Non ci ha mandato Antonio Stella ma con Erika Dellacasa il “Corriere della sera” oggi non è da meno. Il porto di Gioia è mafioso. Cioè, non è mafioso ma vorrebbe esserlo. Cioè, non vorrebbe esserlo ma potrebbe. L’interlocutrice Cecilia Eckelmann Battistello è spalla più che volenterosa: come ogni sei mesi da tre anni a questa parte, denuncia che imbarcherà le sue gru e se ne andrà. Anche se ha preso tanto traffico per fine 2007 e tutto il 2008, malgrado l’apertura del terminale concorrente di Porto Said, che non riesce a gestirlo, neanche su tre turni, da qualche mese si fa la fila davanti al porto, e stallie e controstallie fioccano. Questo non lo dice, ma, manager accorta, la signora Battistello non nasconde al “Corriere” che intende raddoppiare Gioia Tauro entro il 2012. Malgrado la mafia ovviamente.
Questo è il problema: alla Contship-Eurogate della signora Battistello il porto terminale più grande del Mediterraneo non basta, vuole una nuova banchina subito, e la vuole tutta per sé. Ma questo non interessa al giornale di Milano. Milano, giustamente severa, vuole sapere della mafia. E la Battistello fa i fuochi d’artificio d’ordinanza: “Quando negli anni Novanta hanno tentato di estorcerci un dollaro e mezzo a container abbiamo fatto denuncia”. Negli anni cioè in cui il porto apriva. E un dollaro e mezzo era il margine per il trasporto e il trans-shipment messi assieme. Senza contare che a Gioia e in Calabria non c’è un’organizzazione in grado di pretendere un pizzo di un dollaro e mezzo, e neanche di mezzo dollaro. Si può raccontare di tutto, evidentemente, ai giornalisti. Ma bisogna che siano compiacenti. E il “Corriere della sera” assolutamente non può accettare che il porto di Gioia funzioni, abbia sempre funzionato, con gran guadagno della Contiship, di Eurogate, e di ogni altro operatore. Se non c’era la signora Battistello. Che in Africa, dice con giubilo a Dellacasa, si troverebbe meglio.
“Cebi”, Cecilia Battistello, detta “Sibi”, all’inglese, non è antipatica. Bella ragazza veneta, con residenza a Cipro prima di sposare il signor Eckelmann proprietario di Eurokai-Eurogate-Contship, primo gruppo di shipping europeo, con nove mlioni di container movimentati l’anno (la metà a Gioia Tauro… ), è l’erede del furbissimo Ravano, l’imprenditore genovese dei container che quindici anni fa si prese l’esclusiva di Gioia Tauro. Del porto di Gioia, che è costato un terzo, in soldi pubblici, del trentennale ludibrio di Malpensa. Del “Corriere” invece non si sa che dire, se non denunciarme il razzismo.
Si veda anche la vicenda Malpensa. Per la quale lo stesso “Corriere” chiede in paginate il rilancio, cioè più soldi pubblici. Malpensa che, nomen omen, dopo avere inghiottito senza profitto una diecina di migliaia vecchi miliardi, per di più ha portato al fallimento una primaria azienda quale l’Alitalia. Come se, abbandonato da Alitalia, ci fosse la coda al terminale milanese di altre linee aeree… S’immagini una Malpensa, ancorché piccola, attorno a Reggio Calabria. Che, abbandonata da Alitalia, nessuna compagnia volesse usare come scalo, neppure alle tariffe da saldo di Malpensa. Sulla prima del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella ne avrebbe fatto ripetuto ludibrio. Dellacasa non ne ha la statura, ma è ben avviata. Si vede dal piccolo capolavoro che imbastisce con la signora Battistello a proposito delle dogane, da cui sempre vengono i problemi agli operatori, anche a Gioia. Si accenna a “traffici” di cui sarebbero responsabili, ma di passata, senza infierire, perché la dogane possono venire sempre utili. E poi non sono calabresi come la mafia.
Si fatica a vedere il mite Paolo Mieli a capo di una banda di razzisti. Ma forse, per il solo fatto di stare a Milano, il “Corriere della sera” non può sottrarsi: i razzisti producono razzismo.
mercoledì 19 marzo 2008
martedì 18 marzo 2008
L'euromuro della stolida Europa
S’immagini l’euro a 0,80 sul dollaro, o alla pari, come sembrava destinato, invece che a 1,60 qual è oggi, staremo peggio o staremmo meglio? Non potremmo stare peggio: l’euro caro è il pilastro principale della tendenza al rialzo delle materie prime, agricole e minerali, in atto ormai da quasi un lustro. Nonché dell’inflazione, che il paniere Eurostat non riesce più a nascondere. La Fortezza Europa si vuole protetta, ma il Muro sarà stata l’ultima sua devastante ideologia. Quello di Berlino, quello di Gerusalemme, per il teutonismo ebraico indefettibile, quello di Zanonato e altri strateghi nordici, e quello dell’euro. Che ora vale due volte il dollaro, ma senza alcun buon motivo. Il Muro è certo meno peggio del lager, quello dell’euro poi è autolesionista, ma quanti danni.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
L’euro che vale il doppio del dollaro (aveva debuttato a 0,80 pochi anni fa, ricordate?) dovrebbe proteggere l’Europa dall’inflazione, questo vuole la stolida ideologia tedesca, e invece non fa che moltiplicarla. Quella domestica per ovvi motivi: agricoltori, allevatori, mediatori agroindustriali, per quanto potenti, industriali della meccanica, dell’abbigliamento, dell’elettrotecnica, di tutti i comparti di consumo, per rincorrere condizioni di produzione sempre più onerose, in un mercato sempre più ristretto, per la contrazione dei consumi e delle esportazioni. Ritorna lo schema anni Settanta, quando prezzi e salari si rincorrevano lungo la scala mobile. Oggi prezzi e produzione si rincorrono a causa dell’inafferrabile e caro euro.
Ma il caro euro è anche all’origine di buona parte dell’inflazione da importazione da cui dovrebbe proteggere l’Europa: petrolio, granaglie, metalli, preziosi. A motivo del caro-denaro che esso ingenera e protegge. E per agire da comodo piedistallo alla speculazione al rialzo sulle materie prime, tante sono le ricchezze che essa ha accumulato in cinque anni contro le stolide certezze di Trichet & co.. E quando, dopo i quattro anni di magra seguiti all’infausto decollo dell’euro, un minimo di ripresa del lavoro e della produzione, e quindi del reddito e dei consumi, si è manifestato, l’ha spento come se fosse un focolaio infetto. Il masochismo dell’euromuro è evidente se si guarda alle condizioni della produzione: quale area economica si sega da sé dal “mondo”? Dal mercato nordamericano cioè, che è sempre un buon terzo del mercato mondiale, e da quelli asiatici, del petrolio compreso, che sono legati a quello americano?
Gli speculatori che l’euromuro arricchisce lasciano volentieri la loro liquidità in euro, ma giusto per lucrare il cinque per cento e più, i tanti fondi sovrani che i produttori esportatori di materie prime hanno dovuto mettere su per gestire una così enorme liquidità. Si tengono liquidi in euro, pronti a scappare, capitalizzando una forza che ritengono pretestuosa, improduttiva, e probabilmente intenibile. Non comprano, non investono, dove c’erano – in Borsa – scappano via, cedole e capitali, tenendosi sempre ben stretti malgrado tuoni e tempeste all’area del dollaro, dove si fa la vera ricchezza, si investe, si produce, si consuma. Si denominano in dollari, ne fanno incetta per le loro banche centrali, investono in dollari, almeno per il 90 per cento del totale, gli investimenti eurovestiti si contano.
La politica della Bce è una non inconscia politica di tagliarseli. Per orgoglio, certo. Per stupidità: la spesa per interessi sul debito pubblico, oggi la peggiore aggravante del debito italiano, è passata dal 4 per cento del pil del 2005 al 5 per cento nel 2007, con un aumento in un solo anno di 17 miliardi in più sacrificati all’euromuro, che sono andati per oltre la metà nelle tasche dei fondi esteri e dei fondi sovrani. Per impotenza anche, malgrado la superbia, se il raddoppio di valore nominale rispetto al dollaro impoverisce e non arricchisce l’Europa. Una politica di vecchi dispettosi, che quando hanno detto male degli Usa, svolto il compitino dei loro nonni, e creato dei cordoni sanitari, si dicono grandi statisti e soddisfatti. Che l’Asia, un terzo dell’umanità, si stia portando d’un colpo al livello dell’Occidente non possono capirlo, la globalizzazione basta deprecarla, e tutto finisce – non siamo europei per niente.
lunedì 17 marzo 2008
I troppi buchi della Trimestrale di cassa
Spulciando nella ex Trimestrale di cassa si vede netto che il governo Prodi ha meritato di cadere.
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
Ha incrementato di due punti del pil la pressione fiscale, di ben trenta miliardi cioè. Un drenaggio di risorse enorme. Per presentare il compitino a Bruxelles, al plauso del compiacente Almunia. E per aumentare la spesa. La spesa corrente improduttiva, o “politica”, non gli investimenti. Che anzi ha bloccato o diluito, quei pochi che erano stati avviati. Quella spesa che è il buco nero dell’Italia. Figurativamente, è stato come togliere il fieno al puledro scalpitante, se l’Italia lo è ancora, per darlo al porco, che se ne serve solo per avvoltolarcisi.
La premessa del ministro Tommaso Padoa Schioppa denuncia i limiti dell’ideologia della Banca d’Italia, puro equilibrismo senza la saggezza di Ciampi (e di Fazio). Con bugie evidenti: “Il peso (del fisco) sul contribuente leale non è aumentato”, mentre tutti abbiamo pagato fra mille e duemila euro l’anno più. O: “Le risorse finanziarie per alcune infrastrutture chiave sono state ricostituite”, mentre invece sono state ridotte o addirittura cancellate, dalla Salerno-Rc alla variante di valico Firenze-Bologna, al passante di Mestre, e naturalmente al traforo alpino della Tav e al Ponte di Messina.”Nel 2008 l’economia rallenta ma i conti tengono e migliorano”, mentre le tabelle della stessa Relazione mostrano che non ci sono margini per ulteriori incrementi fiscali, destinati anzi a essere assorbiti dalle spese già approvate. E che il deficit anzi è già sul 2,6-2,8 per cento del pil, insomma è al fatidico tre per cento del Patto di stabilità europeo: si sa già che l’avanzo a dicembre è inferiore di tre miliardi rispetto ai 15 che la Trimestrale registra, per effetto del caro euro che rende più oneroso il debito, e in questo primo trimestre è per lo stesso motivo inferiore di quattro e forse cinque miliardi.
Sul primo punto la stessa Relazione smentisce il ministro: “Il carico fiscale su chi adempie in pieno al dovere di contribuente è anormalmente alto”. Gli aumenti delle entrate fiscali sono imputati in tabella alle imposte dirette e agli oneri sociali. Dell’aumento del gettito erariale nel 2007, stimato in 27,2 miliardi, meno di un quinto, 5,3 miliardi, viene imputato alle misure antievasione\elusione. E ancora, di questa quota è da sapere quanta sarà incassata veramente: il miglioramento è “prima dell’eliminazione dell’anticipo dei concessionari della riscossione”. I casi di Roma, dove le ondate di “cartelle pazze” si susseguono, da un milione di cartelle a ondata, fanno presupporre un sicuro flop.
Eredità gravosa
Al nuovo governo Padoa Schioppa lascia allegro un compito gravosissimo: ridurre nei tre anni 2009-2011 di mezzo punto del pil all’anno la spesa ordinaria, venti miliardi nei tre anni, per appianare il bilancio. E di ben un punto di pil l’anno, 40 miliardi nei tre anni, se si vuole cominciare a sgravare il reddito fisso e le imprese degli insostenibili oneri fiscali e parafiscali. “Nel complesso, la politica di bilancio dovrà recuperare risorse nel trienni 2009-2011 per un ammontare che si situa tra i 20 e i 30 miliardi”. Al netto dell’eventuale finanziamento di sgravi fiscali. Il “risanamento” che Padoa Schioppa vanta lascia insomma un’eredità ben gravosa.
Più in generale, Prodi ha preso l’Italia in una situazione di forte espansione nel 2006, e la lascia ferma quest’anno. Il pil è cresciuto del’1,8 per cento nel 2006, ma solo dell’1,5, invece del 2 previsto, nel 2007. E quest’anno sarà a zero o meno di zero. Per effetto, dice la Relazione, della crisi finanziaria e della recessione Usa. Ma nel 2007 gli Usa sono cresciuti del 2,2 per cento, e quest’anno di altrettanto crescerà la Germania, con la quale l’economia italiana è simbiotica - mentre la recessione Usa deve ancora manifestarsi, nel 2008 la crescita vi sarà dell’1,3-1,5 per cento. Le esportazioni, che nel 2006 crebbero del 6,2 per cento, quest’anno dimezzeranno la crescita. Il costo del lavoro ha avuto nel 2009 il più basso incremento in un decennio. Gli investimenti fissi lordi, cresciuti del 2,9 per cento del pil nel 2006, nel 2007 sono aumentati di poco più di un punto e quest’anno, forse, di poco più di mezzo punto. Gli impegni di spesa e i pagamenti sono caduti del 40-45 per cento fra il 2005 e il 2006.
La spesa corrente invece è aumentata del 3,4 per cento nel biennio 2006-2007. Quasi il doppio degli aumenti salariali. Ma senza gli incrementi salariali dovuti ai dipendenti pubblici: molti contratti “sono da finalizzare nel 2008, anno in cui si prevede quindi un netto aumento” della spesa... Altri oneri in arrivo sono gli artificiosi rinvii contabili di alcune spese sociali (il bonus per gli incaponenti, le assunzioni differite di duecentomila precari, etc.).
I borghesi del Pd sono più borghesi
Montezemolo col doppiopetto e la magrezza, Marchionne col pullover, Della Valle con gli scamosciati, Casini col sape e pepe, e perfino gli ex giovani Marzotto di un famoso saggio di Sergio Bologna, che quarant’anni fa aspettavano le operaie all’uscita per prenderle in Ferrari: è una gara tra i big della borghesia, tutti democratici, a dare lezioni di stile a Berlusconi. Quello straccione miliardario. È normale, la borghesia è normativa (totalitaria?), e quindi magisteriale: è il suo proprio dare agli altri lezioni di buona educazione, agli altri borghesi – c’è per questo qualcosa di marcio in Proust, o delle vecchie zie, ed era il bello della classe operaia, che non era tenuta a subirle. Ma fa senso che a Maestro di buone maniere si elevi Veltroni, la cui campagna elettorale è fare le pulci al Berlusconi del giorno prima: un giorno Ciarrapico, il giorno dopo la Bella Precaria, il giorno successivo il Libano, e il quarto giorno la sua Bella Sfigata, che vuole sia Sharon Stone mentre sembra casalinga. E magari ha dei consulenti pagati che non gli fanno notare che così fa campagna per Berlusconi. O pensa che gli italiani votano contro Berlusconi. Gli italiani per bene, s’intende. Perfino la Bella Precaria è più furba – non per nulla è di ottima famiglia, Veltroni ne è solo un affittuario.
La Fortuna va pilotata, come la Formula Uno
Come Moggi azzeccava i guardialinee, così l’Uefa ha azzeccato gli accoppiamenti in Champions League. In modo che la finale sia tra il Barcellona e il Chelsea, o la vincente di Arsenal-Liverpool. Non c’era altra alternativa e quindi è stato facile per gli ignoti scommettitori azzeccarli a loro volta. Si dirà: ma non è tutto sorteggiato? Certo, siamo svizzeri. Solo che, nessun antico l’avrà detto, ma è ben noto che la Fortuna e come la Formula Uno, va pilotata.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
Il Barcellona e la Spagna da un paio d'anni non si divertono più, mentre Liverpool e Manchester hanno avuto tante soddisfazioni – l’Arsenal è giovane, si rifarà. La Roma non conta perché l’Italia ha già avuto troppo, anche se solo per merito del Milan. E poi la Spagna in finale è il Sud America alla tv. La Svizzera, insomma, non è Moggi: è anzi la Giustizia, avveduta, corretta, provvida, anche se non è uguale per tutti – che c’entra la giustizia uguale per tutti? è un sofisma.
venerdì 14 marzo 2008
Il mondo com'è (7)
astolfo
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Antiamericanismo – Era fascista all’origine, nazionalista, reazionario. È passato a sinistra con la Guerra Fredda. Finita l’Urss, resta a sinistra, e anche a destra, a coprire il vuoto.
È europeo e latinoamericano. È quindi pregno d’invidia: in nessun’altra parte del mondo si desidera così tanto “emigrare” negli Usa, identificarvisi.
Un giovane nero e una donna che si contendono la presidenza - poiché la presidenza andrà ai Democratici. Due Democratici. Ce ne sarebbe abbastanza per ogni tipo di sinistra per suscitare entusiasmo, e pure invidia. Non per le arcigne sinistre in Italia, che fanno il tifo per i kamikaze e, sotto sotto, per Osama. E più tra i cattolici e i fascisti. Si dovrebbe dedurne a contrariis che quella americana è una vera democrazia.
Non si dà altro criterio in materia di antiamericanismo. In Iraq non furono criticati i bombardamenti, anzi la guerra lampo suscitò curiosità e apprezzamento. I kamikaze invece, benché fondamentalisti islamici, e perfino sunniti anti-sciiti, sono eretti a guerriglieri, partigiani di non si sa quale Resistenza, fronte di libertà. La Resistenza è un fronte di libertà, ma il paradigma della Resistenza si è attorcigliato in Italia fino a significare il contrario, un impegno assolutistico e dittatoriale.
Arabi (la guerra civile degli -) - Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Sono anzi oggi ben caratterizzati: cos’è “arabo”? Il petrolio, carissimo e sporco. La donna velata, muta, ignorante. Il terrorista, tagliagole, killer di indifesi, sugli aerei, a Fiumicino, alle Torri Gemelle, a Atocha, a Londra, prima di essere kamikaze, fanatizzato o prezzolato. L’immigrato spacciatore e stupratore, prima del “rumeno”. Il groom senza nome, “mohammed”, delle prime vacanze italiane a buon mercato, in Tunisia, Marocco, Mar Rosso, nell’esotico di cui non si sa il nome. Insomma, tutta o quasi la nostra realtà. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che l'attualità fa valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come. Almeno duecentomila morti si sono contati in Algeria nei dodici anni di guerra civile 1992-2004 contro l'islam radicale.
Cifre analoghe si registrano in Iraq a cinque anni dalla guerra imposta da Bush. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate su rilevazioni rapsodiche, e tuttavia non contestate. Ai morti degli attentati registrati dal governo legale bisogna in ogni caso aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate, per una cifra media di morti non inferiore al centinaio al giorno. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbolah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni e di assassinii. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Malgrado tutto, il fondamentalismo nella sua accezione terrorista è nemico sopratutto degli arabi, così è risentito. La gente osannante che nelle piazze brucia soldati amerivani in effigie è sempre esigua, sospettata, e referente di organizzazioni palestinesi o iraniane. Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Guantanamo – La tentazione di rinchiudere i nemici di guerra in condizioni di durezza e senza salvaguardie, escludendo anche la Croce rossa, è vecchia in America, ben prima di Osama e Saddam. Il morgentavismo era questo, la dottrina di Henry Morgenthau, il ministro del tesoro Usa nella seconda guerra mondiale: internare in massa i capi nazisti e liquidare i “criminali di guerra” elencati in una lista. Ezra Pound fu uno degli internati, in una gabbia all’aperto a Pisa. È la procedura di guerra ai pellirosse.
Media – Sono la verità perché la fanno. Nel linguaggio soprattutto, e nella moda, la politica, buona parte dell’economia, la giustizia. Ma una verità che si vuole falsa: supponente, stonata, calcolatrice, scopertamente basata sul gioco delle influenze, più spesso di un semplice padrone. È la verità della pubblicità. Non devastante forse, ma demoralizzante: nulla a che vedere naturalmente con la democrazia, che vuole verità e lealtà, se questa è l'opinione pubblica, allora l'opinione pubblica non è più democratica. Lo svolgimento del compito è anche scomposto, per la ovvia cattiva coscienza: nessuno è mai morto per il capitalismo, per i soldi solo si diventa puttane, astiose.
Questi media fanno anche a gara a rendere obsoleti gli apocalittici, che al confronto della realtà sembrano angioletti, con la distruzione che giornalmente viene operata, dalla volgarità, la banalità, la violenza, di linguaggio, di gesti, dei “diritti”, la vera, vuota stupidità. Adorno e Benjamin, che temevano di averne detto troppo male, resterebbero senza parole. Altro che la Bomba e il buco dell’ozono, le moderne democrazie dell’irrilevanza sono devastanti. È così che finisce una umanità, a meno di un prossimo Medio Evo.
Occidente – È il Nord.
Eccetto che in America: il West, dice Borgese, è un po’ Mezzogiorno e un po’ Oriente.
Olocausto – Se ne legge sempre con interesse la letteratura, malgrado l’orrore, e benché sia necessariamente ripetitiva. È ricostituente. Ha l’effetto di sollevare dalla beghe e i soprusi di ogni giorno, affettivi, di lavoro, fiscali, perfino di mafia, e delle mafie politiche.
Resta sempre l’orrore, certo secondario, di vedere come venga sfruttato a fini di parte, più spesso politici o di carriera. Come l’Aids in Africa, o la “fame”. Ma quello è l’orrore della bontà, dello sfruttamento della bontà..
11 settembre - Fa epoca perché è una guerra vinta in un’ora. Contro la maggiore potenza mondiale. Senza missili né atomiche. Con perdite minime: Osama è imprendibile, gli Usa si sono imbarcati nella guerra a mezzo mondo senza effetto. Con spese da capogiro, con perdite enormi in uomini e materiali, senza effetto. Il bilancio militare americano è quest’anno di 500 miliardi di dollari, più 200 miliardi per l’Iraq e l’Afghanista, il doppio che nella Guerra Fredda.
È un esempio di guerriglia elevata a guerra per la sola potenza dell’idea: armare i kamikaze di aerei. L’arte militare la dirà la guerra perfetta.
È Davide contro Golia. È, a suo modo, un esercizio terribile di libertà.
astolfo@gmail.com
mercoledì 12 marzo 2008
Le mani di Milano sul foot-ball
Questo si poteva leggere su Anti.it giovedì 27 settembre 2007
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
Mancini è per Moratti un servo di casa
Quando l’Inter vince e quando perde sempre si discute di Mancini. Che di quella squadra, di trentasei nazionali di tutto il mondo, è in fondo solo l’allenatore. Mancini, l’uomo più pagato del calcio, più di Totti per dire, o di chi fa venti e trenta gol a campionato, viene detto sempre sul punto di essere licenziato: o perché non vince, o perché il gioco non è bello, o perché, se vince sempre, non fa giocare questo e quello. Cattiveria dei giornalisti? Può darsi. Ma una ragione c’è, ed è che il suo patron Moratti lo considera, più o meno, un servo di casa. Ora che ha vinto, dice: “Non dubitavo che Mancini avrebbe raddrizzato le cose”. Quando alternativamente gli chiedono se lo manderà via per prendere Mourinho, non rifiuta la domanda, ma risponde: “Ha un contratto con noi, intendiamo rispettarlo”. Mai un segno di stima, se non di amicizia. Né di rispetto professionale. L’Inter è il feudo del “giovane” Moratti, che ancora non ha scoperto che la storia ha girato millennio. Il suo superpagato Mancini non è il dio del calcio italiano, ma s’immagina ogni mattina come un qualsiasi vassallo, col ciuffo ribelle e le ottime camicie bianche, prono a ricevere interdetto i voleri del feudatario, in una Milano ignota e un po’ ostile.
Ciò avveniva dopo che l'Inter aveva perso una Supercoppa con la Roma, che non lpaveva neanche festeggiata. Questo si può aggiungere, copo che Mancini in tv ha lanciato il suo uppercut alla società, la squadra, la città, i tifosi:
Tutto ciò è ben Milano. Epitomizza l’Italia milanese di questi anni, molta boria e poco ingegno. Non si discute di un club che ha rovinato e scartato un’ottima nazionale: Toldo, Pasquale, Grosso, Cannavaro, Materazzi, Pirlo, Cristiano Zanetti, Morfeo, Semioli, Vieri, Corradi, allenatore Lippi. Di un bilancio ignoto, anche se benedetto dalla nobile Procura milanese, che si presume pagato di tasca propria dal patron. Del quale si sapeva in anticipo anche che sarebbe stato assolto dal collocamento bidone in Borsa della sua Saras due anni e mezzo fa - la Procura partenopea di Milano sa chi perseguire (anche questo di poteva leggere su Anti.it, il 27 settembre). Né si discute del commercio dei calciatori estero su estero, meglio se cari, le provvigioni sono più alte. In passato questa è stata una delle vie per lasciare soldi all’estero, una quota delle provvigioni ai procuratori. Si sono comprati giocatori in serie ovunque nel mondo, mai utilizzati. Ci fu chi comprò intere squadre di calcio, in Francia, Spagna, Grecia, per meglio ampliare la riserva. Questo non è naturalmente il caso dell’Inter, né di Moratti. Anche gli arbitraggi a favore e, quest’anno, quelli dichiaratamente contro, notevolissima novità nella pur variegata panoplia della corruzione italiana, non sono stati fatti, come tutti sanno, per favorire l’Inter. Che solo deve vincere in Italia, poiché fuori le perde tutte. E Mancini in fondo chi è? Uno che ha vinto le coppe e le supercoppe che nessuno vuole, e un campionato da cui i compari avevano provveduto a estromettere la Juventus, il Milan, la Fiorentina, e i banchieri la Roma.
In fondo sono solo partite di calcio. Di solido ci sono i 250 milioni di euro di finanziamenti pubblici che ingrassano, nella Sardegna del virtuoso Soru, la Saras. Che può così fare tanti profitti da pagarsi, a Milano, l’Inter. Con la quale scardinare il foot-ball, l’unica cosa che ancora non era milanese, non tutta.
sabato 1 marzo 2008
Visco? Lavora per Berlusconi
Visco in tedesco si legge fisco, ma non è un lasciapassare per occultare la verità. Aspettando l’ex Trimestrale di cassa di settembre 2007, che il Tesoro sta alacremente elaborando per limitare i danni, l’ex ministro dell’Economia, che in questo governo ha preso la maschera di Padoa Schioppa, continua ad attribuire l’accresciuta pressione fiscale alla lotta all’evasione. Che è una bestemmia, se rifacesse l’esame di Scienza delle finanze non lo passerebbe: la lotta all'evsione non è ricoprire di tasse chi già le paga. Ma ancora più triste è che glielo si lasci dire: i giornali, gli economisti dei giornali, Prodi, il presunto Padoa Schioppa, il partito Democratico. Lavorano tutti per Berlusconi? In compenso si fanno paginate e comizi sulla famiglia che la quarta settimana del mese deve lasciare la macchina ferma. Perché, chi la obbliga? Il problema di questa sinistra è che non si sa chi è più in malafede.
La verità inconfessabile del tesoretto
Dopo essere aumentata del 2,1 per cento nel 2006 rispetto al pil, la pressione fiscale è cresciuta ancora dello 0,6 per cento nel 2007 (dato di fine settembre). È tutta qui la verità del “tesoretto”, un punto percentuale di pil equivale a 15 miliardi. L’Istat ha ribassato notevolmente venerdì la stima di due mesi fa sulla pressione fiscale in rapporto al pil a settembre 2007, dal 43,7 al 43,3 per cento, forse non per effetto delle elezioni. Ma anche lo 0,6 pe cento è, a questi livelli, un incremento notevole.
L’Istat misericordioso non spiega come. Ma è facile accertarlo: l’incremento è dovuto tutto a chi già pagava le tasse, non c’è alcun allargamento della base imponibile. Una buona metà deriva dallo stillicidio di aumenti di bolli, diritti, tariffe, accise. L’altra metà si può imputare ad allargamento della base imponibile solo con la malafede. Nel primo anno l’aumento delle entrate Irpef è stato infatti ottenuto minacciando i lavoratori autonomi con incrementi abnormi degli studi di settore. Nel secondo minacciando i professionisti e le partite Iva con applicazioni abnormi dei parametri, che insieme all’Irpef implicano anche molta più Iva. Il meccanismo poi si conosce: fisco e commercialisti si accordano su un qualche patteggiamento, per evitare le maggiori spese del ricorso, e il miracolo di Visco è tutto qua. Non è diversa la richiesta del pizzo nelle aree mafiose.
L’Istat misericordioso non spiega come. Ma è facile accertarlo: l’incremento è dovuto tutto a chi già pagava le tasse, non c’è alcun allargamento della base imponibile. Una buona metà deriva dallo stillicidio di aumenti di bolli, diritti, tariffe, accise. L’altra metà si può imputare ad allargamento della base imponibile solo con la malafede. Nel primo anno l’aumento delle entrate Irpef è stato infatti ottenuto minacciando i lavoratori autonomi con incrementi abnormi degli studi di settore. Nel secondo minacciando i professionisti e le partite Iva con applicazioni abnormi dei parametri, che insieme all’Irpef implicano anche molta più Iva. Il meccanismo poi si conosce: fisco e commercialisti si accordano su un qualche patteggiamento, per evitare le maggiori spese del ricorso, e il miracolo di Visco è tutto qua. Non è diversa la richiesta del pizzo nelle aree mafiose.
La guerra civile degli arabi
astolfo
Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che ultimamente si fanno valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come.
Cifre analoghe si registrano in Iraq. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra con gli Usa e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate sul calcolo largamente condiviso di 500 morti in media ogni giorno. A quelli degli attentati registrati dal governo legale bisogna aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
In realtà non si sa quanti sono i morti effettivi in Algeria, come in Iraq: non si possono contare. Ma la cifra in sé è indifferente, che in Algeria cioè siano stati seicentomila o sessantamila - sono sempre troppi. Ciò che contava, e conta, è che la cifra non si può sapere: non c’è il senso della storia, o della verità della storia, nell’islam. Non comunque a fronte degli odi tribali e confessionali: non c’è il senso della guerra da evitare per motivi tribali o confessionali.
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbollah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni crescenti. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. E non si pone limiti. In Algeria ci sono stati almeno duecentomila morti nei dodici anni di guerra civile 1992-2004. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
Una storia, ancorché breve, presuppone delle peculiarità, di qualsiasi soggetto o fenomeno, e gli arabi non si sottraggono. Ma le peculiarità della storia politica degli arabi non sono quelle che ultimamente si fanno valere. Eccone alcune.
Vendetta
Nella guerra per l’indipendenza algerina, fra il 1954 e il 1960-62, si sono contati sei-settecentomila morti. I morti francesi sono stati 35 mila: 28.500 militari, 2.800 civili uccisi e 3.150 scomparsi dopo il cessate il fuoco. Degli oltre seicentomila morti algerini, 141 mila risultano combattenti del fronte di liberazione, più trentamila civili morti o dispersi per effetto della guerra. Gli altri quattro-cinquecentomila morti sono vittime delle vendette dopo il cessate il fuoco il 19 marzo 1962, e fino alla costituzione del nuovo Stato indipendente a fine anno, in Algeria e altrove, in Marocco, in Tunisia, in Francia: algerini dell’esercito francese, con i loro familiari, concorrenti del Fln, berberi. In città e nelle campagne isolate, dove forse la vendetta fu più feroce.
“Yasmina Khadra”, pseudonimo del colonnello Moulessehoul, il giallista che è stato colonnello dell’esercito algerino, lo spiega in “La parte del morto”: “Appena i soldati francesi ebbero cominciato a evacuare il paese, le violenze sono ricominciate ancora più feroci. Intere famiglie venivano braccate giorno e notte dai sedicenti liberatori. I fellaga erano scatenati, davano alle fiamme le case e i campi degli sconfitti, le esecuzioni sommarie si trasformarono in stragi inaudite”. La notte tra il 12 e il 13 agosto 1962, alla fine del Ramadhan, molti algerini furono mutilati e trascinati per i villaggi prima di essere decapitati. E in alcune zone si ricorda ancora il fenomeno dei disparus, intere famiglie scomparse di notte. Ma senza che nessuno, ancora quarant’anni dopo la fine della guerra, sappia o si chieda come.
Cifre analoghe si registrano in Iraq. A perpetuazione di una serie di soprusi politici, che ha visto prima le vendette sugli uomini di Saddam, poi la riscossa dei vinti, e su tutti il terrorismo islamico, di Al Qaeda, dei salafiti, della Shura e di altri gruppi. I morti in Iraq da marzo 2003, dalla fine della breve guerra con gli Usa e dall’inizio dell’occupazione americana, sono fra mezzo milione e un milione. Si tratta di stime di vari organismi, l’università John Hopkins, l’Onu, la Croce Rossa, basate sul calcolo largamente condiviso di 500 morti in media ogni giorno. A quelli degli attentati registrati dal governo legale bisogna aggiungere una serie di vendette private, statistiscamente non rilevate. I morti americani delle truppe d’occupazione erano a settembre 3.500, e potrebbero ora avvicinarsi ai quattromila.
Tribalismo
In realtà non si sa quanti sono i morti effettivi in Algeria, come in Iraq: non si possono contare. Ma la cifra in sé è indifferente, che in Algeria cioè siano stati seicentomila o sessantamila - sono sempre troppi. Ciò che contava, e conta, è che la cifra non si può sapere: non c’è il senso della storia, o della verità della storia, nell’islam. Non comunque a fronte degli odi tribali e confessionali: non c’è il senso della guerra da evitare per motivi tribali o confessionali.
L’eccidio si è aggravato in Iraq per la persistente componente tribale, fortissima tra i sunniti. Anche se essi sono paradossalmente i gruppi egemoni nella parte urbanizzata del paese, attorno a Baghdad. L’Iraq è, insieme all’Afghanistan e alla penisola arabica, l’area ancora più fortemente tribalizzata del Medio oriente.
Sono fuori dalle vendette sistematiche in Iraq il Nord curdo, dove la famiglia Talebani “regna” dagli anni 1960. E il sud, che è in totalità sciita. Il centro del paese, a nord di Baghdad, è sunnita e tribale. E così pure l’Ovest, la provincia di Anbar, grande quasi come metà dell’Italia ma desertica e scarsamente popolata, alla frontiera con la Siria, la Giordania e l’Arabia Saudita, dove circa due milioni di abitanti possiedono venti milioni di armi, una cinquantina ogni maschio adulto, con i centri diventati famosi per gli attentati di Falluja, Haditha e la capitale Ramadi.
La pacificazione tentata dal generale Petraeus è in pratica una mediazione tribale: la tela continuamente ricostituita dei favori da pagare a questo quel gruppo tribale per ottenerne il sostegno, nel cosiddetto “triangolo della morte” a nord-est di Baghdad, e nell’Anbar.
Il fondamentalismo come questione morale
Il radicalismo islamico è una reviviscenza, all’interno di un processo di occidentalizzazione avviato negli anni Cinquanta con la decolonizzazione e il nasserismo in tutto il mondo arabo. Chi ha conosciuto Il Cairo fino agli anni Ottanta, o anche solo la Tunisia di Burghiba, confidenti, curiose, vivaci, fatica a riconoscerle nella realtà attuale. Per non dire di Beirut, per la cui rovina sono bastati gli intrighi del regime siriano. Ma chi conosce anche un poco la storia degli arabi sa che il grigiore e la tristezza attuali, se fanno tendenza, non faranno epoca.
Il radicalismo è periodico, altri casi di fondamentalismo islamico trasceso in terrorismo si registrano periodicamente nella storia araba. Su un fondo di crudeltà, per la persistenza dell’isolamento cupo del nomadismo e del deserto nella cultura metropolitana, o disadattamento. Il capo degli Hezbollah del Libano che si vanta di avere in casa teste e mani di soldati israeliani non è inventato dal Mossad. Il purismo islamico si associa alla crudeltà dal tempo del Vecchio della Montagna, nel Duecento, una storia mitica che è molto reale.
Il radicalismo islamico viene recepito come anticristiano. Non del tutto a torto, negli innumerevoli attentati in Pakistan, negli attentati isolati ma sempre più frequenti in Turchia, e nei casi del Libano, dell’Iraq, e prossimamente dell’Egitto. In Libano e Iraq le comunità eredi del cattolicesimo siriaco, anteriore all’islamizzazione, i maroniti e i caldei, sono oggetto di restrizioni crescenti. In Libano, dove avevano una posizione finanziaria dominante, i cristiani sono il bersaglio comune delle due potenze arabe che se ne contendono la leadership, la Siria e l’Arabia Saudita. In Egitto i copti, che pure sono una minoranza sostanziosa nelle città, e si ritengono i primi egiziani, si sentono sempre meno al sicuro nella nuova ondata islamica. Ma il radicalismo religioso è primariamente un fatto di politica interna, se si può presumere una politica interna al mondo arabo, che è frazionato e distinto.
L’islam radicale è nemico dei governi arabi che collaborano con Israele, e dei “governi corrotti”. E non si pone limiti. In Algeria ci sono stati almeno duecentomila morti nei dodici anni di guerra civile 1992-2004. È in superficie un movimento purista analogo a quelli in corso in tanti paesi occidentali, Italia in primo luogo, in cui la questione morale è agitata come clava politica. Ma nel gergo dei radicali dell’islam sono corrotti i regimi che non aiutano finanziariamente e logisticamente il terrorismo. Da qui le collusioni accertate dei servizi segreti pakistani, giordani, sauditi, con i talebani, i salafiti, i wahabiti, Al Qaeda, per comprare l’immunità. E quelle presumibili della Siria degli Assad e della Libia di Gheddafi, come già dell’Iraq di Saddam e degli Emirati del Golfo, anch’essi immuni al terrorismo. È una lotta alla corruzione che resta sempre terroristica, e di clan, di gruppi, perfino di mafie.
L’Occidente all’orizzonte
Il militantismo islamico attuale, compreso il khomeinismo, è stato promosso all’origine e poi aiutato dagli Stati Uniti nel quadro del contenimento anti-Urss. Ciò avveniva negli anni 1970-80, in Pakistan, in Afghanistan e nella stessa Algeria. Esso rientra tuttora, malgrado i talebani e l’11 settembre, nell’elenco dei buoni del dipartimento di Stato. E a sua volta non contesta, a una sommatoria, il ruolo sovrano degli Usa. Contesta l’integrazione del mondo arabo nel sistema occidentale. Ma in questo senso è più antieuropeo.
La storia degli arabi è sempre stata intrecciata con quella europea, dal tempo della Conquista. L’intreccio è stato culturale, politico, economico. Dal Duecento, dal tempo di Federico II, gli arabio e poi gli ottomani sono stati anche parte del concerto europeo, della diplomazia. Ma l’Europa, se non tutto l’Occidente, da tempo non è più all’orizzonte degli arabi, se non come partner economico, come sbocco del petrolio e della forza lavoro. Con poca stima, e nessun timore. Gli Stati Uniti al contrario, malgrado l’11 settembre, mantengono intatta l’aura di rispetto. È così dappertutto nel mondo globale, per la forza del mercato americano, che solo consente a tutti gli altri di arricchirsi, dagli Emirati alla Cina. Il mondo arabo, in più, riconosce e rispetta la forza.
La percezione che se ne ha in Italia e in Europa è ancora coloniale. O post-coloniale, che è la stessa cosa, lo schema sovietico dell’antimperialismo nella Guerra Fredda. Il mondo arabo invece, Osama compreso, cadute le comode barriere del non-allineamento e dell’antimperialismo, ha subito riconosciuto la forza dove si trova. Il rapporto non è facile, la modernizzazione non lo è: tra l’Europa e l’Asia, gli arabi sono sempre divisi tra l’occidentalizzazione e il deserto. Con casi accertati di schizofrenia anche clinica, per esempio negli anni 1970 dopo il primo boom del petrolio. Nel 1974 i fratelli propri del re saudita Abdullah, compreso il principe ereditario Sultan, da sempre ministro della Difesa e uomo forte, bivaccavano a Montecarlo con l’intento dichiarato di sbancare il casino con i rilanci. La tipica famiglia dell’establishment arabo, dall’Algeria all’Iraq, è quella di Osama: adolescente con fratelli, sorelle e cugini liberamente ai parties familiari e in discoteca, a Ginevra o Londra, fratelli che sono tuttora membri rispettati del gotha finanziario svizzero, un figlio di vent’anni che è stato già terrorista e vuole vivere a Londra con una moglie di cinquanta. O l’emiro del Qatar, che ha cacciato suo padre con un colpo di Stato, ha fondato Al Jazira, ha promosso un boom immobiliare, e lo vende frequentando le prime della Scala con una bellissima moglie. Ma la dissociazione non annebbia le scelte di fondo.
venerdì 29 febbraio 2008
Fine civiltà in Libano, tra Siria e Arabia
Il Parlamento si appresta a rinnovare le spese per i militari italiani “in missione di pace” che in Libano vuol dire terra bruciata per i cristiani. La diplomazia europea ha miseramente fallito nell’ultima enclave civile e cristiana del Medio Oriente. Anche la diplomazia italiana, che negli anni Ottanta aveva avuto un ruolo decisivo per salvare gli (ultimi) cristiani, ora è palesemente senza bussola. Mentre il paese è, altrettanto palesemente, nella morsa della Siria e dell’Arabia Saudita, che facendosi la guerra concorrono a eliminare i cristiani. L'Arabia, in veste di finanziatrice dello sviluppo, col "suo" premier Rafiq Hariri, poi asassinato dai siriani, ha scalzato molte posizioni economiche e finanziarie dei cristiani, e politiche dei siriani, ma ha tirato la Siria fuori dall’isolamento, consentendo la lunga presidenza del "cristiano di Damasco" Emile Lahoud, e aprendo a Damasco la porta degli Stati Uniti.
D’Alema ha presentato all'inizio, nell'affrettata conferenza di Roma, la missione italiana in Libano come una garanzia per i cristiani, più che per Israele – ufficialmente il contingente di pace ha funzione di cuscinetto tra gli Hezbolah libanesi e Israele. Ma in realtà la missione italiana non ha nessuna funzione – se non quella, utile chissà, di costituire una piccola rendita per chi riesce a far parte del contingente: una storia millenaria viene a finire nella violenza in Libano, e gli italiani faranno la figura dei difensori felloni.
Il Libano è un caso d’inversione delle coscienze, esemplare della confusione europea e italiana: si fa la faccia feroce agli islamici immigrati, di cui c’è un estremo bisogno, mentre si assiste in terra araba a ogni sorta di prevaricazione contro gli europei e gli occidentali, dal divieto di culto all’assassinio. L’appello è sempre più accorato alla polizia e alla faccia feroce, contro i poveri immigrati, mentre si è dimenticata la diplomazia, che caratterizza le popolazioni civili.
D’Alema ha presentato all'inizio, nell'affrettata conferenza di Roma, la missione italiana in Libano come una garanzia per i cristiani, più che per Israele – ufficialmente il contingente di pace ha funzione di cuscinetto tra gli Hezbolah libanesi e Israele. Ma in realtà la missione italiana non ha nessuna funzione – se non quella, utile chissà, di costituire una piccola rendita per chi riesce a far parte del contingente: una storia millenaria viene a finire nella violenza in Libano, e gli italiani faranno la figura dei difensori felloni.
Il Libano è un caso d’inversione delle coscienze, esemplare della confusione europea e italiana: si fa la faccia feroce agli islamici immigrati, di cui c’è un estremo bisogno, mentre si assiste in terra araba a ogni sorta di prevaricazione contro gli europei e gli occidentali, dal divieto di culto all’assassinio. L’appello è sempre più accorato alla polizia e alla faccia feroce, contro i poveri immigrati, mentre si è dimenticata la diplomazia, che caratterizza le popolazioni civili.
Scindersi e riunficarsi, per andare in tv
Baccini e Tabacci, usciti un mese fa dall’Udc di Casini, ci ritornano. Col furbo Pezzotta che, come tutti i sindacalisti, pensa che passando alla politica farà sfracelli. Tanto sommovimento, con accuse, litigi, e perfino cause per dividersi le sedie, sarà avvenuto solo per acquisire visibilità. Per andare in televisione. Chi aveva annusato il Grande Centro, dal solito Monti a Montezemolo e Mastella, si era per questo tirato indietro.
La piccola storia della Rosa Bianca e dell’Udc non ha altro significato, e definisce la qualità dei suoi protagonisti. Ma non si tratta solo di piccoli democristiani che cercano una giustificazione nel tribunale della vita: è tutta la politica infetta del male della visibilità, che risolve in passaggi alla tv. È uno dei tanti modi di dirsi inetta. In un racconto di Gogol’ qualcuno compiva un assassinio per uscire sul giornale. I politici italiani non sono a tanto, ma è come se – la caduta del governo potrebbe ben dirsi un assassinio.
La piccola storia della Rosa Bianca e dell’Udc non ha altro significato, e definisce la qualità dei suoi protagonisti. Ma non si tratta solo di piccoli democristiani che cercano una giustificazione nel tribunale della vita: è tutta la politica infetta del male della visibilità, che risolve in passaggi alla tv. È uno dei tanti modi di dirsi inetta. In un racconto di Gogol’ qualcuno compiva un assassinio per uscire sul giornale. I politici italiani non sono a tanto, ma è come se – la caduta del governo potrebbe ben dirsi un assassinio.
Dopo l'orrendo errore, a Gravina la protervia
Gravina non è una metropoli. E le masserie in Puglia hanno pozzi e cisterne. Tutti lo sanno, eccetto gli inquirenti. Gravina forse non merita un viaggio - certo non è in Romania, che è esotica e comporta la trasferta. Ma quando i bambini scompaiono dove vengono cercati? C’è un sospetto che è una realtà, che i due fratellini morti nell’abbandono in fondo alla cisterna non siano stati in realtà cercati, malgrado il clamore della loro scomparsa. Ma nessuno dice abbiamo sbagliato. Neppure col forse. I giudici protervi anzi dicono che è il padre che ce li ha sospinti.
I giudici, il prefetto, il questore non ne sanno palesemente nulla, ma non per questo hano perso il sonno: hanno un colpevole, e quindi non è vero che se ne sono fregati. Il padre è sicuramente colpevole, non ci sono le intercettazioni? anche se trascritte, editate, tagliate per le indiscrezioni. Il padre ha sospinto dunque i figli nella cisterna, ha spezzato loro le gambe perché non potessero uscirne. Correndo magari nelle pause dei lunghi interrogatori a tappare loro la bocca perché non gridassero…Tutto questo nel silenzio del Csm, del ministro dell’Interno, del governo. Sarebbe una vergogna in un paese che ne avesse.
I giudici, il prefetto, il questore non ne sanno palesemente nulla, ma non per questo hano perso il sonno: hanno un colpevole, e quindi non è vero che se ne sono fregati. Il padre è sicuramente colpevole, non ci sono le intercettazioni? anche se trascritte, editate, tagliate per le indiscrezioni. Il padre ha sospinto dunque i figli nella cisterna, ha spezzato loro le gambe perché non potessero uscirne. Correndo magari nelle pause dei lunghi interrogatori a tappare loro la bocca perché non gridassero…Tutto questo nel silenzio del Csm, del ministro dell’Interno, del governo. Sarebbe una vergogna in un paese che ne avesse.
sabato 23 febbraio 2008
La Persia oltre il komeinismo
L’enunciato è rimasto purtroppo nelle intenzioni. Il fascicolo di “Aspenia” contiene una ventina di saggi sui vari aspetti della politica, dell’economia e della difesa dell’Iran khomeinista, e soprattutto su cosa dovrebbe fare Bush. Una monografia che può risultare utile per gli sviluppi della questione nucleare, e del terrorismo nel Medio Oriente. Manca però ciò che il titolo promette e sarebbe stato più utile. E che è forse solo l’intuizione di Marta Dassù, che dirige la rivista e ne fa il tema del suo editoriale: dopo trent’anni di khomeinismo, un regime autoritario duro, molto più di quello dello scià, l’Iran è quello di sempre, pio, nazionalista, spregiatore delle tribù arabe che lo contornano, oligarchico, la vecchia Persia.
Approfondendo il tema si sarebbero potuto dire, per esempio, che la Persia si caratterizza per il carattere popolare della sua cultura, anche nelle espressioni moderne, benché soffocata dal sottogoverno – periodicamente in Iran si vota, ma la politica oligarchica è corruzione, raccomandazione, cooptazione. O che l’alterigia persiana ha oggi più di un fondamento, considerando che i vicini arabi hanno perduto le possibili virtù del tribalismo e ne accentuano le perversioni. Compresi gli emirati che giocano alla libertà d’informazione esibendo speakerine coi capelli nelle tv mozzateste: capitalizzano per adescare i modernisti progressisti euro-americani alle multiproprietà (“la natura nel Dubai”…) e a titoli spazzatura.
Sarebbe anche il tempo di fare un bilancio del khomeinismo. Che se tiene sempre saldo il controllo dell’Iran, lo ha però sicuramente penalizzato. Questo lo sanno non solo i fuoriusciti di TehrAngeles – l’Iran ha la più forte diaspora d’intellettuali e capitalisti fra tutti gli Stati contemporanei – ma anche i bazarì rimasti, i commercianti, e ogni altro imprenditore e lavoratore. Aveva più titoli per essere la Turchia di oggi, ancorato in qualche modo all’Europa, ma ha la metà del reddito turco, e gioca alla potenza sull’Afghanistan polveroso della droga e sui deserti della penisola arabica. Il frazionismo vi è debole e il bonapartismo estraneo, ma l’insoddisfazione è lo stesso forte.
Il khomeinismo è ancora minaccioso. L’antica cultura è politica, e quella degli ayatollah era aggiornata già trent’anni fa alle sottigliezze di Machiavelli e alla dottrina della forza di Lenin. Ma è in crisi, avendo fallito tutti i suoi presupposti, per primo la confessionalizzazione, e riuscito solo la politica di potenza un po’ folle dello scià. La Bomba era il piano dello scià, uno dei motivi per cui fu abbandonato dall’America di Carter: diventare la sesta, o quinta, o quarta potenza militare mondiale. Come fonte di energia l’Iran avrebbe riserve sterminate di gas nel Golfo, che evita di mettere in produzione. Ma non ha altra arma. Anche perché, bisogna dire, dal terrorismo islamico sono cospicuamente assenti gli ayatollah, come uomini, come dottrina, e come mezzi logistici.
Il potere è confessionale, caso unico al mondo. E l’antioccidentalismo è l’unico valore culturale che esprime. Che però non sa imporre, nemmeno proporre: la “Persia dietro l’Iran” non lo riconosce, non ci crede. È peraltro più antieuropeo che antiamericano: l’inglese degli ayatollah è americano, dell’America l’Iran riconosce la potenza. È uno dei regimi più sanguinari al mondo, poiché condanna a morte ogni anno 5-600 persone, anche oppositori politici, donne e bambini, e le esecuzioni esibisce in tv. Anche questo la “Persia dietro l’Iran” risente con astio, come una vergogna imposta .
“La crisi dell’islam” di Bernard Lewis è stato pubblicato nel 2003, cioè nel dopo 11 Settembre, ma viene da lontano, dall’avvento di Khomeini, e resta incontestato. Il khomeinismo fa la prova del nove della crisi dell’islam: se è l’islam al governo, allora è il fallimento dell’islam.
La Persia dietro l’Iran, “Aspenia” 1\2008, pp. 277 € 12
Approfondendo il tema si sarebbero potuto dire, per esempio, che la Persia si caratterizza per il carattere popolare della sua cultura, anche nelle espressioni moderne, benché soffocata dal sottogoverno – periodicamente in Iran si vota, ma la politica oligarchica è corruzione, raccomandazione, cooptazione. O che l’alterigia persiana ha oggi più di un fondamento, considerando che i vicini arabi hanno perduto le possibili virtù del tribalismo e ne accentuano le perversioni. Compresi gli emirati che giocano alla libertà d’informazione esibendo speakerine coi capelli nelle tv mozzateste: capitalizzano per adescare i modernisti progressisti euro-americani alle multiproprietà (“la natura nel Dubai”…) e a titoli spazzatura.
Sarebbe anche il tempo di fare un bilancio del khomeinismo. Che se tiene sempre saldo il controllo dell’Iran, lo ha però sicuramente penalizzato. Questo lo sanno non solo i fuoriusciti di TehrAngeles – l’Iran ha la più forte diaspora d’intellettuali e capitalisti fra tutti gli Stati contemporanei – ma anche i bazarì rimasti, i commercianti, e ogni altro imprenditore e lavoratore. Aveva più titoli per essere la Turchia di oggi, ancorato in qualche modo all’Europa, ma ha la metà del reddito turco, e gioca alla potenza sull’Afghanistan polveroso della droga e sui deserti della penisola arabica. Il frazionismo vi è debole e il bonapartismo estraneo, ma l’insoddisfazione è lo stesso forte.
Il khomeinismo è ancora minaccioso. L’antica cultura è politica, e quella degli ayatollah era aggiornata già trent’anni fa alle sottigliezze di Machiavelli e alla dottrina della forza di Lenin. Ma è in crisi, avendo fallito tutti i suoi presupposti, per primo la confessionalizzazione, e riuscito solo la politica di potenza un po’ folle dello scià. La Bomba era il piano dello scià, uno dei motivi per cui fu abbandonato dall’America di Carter: diventare la sesta, o quinta, o quarta potenza militare mondiale. Come fonte di energia l’Iran avrebbe riserve sterminate di gas nel Golfo, che evita di mettere in produzione. Ma non ha altra arma. Anche perché, bisogna dire, dal terrorismo islamico sono cospicuamente assenti gli ayatollah, come uomini, come dottrina, e come mezzi logistici.
Il potere è confessionale, caso unico al mondo. E l’antioccidentalismo è l’unico valore culturale che esprime. Che però non sa imporre, nemmeno proporre: la “Persia dietro l’Iran” non lo riconosce, non ci crede. È peraltro più antieuropeo che antiamericano: l’inglese degli ayatollah è americano, dell’America l’Iran riconosce la potenza. È uno dei regimi più sanguinari al mondo, poiché condanna a morte ogni anno 5-600 persone, anche oppositori politici, donne e bambini, e le esecuzioni esibisce in tv. Anche questo la “Persia dietro l’Iran” risente con astio, come una vergogna imposta .
“La crisi dell’islam” di Bernard Lewis è stato pubblicato nel 2003, cioè nel dopo 11 Settembre, ma viene da lontano, dall’avvento di Khomeini, e resta incontestato. Il khomeinismo fa la prova del nove della crisi dell’islam: se è l’islam al governo, allora è il fallimento dell’islam.
La Persia dietro l’Iran, “Aspenia” 1\2008, pp. 277 € 12
Risparmiateci le mogli, ancorché vedove
C’erano i figli, di Segni, La Malfa, Fanfani, D’Alema, Cossiga, Craxi, Bossi. E i fratelli, di Pecoraro Scanio. Ora ci sono, a sinistra, le mogli, di Bassolino, di Fassino. Meglio se vedove: di Calipari, D’Antona, Tarantelli. E le sorelle, Borsellino, Falcone, che tra l’altro hanno tradito il solido conservatorismo dei fratelli morti. Che la sinistra continua a voler cavalcare: per un gesto virtuoso, quello di Mastella, che rinuncia a candidare la moglie, ecco Pannella, che vuole al Parlamento le vedove di Welby e Coscioni. Sembrano gesti cavallereschi, e invece sono maschilisti: le vedove e le sorelle dovrebbero rifiutarsi a queste strumentalizzazioni. Sono anche indice di un familismo e un mortuarismo che stridono con la sinistra.
L'imposta del sale?
Ci fanno pagare il parcheggio in strada, poco meno del parcheggio privato. Incamerano quest’anno il saldo dell’addizionale Irpef dell’anno scorso e un anticipo di quella del 2008. Impongono la revisione onerosa dei coefficienti castatali, della prima casa inclusa, per moltiplicare l’Ici, e sui nuovi coefficienti si accordano per chiedere cinque anni di arretrati. Le trovate si moltiplicano ogni mese, e la lista dei Comuni sanguisuga prende la metà dei Comuni italiani, i Comuni compagni.
Il federalismo fiscale ha avuto un’accelerazione catastrofica: i vecchi balzelli si gonfiano, nuovi se ne inventano. Alla radice dell’indisponibilità del reddito, e comunque della scarsa propensione a spendere che affligge l’Italia da un quindicennio, della paura, c’è il Comune. Alla radice anche dell'inflazione, più della benzina, essendo spesa irrinunciabile. A partire dall’Ici, l’infausta patrimoniale sulla casa, introdotta surrettiziamente nel 1992 per difendere l’Italia dai raid del pirata Soros, nume di questa sinistra. False tariffe, che invece sono imposte. E sarebbero false anche come imposte di scopo. Ci sono imposte locali sulla luce e il gas, e perfino sul bollo di circolazione. Non fisse ma percentuali, e quindi in ascesa col carovita. L’acqua del rubinetto costa a metro cubo più della benzina, la quale costa moltissimo. La Tarsu sulla seconda casa, che sia abitata almeno due mesi l’anno, cosa quattro euro a sacchetto.
Napoli vuole un ingresso per entrare ai “giardini storici”. Anche Caserta per il parco della Reggia. Sulle Alpi s’introducono dei ticket per i posti panoramici. La fantasia fiscale non manca. A Milano si paga per entrare in città, e questa è una novità assoluta, anche perché quel Comune è di destra. A meno che non sia un’anticipazione delle Larghe Intese. Nel qual caso si potrebbe qualificare la misura quale effettivamente è, un dazio. Estendibile, anche se è un ritorno all’antico, alle derrate alimentare, al vino, allo zucchero, e al sale che tanta storia d’Italia ha fatto.
Il federalismo fiscale ha avuto un’accelerazione catastrofica: i vecchi balzelli si gonfiano, nuovi se ne inventano. Alla radice dell’indisponibilità del reddito, e comunque della scarsa propensione a spendere che affligge l’Italia da un quindicennio, della paura, c’è il Comune. Alla radice anche dell'inflazione, più della benzina, essendo spesa irrinunciabile. A partire dall’Ici, l’infausta patrimoniale sulla casa, introdotta surrettiziamente nel 1992 per difendere l’Italia dai raid del pirata Soros, nume di questa sinistra. False tariffe, che invece sono imposte. E sarebbero false anche come imposte di scopo. Ci sono imposte locali sulla luce e il gas, e perfino sul bollo di circolazione. Non fisse ma percentuali, e quindi in ascesa col carovita. L’acqua del rubinetto costa a metro cubo più della benzina, la quale costa moltissimo. La Tarsu sulla seconda casa, che sia abitata almeno due mesi l’anno, cosa quattro euro a sacchetto.
Napoli vuole un ingresso per entrare ai “giardini storici”. Anche Caserta per il parco della Reggia. Sulle Alpi s’introducono dei ticket per i posti panoramici. La fantasia fiscale non manca. A Milano si paga per entrare in città, e questa è una novità assoluta, anche perché quel Comune è di destra. A meno che non sia un’anticipazione delle Larghe Intese. Nel qual caso si potrebbe qualificare la misura quale effettivamente è, un dazio. Estendibile, anche se è un ritorno all’antico, alle derrate alimentare, al vino, allo zucchero, e al sale che tanta storia d’Italia ha fatto.
I paradossi della sanità
La sanità è la grande malata in Italia – non solo in Calabria, bisogna dire. Spende un’enormità, i soldi non bastano mai, ogni anno le Regioni sono alla rincorsa del pareggio, e costringono il governo a nuove “manovre”, cioè a nuove tasse. Ma molti segreti di questa scostumatezza sono evidenti, se ci fosse una Corte dei conti in Italia – ce n’è una, ma solo di nome -, o dei semplici tribunali, troppe cose sarebbero da chiedere. Alcuni esempi.
Perché un ricovero in un ospedale privato costa la metà che in quello pubblico? Per esempio
a Roma in quelli del papa famigerato, che offrono pure prestazioni d’eccellenza, il Bambin Gesù o il Policlinico Gemelli? E non si parla di pochi soldi: un ricovero, la sola pensione senza farmaci ne chirurgia, peraltro in stanze da quattro-sei persone, va sui cinquecento euro al giorno.
Perché le tariffe delle analisi di cui in Italia si sovrabbonda, i ticket, sono così remunerativi che
un vero e proprio ramo d’industria è sorto in vent’anni per sfruttarlo, di ambulatori di sole analisi, pieni di signorine e di dottori, senza code, senza sporcizia? Mentre negli ospedali gli stessi ticket non bastano a pagare i costi base, anche con un solo sportello dalle file interminabili, e senza mai fare le pulizie?
Perché nella sanità in genere si guadagna tanto che gli ambienti sono sempre puliti e ristrutturati, le attrezzature aggiornate, il personale riqualificato, e nell’ospedale che sempre ha bisogno di manovre aggiuntive invece no, e ci vuole una legge speciale per pittare gli ingressi?
Dice: lo sappiamo tutti che nella sanità pubblica si ruba. E allora?
Perché un ricovero in un ospedale privato costa la metà che in quello pubblico? Per esempio
a Roma in quelli del papa famigerato, che offrono pure prestazioni d’eccellenza, il Bambin Gesù o il Policlinico Gemelli? E non si parla di pochi soldi: un ricovero, la sola pensione senza farmaci ne chirurgia, peraltro in stanze da quattro-sei persone, va sui cinquecento euro al giorno.
Perché le tariffe delle analisi di cui in Italia si sovrabbonda, i ticket, sono così remunerativi che
un vero e proprio ramo d’industria è sorto in vent’anni per sfruttarlo, di ambulatori di sole analisi, pieni di signorine e di dottori, senza code, senza sporcizia? Mentre negli ospedali gli stessi ticket non bastano a pagare i costi base, anche con un solo sportello dalle file interminabili, e senza mai fare le pulizie?
Perché nella sanità in genere si guadagna tanto che gli ambienti sono sempre puliti e ristrutturati, le attrezzature aggiornate, il personale riqualificato, e nell’ospedale che sempre ha bisogno di manovre aggiuntive invece no, e ci vuole una legge speciale per pittare gli ingressi?
Dice: lo sappiamo tutti che nella sanità pubblica si ruba. E allora?
Secondi pensieri (10)
zeulig
Ateo – Non è speculare al credente, ne sa di più. Si crede per fede, si è atei convinti.
Cambiamento – Più che ridere o piangere è il proprio dell’uomo: la curiosità più della passione.
Classico – È ciò che sconfigge il tempo, si dice. Anche Hitler dunque? O non è il senso comune? Ogni epoca ha i suoi classici: i classici cioè sono i segni del tempo, sua trasposizione.
Comunicazione – Latita straordinariamente nella molteplicità delle immagini e dei messaggi, così ampiamente diffusi tra le masse atra verso i tre canali: cellulare, computer, e tv, via etere, via satellite, via cavo, coi loro intrecci e le innumerevoli estensioni. L’information technology è nata con la connotazione del bisogno dell’inutile. Che si rivela forte e non debole quale appare. Mai marketing ha potuto essere così aggressivo, e il ciclo dell’obsolescenza-ricambio così breve, quasi mensile. Con costi di manutenzione in esclusiva che impongono la sostituzione. Con l’ausilio di Autorità di controllo del mercato che invece sono d’ausilio (assolvono e ripagano).
Nelle società ricche (mature) e nelle altre: s’impone un’economia che non è gestione della penuria ma moltiplicazione dei bisogni. In forma di sudditanza, per l’evoluzione tecnologica che consente un marketing spietato. C’è un monopolio dei consumi in quanto compulsione incontrollabile, lo shopping, anche se non giuridicamente rilevante. Che elimina la possibilità di capire e calcolare: la moltiplica dei modelli, delle tariffe e dei gadget riduce il potenziale logico.
Cristo - È un po’ vantone (“in verità, in verità vi dico”, “sono venuto a portare la guerra”, eccetera), nient’affatto modesto.
Decadenza - È triste, e irresistibile. Perché è un sentimento e non un fatto, è un meccanismo interno: una guerra di se stessi a se stessi. Un’aggressione esterna porta generalmente una reazione, o comunque una consolazione: in qualche modo ci si ritiene nel giusto. La tristezza, la depressione, l’Angst sono l’equivalente del tumore: è organismo interno che deperisce contagiosamente, he si rompe in qualche punto e reagisce aggredendo il resto di se stesso.
Forza – È degli stupidi soprattutto, e dei folli.
Gioco - È sempre perdente. Massimamente al casinò, al betting with no odds.
Si vince soltanto, ipoteticamente, contro gli altri: la Schadenfreude è l’altro aspetto del gioco.
Genitori – I figli devono loro molto. La tristezza tutta.
Libertà – La libertà è il suo stesso limite, il limite della libertà. Che va applicata anche a chi la combatte.
Male – È molto più dell’illegalità. È questo che fa il limite – o l’attrattiva – del giallo? La malvivenza (furto, violenza, corruzione) sarà u cinque per cento, un dieci, del male che ognuno incontra nella vita, a opera della natura, malattia compresa, nel lavoro, negli affetti, in se stessi.
A fronte del male l’illegalità, assassinio compreso, è quasi un sollievo.
A volte lo crea il bene, sotto le specie degli affetti, della buona azione. È in questo caso il più terribile. È imbattibile, pena l’annientamento.
Occidente – È la cultura della decadenza, il culto del passato, della rovina, della morte. Dappertutto altrove invecchia e muore la natura, ma non la cultura.
È l’effetto del movimento a freccia, che il bersaglio intermedio sia fallito o sia centrato: c’è impazienza per il passato, che si vendica. L’Occidente è un arciere in corsa affrettato, che si vendica: capisce poco.
Piacere – È il presente – l’uso, il gusto, del presente.
E' tema settecentesco, della libera intellettualità di corte. Della libertà cioè come l'aveva modellata Luigi XIV, applicata alle cose inutili.
Proust – Il libro è un mostruoso diario adolescenziale.
È l’ultimo lirico. È realista ma lirico: il ricordo è materia lirica – onirica, fantasmagorica, ma con impianto lirico.
Apprezzabile in quanto evita le fumisterie esoteriche del Fine Secolo e del suo mondo, Montesquiou, Laure de Chevigné, Anna de Noailles, la contessa di Greffhule, l’imperatrice Eugenia…
Va per tipi, o archetipi: la duchessa, il duca, il bambino, la zia, la cocotte, la gelosia… Che fanno la storia, ma senza immaginazione (scarti) e quindi senza residui: gli si dà ragione, senza soffrire, né appassionarsi.
È maestro della psicologia costruita. Della psicologia in quanto disciplina, medica, filosofica. Sistemica.
Della società che non è e non fa. Immune anche all’amicizia, come a ogni passione. Tenuta insieme dall’autostima, o disprezzo del mondo, fuori del quale pure non si sa vivere. Nelle forme, certo, dell’empressement (la Sorge) e della gentilezza, della buona educazione.
Il male che ha fatto all’amore con le fanciulle in fiore, che invece, se sono belle come ogni germoglio che cresce, sono realiste (calcolatrici, furbe, reticenti), come le trentenni, o quarantenni, anzi di più, è in realtà colpa di Kleist e gli altri folli tedeschi.
Rivoluzione - È solo occidentale. È il cristianesimo, il messianismo compiuto. La guerra di Cristo è il dovere del paradiso in terra.
Santi – Sono grandi distruttori, delle anime che poi salvano.
Usano il fermo immagine, si fissano in una posa: grandi semplificatori.
Scrivere - È vizio innocuo perché è arte immutabile. Non solo per l’alfabeto, anche per gli stilemi. Anche la grafica, e le modalità tecniche, sono sempre le stesse. Pensare non si fa più alla stessa maniera, scrivere sì: una minuta variazione della grammatica o della sintassi prende secoli. È peer questo rassicurante, e vizio diffuso malgrado le storie della letteratura.
Storia - È la natura degli uomini, benché incarnata – ma l’incarnazione è per gli uomini solo naturale.
Tradizione - È rivissuta liricamente e in questo tradisce l’ermeneutica, di cui pure è il pilastro. Può essere tragica, giocosa, icastica, neutra.
È sempre divisa, anche con asprezza. Il ritorno non unisce: si ritorna a un altro se stesso, s’irrobustisce quello in cui si crede, fondandolo, o circondandolo, con la tradizione.
È sempre esclusiva. Tanto più per essere personalizzata.
È coltivata, non è un atto di nascita anagrafico, è costruita.
Nella tradizione si è sempre estranei.
Viaggiare – Si viaggia sempre disordinatamente - è dopo che si stabilisce un piano, nei ricordi, nelle foto, nei libri di viaggio. Per un bisogno d’interruzione. Dei in esilio esistono, ma solo nello scanzonato Heine, il caro Henri: scappare è prerogativa dell’uomo. Condivisa coi gatti.
zeulig@gmail.com
Ateo – Non è speculare al credente, ne sa di più. Si crede per fede, si è atei convinti.
Cambiamento – Più che ridere o piangere è il proprio dell’uomo: la curiosità più della passione.
Classico – È ciò che sconfigge il tempo, si dice. Anche Hitler dunque? O non è il senso comune? Ogni epoca ha i suoi classici: i classici cioè sono i segni del tempo, sua trasposizione.
Comunicazione – Latita straordinariamente nella molteplicità delle immagini e dei messaggi, così ampiamente diffusi tra le masse atra verso i tre canali: cellulare, computer, e tv, via etere, via satellite, via cavo, coi loro intrecci e le innumerevoli estensioni. L’information technology è nata con la connotazione del bisogno dell’inutile. Che si rivela forte e non debole quale appare. Mai marketing ha potuto essere così aggressivo, e il ciclo dell’obsolescenza-ricambio così breve, quasi mensile. Con costi di manutenzione in esclusiva che impongono la sostituzione. Con l’ausilio di Autorità di controllo del mercato che invece sono d’ausilio (assolvono e ripagano).
Nelle società ricche (mature) e nelle altre: s’impone un’economia che non è gestione della penuria ma moltiplicazione dei bisogni. In forma di sudditanza, per l’evoluzione tecnologica che consente un marketing spietato. C’è un monopolio dei consumi in quanto compulsione incontrollabile, lo shopping, anche se non giuridicamente rilevante. Che elimina la possibilità di capire e calcolare: la moltiplica dei modelli, delle tariffe e dei gadget riduce il potenziale logico.
Cristo - È un po’ vantone (“in verità, in verità vi dico”, “sono venuto a portare la guerra”, eccetera), nient’affatto modesto.
Decadenza - È triste, e irresistibile. Perché è un sentimento e non un fatto, è un meccanismo interno: una guerra di se stessi a se stessi. Un’aggressione esterna porta generalmente una reazione, o comunque una consolazione: in qualche modo ci si ritiene nel giusto. La tristezza, la depressione, l’Angst sono l’equivalente del tumore: è organismo interno che deperisce contagiosamente, he si rompe in qualche punto e reagisce aggredendo il resto di se stesso.
Forza – È degli stupidi soprattutto, e dei folli.
Gioco - È sempre perdente. Massimamente al casinò, al betting with no odds.
Si vince soltanto, ipoteticamente, contro gli altri: la Schadenfreude è l’altro aspetto del gioco.
Genitori – I figli devono loro molto. La tristezza tutta.
Libertà – La libertà è il suo stesso limite, il limite della libertà. Che va applicata anche a chi la combatte.
Male – È molto più dell’illegalità. È questo che fa il limite – o l’attrattiva – del giallo? La malvivenza (furto, violenza, corruzione) sarà u cinque per cento, un dieci, del male che ognuno incontra nella vita, a opera della natura, malattia compresa, nel lavoro, negli affetti, in se stessi.
A fronte del male l’illegalità, assassinio compreso, è quasi un sollievo.
A volte lo crea il bene, sotto le specie degli affetti, della buona azione. È in questo caso il più terribile. È imbattibile, pena l’annientamento.
Occidente – È la cultura della decadenza, il culto del passato, della rovina, della morte. Dappertutto altrove invecchia e muore la natura, ma non la cultura.
È l’effetto del movimento a freccia, che il bersaglio intermedio sia fallito o sia centrato: c’è impazienza per il passato, che si vendica. L’Occidente è un arciere in corsa affrettato, che si vendica: capisce poco.
Piacere – È il presente – l’uso, il gusto, del presente.
E' tema settecentesco, della libera intellettualità di corte. Della libertà cioè come l'aveva modellata Luigi XIV, applicata alle cose inutili.
Proust – Il libro è un mostruoso diario adolescenziale.
È l’ultimo lirico. È realista ma lirico: il ricordo è materia lirica – onirica, fantasmagorica, ma con impianto lirico.
Apprezzabile in quanto evita le fumisterie esoteriche del Fine Secolo e del suo mondo, Montesquiou, Laure de Chevigné, Anna de Noailles, la contessa di Greffhule, l’imperatrice Eugenia…
Va per tipi, o archetipi: la duchessa, il duca, il bambino, la zia, la cocotte, la gelosia… Che fanno la storia, ma senza immaginazione (scarti) e quindi senza residui: gli si dà ragione, senza soffrire, né appassionarsi.
È maestro della psicologia costruita. Della psicologia in quanto disciplina, medica, filosofica. Sistemica.
Della società che non è e non fa. Immune anche all’amicizia, come a ogni passione. Tenuta insieme dall’autostima, o disprezzo del mondo, fuori del quale pure non si sa vivere. Nelle forme, certo, dell’empressement (la Sorge) e della gentilezza, della buona educazione.
Il male che ha fatto all’amore con le fanciulle in fiore, che invece, se sono belle come ogni germoglio che cresce, sono realiste (calcolatrici, furbe, reticenti), come le trentenni, o quarantenni, anzi di più, è in realtà colpa di Kleist e gli altri folli tedeschi.
Rivoluzione - È solo occidentale. È il cristianesimo, il messianismo compiuto. La guerra di Cristo è il dovere del paradiso in terra.
Santi – Sono grandi distruttori, delle anime che poi salvano.
Usano il fermo immagine, si fissano in una posa: grandi semplificatori.
Scrivere - È vizio innocuo perché è arte immutabile. Non solo per l’alfabeto, anche per gli stilemi. Anche la grafica, e le modalità tecniche, sono sempre le stesse. Pensare non si fa più alla stessa maniera, scrivere sì: una minuta variazione della grammatica o della sintassi prende secoli. È peer questo rassicurante, e vizio diffuso malgrado le storie della letteratura.
Storia - È la natura degli uomini, benché incarnata – ma l’incarnazione è per gli uomini solo naturale.
Tradizione - È rivissuta liricamente e in questo tradisce l’ermeneutica, di cui pure è il pilastro. Può essere tragica, giocosa, icastica, neutra.
È sempre divisa, anche con asprezza. Il ritorno non unisce: si ritorna a un altro se stesso, s’irrobustisce quello in cui si crede, fondandolo, o circondandolo, con la tradizione.
È sempre esclusiva. Tanto più per essere personalizzata.
È coltivata, non è un atto di nascita anagrafico, è costruita.
Nella tradizione si è sempre estranei.
Viaggiare – Si viaggia sempre disordinatamente - è dopo che si stabilisce un piano, nei ricordi, nelle foto, nei libri di viaggio. Per un bisogno d’interruzione. Dei in esilio esistono, ma solo nello scanzonato Heine, il caro Henri: scappare è prerogativa dell’uomo. Condivisa coi gatti.
zeulig@gmail.com
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (15)
Giuseppe Leuzzi
Nord. La tramontana è certo meglio dello scirocco, il vento di borea, aquilone.
Suscita orgoglio, certo mal riposto, lo studio della Commissione parlamentare antimafia che vuole la ‘ndrangheta la maggiore organizzazione criminale d’Italia, e quindi presumibilmente d’Europa – solo l’Italia ha le mafie, giusto? E anzi la controllora del mercato mondiale della droga. Gli stessi giornali ne riferiscono con malcelato rispetto, che accasciano la Calabria di ogni turpitudine. È un segno di vita. I calabresi erano statutariamente: 1) impiegati dello Stato, anche ora che il decoro non paga più, 2) alla caccia perpetua di un posto, della raccomandazione. Questa ‘ndrangheta così rappresentata, seppure violenta, invece è: 1) democratica, basta vedere i ceffi che ne sono a capo, 2) modernizzante, a suo agio tra regolamenti comunitari, regolamenti degli appalti, circuiti finanziari mondiali, 3)capitalista, poiché investe e non sperpera, né tesaurizza.
Se Provenzano è un confidente
Il boss Provenzano confidente dei carabinieri? Si saranno voluti divertire in esclusiva con i “pizzini”, dato che molti li trovano molto divertenti, il genio siculo anzi ne ha fatto un genere letterario. Ma non è fantamafia per chi vive la mafia, ed è il filo della richiesta di giudizio il 4 febbraio per il prefetto Mario Mori, ex generale dei carabinieri, e il colonnello dei carabinieri Mauro Obinu. La richiesta del pm Di Matteo è la seconda o terza in tal senso della Procura di Palermo. La prima accusa, dei pm Ingroia e Prestipino, era contro Mori e il capitano dei carabinieri Sergio De Caprio (“Ultimo”) per la mancata perquisizione il 15 gennaio 1993 del covo dove Riina fu catturato. Per questa accusa c’è stato il rinvio a giudizio, il 18 febbraio 2005, ma derubricando il reato da favoreggiamento aggravato a favoreggiamento semplice, che consente il processo con un solo giudice, senza collegio giudicante. Il 18 gennaio il giudice monocratico ha fissato l’udienza per il 18 luglio, per la quale data il reato sarà prescritto.
Il nuovo procedimento si è aperto sulla accuse del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che aveva apprestato a mezzo dei suoi confidenti la cattura di Provenzano il 31 ottobre 1995. Secondo Riccio, Mori e Obinu non arrestarono Provenzano né allora né dopo, né indagarono i due capi mafia che servivano da collegamento per Provenzano, Giovanni Napoli e Niccolò La Barbera. La Procura gli ha creduto e dunque la verità è questa: Provenzano era un confidente migliore di quelli di Riccio, perché ha consentito la cattura di Riina. Per questo motivo il covo di Riina non è stato perquisito, per non trovate tracce che impedissero a Provenzano un’altra dozzina d’anni di aria.
Riccio proveniva dalla Dia di Genova, dove aveva riempito di armi il comignolo di Carmelo Romeo, muratore calabrese di Roghudi emigrato a Sarzana, e il 31 maggio 1994 aveva eseguito un’irruzione a colpo sicuro, scoprendovi un mitra Parabellum, un fucile semiautomatico a canne mozze, una Beretta semiautomatica calibro 9, una calibro 7,65, una carabina, molti pacchi di proiettili. Le armi aveva fatto nascondere da un suo confidente, per accreditare Romeo come capo-‘ndrangheta e se stesso come abile investigatore. Ma due marescialli lo tradiranno dopo qualche anno, Giuseppe Del Vecchio e Vincenzo Parrella, una volta che saranno stati condannati a 14 e dieci anni per traffico di droga, quella sequestrata con cui pagavano i confidenti: la Dia di Genova era il luogo dello spaccio gratuito. I due sottufficiali circostanzieranno che le forniture di droga e armi erano normali negli anni di Riccio, benché non ortodosse, per creare delle carriere.
Si potrebbe farne un film d’azione. O un giallo alla Simenon, i cui i buoni sono solo più forti. Per un po’ di tempo, un anno o due.
Ci sono rapporti (relazioni di servizio) dei CC o della Polizia anche su come e quantunque la Procura di Palermo sia anch'essa colpevole, soprattutto per essere divisa. Grosso modo, la divisione è sulla linea investigativa di Falcone: imputiamo reati che possiamo provare e otteniamo delle condanne, solo le condanne sono dirimenti. La linea dei mammasantissima dell’antimafia, Caselli, Lo Forte, Spampinato, Ingroia è invece: imputiamo il massimo che possiamo imputare, la condanna è già nelle imputazioni. Si è così arrivati ai processi Contrada, Andreotti, Mannino, Musotto, Cuffaro. Ma non si tratta solo di filosofie. I magistrati di “Micromega” sono durissimi con gli stessi magistrati della linea Falcone, ai quali periodicamente addebitano, anche scopertamente, le peggiori connessioni mafiose.
Queste magistrati accusatori di magistrati non sono bella gente e meriterebbe qualche volta “vedere” il loro terrorismo su “Micromega”. Uno non vorrebbe essere compagno, e neppure amico, di Lo Forte. O Ingroia. O Spampinato. Caselli non conta, è un uomo che conta solo per la capigliatura. Anche perché nell’ultimo (2005) attacco all’altra Procura, di Grasso e Pignatone, Ingroia ha accusato Pignatone di avere ricevuto in regalo un appartamento o una villa – la relazione di servizio evidentemente non era precisa, ma sottintendeva il regalo essere di un mafioso. E Pignatone ha avuto paura, ha temuto che fosse un messaggio mafioso. Perché sapeva che i collaboratori di Ingroia lavoravano per la mafia. E che la casa a mare di Ingroia stesso era ristrutturata da un’impresa mafiosa. Non sembra di sognare?
Secondo Montaigne, per Aristotele i buoni legislatori antepongono alla giustizia l’amicizia.
Contro Mancini 23 pentiti, contro Andreotti 28, le cui dichiarazioni sono state “riscontrate” – riscontrate come valide – dagli inquirenti, mentre i processi si sono invece sgonfiati. Colpa dei pentiti? Colpa degli inquirenti, che organizzano i “riscontri”. Ma niente, non succede niente, si sta sempre a riaffermare l’indipendenza della magistratura.
“La “cultura delle indagini” da parte della polizia giudiziaria e dei Pubblici Ministeri che la dirigono, diventa nient’altro che una accurata (non sempre) ricerca dei “riscontri” alle dichiarazioni del collaboratore di turno: quando i riscontri mancano (e capita spesso per vicende lontane nel tempo e per fatti ormai trascorsi) il riscontro diventa la dichiarazione dell'altro collaboratore che “conferma l'attendibilità” del primo che ha parlato”. (Oscar Magi, giudice a Milano, di Md, per il blog “Gli argomenti umani”).
Pentiti. Sono i confidenti dei magistrati. Sembra niente, è oro.
Sono killer, grassatori, bancarottieri, concussori. Attraverso di loro la giustizia viene a dipendere da criminali accertati. Non senza conseguenze: anche quando porta informazioni utili, il pentito sovverte la giustizia.
Il fine del pentito è avere abbuonata la pena, e salvaguardare il patrimonio confiscato, o costituirsene uno a spese dello Stato. Il pentimento è solo una strategia processuale, come il patteggiamento, l’ammissione di colpa, le attenuanti: un avvocato qualsiasi può ottenere col pentimento per un sicuro ergastolano pene miti subito condonate, un condono delle confische, e magari una residenza protetta e una pensione.
Nessun pentito è perseguito, tanto meno condannato, per calunnia, mentre si sa che ne abusano.
Il pentito non si rieduca, era e resta un malfattore. Ma la legge lo nobilita.
A una sommatoria il pentito di mafia è uno spreco di tempo, di risorse, di fiducia. Nella lotta alla mafia. È utile per altre cose, ma non per la giustizia.
Nord. La tramontana è certo meglio dello scirocco, il vento di borea, aquilone.
Suscita orgoglio, certo mal riposto, lo studio della Commissione parlamentare antimafia che vuole la ‘ndrangheta la maggiore organizzazione criminale d’Italia, e quindi presumibilmente d’Europa – solo l’Italia ha le mafie, giusto? E anzi la controllora del mercato mondiale della droga. Gli stessi giornali ne riferiscono con malcelato rispetto, che accasciano la Calabria di ogni turpitudine. È un segno di vita. I calabresi erano statutariamente: 1) impiegati dello Stato, anche ora che il decoro non paga più, 2) alla caccia perpetua di un posto, della raccomandazione. Questa ‘ndrangheta così rappresentata, seppure violenta, invece è: 1) democratica, basta vedere i ceffi che ne sono a capo, 2) modernizzante, a suo agio tra regolamenti comunitari, regolamenti degli appalti, circuiti finanziari mondiali, 3)capitalista, poiché investe e non sperpera, né tesaurizza.
Se Provenzano è un confidente
Il boss Provenzano confidente dei carabinieri? Si saranno voluti divertire in esclusiva con i “pizzini”, dato che molti li trovano molto divertenti, il genio siculo anzi ne ha fatto un genere letterario. Ma non è fantamafia per chi vive la mafia, ed è il filo della richiesta di giudizio il 4 febbraio per il prefetto Mario Mori, ex generale dei carabinieri, e il colonnello dei carabinieri Mauro Obinu. La richiesta del pm Di Matteo è la seconda o terza in tal senso della Procura di Palermo. La prima accusa, dei pm Ingroia e Prestipino, era contro Mori e il capitano dei carabinieri Sergio De Caprio (“Ultimo”) per la mancata perquisizione il 15 gennaio 1993 del covo dove Riina fu catturato. Per questa accusa c’è stato il rinvio a giudizio, il 18 febbraio 2005, ma derubricando il reato da favoreggiamento aggravato a favoreggiamento semplice, che consente il processo con un solo giudice, senza collegio giudicante. Il 18 gennaio il giudice monocratico ha fissato l’udienza per il 18 luglio, per la quale data il reato sarà prescritto.
Il nuovo procedimento si è aperto sulla accuse del colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che aveva apprestato a mezzo dei suoi confidenti la cattura di Provenzano il 31 ottobre 1995. Secondo Riccio, Mori e Obinu non arrestarono Provenzano né allora né dopo, né indagarono i due capi mafia che servivano da collegamento per Provenzano, Giovanni Napoli e Niccolò La Barbera. La Procura gli ha creduto e dunque la verità è questa: Provenzano era un confidente migliore di quelli di Riccio, perché ha consentito la cattura di Riina. Per questo motivo il covo di Riina non è stato perquisito, per non trovate tracce che impedissero a Provenzano un’altra dozzina d’anni di aria.
Riccio proveniva dalla Dia di Genova, dove aveva riempito di armi il comignolo di Carmelo Romeo, muratore calabrese di Roghudi emigrato a Sarzana, e il 31 maggio 1994 aveva eseguito un’irruzione a colpo sicuro, scoprendovi un mitra Parabellum, un fucile semiautomatico a canne mozze, una Beretta semiautomatica calibro 9, una calibro 7,65, una carabina, molti pacchi di proiettili. Le armi aveva fatto nascondere da un suo confidente, per accreditare Romeo come capo-‘ndrangheta e se stesso come abile investigatore. Ma due marescialli lo tradiranno dopo qualche anno, Giuseppe Del Vecchio e Vincenzo Parrella, una volta che saranno stati condannati a 14 e dieci anni per traffico di droga, quella sequestrata con cui pagavano i confidenti: la Dia di Genova era il luogo dello spaccio gratuito. I due sottufficiali circostanzieranno che le forniture di droga e armi erano normali negli anni di Riccio, benché non ortodosse, per creare delle carriere.
Si potrebbe farne un film d’azione. O un giallo alla Simenon, i cui i buoni sono solo più forti. Per un po’ di tempo, un anno o due.
Ci sono rapporti (relazioni di servizio) dei CC o della Polizia anche su come e quantunque la Procura di Palermo sia anch'essa colpevole, soprattutto per essere divisa. Grosso modo, la divisione è sulla linea investigativa di Falcone: imputiamo reati che possiamo provare e otteniamo delle condanne, solo le condanne sono dirimenti. La linea dei mammasantissima dell’antimafia, Caselli, Lo Forte, Spampinato, Ingroia è invece: imputiamo il massimo che possiamo imputare, la condanna è già nelle imputazioni. Si è così arrivati ai processi Contrada, Andreotti, Mannino, Musotto, Cuffaro. Ma non si tratta solo di filosofie. I magistrati di “Micromega” sono durissimi con gli stessi magistrati della linea Falcone, ai quali periodicamente addebitano, anche scopertamente, le peggiori connessioni mafiose.
Queste magistrati accusatori di magistrati non sono bella gente e meriterebbe qualche volta “vedere” il loro terrorismo su “Micromega”. Uno non vorrebbe essere compagno, e neppure amico, di Lo Forte. O Ingroia. O Spampinato. Caselli non conta, è un uomo che conta solo per la capigliatura. Anche perché nell’ultimo (2005) attacco all’altra Procura, di Grasso e Pignatone, Ingroia ha accusato Pignatone di avere ricevuto in regalo un appartamento o una villa – la relazione di servizio evidentemente non era precisa, ma sottintendeva il regalo essere di un mafioso. E Pignatone ha avuto paura, ha temuto che fosse un messaggio mafioso. Perché sapeva che i collaboratori di Ingroia lavoravano per la mafia. E che la casa a mare di Ingroia stesso era ristrutturata da un’impresa mafiosa. Non sembra di sognare?
Secondo Montaigne, per Aristotele i buoni legislatori antepongono alla giustizia l’amicizia.
Contro Mancini 23 pentiti, contro Andreotti 28, le cui dichiarazioni sono state “riscontrate” – riscontrate come valide – dagli inquirenti, mentre i processi si sono invece sgonfiati. Colpa dei pentiti? Colpa degli inquirenti, che organizzano i “riscontri”. Ma niente, non succede niente, si sta sempre a riaffermare l’indipendenza della magistratura.
“La “cultura delle indagini” da parte della polizia giudiziaria e dei Pubblici Ministeri che la dirigono, diventa nient’altro che una accurata (non sempre) ricerca dei “riscontri” alle dichiarazioni del collaboratore di turno: quando i riscontri mancano (e capita spesso per vicende lontane nel tempo e per fatti ormai trascorsi) il riscontro diventa la dichiarazione dell'altro collaboratore che “conferma l'attendibilità” del primo che ha parlato”. (Oscar Magi, giudice a Milano, di Md, per il blog “Gli argomenti umani”).
Pentiti. Sono i confidenti dei magistrati. Sembra niente, è oro.
Sono killer, grassatori, bancarottieri, concussori. Attraverso di loro la giustizia viene a dipendere da criminali accertati. Non senza conseguenze: anche quando porta informazioni utili, il pentito sovverte la giustizia.
Il fine del pentito è avere abbuonata la pena, e salvaguardare il patrimonio confiscato, o costituirsene uno a spese dello Stato. Il pentimento è solo una strategia processuale, come il patteggiamento, l’ammissione di colpa, le attenuanti: un avvocato qualsiasi può ottenere col pentimento per un sicuro ergastolano pene miti subito condonate, un condono delle confische, e magari una residenza protetta e una pensione.
Nessun pentito è perseguito, tanto meno condannato, per calunnia, mentre si sa che ne abusano.
Il pentito non si rieduca, era e resta un malfattore. Ma la legge lo nobilita.
A una sommatoria il pentito di mafia è uno spreco di tempo, di risorse, di fiducia. Nella lotta alla mafia. È utile per altre cose, ma non per la giustizia.
giovedì 21 febbraio 2008
L'ipoteca del "pizzo" fiscale
Astolfo
Mastella ha sparigliato nel mezzo della seconda offensiva del buon Veltroni e di “Tps”, al secolo Vincenzo Visco, contro gli amministrati, sotto forma di prelievo fiscale mafioso, il famoso pizzo: dateci un po’ di soldi.
Cartelle pazze e SuperIci: un miliardo per Veltroni
Veltroni il Buono ha lasciato Visco fuori dal Pd. Ma egli stesso ha lasciato il Campidoglio, certo senza preavviso, nel mezzo di un’offensiva colossale sulle tasche dei romani, attorno al miliardo. Due ondate da un milione l’una di "cartelle pazze", per crediti cioè non dovuti, mollate all’esattoria di Stato di “Tps”, Equitalia, per fare con gli anticipi il bilancio 2007, due milioni di cartelle da cento euro in media l’uno (si tratta in gran parte di multe stradali), fanno duecento milioni. Il Difensore Civico ha denunciato questo sistema di fare il bilancio, ma Veltroni non l’ha degnato – il Difensore Civico non lo paga lui? Di peggio anzi ha apprestato per il bilancio 2008: a fine novembre, pagata l’antipaticissima Ici, che dice di voler togliere, ha mandato a 400 mila famiglie romane dei Municipi II, III, VI, IX, XI, XVI, XVII, perentoria richiesta di far rivedere i coefficienti catastali, e di pagare cinque anni di arretrati sui nuovi coefficienti entro il 31 marzo. A mille euro l’uno di arretrati sono 400 mila euro. Più altrettanti per i periti del Comune che devono autenticare la pratica: torme di studi professionali hanno infatti tartassato i 400 mila, dopo l’ingiunzione del sindaco buono, con lettere minacciose. Lasciando intendere che la revisione va comunque fatta al rialzo, anche se la casa è la stessa di cinquanta o cento anni fa, altrimenti… - lettere non anonime, questo bisogna riconoscerlo. I Municipi corrispondono ai quartieri Salario, Africano, San Lorenzo, Casilino, Appio, Garbatella, San Paolo, Monteverde, Trionfale, piccolo borghesi. Rimangono trionfalmente fuori i quartieri Parioli, Balduina, Trastevere, degli ex elettori ricchi di destra passati compatti con Veltroni, che eel loro patinatissimo mensile, pieno dei ricevimenti in casa, è columnist.
“Tps” vuole qualcosa dai professionisti
“Tps”,Tommaso Padoa Schioppa, l’impolitico ex brillante pupillo di Ciampi, maschera o marionetta di Visco, aveva invece appena lanciato un’offensiva sui professionisti, medici, avvocati, ingegneri, quando il governo è caduto. Un milione di “accertamenti” erano partiti, a tutti chiedendo fra i dieci e i ventimila euro. L’anno scorso un’analoga offensiva contro artigiani e negozianti fruttò due miliardi e mezzo. Quella di quest’anno dovrebbe fruttare, secondo i calcoli di “Tps”, il doppio, cinque miliardi. Le cifre sono ballerine perché l’accertamento è presuntivo, si basa su “parametri” d’imprecisati consulenti tecnici che moltiplicano il reddito. Non si controlla la contablità, non si chiede nemmeno di vederla, non si fanno controlli incvrociati, per quanto oggi anch'essi automatici, non si usa lo sbandierato redditometro che altri consulenti a caro prezzo hanno elaborato. Poi l’Agenzia delle entrate benevolmente chiede ai malcapitati di pagare il 70 per cento dell’accertamento, o almeno, via, il cinquanta per cento. Il meccanismo è quello noto a molta gente al Sud. Il pizzo dell’accertamento viene applicato con la stessa insolenza dei picciotti dalle neo laureate neo assunte di Visco “Tps”.
Non molti professionisti sono orientati a pagare, piuttosto che avviare il contenzioso – che comunque verrà deciso dagli amici e parenti del governo, è la “società civile” che costituisce le Commissioni tributarie di primo grado, per il cachet di presenza. L’ottimismo di “Tps” deriva dal fatto che i professionisti sono categorie non forti sindacalmente. Come invece erano le categoria prese di mira nel 2007, aritigiani e commercianti. La reazione fu allora furibonda. Anche perché gli studi di settore dei consulenti tecnici di “Tps” calcolavano il reddito del verduraio di Castingliocello o Santa Severa moltiplicando per dodici il fatturato del mese di agosto.
Nasi turati
Si chiama fisco il fattore che deciderà le elezioni. Potrebbe anche essere la recessione, se è vero che l'Italia è in crescita zero, a fronte di una crescita europea sempre al 2 per cento. Ma il fisco è di più immediata percezione. I due schieramenti si equivalgono, e quindi il risultato, essendo la legge elettorale rimasta sostanzialmente proporzionale, non ripeterà l’esito del del 2001 – allora un Parlamento decisamente berlusconiano. Sarà come sempre in Italia decisivo il voto marginale, o d’opinione, che il fisco come Tps e Veltroni lo concepiscono, fare cassa a spese dei soliti noti, condizionerà. Sia pure sotto forma di astensione, voto sofferto, nasi turati, mal di stomaco. Tra Stato etico, cioè fascismo, e mafia.nel nome del potere, la scelta non è gratificante per chi ha votato e s’è battuto per la sinistra.
La questione non è mafiosa per scherzo: gli accertamenti presuntivi a carico di chi paga le tasse sono puro autoritarismo, e vanno contro l’equità fiscale. La Corte costituzionale e la giustizia amministrativa non potranno non occuparsene a lungo, anche se hanno gli occhi bendati. Né si potranno continuare a fare i bilanci comunali col window dressing, e con le anticipazioni di comodo di Equitalia, un baraccone messo su dal Tesoro, che non potrà mai rientrare delle somme anticipate. Uno scandalo che solo la Corte de conti può coprire: il Tesoro che consente ai comuni di truccare i bilanci, e anzi li invoglia, era uno scandalo che ancora mancava.
Mastella ha sparigliato nel mezzo della seconda offensiva del buon Veltroni e di “Tps”, al secolo Vincenzo Visco, contro gli amministrati, sotto forma di prelievo fiscale mafioso, il famoso pizzo: dateci un po’ di soldi.
Cartelle pazze e SuperIci: un miliardo per Veltroni
Veltroni il Buono ha lasciato Visco fuori dal Pd. Ma egli stesso ha lasciato il Campidoglio, certo senza preavviso, nel mezzo di un’offensiva colossale sulle tasche dei romani, attorno al miliardo. Due ondate da un milione l’una di "cartelle pazze", per crediti cioè non dovuti, mollate all’esattoria di Stato di “Tps”, Equitalia, per fare con gli anticipi il bilancio 2007, due milioni di cartelle da cento euro in media l’uno (si tratta in gran parte di multe stradali), fanno duecento milioni. Il Difensore Civico ha denunciato questo sistema di fare il bilancio, ma Veltroni non l’ha degnato – il Difensore Civico non lo paga lui? Di peggio anzi ha apprestato per il bilancio 2008: a fine novembre, pagata l’antipaticissima Ici, che dice di voler togliere, ha mandato a 400 mila famiglie romane dei Municipi II, III, VI, IX, XI, XVI, XVII, perentoria richiesta di far rivedere i coefficienti catastali, e di pagare cinque anni di arretrati sui nuovi coefficienti entro il 31 marzo. A mille euro l’uno di arretrati sono 400 mila euro. Più altrettanti per i periti del Comune che devono autenticare la pratica: torme di studi professionali hanno infatti tartassato i 400 mila, dopo l’ingiunzione del sindaco buono, con lettere minacciose. Lasciando intendere che la revisione va comunque fatta al rialzo, anche se la casa è la stessa di cinquanta o cento anni fa, altrimenti… - lettere non anonime, questo bisogna riconoscerlo. I Municipi corrispondono ai quartieri Salario, Africano, San Lorenzo, Casilino, Appio, Garbatella, San Paolo, Monteverde, Trionfale, piccolo borghesi. Rimangono trionfalmente fuori i quartieri Parioli, Balduina, Trastevere, degli ex elettori ricchi di destra passati compatti con Veltroni, che eel loro patinatissimo mensile, pieno dei ricevimenti in casa, è columnist.
“Tps” vuole qualcosa dai professionisti
“Tps”,Tommaso Padoa Schioppa, l’impolitico ex brillante pupillo di Ciampi, maschera o marionetta di Visco, aveva invece appena lanciato un’offensiva sui professionisti, medici, avvocati, ingegneri, quando il governo è caduto. Un milione di “accertamenti” erano partiti, a tutti chiedendo fra i dieci e i ventimila euro. L’anno scorso un’analoga offensiva contro artigiani e negozianti fruttò due miliardi e mezzo. Quella di quest’anno dovrebbe fruttare, secondo i calcoli di “Tps”, il doppio, cinque miliardi. Le cifre sono ballerine perché l’accertamento è presuntivo, si basa su “parametri” d’imprecisati consulenti tecnici che moltiplicano il reddito. Non si controlla la contablità, non si chiede nemmeno di vederla, non si fanno controlli incvrociati, per quanto oggi anch'essi automatici, non si usa lo sbandierato redditometro che altri consulenti a caro prezzo hanno elaborato. Poi l’Agenzia delle entrate benevolmente chiede ai malcapitati di pagare il 70 per cento dell’accertamento, o almeno, via, il cinquanta per cento. Il meccanismo è quello noto a molta gente al Sud. Il pizzo dell’accertamento viene applicato con la stessa insolenza dei picciotti dalle neo laureate neo assunte di Visco “Tps”.
Non molti professionisti sono orientati a pagare, piuttosto che avviare il contenzioso – che comunque verrà deciso dagli amici e parenti del governo, è la “società civile” che costituisce le Commissioni tributarie di primo grado, per il cachet di presenza. L’ottimismo di “Tps” deriva dal fatto che i professionisti sono categorie non forti sindacalmente. Come invece erano le categoria prese di mira nel 2007, aritigiani e commercianti. La reazione fu allora furibonda. Anche perché gli studi di settore dei consulenti tecnici di “Tps” calcolavano il reddito del verduraio di Castingliocello o Santa Severa moltiplicando per dodici il fatturato del mese di agosto.
Nasi turati
Si chiama fisco il fattore che deciderà le elezioni. Potrebbe anche essere la recessione, se è vero che l'Italia è in crescita zero, a fronte di una crescita europea sempre al 2 per cento. Ma il fisco è di più immediata percezione. I due schieramenti si equivalgono, e quindi il risultato, essendo la legge elettorale rimasta sostanzialmente proporzionale, non ripeterà l’esito del del 2001 – allora un Parlamento decisamente berlusconiano. Sarà come sempre in Italia decisivo il voto marginale, o d’opinione, che il fisco come Tps e Veltroni lo concepiscono, fare cassa a spese dei soliti noti, condizionerà. Sia pure sotto forma di astensione, voto sofferto, nasi turati, mal di stomaco. Tra Stato etico, cioè fascismo, e mafia.nel nome del potere, la scelta non è gratificante per chi ha votato e s’è battuto per la sinistra.
La questione non è mafiosa per scherzo: gli accertamenti presuntivi a carico di chi paga le tasse sono puro autoritarismo, e vanno contro l’equità fiscale. La Corte costituzionale e la giustizia amministrativa non potranno non occuparsene a lungo, anche se hanno gli occhi bendati. Né si potranno continuare a fare i bilanci comunali col window dressing, e con le anticipazioni di comodo di Equitalia, un baraccone messo su dal Tesoro, che non potrà mai rientrare delle somme anticipate. Uno scandalo che solo la Corte de conti può coprire: il Tesoro che consente ai comuni di truccare i bilanci, e anzi li invoglia, era uno scandalo che ancora mancava.
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