la Repubblica che il fascismo. La repubblica confessionale, timorata di Dio. E non aveva ucciso i nemici politici, gli oppositori, ma sudditi leali, sindacalisti, braccianti, operai.
Il paragone non è irriverente come sembra. Il fascismo era tirannico, la Repubblica no, ma questa è rispettivamente un’attenuante e un’aggravante, e non il contrario: il fascismo era il fascismo, la Repubblica invece ha ucciso i poveri. Contro la costituzione, il sindacato, i diritti dell’uomo. Nel fascismo c’era almeno una dialettica, tra regime e opposizione, padroni e lavoratori.
La vocazione autoritaria è agli albori della Repubblica. I soldati spararono, caduto Mussolini, contro chi chiedeva la pace e chi scioperava. Non i soldati di Mussolini, quelli di Badoglio e del re. In una settimana, tra il 27 luglio e il 3 agosto, fecero 76 morti, 146 feriti censiti, e mille arresti. La democrazia si è installata in Italia tornando alla tradizione antiproletaria sabauda. Mussolini non aveva mai osato tanto.

astolfo@antiit.eu

Moria sotto il vulcano

È “La peste” di Camus, qui per un morbo interno, la voglia di suicidio. Un universo chiuso per una colpa ignota. Si direbbe da racconto di Kafka, ma Evira Seminara, “giornalista e pop-artist” di Acicastello ai piedi dell’Etna, tellurica quindi, procede disinvolta: il suo racconto è molto pop, sembra la sovraesposizione della dolce morte, o eutanasia come usa chiamarla – l’“umanità” viene dalla tv sempre accesa al bar.
L’idea germoglia forse da “Anime Salve” di de Andrè che Seminara cita, l’ultimo album, in onore degli “spiriti solitari”. Una forma di eroismo – anime salve De Andrè in fin di vita spiegava etimologicamente come spiriti solitari, “una specie di elogio della solitudine”. Che la canzone dallo stesso titolo incentra sulla solitudine quando è scelta, la “scelta di libertà”. Ma l’andamento è grottesco, sul filo del noir. Con una soluzione che non è una soluzione: la scrittura crea, e perché non ucciderebbe?
Dedicato al padre, “un’isola anche lui”. L’isola ritorna, con le sue valenze plurime. Da ultimo – Hertha Müller - nella sua rappresentazione vacanziera di luogo privilegiato d’evasione, mentre è un universo concentrazionario, anch’essa, un luogo di annientamento, solitario. Non fosse che le parole vorrebbero significare ciò che dicono, più che simboleggiare – un’isola dove arrivano tanti morti di fame, anzi ci arrivano morti, ha la disperazione discutibile.
Elvira Seminara, La penultima fine del mondo, Nottetempo, pp. 154 € 11

venerdì 16 agosto 2013

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (179)

Giuseppe Leuzzi

“Non vogliamo più l’utilizzo dei fondi (europei) per eventi come il concerto di Elton John a Napoli, o l’autostrada A 3 Salerno-Reggio Calabria”, proclama martedì il commissario europeo per le Politiche regionali Johannes Hahn. Ignoranza? È possibile.
Il commissario all’Industria, nonché vice-presidente dell’esecutivo europeo, Antonio Tajani, un italiano, gli dà ragione. Damned!

Gli italiani ci sono, bisogna fare l’Italia
Sono ritornate per i centocinquant’anni dell’unità le polemiche sul brigantaggio al Sud. Se non fu un fatto politico di resistenza, e di cieca e feroce repressione. Con spiegamento di antropologie sul brigantaggio e di revisionismi storici. Mentre un fatto è chiaro, per lo storico (le antropologie lasciano il tempo che trovano): non ci sono briganti nati, ci sono briganti (mafie) quando il potere (lo Stato, il Commonwealth di Hobbes) li consente. In questo caso si diffondono anche, “controllano il territorio”, “rispondono alla domanda sociale”, e perfino alla mentalità, poveretta, eccetera. Per lo storico dell’unità il brigantaggio ha un solo rilievo, quale che fosse la sua natura, tutta cospirativa o tutta criminale, oppure mista: la durezza della repressione. Senza l’artiglieria, ma con tutto il restante armamentario di una guerra. Contro un Sud messo sotto occupazione militare, senza distinzione di buoni e di cattivi. La parallela durissima repressione dei moti democratici di Palermo nel 1862, a meno di due anni dagli entusiasmi garibaldini, con lo stato d’assedio proclamato in tutto il Sud il 20 agosto, non hann o nulla a che vedere con i briganti.
L’unità veniva subito convertita in occupazione militare. Un errore, tutto  sommato. Un disegno sbagliato – poco produttivo. Sulla base di un pregiudizio. Di interessi costituiti, interessati a liquidare il Sud. Ma di più, considerandone la persistenza, anche contro ogni convenienza. La frase famosa di D’Azeglio “l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani” è al contrario che funziona: “Gli italiani ci sono, resta da fare l’Italia”.

Il Sud non conviene
L’ultimo meridionalismo, trent’anni fa, si articolava con l’arsenale terzomondistico, della cancellazione dell’identità a fini di sfruttamento. Era una posizione resistenziale, del “razzismo antirazzista” che Sartre aveva spiegato nell’“Orfeo nero”. Ma solo in parte vera, nella cancellazione dell’identità. Quanto allo sfruttamento è sempre stato dubbio che il padrone abbia interesse ad annullare o invalidare lo schiavo. Nella vecchia economia agropastorale come in quella contemporanea dello scambio: lo schiavo serve in buona salute.
Molti degli argomenti della dipendenza a fini di sfruttamento sono veri: l’esercito del lavoro di riserva, e la forza lavoro in eccesso per comprimere il salario. Sono strumenti che sono stati utilizzati. Ma in un’ottica sbagliata – si dice di corto respiro ma è sbagliata. L’ipotesi keynesiana è sempre la più valida: l’effetto di traino salario-reddito-consumo sulla produzione e i profitti (remunerazione del capitale, investimenti, produttività).
La dipendenza c’è, e si esprime sul deprezzamento o la cancellazione dell’identità per un pregiudizio prima che per l’interesse. Per lo stesso motivo è coriacea, inattaccabile a qualsiasi argomento. Se non alla rivolta, alla cosa compiuta.
Tutto questo è stato detto, da Frantz Fanon a partire dal 1952, “Il negro e l’altro”. Il problema non è dunque di conoscenza: è la natura del pregiudizio di essere indistruttibile al ragionamento, solo a un ribaltamento. La dialettica negativa, o il razzismo antirazzista di Sartre.  

Mafia
È un delitto all’origine e prevalentemente contro la proprietà: protezione, grassazioni, espropri, estorsioni, usura, rapimenti di persone. Per questo poco contrastato, e di malavoglia. Finché non è arrivata la Lega, che protegge la proprietà.
La definizione non sembra attendibile. Non è sociologizzante, non è pauperistica, è di classe, va contro l’opinione dominante, non risolve l’intreccio mafia-politica. Ma è la più vera, aderente alla realtà. È su queste basi che si è sviluppata 50-60 anni fa la ‘ndrangheta, in precedenza una onorata società di uomini d’onore senza denti, una piccola massoneria paesana, di nessun rilievo per la società. È stata sempre questa l’attività della mafia propriamente detta e della camorra. Il contrabbando prima e la droga poi sono estensioni dello stesso “mercato”: una volta imposta l’illegalità, attraverso l’azione antiproprietaria, la droga è un investimento. Privilegiato per gli alti rendimenti a fronte di un  rischio irrisorio. Il primo settore della mafia imprenditrice di Cordova e Arlacchi. Più degli appalti, altro settore a rendimenti altissimi, per la pratica costante della corruzione, e delle “diversificazioni” (turismo, intrattenimento, ristorazione, pompe di benzina, sale giochi…) nei settori a forte scambio quotidiano di contante, per il lavaggio degli utili criminali. La politica entra nella mafia per via obliqua e ancillare: gli appalti e la “disattenzione”, tipicamente cattolica o di sinistra, dei pubblici poteri di contrasto.

Poiché i parroci hanno esautorato o sciolto in ogni paese, su direttiva antimafia dei vescovi, le procure della festa del Santo, le organizzazioni laiche che provvedevano alle luminarie, i fuochi d’artificio e i concerti della festa, con una spesa da 50 a 100 mila euro, sostituendole con procure di scout o signorine, le feste ora si fanno in ogni paese laiche e più fastose, con grandissimi nomi per i concerti, sempre gratuiti, nel nome della birra, dello stocco, della prugna, della patata, o come notte bianca. E si dice: sono imbattibili. Le mafie, s’intende. Nascono così le onnipotenze. Mentre è solo un uso esteso delle sagre. Quelle costose con i soldi dei Comuni, attraverso le Pro Loco. Talvolta, è vero, su fondi europei.

Eravamo micenei, anzi minoici

Si dà il nome di Magna Grecia convenzionalmente alle città che migranti greci hanno edificato su suolo italico a partire da Napoli, nel 721 .C., a seguito delle invasioni della Grecia da parte dei popoli del Nord – “indoeuropei”, “ariani” – e delle tirannidi. Ma in epoche più antiche vaste zone della Puglia, la Calabria, la Sicilia furono interessate agli scambi con l’Egeo e all’impianto di colonie egee, nel secondo millennio a. C.. In particolare attorno al 1500 a.C., con lo sviluppo della talassocrazia cretese. Furono quindi di civiltà minoica, e poi micenea. In parte, se non prevalentemente. Con insediamenti mirati all’utilizzo delle risorse locali, e come basi avanzate per i traffici col Mediterraneo occidentale, la costa atlantica. Le leggende  di Diomede, Ercole, Enea e la simbologia del Toro ne sono espressione e testimonianza.  

leuzzi@antiit.eu 

Come condannare un innocente – Tolstòj ad Avola

Si può dare l’ergastolo per un assassinio senza morto, e senza arma del delitto? In Italia sì: per i Carabinieri concordi, la Procura della Repubblica, il Tribunale, la Corte d’Assise e la Cassazione. Che poi, quando il morto resuscita, condannano nuovamente l’ergastolano innocente, per violenza alla persona, sempre presunta, e non il finto morto che aveva inscenato la sua propria morte. Solo gli condoneranno la pena perché l’ergastolano ha già fatto sette anni di carcere duro. Senza scandalo per nessuno, perché le sentenze, com’è noto, si rispettano e non si criticano. Regime? Stalin non pretendeva di avere pure ragione. 
E la materia di questo duro racconto, di molteplici sorprese. Di fratelli anzitutto, una rarità nelle lettere italiane. Di fratelli maschi, tutti di forte carattere, anche i deboli. Della montagna - dell’isolamento - che induce ai cattivi pensieri e alla violenza: in ogni famiglia c’è un assassino. E dell’errore giudiziario per come si produce di fatto, per l’arroganza dell’“autorità costituita”, come usava dire. Un quadro dell’Italia rurale del 1960, anche: non un altro mondo ma un’altra epoca, arcaica, seppure appena mezzo secolo fa - che stranamente latita, in tanto neo realismo. Montato come un giallo. Un noir d’Avola come il vino, con sorprese dunque a catena, e un caleidoscopio di colpevoli. Di Stefano, nato a Avola nel 1956, all’epoca dei fatti, già apprezzato autore di romanzi, è cresciuto con la storia.
Un racconto lungo, insistito, che tuttavia regge la narrazione con costanza. Di Stefano lo articola a metà tra il racconto verità e quello delle passioni della povera gente, che sa rappresentare civili: una narrazione documentaria viva. Non un apologo, come ne faceva Sciascia, seppure in forma di esumazione documentaria – Sciascia ha ancora, vuole avere e dare, della storia e della giustizia una rappresentazione ideale. Né una mascheratura, di quelle che artigliavano Pirandello: è una rappresentazione, piuttosto, nuda. Come al bordello, che anche a Avola c’era, senza scandalo.
In carcere quando dissero la verità, li scarcerarono grazie alla menzogna
Il filo è di una giustizia allora menefreghista prima che terribilista: giudici impazienti, soprattutto con gli ignoranti, avvocati di classe inevitabilmente classicisti, “filosofi”, e marescialli dei carabinieri imperativi, di potere allora indiscusso. Della stupidità malvagia – o della malvagità sotto il galantomismo, che è sempre stupida prima che feroce. Dice un vecchio pescatore: “Li misero in carcere quando dissero la verità e li scarcerarono grazie alla menzogna”. Forse per inverare il proverbio: “La fame per il povero, la giustizia per i fessi”. Un fronte compatto, compresi i principi del foro a difesa, contro i massari, i villici e i pescatori che li onorano e li mantengono, con la fatica e con le tasse, inevitabilmente mutangoli, sproloquiatori, imprudenti - senza misura.
Un’altra meraviglia è che, poiché i fatti si svolgono tra Ortigia e i monti Iblei, sicuramente siamo in Sicilia, ma non ci ingozzano di mafia. Né di omertà: a Avola si parla, eccome, anche a costo del carcere. Il blurb, di Busi, dice che “se Giallo d’Avola fosse stato pubblicato nei primi anni Sessanta e non un mese fa, non meriterebbe meno considerazione de Il fu Mattia Pascal di Pirandello e si potrebbe gridare al capolavoro”. Strana scelta pubblicitaria, forse per la parola capolavoro: non è un instant book attardato, questo “Giallo d’Avola”, è un racconto infine robusto. Per il non detto più che per il detto, di sapienza stilistica cioè. In sé è un po  “Conte di Montecristo”, di vizi privati e squallori pubblici, ma la vicenda è realissima e Di Stefano ha scelto di rappresentarla con realismo tolstòjano, nell’impianto e nella resa.
Anche la bandella travia. La “secchezza realistica” applicando all’“analfabetismo dell’anima, o della psiche, che vieta ogni coscienza di sé”. Con corredo di “lascito antropologico”, di “depressa arretratezza” e di “barbarico, feroce e precivile”. Mentre è un caso di ingiustizia, cattiva, feroce, su un mondo ben umano e civile.
Forse è il fondo a indurre Busi e gli editori in errore, che è purtroppo contemporaneo. L’errore giudiziario non è un errore: è prepotenza. L’errore è prodotto dall’ira, l’errore giudiziario è frutto del pregiudizio. Si concretizza in lunghi, ripetuti, noiosi anche, giorni, mesi, anni di indagini e di cattiva coscienza, contro un solido principio: prima la colpevolezza, prima le prove della colpevolezza. Per noia, apatia, prevenzione. Talvolta per cattiveria. La giustizia in Italia ci ha ormai acconciati, ogni resistenza è inutile, alla discrezionalità: Non si occupa di provare la colpevolezza - o di sanzionarla quando è provata. La sua prova principe è l’articolessa di un giornale – si fa giustizia attraverso la cosiddetta “opinione pubblica”, di cui Di Stefano rintraccia, nel solo passo in cui si dice narratore, questa definizione: “Una dea bendata che cammina su un filo e che vien sospinta da mille mani or in un senso or nell’altro”. Senza la bilancia della dea bendata giustizia.
Una dea bendata
Un “Mattia Pascal” vero, dunque. Il fatto è noto, il lieto fine è scontato, e tuttavia il racconto è sempre vivo. Di pigrizie, classismo, superficialità, burocrazia, Un buco della storia della giustizia infine riempito – con un rimprovero muto a Sciascia, che molto scrisse del caso piemontese Brunelli-Canera, invece che di questo a pochi passi dal paese suo. “Il processo delle presunzioni”, uno degli avvocati lo definisce: presunto il morto, presunto l’assassinio, presunti gli assassini. Presuntuosi, si dice il lettore, gli inquirenti, annoiati, boriosi, prevenuti, e i giudici costretti a occuparsene, istruttori, procuratori della Repubblica, presidenti di tribunale, accidiosi, insofferenti – l’ergastolo è pena mite per il loro personale disturbo.
La moralità è durissima. Tanto più per non essere dichiarata ma rappresentata. L’ergastolano riconosciuto innocente dopo sette anni di carcere duro viene nuovamente ricondannato a molti anni di prigione per violenza alla persona, anch’essa non provata. Non tanti anni da rimandarlo nuovamente in prigione ma abbastanza per impedirgli di chiedere i danni al fratello che aveva simulato la sua propria morte violenta. Il fratello simulatore, reo peraltro di una copiosa serie di reati in base al codice, ha una condanna a quattro mesi, che non deve scontare. Assistito sempre, nelle molteplici condanne del fratello e nella non condanna sua, dallo stesso avvocato (l’avvocato che “fa” le cause per un certo periodo, presso un certo circondario giudiziario, resta un personaggio da raccontare). I simulatori vivranno quasi cent’anni, l’innocente morirà molto presto, dei danni subiti nell’internamento.
Paolo Di Stefano, Giallo d’Avola, Sellerio, pp. 333 € 14

giovedì 15 agosto 2013

Il business dell’immigrazione – 2

È una polemica giornalistica, tra un opinionista del “Foglio”, Roberto Volpi, e il sindaco di Acquaformosa, in provincia di Cosenza,…. abitanti, ma certifica la riduzione dell’immigrazione a business. Per le coscienze migliori, dei generosi e compassionevoli.
Acquaformosa farà il 22 un Festival delle Migrazioni. Il sindaco Giovanni Manoccio è parte, col suo piccolo comune, dello Sprar, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Che, dice, vuole sostituirsi alla gestione attuale della prima accoglienza agli immigrati clandestini: “Chiederemo di adottare un modello di accoglienza, quello appunto della Spraer, che abolisca i Cie e i Cara e dirotti i tutti i fondi per l’accoglienza sui piccoli comuni”. Ha per questo invitato al festival la ministra Kyenge. Per chiederle “di dirottare tutti i fondi dei Pon sicurezza che vengono spesi per sistemi di videosorveglianza in interventi di ristrutturazione dei centri storici abbandonati in modo da trasformarli in luoghi di vera accoglienza”.
Cie, Cara, Pon, Spraer, Manoccio è burocratico malgrado se stesso. Ma non si nasconde: lo Spraer vuole gestire i fondi per l’accoglienza, italiani e europei. Per ristrutturazioni, refezioni, forniture varie, e soprattutto le assunzioni, sia pure di personale “volontario”. Il piccolo di un piccolo, micragnoso, business, ma pur semrpe business. Peggio se povero, e sulla spalle dei poveri. I quali, benché immigrati, senza documenti, senza personalità, non ne vogliono sapere dei piccoli centri, dei centri storici dei piccoli centri. E questo è il meno della questione.

Non possiamo non essere traditori

L’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza in un paese comunista, la Romania di Ceauşescu – “il re che s’inchina e uccide” (la raccolta è la seconda parte di “Der König verneigt sich und tötet”, 2003, di cui la prima parte è già uscita in italiano col titolo tedesco, “Il re s’inchina e uccide”). Hertha Müller rischia la ripetizione, ma non ne abbiamo altre storie né ricordi, benché il comunismo sia finito da venticinque anni – le memorie dei dissidenti sono vecchie, le poche storie sono dello stalinismo: come dire un passato sigillato, cioè rimosso. L’entusiasmo dell’indottrinamento, il sospetto di ogni altra espressione, con la persecuzione costante, senza la possibilità di rifiatare, sono un mondo ancora da scoprire, più sinistro della vecchia propaganda. Il primo portavoce del dittatore, modello della “parola” del regime, è ignorante, afono, dislessico. Il dittatore abbraccia i bambini in tv, dopo una quarantena degli stessi per evitare i microbi. L’ultimo killer mandato dai servizi rumeni a Berlino, fine anni 1980, per puntare su Hertha Müller era dieci anni dopo un rispettato e ricco industriale dei succhi di frutta a Timişoara. E “la fame d’amore” così diffusa in Romania? Leggere a p. 104: un paese dove l’isola non è evasione e liberazione, dalla routine, dalle costrizioni, dalla “terra”, ma isolamento.
Nelle memorie qui raccolte Hertha Müller dà corpo a questa inverosimile Europa di fine Novecento. Evocando i silenzi domestici (il regime sopravveniva agli entusiasmi hitleriani), la loquacità della natura, fiori, prati, piante, l’aggressione urbana. E il tradimento, delle amicizie più intime, degli affetti. L’ignobiltà del regime si misura col tradimento che impone: “Anche quando si lascia perché si deve, non si rimane senza sensi di colpa”. Il tradimento distrugge tutto: “Chi ama e abbandona
\ Dio deve punirlo”, la verità è in questo (raro) riferimento a “uno dei bei canti popolari rumeni”. “La testa rasata di una madre”, conclude il primo saggio, “l’alcolismo di un padre, la bara da fisarmonica di una nonna”, del figlio morto per la guerra di Hitler, “i blocchetti di ricevute di un nonno”, quelle delle merci che il regime anticapitalista gli ha confiscato, “i volti di una dalia, il tradimento di un’amica, la bellezza a doppio taglio dell’erba di un cimitero potrebbero forse essere sostituiti da altri esempi quando si parla della vita. Ma anche con questi altri esempi ci sarebbero cose che hanno conosciuto il «lato notturno della gola» e anche per quelle varrebbe la frase: «Se stiamo in silenzio, diventiamo sgradevoli – se parliamo diventiamo ridicoli»”, che dà il titolo al saggio.
Il “Magazine Littéraire” ritraccia “le grandi vite da infedeli”, a se stessi (Genet, Sartre, Michaux) e agli amici (Max Brod). Oltre che le figure classiche di Caino, Giuda e Ganellone (il traditore di Carlo Magno a Roncisvalle, Gano di Maganza nella “Divina Commedia” e nell’opera dei pupi). Hertha Müller il tradimento l’ha subito doppio, dai genitori nazisti non pentiti e dal dittatore comunista. Emigrata a sua volta per non dover tradire.
Quello della Nobel tedesca è anche il racconto di un isolamento. Non tanto - non più - politico, ma linguistico e personale: in Romania per essere tedesca, in Germania per essere tedesca di Romania. Con un prima, però, e un dopo. Tra le tante cose che hanno conosciuto il “lato notturno” c’è, non detto, in piccolo anche se non in proprio, un suo piccolo tradimento, da tedesca di Romania: la misconoscenza di un paese, una lingua e una cultura che l’ha nutrita, bene o male, e l’ha ospitata - dopo avere ospitato per otto secoli i suoi svevi, per qualche merito evidentemente. “L’isola è dentro – il confine fuori”, un breve scritto di questa raccolta, registra infine “l’ideologia banato-sveva” del “«Noi» tedeschi migliori di tutti gli altri”. E la rifiuta, ma non la condanna. Crredamdola con la solita chiamata di correo: “I rumen con Antonescu erano stati, anche loro, alleato di Hitler”.
La scrittura è sempre irta. Ma le traduzioni dell’editore trentino, il primo di H.Müller in italiano, la rendono anche gradevole.
Herta Müller,Il fiore rosso e il bastone, Keller, pp. 143 € 13
La trahison, “Magazine Littéraire” luglio-agosto 2013, pp.98 € 6

mercoledì 14 agosto 2013

Opera

L’aria del baule
Si fece sorbetto
Uscendo dal sonno
Quella di bravura
Divenne di sortita
Per un’aria di guerra
Oppure di caccia
Mentre l’aria di lamento
Si ritrovò in catene

Dove ha fallito Berlusconi, nella tv

Berlusconi è il soggetto di centinaia, forse migliaia, di libri contro. Solo da qualche anno i banchi Feltrinelli dell’attualità politica non sono più ingombri di libri contro, da cinquanta a cento titoli attendevano a ogni stagione. Più una serie di saggi di eminenti storici e sociopolitici, anch’essi però da talkshow: niente resta di Gibelli (autoritarismo), Cordero (illegalità), Santomassimo (fascismo), o degli storici di partito, Ginsborg, Gotor e altri minori. Una pubblicistica più inutile, nella migliore delle ipotesi, di quella antimafia, che è tutto dire – che magnifica cioè, sotto sotto, la mafia.
Le polemiche del resto sono scontate: Berlusconi è corrotto, corruttore, mafioso, mercante di droga, di armi, tiranno, amico di tiranni - manca stranamente il Berlusconi magnaccia, che invece gli ha valso una condanna, si vede che il soggetto non tira più. Tutte giocate, alla fine, sul Berlusconi monopolista della televisione. Mentre ognuno sa che la televisione è la Rai, è la Rai che fa il linguaggio. E che lui personalmente è improponibile in tv. Non solo non “buca” lo schermo, non fa presa, ma respinge, sempre inamidato, ingessato, straparlante, monotono. I suoi telegiornali e talkshow, con tutta la buona volontà e la finezza tecnica, non riescono a farlo digerire.
Orsina tenta un’altra strada, il radicamento di Berlusconi nella tradizione italiana. Per uno storico non ideologo (ma abbiamo solo storici di partito, o di giornale) è l’unica strada percorribile. Con gli strumenti del minimalismo popperiano. Che alla “domanda «platonica»”, di chi “debba governare”, per nascita, diritto o saggezza, sostituisce quella comune alle democrazie occidentali, “su come chi governa possa, all’occorrenza, essere sostituito pacificamente”. Orsina articola la ricerca su un lungo excursus storico, che a tratti fa perdere il filo, ma il succo è chiaro: l’Italia politica è un muro, un blocco di potere, più o meno immutabile, che si chiami liberale, nazionale, fascista, cattolico, compromissorio, che ogni cambiamento vuole assimilare sotto controllo, per accomodamenti e slittamenti, sempre in ritardo, sempre conservatore.
Questo blocco non è solo italiano, sembra dire Orsina. Che si fa soccorrere da John Stuart Mill: si ha vera libertà quando si è “capaci di migliorare attraverso la discussione libera e tra eguali”, prima non c’è altro che “l’obbedienza assoluta a un Aqbar o a un Carlomagno”, se si riesce a trovarne uno.  Ma non è chi non veda che solo in Italia il blocco è inamovibile, col Muro e senza il Muro, da ultimo con Mani Pulite, una “rivoluzione reazionaria” se mai ce ne fu una, benché – o perché – milanese.
Berlusconi – peraltro anch’egli molto milanese – è quello che con più abilità e successo ha scalfito quel blocco. Per il messaggio, che questo sito ha definito dell’ottimismo, o del riconoscimento che l’Italia è un paese ricco. E per la capacità di veicolarlo. Ma ha fallito, pure lui.
Il linguaggio è la Rai, povero
Anche Orsina usa le categorie fumose del populismo mediatico – che si poteva risparmiare: l’Italia, ricca e povera, non è scema. Berlusconi semmai è un maestro della “vecchia” politica: il comizio, le folle, il governo dei suoi. Da venditore eccellente quale è. Ma è vero che ha fallito. In un senso è vero che è il magnate della tv, nel senso che sfida il linguaggio Rai, del pauperismo, la lamentale, la furbizia (eh sì, anche la furbizia). Ma anche lui sbatte contro un muro inscalfibile.
In filigrana, va osservato che Orsina misura il berlusconismo con J.S.Mill e Karl Popper. Cioè con la sinistra libertaria che si rifiuta, che l’Italia – il blocco, il muro – rifiuta. Più che una critica del berlusconismo, un’imputazione di fallimento, la sua ricerca ne fa “oggettivamente” l’esito di un’insufficienza della sinistra. Di una sinistra che si vuole immutabile per non riconoscersi decrepita, ipocrita, faziosa – “sovietica” (fascista?).  
Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, pp. 239 € 19,50

martedì 13 agosto 2013

Ombre - 186

Donatella Stasio, capo servizio giudiziario del “Sole 24 Ore”, spiega oggi a Berlusconi come evitare l’improponibilità politica – “per allontanare lo spettro della decadenza da senatore e della successiva incandidabilità”. Un itinerario dettagliatissimo, nelle proposizioni principali e nelle subordinate. Di una giornalista, sembra di capire, non berlusconiana. Il percorso è peraltro della Procura di Milano. Perché affidarlo a un giornale, sia pure rispettabile?

La Procura di Milano, dunque, che ha voluto strenuamente, con una ventina di processi, Berlusconi criminale, lo vuole ora salvo alla politica. Per imbordellire la politica. Per goliardia o per gli interessi che tutti sappiamo? 

Questa Chaouqui che imbarazza il Vaticano è una del circolo “Vedrò” dei Letta, zio e nipote. Dunque il generone romano è tornato, insieme con la Dc al potere.
Chaouqui è anche informatrice di Dagospia, il sito gossip di Roberto D’Agostino subentrato alla defunta Maria Angiolillo quale confidente del generone – sornione. Anche questo è uguale come a prima, Roma immutabile. 

La gola profonda del Vaticano è dunque una ragazza, giovane, senza mestiere, volentieri loquace. È vero che i preti non cessano di stupire, da duemila anni.

Si può dire Francesca Chaouqui una velina vaticana – o ambrosiana, di che rito è? Non sa fare nulla ma è sempre in prima pagina. Invece che con i calciatori spopolando con i cardinali, e perfino col papa, che l’ha fatta sua consulente.

La cosa potrebbe essere infetta, preferire i cardinali ai calciatori. Ma la velina del papa non è male.

O è Roma che è infetta: è tempo di una nuova Avignone?

Due giovani in una Smart a Posillipo vengono derubati di notte. Dopodiché due moto li inseguono per derubarli di nuovo. Finché una delle due moto non tampona la Smart e i due ladri che la cavalcavano muoiono. Subito la Procura di Napoli incrimina l’autista della Smart di omicidio colposo. Poi si dice che Napoli non è efficiente, ma dov’è la violenza?

Valeria Straneo, quasi quarantenne, reduce da una grave malattia, conduce dall’inizio alla fine in testa, con grave distacco sulle altre, la maratona mondiale di Mosca. Fino agli ultimi dodici metri, quando Edna Kiplagast, che si è limitata a seguirla per la seconda metà della gara, la supera e vince. In ogni altro contesto Valeria avrebbe vinto. Ma Edna Kiplagast è africana: è un’altra sensibilità.
L’interculturalismo non l’appiattisce.

Sabato “Repubblica” ha un titolo su Mediaset che perde il 2 per cento, “per la condanna di Berlusconi”. Martedì “Repubblica” non dice che Mediaset ha guadagnato il 4 per cento – una settimana fa. Che nell’ultimo mese è salita del 20 per cento. Che la Deutsche Bank la vuole a € 4,50 – da 3,20. Informazione? Eppure ci sarebbe materia: perché sale tanto un’azienda di un settore in crisi?

A Roma ogni pochi giorni fiumane vengono riversate di dimostranti, in piazza e in corteo. Una ogni cinque giorni, togliendo le feste, Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto eccetera. Per una volta chela manifestazione era di destra, e in un’area limitata, senza danni per la città, il sindaco Marino la denuncia alla Procura della Repubblica e si fa pagare i danni al suolo pubblico, 4 mila euro.
Non è stupidità, come dice la destra, è arroganza – anche se l’arroganza è stupida: i siciliani sanno eroicizzare i nemici, è la loro specialità.

Sicuramente il partito della manifestazione accusata da Marino sarà inquisito e condannato. Alla Procura della Repubblica comanda un altro siciliano, Pignatone. 

Pisapia fa le ronde, “unità mobili sociali”, dopo aver trattato con freddezza la ministra Kyenge. Mentre attacca da extraparlamentare Dolce & Gabbana – extra di destra o di sinistra? destra e sinistra non fanno differenza a Milano.

Lo “scrittore scritto”, da un altro mondo

Più di tutto attira il titolo: perché “laggiù”? Uno potrebbe dire della Calabria “lassù”, stando a Lampedusa per esempio. E invece non potrebbe, il Sud è uno stato d’animo, condizione esistenziale. Grisi, che non ha complessi e se l’è goduta per quasi ottant’anni, benché calabrese, in queste “dieci memorie” della sua Cutro d’origine, “un paese terribile e romantico”, ne fa una via d’uscita. Verso sogni, follie e fantasmi. Col nonno saggio, la mamma pazza, la nonna evanescente, il barone geloso, l’ammiraglio rinnegato, il trasvolatore dello Stretto sul mantello. “Tutto risorge nel sognato,\ La memoria è futuro”. Anche lo scrittore scritto non è male.  
Francesco Grisi, Laggiù in Calabria