Mancano solo il furto delle offerte, e le percosse alla moglie, anzi alle mogli: la propaganda americana sulla morte di Bin Laden va avanti grottescamente inefficiente e perfino autolesionista. Osama rischia di essere miglior pubblicitario di se stesso anche in morte, confrontato alla serie ormai lunga, uno al giorno, di sciocchi spot con cui gli Stati Uniti celebrano la sua fine: materiale pedopornografico nei computer, i pizzini, la controfigura invecchiata, il televisore d’epoca…
Da un lato la campagna è incoraggiante: Osama viene ridotto a un Provenzano poligamo, quale Provenzano era, solo, malato, bigotto, squallido. Questo vuole dire che la mafia, almeno negli Usa, non ha eroi. Ma non è eccitante, e anzi è deprimente: esibisce ogni giorno un singolare degrado della capacità americana di fare opinione, a fronte del tremendo impatto sull’immaginazione dell’11 settembre.Una campagna che non mobilita ma, al contrario, ha disinnescato, con un calo verticale d’interesse, l’assalto finale e l’eliminazione di Osama. Senza offuscarne il fascino diabolico dell’11 settembre.
Madison Avenue con i “persuasori occulti” di Vance Packard sono stati per oltre mezzo secolo il segno della supremazia occidentale e americana, più dei missili a testata mutipla. Madison Avenue è la strada di New York che ospitava le maggiori agenzie di pubblicità, che elaboravano riti e misteri in un’immagine continuamente rinnovata e consistentemente consolidata, dalla coca-Cola al Biafra e alla fame nel mondo, e “facevano” l’Occidente, gli davano strategie e valori. Dustin Hofmann e De Niro ne hanno fatto la parodia ancora nel 1998, nel film “Sesso e potere”, ma già in un film da ridere.
sabato 14 maggio 2011
Ombre - 88
Si mobilitano le suore e anche le veline, per l’acqua pubblica: non ci sarà più il Comintern ma non ci sono slabbrature, la mobilitazione è sempre generale. Mentre si evita assolutamente di scrivere, nemmeno per curiosità, che Bersani e Di Pietro erano per l’acqua pubblica quando erano al governo, non molto tempo fa. Omertà?
Dice Gian Arturo Ferrari, che a Torino cura la mostra “L’Italia dei libri” per i centocinquant’anni: “Nel 1861 eravamo un paese provinciale, che aveva avuto vette come Manzoni e Garibaldi, ma molto distante dai grandi paesi europei. Non c’era un tessuto connettivo”. Che invece c’era, allora. E l’Italia non era affatto distante, era nei cuori europei: questo è un fatto, per avere realizzato l’unica “rivoluzione” riuscita.
Il management e il consiglio d’amministrazione Rcs decide la fusione delle sue varie società (e cioè la copertura delle perdite dei vari settori con l’attivo del “Corriere della sera”) e la vendita della sede storica del “Corriere della sera”. Finte economie: si coprono perdite e debiti con operazioni straordinarie non ripetibili, tra l’altro foriere di nuovi costi. Per poter pagare dei bonus ai manager e un dividendo agli azionisti. Ma il sindacato aziendale tace: il Partito lo vuole.
Lactalis si compra Parmalat, appena e dolorosamente risanata per essere stata coperta da troppi debiti. Se la compra con tutti i crismi, l’avallo della Consob, le procedure giuste. Per scaricare sulla Parmalat, che ha un patrimonio ben superiore, i sette miliardi di debito della Lactalis stessa, piccola azienda di famiglia. Se è il mercato, è ben mafioso.
Dice bene Mario Sconcerti: con l’Inter “Moratti ha dato un senso alla propria ricchezza”. Con i soldi profusi nell’Inter, forse un miliardo, forse più. Ha ripulito i soldi degli “sfioramenti” sulla raffinazione da sottogoverno. Un altro aspetto molto mafioso del mercato.
Massimo Moratti sponsorizza il candidato sindaco di sinistra a Milano, Pisapia: “Penso che il centrosinistra abbia fatto una buona scelta. Appartiene a una famiglia che fa parate della buona borghesia milanese”. Senza vergogna.
Incredibile livore di Rai Tre contro “Striscia la notizia”, la trasmissione tv più civile, e più seguita, d’Italia. A opera delle sue autrici, anch’esse ben curate come le veline, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo. Contro le veline, in nome del femminismo, della difesa delle donne.
È la povertà del Pci, di quello che ne resta, che ha contagiato perfino il mite Augias: frasi fatte e aria fritta. Una volta arrivavano in ritardo di dieci anni sulla realtà, ora di venti.
Nelle cronache d’epoca di Arbasino c’è ricorrente il cumenda lombardo coi soldi che per compiacere la sua attricetta, allora si chiamavano cosi, produceva un film. Dunque la tradizione è antica. Poi il cumenda fu anche emiliano, umbro, marchigiano. E il film magari direttamente porno, a basso costo.
“Smash e merletti, è il tennis bollicine”, inneggia Marco De Martino sul “Messaggero” agli Internazionali di tennis: “Sempre più alte, chic e corteggiate”. Le tenniste, s’intende. Federer, Djkovic, Nadal meritano una sosta al bar? Tutti ai loro posti invece per la Sharapova, le sorelle Williams, Ana Ivanovic, la Wizniecski, e Arantxa Parra Santonja. Che non portano merletti ma le mutandine sì, svolazzanti – è questo l’unico errore di De Martino, che per il resto coglie l’essenziale. È colpa di Berlusconi? Della globalizzazione? Dei romani poco sportivi? Dopo anni di Navratilova, brava ma brutta, spigolosa, e pure maschia.
Godimenti doppi propongono la statuaria Sharapova e le Williams con i gemiti e i gridolini con cui accompagnano ogni smash, si presume di piacere.
Ha realizzato il sogno delle veline, entrare in campo col calciatore, non solo in discoteca. Sotto tutte le televisioni, meglio se quando la squadra vince il campionato, si vede di più. È riuscito a Barbara Berlusconi. Che a questo punto di deve dire campionessa del genere inventato da papà. È riuscita anche a rovesciare i ruoli: il calciatore, Pato nell’occasione, stava sulle sue.
Però da raccomandata: ha avuto il posto in campo, nella panchina del Milan, che non si potrebbe, con la scusa che ne è proprietaria.
Italia 1 ha pronto uno speciale per celebrare lo scudetto al Milan. Composto dei punti salienti dell’annata. Ma si vedono solo gol, o attacchi riusciti, alla Juventus. Questo Milan si è illustrato soprattutto contro l’Inter, nei derby, ma sembra che abbia giocato solo contro la Juventus. Più qualche scena di squadre che hanno da ridire contro la Juventus, la Roma, la Lazio – con commenti generosi del tipo: “Beh, un errore ci può stare”. Il sottinteso è che Milano non la fanno vincere mai.
Magistrale “ascolto” di Raffaele La Capria delle “rubriche di approfondimento” della Rai, i vari talk show di partito e di corrente, sabato sul “Corriere della sera”:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/07/CHE_NOIA_INFINITA_URLA_DEI_co_9_110507236.shtml
Una noia infinita. Resta da scoprire l’Auditel: è anch’esso di partito? O ci sono sempre quattro-cinque milioni di fedeli disposti a sorbirsi tre ore di chiacchiere ogni sera?
Di Deraa, al Sud della Siria, centro della rivolta contro Assad, solo si ricorda in Italia che è il luogo in cui T.E.Lawrence, “Lawrence d’Arabia”, fu sodomizzato (per la prima volta, dice lui). La Siria è così lontana?
La Cina ha evacuato prontamente, con proprie navi militari, trentacinquemila cinesi che lavoravano in Libia, senza che ne sapessimo nulla. Nemmeno gli aerei della Nato hanno visto le navi cinesi?
All’inaugurazione del Maggio con l’“Aida” il sindaco di Firenze ha abolito gli omaggi. Arbasino se ne meraviglia. Sul “Corriere della sera”. Duecentocinquanta euro per una poltrona gli sembrano troppi (pensa che siano addirittura 250.000….). In aggiunta, dice, alla spesa per il viaggio, l’albergo, il ristorante.
I nobili milanesi e romani si sono per questo astenuti, si apprende dallo stesso Arbasino, solo quelli fiorentini sono potuti andare. Povera Italia?
“Abbiamo sacrificato un elicottero da sessanta milioni e non avevamo i soldi per comprarci un metro?” pare abbia scherzato Obama la notte dell’attacco a Bin Laden. Ma non ha fatto ridere. La fine di Osama ha fatto piacere a tutti, ma nello sconcerto.
Dice Gian Arturo Ferrari, che a Torino cura la mostra “L’Italia dei libri” per i centocinquant’anni: “Nel 1861 eravamo un paese provinciale, che aveva avuto vette come Manzoni e Garibaldi, ma molto distante dai grandi paesi europei. Non c’era un tessuto connettivo”. Che invece c’era, allora. E l’Italia non era affatto distante, era nei cuori europei: questo è un fatto, per avere realizzato l’unica “rivoluzione” riuscita.
Il management e il consiglio d’amministrazione Rcs decide la fusione delle sue varie società (e cioè la copertura delle perdite dei vari settori con l’attivo del “Corriere della sera”) e la vendita della sede storica del “Corriere della sera”. Finte economie: si coprono perdite e debiti con operazioni straordinarie non ripetibili, tra l’altro foriere di nuovi costi. Per poter pagare dei bonus ai manager e un dividendo agli azionisti. Ma il sindacato aziendale tace: il Partito lo vuole.
Lactalis si compra Parmalat, appena e dolorosamente risanata per essere stata coperta da troppi debiti. Se la compra con tutti i crismi, l’avallo della Consob, le procedure giuste. Per scaricare sulla Parmalat, che ha un patrimonio ben superiore, i sette miliardi di debito della Lactalis stessa, piccola azienda di famiglia. Se è il mercato, è ben mafioso.
Dice bene Mario Sconcerti: con l’Inter “Moratti ha dato un senso alla propria ricchezza”. Con i soldi profusi nell’Inter, forse un miliardo, forse più. Ha ripulito i soldi degli “sfioramenti” sulla raffinazione da sottogoverno. Un altro aspetto molto mafioso del mercato.
Massimo Moratti sponsorizza il candidato sindaco di sinistra a Milano, Pisapia: “Penso che il centrosinistra abbia fatto una buona scelta. Appartiene a una famiglia che fa parate della buona borghesia milanese”. Senza vergogna.
Incredibile livore di Rai Tre contro “Striscia la notizia”, la trasmissione tv più civile, e più seguita, d’Italia. A opera delle sue autrici, anch’esse ben curate come le veline, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo. Contro le veline, in nome del femminismo, della difesa delle donne.
È la povertà del Pci, di quello che ne resta, che ha contagiato perfino il mite Augias: frasi fatte e aria fritta. Una volta arrivavano in ritardo di dieci anni sulla realtà, ora di venti.
Nelle cronache d’epoca di Arbasino c’è ricorrente il cumenda lombardo coi soldi che per compiacere la sua attricetta, allora si chiamavano cosi, produceva un film. Dunque la tradizione è antica. Poi il cumenda fu anche emiliano, umbro, marchigiano. E il film magari direttamente porno, a basso costo.
“Smash e merletti, è il tennis bollicine”, inneggia Marco De Martino sul “Messaggero” agli Internazionali di tennis: “Sempre più alte, chic e corteggiate”. Le tenniste, s’intende. Federer, Djkovic, Nadal meritano una sosta al bar? Tutti ai loro posti invece per la Sharapova, le sorelle Williams, Ana Ivanovic, la Wizniecski, e Arantxa Parra Santonja. Che non portano merletti ma le mutandine sì, svolazzanti – è questo l’unico errore di De Martino, che per il resto coglie l’essenziale. È colpa di Berlusconi? Della globalizzazione? Dei romani poco sportivi? Dopo anni di Navratilova, brava ma brutta, spigolosa, e pure maschia.
Godimenti doppi propongono la statuaria Sharapova e le Williams con i gemiti e i gridolini con cui accompagnano ogni smash, si presume di piacere.
Ha realizzato il sogno delle veline, entrare in campo col calciatore, non solo in discoteca. Sotto tutte le televisioni, meglio se quando la squadra vince il campionato, si vede di più. È riuscito a Barbara Berlusconi. Che a questo punto di deve dire campionessa del genere inventato da papà. È riuscita anche a rovesciare i ruoli: il calciatore, Pato nell’occasione, stava sulle sue.
Però da raccomandata: ha avuto il posto in campo, nella panchina del Milan, che non si potrebbe, con la scusa che ne è proprietaria.
Italia 1 ha pronto uno speciale per celebrare lo scudetto al Milan. Composto dei punti salienti dell’annata. Ma si vedono solo gol, o attacchi riusciti, alla Juventus. Questo Milan si è illustrato soprattutto contro l’Inter, nei derby, ma sembra che abbia giocato solo contro la Juventus. Più qualche scena di squadre che hanno da ridire contro la Juventus, la Roma, la Lazio – con commenti generosi del tipo: “Beh, un errore ci può stare”. Il sottinteso è che Milano non la fanno vincere mai.
Magistrale “ascolto” di Raffaele La Capria delle “rubriche di approfondimento” della Rai, i vari talk show di partito e di corrente, sabato sul “Corriere della sera”:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/07/CHE_NOIA_INFINITA_URLA_DEI_co_9_110507236.shtml
Una noia infinita. Resta da scoprire l’Auditel: è anch’esso di partito? O ci sono sempre quattro-cinque milioni di fedeli disposti a sorbirsi tre ore di chiacchiere ogni sera?
Di Deraa, al Sud della Siria, centro della rivolta contro Assad, solo si ricorda in Italia che è il luogo in cui T.E.Lawrence, “Lawrence d’Arabia”, fu sodomizzato (per la prima volta, dice lui). La Siria è così lontana?
La Cina ha evacuato prontamente, con proprie navi militari, trentacinquemila cinesi che lavoravano in Libia, senza che ne sapessimo nulla. Nemmeno gli aerei della Nato hanno visto le navi cinesi?
All’inaugurazione del Maggio con l’“Aida” il sindaco di Firenze ha abolito gli omaggi. Arbasino se ne meraviglia. Sul “Corriere della sera”. Duecentocinquanta euro per una poltrona gli sembrano troppi (pensa che siano addirittura 250.000….). In aggiunta, dice, alla spesa per il viaggio, l’albergo, il ristorante.
I nobili milanesi e romani si sono per questo astenuti, si apprende dallo stesso Arbasino, solo quelli fiorentini sono potuti andare. Povera Italia?
“Abbiamo sacrificato un elicottero da sessanta milioni e non avevamo i soldi per comprarci un metro?” pare abbia scherzato Obama la notte dell’attacco a Bin Laden. Ma non ha fatto ridere. La fine di Osama ha fatto piacere a tutti, ma nello sconcerto.
Il mondo com'è - 63
astolfo
Mazzini - Nelle celebrazioni dell’unità si nasconde il Piemonte dietro Garibaldi, e si cancella, fra i tanti, anche Mazzini che ne fu il vero promotore (e Cattaneo, Ferrari, Montanelli, oltre che il neoguelfismo di Gioberti e il papa), e ne è il teorico più attuale, nel senso che ne è il più necessario. Il suo sogno era l’Europa delle nazioni. Dopo la Giovane Italia fondò la Giovane Europa. Il nazionalismo vide nel complesso negativo: se la libertà nazionale contro l’oppressione straniera era necessaria, il patriottismo rischiava di compromettere “la fratellanza dei popoli, unico principio generale”.
Mazzini fu con queste idee immensamente popolare, e all’origine del ’48 e del percorso che dodici anni dopo porterà all’unità. “All’Italia spetta l’alto ufficio di bandire solenne e compatta l’emancipazione. E l’Italia adempirà l’ufficio che gli affida la civiltà”. Lo disse nel 1839 e lo fece.
È vero che Mazzini nel 1834 era stato condannato a morte dai Savoia – insieme con Garibaldi. Ma i Savoia non erano finiti male?
Neoguelfismo – Singolarmente assente nelle celebrazioni del centocinquantenario, il piano dell’Italia federale di Gioberti e il ruolo di Pio IX nell’accelerazione dello spirito unitario. Le celebrazioni lo limitano all’unificazione. Che fu, certo, savoiarda e garibaldina. Ma lasciare fuori Gioberti, che fu anche presidente del consiglio nel 1848 a Torino, e il papa, da cui tutto il ’48 prese avvio, in Italia e in Europa, è inspiegabile e sembra assurdo. Non si rileggono nemmeno “Le mie prigioni”, che sono, oltre che anti-austriache, una forte testimonianza di fede religiosa.
Sembra ovvio perché Pio IX si tenne fuori sdegnato dall’unificazione, e anzi la avversò. Ma dopo esserne stato il primo e più giusto innesco. Deliberando all’accesso al trono nel 1846 la riforma dei Codici, la libertà di stampa, l’amnistia politica, la creazione di una guardia civica. Un delirio di entusiasmo lo circondò in tutta l’Italia, di cui resta traccia ora unicamente nei tanti inni celebrativi a lui indirizzati. Palermo anticipò il Quarantotto, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal papa. Anche a Parigi il Quarantotto fu anticipato dall’inno a Pio IX, dice Flaubert nell’“Educazione sentimentale”.
Flaubert non dice di quale inno si trattava: ce ne furono parecchi. Il 1 gennaio 1847 una grandiosa manifestazione di popolo, guidata dai Capi dei rioni, si svolse a Roma da Piazza del Popolo al Quirinale, allora residenza papale. Pio IX ricevette gli auguri per il nuovo anno, la cerimonia s’illustrò con un inno di autore ignoto musicato da Rossini, “Grido di esaltazione riconoscente al Sommo Pontefice Pio IX”. Diceva: “Su fratelli, letizia si canti\Al magnanimo core di Pio,\Che alla santa favilla di Dio\S’infiammò del più dolce pensier”.
Francesco Dell’Ongaro fece del papa il soggetto di uno dei suoi popolari stornelli: “Pio Nono è figlio del nostro cervello,\Un idolo del cuore, un sogno d’oro... \Chi grida per le vie : «Viva Pio nono!»\ Vuol dir: « Viva la patria ed il perdono». Filippo Meucci e il maestro Gaetano Magazzari composero un “Inno Pio IX” che, dice D’Ancona, “aveva un andamento solenne, quasi trionfale, e come certi sussulti di gioia”. Meucci, che scrisse anche il coro “In lode dell’immortale Pio IX” e un inno “Alla Guardia Civica”, sarà ministro di Polizia nella Repubblica Romana, e poi esule in Piemonte.
A Pisa, nella Toscana granducale e riformista che Pio IX aveva acceso di nuovi fermenti, si celebrò il 16 giugno 1847 l’anniversario dell’elezione del papa con manifestazioni popolari, luminarie, e canti. Uno dei quali, attribuito al Guerrazzi, diceva: “Su, fratelli! D’un Uom la parola\Or ne stringe in santissimo patto.\Essa è verbo che chiama al riscatto\Dell'Italia le cento città”. Analoga manifestazione il giorno dopo a Siena il granduca riuscì a proibire, con pochi feriti. Ma tutta la Toscana fu un pullulare di rivolte. E nei ducati di Parma e di Modena-Reggio, che l’Austria intervenne a presidiare. Indirettamente spingendo i liberali mazziniani all’azione nel Regno del Sud, a Reggio il 29 agosto 1847 e a Messina tre giorni dopo.
Per qusi tutto il 1848 il papa resterà popolare. In Germania sorsero a partire da marzo delle “Associazioni Pio”, che a ottobre erano già 400, con 100 mila iscritti, una cifra allora enorme nella pratica degli associazionismi. Poi il suo primo ministro Pellegrino Rossi fu trucidato dai repubblicani, un riformista, sul portone del Quirinale, il palazzo del papa, e Pio IX se ne andò sdegnato a Gaeta, nel regno di Napoli già nuovamente legittimista.
Quarantotto – Flaubert ne fa l’epitome della (sua propria) incapacità. Della velleità confusa. Appena avvenne, dice nell’“Eduaczione sentimentale”, “si smascherò”. Visto da destra e visto da sinistra. A un certo unto, ricorda Flaubert, insorse lo spettro del socialismo, e i liberali batterono in ritirata – dalla rivoluzione, non dalla scena, che anzi occuparono con durezza.
È una interpretazione come un’altra, nemmeno originale, anzi la più diffusa. Ma Flaubert aggiunge qualcosa: che il socialismo sancì e impose la proprietà: “Allora, la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio (maiuscole e minuscole sono dell’originale, n.d.r.). Gli attacchi che le si portavano sembrarono sacrilegio, quasi antropofagia.”
Il Quarantotto comincia nel nel ’46, all’elezione di papa Pio IX, il 16 giugno di quell’anno. Pochi giorni e il papa promulgava le libertà che incendiavano tutta Italia. In tutta Italia si susseguirono delle manifestazioni. Che culminarono il 29 agosto 1847 col tentativo di sollevazione di Reggio Calabria. A cui segui l’1 settembre quello di Messina. Il Quarantotto vero e proprio inizia a Palermo, il 7 gennaio: in pochi giorni la Sicilia si libera delle truppe borboniche, chiedendo la costituzione del 1812, abrogata con la restaurazione nel 1816. Quanto di più lontano dalla politica oggi. In Italia e in Europa.
È la smentita a Marx. Che pure lo visse intensamente, da direttore di giornale e agitatore. Ma ne trascurò presto la portata, immergendosi nell’economia, già dichiarata “scienza triste” da Carlyle, alla vana ricerca della “struttura” della società. La rivoluzione liberale, o primavera dei popoli, si volle politica, le riforme economiche le aveva ottenute e non le bastarono. Il 1989 è stato un grandissimo Quarantotto. Il sommovimento arabo di questi mesi lo è e non lo è: troppo diverse la parentela e la società, la storia, la cultura, l’urbanizzazione, la distribuzione del reddito.
Unità – Fratelli è la parola più ricorrente nel repertorio “Inni di guerra e canti patriottici del popolo italiano” messo assieme da Rinaldo Caddeo per la casa editrice Risorgimento di Milano nel 1915, alla vigilia della guerra, che ebbe largo e immediato successo. Non un’invocazione anarchica, né prodroma della parole d’ordine politiche di parte, compagno, camerata, ma indirizzata a tutti gli italiani. Oggi Galli della Loggia, studioso dell’identità italiana, dopo tanti libri la trova ancora sfuggente, da ultimo lunedì sul “Corriere della sera” (Lo stile di un paese senza identità”). Ma a questa assenza contrappone il giubilo per il royal wedding e per la morte di Osama come segni di democrazia: entrambi “ci fanno capire che cosa sono le società democratiche”. E questo perché le classi dirigenti in Gran Bretagna e negli Usa, di destra e di sinistra, al potere e fuori, partecipano dell’evento. Ma questo anche in Italia, bisogna dire, quando vince la Nazionale, quando muore un papa. Sono eventi minori rispetto al royal wedding?
astolfo@antiit.eu
Mazzini - Nelle celebrazioni dell’unità si nasconde il Piemonte dietro Garibaldi, e si cancella, fra i tanti, anche Mazzini che ne fu il vero promotore (e Cattaneo, Ferrari, Montanelli, oltre che il neoguelfismo di Gioberti e il papa), e ne è il teorico più attuale, nel senso che ne è il più necessario. Il suo sogno era l’Europa delle nazioni. Dopo la Giovane Italia fondò la Giovane Europa. Il nazionalismo vide nel complesso negativo: se la libertà nazionale contro l’oppressione straniera era necessaria, il patriottismo rischiava di compromettere “la fratellanza dei popoli, unico principio generale”.
Mazzini fu con queste idee immensamente popolare, e all’origine del ’48 e del percorso che dodici anni dopo porterà all’unità. “All’Italia spetta l’alto ufficio di bandire solenne e compatta l’emancipazione. E l’Italia adempirà l’ufficio che gli affida la civiltà”. Lo disse nel 1839 e lo fece.
È vero che Mazzini nel 1834 era stato condannato a morte dai Savoia – insieme con Garibaldi. Ma i Savoia non erano finiti male?
Neoguelfismo – Singolarmente assente nelle celebrazioni del centocinquantenario, il piano dell’Italia federale di Gioberti e il ruolo di Pio IX nell’accelerazione dello spirito unitario. Le celebrazioni lo limitano all’unificazione. Che fu, certo, savoiarda e garibaldina. Ma lasciare fuori Gioberti, che fu anche presidente del consiglio nel 1848 a Torino, e il papa, da cui tutto il ’48 prese avvio, in Italia e in Europa, è inspiegabile e sembra assurdo. Non si rileggono nemmeno “Le mie prigioni”, che sono, oltre che anti-austriache, una forte testimonianza di fede religiosa.
Sembra ovvio perché Pio IX si tenne fuori sdegnato dall’unificazione, e anzi la avversò. Ma dopo esserne stato il primo e più giusto innesco. Deliberando all’accesso al trono nel 1846 la riforma dei Codici, la libertà di stampa, l’amnistia politica, la creazione di una guardia civica. Un delirio di entusiasmo lo circondò in tutta l’Italia, di cui resta traccia ora unicamente nei tanti inni celebrativi a lui indirizzati. Palermo anticipò il Quarantotto, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal papa. Anche a Parigi il Quarantotto fu anticipato dall’inno a Pio IX, dice Flaubert nell’“Educazione sentimentale”.
Flaubert non dice di quale inno si trattava: ce ne furono parecchi. Il 1 gennaio 1847 una grandiosa manifestazione di popolo, guidata dai Capi dei rioni, si svolse a Roma da Piazza del Popolo al Quirinale, allora residenza papale. Pio IX ricevette gli auguri per il nuovo anno, la cerimonia s’illustrò con un inno di autore ignoto musicato da Rossini, “Grido di esaltazione riconoscente al Sommo Pontefice Pio IX”. Diceva: “Su fratelli, letizia si canti\Al magnanimo core di Pio,\Che alla santa favilla di Dio\S’infiammò del più dolce pensier”.
Francesco Dell’Ongaro fece del papa il soggetto di uno dei suoi popolari stornelli: “Pio Nono è figlio del nostro cervello,\Un idolo del cuore, un sogno d’oro... \Chi grida per le vie : «Viva Pio nono!»\ Vuol dir: « Viva la patria ed il perdono». Filippo Meucci e il maestro Gaetano Magazzari composero un “Inno Pio IX” che, dice D’Ancona, “aveva un andamento solenne, quasi trionfale, e come certi sussulti di gioia”. Meucci, che scrisse anche il coro “In lode dell’immortale Pio IX” e un inno “Alla Guardia Civica”, sarà ministro di Polizia nella Repubblica Romana, e poi esule in Piemonte.
A Pisa, nella Toscana granducale e riformista che Pio IX aveva acceso di nuovi fermenti, si celebrò il 16 giugno 1847 l’anniversario dell’elezione del papa con manifestazioni popolari, luminarie, e canti. Uno dei quali, attribuito al Guerrazzi, diceva: “Su, fratelli! D’un Uom la parola\Or ne stringe in santissimo patto.\Essa è verbo che chiama al riscatto\Dell'Italia le cento città”. Analoga manifestazione il giorno dopo a Siena il granduca riuscì a proibire, con pochi feriti. Ma tutta la Toscana fu un pullulare di rivolte. E nei ducati di Parma e di Modena-Reggio, che l’Austria intervenne a presidiare. Indirettamente spingendo i liberali mazziniani all’azione nel Regno del Sud, a Reggio il 29 agosto 1847 e a Messina tre giorni dopo.
Per qusi tutto il 1848 il papa resterà popolare. In Germania sorsero a partire da marzo delle “Associazioni Pio”, che a ottobre erano già 400, con 100 mila iscritti, una cifra allora enorme nella pratica degli associazionismi. Poi il suo primo ministro Pellegrino Rossi fu trucidato dai repubblicani, un riformista, sul portone del Quirinale, il palazzo del papa, e Pio IX se ne andò sdegnato a Gaeta, nel regno di Napoli già nuovamente legittimista.
Quarantotto – Flaubert ne fa l’epitome della (sua propria) incapacità. Della velleità confusa. Appena avvenne, dice nell’“Eduaczione sentimentale”, “si smascherò”. Visto da destra e visto da sinistra. A un certo unto, ricorda Flaubert, insorse lo spettro del socialismo, e i liberali batterono in ritirata – dalla rivoluzione, non dalla scena, che anzi occuparono con durezza.
È una interpretazione come un’altra, nemmeno originale, anzi la più diffusa. Ma Flaubert aggiunge qualcosa: che il socialismo sancì e impose la proprietà: “Allora, la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio (maiuscole e minuscole sono dell’originale, n.d.r.). Gli attacchi che le si portavano sembrarono sacrilegio, quasi antropofagia.”
Il Quarantotto comincia nel nel ’46, all’elezione di papa Pio IX, il 16 giugno di quell’anno. Pochi giorni e il papa promulgava le libertà che incendiavano tutta Italia. In tutta Italia si susseguirono delle manifestazioni. Che culminarono il 29 agosto 1847 col tentativo di sollevazione di Reggio Calabria. A cui segui l’1 settembre quello di Messina. Il Quarantotto vero e proprio inizia a Palermo, il 7 gennaio: in pochi giorni la Sicilia si libera delle truppe borboniche, chiedendo la costituzione del 1812, abrogata con la restaurazione nel 1816. Quanto di più lontano dalla politica oggi. In Italia e in Europa.
È la smentita a Marx. Che pure lo visse intensamente, da direttore di giornale e agitatore. Ma ne trascurò presto la portata, immergendosi nell’economia, già dichiarata “scienza triste” da Carlyle, alla vana ricerca della “struttura” della società. La rivoluzione liberale, o primavera dei popoli, si volle politica, le riforme economiche le aveva ottenute e non le bastarono. Il 1989 è stato un grandissimo Quarantotto. Il sommovimento arabo di questi mesi lo è e non lo è: troppo diverse la parentela e la società, la storia, la cultura, l’urbanizzazione, la distribuzione del reddito.
Unità – Fratelli è la parola più ricorrente nel repertorio “Inni di guerra e canti patriottici del popolo italiano” messo assieme da Rinaldo Caddeo per la casa editrice Risorgimento di Milano nel 1915, alla vigilia della guerra, che ebbe largo e immediato successo. Non un’invocazione anarchica, né prodroma della parole d’ordine politiche di parte, compagno, camerata, ma indirizzata a tutti gli italiani. Oggi Galli della Loggia, studioso dell’identità italiana, dopo tanti libri la trova ancora sfuggente, da ultimo lunedì sul “Corriere della sera” (Lo stile di un paese senza identità”). Ma a questa assenza contrappone il giubilo per il royal wedding e per la morte di Osama come segni di democrazia: entrambi “ci fanno capire che cosa sono le società democratiche”. E questo perché le classi dirigenti in Gran Bretagna e negli Usa, di destra e di sinistra, al potere e fuori, partecipano dell’evento. Ma questo anche in Italia, bisogna dire, quando vince la Nazionale, quando muore un papa. Sono eventi minori rispetto al royal wedding?
astolfo@antiit.eu
venerdì 13 maggio 2011
Problemi di base - 60
spock
Perché gli storici dicono che la guerra non è popolare? La guerra in casa d’altri.
Secondo Bacone, non c’è nessuno così debole che non vinca la paura della morte. E se uno è forte?
Perché gli anziani dimenticano le chiavi in casa e i giovani invece si cambiano i pantaloni?
Perché la Bibbia è maschilista, e anche femminista?
E Dio, perché non è mai tranquillo? Sempre fa casino.
Questo Berlusconi, è solo paranoia o la minaccia è reale?
Anche Metternich era, assicura il biografo, “intollerabilmente licenzioso e frivolo con le donne”: era qui la base della Santa Alleanza? Ma non restaurava bene.
Si dice le oche del Campidoglio o le oche del Quirinale?
E se il Quirinale per un giorno tacesse?
spock@antiit.eu
Perché gli storici dicono che la guerra non è popolare? La guerra in casa d’altri.
Secondo Bacone, non c’è nessuno così debole che non vinca la paura della morte. E se uno è forte?
Perché gli anziani dimenticano le chiavi in casa e i giovani invece si cambiano i pantaloni?
Perché la Bibbia è maschilista, e anche femminista?
E Dio, perché non è mai tranquillo? Sempre fa casino.
Questo Berlusconi, è solo paranoia o la minaccia è reale?
Anche Metternich era, assicura il biografo, “intollerabilmente licenzioso e frivolo con le donne”: era qui la base della Santa Alleanza? Ma non restaurava bene.
Si dice le oche del Campidoglio o le oche del Quirinale?
E se il Quirinale per un giorno tacesse?
spock@antiit.eu
A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (89)
Giuseppe Leuzzi
Dovendo guardare il mondo
da sotto in su
ogni sorta di malanno
s’accompagna
al quieto vivere:
gobba, lombaggine, cervicale,
e l’infinita serie di mancanze
per difetto di ossigeno
e la disperazione,
la vista sempre ardua rivelandosi,
sfocata, incerta, fosca
per non potere, o volere,
la propria nullità vedere,
specialisti in sguardi assenti
da scemo di paese,
al quale si è bene dare
divertita compassione.
È come la storia scrutare
con strepito magari
inarmonico di fanfare
in assetto posteriore
poco onorevole.
L’odio uccide e l’invidia,
più dell’avidità.
Aspromonte
Il toponimo ricorre in Francia. Flaubert ne registra uno nella foresta di Fontainebleau, collinare, dove “il sentiero fa zigzag tra pini tozzi, sotto rocce dal profilo angoloso”. È un paesaggio familiare, ma pini tozzi abbarbicati alle rocce ce ne sono in molte montagne. “Tutto questo angolo della foresta ha qualcosa di rattenuto, un po’ selvaggio un po’ raccolto”, aggiunge Flaubert, e questo è solo dell’Aspromonte vero e proprio.
È francese il poema del luogo, l’antica canzone in lasse romanze del 1180 circa in ambito normanno, “Chanson d’Aspremont”. Sulla difesa della cristianità contro gli africani che hanno invase il meridione. Di auspicio per la crociata che i re d’Europa preparavano a Messina attorno a quell’anno, padroni di casa i Normanni ormai elevati al rango regale.
“Aspro\ il Monte è bruciato appena ieri”, Giuseppina Amodei, poetessa di Bova (nell’antologia “A mio padre”).
La canzone di gesta è stata però sempre di gusto popolare, e si è conservata fino a recente, un quarto di secolo o una generazione fa. Orlando e i paladini di Francia, benché “materia di Francia”, sono stati un epos popolare in Sicilia. Nel senso che spopolavano fino a quando c’era epos, dunque fino agli anni 1980, nelle piazze con i cantastorie, all‘opera dei pupi, e sulle sponde dei carretti. In Calabria, che vive in una sorta di glaciazione, un’apnea dove tutto si è smarrito, l’epos è residuato nell’Aspromonte.
È residuato fino agli anni 1990, noto agli ultimi camminatori nel boschi, che già erano anche loro residuali e di piccolo numero. Spesso mescolato col Guerin Meschino, anch’esso materia in qualche modo di Francia, ma molto spuria. Nella congerie voluminosa delle chansons de geste, la cui “storia” è più spesso dovuta alla rima, alle ottave cantabili.
Il “Guerin Meschino” è tutto d’invenzione di Andrea da Barberino, quindi del Quarrocento. Ma il personaggio Guerin in qualche modo si connette a Girart, il cavaliere che fu concorrente dei figli di Carlo Magno, ai quali tentò di strappare un regno di Borgogna - entità che rimarrà sempre utopica, tra l’Alta Provenza, il Nord Italia, e il Reno fino alle Fiandre. Ad Andrea da Barberino si deve anche un adattamento della “Chanson d’Aspremont”.
Si fa – si faceva – nella tradizione orale disinvolta commistione di storie, vicende e personaggi. Essa deriva in buona misura dall’autore dei rifacimenti cavallereschi, Andrea da Barberino. In particolare ritorna frequente, nel “Guerin Meschino”, la Sibilla, la maga. Una Saba Sibilla fronteggia a Polsi, al centro dell’Aspromonte, il luogo di culto con più continuità nella storia dell’Europa, dal suo antro la Madonna della Montagna. La stessa commistione si fa nell’opera dei pupi a Palermo.
L’Italia comincia in Calabria
Nelle celebrazioni dell’unità si nasconde il Piemonte dietro Garibaldi, e si cancellano Mazzini e Gioberti, che ne furono i veri promotori, dopo i moti del 1830-32 (e Cattaneo, Ferrari, Montanelli). È vero che Mazzini nel 1834 era stato condannato a morte dai Savoia – insieme con Garibaldi. Ma manca pure il Sud. Da dove invece il movimento unitario e repubblicano partì.
Il ’48 cominciò nel ’47. Il 29 agosto 1847, a Reggio Calabria. Le riforme del papa Pio IX nella seconda metà del 1846, e il pamphlet di Luigi Settembrini e della Giovane Italia nel luglio del 1847, “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, avevano radicalizzato i liberali del Regno. Il re Ferdinando II rispose subito, l’11 agosto, ma con misure economiche, che furono giudicate irrisorie - un po’ come oggi i regimi nordafricani e del medio Oriente: i liberali volevano riforme politiche.
Un comitato segreto fu costituito a Napoli, con a capo Carlo Poerio, figlio di Giuseppe, il patriota calabrese che aveva aperto le porte di Napoli ai liberatori francesi nel 1799. Coadiuvato da un comitato siciliano, composto dagli avvocati Benedetto Castiglia, Michele Bertolami, Giovanni Interdonato, Giovanni Denti, dal principe Ruggero Settimo di Fitalia, e da Mariano Stabile. E da un comitato calabrese, che animavano i baroni Vincenzo Marsico e Vincenzo Stocco, il marchese Federico Genoese (poi Genoese De Zerbi), i fratelli Francesco e Giacinto Plutino, sposti a due genoesi (una famiglia di patrioti: o fratelli Agostino e Antonino Plutino, e il figlio di Agostino, Fabrizio, saranno con Garibaldi nel 1860), i fratelli Giandomenico e Giannandrea Romeo, il dottor Francesco Saverio Vollaro, il giovanissimo Pietro Foti.
Si decise che si sarebbero ribellate prima le province. Ma solo Reggio e Messina si dissero pronte, stabilendo l’insurrezione per il 10 settembre. Poi, per impazienza, e per evitare tradimenti, le sollevazioni furono anticipate. Il 29 agosto i fratelli Romeo, i fratelli Plutino, il marchese Genoese, radunati alle pendici dell’Aspromonte un migliaio d'uomini, si avviarono alla volta di Reggio. Il 2 settembre la città era presa, al grido di “Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva la costituzione!” La guarnigione, colta alla sprovvista, si arrese. Sul forte fu innalzata la bandiera tricolore. Furono costituiti una milizia cittadina sotto gli ordini di Giovannandrea Romeo, e un governo provvisorio presieduto dal canonico Paolo Pellicano (o Pellicanò), di cui erano parte i capi colonna degli insorti, Domenico Muratori, Antonio Cimino, Casimiro De Lieto, Pietro Mileti, e il marchese Genoese. Il canonico si presentò con un proclama all’insegna di “Viva il re costituzionale Ferdinando II! Viva la libertà! Viva l’indipendenza italiana!”
Intanto era fallito il moto di Messina. L’1 settembre gruppi di giovani avevano percorso la città con la bandiera tricolore, inneggiando a Pio IX, alla Madonna della Lettera, protettrice della città, e all'Indipendenza italiana. Tentarono poi d’impadronirsi dell’arsenale. Ma la reazione ne ebbe ragione in poche ore: fra i militari ci furono otto morti e dieci feriti, tra cui il colonnello comandante Busacca, degli insorti uno rimase ucciso, parecchi furono fatti prigionieri, gli altri trovarono scampo a Malta o in Corsica o presso le popolazioni della campagna.
All’appello di Reggio il re rispose inviando suo fratello il Conte di Aquila con cinque navi, su cui presero posto tremila soldati, al comando del generale Alessandro Nunziante e del tenente colonnello Michele De Cornè. Le truppe presero terra il 4 settembre al Pizzo e, protette dalle artiglierie delle navi, marciarono contro Reggio. Il governo provvisorio fu indeciso se resistere in città, o fare una sortita, raccogliere gli insorti della piana di Gioia Tauro e della Locride, e attraverso le montagne marciare verso Catanzaro e Cosenza. Prevalse questo progetto, Reggio fu evacuata, le truppe borboniche vi penetrarono senza resistenza. Il conte d’Aquila con due fregate passò a Messina, mentre tre fregate restavano a presidiare Reggio.
Gli insorti di Locri-Gerace per qualche giorno sembrarono poter riuscire nell’impresa. Capitanati da Gaetano Ruffo, Domenico Salvatori, Rocco Verduci e Michele Bello, catturarono il cavaliere Buonafede, che aveva condotto le operazioni contro i fratelli Bandiera, occuparono i paesi vicini, Bovalino e Gioiosa, e puntarono su Roccella, sostenuti da un gruppo di fuoriusciti capitanati da Pietro Mazzoni. All’arrivo delle truppe di Nunziante, però, le bande d’insorti si sciolsero. I fuoriusciti di Reggio, invece, inoltratisi nelle boscaglie di Staiti, combatterono per due settimane contro le truppe regie e e le guardie urbane. Quanto Giandomenico Romeo e il nipote Stefano, che comandavano le bande, furono soverchiati e uccisi dalle guardie urbane e i contadini di Pedavoli (oggi Delianuova), le bande si dispersero. Molti, tra essi i Plutino, si misero in salvo a Malta (Foti a Costantinopoli), altri si nascosero nei boschi e vissero alla macchia fino il giorno dell’amnistia. Seguirono i processi, a Messina e Reggio.
A Messina fu fucilato il calzolaio Giuseppe Sciva, nove insorti, tra cui tre preti e due frati, furono condannati all’ergastolo (due morirono in prigione), su dieci fuggiaschi di cui si conosceva il nome il generale Landi pose una “taglia di trecento ducati ciascuno se consegnati vivi e di mille se consegnati morti”. Per i moti di Reggio ci furono otto condanne a morte. Cinque dei condannati, Ruffo, Verduci, Salvadori, Bello e Mazzoni, furono fucilati a Locri-Gerace il 2 ottobre. Si ricorda la morte degli ultimi due, che erano molto amici: Bello chiese perdono all’altro di essere la causa di quella morte immatura avendolo convinto ad insorgere, mentre il Mazzoni lo ringraziò di avergli procurato una simile gloria.
Gli altri furono giustiziati a Reggio a novembre. Altri dieci condannati a morte, tra cui il canonico Pellicanò, ebbero la pena commutata nell’ergastolo a vita. Su diciannove che erano riusciti a fuggire, furono poste grosse taglie. Molte le condanne a pene minori. A Napoli furono arrestati altri calabresi
leuzzi@antiit.eu
mercoledì 11 maggio 2011
L’educazione politica di Flaubert (reazionaria)
Ai vent’anni inoltrati, e dopo un paio d’anni di corteggiamento, incerto, equivocato, Frédéric-Flaubert va a letto con una donna. Non l’amata, una mantenuta. Il giorno in cui scoppia a Parigi il ’48. In effetti il romanzo è politico, sulla vanità del Quarantotto. Tale lo vuole Flaubert nelle lettere successive alla sua fredda accoglienza all’uscita nel 1869: “Se si fosse letto bene, niente di tutto questo sarebbe successo”, il 1870 e il disastro della Comune. Come tale è accurato – Flaubert si documentava - e di buon taglio storico. Ma la sfida resta al solito impari, la storia vera più interessante.
Le edizioni francesi, tutte annotate, sono sempre insoddisfacenti. In traduzione i richiami si evitano, ai tempi, i luoghi, le persone, le cose, quasi fossero convenzionali come i nomi dei personaggi, ma che Flaubert si legge? Magris richiama per l’“Educazione sentimentale” il “libro su niente” che Flaubert vagheggiava con Louise Colet nel 1852, qualche anno dopo gli eventi e una quindicina prima di scrivere il romanzo, sentendosi quello “che fruga e scava il vero quanto può, che ama far risaltare il fatto minuto con altrettanta potenza che quello grande”, ma la prosa, seppure svelta, è greve. Ci vuole comunque molta buona volontà per superare l’imbarazzo dell’iniziazione, sentimentale e politica - quelli di Flaubert sono eroi negativi, si sa, ma questi inizi del romanzo borghese sono orripilanti.
Notevole, nel nostro centocinquantenario, la menzione della popolarità dell’inno a Pio IX fra i libertari parigini. E dell’influenza che su di essi ebbero i moti italiani – anche se Flaubert li fa iniziare con “l’insurrezione di Palermo”, che è invece di Reggio Calabria (forse intendeva Messina, il Sud è sempre un po’ terra incognita, dove però i moti furono stroncati sul nascere).
Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale
Le edizioni francesi, tutte annotate, sono sempre insoddisfacenti. In traduzione i richiami si evitano, ai tempi, i luoghi, le persone, le cose, quasi fossero convenzionali come i nomi dei personaggi, ma che Flaubert si legge? Magris richiama per l’“Educazione sentimentale” il “libro su niente” che Flaubert vagheggiava con Louise Colet nel 1852, qualche anno dopo gli eventi e una quindicina prima di scrivere il romanzo, sentendosi quello “che fruga e scava il vero quanto può, che ama far risaltare il fatto minuto con altrettanta potenza che quello grande”, ma la prosa, seppure svelta, è greve. Ci vuole comunque molta buona volontà per superare l’imbarazzo dell’iniziazione, sentimentale e politica - quelli di Flaubert sono eroi negativi, si sa, ma questi inizi del romanzo borghese sono orripilanti.
Notevole, nel nostro centocinquantenario, la menzione della popolarità dell’inno a Pio IX fra i libertari parigini. E dell’influenza che su di essi ebbero i moti italiani – anche se Flaubert li fa iniziare con “l’insurrezione di Palermo”, che è invece di Reggio Calabria (forse intendeva Messina, il Sud è sempre un po’ terra incognita, dove però i moti furono stroncati sul nascere).
Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale
L’economista scimmiotta il giornalista
Forse per smentire Carlyle, che li voleva evidentemente tristi come la loro scienza, gli economisti amano scherzare. Spiritosi più che scienziati. Lo era pure Keynes, spiritoso, e perfino Marx, e dunque non ci sarebbe da scandalizzarsene. Se non quando, sotto lo spirito, non c’è niente. Non c’è nei libri e nei discorsi di Tremonti, sotto la battuta divertente o sferzante – che, certo, ha il merito di avere scoperto la Cina, dieci o quindici anni fa. Non c’erano in quelli di Padoa Schioppa - i libri purtroppo restano. Non c’è nei famosi liberisti milanesi, Bragantini e i suoi epigoni – che delle battute, certo, sono maestri. E dunque bisogna contentarsi della scoperta della Cina, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo?
Sembra strano, ma non c’è nient’altro. Si cerchi dall’altro lato, gli antitremontiani di programma, e non si troverà niente, dopo le battute. Nel famoso sito lavoce.info, di Giavazzi, Boeri e i loro discepoli. O tra i giornalisti e i commentatori dei migliori giornali. Oggi sul “Corriere della sera” Michele Salvati afferma che “il vincolo dei conti ci obbliga a correre di più”. Ma non dice come: con l’olio di ricino? con la Siberia? Quando lo sanno anche le pietre che il vincolo dei conti da vent’anni ormai, dal fatidico 1992, ci costringe allo stallo, altro che corse. Scuramente lo sa Tremonti, dato che, almeno lui, ha scoperto la Cina: che il vincolo dei conti, in un mercato globale che invece non se ne dà, non gli Usa, non il Giappone, non i Bric, è una camicia di forza, seppure volontaria.
Se poi si legge tutto Salvati, si vorrebbe prendere il fucile. La sua analisi si fa forte di Tito Boeri, secondo il quale il Pnr di Tremonti non esiste, il Piano di Riforma Nazionale, come la peste di Manzoni non è questo e non è quello: alcune misure sono già state attuate, altre invece sono annunciate ma non previste. E di Gianfranco Viesti, che Salvati dice “competente, acuto, caustico”, secondo il quale il piano di Tremonti di proposito pone all’Italia “l’obiettivo di diventare… il peggiore tra i paesi europei”. E questo è tutto. Spiritosaggini, tra l’altro, di cui si ride poco – sarà, anche qui invasiva, la sindrome Berlusconi (speriamo che almeno scopino)?
Si dovrebbe dirlo il tradimento degli intellettuali. Che c’è tutto (Boeri dice che la riforma della contrattazione non ha avuto effetti, e come è possibile?). Ma di più c’è l’inconsistenza: se sono stati intellettuali in realtà ambivano a fare i giornalisti. O magari andare da Lerner, o da Santoro.
Sembra strano, ma non c’è nient’altro. Si cerchi dall’altro lato, gli antitremontiani di programma, e non si troverà niente, dopo le battute. Nel famoso sito lavoce.info, di Giavazzi, Boeri e i loro discepoli. O tra i giornalisti e i commentatori dei migliori giornali. Oggi sul “Corriere della sera” Michele Salvati afferma che “il vincolo dei conti ci obbliga a correre di più”. Ma non dice come: con l’olio di ricino? con la Siberia? Quando lo sanno anche le pietre che il vincolo dei conti da vent’anni ormai, dal fatidico 1992, ci costringe allo stallo, altro che corse. Scuramente lo sa Tremonti, dato che, almeno lui, ha scoperto la Cina: che il vincolo dei conti, in un mercato globale che invece non se ne dà, non gli Usa, non il Giappone, non i Bric, è una camicia di forza, seppure volontaria.
Se poi si legge tutto Salvati, si vorrebbe prendere il fucile. La sua analisi si fa forte di Tito Boeri, secondo il quale il Pnr di Tremonti non esiste, il Piano di Riforma Nazionale, come la peste di Manzoni non è questo e non è quello: alcune misure sono già state attuate, altre invece sono annunciate ma non previste. E di Gianfranco Viesti, che Salvati dice “competente, acuto, caustico”, secondo il quale il piano di Tremonti di proposito pone all’Italia “l’obiettivo di diventare… il peggiore tra i paesi europei”. E questo è tutto. Spiritosaggini, tra l’altro, di cui si ride poco – sarà, anche qui invasiva, la sindrome Berlusconi (speriamo che almeno scopino)?
Si dovrebbe dirlo il tradimento degli intellettuali. Che c’è tutto (Boeri dice che la riforma della contrattazione non ha avuto effetti, e come è possibile?). Ma di più c’è l’inconsistenza: se sono stati intellettuali in realtà ambivano a fare i giornalisti. O magari andare da Lerner, o da Santoro.
martedì 10 maggio 2011
Il pettegolezzo come virtù politica?
Non è di oggi, ma di sette anni fa, questa nota, del 10 maggio 2004:
Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il potere che attraverso i suoi apparti droga l’informazione. È la giustizia, con i giornali. Ma non è certo la libertà di stampa che si impone o un s ervizio al diritto all’informazione: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Gli scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali di corredo.
La Repubblica naturalmente non è il fascismo, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli – non sono ladri: a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non professionale.
Il pettegolezzo come virtù politica, elogiava Eco nel “Costume di casa”, nel 1972. Al pettegolezzo, argomentava, si è portati quando non abbiamo opportunità di discussione pubblica (politica). Ma chi ce la toglie questa opportunità di discussione? Il pettegolezzo.
Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il potere che attraverso i suoi apparti droga l’informazione. È la giustizia, con i giornali. Ma non è certo la libertà di stampa che si impone o un s ervizio al diritto all’informazione: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Gli scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali di corredo.
La Repubblica naturalmente non è il fascismo, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli – non sono ladri: a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non professionale.
Il pettegolezzo come virtù politica, elogiava Eco nel “Costume di casa”, nel 1972. Al pettegolezzo, argomentava, si è portati quando non abbiamo opportunità di discussione pubblica (politica). Ma chi ce la toglie questa opportunità di discussione? Il pettegolezzo.
Letture - 61
letterautore
Giallo - Ne “I segugi” di Sofocle, il primo giallo della letteratura occidentale, come già nell’“Inno omerico” di analogo soggetto, un giallo alla Poirot, da “celluline grige”, si indaga il furto delle vacche di Apollo. Commesso da Ermes. Che le vacche aveva fatto avanzare all’indietro, a passo di gambero, per confondere le tracce.
Ermes, il ladro, ha inventato e suona per i segugi la lira, con la quale li incanta. Ai segugi che le chiedono cosa sia mai quel suono, la dea dei luoghi Cillene risponde che è una bestia morta. Coro: “Ma come credere che questo sia il suono di una bestia morta?” Cillene: “Credimi. Anzi, solo morta ha avuto la voce, da viva era muta”.
È ancora la narrazione “fatta” dagli eventi – da qui la sua fortuna? I fatti e non il ricordo o l’autoanalisi, le varie forme del flusso di coscienza, insorgono, rovinano, s’incastrano, proliferano. È, in forma anomala, il ritorno del realismo nella narrazione: l’ordinario insospettato, senza le correzioni politiche del verismo-neorealismo, da Verga a Pasolini. In forma anomala, sorprendente, l’approfondimento della conoscenza riportando (relegando) al violento, patologico, paranormale.
Manzoni – “Ho paura”, scrive Flaubert a una conoscenza nel 1868, “che gli sfondi non divorino i primi piani, è questo il difetto del genere storico. I personaggi della storia sono più interessanti di quelli della finzione, soprattutto quando questi hanno passioni moderate”.
Nietzsche – L’aristocratico – il superuomo – è già nell’“Avvenire delle nostre scuole”. Ed è tutto lì: nella funzione aristocratica che la cultura deve avere.
È liberale, e in una forma poco comune in Germania nel secondo Ottocento: contrario alla semplificazione hegeliana (“il reale è razionale”), allo Stato etico prussiano. Ma è sicuramen te anti-democratico.
L’ “ariano” opposto al semita, nella “Nascita della tragedia”, viene dal tempo. Non è rtazzismo. Se non alla maniera tedesca, erudita e non becera, non “orientale”. Nietzsche è così uomo della sua epoca, del secondo Ottocento.
È prometeico, un costruttore. Al punto da diventare severo e intollerante contro i non impegnati. Non è affatto de-costruttore, un Derrida Nietzsche lo avrebbe sicuramente disprezzato. O un Vattimo, e gli altri pifferi del pensiero debole: non li avrebbe condannati al girone delle anime belle, degli esteti inerti? La sua scala di valori è imprecisata – se non per quanto concerne i benefici della tradizione – ma è una, è inattaccabile non è compromissoria (”buona”). Come tutti i tradizionalisti. Nietzsche è un sistemico assoluto. Nemmeno storicista cioè, alla Hegel: è inflessibile. È critico della moderntià ma non è l’aedo della crisi. Questa è la sua scala di valori, la critica della modernità: cioè dell’evento, della novità. Ed è una scala, di valori, cioè una gabbia solida, gerarchizzata. Un fustigatore non è un depresso, né un lirico. Semmai un predicatore – per il dna paterno?
Il critico, analitico, sorprendente Nietzsche diventa fumoso e irritante quando posa a ordinatore. Per il sistema di valori che vuole imporre. E perché ce ne ha uno.
La femminilità del semitismo (“Nascita della tragedia”), con il suo peccato originale. Suggestivo. Ma superficiale. Da vero nordico. Non può capire la femminilità nel Mediterraneo, dove pure ha vissuto a lungo. Gli sfugge perfino un facile accostamento tra dionisiaco e femmineo.
Macchinosa la distinzione fra dionisiaco e non (socratico) in Euripide. Non così macchinosa come fra dionisiaco e apollineo. Ma fa capire che l’impostazione è sbagliata, nascendo “sistemica”. Schopenhauer portava la distinzione per esemplificare. Nietzsche la riprende per dividere e sistemare.
O l’errore sta nella radicale opposizione di dionisiaco-apollineo a tutto ciò che no lo è – socratico, teoretico, alessandrino. Che è ciò che fa Nietzsche.
O il mito richiede Hitler – non con i baffetti, naturalmente, e la scriminatura.
Proust – In America il paesaggio dà un senso d’immutabile uniformità (solidità): in un paese a dimensione continentale, in cui l’idrogeologia prevale sull’habitat, il paesaggio muta lentamente, cioè a grandi distanze. Per giorni si può vagare nei campi di granturco, o nelle praterie, o fra i campi di tabacco della Virginia, e fra i boschi del Maine e del Vermont. Proust è come il paesaggio americano, un grande campo di grano. Ha qualche guizzo di luce, qualche avvallamento, ma è uniforme.
“Incantevole e augusto”, ha ragione Sciascia. Augusto perché incantevole, cioè lieve, un farfallino. Il suo preteso inferno, la gelosia (“Albertine”, gli eccessi sessuali (“Sodoma e Gomorra”) sono titillamenti da letteratura di “seconda fila”, le sue avventure sono come le descrive Émile Blanche: si è affettuosamente amici, teneramente, anche con qualche gelosia dispettosina, e ogni tanto si va al bordello, coi marchettari.
L’eccesso che si risente, la pesantezza residua, sta nel ghigno: è il disprezzo che più pesa per le quattromila pagine, mal dissimulato sotto la bonomia ironica, disprezzo di sé naturalmente. Ma da pasticheur o da gay? C’è un ghigno gay, oltre che una lievità, costante in tutta la letteratura di genere, compresi gli amori teneri del tenebroso Pasolini, e più in quella americana “liberata”, con poca o niente gioia. Per non dire l’illimitata serie sadomaso – come se tutto fosse visto attraverso un buco sporco. È l’improduttività (sterilità) che porta alla leggerezza.
Il vuoto di sensualità, ecco il buco nero. La passione è sensualità. Ma le passioni di Proust sono di naso: birignao, anche divertenti, e nulla più, basti pensare all’ero-pornografia. Di storie e personaggi piatti, giusto il canone dell’infinita serie della “seconda fila”: trasgressioni che servono solo al pettegolezzo, il gossip dell’epoca, ne derivano e lo alimentano. Soprattutto per i personaggi femminili,se si escludono le ascendenti familiari, madre, zie, nonne, fuori della portata dei sensi. È un fantasma perfino Albertine, di cui si parla in complesso per un migliaio di pagine. Prendendo per buona l’offensiva “chiave” dei proustiani, che la ragazza è in realtà uno chauffeur italiano dai folti baffi, si va diritti alla “seconda fila”. Oppure Odette, che non è tentatrice, né patetica, né dannata, ma solo e involontariamente ridicola. Va meglio per i maschi. Saint-Loup per esempio, oggi che la letteratura gay ci sta abituando a una psicologia epidermica o del tatto senza ombre, sposato con la sensualità delle cose, un muscolo, la pelle, un fatto reale, e senza prima né dopo, senza innamoramenti né delusioni. La poetica dei portieri d’albergo: chi va, chi viene, tante personalità, nell’indifferenza.
letterautore@antiit.eu
Giallo - Ne “I segugi” di Sofocle, il primo giallo della letteratura occidentale, come già nell’“Inno omerico” di analogo soggetto, un giallo alla Poirot, da “celluline grige”, si indaga il furto delle vacche di Apollo. Commesso da Ermes. Che le vacche aveva fatto avanzare all’indietro, a passo di gambero, per confondere le tracce.
Ermes, il ladro, ha inventato e suona per i segugi la lira, con la quale li incanta. Ai segugi che le chiedono cosa sia mai quel suono, la dea dei luoghi Cillene risponde che è una bestia morta. Coro: “Ma come credere che questo sia il suono di una bestia morta?” Cillene: “Credimi. Anzi, solo morta ha avuto la voce, da viva era muta”.
È ancora la narrazione “fatta” dagli eventi – da qui la sua fortuna? I fatti e non il ricordo o l’autoanalisi, le varie forme del flusso di coscienza, insorgono, rovinano, s’incastrano, proliferano. È, in forma anomala, il ritorno del realismo nella narrazione: l’ordinario insospettato, senza le correzioni politiche del verismo-neorealismo, da Verga a Pasolini. In forma anomala, sorprendente, l’approfondimento della conoscenza riportando (relegando) al violento, patologico, paranormale.
Manzoni – “Ho paura”, scrive Flaubert a una conoscenza nel 1868, “che gli sfondi non divorino i primi piani, è questo il difetto del genere storico. I personaggi della storia sono più interessanti di quelli della finzione, soprattutto quando questi hanno passioni moderate”.
Nietzsche – L’aristocratico – il superuomo – è già nell’“Avvenire delle nostre scuole”. Ed è tutto lì: nella funzione aristocratica che la cultura deve avere.
È liberale, e in una forma poco comune in Germania nel secondo Ottocento: contrario alla semplificazione hegeliana (“il reale è razionale”), allo Stato etico prussiano. Ma è sicuramen te anti-democratico.
L’ “ariano” opposto al semita, nella “Nascita della tragedia”, viene dal tempo. Non è rtazzismo. Se non alla maniera tedesca, erudita e non becera, non “orientale”. Nietzsche è così uomo della sua epoca, del secondo Ottocento.
È prometeico, un costruttore. Al punto da diventare severo e intollerante contro i non impegnati. Non è affatto de-costruttore, un Derrida Nietzsche lo avrebbe sicuramente disprezzato. O un Vattimo, e gli altri pifferi del pensiero debole: non li avrebbe condannati al girone delle anime belle, degli esteti inerti? La sua scala di valori è imprecisata – se non per quanto concerne i benefici della tradizione – ma è una, è inattaccabile non è compromissoria (”buona”). Come tutti i tradizionalisti. Nietzsche è un sistemico assoluto. Nemmeno storicista cioè, alla Hegel: è inflessibile. È critico della moderntià ma non è l’aedo della crisi. Questa è la sua scala di valori, la critica della modernità: cioè dell’evento, della novità. Ed è una scala, di valori, cioè una gabbia solida, gerarchizzata. Un fustigatore non è un depresso, né un lirico. Semmai un predicatore – per il dna paterno?
Il critico, analitico, sorprendente Nietzsche diventa fumoso e irritante quando posa a ordinatore. Per il sistema di valori che vuole imporre. E perché ce ne ha uno.
La femminilità del semitismo (“Nascita della tragedia”), con il suo peccato originale. Suggestivo. Ma superficiale. Da vero nordico. Non può capire la femminilità nel Mediterraneo, dove pure ha vissuto a lungo. Gli sfugge perfino un facile accostamento tra dionisiaco e femmineo.
Macchinosa la distinzione fra dionisiaco e non (socratico) in Euripide. Non così macchinosa come fra dionisiaco e apollineo. Ma fa capire che l’impostazione è sbagliata, nascendo “sistemica”. Schopenhauer portava la distinzione per esemplificare. Nietzsche la riprende per dividere e sistemare.
O l’errore sta nella radicale opposizione di dionisiaco-apollineo a tutto ciò che no lo è – socratico, teoretico, alessandrino. Che è ciò che fa Nietzsche.
O il mito richiede Hitler – non con i baffetti, naturalmente, e la scriminatura.
Proust – In America il paesaggio dà un senso d’immutabile uniformità (solidità): in un paese a dimensione continentale, in cui l’idrogeologia prevale sull’habitat, il paesaggio muta lentamente, cioè a grandi distanze. Per giorni si può vagare nei campi di granturco, o nelle praterie, o fra i campi di tabacco della Virginia, e fra i boschi del Maine e del Vermont. Proust è come il paesaggio americano, un grande campo di grano. Ha qualche guizzo di luce, qualche avvallamento, ma è uniforme.
“Incantevole e augusto”, ha ragione Sciascia. Augusto perché incantevole, cioè lieve, un farfallino. Il suo preteso inferno, la gelosia (“Albertine”, gli eccessi sessuali (“Sodoma e Gomorra”) sono titillamenti da letteratura di “seconda fila”, le sue avventure sono come le descrive Émile Blanche: si è affettuosamente amici, teneramente, anche con qualche gelosia dispettosina, e ogni tanto si va al bordello, coi marchettari.
L’eccesso che si risente, la pesantezza residua, sta nel ghigno: è il disprezzo che più pesa per le quattromila pagine, mal dissimulato sotto la bonomia ironica, disprezzo di sé naturalmente. Ma da pasticheur o da gay? C’è un ghigno gay, oltre che una lievità, costante in tutta la letteratura di genere, compresi gli amori teneri del tenebroso Pasolini, e più in quella americana “liberata”, con poca o niente gioia. Per non dire l’illimitata serie sadomaso – come se tutto fosse visto attraverso un buco sporco. È l’improduttività (sterilità) che porta alla leggerezza.
Il vuoto di sensualità, ecco il buco nero. La passione è sensualità. Ma le passioni di Proust sono di naso: birignao, anche divertenti, e nulla più, basti pensare all’ero-pornografia. Di storie e personaggi piatti, giusto il canone dell’infinita serie della “seconda fila”: trasgressioni che servono solo al pettegolezzo, il gossip dell’epoca, ne derivano e lo alimentano. Soprattutto per i personaggi femminili,se si escludono le ascendenti familiari, madre, zie, nonne, fuori della portata dei sensi. È un fantasma perfino Albertine, di cui si parla in complesso per un migliaio di pagine. Prendendo per buona l’offensiva “chiave” dei proustiani, che la ragazza è in realtà uno chauffeur italiano dai folti baffi, si va diritti alla “seconda fila”. Oppure Odette, che non è tentatrice, né patetica, né dannata, ma solo e involontariamente ridicola. Va meglio per i maschi. Saint-Loup per esempio, oggi che la letteratura gay ci sta abituando a una psicologia epidermica o del tatto senza ombre, sposato con la sensualità delle cose, un muscolo, la pelle, un fatto reale, e senza prima né dopo, senza innamoramenti né delusioni. La poetica dei portieri d’albergo: chi va, chi viene, tante personalità, nell’indifferenza.
letterautore@antiit.eu
lunedì 9 maggio 2011
Dostoevskij giallo d’appendice
Un romanzo elevato, perfino teologico, che scorre su due binari popolari, giallo e d’appendice. Il colpevole a tutti gli effetti può ancora non essere colpevole. La scrittura è invece da romanzo d’appendice, non nervosa come vorrebbe il giallo: stiracchiata, come se l’autore stesso la menasse incerto o scocciato per qualche puntata, e dopo lungo rigaggio “rivoltato”, con sorprese piccole e grandi. Fino all’irrealtà dell’arringa del difensore, che può senza problemi ribaltare il giudizio ma – per stanchezza? Perché la condanna è l’unica maniera di chiudere il lungo romanzo? – usa l’ironia, cita il non citabile “Udolpho” , si perde nelle vicende di Pietroburgo e, soprattutto, si appende a quei ragionamenti deduttivi che chiuderanno i racconti di Agatha Christie, a uso della giuria di contadini.
La svagatezza è anche nella ripetuta celia sul realismo nella narrazione. I tre fratelli sono tre Dostoevskij: l’entusiasta improvviso, superficiale, inconcludente (l’aspetto di sé più caratterizzante e più additato all’odio), l’intellettuale settatore, e il buono verginale che ognuno vorrebbe essere.
Fjodor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
Il finto Osama made in Usa
Osama che si guarda alla tv i suoi filmati è come l’americano medio vuole immaginarsi un arabo, con l’elettricità appesa a un filo, un televisore della Caritas, un po’ di sacchetti di plastica e altri rifiuti disordinati. Mentre il mondo arabo e islamico è sempre stato ed è il primo consumatore e attore dell’etere, di parabole, satellitari, twitter, delle infinte applicazioni dei computer e dei cellulari. Nonché padrone, alla scuola americana si direbbe, delle tecniche di comunicazione.
Bin Laden ne è stato la dimostrazione più lampante. Ma non è un’eccezione: il mondo arabo vive così, senza una società politica moderna, nella modernità tecnologica più spinta. Il khomeinismo, fenomeno prevalentemente tecnologico, della comunicazione di massa ai primi tempi della videocrazia, poi “Al Jazira”, con tutti i suoi equivoci, e ora le cosiddette rivolte liberali di Tunisi, del Cairo, della Siria, azionate in realtà dai fondamentalisti, con spreco delle trovate tecniche più spinte, dicono questa padronanza dei mezzi di comunicazione di massa una costante.
È invece vero, in tutta la storia della fine di Osama, che gli Usa sempre più sono quelli delle saghe di fantascienza: sembrano falsi, almeno a un europeo. Come se non sapessero utilizzare le tecniche di comunicazione che hanno inventato, o che vengono loro attribuite. È un modo d’essere? Alla maniera degli arabi, di cui del resto gli Usa e il modo di vita americano sono l’unico faro? È un errore di regia? Era diverso ancora una quindicina d’anni fa, quando il produttore Dustin Hofmann e l’agente De Niro s’inventavano in “Sesso e potere” (Wag the dog) la scena madre per scatenare la guerra alla Serbia: quella era ben fatta, benché a opera di personaggi falliti - o proprio perché lo erano, fuori del sogno americano?
Bin Laden ne è stato la dimostrazione più lampante. Ma non è un’eccezione: il mondo arabo vive così, senza una società politica moderna, nella modernità tecnologica più spinta. Il khomeinismo, fenomeno prevalentemente tecnologico, della comunicazione di massa ai primi tempi della videocrazia, poi “Al Jazira”, con tutti i suoi equivoci, e ora le cosiddette rivolte liberali di Tunisi, del Cairo, della Siria, azionate in realtà dai fondamentalisti, con spreco delle trovate tecniche più spinte, dicono questa padronanza dei mezzi di comunicazione di massa una costante.
È invece vero, in tutta la storia della fine di Osama, che gli Usa sempre più sono quelli delle saghe di fantascienza: sembrano falsi, almeno a un europeo. Come se non sapessero utilizzare le tecniche di comunicazione che hanno inventato, o che vengono loro attribuite. È un modo d’essere? Alla maniera degli arabi, di cui del resto gli Usa e il modo di vita americano sono l’unico faro? È un errore di regia? Era diverso ancora una quindicina d’anni fa, quando il produttore Dustin Hofmann e l’agente De Niro s’inventavano in “Sesso e potere” (Wag the dog) la scena madre per scatenare la guerra alla Serbia: quella era ben fatta, benché a opera di personaggi falliti - o proprio perché lo erano, fuori del sogno americano?
domenica 8 maggio 2011
L’Egitto studia come evitare le elezioni
Non ha prevenuto l’attacco ai copti, questa volta molto più cruento dei precedenti, e ora può minacciare il “pugno di ferro”, con l’applicazione delle leggi antiterrorismo a tutte le manifestazioni religiose, e cioè alle manifestazioni di piazza. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate che regge l’Egitto dopo il colpo di Stato contro Mubarak aveva l’evidente intenzione di aggiornare sine die le elezioni politiche, e ora ne ha l’occasione. Si aspetta tra qualche giorno l’annuncio che la situazione dell’ordine interno non consente un ordinato svolgimento della consultazione.
L’attacco alla chiesa copta che ha dato origine agli scontri, con almeno dodici morti e trecento feriti, era annunciato, e pretestuoso: la “liberazione” di una cristiana che si voleva convertire all’islam. Sembra un ironico rovesciamento dei tanti casi di mussulmani impediti, anche con la morte, di convertirsi al cristianesimo, e lo è: la donna non era nella chiesa, e forse non esiste. Ma lo stato d’assedio, con i carri armati ancora in città, non ha prevenuto l’attacco.
La giunta Tantawi vuole tempo per consolidare il suo potere, e la presa sullo stesso partito nasseriano di governo, il National Democratic Party. Ha alleato l’Npd alla fratellanza Mussulmana, ma potrebbe non bastare. Vuole perciò allontanare il giorno delle elezioni, per non rischiare il sorpasso, sopratutto nelle città, Cairo e Alessandria, dei partiti liberali (tra essi pure uno creato da Naguib Sawiris, il maggiore industriale egiziano e la personalità copta di maggiore spicco). Intanto si studia di anticipare, almeno in parte, l’aumento promesso a febbraio ai sei milioni di dipendenti pubblici. E forse di mandare sotto corte marziale Mubarak e i suoi familiari – ma sull’effetto di un processo a Mubarak i pareri sono controversi.
L’attacco alla chiesa copta che ha dato origine agli scontri, con almeno dodici morti e trecento feriti, era annunciato, e pretestuoso: la “liberazione” di una cristiana che si voleva convertire all’islam. Sembra un ironico rovesciamento dei tanti casi di mussulmani impediti, anche con la morte, di convertirsi al cristianesimo, e lo è: la donna non era nella chiesa, e forse non esiste. Ma lo stato d’assedio, con i carri armati ancora in città, non ha prevenuto l’attacco.
La giunta Tantawi vuole tempo per consolidare il suo potere, e la presa sullo stesso partito nasseriano di governo, il National Democratic Party. Ha alleato l’Npd alla fratellanza Mussulmana, ma potrebbe non bastare. Vuole perciò allontanare il giorno delle elezioni, per non rischiare il sorpasso, sopratutto nelle città, Cairo e Alessandria, dei partiti liberali (tra essi pure uno creato da Naguib Sawiris, il maggiore industriale egiziano e la personalità copta di maggiore spicco). Intanto si studia di anticipare, almeno in parte, l’aumento promesso a febbraio ai sei milioni di dipendenti pubblici. E forse di mandare sotto corte marziale Mubarak e i suoi familiari – ma sull’effetto di un processo a Mubarak i pareri sono controversi.
Immigrato scaccia immigrato
Le conseguenze dell'immigrazione sui lavoratori “indigeni” sono minime, e più positive che negative. Questo era stato già detto e provato. Ma dalla nuova immigrazione hanno più da temere i vecchi immigrati in mercati del lavoro rigidi: è quanto calcolano Gianmarco Ottaviano, ricercatore del dipartimento di Economia della Bocconi, e Giovanni Peri, dell’University od California a Davis, nello studio “Rethinking the Gains of Immigration on Wages, che verrà pubblicato a giugno dal “Journal of the European Economic Association”. Ottaviano e Peri modificano un precedente modello di equilibrio generale di George Borjas per tenere in considerazione due fatti: che immigrati e indigeni non sono sostituti perfetti nel mercato del lavoro neppure quando condividono le stesse caratteristiche di esperienza e di istruzione, e che il capitale fisico è soggetto ad aggiustamenti come reazione alla crescita di produttività che risulta dall’impiego di immigrati meno costosi. Gli immigrati entrano in concorrenza solo con una piccola parte - circa il 10 per cento negli Stati Uniti - dei lavoratori “indigeni” nel mercato del lavoro e non influenzano gli altri. Mentre le imprese, grazie all’utilizzo di lavoro meno costoso, diventano più competitive e possono aprire nuovi impianti, che danno lavoro sia agli immigrati sia agli indigeni.
In un precedente studio, “The Labor Market Impact of Immigration in Western Germany in the 1990s”, pubblicato sulla “European Economic Review” di maggio 2010, in collaborazione con Peri e Francesco D’Amuri (Banca d’Italia e University of Essex), Ottaviano ha calcolato l’effetto dell’immigrazione sui lavoratori “indigeni” in Germania, in un mercato del lavoro cioè molto meno flessibile di quello americano. Mentre negli Usa sono i salari a rispondere allo shock dovuto all’immigrazione, per il più rigido mercato tedesco il modello è adattato alle possibili ripercussioni sull’occupazione, oltre che sui salari. Partendo dal presupposto della “sostituibilità imperfetta”, lo studio sdoppia la categoria degli immigrati in vecchi immigrati (che lavorano in Germania da 5 o più anni) e nuovi immigrati. Rileva così in Germania, a causa delle rigidità, del posto di lavoro e dei salari, l’immigrazione ha un effetto negativo sull’occupazione totale. Ma a scapito dei “vecchi” immigrati, gli “indigeni” non ne sono toccati: “Le nostre stime suggeriscono che, per ogni 1dieci nuovi immigrati, perdono il lavoro tra i tre e i quattro vecchi immigrati, mentre gli indigeni non soffrono alcuna conseguenza”.
Lo studio tenta anche un calcolo del “costo effettivo” (perdita di salari e welfare) del flusso migratorio degli anni 1990 per le casse tedesche e il “costo ipotetico” in uno scenario di perfetta flessibilità dei salari. Il risultato è che il costo dell’immigrazione è venti volte più pesante nello scenario reale di rigidità salariale e sussidio di disoccupazione che nello scenario con piena flessibilità salariale e di occupazione.
In un precedente studio, “The Labor Market Impact of Immigration in Western Germany in the 1990s”, pubblicato sulla “European Economic Review” di maggio 2010, in collaborazione con Peri e Francesco D’Amuri (Banca d’Italia e University of Essex), Ottaviano ha calcolato l’effetto dell’immigrazione sui lavoratori “indigeni” in Germania, in un mercato del lavoro cioè molto meno flessibile di quello americano. Mentre negli Usa sono i salari a rispondere allo shock dovuto all’immigrazione, per il più rigido mercato tedesco il modello è adattato alle possibili ripercussioni sull’occupazione, oltre che sui salari. Partendo dal presupposto della “sostituibilità imperfetta”, lo studio sdoppia la categoria degli immigrati in vecchi immigrati (che lavorano in Germania da 5 o più anni) e nuovi immigrati. Rileva così in Germania, a causa delle rigidità, del posto di lavoro e dei salari, l’immigrazione ha un effetto negativo sull’occupazione totale. Ma a scapito dei “vecchi” immigrati, gli “indigeni” non ne sono toccati: “Le nostre stime suggeriscono che, per ogni 1dieci nuovi immigrati, perdono il lavoro tra i tre e i quattro vecchi immigrati, mentre gli indigeni non soffrono alcuna conseguenza”.
Lo studio tenta anche un calcolo del “costo effettivo” (perdita di salari e welfare) del flusso migratorio degli anni 1990 per le casse tedesche e il “costo ipotetico” in uno scenario di perfetta flessibilità dei salari. Il risultato è che il costo dell’immigrazione è venti volte più pesante nello scenario reale di rigidità salariale e sussidio di disoccupazione che nello scenario con piena flessibilità salariale e di occupazione.
sabato 7 maggio 2011
Napolitano sancisce la partitocrazia
Ha lasciato tutti a bocca aperta, perché sembrava impossibile. Ma l’impossibile è arrivato: a opera di un presidente ultraottantenne, reduce peraltro di un’esperienza storica e politica fallimentare. L’impossibile è l’assunzione della partitocrazia a regola di governo, e la vanificazione del mandato parlamentare di rappresentanza. La Costituzione vuole il parlamentare senza vincolo di mandato. Napolitano introduce motu proprio il vincolo di mandato. E per conto di chi? Di Casini e di Fini, che sono stati i primi a tradire il “vincolo di mandato” politico, quello giusto e costituzionale.
Secoli, e biblioteche, di giurisprudenza sulla rappresentatività e il mandato parlamentare sono stati vanificati dall’ultimo messaggio di Napolitano. Nonché decenni d’indignazione, da parte laica e da parte anche del suo Partito, il vecchio Pci, contro la cosiddetta partitocrazia, o invadenza del partiti nella vita politica, soprattutto in quella parlamentare. Ora è un presidente della Repubblica a chiedere addirittura l’assunzione dei partiti a soggetti parlamentari, invece dei parlamentari eletti. Forse tradito dalla memoria del centralismo democratico ferreo che regolava il suo Partito, può succedere in tarda età. Forse portato a mali passi dai protagonisti di questa seconda Repubblica o delle toghe, giurisperiti e giudici dell’antipolitica.
E dunque l’impensabile è avvenuto: l’instaurazione anche de jure della partitocrazia, che per riconoscimento unanime è la causa della storia rachitica della Repubblica. Ma non è una vera sorpresa. Che il Quirinale stravolga la Costituzione non è da ora, e non solo in materia di rappresentanza. È dai tempi di Scalfaro che il Quirinale si segnala per invasioni di campo in ogni istante e per ogni evento della vita politica: in materia di giustizia, di guerra, di fisco, perfino di salario, per non parlare delle garanzie costituzionali all’individuo, calpestate liberamente, alla verità, all’onorabilità, alla presunzione d’innocenza, e perfino al diritto di difesa nei tribunali. La Costituzione tanto invocata in realtà non c’è più: il presidente Ciampi ha tentato di riportare il Quirinale entro i suoi limiti, ma era – era ritenuto – un “incidente di percorso”.
I costituzionalisti del partito Democratico annacquano il messaggio: Napolitano non vuole un voto di fiducia su un nuovo governo, vuole solo delle dichiarazioni, un chiarimento, etc. Ma debolmente, non insistono più di tanto. Che invece i santoni della Costituzione in materia di rappresentanza, gli antipartitocratici di sempre, da Scalfari a Sartori, tacciano, questo è solo segno di mala fede.
Secoli, e biblioteche, di giurisprudenza sulla rappresentatività e il mandato parlamentare sono stati vanificati dall’ultimo messaggio di Napolitano. Nonché decenni d’indignazione, da parte laica e da parte anche del suo Partito, il vecchio Pci, contro la cosiddetta partitocrazia, o invadenza del partiti nella vita politica, soprattutto in quella parlamentare. Ora è un presidente della Repubblica a chiedere addirittura l’assunzione dei partiti a soggetti parlamentari, invece dei parlamentari eletti. Forse tradito dalla memoria del centralismo democratico ferreo che regolava il suo Partito, può succedere in tarda età. Forse portato a mali passi dai protagonisti di questa seconda Repubblica o delle toghe, giurisperiti e giudici dell’antipolitica.
E dunque l’impensabile è avvenuto: l’instaurazione anche de jure della partitocrazia, che per riconoscimento unanime è la causa della storia rachitica della Repubblica. Ma non è una vera sorpresa. Che il Quirinale stravolga la Costituzione non è da ora, e non solo in materia di rappresentanza. È dai tempi di Scalfaro che il Quirinale si segnala per invasioni di campo in ogni istante e per ogni evento della vita politica: in materia di giustizia, di guerra, di fisco, perfino di salario, per non parlare delle garanzie costituzionali all’individuo, calpestate liberamente, alla verità, all’onorabilità, alla presunzione d’innocenza, e perfino al diritto di difesa nei tribunali. La Costituzione tanto invocata in realtà non c’è più: il presidente Ciampi ha tentato di riportare il Quirinale entro i suoi limiti, ma era – era ritenuto – un “incidente di percorso”.
I costituzionalisti del partito Democratico annacquano il messaggio: Napolitano non vuole un voto di fiducia su un nuovo governo, vuole solo delle dichiarazioni, un chiarimento, etc. Ma debolmente, non insistono più di tanto. Che invece i santoni della Costituzione in materia di rappresentanza, gli antipartitocratici di sempre, da Scalfari a Sartori, tacciano, questo è solo segno di mala fede.
Talk show Quirinale
Consiglia prudenza ma solleva pietre d’inciampo. Invita alla collaborazione, per il bene del paese, ma semina zizzania. Si vuole patrono della Costituzione e non fa che sgretolarla. Nei confronti del Parlamento, nei confronti del governo, sulle tasse, sulla guerra, sulla giustizia, e perfino sui sottosegretari. I comportamenti del presidente Napolitano da alcuni mesi sono criticati dai costituzionalisti – ultimamente lasciano perplessi pure i suoi amici e sostenitori.
I nemici – anche Napolitano ne ha – vanno oltre. Di tutte le istituzioni non critica mai la magistratura, che più di tutte meriterebbe le critiche. È presenzialista, ogni giorno vuol occupare la scena, come nei vecchi regimi imperiali o del culto del capo. Ha nugoli di consiglieri che scalpitano, a fine presidenza, per incarichi e prebende stabili, nelle Autorità di settore, magari del calcio, nelle Agenzie, nelle Corti e i Consigli, contabili, costituzionali, consultivi. Esercita un moralismo assurdo: prevaricante, antipolitico, antinazionale.
L’evidenza è che il Quirinale non si sottrae all’imbastardimento della politica. Ridotta a un giornalismo superficiale del pettegolezzo, della chiacchiera continua, tra talk show e reality, le forme espressive dominanti – che questo sito in più occasioni ha rilevato non casuale ma preordinato, all’imbastardimento della politica e quindi al suo depotenziamento.
I nemici – anche Napolitano ne ha – vanno oltre. Di tutte le istituzioni non critica mai la magistratura, che più di tutte meriterebbe le critiche. È presenzialista, ogni giorno vuol occupare la scena, come nei vecchi regimi imperiali o del culto del capo. Ha nugoli di consiglieri che scalpitano, a fine presidenza, per incarichi e prebende stabili, nelle Autorità di settore, magari del calcio, nelle Agenzie, nelle Corti e i Consigli, contabili, costituzionali, consultivi. Esercita un moralismo assurdo: prevaricante, antipolitico, antinazionale.
L’evidenza è che il Quirinale non si sottrae all’imbastardimento della politica. Ridotta a un giornalismo superficiale del pettegolezzo, della chiacchiera continua, tra talk show e reality, le forme espressive dominanti – che questo sito in più occasioni ha rilevato non casuale ma preordinato, all’imbastardimento della politica e quindi al suo depotenziamento.
venerdì 6 maggio 2011
Le aquile Usa sono casiniste
È il racconto di un’incursione americana nella prigione di Evin a Teheran trent’anni fa. Che s’immaginava scritto a risarcimento della disastrata missione di incursori ordinata sullo stesso carcere dal presidente Carter. Ma riaperto dopo l’incursione e l’assassinio di Osama, si manifesta (si conferma) tutto incredibilmente falso: 1) non capita d’incontrare libri falsi, e così lunghi, articoli sì, dichiarazioni, ma libri sembrerebbe impossibile; 2) l’autore stesso dà i riferimenti per dichiarare falso il suo inno; 3) si priva, per essere falso, di elementi e personaggi (iraniani) che ne rafforzerebbero la narrazione; 4) rende i suoi eroi irrefrenabilmente antipatici.
Scritto bene evidentemente, è un best-seller duraturo. Ma è talmente immorale che porta a interrogarsi su che mondo è in realtà questo della pax americana. È imperialista. Violento, quasi razzista. E pretende la salvezza per una società che non ha pagato le tasse, e anzi ha corrotto delle persone per non pagarle. Anche a pensare che sia stato scritto su commissione, di Ross Perot o della Eds, anche in questo caso è falso: è controproducente.
Gli eroi risultano una banda di americani stupidi, con l’eccezione dello “stupido” Simmons, il militare. Il cattivo Dedjer è un magistrato solerte e integro, che da solo, contro lo steso regime iraniano, tiene testa alla corruzione Usa. La posta in gioco, per cui si monta la “liberazione”, è un contratto frutto di corruzione. Nemmeno per un istante la brillantissima Eds si rende conto che tutto è perduto, compreso il contratto, per quello che tutti vedono, anche i presumibili lettori del Mid-West: c’è una rivoluzione in atto. Tuttavia, questo polpettone è stato un best-seller ammirato. E ha servito per una serie tv pare di successo, e da manifesto politico per Ross Perot. Poi Perot ha lasciato, era solo un vecchietto bisognoso di protagonismo: che Follett non abbia scritto, facendosi pagare magari da Perot, un libro-beffa? Altra dignità, perlomeno nel riciclaggio che ne fa DeMille ne “I Dieci Comandamenti”, ha il titolo analogo del rev. Southon nel 1937.
Ken Follett, Sulle ali delle aquile
Scritto bene evidentemente, è un best-seller duraturo. Ma è talmente immorale che porta a interrogarsi su che mondo è in realtà questo della pax americana. È imperialista. Violento, quasi razzista. E pretende la salvezza per una società che non ha pagato le tasse, e anzi ha corrotto delle persone per non pagarle. Anche a pensare che sia stato scritto su commissione, di Ross Perot o della Eds, anche in questo caso è falso: è controproducente.
Gli eroi risultano una banda di americani stupidi, con l’eccezione dello “stupido” Simmons, il militare. Il cattivo Dedjer è un magistrato solerte e integro, che da solo, contro lo steso regime iraniano, tiene testa alla corruzione Usa. La posta in gioco, per cui si monta la “liberazione”, è un contratto frutto di corruzione. Nemmeno per un istante la brillantissima Eds si rende conto che tutto è perduto, compreso il contratto, per quello che tutti vedono, anche i presumibili lettori del Mid-West: c’è una rivoluzione in atto. Tuttavia, questo polpettone è stato un best-seller ammirato. E ha servito per una serie tv pare di successo, e da manifesto politico per Ross Perot. Poi Perot ha lasciato, era solo un vecchietto bisognoso di protagonismo: che Follett non abbia scritto, facendosi pagare magari da Perot, un libro-beffa? Altra dignità, perlomeno nel riciclaggio che ne fa DeMille ne “I Dieci Comandamenti”, ha il titolo analogo del rev. Southon nel 1937.
Ken Follett, Sulle ali delle aquile
Ombre - 87
Il decreto anticrisi viene nei notiziari Rai dopo: 1) la celebrazione che Obama fa a Ground Zero a New York, 2) la riunione a Roma del gruppo di contatto sulla Libia, 3) la nomina dei sottosegretari, con relative polemiche, 4) una lettera di Fini a Berlusconi, con relative polemiche, 5) l’incontro di Napolitano col papa. Informazione?
Un dossier di “Tuttoscuola” sull’istruzione media superiore ha spunti interessanti, In particolare sul numero abnorme di precari tra gli insegnanti al Nord, e di abbandoni dopo il primo o secondo anno, sempre al Nord. Rileva anche che il Sud e le isole hanno fatto il balzo più grande negli ultimi quattro anni in fatto di qualità. Ma il “Corriere della sera” ne fa una pagina sui “prof reggini che “si ammalano più del triplo degli astigiani”, e sul record sospetto di Vibo Valentia in fatto di diplomi col massimo dei voti. Razzismo?
Sul “Corriere della sera” Ferrarella e Guastella ricostruiscono oggi il processo a Berlusconi per prossenetismo come un dossier, farcito di illegalità, a opera di Bruti Liberati e della sua vicaria Boccassini. Ma senza dirlo. In una prosa questurina, faticosa (“l’indagine asseritamente riferita”, “conversazioni omissate”, frasi lunghe di 10-15 righe – l’ultima colonna ne ha una di 27 – piene di ablativi e gerundi). Anche i titoli sono incomprensibili. Paura?
Sir Alex Ferguson si gode il poker del suo Manchester di riserve sullo Schalke 04 titolare: ride, chiacchiera, racconta storie, se le fa raccontare, con i collaboratori, fa ridere gli spettatori che riescono a sentirlo, benché sappia di essere in televisione, dove peraltro nessuno lo registra o ne fa leggere il labiale, la cosa migliore restando sempre la partita. Analoga scena in Italia, ammesso che un allenatore parlasse liberamente, avrebbe ancora strascichi per sapere se se ha detto “ce l’abbiamo fatta” oppure “vaffanculo”. Giornalismo?
Visi inespressivi nella Situation Room della Casa Bianca, eccetto Obama e Hillary Clnton, dei tanti che seguono in diretta l’assalto a Osama. Senza neanche le esagerazioni di “Stranamore”. Niente curiosità, nemmeno ira. Gli Usa sono un mondo a sé, un altro mondo.
“Il suo odio non ci ha cambiati”, scrive McIverney in morte di Bin Laden. Ci ha infettati: c’è un odio più odioso di quello “occidentale”.
Prescrizione a Firenze per un prete pedofilo. Che la chiesa ha allontanato dalla parrocchia nel 2005, e ridotto allo stato laicale nel 2008. Il Procuratore fiorentino Quattrocchi redige per l’occasione una protesta vibrata: ma non contro i suoi uffici, né contro quelli del tribunale, contro la chiesa.
Massoneria? Sentito il patron Gianfranco Fini?
La Procura di Firenze ce l’ha con la chiesa perché, dice, “toglie la fede a chi la ce l’ha, la rende impossibile a chi la cerca”. Che è vera massoneria, migliore della chiesa. E la prescrizione?
“Primo maggio, la Lega Nord lavora per chi lavora”. Non è vero, ma è ben trovato.
L’architetto Cervellati annuncia il Primo Maggio che voterà Lega. “Loro affrontano i problemi”, dice. L’architetto, “l’urbanista del Pci”, è stato assessore e simbolo della Bologna da bere, offerta negli anni Settanta alla stampa straniera con abbondanza di bollicine, quale modello urbano e sociale. Non ha piantato nulla? A Bologna che si governava bene pure sotto il papa.
Un dossier di “Tuttoscuola” sull’istruzione media superiore ha spunti interessanti, In particolare sul numero abnorme di precari tra gli insegnanti al Nord, e di abbandoni dopo il primo o secondo anno, sempre al Nord. Rileva anche che il Sud e le isole hanno fatto il balzo più grande negli ultimi quattro anni in fatto di qualità. Ma il “Corriere della sera” ne fa una pagina sui “prof reggini che “si ammalano più del triplo degli astigiani”, e sul record sospetto di Vibo Valentia in fatto di diplomi col massimo dei voti. Razzismo?
Sul “Corriere della sera” Ferrarella e Guastella ricostruiscono oggi il processo a Berlusconi per prossenetismo come un dossier, farcito di illegalità, a opera di Bruti Liberati e della sua vicaria Boccassini. Ma senza dirlo. In una prosa questurina, faticosa (“l’indagine asseritamente riferita”, “conversazioni omissate”, frasi lunghe di 10-15 righe – l’ultima colonna ne ha una di 27 – piene di ablativi e gerundi). Anche i titoli sono incomprensibili. Paura?
Sir Alex Ferguson si gode il poker del suo Manchester di riserve sullo Schalke 04 titolare: ride, chiacchiera, racconta storie, se le fa raccontare, con i collaboratori, fa ridere gli spettatori che riescono a sentirlo, benché sappia di essere in televisione, dove peraltro nessuno lo registra o ne fa leggere il labiale, la cosa migliore restando sempre la partita. Analoga scena in Italia, ammesso che un allenatore parlasse liberamente, avrebbe ancora strascichi per sapere se se ha detto “ce l’abbiamo fatta” oppure “vaffanculo”. Giornalismo?
Visi inespressivi nella Situation Room della Casa Bianca, eccetto Obama e Hillary Clnton, dei tanti che seguono in diretta l’assalto a Osama. Senza neanche le esagerazioni di “Stranamore”. Niente curiosità, nemmeno ira. Gli Usa sono un mondo a sé, un altro mondo.
“Il suo odio non ci ha cambiati”, scrive McIverney in morte di Bin Laden. Ci ha infettati: c’è un odio più odioso di quello “occidentale”.
Prescrizione a Firenze per un prete pedofilo. Che la chiesa ha allontanato dalla parrocchia nel 2005, e ridotto allo stato laicale nel 2008. Il Procuratore fiorentino Quattrocchi redige per l’occasione una protesta vibrata: ma non contro i suoi uffici, né contro quelli del tribunale, contro la chiesa.
Massoneria? Sentito il patron Gianfranco Fini?
La Procura di Firenze ce l’ha con la chiesa perché, dice, “toglie la fede a chi la ce l’ha, la rende impossibile a chi la cerca”. Che è vera massoneria, migliore della chiesa. E la prescrizione?
“Primo maggio, la Lega Nord lavora per chi lavora”. Non è vero, ma è ben trovato.
L’architetto Cervellati annuncia il Primo Maggio che voterà Lega. “Loro affrontano i problemi”, dice. L’architetto, “l’urbanista del Pci”, è stato assessore e simbolo della Bologna da bere, offerta negli anni Settanta alla stampa straniera con abbondanza di bollicine, quale modello urbano e sociale. Non ha piantato nulla? A Bologna che si governava bene pure sotto il papa.
giovedì 5 maggio 2011
Il mondo com'è - 62
astolfo
Guerra - È il solo evento regale, a prerogativa insindacabile, senza giustificativo. In una epoca che si vuole di pace. Si fa il conto del costo e dei benefici di tutto, comprese le operazioni al cuore, al cervello o ai tumori (in Germania non si fanno sopra i 75 anni), mentre per la guerra si decide e si spende senza alcuna considerazione economica.
Oriente – I cinesi come si sa, hanno sempre ritenuto gli europei dei barbari, e il loro sistema di vita una follia.
Prescrizione – È acquisitiva o estintiva: acquisisce o fa decadere certe condizioni di legge – la proprietà o un onere (una pena). È acquisizione medievale, quindi onorevole in un ambito poco legale. Ma modernamente, nello stato di diritto, in entrambe le versioni più si allunga e più è “la tirannia, l’abuso della forza”. Flaubert fa riflettere in questi termini uno dei suoi personaggi idealisti dell’“Educazione sentimentale”. La cui grande opera in elaborazione sarà “La Prescrizione considerata come base del diritto civile e del diritto naturale dei popoli”. La prescrizione lunga è “dare la scurezza dell’uomo onesto all’erede del ladro arricchito”, argomenta eloquente il personaggio ai suoi esami di avvocato. Un privilegio: “Aboliamolo; e i Franchi non peseranno più sui Galli, gli Inglesi sugli Irlandesi, gli Yankees sui Pellerossa, i Turchi sugli Arabi, i bianchi sui negri, la Polonia…”.
Stato (ragione di) – Dalla guerra del Golfo alla Libia, l’Onu copre la ragione di Stato americana. La guerra di difesa (ma tutte le guerre sono di difesa) è il nocciolo più consistente della ragione di Stato, e gli Stati Uniti hanno scelto, caduto il Muro e ogni altra consistente contrapposizione, di farsela avallare dall’Onu. Con ciò però caratterizzando la ragione di Stato stessa come distintamente impositiva, anche se morbidamente totalitaria: il diritto multinazionale gli Usa, un diritto peraltro “giovane”, di recente elaborazione, da vent’anni piegano agli interessi nazionali. E anzi alle decisioni della Casa Bianca, gli interessi nazionali non curandosi di rappresentare, neppure agli alleati che di volta in volta chiamano a supporto.
È stato il caso della Serbia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, e ora della Libia. Che è una guerra volta e prepara dagli usa, benché ne sia stato messo a capo il presidente francese Sarkozy – il presidente più debole della Quinta Repubblica francese, che dura ormai da 53 anni. Contro Gheddafi che finanziava, armava e praticava il terrorismo poco o nulla è stato fatto. Quando Gheddaf ha voluto e ottenuto al rispettabilità internazionale, collaborando alla guerra al terrorismo, è stato attaccato con un colpo di stato e una guerra.
La ragione di Stato Usa è particolarmente solitaria - poco o nient’affatto confidenziale - con gli alleati. La cui fedeltà si dà per supposta e non da guadagnare. Si veda l’Italia. In Italia Gheddafi ha ucciso o fatto uccidere un centinaio d persone, dai palestinesi, dai giapponesi e dai suoi propri servizi, a Fiumicino, alle basi Nato e tra gli esiliati libici. Senza reazione. Quando i rapporti erano stati incanalati in un trattato di collaborazione, l’Italia gli fa guerra.
La ragione di Stato è l’interesse nazionale. Ma in accezione ristretta agli organi decisionali, governo, sovrano, apparato repressivo (giustizia e polizia), genericamente compreso nella dizione segreto di Stato. È una politica cioè presunta e non dichiarata. Che però si esplicita e viene giudicata (letta, capita) nei suoi fatti. In subordine, non necessariamente, ma costantemente, essa si realizza contro dottrine o principi ideali dichiarati, e in modo quasi sempre violento (spregiudicato, falso) per un interesse presunto eccezionale e superiore.
Filosoficamente, dal coniatore del concetto, il gesuita Giovanni Botero (1589), a Croce, la ragione di Stato sarebbe la scienza della politica, che con saggezza e accortezza sa garantire gli interessi nazionali in accordo con la morale. Su questo terreno si sviluppò dopo la prima guerra mondiale il concetto della sicurezza collettiva, dapprima nella Società delle nazioni, poi nell’Onu. Ma il realismo, più che l’ideale, si presume il suo fondamento, secondo il principio che ogni azione dello Stato, se risponde al bene dello Stato stesso, diventa legittima, indipendentemente dalla sua moralità.
Essa si esercita tipicamente nella politica estera. In politica interna sconfina in altre categorie, non democratiche e anti-democratiche quali il totalitarismo, la tirannia, o quanto meno lo stato d’eccezione. Ma vuol essere un’eccezione. In politica internazionale è invece ritenuta la normalità, e anzi prende solitamente una connotazione popolare, e quindi democratica. A lungo esercizio tipico della Kabinettenpolitik, della politica delle cancellerie, è modernamente “popolare”, e quindi democratica. Una legittimazione che nasce dal nazionalismo, e dalla sua fase più acuta, il jingosimo – ampiamente descritto da Hobson, il teorico dell’imperialismo. Una “politica delle masse” che ingigantisce i fenomeni da tifo allo stadio, partigiano per antonomasia, o da colosseo. Confluendo in tal modo nella definizione di Stato che Marx dà nel “Capitale” – che è stata a lungo la sua affermazione più contestata: “Violenza concentrata e organizzata dalla società”.
Terrorismo – Carlo Galli, grande rilettore delle categorie del politico, sulle orme di Carl Schmitt, dice su “Repubblica” il terrorismo una sorta di virus che gli organismi politici elaborano al loro interno: “Il terrorismo è (e ancora sarà, benché si trovi in difficoltà strategica) non un nemico di civiltà come il fascismo, né un nemico di sistema, come il comunismo – e meno che mai un nemico convenzionale come erano gli Stati uno per l’altro, prima dell’età delle ideologie -; è un nemico biopolitico, ovvero una sorta di parassita cresciuto dentro alla globalizzazione, pervasivo come questa e – versatile, mutante e imprevedibile come un virus mortale – capace di attaccare le potenze territoriali, per colpirne la sostanza vitale: le popolazioni.
Ma questo si può dire solo del terrorismo brigatista, che non è morto, ma non è globale e anzi solo italiano (la Rote Armee Fraktion tedesca, la più vicina alle Br, è stata tutt’altra cosa). Il terrorismo islamico fondamentalista (qaedista, salafita), di cui si sta parlando, non è globale (politico) e non è pervasivo: è una copia del Vecchio della Montagna, nelle ricostruzioni perlomeno che l’Occidente ne ha fatto, da Freya Stark indietro fino a Nerval, e alle prime storie delle crociate. Di un’organizzazione terroristica anarchica, seppure vanti matrici islamiche: un’armata di avventurieri, a disposizione anche dei principi cristiani, tanto più per essere puri di cuore e quindi gratuiti. Di nichilisti, si potrebbe dire con più proprietà, che l’anarchia dissolvevano nella violenza.
Abbiamo avuto in anni recenti forme di terrorismo molto diverse nell’organizzazione e le finalità, seppure tutte sconfinanti nell’ambiguo (i “rossi” giapponesi finanziati e organizzati da Gheddafi…). Quello palestinese, legato a un territorio, a una popolazione, a un partito politico – prima Fatah, poi Hamas. Quello delle varie Armate Rosse, stimolato da Mosca a fini eversivi in Occidente. Quello, appunto, delle Br. E questo vecchio-nuovo creato da Osama.
Vendetta - È l’unica ratio dell’assalto, con ludibrio, a Osama Bin Laden. Che esalta l’America e la rende perfino felice – suscitando naturalmente l’indignazione dei professionisti dell’antiamericanismo, quelli che si dicono molto americani, i più veri, i più sinceri, ce ne sono in ogni giornale (New York è all’apice delle ambizioni di ogni giornalista). Uscirà ora la vendetta dai recessi del primitivismo, nelle categorie dell’antropologia della violenza? Si potrebbe arguirne con uguale plausibilità una rivincita (una vendetta?) del Sud contro il Nord…
Ma il cardine della vendetta è l’inestinguibilità. Ha deciso Obama, o la Cia per lui, o i Seals della Marina, di rilanciare con Osama la faida con l’islam che si stava estinguendo? È questa la sola ratio del massacro dello stesso, indifeso, dopo la cattura, e della sua non sepoltura – la collera non si esercita a freddo, e i Seals devono essere soprattutto freddi, coi nervi solidi.
Il pregiudizio della vendetta impedisce l’esercizio della legge. Questo si legge in un romanzo di Balzac, ma è realtà evidente in qualsiasi paese della Corsica, dove il termine origina, o della Calabria, con le interminabili faide tribali.
astolfo@antiit.eu
Guerra - È il solo evento regale, a prerogativa insindacabile, senza giustificativo. In una epoca che si vuole di pace. Si fa il conto del costo e dei benefici di tutto, comprese le operazioni al cuore, al cervello o ai tumori (in Germania non si fanno sopra i 75 anni), mentre per la guerra si decide e si spende senza alcuna considerazione economica.
Oriente – I cinesi come si sa, hanno sempre ritenuto gli europei dei barbari, e il loro sistema di vita una follia.
Prescrizione – È acquisitiva o estintiva: acquisisce o fa decadere certe condizioni di legge – la proprietà o un onere (una pena). È acquisizione medievale, quindi onorevole in un ambito poco legale. Ma modernamente, nello stato di diritto, in entrambe le versioni più si allunga e più è “la tirannia, l’abuso della forza”. Flaubert fa riflettere in questi termini uno dei suoi personaggi idealisti dell’“Educazione sentimentale”. La cui grande opera in elaborazione sarà “La Prescrizione considerata come base del diritto civile e del diritto naturale dei popoli”. La prescrizione lunga è “dare la scurezza dell’uomo onesto all’erede del ladro arricchito”, argomenta eloquente il personaggio ai suoi esami di avvocato. Un privilegio: “Aboliamolo; e i Franchi non peseranno più sui Galli, gli Inglesi sugli Irlandesi, gli Yankees sui Pellerossa, i Turchi sugli Arabi, i bianchi sui negri, la Polonia…”.
Stato (ragione di) – Dalla guerra del Golfo alla Libia, l’Onu copre la ragione di Stato americana. La guerra di difesa (ma tutte le guerre sono di difesa) è il nocciolo più consistente della ragione di Stato, e gli Stati Uniti hanno scelto, caduto il Muro e ogni altra consistente contrapposizione, di farsela avallare dall’Onu. Con ciò però caratterizzando la ragione di Stato stessa come distintamente impositiva, anche se morbidamente totalitaria: il diritto multinazionale gli Usa, un diritto peraltro “giovane”, di recente elaborazione, da vent’anni piegano agli interessi nazionali. E anzi alle decisioni della Casa Bianca, gli interessi nazionali non curandosi di rappresentare, neppure agli alleati che di volta in volta chiamano a supporto.
È stato il caso della Serbia, dell’Afghanistan e dell’Iraq, e ora della Libia. Che è una guerra volta e prepara dagli usa, benché ne sia stato messo a capo il presidente francese Sarkozy – il presidente più debole della Quinta Repubblica francese, che dura ormai da 53 anni. Contro Gheddafi che finanziava, armava e praticava il terrorismo poco o nulla è stato fatto. Quando Gheddaf ha voluto e ottenuto al rispettabilità internazionale, collaborando alla guerra al terrorismo, è stato attaccato con un colpo di stato e una guerra.
La ragione di Stato Usa è particolarmente solitaria - poco o nient’affatto confidenziale - con gli alleati. La cui fedeltà si dà per supposta e non da guadagnare. Si veda l’Italia. In Italia Gheddafi ha ucciso o fatto uccidere un centinaio d persone, dai palestinesi, dai giapponesi e dai suoi propri servizi, a Fiumicino, alle basi Nato e tra gli esiliati libici. Senza reazione. Quando i rapporti erano stati incanalati in un trattato di collaborazione, l’Italia gli fa guerra.
La ragione di Stato è l’interesse nazionale. Ma in accezione ristretta agli organi decisionali, governo, sovrano, apparato repressivo (giustizia e polizia), genericamente compreso nella dizione segreto di Stato. È una politica cioè presunta e non dichiarata. Che però si esplicita e viene giudicata (letta, capita) nei suoi fatti. In subordine, non necessariamente, ma costantemente, essa si realizza contro dottrine o principi ideali dichiarati, e in modo quasi sempre violento (spregiudicato, falso) per un interesse presunto eccezionale e superiore.
Filosoficamente, dal coniatore del concetto, il gesuita Giovanni Botero (1589), a Croce, la ragione di Stato sarebbe la scienza della politica, che con saggezza e accortezza sa garantire gli interessi nazionali in accordo con la morale. Su questo terreno si sviluppò dopo la prima guerra mondiale il concetto della sicurezza collettiva, dapprima nella Società delle nazioni, poi nell’Onu. Ma il realismo, più che l’ideale, si presume il suo fondamento, secondo il principio che ogni azione dello Stato, se risponde al bene dello Stato stesso, diventa legittima, indipendentemente dalla sua moralità.
Essa si esercita tipicamente nella politica estera. In politica interna sconfina in altre categorie, non democratiche e anti-democratiche quali il totalitarismo, la tirannia, o quanto meno lo stato d’eccezione. Ma vuol essere un’eccezione. In politica internazionale è invece ritenuta la normalità, e anzi prende solitamente una connotazione popolare, e quindi democratica. A lungo esercizio tipico della Kabinettenpolitik, della politica delle cancellerie, è modernamente “popolare”, e quindi democratica. Una legittimazione che nasce dal nazionalismo, e dalla sua fase più acuta, il jingosimo – ampiamente descritto da Hobson, il teorico dell’imperialismo. Una “politica delle masse” che ingigantisce i fenomeni da tifo allo stadio, partigiano per antonomasia, o da colosseo. Confluendo in tal modo nella definizione di Stato che Marx dà nel “Capitale” – che è stata a lungo la sua affermazione più contestata: “Violenza concentrata e organizzata dalla società”.
Terrorismo – Carlo Galli, grande rilettore delle categorie del politico, sulle orme di Carl Schmitt, dice su “Repubblica” il terrorismo una sorta di virus che gli organismi politici elaborano al loro interno: “Il terrorismo è (e ancora sarà, benché si trovi in difficoltà strategica) non un nemico di civiltà come il fascismo, né un nemico di sistema, come il comunismo – e meno che mai un nemico convenzionale come erano gli Stati uno per l’altro, prima dell’età delle ideologie -; è un nemico biopolitico, ovvero una sorta di parassita cresciuto dentro alla globalizzazione, pervasivo come questa e – versatile, mutante e imprevedibile come un virus mortale – capace di attaccare le potenze territoriali, per colpirne la sostanza vitale: le popolazioni.
Ma questo si può dire solo del terrorismo brigatista, che non è morto, ma non è globale e anzi solo italiano (la Rote Armee Fraktion tedesca, la più vicina alle Br, è stata tutt’altra cosa). Il terrorismo islamico fondamentalista (qaedista, salafita), di cui si sta parlando, non è globale (politico) e non è pervasivo: è una copia del Vecchio della Montagna, nelle ricostruzioni perlomeno che l’Occidente ne ha fatto, da Freya Stark indietro fino a Nerval, e alle prime storie delle crociate. Di un’organizzazione terroristica anarchica, seppure vanti matrici islamiche: un’armata di avventurieri, a disposizione anche dei principi cristiani, tanto più per essere puri di cuore e quindi gratuiti. Di nichilisti, si potrebbe dire con più proprietà, che l’anarchia dissolvevano nella violenza.
Abbiamo avuto in anni recenti forme di terrorismo molto diverse nell’organizzazione e le finalità, seppure tutte sconfinanti nell’ambiguo (i “rossi” giapponesi finanziati e organizzati da Gheddafi…). Quello palestinese, legato a un territorio, a una popolazione, a un partito politico – prima Fatah, poi Hamas. Quello delle varie Armate Rosse, stimolato da Mosca a fini eversivi in Occidente. Quello, appunto, delle Br. E questo vecchio-nuovo creato da Osama.
Vendetta - È l’unica ratio dell’assalto, con ludibrio, a Osama Bin Laden. Che esalta l’America e la rende perfino felice – suscitando naturalmente l’indignazione dei professionisti dell’antiamericanismo, quelli che si dicono molto americani, i più veri, i più sinceri, ce ne sono in ogni giornale (New York è all’apice delle ambizioni di ogni giornalista). Uscirà ora la vendetta dai recessi del primitivismo, nelle categorie dell’antropologia della violenza? Si potrebbe arguirne con uguale plausibilità una rivincita (una vendetta?) del Sud contro il Nord…
Ma il cardine della vendetta è l’inestinguibilità. Ha deciso Obama, o la Cia per lui, o i Seals della Marina, di rilanciare con Osama la faida con l’islam che si stava estinguendo? È questa la sola ratio del massacro dello stesso, indifeso, dopo la cattura, e della sua non sepoltura – la collera non si esercita a freddo, e i Seals devono essere soprattutto freddi, coi nervi solidi.
Il pregiudizio della vendetta impedisce l’esercizio della legge. Questo si legge in un romanzo di Balzac, ma è realtà evidente in qualsiasi paese della Corsica, dove il termine origina, o della Calabria, con le interminabili faide tribali.
astolfo@antiit.eu
Problemi di base - 59
spock
C’è mercato per tutto, il conto costi\benefici, solo per la guerra la spesa resta suntuaria?
Quelli che fischiano al Primo Maggio sono della Cisl mascherati da Cgil?
Quando Napolitano si appella all’unità senza ipocrisie si riferisce ai lavoratori oppure alla Cgil?
E perché l’Italia dovrebbe bombardare unita la Libia?
L’articolo 1 non sarà l’articolo 18?
C’era l’intellettuale organico (al Partito) di Gramsci, c’è l’intellettuale organico (ai media) di Sergio Luzzatto: ma l’organico non dovrebbe essere più digeribile?
In che anno cominciò la creazione?
Dio si stancò prima o dopo la Bibbia?
spock@antiit.eu
C’è mercato per tutto, il conto costi\benefici, solo per la guerra la spesa resta suntuaria?
Quelli che fischiano al Primo Maggio sono della Cisl mascherati da Cgil?
Quando Napolitano si appella all’unità senza ipocrisie si riferisce ai lavoratori oppure alla Cgil?
E perché l’Italia dovrebbe bombardare unita la Libia?
L’articolo 1 non sarà l’articolo 18?
C’era l’intellettuale organico (al Partito) di Gramsci, c’è l’intellettuale organico (ai media) di Sergio Luzzatto: ma l’organico non dovrebbe essere più digeribile?
In che anno cominciò la creazione?
Dio si stancò prima o dopo la Bibbia?
spock@antiit.eu
mercoledì 4 maggio 2011
La concorrenza dispiace a Milano
L’arrivo al ministero infine di Paolo Romani, un liberale, aveva lasciato presumere un varo immediato del provvedimento, almeno in consiglio dei ministri. Ma la legge sulla concorrenza non c’è e non ci sarà: non si possono sciogliere i controlli incrociati.
Tante materie sono già disciplinare dalle leggi antitrust e dall’Autorità Antitrust, ma non quella sugli incroci tra controllori e controllati. Che è la tara secolare del mercato in Italia, ed evidentemente non si può eliminare. Oggi in particolare riguarda le banche, che “si nominano” i consiglieri d’amministrazione nominandoli prima alle fondazioni, specie i cosiddetti indipendenti o tecnici, professori, commercialisti, tributaristi – prassi ultimamente agevolata dalle quote rosa, suore incluse. Ma soprattutto riguarda l’incrocio tra Mediobanca e Generali. Che sembrerebbe – è – piccola cosa, ma in Italia è tutto. O a Milano, che è l’Italia. Anche perché si può fare scudo del gruppo Rcs-Corriere della sera.
È in questa chiave che viene letto anche il silenzio del governo, in ogni suo interstizio, sulle ultime vicende in Generali. Malgrado l’allontanamento brusco di Geronzi, il banchiere non milanese che ha letteralmente “salvato” Berlusconi in almeno un caso, nel 1994, e forse in due, anche nella quotazione di Mediaset tramite Ben Ammar e la finanza araba. A opera di Della Valle, nemico dichiarato e impertinente di Berlusconi.
Il silenzio di Berlusconi e dei suoi sulla manovra contro Geronzi e Ben Ammar-Bolloré viene collegato alla posizione attendista che i giornali del gruppo Rcs hanno assunto nei confronti della politica e degli affari di Berlusconi – dall’editoria (lodo Mondadori), e la sfida Mediaset-Sky, al Milan. Nonché dei suoi processi, dopo il tanto dileggio sulle accuse di prossenetismo.
Tante materie sono già disciplinare dalle leggi antitrust e dall’Autorità Antitrust, ma non quella sugli incroci tra controllori e controllati. Che è la tara secolare del mercato in Italia, ed evidentemente non si può eliminare. Oggi in particolare riguarda le banche, che “si nominano” i consiglieri d’amministrazione nominandoli prima alle fondazioni, specie i cosiddetti indipendenti o tecnici, professori, commercialisti, tributaristi – prassi ultimamente agevolata dalle quote rosa, suore incluse. Ma soprattutto riguarda l’incrocio tra Mediobanca e Generali. Che sembrerebbe – è – piccola cosa, ma in Italia è tutto. O a Milano, che è l’Italia. Anche perché si può fare scudo del gruppo Rcs-Corriere della sera.
È in questa chiave che viene letto anche il silenzio del governo, in ogni suo interstizio, sulle ultime vicende in Generali. Malgrado l’allontanamento brusco di Geronzi, il banchiere non milanese che ha letteralmente “salvato” Berlusconi in almeno un caso, nel 1994, e forse in due, anche nella quotazione di Mediaset tramite Ben Ammar e la finanza araba. A opera di Della Valle, nemico dichiarato e impertinente di Berlusconi.
Il silenzio di Berlusconi e dei suoi sulla manovra contro Geronzi e Ben Ammar-Bolloré viene collegato alla posizione attendista che i giornali del gruppo Rcs hanno assunto nei confronti della politica e degli affari di Berlusconi – dall’editoria (lodo Mondadori), e la sfida Mediaset-Sky, al Milan. Nonché dei suoi processi, dopo il tanto dileggio sulle accuse di prossenetismo.
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