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Piano piano, il piano Mattei va
Bilancio già sostanzioso, il terzo del “Piano
Mattei” per l’Africa. Mobilitate risorse per 5 miliardi e mezzo. Di cui 4 attraverso
la Sace, a garanzia di investimenti, e 1,2 a valere sul Fondo per il clima, per
energia e infrastrutture – i debiti abbuonati valgono un po’ meno di 300 miIioni.
I Paesi coinvolti sono raddoppiati rispetto al lancio del Piano, nel 2024, da 9
a 18.
Il Piano è rimasto una iniziativa nazionale,
quindi fatalmente limitata. Ma ha innescato un 00discorso”, se non un approccio,
di politica africana e mediterranea nella provincialissima Bruxelles. E si
muove secondo un’idea giusta: agganciare l’Africa al mercato.
Per molti aspetti l’Africa è ancora
quella dell’hic sunt leones: ha perso troppo tempo e troppe occasioni.
Soprattutto perché agganciava il su sviluppo economico all’ideologia
occidentale degli aiuti. Dell’Onu, della Banca Mondiale, degli Usa, dell’Urss,
nonché, perfino, delle micro-imprese – di quello che poi si è chiamato Terzo
settore. Mentre il piano italiano si basa sul “fai da te”, o “aiutati che noi
ti aiutiamo”: nella formazione, nelle infrastrutture, fisiche e digitali, negli
aspetti sociali (igiene, sanità, risparmio delle risorse).
Il cammino da fare resta immenso – il Piano
Mattei è una piccola cosa. L’Africa è un continente da un miliardo e mezzo, con
un’età media di nemmeno vent’anni, quindi con tassi di fertilità in aumento. Ma
è anche un continente che, pur tra tanti bisogni, cresce in economia del 4 per
cento l’anno.
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