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martedì 29 maggio 2018

L’immigrato cavia della bontà

Prosegue il dibattito ideologico sull’immigrazione. In tempi di nessuna ideologia. E senza servire al
problema, minimamente. L’immigrazione è un fatto sociale, economico, e di criminalità. Da
qualche tempo di agenti e agenzie che arruolano africani, a pagamento, promettendo in cambio
meraviglie. Anche solo il ricongiungimento familiare, per mogli e figli, ma sempre in un quadro di
eccezionalità. Promettono e si fanno pagare quello che non possono dare: un quadro di illegalità,
anche di sfruttamento. Palese: lo sfruttamento, opera di africani, è sotto gli occhi di tutti di giovani
africani per l’elemosina o il micro commercio ambulante, per la prostituzione, per lo spaccio. Che
non si persegue.
Non è una novità. E non ha mutato la storia. Che è sempre, alla base, di bisogni, cui vanno incontro le mafie. In Italia come in Germania per intendersi, mafia come malavita organizzata. Basterebbe poco per cortocircuitare questo circolo perverso, ma l’Europa è incapace anche qui, come in tutto, l’Europa di Merkel e Juncker e altrettali. Basterebbe facilitare i ricongiungimenti familiari, per esempio, un lavoratore vi ha diritto, si sarebbero evitate vessazioni inaudite e centinaia di donne e bambini annegati. O aprire delle sezioni consolari nei paesi africani, che dispongano di visti in accordo con le esigenze di manodopera europee. Ma non c’è modo per smuovere la Signora del Troppo Poco Troppo Tardi.
Si può anche dire che sia la storia. Nella sola Italia, dall’unità in poi, diciotto milioni si trasferiscono
all’estero, definitivamente. Altri dieci milioni si trasferiscono dal Sud al Nord negli anni del boom
Con aggiustamenti difficili, anche con le buone intenzioni. Il paese crogiolo per eccellenza, gli Stati
Uniti, ci hano messo un secolo per avviare – avviare – la desegrazione razziale decretata alla fine
della guerra civile ( e ancora...).
È presto comunque per decidere che l’ondata migratoria di questi anni dall’Africa, prevalentemente,
all’Europa, è “il fatto costituente destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionare i
rapporti tra gli uomini” Sul presupposto, poi, che gli immigrati siano “il soggetto costituente di un nuovo ordine mondiale e, al tempo stesso, dell’umanità come soggetto giuridico”. In una prospettiva salvifica, in cui l’immigrazione di massa prende il posto della lotta di classe come redentrice dell’umanità infetta – non si dice più della borghesia o del capitalismo, ma si sa. Mentre l’immigrato è una persona, solitamente orgogliosa e non la cavia di nessun esperimento, sia pure solo mentale –
ideologico, bene intenzionato, degno del paradiso.  
È curiosa questa pubblicistica millenaritica di un editore laico e razionalista, almeno nel nome, nella
tradizione. Effetto della deriva dem – tardo comunista senza il Pci? Della decadenza, che
sempre trascina illusioni infauste? L’immigrazione di massa dall’Africa, insostenibile e già
comunque in fase di contenimento, non andrebbe meglio analizzata nei suoi dati reali? Ferrajoli,
teorico della democrazia dei diritti, e del reddito universale, anche per gli africani che ancora non
sono arrivati, ci crede, crede a se stesso. Ma poi? Una volta si scrivevano le utopie, chiamadole
utopie.
Luigi Ferrajoli, Manifesto per l’uguaglianza, Laterza, pp. 265 € 20

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