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martedì 14 luglio 2026

Secondi pensieri - 587

zeulig

Diritti – La cultura woke o “critical theory” non è – non era? – una teoria ma un manifesto. Uno dei tanti per l’affermazione dei diritti. Nell’“età dei diritti”. Che si vogliono “tutti subito”, e benché minoritari e talvolta perfino isolati, totalitari. Oltre che imperativi.
 
Fascismo – Si evoca, ubiquo, ma non s’incontra. Non nell’Europa che ha virato a destra, o in  America (non c’è capo dello Stato che ha parlato e parla più profusamente e dilettevolmente del presidente Usa Trump con i media, appassionato dell’informazione, quindi della libertà d’opinione), neppure nelle solite dittature sudamericane, di destra e di sinistra, non nella Russia di Putin. Con l’eccezione probabilmente della Cina di Xi, tornata stabilmente al culto della personalità, discreto ma rigido, di radiazioni e sparizioni senza spiegazione, e della fucilazione, senza nemmeno processo. Non ne ha l’armamentario, violento (pestaggi, tortura, assassinii) o estetico (culto della forza, simmetria, perfezione). I canoni politici – razzismo, nazionalismo, governo forte – non ha rigidi. È parlamentare e costituzionale, pluralista, per la libera opinione – non controlla i media, di più li subisce. Non è demagogico o impositivo , è anzi minoritario, ne ha il complesso – “scusate se esisto” e quasi “scusate il disturbo”. È “atlantico”. Diffida del mercato, ma nella giusta misura.
La sua evocazione connota o esprime - esaurisce - la sinistra europea, la vacuità. Di una sinistra che era anticomunista (antibolscevica), ma si è dissolta col bolscevismo.
 
Occidente – Gioca in difesa. Caratterizzato, storicamente e culturalmente, come espansionista, è adesso in America e in Europa difensivista, si direbbe nel gergo del calcio.  Si può anche dire che il suo caratterizzante imperialismo, in atto, sempre come legge del migliore, il suo carattere distintivo, continua a giocarlo da difensivista. Ma è un fatto che si sente sotto minaccia, e quasi sotto scacco. Per il vulnus demografico più che di potenza  militare od economico. Per una sua diminutio interna.
S’identifica e impone i “diritti”, come sua bandiera. Ma, sotto specie sempre superiore e inoppugnabile, di fatto come minoranza, per quanto dominante nella comunicazione e, naturalmente, nel buon diritto. I “diritti” non sono la sua frontiera espansionista, quella che per secoli e millenni lo ha caratterizzato – sono, al più, una sorta di ultima spiaggia (“non mi riproduco? ti sterilizzo”).
L’esplosione dei diritti è storicamente e sostanzialmente difensiva, e quasi una forma isterica di  richiesta d’aiuto. L’Occidente ha paura e lo dice.
 
È la libertà, vive e ha prosperato all’insegna della libertà. Da cui però oggi per vari aspetti si sente minacciato, comunque indebolito. Per una sorta di autocoscienza spinta al limite e oltre, autodistruttiva, dai “diritti” alla cancel culture. Per il coraggio di cui si è fatto insegna buttato oltre l’ostacolo. Ha paura di se stesso.
 
Remigrazione – I fautori amano esibire un amico o un congiunto, un figlio adottivo, un collaboratore, qualcuno (il generale Vannacci la moglie), immigrato e benissimo trattato. Anche solo il “vucumprà” della spiaggia, amabilmente intrattenuto a riposare all’ombra. È una costante dei “remigrazionisti” che si conoscono: tutti devoti e servizievoli, verso una qualche fattispecie di immigarìto, nero, infartato, cionco, disabile – bisognoso: il remigrazionista è molto generoso con i “bisognosi”. È solo la superiorità che vuole affermare, sotto la specie della generosità, più che l’opposizione o la negazione di un diritto – d’asilo, di residenza. Forse non c’è nemmeno razzismo (gli immigrati islamici, p. es., sono in vario modo fonte di ammirazione), giusto un sentimento personale di sovranità, più che il rifiuto delle leggi e dei diritti umani.
È una forma del nazionalismo, un suo modo di essere – il nazionalismo ne ha molti, non è mai morto benché criticato e rifiutato. Il nazionalismo è un sentimento di superiorità comunque esprimibile –anche da parte dei poveri e analfabeti che emigravano in Libia e in Africa orientale al confronto coi potentati locali, di peso sociale e tradizione storica.
 
Riso – Non è più dell’uomo. Non sarebbe proprio dell’uomo, argomentava già Darwin nel 1872, “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, per il solletico: provocava negli animali un gorgoglio, come nei bambini, una specie di risata. Ora uno studio dei primatologi Chiara De Gregorio, Marina Davila-Ross e Adriano Lameira su “Commnications Biology” dimostra che il solletico a un gorilla, orangutan o scimpanzé e a un bambino produce risate analoghe, con uno schema ritmico simile. Con la sola differenza, attribuita all’evoluzione-educazione, ma marginale: gli esseri umani (quattro bambini nell’esperimento) hanno nella risata un ritmo un po’ più veloce, e a differenza delle scimmie controllano le vocalizzazioni della risata, adattandola alle situazioni e ai contesti sociali.
 
Spinoza – “Un ritmo vagamente discusso, alla Spinoza”, ha all’improvviso un personaggio del romanziere Houellebecq nel romanzo “Annientare”, all’immagine di un “sabba di Yule” che una comunità buddista-tibetana starebbe celebrando.  Per dire del panteismo, dell’ “idea di divinizzare la natura”.
 
Storia – “La storia è qualunque cosa diciamo che è storia”. J.L.Borges, “Pierre Menard, autore del Chisciotte”.
 
 

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