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Secondi pensieri - 587
zeulig
Diritti – La cultura woke
o “critical theory” non è – non era? – una teoria ma un manifesto. Uno dei tanti
per l’affermazione dei diritti. Nell’“età dei diritti”. Che si vogliono “tutti
subito”, e benché minoritari e talvolta perfino isolati, totalitari. Oltre che
imperativi.
Fascismo – Si evoca, ubiquo, ma non s’incontra. Non nell’Europa che ha virato a
destra, o in America (non c’è capo dello
Stato che ha parlato e parla più profusamente e dilettevolmente del presidente
Usa Trump con i media, appassionato
dell’informazione, quindi della libertà d’opinione), neppure nelle solite
dittature sudamericane, di destra e di sinistra, non nella Russia di Putin. Con
l’eccezione probabilmente della Cina di Xi, tornata stabilmente al culto della
personalità, discreto ma rigido, di radiazioni e sparizioni senza spiegazione,
e della fucilazione, senza nemmeno processo. Non ne ha l’armamentario, violento
(pestaggi, tortura, assassinii) o estetico (culto della forza, simmetria,
perfezione). I canoni politici – razzismo, nazionalismo, governo forte – non ha
rigidi. È parlamentare e costituzionale, pluralista, per la libera opinione –
non controlla i media, di più li subisce. Non è demagogico o impositivo , è anzi
minoritario, ne ha il complesso – “scusate se esisto” e quasi “scusate il
disturbo”. È “atlantico”. Diffida del mercato, ma nella giusta misura.
La sua evocazione connota o esprime - esaurisce - la sinistra
europea, la vacuità. Di una sinistra che era anticomunista (antibolscevica), ma
si è dissolta col bolscevismo.
Occidente – Gioca in difesa. Caratterizzato, storicamente e culturalmente, come
espansionista, è adesso in America e in Europa difensivista, si direbbe nel
gergo del calcio. Si può anche dire che
il suo caratterizzante imperialismo, in atto, sempre come legge del migliore,
il suo carattere distintivo, continua a giocarlo da difensivista. Ma è un fatto
che si sente sotto minaccia, e quasi sotto scacco. Per il vulnus demografico
più che di potenza militare od economico.
Per una sua diminutio interna.
S’identifica e impone i “diritti”, come sua bandiera. Ma,
sotto specie sempre superiore e inoppugnabile, di fatto come minoranza, per
quanto dominante nella comunicazione e, naturalmente, nel buon diritto. I
“diritti” non sono la sua frontiera espansionista, quella che per secoli e millenni
lo ha caratterizzato – sono, al più, una sorta di ultima spiaggia (“non mi
riproduco? ti sterilizzo”).
L’esplosione dei diritti è storicamente e sostanzialmente
difensiva, e quasi una forma isterica di
richiesta d’aiuto. L’Occidente ha paura e lo dice.
È la libertà, vive e ha prosperato all’insegna della
libertà. Da cui però oggi per vari aspetti si sente minacciato, comunque indebolito.
Per una sorta di autocoscienza spinta al limite e oltre, autodistruttiva, dai “diritti”
alla cancel culture. Per il coraggio
di cui si è fatto insegna buttato oltre l’ostacolo. Ha paura di se stesso.
Remigrazione
– I fautori amano esibire un amico o un congiunto, un
figlio adottivo, un collaboratore, qualcuno (il generale Vannacci la moglie), immigrato e benissimo trattato. Anche solo il “vucumprà” della spiaggia, amabilmente
intrattenuto a riposare all’ombra. È una costante dei “remigrazionisti” che si conoscono: tutti devoti e
servizievoli, verso una qualche fattispecie di immigarìto, nero, infartato, cionco,
disabile – bisognoso: il remigrazionista è molto generoso con i “bisognosi”. È solo
la superiorità che vuole affermare, sotto la specie della generosità, più che l’opposizione
o la negazione di un diritto – d’asilo, di residenza. Forse non c’è nemmeno razzismo
(gli immigrati islamici, p. es., sono in vario modo fonte di ammirazione), giusto
un sentimento personale di sovranità, più che il rifiuto delle leggi e dei
diritti umani.
È una forma del nazionalismo,
un suo modo di essere – il nazionalismo ne ha molti, non è mai morto benché criticato
e rifiutato. Il nazionalismo è un sentimento di superiorità comunque
esprimibile –anche da parte dei poveri e analfabeti che emigravano in Libia e
in Africa orientale al confronto coi potentati locali, di peso sociale e
tradizione storica.
Riso – Non è più dell’uomo. Non sarebbe proprio dell’uomo, argomentava già Darwin
nel 1872, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, per il solletico:
provocava negli animali un gorgoglio, come nei bambini, una specie di risata.
Ora uno studio dei primatologi Chiara De Gregorio, Marina Davila-Ross e Adriano
Lameira su “Commnications Biology” dimostra che il solletico a un gorilla,
orangutan o scimpanzé e a un bambino produce risate analoghe, con uno schema
ritmico simile. Con la sola differenza, attribuita all’evoluzione-educazione, ma
marginale: gli esseri umani (quattro bambini nell’esperimento) hanno nella risata
un ritmo un po’ più veloce, e a differenza delle scimmie controllano le
vocalizzazioni della risata, adattandola alle situazioni e ai contesti sociali.
Spinoza – “Un ritmo vagamente discusso, alla Spinoza”, ha all’improvviso un
personaggio del romanziere Houellebecq nel romanzo “Annientare”, all’immagine
di un “sabba di Yule” che una comunità buddista-tibetana starebbe celebrando. Per dire del panteismo, dell’ “idea di
divinizzare la natura”.
Storia – “La storia è qualunque cosa diciamo che è storia”. J.L.Borges, “Pierre Menard,
autore del Chisciotte”.
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