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mercoledì 16 settembre 2026

Secondi pensieri - 591

zeulig
 
Democrazia – La democrazia è in crisi o è in crisi l’Occidente? La democrazia è in crisi perché è in crisi l’Occidente? Dopo tre secoli dallo “Spirito delle leggi”, il fondamento della democrazia moderna - la legalizzazione o costituzionalizzazione del potere (divisione e controllo dei poteri), e l’universalizzazione del voto, singolo, individuale, “popolare” - si discute la democrazia come se fosse defunta, o persa, o perfino irredimibile, comunque non protettiva (certa, stabile, sicura). Perché l’Occidente vota a destra – l’Europa e gli Stati Uniti.
Ciò sembra un segno di forza, ridiscutersi, rifondarsi. E invece si assume di confusione, cioè di debolezza, o come suole dirsi di crisi. L’alternanza politica dei poteri si direbbe un segno di forza, della democrazia, e dunque questa deriva – questo panico – a che è dovuto? Esaminate tutte le prospettive (immigrazione di massa, insicurezza del lavoro, terrorismo, islamismo), si direbbe dall’arrivo al benessere di due terzi del mondo. Che si vorrebbe arrivasse anche alla democrazia: il mondo islamico, una marea di Stati, circa due miliardi di persone, e l’impero comunista cinese. Da questo mondo una sfida viene all’Occidente nei livelli di reddito, per un’offerta di lavoro che li appiattisce. Da qui la crisi occidentale. Che allora, però, è di ciclo economico, di un processo di livellamento dell’offerta di lavoro. Una crisi di percorso. Che non arresta o incide sulla democrazia – alla quale anzi, si direbbe, il mercato “mondiale” del lavoro apre una platea vastissima.  
 
Democrazia è la legge. Che può – poteva, quando se ne fecero le prime esperienze – risultare avversa. Ad Antigone, p.es.. Ma è la forma migliore di gestione della violenza pubblica, dell’autorità, del potere - di quello che poi è diventato lo Stato, le istituzioni. Affinata via via come strumento con le costituzioni. E ampliato, dalla giustizia propriamente detta, penale e civile, alla convivenza sotto ogni forma, e alla politica, all’esercizio della violenza. Che riduce a un assist, si direbbe con terminologia sportiva, periodico, minimo, il voto.
 
La democrazia è semplice, è la legalità. Non contro il crimine penale, la legalità del potere – l’addomesticamento, l’addestramento, l’ammaestramento del potere. Della violenza del potere. Della violenza interna alla società, da distinguere dalla guerra. Nelle forme legali, costituzionali. Su alcuni prerequisiti: l’uguaglianza tra gli individui, la non discriminazione, per qualsiasi motivo che non sia la violenza, con un po’ di impegno sociale, a favore dell’uguaglianza di fatto (a favore degli svantaggiati), e per il contenimento della violenza. In un metodo o sistema compromissorio e non coercitivo – il più possibile democratico, cioè accettato dal più gran numero.  
Tutto ciò è basilare. Va ripetuto perché non se ne tiene conto, anche in sede scientifica, di studio, forse per motivi politici. E mentre i motivi reali di crisi sono altri, non politici in senso stretto, di orientamento o obbedienza.

 
Male – Guido Morseli nel diario, “Mi sono conosciuto nel sogno”, sintetizza il problema da (ex? credente, allievo dei gesuiti, interrogandosi sui “fatti, nella storia privata dei singoli individui come nella storia dell’umanità, che smentiscono in pieno l’amore e la giustizia, la «Provvidenza» di Dio. L’ingiustizia e la sofferenza imperversano… Insomma: c’è il male”. C’è ma non regge, poiché alla sommatoria siamo qua, benché sempre feroci. E ce la spassiamo sempre meglio di prima. Ma non si capisce bene l’istinto di sopravvivenza, anche solo nella riduzione darwiniana-spenceriana, il survival of the fittest, se e perché siamo organizzati-ci organizziamo per sopravvivere piuttosto che per morire, e migliorare. Per vivere cioè oltre ogni aspettativa e pretendendo, a diritto, che tutto sia messo in opera per a questo fine.
Si procede in salita, per ostacoli. Superandoli, aggirandoli, anche abbattendoli. Singolarmente e in gruppo. Il vero quesito sarebbe: unde bonum.
 
Vita – È un lasso di tempo, un segmento, deperibile, perento. E un principio, il principio dell’inestinguibilità – da cosa nasce cosa, anche dall’Apocalisse, c’è sempre un day after, sia pure mostruoso.
 
Il problema del tempo è quello della vita. Non ci sarebbe senza una vita – una cosa vitale, cioè in evoluzione, per quanto minima o, apparenemente, in surplace.
 
Ha un principio e una fine, il ciclo vitale, ma nell’apparenza – cronologia.  Il “fatto” è una essenza -  “restanza” si potrebbe dire, non nel senso dell’antropologo Teti: una permanenza. È l’eterno  - un tempo che ci attraversa, gli umani, ma attraversa anche la “natura”, il mondo quale è. Che si trasforma, e anche scompare, ma permane, in qualche forma – nei luoghi, nei materiali, nella memoria, nelle idee, nelle trasformazioni: nella tecnologia e nella filosofia, il farsi del tempo.
La morte è una tappa della vita.  

zeulig@antiit.eu

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