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lunedì 4 novembre 2019

Il Muro ci proteggeva

Non è andata tanto bene dopo la caduta del Muro trent’anni fa. Siamo impoveriti,  relativamente, e insicuri, più di quando c’era il Muro. Non bene com’era andata prima, dalla fine dela guerra. Non all’Europa, di cui si è perduto il concetto e il ruolo. Non all’Occidente, per i destini che inevitabilmente si separano, gli Stati Uniti sono pure sul Pacifico e nell’intero mondo. Non all’idea di progresso, che è falsa, ma è pur sempre un antidepressivo. Il Muro ci proteggeva, proteggeva l’Europa. Che è adulta e anzi vecchia, e dovrebbe essere saggia, ma non lo è.
Il Muro ci proteggeva dagli inutili nazionalismi, annosi. Da allora è un seguito di guerre e guerricciole, dall’ex Jugoslavia all’Ucraina - contro la Russia.... Proteggeva dai venditori e illusionisti del capitale – gli specialisti del fare soldi. Dalla paura: ci sono più paure ora, che non c’è nessun rischio, di quando c’erano i russi a Berlino, e bisognava tenere aperto l’ombrello atomico.
Viviamo sotto la psicosi della crisi, costante, della fine: del sole, del mondo, dell’umano, delle nascite, dell’Europa, dell’Italia. Invadente. Tutto finisce, certo, ma c’è modo. Ora è come se si fossero aperte delle chiuse, il mondo si vive in stato alluvionale.
Cadendo il Muro è venuta a cesare l’appartenenza, protettiva? È quello che Tabucchi fa dire a un suo personaggio de “Il tempo invecchia in fretta”: “Grazie a un muro uno appartiene a qualcosa, sta di qua o di là, il muro è come un punto cardinale, di qua c’è l’Est, di là l’Ovest, sai dove sei”. Col Muro sono caduti i riferimenti? La voglia? Bisogna avere un nemico esterno per tenere a bada i nemici interni e intimi.

Pensare è poetare, in salsa tedesca

“Da qualche tempo è divenuto consueto nominare insieme Hölderlin e Nietzsche”. Si potrebbe pensare perché entrambi sono finiti pazzi. No, è perché “(noi tedeschi) ci «chiamiamo» il popolo dei poeti e dei pensatori – non soltanto ci chiamiamo, ma anche lo siamo”. E giù, quando la guerra è perduta per tutti eccetto che per alcuni tedeschi speciali, nell’autunno del 1944, un corso patriottico sulle glorie nazionali. Con un iniziale riferimento a “noi”, i tedeschi, e “gli stranieri”. Sempre con “il problema se noi stessi”, i tedeschi, “e come noi stessi custodiamo questa nostra destinazione storica anche quando il corso storico , lungo il quale essa diviene il nostro destino, rimane ancora così velato”. Il complesso dello sconfitto che accompagnerà Heidegger per i restanti trenta anni di vita.
Il tema è semplice: poesia e filosofia pari sono, l’essenza dell’uomo. “Perché, nel momento in cui trattiamo del pensare, nominiamo improvvismente anche i poeti? I poeti sono autenticamente dei pensatori? I pensatori sono in fondo dei poeti? Con quale diritto li nominiamo volentieri insieme, i pensatori e i poeti? Sussiste tra i due un’affinità eminente, ma intanto ancora nascosta, delle loro essenze? L’affinità tra i due riposa sul fatto che il pensare è un meditare, propio come il poetare?”
Sono le domande iniziali e il tema del corso “per il semestre invernale 1944\45, come introduzione alla filosofia”, spiega Heidegger in nota. E continua drammatico: “Il corso dovette essere interrotto a metà novembre, alla seconda ora, in seguito a un intervento del partito nazista. Solo dopo sette anni di interdizione dall’insegnamento l’autore poté far seguire, da professore emerito, il corso «Che cosa significa pensare?»”. Come dire: nazisti e occupanti pari sono, non amano la filosofia (né la poesia), non amano la Germania. Ma di fatto il corso fu interrotto perché Heidegger fu richiamato, nella territoriale – e comunque l’università il giorno dopo era stata distrutta dai bombardamenti.
Che cosa significa pensare, dunque. Malgrado l’albagia, e il nazionalismo di rivalsa, da pensatore tedesco, su tedeschi, per tedeschi, Heidegger lo spiega bene. Ma se si fa la tara, paradossalmente, dell’“autenticità”: autentico ricorre, al solito indefinito-ibile in ogni pagina e quasi in ogni riga dela trattazione. “Introduzione alla filosofia come conduzione al pensare autentico attraverso il pensatore Nietzsche e il poeta Hölderlin” è il titolo completo. Partendo dall’ovvio: “La filosofia non è ciò che pur ancora e comunque sembra essere quella che sta a margine o addirittura al di là della vita «autentica». Piuttosto la filosofia, in quanto pensare autentico, è la contrada – pur ancora e comunque ignota – in cui il pensare usuale soggiorna costantemente senza esserne esperto, e senza avere dimestichezza con essa come con la proprietà che è stata assegnata all’essenza dell’uomo in quanto questi è il pensante”.
Il corso continua così, con cose di senso comune. Ma che vanno dette. Specie a un corso di filosofia: l’uomo è “il pensante”, e quindi la riflessione è il suo dominio e dovere. “L’uomo «filosofa» in quanto è l’uomo ri-pensante”. Ogni uomo storico lo è: “Nella misura in cui pensa il passato, il futuro, il presente , l’uomo pensa l’essente in totale secondo tutte le modalità dell’essere”. La filosofia è “il luogo del soggiorno per l’uomo”, se e finché filosofa: “L’uomo storico è già nella filosofia. L’uomo non ha bisogno di essere introdotto nella filosofia”. Ci sono “i pensatori” perché l’uomo è “essente pensante”.
Un Heidegger didascalico – in appendice sono riportati in fac-simile i fogli autografi che appendeva alla bacheca con l’avviso delle lezioni (che qualcuno, nel novembnre 1944, aveva cura di collezionare…).  Anche appassionante, nella lettura di Nietzsche – di Hölderlin nulla, solo il nome nel titolo. O del Greco, che al solito Heidegger professa di conoscere meglio dei greci antichi: ποιείν non è poetare, quello è latino, ma estrarre, estrinsecare, esporre. E altre agudezas. Senza mai un riferimento latino. Anche dove spiega la Essenz di Nietzsche: “È l’abbreviazione del nome di un concetto fondamentale della metafisica occidentale: essentia”. Wesen è essentia – p. 111. Id. per factum, 117. E le veritates essentiae  e le veritates facti, 121- dove si troveranno le veritates, l’essentia e il factum alle matricole tedesche non è dato sapere. Con l’appesantimento anche qui  della specialità di Heidegger, il nazionalismo. Sia pure nella forma strapaese e non nazista, imperialista. 
Perché Nietzsche e Hölderlin e non  Kant e Goethe? Se lo chiede lo stesso Haidegger. E si risponde: perché Nietzsche, come già Platone, “poeta i suoi «miti»”. Con “l’eterno ritorno dell’uguale”, che lui stesso dice “il pensiero dei pensieri”. Nietzsche “ha poetato la figura di Zarathustra”. E “mai in precedenza, in nessun luogo, nel pensare della metafisica occidentale è stata poetata una figura”. E così via.
Poesia e filosofia si potrebbe argomentare meglio. Anche solo intuitivamente. Ma senza i primati.
A cura di Vincenzo Cicero, che fornisce una traduzione precisa (significante: a fronte del testo originale) e agile-leggibile. E un ottimo glossario-antologia delle parole chiave di Heidegger, le “parole fondamentali”, i Grundworte - in aggiunta a quello della sua traduzione di “Holzwege”, il libro della “svolta”, 1950, “Sentieri interrotti”, da lui tradotto per questa stessa collana Bompiani Testi a fronte “Sentieri erranti nella selva”. Per un bisogno che anche lui, traduttore di Heidegger sperimentato, sente: “Heidegger gioca con le parole, continuamente, talora quasi compulsivamente”. La verità è di difficile accesso, presso uno stesso filosofo – la verità del filosofo.
Tutto a un certo punto è Grund in Heidegger, basico – ha un “Concetti fondamentali” (Grundbegriffe), “I fondamenti della filosofia”, et al., così organizzati, con questi titoli, nella epica opera omnia da lui stesso avviata (ordinata) cinquant’anni fa. Ma talmente basico da restare indefinibile? Fra tutti I traduttori di Heidegger Cicero è il più inventive, ma a costo dell’insignificanza: le sue “parole chiave” sono poco o nulla significative. Non è un caso, non è il solo.
Il glossario di Cicero è speciale in quanto fa capire – indirettamente ma in dettaglio – che Heidegger si vuole incomprensibile. I traduttori di Heidegger hanno bisogno di corredare le traduzioni di glossari, anche Franco Volpi (per “Segnavia”). Dei quali non uno concincide con quello di un altro: Heidegger è una sfida, una gara ermeneutica, soprattutto fra traduttori. D’altra parte, leggerlo in originale semplifica, ma non del tutto, i rovelli erstano.  
Martin Heidegger, Introduzione alla filosofia. Pensare e poetare, Bompiani, pp.233 € 15



domenica 3 novembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (407)

Giuseppe Leuzzi


Si sequestra in Sicilia un carico di limoni spagnoli trattati con un anticrittogamico cancerogeno. Importare limoni in Sicilia sembra un controsenso. Ma si importava un tempo, e fu cosa lunga, il vino dall’Algeria. Per rivenderlo al Nord come vino siciliano da taglio. Senza la mafia.

Si saluta come un segno di libertà la decisione della Corte Europea e della Corte Costituzionale di dare licenze premio anche agli ergastolani per delitti di mafia. Senza obbligo di pentimento. E forse non è sbagliato. In questa “eguaglianza per i mafiosi” la confusione potrebbe dissiparsi: non saremo più governati dai confidenti, e i giudici riprenderanno a lavorare.

Gadda protoleghista
“Sopra i fieni e i formaggi è stata organizzata nel decorso ottantennio una sopraprovincia industriale, e poi idroelettrica, che dà lavoro e consente la vita ai padani stessi e ai molti «immigrati interni». Più che mezzo milione di immigrati interni nella sola Milano, su un milione e mezzo di abitanti”. Gadda spiega semplice e vero il miracolo - non ancora boom, siamo nel 1945 – del Nord,  o il senso della subito risorgente “questione meridionale”, in polemica con Mario La Cava. L’unica polemica politica della sua vasta pubblicistica giornalistica, con sdegno quindi non di maniera. Succedeva a “Il Mondo”, rivista allora fiorentina, diretta da Montale. Anche lui non convinto da La Cava, cui aveva obiettato sia presentando il suo contributo, “A proposito della questione meridionale”  (“Il Mondo”, Firenze, I, 11, 1 settembre 1945), sia a commento della lunga lettera di Gadda (ib., I, 13, 6 ottobre 1945). Gadda, vecchio combattente, muove sdegnato dall’accusa che i giovani del Sud erano stati mandati a morire in guerra per coprire gli operai imboscati del Nord. E allarga poi il discorso all’accusa che il Nord si è arricchito a spese del Sud.
D’accordo con La Cava sul contributo degli ufficiali e gli agenti di Polizia, “reclutati esclusivamente nel Sud e nell’isola del fuoco”, al mantenimento dell’ordine. Specie nella guerra civile e nella difesa dai tedeschi, e poi nella pacificazione generale. Ma non ci sono solo i questurini. “Anzitutto i «governi» d’Italia erano in pratica alle mani dei meridionali”, i governi veri, “la gran macchina burocratica dello Stato Italiano”: “La polizia, la finanza e le guardie di finanza, la organizzazione fiscale, la magistratura stessa, i romani e milanesi ministeri e uffici erano, in misura prevalente, combinati di funzionari meridionali. Il funzionalismo statale italiano recluta meridionali all’80%, lombardi al 0,05%”. Né solo “organi esecutivi dell’amministrazione”, sono meridionali “anche inspiratori e redattori ed interpreti delle leggi. E detentori effettuali dei poteri pubblici. Il numero di avvocati e giuristi e nomoteti che da lontane eredità pitagoriche o da più recenti vichiane traggono buona penna e discettante favella a legiferare” è prevalentemente meridionale. Per “merito e alto intelletto di quei cittadini”, ma pur sempre meridionali.
Un leghista precoce, ma non separatista. Gadda critica La Cava anche per il favore da questi mostrato verso il separatismo siciliano – “Accenni al passato. Reluttanza a Roma, i Vespri”: “Quanto alla guerra dei Vespri, essa diede la Sicilia agli Aragonesi (Caltabellotta, 1302). Quanto alla rapina romulea, non si potrà sostenere che Milano depredi oggi la Sicilia come Roma e Verre la depredarono. I graditi e saporosi agrumi che di là ci pervengono li paghiamo a contanti”.
Perplesso si ripete in conclusione La Cava: “Noi «sfruttiamo» i Siciliani. Treni e treni carichi di Siciliani straboccarono durante un trentennio alla stazione centrale nonostante il veto contro le migrazioni interne cui accenna il La Cava: veto che noi non abbiamo avuto occasione di percepire”.
La differenza? È la fatica, la forza delle acque, in superficie e nel sottosuolo, mettendo a frutto, con “fienagioni” e “ricolti” sui “livellati jugeri della pianura padana”, centrali elettriche e abbeveratoi facili e di poca spesa, per “loro”, i padani, “e i loro buoi e le loro vacche da latte”.      
Tre anni dopo, evocando Milano a Radio Milano, Gadda concluderà la lunga nota con un invito alla sobrietà: “Vorrei che al senso profondo dell’autonomia e della responsabilità economica, si accompagnasse un uguale ardore per ciò che è forma e stile della terrena vicenda, in questa terra che pur diede i natali al Caravaggio, al Cardano, al Manzoni.”

Contro l’emigrazione
È una grossa valvola di sfogo, è sempre stata la filosofia del fenomeno emigrazione. È sempre stata esercizio meritorio, dei più intraprendenti, giovani, intelligenti, disposti al sacrificio. E una fonte di accumulazione per quanto risicata, di capitale attraverso le rimesse. Ma non sempre. L’esercizio è anzi consolatorio, visti i costi, e gli sprechi: l’emigrazione è soprattutto uno spreco, a costi anche alti. Anche per un semplice calcolo costi\benefici. Quante risorse formative, delle famiglie, dello Stato e e degli enti locali, si disperdono, senza beneficio per i luoghi di formazione. L’emigrazione è la dispersione, la desertificazione dei luoghi di origine. 
La verità dell’emigrazione dal Sud è che il Sud si è privato di energie. Anche delle migliori, è vero. Erano bocche da sfamare? Non si sono sfamate meglio. Hanno risparmiato? Poco e male. Hanno costruito un futuro per i figli? A quelle condizioni l’avrebbero costituito anche a casa. Quanto hanno sofferto. E a che costi, di rinunce, sacrifici, umiliazioni, isolamento selvaggio. Da cui peraltro nulla può redimere, nemmeno la più buona delle intenzioni. Col senso della differenza sempre – talvolta, come negli Usa, per generazioni: si è dago per un secolo almeno.
La dispersione primaria
Spreco di energie vuol dire sul piano sociale l’interruzione ripetuta, continuativa, del processo sociale osmotico che si chiama della borghesia, il polmone delle società moderne. Di chi opera cambiando la propria e familiare posizione e condizione, e quella sociale, della comunità, con l’istruzione, la salute, la proprietà, nel senso dell’igiene mentale e in quello del possesso – della vigilia, la vigilanza, la fonte della partecipazione sociale e politica, la base delle scelte argomentate.
Si è impoverito quello che si chiamava il tessuto umano. Si è distrutto quello politico. Chi resta non fa più parte di una rete, è un isolato che lavora, nutre e accudisce la famiglia, e non si occupa di sapere, c’è e non c’è, e più di tanto non si impegna, nemmeno al voto.
La borghesia al Sud ha vissuto la Repubblica sfarinandosi: si sfilaccia, si sbriciola, a mano a mano che s’imbastisce. Crea per disperdere. Le sue energie in gran parte, in parte preponderante, spreca fuori. Il Sud non procede e anzi recede, perché ha invertito l’ordine: caso raro, non si applica all’accumulazione primaria ma alla dispersione.
La borghesia funziona come una pompa idrovora naturale: tira su le energie, le valorizza, le moltiplica. Al Sud invece in prevalenza le disperde, in acquitrini o in rivoli remoti, residui, asfittici. Valorizza i suoi figli non per allargarsi e irrobustirsi ma per privarsene – non per accumulare ma per disperdere. Che sembra assurdo e lo è.
Nella Repubblica il fatto è evidente perché l’emigrazione è a somma negativa sul semplice piano del reddito. Ma sempre è stato così, questa la “colpa” dell’unità, di avere reso l’emigrazione possibile, quella interna stimolata anche dall’avventura in “America.
Si dice: emigrando s’incontra il proprio destino. A che prezzo? Allo stesso prezzo o anche meno, di miseria senza l’isolamento e il disprezzo, si sarebbe incontrato (costruito) anche a casa. Con lentezza, con applicazione, con sacrificio.
Ora il Nord manca di insegnanti, medici, infermieri. Il Sud come sempre ne abbonda. Ma domanda e offerta non s’incontrano più. Perché emigrare al Nord costa troppo.
Il Sud s’impoverisce – relativamente, certo – perché si spopola e si sfianca. Non solo nel patrimonio edilizio abbandonato, nei paesi desertificati, ma nelle famiglie. Che risparmiano, investono, specie nell’istruzione, accudiscono, impegnando energie che sottraggono al lavoro, all’impresa, per creare dei vuoti. Il destino singolo va assicurato contro il destino sociale? Non è detto, e non è una buona cosa.

Milano
“Lotte di casse e di parte, lotte spietate fra città e città, nel Duecento lombardo; Lodi e Milano si odiarono e combatterono più ferocemente certo che Roma e Cartagine”, C.E.Gaddda, “Immagine di Lombardia” – in “Divagazioni e garbuglio”, p. 399.,

Il “Corriere della sera” confina a una pagina di girata, quella con meno visibilità, il titolo grande “Quella di Roma non fu mafia”. In quella di riguardo invece, che si vede sfogliando il giornale, limitandosi a “Il valzer delle sentenze e il finale a sorpresa: la sconfitta della Procura”. Da intendersi: perché la mafia c’è, a Roma, malgrado le due sentenze definitive che dicono di no.   

Oltre 17 mila bambini non hanno accesso all’asilo nido in Lombardia perché i genitori si rifiutano di vaccinarli.

Presentando a Roma alla Festa del cinema le sue memorie, “Lucia Bosé. Una biografia” – che nessun editore italiano ha voluto – la diva di “Riso amaro” ha questo ricordo dei milanesi a piazzale Loreto, lei aveva 14 anni: “Andai con altri ragazzi e ho visto Mussolini e Claretta Petacci appesi a un metro da me. Sono scappata via per la paura mentre tutti gli buttavano pomodori e patate”. C’era già l’abbondanza.

“Poche cose identificano l’importanza, anche morale, di Milano e la sua innegabile grandezza di capitale, mancata sì, da un punto di vista amministrativo, eppure decisa spinta propulsiva di un Paese del quale, anzi, resta l’unica città davvero di risonanza mondiale, e non per il passato (ché Roma e Venezia non hanno rivali), ma per il presente, e, presumibilmente, per il futuro, della intelligenza e della coltivazione tenace di una idea di lavoro che sapesse unire qualità, arte, artigianato, ironia, divertimento, creatività e, per dire una parola grossa, ma giusta, grazia”, Stefano Salis, “Il sole 24 Ore”. Infusa? Con l’ironia?

L’arcinemico Barbarossa Milano saluta al museo del Castello con una stele al “roemischer Kaiser deutschen Nationen”.

Puzzava nel Sette-Ottocento. Il “foraneo (brianzuolo)” Parini di Gadda lo lamenta nell’ode “La salubrità dell’aria”. Per averlo lamentato “un contino bergamaschino che fa il cattivino contro i Meneghini” - nonché “poetino” “romantichino” - si becca da Carlo Porta un sonetto d’ingiurie con questo titolo.

Immigrati irregolari in Italia nel 2019 fino a metà ottobre poco più di ottomila. In Spagna, 23 mila. In Grecia, 45 mila. Il problema per l’Italia è relativo. Ma “un marocchino al semaforo ed è il terrore”, notava di Milano “Fuori l’Italia dal Sud”, nel 1993.

In Italia i migranti muoiono. Muoiono al largo di Lampedusa, perché il trasbordo è lungo e pericoloso. Ma questo non si vuole vedere. Né come e perché questa gente arriva. Milano vuole solo potersi commuovere, su Lampedusa e gli africani, il più lontani possibile.

“Rumorosa città del silenzio”, la dice Gadda, “Divagazioni e garbuglio”, 74.

“La Lombardia è la vera terra dei fuochi”, scrive e documenta su “Panorama” Silvio SturleseTosi: trecento incendi di plastiche e altri materiali accatastati, in un anno e forse meno, da quando la Cina ha ridotto il trattamento di materiali da riciclare.

Falde inquinate si denunciano (poco, senza allarme), nel vercellese e altrove. Era già successo negli ani 1960/70, quando la Lombardia si era accreditata come discarica, lucrosa, degli scarti tossici  (mercurio, cromo, diossina) delle industrie svizzere e tedesche, che per legge non potevano scaricarli nei loro paesi. Fiumi di veleni si scaricavano nel Ticino, il Lambro, l’Olona, l’Adda, che finivano nel Po.

L’antica Mediolanum, in mezzo al piano, il tedesco ingentilisce in Mailand, terra di maggio. O terra di mai?

La Lombardia era “il frutteto privato di Dio in terra” per Vernon Lee, la scrittrice inglese dei racconti noir, specialista del Settecento

Nel 1158, racconta Bernard Lewis in “The Assassins”, si disse che i milanesi avevano assoldato un commando di terroristi del Veglio della Montagna per uccidere l’imperatore Federico Barbarossa che li assediava. Di terroristi islamici. Talvolta le voci sono vere.

Una dozzina di allenatori al Milan in dieci anni – il più lungo in carica, Gattuso, mal sopportato. Di più all’Inter. È una gara all’incontinenza.
Ma non senza motivo: le squadre milanesi non ci stanno a perdere, la colpa è sempre degli altri.

leuzzi@antiit.eu

Mafia è non fare giustizia

Il politologo conservatore siciliano si occupa della mafia di passata, come una pausa negli studi – il “tutto mafia” escludendo ovviamente dall’orizzonte. Ma sa di che tratta. Ci sono le “cosche di mafia”, o semplicemente cosche, gruppi di malavitosi. E c’è lo spirito di mafia, o sentimento di mafia, “una maniera di sentire che, come l’orgoglio, come la prepotenza, rende necessaria una certa linea di condotta in un dato ordine di rapporti sociali”. La mafia è “l’oppressione del debole da parte del forte e la tirannia che le piccole minoranze organizzate esercitano a danno degli individui della maggioranza disorganizzata”. Lo spirito di mafia “è un sentimento essenzialmente antisociale il quale impedisce che un vero ordine, che una vera giustizia, si possano stabilire ed abbiano efficacia tra le popolazioni che ne sono largamente e profondamente affette”.
Prima di questa riedizione, i giudici Caselli e Ingroia una ventina d’anni fa avevano riproposto la riflessione di Mosca come un relitto del passato. Curioso: riproponevano Mosca diminuendolo per accrescere il loro operato? Ma nel fondo probabilmente sapevano – sicuramente Ingroia, che malgrado tutto è ben siciliano - che aveva ragione. 
È impressionante anche come l’armamentario delle mafie sia rimasto inalterato dopo un secolo e tanti cataclismi, comprese l’internazionalizzazione dei traffici e la finanziarizzazione: l’incendio o il taglio delle piante, l’abbattimento o il furto del bestiame, la grassazione, il ricatto, con sequestro di persona, la violenza armata alle cose e sulle persone, a scopo intimidatorio o dimostrativo, l’agguato. Uguale è la sordità morale dell’accumulazione mafiosa: di violenza illimitata, ma calcolata sui codici penali – la passione mafiosa è il calcolo.
Lo “spirito di mafia” Mosca trova anche nell’Italia del Centro – che disprezza lo sbirro – nonché fra i “barabba” e i “gargagnan” di Torino. Perfino fra i nobili e gli snob: “Anche nelle classi alte di buona parte d’Europa e di tutta l’Italia un leggerissimo spirito di mafia ancora sussiste”. Ancora: è un fatto storico, da cui le società progressivamente si emendano. L’ambiente conta molto: c’è chi è mafioso in paese e non lo è più in città, fuori del suo ambiente, chi è  mafioso a Palermo e non lo è più a Messina – “ciò che, se mancassero altri argomenti, basterebbe a provare che la mafia non è effetto dell’eredità o della razza, ma dell’ambiente in cui si vive”.
Mosca discute pure lo Stato-mafia e la corruzione etnica. Con lo scioglimento d’autorità dei consigli comunali, come misura di prevenzione mafiosa. Una misura d’emergenza ma non una buona strategia: “Dicono alcuni che è necessario togliere il parlamentarismo, levare ogni autorità agli elementi rappresentativi, perché in Sicilia sia sradicata la mafia; e scrivono e dicono altri che è il governo che in Sicilia coltiva e mantiene la mafia, perché senza di essa non potrebbe avere quella maggioranza di pretoriani reclutati fra i deputati del Mezzogiorno con la quale schiaccia la rappresentanza delle regioni più civili e colte del Nord. Credo esagerazione l’una, esagerazione l’altra. La Sicilia non è così corrotta che la mafia sia l’unica forza elettorale viva”. Basterebbe condannare i delinquenti.
Questo di Mosca non è un saggio. È una conferenza che tenne ne 1990 a Torino e a Milano. A commento del delitto Notarbartolo: l’assassinio nel 1893 del marchese di San Giovanni, Emanuele Notarbartolo, esponente politico della Destra, sindaco di Palermo, direttore generale del Banco di Sicilia, da parte di un gruppo mafioso. Del processo Notarbartolo, senza una condanna, né dei mandanti né degli esecutori. Non per un qualche strapotere mafioso, una cosca “non riesce a sviare il braccio della giustizia”, ma perché il delitto è stato politico, di gruppi di potere che si sono serviti dei mafiosi come killer.
Gaetano Mosca, Che cos’è la mafia, Aragno, pp. 58 € 12

sabato 2 novembre 2019

Secondi pensieri - 399

zeulig

A. I. – Cinquant’anni dopo Kubrik, “2001, Odissea nello spazio”, siamo a Hal, all’uomo che vuole dialogare col computer. Ma ne siamo ancora lontani.
La vita risentiamo già regolata dall’algoritmo. Buono (servizievole) e cattivo ( imposto) già oggi. Google è un aiuto incredibile, straordinario, il navigatore-ricercatore. La medicina è migliorata molto, la chirurgia e la diagnostica. La banca è sveltita. E il commercio è moltiplicato – se è un bene, anche perché complica i modi di vita, e in vari modi li rincara. Ma allo stesso tempo l’algoritmo impone, sotto forma di aiuto, suggerimenti e proposte invadenti e faticose. Costose nella costante promozione, o creazione di desideri e bisogni. Senza contare la registrazione che si fa dei più vaghi impulsi o curiosità. Oltre che dei movimenti, anche i più casuali, di ognuno. L’onnipresenza, la sorveglianza.
L’Intelligenza Artificiale ha creato il Grande Occhio e il Grande Fratello, fuori dalla fantascienza. Senza liberarci dalla coscienza, sia pure essa cosiddetta.

Autenticità – È il concetto – parola, senso – sonoro meno autentificabile: definibile, accertabile, oggettivabile. È anzi parola e concetto autenticamente (essenzialmente) indefinibile – “contrada pur ancora e comunque ignota” dice lo stesso Heidegger, che ne fa uso a ogni pagina e anzi a ogni riga. Relativo a che cosa, consistente in che, misurabile come?
È la parola e il concetto chiave, ricorrente, comune alle due, o tre, epoche del suo pensiero, di Heidegger: Heidegger o dell’autenticità. Che perciò è vago – poetico – anche quando è polemico, vuole essere cattivo. E scende o si confonde col comune, col villaggio, con la montagna, con la politica, con la politica universitaria, con le amanti, o il matrimonio aperto. È una ricerca che si può fare, un valore di cui ergersi difensori, da traditori, fedifraghi, e nazionalisti persecutori? Autentico è, può essere, anche il tradimento e l’odio.

Erotica – In Italia è genere di donne. Un catalogo del sottogenere, in vendita outlet o remainders, elenca solo autrici: Cao, Mazzuccato, Lojodice, Morsi, Notarbartolo, Pavani, Rocca, Rizzi, Ferraris, Rigamonti, Scanavini, Melissa P., Una Chi, una buona dozzina. È fantasia femminile e non più maschile. Non ci sarà più un erotismo per gli uomini?

Presente – Lamenta lo scrittore Scurati sul “Corriere della sera” “l’infecondità” della sua generazione, di quaranta-cinquantenni, la Generazione X, oggi “padri senza figli”: “Abbiamo vissuto solo nel presente”. Cioè non abbiamo vissuto: la smania di vivere il momento è il niente. Lo scrittore trova dei colpevoli: “Siamo cresciuti tra il nichilismo punk anni 70 e quello neo liberista anni 80”. Che però hanno prosperato, magari sotto altre maschere, e prosperano. L’infecondità è legata all’attimo: al cogli l’attimo, la filosofia del “doman non c’è certezza”. Senza futuro non c’è presente, e senza passato - il presente è transeunte, è già dopo, con molto prima.

Sorveglianza – Siamo definitivamente nella “età della sorveglianza”, o del controllo, occhiuto, invasive, penetrante, costante. La dizione è già nel linguaggio comune americano, avendo rapidamente soppiantato quella di “età dell’Ict” o “dell’informazione”.
È oggi e non nel Sette-Ottocento di Foucault la “vera società” della sorveglianza. Non della sorveglianza come atto punitivo, ma come atto comune, corrente, commerciale, “naturale”.
Questo esito è meno curioso di come appare. Si è già teorizzato, è l’evidenza, un “capitalismo della sorveglianza”. Etichetta di Shoshana Zuboff, la maggiore esperta di psicologia sociale, emerita a Harvard. Come la mente (l’amicizia, la parentela, gli interessi culturali, gli hobbies, il lavoro e il tempo libero, l’occupazione e lo svago, gli affetti e le passioni) è sfruttata per carpire dati. Un procedimento che a sua volta reagisce sulla mente, condizionandola, cambiandola, anche rapidamente, anche radicalmnete. Un’architettura globale di sorveglianza. Non poliziesca, commerciale. Ma tale da indurre poi i comportamenti, in automatico o quasi, invece che sanzionarli. Ubiqua, altra novità, continuativa, senza soste. E invasive, senza eccezioni o riguardi.
Deleuze lo antivedeva, che nel 1990, quindici anni dopo Foucault, “Sorvegliare e punire”, teorizzava in un prossimo future, a seguire sulla “società dei consumi” e la “società dell’informazione”, quella del controllo. “Poscritto sulle società di controllo”, pubblicato prima in “L’autre Journal”, poi in “Pourparler”, 1990. Ma siamo con lui ancora nei luoghi tipici del controllo, foucaultiani: famiglia, fabbrica, scuola, caserma, carcere. Il capitalismo della sorveglianza è diverso: è un investimento, in un bene o merce. Un terreno di confronto-scontro: a chi sorveglia meglio. Una sfida anche, come le vogliono i teorici del capitalismo. A chi sorveglia meglio, con più competenza: invasività nel caso, più sottile, più coinvolgente. Quella sulle “amicizie”, personali, politiche, è la più sopraffina. Per ora. Quella sugli interessi anche, culturali, professionali, di semplice curiosità. Quella sulle frequentazioni, sia pure casuali, pure, da rabbrividire.
    
Varietà – Si viaggia spesso, e si cambia bar, ristorante, gelateria. Ma si prende sempre lo stesso caffè, anche se non si vuole, o non si vorrebbe. Si fuma sempre la stessa marca di sigarette. Si ordinano sempre gli stessi gusti di gelato. E dei tanti viaggi si ricorda sempre meno: sono una pausa. Soprattutto non si rivedono le foto e i selfie che incontinenti si sono fatti. Siamo più abitudinari o più variabili, curiosi, sperimentatori? Più stabili o più instabili. Stanzialità, nomadismo. Lo stesso come coerenza, costanza, fedeltà, monogamia, o i loro opposti. Sono polarità. Ma l’uno meritevole, o pieno di grazia, e l’altro no? O modi di essere, transeunti?

zeulig@antiit.eu

Un vuoto pieno d’amore

A prezzo d’affezione, il “Corriere della sera” avvia in edicola la celebrazione dei dieci anni della morte, l’1 novembre 2009, di Alda Merini, la poetessa che Milano ha eretto a suo nume, con tomba nel Famedio del Cimitero Monumentale, una casa museo, e l’intitolazione di un ponte sui Navigli. Con una introduzione nuova, di Aldo Nove, il titolo è della raccolta curata nel 1991 da Maria Corti per Einaudi, che sancì il ritorno di Alda sulla scena letteraria milanese, dopo una serie di internamenti manicomiali nella stessa Milano, a partire dal 1965. E la pausa tarentina, con  matrimonio d’amore.
Nel 1984, a 53 anni, Alda Merini si era autoesiliata a Taranto per sposare Michele Pierri, 85 anni. Culminando una storia d’amore di quattro anni: un rapporto telefonico, quotidiano, per il comune vizio della poesia. Non un matrimonio di folli. Pierri, napoletano, nipote e allievo del medico santo Giuseppe Moscati, era a Taranto un personaggio: carcerato per antifascismo, poeta religioso apprezzato (da Ungaretti, Pasolini, Betocchi, Caproni, la stessa Corti). chirurgo innovativo e primario dell’ospedale. Nel 1987 Alda Merini era tornata a Milano, lasciando Pierri malato terminale (morirà l’anno dopo). Nella sua città aveva però avuto altri due anni di difficoltà, vivendo quasi da barbona.
Esula dalla raccolta ogni riferimento della poesia di Ada Merini alla speciale condizione mentale, giusto l’imperativo con cui Maria Corti la apriva nel 1991: “Nell’attule incombente cultura dello spettacolo è necessario resistere alla tentazione di dilatare leggende che fioriscono sulla follia, il disordine mentale, l’orrore quotidiano come miti dell’immaginario”. Corti preferiva dire il “fenomeno Merini” di “poesia istintiva ed epifanica” – “ha preso l’abitudine di scrivere di getto”. Ma sarà necessario, e sicuramente significativo, esplorare anche nel caso di Alda Merini il bisogno e la capacità spontanea di poetare di certi “disordini” mentali, di una speciale capacità di linguaggio, di parole e immagini e ritmi evocativi. La stessa Corti non vi si può sottrarre: “La Merini scrive in momenti di una sua speciale lucidità”. Anche se riduce la follia a condizione manicomiale, e il suo effetto poetico alle immagini provenienti “spesso da luoghi frequentati durante la follia”, al rifiuto e al dolore di quella condizione.   
Non è il solo aspetto del “fenomeno Merini” che manca. Non c’è ancora un riesame critico, uno qualsiasi, della sua vasta e varia opera. Si continua a leggerla nel segno della curiosità, benché diffusa e costante: un approccio sistematico ancora làtita. Alla riscoperta, dopo l’internamento e al ritorno da Taranto, c’è stato un forte plauso ma non un impegno critico. Maria Corti rimandava nel 1991 ad altro ambito “un saggio critico o un esame dell’eccezionale sistema metaforico della Merini”. Ancora si attende.
Nella raccolta è incluso anche il breve poema “La Terra santa”, estrapolato da una raccolta ben più densa con lo stesso titolo. Che rifletteva, insieme col poema propriamente detto, l’inferno del manicomio. L’obbrobrio del corpo, martoriato dagli elettroshock, dalla nudità, dalle manipolazioni dei custodi, degli infermieri: “Sono regina ma fuori dal mondo\ potrei essere morta”.   
La raccolta è invece proteiforme e tendenzialmente partecipe, se non entusiasta, proiettata all’esterno. Di storie per lo più, per lo più personali. Affettuosa, maliziosa, rispettosa, e non. Ci sono Manganelli, nume tutelare come Spagnoletti, ma più presente. Quasimodo, di cui Alda è stata un tempo collaboratrice e, lei lascia capire, amante, fervida, riconoscente. Emily Dickinson, per converso, “patentata quacquera”. E sul coté religioso, sempre attivo in lei, padre Turoldo, distante. E Padre Camillo” (da Piaz), anch’egli bellissimo uomo, come Turoldo.
Al contrario del titolo, Merini si direbbe – si voleva – piena d’amore. Per Manganelli, qui, sopra tutti – tutti i 36 amanti che vanterà. Nel 1947, a sedici anni, “snella e con gli occhi lucidi”, Alda “incontrò le prime ombre nella sua mente”, ricorda Maria Corti, “e venne internata per un mesetto a villa Turros”. In quei mesi la giovanissima Alda era ospite, condotta da Manganelli, nel pied-à-terre della stessa Corti. Per una visita? No, da tempo il sabato pomeriggio nella mansarda di Corti, o in pensioni compiacenti, Manganelli con la quindici-sedicenne ci faceva l’amore. Lei non se ne farà e non gliene farà una colpa – Lietta Manganelli, la figlia che Giorgio già aveva, la ricorda con affetto. Ninfa resterà a lungo – ancora nel 1954, di Alda a 23 anni Pasolini farà lelogio come della “ragazzetta milanese”. 
“Manganelli più di ogni altro l’aiutava a raggiungere coscienza di sé”, ricorda Maria Corti, e “la portò in esame da Fornari e da Musatti”, i due massimi psicoterapeuti milanesi dell’epoca – lei stessa, Maria Corti, portò Alda da Clivio (Cesare? Allora all’Ospedale Maggiore, clinica Malattie nervose). Oggi si manderebbero da Fornari e da Musatti, e da Clivio, Manganelli e la stessa Corti - se non direttamente al gabbio. La poetessa adulta potrà dire in “Alla salute”, la raccolta di versi e pensieri: “Alda Merini è stata in manicomio ma non è una pazza”.

Vuoto d’amore è quanto può lamentare una poetessa prodigio, premiata da Mussolini a dieci anni, riconosciuta dall’establishment milanese a quindici. E da esso spupazzata. Che finiva regolarmente al Paolo Pini, il manicomio, benché non avesse alcuna sindrome demenziale: così, perché era particolare – oggi, racconta il fratello al “Corriere della sera”, le sarebbe bastata una seduta da uno psicologo, al più una pasticca. 
Alda Merini, Vuoto d’amore, Corriere della sera, pp. 136 € 6,90

venerdì 1 novembre 2019

Problemi di base sapienziali - 519

spock


Non c’è rosa senza spine?

Non c’è pace senza guerra

Non c’è bene senza male?

Non c’è medico senza malato?

Non c’è giudice senza pena?

Non c’è amore senza odio?

Studio senza ignoranza?

Ozio senza fatica?

Bilancio senza tasse?

spock@antiit.eu

L’estremismo (non va) al governo

Una maggioranza estremista? Non ci può essere, non in democrazia. Quando c’è stata, nelle rivoluzioni,  o negli Stati Uniti con Trump, disorienta e fa danni.
È il problema della destra in Italia. Fuori dal governo, di cui però sarebbe oggi la titolare se si votasse. Fuori comunque dal governo perché non ha una leadership, ne ha una estremista: Salvini, che voleva fare un partito di centro, e in questo senso è stato plebiscitato al voto europeo, lo ha preso per una investitura a strafare, e ora non  è più affidabile.
È il problema del centrodestra in Italia dopo Berlusconi: una leadership affidabile. Convocasse oggi Mattarella elezioni generali, per un ghiribizzo, al di fuori o contro le alchimie parlamentari, Salvini le vincerebbe, e poi? Lui stesso non si vede presidente del consiglio, moderato, moderatore – l’Italia non ha un premier ma un presidente del consiglio in regime costituzionale parlamentare: un moderatore più che un dirigente, uno che prende decisioni.
Berlusconi ha avuto il merito di addomesticare il Msi e la Lega di Bossi. Ma non ha curato, anzi non ha lasciato emergere, altri leader all’infuori di sé. Salvini sembrava essersi smarcato dalla tutela ostativa, e invece si caratterizza sempre più per la voce grossa. Fa, con Meloni il 45 per cento del voto in Umbria e dei consensi nazionali ai sondaggi: come può pensare che sia una massa di estremisti?

Dopo Berlusconi Cairo

Nel calcio no. Non si può dire, finora non l’ha azzeccata: il Torino è per un motivo o per l’altro sempre in affanno. Ma per il resto sì, è lui: il secondo Berlusconi. In formato piccolo, uno che gioca sulla modestia e non sulla spacconaggine, ma uguale.
Pubblicitario solerte e inventivo come l’originale. Col quale peraltro in questo campo ha debuttato, collaborando a lungo, con soddisfazione di entrambi. Poi editore, sempre secondo il modello berlusconiano, del passo lungo come la gamba: prima i periodici, poi la tv, la 7, poi il grande salto, nel “Corriere della sera” e nell’editoria libraria. Se ci ha da essere un altro Berlusconi, sarà lui, Urbano Cairo.
Di Cairo non si parla di ambizioni politiche. Ma neanche di Berlusconi si parlava. Cairo è però pronto. E che ci faccia un pensiero è confermato dal fatto che non se ne parla. Non se ne deve parlare: nessuna indiscrezione, nemmeno un pettegolezzo. La cosa è seria.
Il suo posto, anche per orientamento sociopsicologico, aperto ma cauto, conservatore, è quello di Berlusconi. Anche la posizione di Renzi gli è congeniale – ma Renzi no, la persona.
La successione, anche di questo non si parla. Ci può essere solo se non se ne parla: niente investiture. Cairo non l’ha avuta, non l’ha richiesta, come pubblicitario, poi come editore, come editore tv, come grande editore. Non ne ha bisogno, sempre si è trovato con Berlusconi d’accordo, se non del tutto in sintonia. E sa che la pera cade quando è matura, cade da sola: il dopo-Berlusconi deve maturare. Cairo sta lì, con tutti gli attributi.

Sinfonia del Nuovo Mondo – il Grande Fratello

È la “sinfonia del controllo”: la vita contemporanea non più dominata dalla natura, per quanto tempestosa, beethoveniana, o dalla frenesia, dvořákiana strawinskiana, ma dai controlli, plurimi, costanti, censori. Che si viva in internet, dove gli schermi sono infiniti, oppure no: ogni atto o pensiero, per quanto piccolo, ogni accordo, degli archi, degli ottoni, delle trombe, viene censito, anche interrotto, e zittito dalle percussioni.
Un’idea bizzarra di sinfonia, per l’inevitabile fondo umoristico, cui però Norman sa dare plausibilità sonora. Il maestro Ryan McAdams, anche lui giovane e americano, che ha concertato e diretto “Play”, lo spiega in una concisa a dettagliata introduzione, in un non confuso italiano. Norman, quarantenne scanzonato musicista di Los Angeles, ritenuto il miglior compositore americano della sua generazione, si è girato attorno e non ha trovato altro punto qualificante della sua e nostra condizione umana oggi del controllo.
È partita con Norman, pezzo forte della serata, una serie di concerti Rai dedicati alla “Nuova musica”, che da Torino settimanalmente proporrà i contemporanei. Dopo il brevissimo ma già classico “Tre Unanswered Question” di Charles Ives, che è del 1906 ma sconosciuto in Italia. E il Concerto per pianoforte n. 3 di Philip Glass, con Simone Dinnerstein alla tastiera, e l’entusiasmo del pubblico - gratificato con bis. È per Simone Dinnerstein - un’esperienza infantile italiana, al seguito del padre, il pittore Simon Dinnerstein, che nei tardi 1970 ebbe una “stagione romana” - la pianista più accreditata oggi di Bach, che Glass ha composto nel 2017 il concerto “bachiano” per piano ed archi, un unicum dopo il Settecento.
Andrew Norman, Play, Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, Rai Play Radio

mercoledì 30 ottobre 2019

Letture - 401

letterautore

Arabi – Erano riprovati in antico in quanto “molli”. L’aggettivo viene detto oraziano – Orazio ha anche lui gli Arabi “molli” nelle Satire: “Molles columbas Arabesve molles”. Ma Catullo lo aveva preceduto, al carme 11, con gli “Hyrcanos Arabesve molles” – cui Orazio con tutta evidenza si rifà.
Il “molle” di Orazio è caricato nei manuali di “senso di riprovazione etica”. Ma la Loeb Classical Library dice gli Arabi di Catullo “gentili”:  

Berneschi – È, è stata, una robusta e costante tradizione in Italia, che ora si trascura, anche negli studi. Wikipedia non registra la voce, Treccani la lascia confinata alla scuola di Berni, 1522-23 – le storie della letteratura non si fanno più. 
Il genere è alle origini della poesia italiana, con Cecco Angiolieri, Rustico di Filippo, Folgore di San Gimignano. Poi il Burchiello, Sacchetti, Grazzini “il Lasca”, Redi, e nel Settecento plurime manifestazioni: Baretti, Gozzi, lo stesso Goldoni, Parini, Casti, Batacchi, il “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” dei Wu Ming bolognesi di allora, con l’abate Meli. Poco nell’Ottocento, ma di grande forza, in dialetto: Porta, Belli, Ammirà, Giusti (il “Geppino” di Manzoni). Nel Novecento anche il dialetto si fa serioso e la vena s’inaridisce.

Capolavori –Franco Lorenzoni celebra Rodari sul “Robinson”. Il lettore Livio Labuz rincara, assumendo che Rodari non è valorizzato a scuola perché comunista e laico, e la scuola, si sa, è confessionale. La stessa, aggiunge, che non vuole “Pinocchio” libro di testo. Ma Lorenzoni non concorda: Rodari è valorizzato a scuola, semmai sono “capolavori come ‘Piccolo blu e piccolo giallo’, del poeta Leo Lionni”, che “censure arroganti da parte di ultrà della religione…. in nome della guerra a una presunta ideologia gender, pretendono di escludere dalle scuole”. Ognuno ha i suoi capolavori.
Non male, così si moltiplicano.

Caratterista – Era una figura - una maschera, o anche soltanto una cadenza - che ne faceva da sola un personaggio, per quanto di contorno, per una o due battute o scene, “caratterizzato”, riconoscibile. Il “carattere” ricorre in Gadda (“Divagazioni e garbuglio”, 283, a proposito di Belli) come quello che “ricrea quasi in un magico attimo, omessa ogni didascalia ritardatrice, l’ambiente e la scena”. Ed è il segreto di Belli: “Il Belli compie il raro miracolo d’esser pittor d’ambiente e scenografo solo all’essere caratterista: e caratterista, e quale!, all’aprir bocca appena il suo ciarlante personaggio”.

Dante – Drammaturgo lo vuole, incidentalmente, Gadda - e quasi poeta di strada, dal vivo – a proposito del dialetto: “Il dialetto, non meno di certo dialogo di Dante, è prima parlato o vissuto che non ponzato o scritto”.

Il Dante “tedesco” di Emil Ruth e Stewart Houston Chamberlain non ha anche “il buon Barbarossa”? Quale prova migliore.

Fogazzaro – Non si legge, e anzi non si pubblica, che pure sarebbe in tono col perbenismo (buoni sentimenti), col campanile e crepuscolare. Entro il cielo basso prealpino-padano. Ripieno d’impasti dialettali. Che i personaggi fa vivere nella loro “sublime meschinità”, dicevano le storie della letteratura.

Greco – I radicali greci dell’uso scientifico sono una novità del secondo Settecento.  La ένέργεια di Aristotele entra nel gergo scientifico con Sadi Carnot e Joule. Lo stesso la parola e il concetto di “potenziale”. Entrambe erano ancora sconosciute a Volta.

Manzoni – “Manzoni è cognome bergamasco, cioè di gente d’antico vigore”, C.E.Gadda, “Milano”, in “Divagazioni e garbuglio”, p. 474: “Il toponimo Bergamasco potrebbe forse derivare dal germanico Bergheim, Casa del Monte (rispetto a Milano)”.
Bergamo è così chiamata, dunque, in germanico dai milanesi.

Pinocchio – È in Orazio, la satira VIII del Libro I: “Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum\ cum faber, incertus scamnum faceretne Priapum,\ maluit esse deum…”? In tutta evidenza. È Pinocchio anche come Priapo, svagato se non lascivo: Orazio immagina un falegname, faber, incerto sull’utilizzo di un legno storto inutile, se farne un dio o uno sgabello…. 

Populismo – Il popolo è concetto e soggetto più ricorrente nella raccolta di testi di C.E.Gadda  “Divagazini e garbuglio”. A proposito degli scrittori più amati, Manzoni e Belli, soprattutto, e Porta. Fa parere il popolo la novità di questi autori ottocentesca più apprezzata.

Roma – Sa di palude nei racconti ultimi, degli ultimi viaggiatori scrittori, americani: Malamud e Cheever, anche in Vidal – come già in Henry James. Cozza contro la sensibilità americana, o ha evoluto da ultimo in questo senso?
Per i francesi è quale è sempre stata, architettura e arte, e trasgressione. Per i tedeschi storia da una parte, e vino e licenza (la campagna romana, la frasca, la popolana).
Gli inglesi raccontano poco o niente Roma, forse per antipapismo.
Anche in Russia non c’è Roma. Eccetto che in Gogol, che vi soggiornò nove o dieci volte in dieci anni, dal 1837, vi scrisse “Le anime morte”, vi frequentò Belli, e la celebrò nel racconto “Roma”, nella gloria della luce e delle pietre.

Salieri – Era dunque un altro. Vittima del film di Forman su Mozart, 1984, che lo fa invidioso e probabile assassino. Era un compositore di fama e di sostanza. Rousset ne ripropone le opere francesi, per la corte francese lontano dai pettegolezzi di Vienna, “Le Danaïdes” e “Tarare”,  con successo di critica (“partitura magistrale”,”gusto orchestrale”, “passo drammatico”, “varietà di caratteri”) che lo tiene per “grande compositore”, e di pubblico.
Le due opere avevano avuto grande successo alla rappresentazione. Gluck avocò a sé in un primo momento la scrittura delle “Danaïdes”, un’opera che aveva avuto in progetto da tempo e non aveva potuto scrivere per la poca salute. “Tarare” è su libretto di Beaumarchais.


Yiddisch – Magris lo voleva morto quarant’anni fa, introducendo la prima traduzione del primo romanzo del Nobel yiddisch Isaac B. Singer, “Satana a Goray”: “Lo jiddish, il linguaggio ebraico-tedesco parlato da secoli dagli Ebrei nell’Europa centrale ed orientale e irradiatosi successivamente in varie parti del mondo  e soprattutto in America, è stato la lingua dell’ebraismo della diaspora. Il suo tramonto – che Henry Miller definisce ‘una perdita per il mondo’ – segna un po’ la fine della civiltà diasporica”. Di fatto, però, non soltanto era la lingua delle strade, le piazze e i caffè di Tel Aviv in quegli anni 1970 – insieme con lo spagnolo criollo (sefardita argentino). Ma è praticato tuttora in Germania e in Polonia, seppure non più scritto, non con l’arte di Singer, oltre che in Israele, nelle famiglie arrivate dall’Europa centro-orientale, e si è diffuso in America, lingua franca ebraica invece dell’ebraico, poco masticato. 

letterautore@antiit.eu 

Il Russiagate è nato a Roma

“Scoprire le origini del Russiagate potrebbe prevenire scandali futuri”, “The Nation”. Il nuovo processo voluto da Trump è avallato in America anche dalla sinistra anti-trumpiana. E comunque non potrà essere ostacolato dal partito Democratico: ci sarà un nuovo Russiagate.
Il secondo processo che si avvia è estremamente sensibile. Questa volta non si tratta di affari. Né di manovali della sorveglianza imprudenti quali quelli che affossarono Nixon col Watergate. Il processo che Trump ha fatto promuovere punta a colpire l’Fbi o la Cia, o i due organismi insieme.
Ma per questo il Russiagate bis andrà avanti: il nuovo processo insiste su un nodo nevralgico delle istituzioni. 
Il processo andrà avanti anche se Roma non dovesse collaborare con Trump. Non più di quanto ha fatto finora. Resta acquisita la pista italiana, del Mifsud maltese gestito dai servizi italiani - la testimonianza del collaboratore di Trump Papandreu non viene messa in dubbio.
Conte dice e fa dire di no, che non c’è una pista italiana. Aspetta che Trump sia sconfitto tra un anno da un democratico, che insabbierebbe il nuovo processo? È possibile, il presidente del consiglio è un opportunista. Ma ancora non c’è un candidato democratico contro Trump, uno convincente per gli stessi democratici.

Demonismo ebraico

Nel villaggio ebraico di Goray presso Lublino, dopo una serie di pogrom specialmemte feroci dei cosacchi ucraini e dei contadini polacchi, gli haidamak, aizzati dall’atamano Bogdan Chmelniki, a partire dal 1648, sono ritornate dopo qualche anno le famiglie già abbienti. Il rabbino Benish, colto, saggio e vigile, ma con una famiglia disastrata. E il ricco Reb Eleazar, ora immiserito, con la figlia Rechele. Una ragazza zoppa, pallida e presto invasata, che però, “pur essendo affetta dalla deformità, destava pensieri peccaminosi negli uomini”, e sarà la protagonista-vittima in questo romanzo gotico-vampiresco di Singer. Un racconto di possessione, in espiazione o a condanna di un’ondata di fanatismo messianico, a opera del falso profeta Sabbatai Zevi – uno dei tanti, questo finito perfino mussulmano, per opportunismo. Di disprezzo della “possessione”, che è solo spirito debole, stupidità: di Sabbatai Zevi i galoppini magnificano la moglie Sarah in quanto “aveva lavorato in un bordello a Roma”.
È la ritraduzione, di Adriana Dell’Orto, del primo romanzo di Singer, 1935. Ritraduzione dall’inglese di Jacob Sloan, il traduttore accreditato delle opere di Singer – non il primo: fu Saul Bellow a battezzare come traduttore Singer in inglese, nel 1953, sulla “Partisan Review”, col racconto di “Gimpel l’idiota”, ma presto i rapporti si guastarono (Singer si risentì dell’incipit di Bellow per “Le  avventure di Augie March”, che pubblicava quello stesso anno, ricalcato su quello di “Gimpel”:  “Sono Gimpel l’idiota”, “Sono americano, nato a Chicago” ). Il futuro Nobel, benché emigrato in quello stesso 1935 in America e presto naturalizzato americano, scriveva e continurà a scrivere in yiddisch, il tedesco degli ebrei europei centro-orientali. Una lingua bastarda che però Mandel’stam ancora ne “Il rumore del tempo”, 1925, celebrava “lingua melodiosa, interrogativa, sempre stupefatta e delusa, con accenti marcati sui semitoni”. Mentre Singer, annotava Magris, segna qui metaforicamente il tramonto: le comunità yiddisch erano ancora fiorenti, il romanzo si pubblica nel 1935, ma Singer ne presentiva la fine. E riprodurrebbe a futura memoria il piccolo grande mondo yiddisch nel 1665, quando il messianesimo sembrò realizzarsi.
Tutto in effetti vi appare minato: lo yiddisch, il pudore, l’arte e la stessa intelligenza. Ma in chiave satirica, perfino sarcastica. Forse per il soffio dell’“Ecclesiaste”. Ma è la brutta copia dello shtetl, il villaggio patria ebraico che gli ebrei orientali magnificavano nostalgici negli stessi anni 1930.  
Nel lungo saggio che ha accompagnato la prima traduzione - di Bruno Oddera per Bompiani, poi ripresa da Longanesi - Magris ne fa il romanzo della demonologia ebraica. Del dibbuk, l’anima del peccatore morto che prende possesso del vivente, Satana e Lilith insieme. È quanto lo stesso Singer spiega nel penultimo capitolo. Qui della parte femminile della coppia disgraziata, del rigattiere povero e forestiero Reb Itches Mates con la zoppa e invasata Rechele. Singer ne tratta spesso nei racconti, dopo questo suo primo romanzo.
Sul romanzo della fine insiste Magris. Estendendola alla lingua, in accordo con Henry Miller: “Il «dibbuk» personifica lo spirito della letteratura jiddish in quanto ‘lingua morta”  - nel 1935? Nella perdita più generale dell’arte del racconto, continua Magris di suo, che Rilke, pure lui fascinatore incontenibile come Singer, avrebbe anticipato nel “Malte”. Magris lo dice anche connesso, il dibbuk, al motivo “del messianesimo sabbatiano”, del falso profeta, “ossia, come si dice alla fine del romanzo, all’empio e protervo disegno di «costringere il Signore» e di «por termine alle nostre sofferenze nel mondo»”. Nel quadro del “chassidismo”, della corrente cuturale ebraica non messianica, che vive giorno per giorno, e delle minute occorrenze rende grazie a Dio. “Il romanzo di una psicosi”, lo dice ancora Magris, quella del Messia.
Di fatto è un felicissimo racconto. Tanto più per saper immortalare una realtà marginale, e quasi insostenibile, se non inventata. Il racconto va spedito, in forma prima storico-documentaria, poi gotica, quando gli eventi miracolosi e tragici si avvitano, per una lettura costantemente golosa e semplice, senza traumi. Nel quadro storico straordinariamente vivace di una “città” ebraica in Polonia nel Seicento, e probabilmente attendibile. Un’opera che oggi non sarebbe più possibile, l’antisemitismo avendo instillato troppi veleni, e quindi troppe difese. I gentili, dice Singer senza veli, in un paio di righe, vi erano pochi, il minimo indispensible per i lavori meniali del sabato e nei bagni, rinchiusi in un ghetto.
Non un racconto lusinghiero. Magris nella vecchia introduzione e Adelphi nel risvolto fanno molto caso di Henry Miller, l’erotomane americano-parigino, “scopritore” e mallevadore di Singer: “Che meraviglioso, meraviglioso mondo,un mondo bello e terribile, quello di Isaac Bashevis Singer, benedetto sia il suo nome!”. Ma bello allora nel senso di mostruoso.
Un racconto disturbante, di una “elezione” cieca, chiusa, vergognosa a uno spirito libero. Insensata per sapersi predestinata. Nel tanfo di chiuso e di sporco. Potrebbe essere un’opera antisemita, i cliché ci sono tutti, come dati di fatto reali – tribali, caratteriali: stupidità e orgoglio, fanatismo, classismo, superstizione, ignoranza, sudiciume, malattia, caratteriale e materiale, violenza.

Isaac Bashevis Singer, Satana a Goray, Adelphi, pp. 182 € 18