astolfo
Cristianità – È contrastata ovunque con ferocia, da quasi mezzo secolo, e più dopo l’attacco al Libano nel 1973. Tutte le zone miste o di confine sono state ripulite, nella ex Jugoslavia, in Iraq, in Nigeria, e in Egitto le premesse non sono buone. Peggio è andata per le isole sparse di cristianità, chiese per lo più, e qualche parrocchia, all’interno dell’islam, il Pakistan, la stessa India.
In una sorta di movimento a tenaglia col concomitante laicismo occidentale, che ha largamente scristianizzato anche l’Europa.
Destra-Sinistra – Marco Travaglio che fa l’opinione per i lettori dell’“Unità”, “l’Espresso”, “Micromega”, e il pubblico di Santoro, non è un’anomalia. Tanti furono i giornalisti fascisti passati al Pci, Chilanti, De Mauro, Montanelli etc. Armando Plebe fece la strada all’inverso, dal Pci passando a teorizzare la reazione. Questo transgender è una tradizione antica: Maximilian Harden, della socialista Freie Volksbühne, il nemico di Karl Kraus, spinse alla dimissioni il principe Philipp von Eulenburg, il consigliere più fidato dell’ultimo kaiser, Guglielmo II, antimperialista: prima lo ricattò, poi l’accusò in vari processi di sodomia - Karl Kraus, da destra, inutilmente lo difese da Vienna.
Europa – È oggetto di una serie di “manifesti”, per salvarne la democrazia, per evitarne il tramonto, per la cultura, per l’economia, per l’euro. “Doing Europe”, a maggio del 2012, ha raccolto il più gran numero di firme: Habermas, Herta Müller, Senta Berrger, Delors, Richard von Weizsäcker, Imre Kertész tra gli altri. Habermas per conto suo ne ha pubblicato un altro nel 2011, “Un patto per l’Europa”, reiterato nello stesso anno col saggio “Un patto per o contro l’Europa”, propedeutico a un dibattito intitolato “L’Europa e la riscoperta dello Stato nazionale tedesco”. Quindi in un articolo celebre sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 4 novembre 2011. E il 3 agosto 2012, sullo stesso giornale, su richiesta del presidente del partito Socialdemocratico Sigmar Gabriel, un “Kurswechesel für Europa”, un’inversione di rotta, sottotitolo “Protesta contro le democrazie di facciata”, firmato con Peter Bofinger, economista a Würzurg, e Julian Nida-Rümelin, filosofo in cattedra a Monaco (il saggio è stato tradotto da “Repubblica” e dai maggiori giornali europei come “Un passo per salvare l’Europa” ma l’impianto è polemico). Ulrich Beck, già autore di un manifesto con Daniel Cohn-Bendit, “Siamo Europa! Manifesto per la rifondazione della Ue dal basso”, ha in “Europa tedesca” un articolato progetto che intitola “Un nuovo contratto per l’Europa”. I manifesti si redigono soprattutto in Gerrmania, che più di tutti sta operando per affossare l’Europa democratica.
Internet - È il monopolio per eccellenza, nazionale invece che aziendale o di gruppo. In nessun altro sistema industriale, meno che mai in uno dell’informazione, ritenuta bene pubblico (telegrafo, telefono, radio, stampa), si sono mai viste guerre dei monopoli, a danno degli utenti, quali quella tra Google e Windows, e tra Google e Apple. Senza regole. Ciò è possibile perché internet, che si propone a foro della democrazia realizzata, dell’uguaglianza, è monopolio Usa. In tutti i sensi: logistico, tecnico, legale, e ora anche finanziario.
Si scambia per leggerezza la sua permeabilità. Alle “categorie disagiate” come ai mestatori. Ci sono stati a febbraio del 2009 “diecine di migliaia” di appelli pervenuti, comunicava il Quirinale del presidente Napolitano, di gente che voleva morire “presto e bene”. Simile, anche se certo non uguale, o almeno non si sa, al fantomatico popolo dei fax che, dall’ufficio, quando Vincenzo Visco era alle Finanze, gli scriveva: “Aumentaci le tasse!”. Nemmeno su indicazione del Partito, per riflesso condizionato. Che veniva però con la liberalità, il libero uso delle attrezzature e del tempo di lavoro. In questo caso un esempio di spensieratezza.
Con che criteri sarà stato costruito il Page Rank? Il Page Rank è l’algoritmo segreto alla base di Google, in quanto consente non solo di far “uscire” tutti i nomi, le date, i titoli eccetera, digitati sul motore di ricerca, ma di costruire della pagine di risultato con una gerarchia quasi analoga a quella logica. Se non che uno digita “Fermo e Lucia” e per primi escono i tempi in classe di alcuni licei, poi la città di Fermo e alcune Lucie, e se uno ha pazienza, verso la trenta-quarantesima pagina, Francesco De Sanctis, nominato in qualche tesi di dottorato. O meglio se uno ha lucidità in grandi dosi, perché alla trentesima pagina è passato attraverso trecento Fermi e Lucie.
Islam – Mette le donne in primo piano nelle rivolte e le proteste, da Tunisi a Istanbul, che così vengono automaticamente caratterizzate in immagine come democratiche e modernizzanti. Mentre le agitazioni sono più spesso delle forze islamiche fondamentaliste-radicali, le sole organizzate nei paesi islamici. Il modello è l’Iran di Khomeini, la prima rivoluzione pacifica, che nelle manifestazioni di milioni di persone ogni venerdì aveva sempre avanguardie femminili. Era di donne il pubblico che si assiepava la mattina alle sette al Majlis, il Parlamento iraniano, e occupava le tribune del pubblico nei due mesi di processo sugli ostaggi americani nel tardo autunno del 1980. Che però non sapevano di che si trattava, solo riconoscevano l’ayatollah di riferimento.
Libano – Ha segnato l’inizio della fine della cristianizzazione? Simbolicamente sì. Ma anche nei fatti. Mussulmani ed ebrei se lo sono diviso tra le atrocità, e i cristiani non hanno difeso i cristiani, per la prima volta dopo molti secoli. Sono intervenuti a occupazione fatta, per salvare in realtà l’avvenuta trasformazione del Libano in stato confessionale islamico.
Privacy – È un’invasione di massa. È caso tipico-topico di inversione di senso: si invoca e si garantisce per ottenere via libera all’indiscrezione. Si vede sulla Rete: internet non l’ha scoperta, era stata imposta dagli Usa già da qualche anno, ma la dilata e se ne fa il giacimento maggiore, una rendita informatica invece che mineraria.
Nasce come offerta e non come domanda. Ed è strutturata legalmente. È espediente legale per poter entrare senza colpa nelle vite altrui. Le pagine bianche che non danno l’indirizzo corrispondente a un numero di telefono se non c’è un previo consenso dell’interessato (venticinque milioni di consensi?). Ma danno indirizzo e numero di telefono, selezionati sulla base del fatturato telefonico e del tipo di connessione a qualsiasi venditore in grado di pagare per essi. O la liberatoria del chirurgo. Sono gli effetti del dilagare degli avvocati a percentuale, dagli States nel mondo. Di una concezione formalistica del diritto, avvocatesca.
Più s’invoca e s’impone dove tutte le riserve sono violate, le abitudini quotidiane, i modi di dire, perfino i pensieri remoti, i vizi, gli amori, se in qualche modo, per caso, per sfioramento, sono impigliati nella tastiera. Diecine e centinaia di regolamenti sulla privacy, da sottoscrivere, vi svelano: sono in realtà l’autorizzazione a penetrare le visceri dell’utente, a prenderlo per stanchezza.
mercoledì 5 giugno 2013
martedì 4 giugno 2013
Miracolo in Germania a 400 euro, al mese
Un vantaggio comparato enorme, soprattutto sull’Italia e in parte sulla Francia, grazie allo spread, e un quarto della forza lavoro a retribuzioni irrisorie. A lungo rimosse per un falso europeismo, le ragioni del miracolo tedesco in questi anni di crisi europea e di recessione grave per l’Italia sono infine manifeste. Parte la campagna elettorale per il voto di settembre, mentre il miracolo di Angela Merkel si sgonfia (quest’anno l’economia crescerà dello 0,3 per cento, e forse non crescerà) a causa della recessione indotta sul resto dell’Europa, e i coltelli si sono affilati nel pur massiccio nazionalismo tedesco.
L’esaurimento del vantaggio comparato è anche la ragione per cui la stessa cancelliera Merkel è ora favorevole a piani Ue di rilancio dell’economia, abbandonando la già irrinunciabile disciplina fiscale. Lo spread, alimentato per due anni a fini concorrenziali dai politici tedeschi, e dai banchieri centrali, con dichiarazioni minacciose, ha consentito alle aziende tedesche di finanziarsi a tassi reali negativi (nominali attorno all’1 per cento), mentre in Italia il tasso più favorevole era l’8 per cento, ma per la maggior parte delle aziende ha valso il credit crunch, cioè un credito restrittivo, col contagocce e carissimo.
Il mercato del lavoro è per un quarto abbondante precario: 7,5 milioni di minijob, a 400 euro, al mese; 3 milioni a termine; 1 milione di lavori saltuari occasionali. L’Agenda 2010 del governo rosso-verde di Schröder nel 2002-2003 fu in realtà la liberalizzazione più spinta del mercato del lavoro come rimedio alla disoccupazione e alla globalizzazione. Ottenuta dai sindacati aggredendo gli ammortizzatori sociali, la copertura sanitaria, e le pensioni.
L’esaurimento del vantaggio comparato è anche la ragione per cui la stessa cancelliera Merkel è ora favorevole a piani Ue di rilancio dell’economia, abbandonando la già irrinunciabile disciplina fiscale. Lo spread, alimentato per due anni a fini concorrenziali dai politici tedeschi, e dai banchieri centrali, con dichiarazioni minacciose, ha consentito alle aziende tedesche di finanziarsi a tassi reali negativi (nominali attorno all’1 per cento), mentre in Italia il tasso più favorevole era l’8 per cento, ma per la maggior parte delle aziende ha valso il credit crunch, cioè un credito restrittivo, col contagocce e carissimo.
Il mercato del lavoro è per un quarto abbondante precario: 7,5 milioni di minijob, a 400 euro, al mese; 3 milioni a termine; 1 milione di lavori saltuari occasionali. L’Agenda 2010 del governo rosso-verde di Schröder nel 2002-2003 fu in realtà la liberalizzazione più spinta del mercato del lavoro come rimedio alla disoccupazione e alla globalizzazione. Ottenuta dai sindacati aggredendo gli ammortizzatori sociali, la copertura sanitaria, e le pensioni.
La giustizia dei padrini
Si producono in serie a Milano sentenze decise a priori, con spreco quindi di soldi e tempo nei dibattimenti. Quelle incredibili del giudice D’Avossa e della giudice Guadagnino, quella a breve del terzetto annoiatissimo del processo Ruby, di cui non serve nemmeno fare il nome, sono le ultime di una serie ormai lunghissima. E ora quella, in esteso,
del giudice con la barba, Oscar Magi, con l’inesausta Guadagnino. Di una giustizia concentrata contro Berlusconi, come già contro Craxi, mentre procede bendata su tutto il resto dell’impalcatura politica e affaristica. Anche quando il delitto è manifesto. Più che giudici, a Milano sono padrini, o meglio madrine.
I casi di connivenza manifesta sono moltissimi, e alcuni di grande dimensione. Non è mai stata processata, per delitti accertati dai revisori dei conti, con un ammanco di 1.300 miliardi di lire del 1996, la Rizzoli Corriere della sera. E dieci anni dopo i fratelli Moratti per un collocazione in Borsa truffaldina. Anche ora Milano si rifiuta di processare Tronchetti Provera per colpe manifeste nello spionaggio Telecom. Nel processo civile il sacco fu tenuto all’editrice del “Corriere della sera” dall’attuale presidente del tribunale Tarantola – l’uomo che in genere dava condanne più alte di quelle richieste dalla pubblica accusa, purché a carico di non democristiani. Il caso Sme è il primo e il più grave: nessuna indagine è stata fatta sulla vendita del colosso alimentare a De Benedetti, da parte dell’Iri di Prodi, a costo zero, e anzi con un prestito di favore dell’Iri allo stesso acquirente
Chiamare giustizia questa che si configura come una mafia è repellente. Cinquecento o seicento perquisizioni nell’azienda di Berlusconi, posto che la Guardia di Finanza non è fatta d’incapaci, si può solo in regime sbirresco, totalitario – senza occuparsi cioè di produrre uno straccio di delitto, solo a fini persecutori.
Contro il Pci
Tutto è falso a Milano. Si dice questa giustizia di sinistra, mentre è tutta il contrario, pervicace fascismo che si lascia dire, ammiccante, irridente, di sinistra. Per i sentimenti personali di molti dei suoi esponenti, con la barba e senza, specie le donne, notori anche se i cronisti di nera fanno finta di nulla. Del resto colpiscono sempre in una sola direzione. Colpiscono anche Berlusconi, è vero, ma da destra, e attenti-e a non fargli male. Si legga oggi la condanna di Berlusconi – che questa volta non c’entra nulla – per la telefonata su Unipol e si vedrà: è uno sghignazzo dalla prima all’ultima parola dell’ex Pci. Dell’affarismo dei suoi dirigenti, della stupidità dei suoi militanti. La giustizia politica è sempre stata fascista. È stata anche comunista, in Cina, a Cuba e nell’Urss, ma non nel nostro contesto: da noi è sempre stata opera di prefetti, polizie e fascisti.
Tutto è falso anche nei giornali. La cronaca nera è tutta falsata – basta leggerla anche una sola vota per capirlo – per andare in “prima”. Il “Corriere della sera” fa da anni una lotta sorda alla Fiat, giornaliera, insidiosa, sul mercato italiano e su ogni mercato estero, siano gli Usa, o il Brasile, o la Serbia, o la Polonia. Anche su non notizie. Riportando sempre il taglio interessato della Volkswagen. Ma la Fiat è quella che ha salvato l’aumento di capitale in corso, e quindi il giornale e l’azienda. Dunque non c’è da meravigliarsi, Milano è una città di misteri. Ma la giustizia vi è infetta in modo particolare. “Se la giustizia scompare, non ha più valore la vita degli uomini sulla terra”, diceva Kant, con largo seguito. Milano fa eccezione, oppure lavora, come crede, tutti buoni cristiani a Milano, fuori dalla prospettiva terrena, col paradiso assicurato.
I casi di connivenza manifesta sono moltissimi, e alcuni di grande dimensione. Non è mai stata processata, per delitti accertati dai revisori dei conti, con un ammanco di 1.300 miliardi di lire del 1996, la Rizzoli Corriere della sera. E dieci anni dopo i fratelli Moratti per un collocazione in Borsa truffaldina. Anche ora Milano si rifiuta di processare Tronchetti Provera per colpe manifeste nello spionaggio Telecom. Nel processo civile il sacco fu tenuto all’editrice del “Corriere della sera” dall’attuale presidente del tribunale Tarantola – l’uomo che in genere dava condanne più alte di quelle richieste dalla pubblica accusa, purché a carico di non democristiani. Il caso Sme è il primo e il più grave: nessuna indagine è stata fatta sulla vendita del colosso alimentare a De Benedetti, da parte dell’Iri di Prodi, a costo zero, e anzi con un prestito di favore dell’Iri allo stesso acquirente
Chiamare giustizia questa che si configura come una mafia è repellente. Cinquecento o seicento perquisizioni nell’azienda di Berlusconi, posto che la Guardia di Finanza non è fatta d’incapaci, si può solo in regime sbirresco, totalitario – senza occuparsi cioè di produrre uno straccio di delitto, solo a fini persecutori.
Contro il Pci
Tutto è falso a Milano. Si dice questa giustizia di sinistra, mentre è tutta il contrario, pervicace fascismo che si lascia dire, ammiccante, irridente, di sinistra. Per i sentimenti personali di molti dei suoi esponenti, con la barba e senza, specie le donne, notori anche se i cronisti di nera fanno finta di nulla. Del resto colpiscono sempre in una sola direzione. Colpiscono anche Berlusconi, è vero, ma da destra, e attenti-e a non fargli male. Si legga oggi la condanna di Berlusconi – che questa volta non c’entra nulla – per la telefonata su Unipol e si vedrà: è uno sghignazzo dalla prima all’ultima parola dell’ex Pci. Dell’affarismo dei suoi dirigenti, della stupidità dei suoi militanti. La giustizia politica è sempre stata fascista. È stata anche comunista, in Cina, a Cuba e nell’Urss, ma non nel nostro contesto: da noi è sempre stata opera di prefetti, polizie e fascisti.
Tutto è falso anche nei giornali. La cronaca nera è tutta falsata – basta leggerla anche una sola vota per capirlo – per andare in “prima”. Il “Corriere della sera” fa da anni una lotta sorda alla Fiat, giornaliera, insidiosa, sul mercato italiano e su ogni mercato estero, siano gli Usa, o il Brasile, o la Serbia, o la Polonia. Anche su non notizie. Riportando sempre il taglio interessato della Volkswagen. Ma la Fiat è quella che ha salvato l’aumento di capitale in corso, e quindi il giornale e l’azienda. Dunque non c’è da meravigliarsi, Milano è una città di misteri. Ma la giustizia vi è infetta in modo particolare. “Se la giustizia scompare, non ha più valore la vita degli uomini sulla terra”, diceva Kant, con largo seguito. Milano fa eccezione, oppure lavora, come crede, tutti buoni cristiani a Milano, fuori dalla prospettiva terrena, col paradiso assicurato.
Le culle dei preti
“Una culla per te”, molte cliniche religiose in Toscana hanno questo programma. Fatto di tecnologia, naturalmente. Con scritte in sei lingue, compresi l’arabo e l’ahmarà. E uno sportello che si apre su impulso, e resta aperto 40 secondi. Di diritto. In sei lingue si spiega: “Puoi riprend4re il tuo bambino entro sessanta giorni, prima che venga dato in adozione”. E di privacy: la garanzia è che non c’è videosorveglianza. Si può lasciare il bambino rifiutato in una cella dove subito verrà accudito invece che nel cassonetto.
Non è molto, è la vecchia ruota, di tanti monasteri, maschili e femminili. Aggiornata, i preti si aggiornano, e la riaprono con le garanzie tecnologizzate. Ma non è da ridere: la cultura laica non va oltre la campagna “la culla non è un cassonetto”: uno slogan, un piccolo appalto pubblicitario.
Non è molto, è la vecchia ruota, di tanti monasteri, maschili e femminili. Aggiornata, i preti si aggiornano, e la riaprono con le garanzie tecnologizzate. Ma non è da ridere: la cultura laica non va oltre la campagna “la culla non è un cassonetto”: uno slogan, un piccolo appalto pubblicitario.
lunedì 3 giugno 2013
Meglio il muezzin della campana
Non ci sono più preti in Italia, uno dei leitmotiv di “La grande bellezza”, è vecchio di almeno dieci anni:
“Un giornalista della Rai è disperato perché la chiesa sotto casa gli suona la campana. Ha protestato con i Carabinieri, la Questura, la Procura della Repubblica, il governo, e ora si merita il “Corriere della sera”. Perché preferirebbe il muezzin alla campana.
“Può essere un caso di stupidità. Ma è probabilmente un indice della confusione cui porta la faziosità, la logica Amico\Nemico, o dell’esclusione. Se per l’anticlericale è preferibile il muezzin – che ti sveglia anche di notte. Il giornale ne riferisce con rispetto”.
“Un giornalista della Rai è disperato perché la chiesa sotto casa gli suona la campana. Ha protestato con i Carabinieri, la Questura, la Procura della Repubblica, il governo, e ora si merita il “Corriere della sera”. Perché preferirebbe il muezzin alla campana.
“Può essere un caso di stupidità. Ma è probabilmente un indice della confusione cui porta la faziosità, la logica Amico\Nemico, o dell’esclusione. Se per l’anticlericale è preferibile il muezzin – che ti sveglia anche di notte. Il giornale ne riferisce con rispetto”.
L’8 settembre fu colpa di Eisenhower
La storia segreta promessa è l’ennesima apologia della mafia. Il tutto mafia dev’essere una sindrome di Stoccolma, se infetta anche una giornalista esperta come Marianna Bartoccelli e uno scrittore, D’Ayala. A prima vista sembra difficile innamorarsi di personaggi come Luciano o Riina, ma evidentemente si può. E con che argomenti! Metà abbondante del libro è presa da prolissi referti della commissione parlamentare Antimafia, che ne attestano l’inutilità. Dalle testimonianze di Graziano Verzotto, il personaggio più squalificato. E da alcuni allucinanti interrogatori al processo Andreotti. In uno il pentito del processo, Siino, descrive l’ingresso della villa di Guarrasi nel 1977 come era nel 1998, dopo una radicale ristrutturazione - imbeccato?
La litania è nota. Lo sbarco in Sicilia? Opera di Lucky Luciano e Vito Genovese. I politici dell’isola, Restivo, Alessi, Milazzo, La Loggia, Gullotti, Nicolosi (mancano i Mattarella…)? Non esistono, o sono della mafia. L’avvocato Guarrasi forse, naturalmente non si sa, ma perché no. Mafioso dev’essere anche, un po’, non si sa, lo stesso La Cavera. Che pure ha dato agli autori il pezzo forte del libro, il diario che Guarrasi tenne nei tre mesi dell’armistizio che passò in Nord Africa col generale Castellano, dal 5 settembre al 22 novembre 1943. E fornisce loro un epilogo gustoso, da imprenditore e fiduciario della Confindustria siciliana, sull’impossibilità di fare industria in Sicilia, a opera degli stessi siciliani. Dev’essere come per il “tutto mafia”, che si penserebbe imposto alla Sicilia dal perfido Nord e invece no, è opera “squisitamente” siciliana. Una cassata indigesta.
Mancano invece i pezzi forti, se non per accenni. I tantissimi contenuti nell’intervista con Marcello Colitti, che spezia il libro nel suo punto più debole. I tanti che Macaluso premette, che inquadrano forse al meglio, seppure in breve, la storia della Sicilia ultra-democristiana. E si possono sintetizzare nel fatto che il Pci e la Cgil si tennero fuori del mondo contadino. Manca perfino la figura della moglie di Guarrasi, Simonetta Biuso. Bellissima figlia dell’avvocato Biuso, influente avvocato del Banco di Sicilia. Amante poi a lungo, in costanza di matrimonio con Guarrasi, del migliore amico di lui, Mimì La Cavera – soppiantata nel 1961 da Eleonora Rossi Drago. Tutrice infine delle fortune e perfino dello studio del compagno legittimo, dove offriva granite che chiamava acquette, e veicolava uno stuolo di agenti, agenti di Borsa, tributaristi, ingegneri, comparse. Un posto impossibile ai complotti, questo studio. Più semmai alle maldicenze, inclusi i tradimenti reciproci di letto tra i maturi coniugi, una sorta di teatro che recitavano ogni giorno immutato. Nell’ovvio senso del “cumannari è megghiu che futtiri” - di cui Bartoccelli e D’Ayala fanno grande uso senza spiegarlo: l’insegna dell’isola è motto di chiara origine muliebre, riguarda i conti della spesa.
Colitti, Macaluso, La Cavera meritano però la lettura, singolarmente espliciti nella memorialistica italica. Il diario di Guarrasi tra Tunisi e Algeri è un forte documento storico, per almeno tre aspetti. È testimonianza inequivocabile della difficoltà di uscire dalla guerra, nemici sconfitti, a fianco degli Alleati. Col sostegno americano, ma boicottati con costanza dal governo e dai capi militari inglesi, nonché dall’astio francese. Con un errore fatale per parte. Da parte alleata l’annuncio prematuro dell’armistizio l’8 settembre, che non consentì il riconcentramento delle forze italiane già avviato. Da parte italiana il rifiuto dello sbarco già concordato di una divisione paracadutisti a Roma. Quanti lutti si potevano evitare – si capisce anche che i tedeschi, in rotta, abbiano tenuto agevolmente sotto scacco un nemico soverchiante per ogni aspetto, non ci voleva molto genio. Il diario documenta anche il sabotaggio che dell’armistizio fece - non per altre ragioni, per ambizione - il generale Roatta, cui obbedivano i generali Carboni, che non difese Roma, e Zanussi, che tentò di accreditarsi a Lisbona, al primo contatto con gli Alleati, invece di Castellano, con l’unico risultato, scontato, di indebolire la missione italiana.
Marianna Bartoccelli-Francesco D’Ayala, L’avvocato dei misteri. Storia segreta di Vito Guarrasi, Castelvecchi, pp. 189 € 16,50
La litania è nota. Lo sbarco in Sicilia? Opera di Lucky Luciano e Vito Genovese. I politici dell’isola, Restivo, Alessi, Milazzo, La Loggia, Gullotti, Nicolosi (mancano i Mattarella…)? Non esistono, o sono della mafia. L’avvocato Guarrasi forse, naturalmente non si sa, ma perché no. Mafioso dev’essere anche, un po’, non si sa, lo stesso La Cavera. Che pure ha dato agli autori il pezzo forte del libro, il diario che Guarrasi tenne nei tre mesi dell’armistizio che passò in Nord Africa col generale Castellano, dal 5 settembre al 22 novembre 1943. E fornisce loro un epilogo gustoso, da imprenditore e fiduciario della Confindustria siciliana, sull’impossibilità di fare industria in Sicilia, a opera degli stessi siciliani. Dev’essere come per il “tutto mafia”, che si penserebbe imposto alla Sicilia dal perfido Nord e invece no, è opera “squisitamente” siciliana. Una cassata indigesta.
Mancano invece i pezzi forti, se non per accenni. I tantissimi contenuti nell’intervista con Marcello Colitti, che spezia il libro nel suo punto più debole. I tanti che Macaluso premette, che inquadrano forse al meglio, seppure in breve, la storia della Sicilia ultra-democristiana. E si possono sintetizzare nel fatto che il Pci e la Cgil si tennero fuori del mondo contadino. Manca perfino la figura della moglie di Guarrasi, Simonetta Biuso. Bellissima figlia dell’avvocato Biuso, influente avvocato del Banco di Sicilia. Amante poi a lungo, in costanza di matrimonio con Guarrasi, del migliore amico di lui, Mimì La Cavera – soppiantata nel 1961 da Eleonora Rossi Drago. Tutrice infine delle fortune e perfino dello studio del compagno legittimo, dove offriva granite che chiamava acquette, e veicolava uno stuolo di agenti, agenti di Borsa, tributaristi, ingegneri, comparse. Un posto impossibile ai complotti, questo studio. Più semmai alle maldicenze, inclusi i tradimenti reciproci di letto tra i maturi coniugi, una sorta di teatro che recitavano ogni giorno immutato. Nell’ovvio senso del “cumannari è megghiu che futtiri” - di cui Bartoccelli e D’Ayala fanno grande uso senza spiegarlo: l’insegna dell’isola è motto di chiara origine muliebre, riguarda i conti della spesa.
Colitti, Macaluso, La Cavera meritano però la lettura, singolarmente espliciti nella memorialistica italica. Il diario di Guarrasi tra Tunisi e Algeri è un forte documento storico, per almeno tre aspetti. È testimonianza inequivocabile della difficoltà di uscire dalla guerra, nemici sconfitti, a fianco degli Alleati. Col sostegno americano, ma boicottati con costanza dal governo e dai capi militari inglesi, nonché dall’astio francese. Con un errore fatale per parte. Da parte alleata l’annuncio prematuro dell’armistizio l’8 settembre, che non consentì il riconcentramento delle forze italiane già avviato. Da parte italiana il rifiuto dello sbarco già concordato di una divisione paracadutisti a Roma. Quanti lutti si potevano evitare – si capisce anche che i tedeschi, in rotta, abbiano tenuto agevolmente sotto scacco un nemico soverchiante per ogni aspetto, non ci voleva molto genio. Il diario documenta anche il sabotaggio che dell’armistizio fece - non per altre ragioni, per ambizione - il generale Roatta, cui obbedivano i generali Carboni, che non difese Roma, e Zanussi, che tentò di accreditarsi a Lisbona, al primo contatto con gli Alleati, invece di Castellano, con l’unico risultato, scontato, di indebolire la missione italiana.
Marianna Bartoccelli-Francesco D’Ayala, L’avvocato dei misteri. Storia segreta di Vito Guarrasi, Castelvecchi, pp. 189 € 16,50
domenica 2 giugno 2013
Montalbano gesuita, e l’amore che non si dice
Il titolo purtroppo è rivelatore. Ma la vicenda resta sorprendente – seppure in un certo trend, dopo la scandalosa Christine Angot (Camilleri dice però che il romanzo è del 2004). S.S.Nigro evoca nel risvolto “il terrore gorgonico in una tragedia greca”. No, la Sicilia di Montalbano è sempre solare, anche se qui spesso diluvia. Ma ha, come al solito, mille pieghe, come in ogni altra società composita, sia pure non metropolitana, vecchia-nuova provincia.
Lo stesso Montalbano in qualche modo evolve, riconoscendosi infine come “noto gesuita”, il tipo che mente a tutti, anche a se stesso. Senza pentimenti – gesuita è del resto oggi un fatto positivo (effetto del riflusso? della crisi?). Come tale, Montalbano-Camilleri apre infine, per chiuderlo subito, lo spinoso capitolo della sua insocievolezza. E quindi il cultore non ne può fare a meno.
Andrea Camilleri, Un covo di vipere, Sellerio, pp. 263 € 14
Lo stesso Montalbano in qualche modo evolve, riconoscendosi infine come “noto gesuita”, il tipo che mente a tutti, anche a se stesso. Senza pentimenti – gesuita è del resto oggi un fatto positivo (effetto del riflusso? della crisi?). Come tale, Montalbano-Camilleri apre infine, per chiuderlo subito, lo spinoso capitolo della sua insocievolezza. E quindi il cultore non ne può fare a meno.
Andrea Camilleri, Un covo di vipere, Sellerio, pp. 263 € 14
Veltroni dotava l’orfana
Anche Veltroni aveva la sua ragazza indifesa da accudire, dieci anni fa:
“Walter Veltroni «salva» e premia, in qualità di sindaco di Roma, una crescita bambina del Torrino, bella giovane anzi, e nella foto abbiente, rimasta orfana, è vero. La foto è importante in questi salvataggi, anzi ne è l’unico senso, pubblicizzare il sindaco ogni giorno, gratis. Ma una volta si era orfani per essere poveri e disgraziati, ora si vuole il contrario.
“Walter si pavoneggia con la ragazza, in televisione e per i fotografi, incurante dell’aspetto un po’ losco della vicenda. Si vede che politicamente paga. Meglio delle adunate oceaniche?”
“Walter Veltroni «salva» e premia, in qualità di sindaco di Roma, una crescita bambina del Torrino, bella giovane anzi, e nella foto abbiente, rimasta orfana, è vero. La foto è importante in questi salvataggi, anzi ne è l’unico senso, pubblicizzare il sindaco ogni giorno, gratis. Ma una volta si era orfani per essere poveri e disgraziati, ora si vuole il contrario.
“Walter si pavoneggia con la ragazza, in televisione e per i fotografi, incurante dell’aspetto un po’ losco della vicenda. Si vede che politicamente paga. Meglio delle adunate oceaniche?”
Biagi tutto d’un pezzo
Il giornalismo eroico di Enzo Biagi, dieci anni fa:
“Una figlia giovane di Enzo Biagi è morta l’altro giorno, ma il colonnino del padre sul “Corriere” è oggi o stesso di ogni lunedì: lo stesso modulino acidofilo, bersagli sempre Previti e Berlusconi, stesse battutine, nessuna emozione. La premorte di un figlio si pensa il peggior dolore, e invece, evidentemente, no. Stoicismo? Riserbo? Sembra stolidità.
“Anche dopo la morte della moglie il colonnino non cambiò, non s’interruppe neppure. È impossibile che un movimento del cuore, se c’è, non traspaia tra gli stilemi desolati”.
“Una figlia giovane di Enzo Biagi è morta l’altro giorno, ma il colonnino del padre sul “Corriere” è oggi o stesso di ogni lunedì: lo stesso modulino acidofilo, bersagli sempre Previti e Berlusconi, stesse battutine, nessuna emozione. La premorte di un figlio si pensa il peggior dolore, e invece, evidentemente, no. Stoicismo? Riserbo? Sembra stolidità.
“Anche dopo la morte della moglie il colonnino non cambiò, non s’interruppe neppure. È impossibile che un movimento del cuore, se c’è, non traspaia tra gli stilemi desolati”.
sabato 1 giugno 2013
A Sud del Sud . l'Italia vista da sotto (172)
Giuseppe Leuzzi
Il nonno di Pirandello, il bisnonno in realtà, Andrea Pirandello, veniva dalla Liguria. Nel 1772 si stabilì in Sicilia, a vent’anni, perché era nella pirateria antipirateria: gli armatori investivano nelle scorrerie contro i francesi e i saraceni, e talvolta venivano premiati, anche perché protetti dalla flotta inglese. Pirandello bisnonno ci costruì la fortuna di famiglia, racconta Mario Genco ne “I Pirandello del mare”. Poi si dicono le identità regionali. Non c’è più siciliano – non c’era finora – di Pirandello.
E i liguri pirati?
“A proposito dell’Expo”, spiega il ministro Giovannini al “Corriere della sera”, “mi dicevano che la reazione di alcuni imprenditori è stata: «Bene, ci sono i soldi?»”. Ma l’Expo non si fa a Milano, l’hanno spostata al Sud?
Il Sud è fermo (marcio, incurabile) non perché ha infettato il Nord – la “linea della palma” è fantasia da indolenti all’ombra del banano. Ma perché, nell’unità e dopo l’unità, ha perduto l’identità. A opera dei suoi fuoriusciti, ma il risultato non cambia. Si è piemontesizzato, poi romanizzato e ora milanesizzato.
La caduta della produttività culturale concorre con la perdita dell’identità, e la risultante è il sottoviluppo. Poiché questo è: il Sud è sottosviluppato in senso proprio: incerto, debole, incapace.
Non mancano nella storia passai inequivocabili, dall’essere al niente: la scomparsa dell’Unione Sovietica, o degli Aztechi, degli Inca, dell’Egitto, degli Etruschi. Ciò avviene per quello che l’antropologia chiama “perdita di senso”.
Sicilia
Il mafioso americano John Gotti, finito all’ergastolo, si pavoneggiava al processo esibendo relazioni a Hollywood. Risultò che gli avevano fregato un bel po’ di soldi per dare una particina a un suo congiunto , una nipote. In un film di serie B. Non sarà che i mafiosi sono stupidi, quelli siciliani? Perché le mafie irlandesi, ebree, russe, nere ben altro ottengono a Hollywood. Senza sparare. O forse perché non sparano.
“Cumannari è megghiu che futtiri” si cita sempre in Sicilia, specie nei processi. Come se l’isola fosse sempre a letto. Mentre la Sicilia ha tutt’altre occupazioni, E la massima ha tutt’altro, ovvio, significato: l’insegna dell’isola è motto di chiara origine muliebre, riguarda i conti della spesa.
La rivolta spontanea garibaldina era preparata dal Piemonte almeno da un anno e mezzo. Cavour aveva convocato Garibaldi già all’inizio del 1859. Marx lo sa, poiché lo scrive per la “New York Herald Tribune”, alla quale collaborava (ora nelle “Opere Complete Editori Riuniti, vol. XVI). Non per scienza infusa.
La signora che fa la spesa compra dal droghiere una birra, che uscendo dà a Farid, vecchio tunisino sdentato, e probabilmente senza molto cervello. Farid, che non beve, la riporta al negoziante, che gli dà un euro. Il vecchio tunisino ha così avuto una mancia, senza chiederla, e ha scambiato alcuni sorrisi, di cui non dev’essere stato locupletato.
Non era per caso un paese di tiranni. Che ammaliavano – perfino Platone – più che angariare i sudditi.
Era il paese del lusso per gli antichi greci. Le siculae mensae erano proverbiali anche in epoca romana.
Il ristoratore fa spesso lo sconto. Di poco, giusto per pareggiare il conto. Ma lo fa anche al cliente di passaggio.
È il paese dove ci sono meno segreti. Si è subissati, anche a un breve soggiorno, dai segreti svelati.
Angelo Balsamo, ammiraglio, ha una tomba molto decorativa al Museo Regionale di Messina. Parente di Cagliostro? Nome onorato.
Solo “professionisti” per le “professioniste” della “Gazzetta del Sud” di Messina. Professionisti “seri”, anche “umili”, ma comunque “facoltosi”.
Sicilitudine, la parola è brutta e indigesta ma è gradita. Come la napoletanità. Come la negritudine. Hölderlin aveva inventato das Deutsche, la teutonicità, che non ha dato nulla di buono.
“Tutto è mafia” è fascismo
Imperversa il tutto è mafia. Che è un errore logico (che cos’è allora la mafia), oltre che di fatto, e un crimine. Insomma, più che un errore o un irritualità. La mafia è regolata da leggi d’eccezione: come il delitto d’associazione, il concorso in associazione, il concorso esterno, e i privilegi dei dichiaranti. Che vanno applicati con parsimonia. Applicare le leggi antimafia all’universo è eversivo. Nel senso del fascismo.
Andreotti è stato a lungo al governo, quasi quattro anni dal 1976 al 1979. Col Pci. Senza un solo atto contro la mafia. Forse perché il governo era distratto dal terrorismo, ma in quegli anni la mafia divenne padrona, letteralmente, della Sicilia, ammazzando giudici e politici a piacimento. Poi Andreotti, dopo una lunga pausa, tornò al governo. Con il Psi. E fece le leggi eccezionali che l’alleato gli impose, col risultato di mettere la mafia in rotta in un quinquennio. L’assassinio di Dalla Chiesa nel 1982 fu un atto di superbia di Riina, le stragi di dieci e undici anni dopo gesti disperati. Fece provvedimenti antimafia perfino personali: togliendo le pratiche al giudice Carnevale, e rimettendo dentro d’arbitrio i boss che uscivano dal carcere per l’incapacità dei giudici di processarli. Allora è stato accusato di mafia.
Donne d’onore – 2
Qui si passa dalla mafia analfabeta e violenta, graveolente anche se allicchettata, al capitalismo iperavanzatissimo. Cui introduce Francesca Chaouqui, trent’anni, direttore delle Relazioni esterne di Ernst & Young in Italia, la società americana di contabilità. Che ha scritto al “Corriere della sera” indignata per l’assassinio della quindicenne di Corigliano Calabro, una serie di abomini, contro una terra, la sua dice malgrado il nome, che si vergogna di avere figlie femmine, e appunto le uccide.
Una lettera “estrema”, che ha naturalmente l’effetto di moltiplicarne la lettura e i commenti. Ma, per un volta, non il solito a favore e contro, no, Francesca ha avuto e continua ad avere contro tutti. Per una reazione anch’essa naturale, che Renate Siebert, la sociologa che da quarant’anni studia la condizione della donna in Calabria, così ha sintetizzato al “Quotidiano di Calabra”: “Una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese”. Elementare. Ma la sociologa non tiene conto di una specificità calabrese: il temperamento femminile.
Francesca Chaouqui è giovanissima dirigente di un’azienda che ha questo vangelo: “Persone che dimostrano integrità, rispetto e spirito di collaborazione. Persone con energia, entusiasmo e il coraggio di essere leader. Persone che creano delle relazioni fondate su valori condivisi. Persone che dimostrano integrità, rispetto e spirito di collaborazione”. È una che sa quello che ha scritto. Potrebbe aver voluto “scrivere” il paradigma del rifiuto, come esercizio di bravura. “Mi occupo di comunicazione”, si difende in rete, come a dire mi tocca lavorare. Ma è regina di twitter. Dove passa il tempo in attesa della notte: “Vivo come se non avessi più tempo, sorrido sempre”, così si presenta, “ogni tanto m’arrabbio, di notte scrivo. Felice”. Anche Kierkegaard scriveva di notte, ma era più lungo, si voleva infelice. Francesca Immacolata, detta Francy, si diverte e ritwittare un Khalid Chaouki, fra i tanti, col kappa, Insomma, anche se si arrabbia è spensierata. Oppure ha scritto la letteraccia perché ci crede – ha solo “amicizie” femminili. In ogni caso un bel temperamento.
Ma non è sola. Un bel combattimento tra matriarche, come solo in Calabria se ne trovano, la sua lettera ha suscitato. I tanti calabresi che sono intervenuti per zittirla, giovani e meno giovani, parlano come “figli di mamma”. Tra le tante risposte merita una citazione quella che Rachele Grandinetti, 29 anni, ha scritto a Corrado Augias, a “Repubblica”: “Mia nonna è rimasta vedova a 29 anni con quattro figlie femmine cui non sono mancati amore, educazione, istruzione. Oggi sono tutte professioniste perché hanno scelto di studiare e di seminare. Mia madre è una donna in carriera, ha iniziato a lavorare a 19 anni e si è laureata che aveva già due figli…”. Indistruttibili, altro che figlie abbandonate.
leuzzi@antiit.eu
Il nonno di Pirandello, il bisnonno in realtà, Andrea Pirandello, veniva dalla Liguria. Nel 1772 si stabilì in Sicilia, a vent’anni, perché era nella pirateria antipirateria: gli armatori investivano nelle scorrerie contro i francesi e i saraceni, e talvolta venivano premiati, anche perché protetti dalla flotta inglese. Pirandello bisnonno ci costruì la fortuna di famiglia, racconta Mario Genco ne “I Pirandello del mare”. Poi si dicono le identità regionali. Non c’è più siciliano – non c’era finora – di Pirandello.
E i liguri pirati?
“A proposito dell’Expo”, spiega il ministro Giovannini al “Corriere della sera”, “mi dicevano che la reazione di alcuni imprenditori è stata: «Bene, ci sono i soldi?»”. Ma l’Expo non si fa a Milano, l’hanno spostata al Sud?
Il Sud è fermo (marcio, incurabile) non perché ha infettato il Nord – la “linea della palma” è fantasia da indolenti all’ombra del banano. Ma perché, nell’unità e dopo l’unità, ha perduto l’identità. A opera dei suoi fuoriusciti, ma il risultato non cambia. Si è piemontesizzato, poi romanizzato e ora milanesizzato.
La caduta della produttività culturale concorre con la perdita dell’identità, e la risultante è il sottoviluppo. Poiché questo è: il Sud è sottosviluppato in senso proprio: incerto, debole, incapace.
Non mancano nella storia passai inequivocabili, dall’essere al niente: la scomparsa dell’Unione Sovietica, o degli Aztechi, degli Inca, dell’Egitto, degli Etruschi. Ciò avviene per quello che l’antropologia chiama “perdita di senso”.
Sicilia
Il mafioso americano John Gotti, finito all’ergastolo, si pavoneggiava al processo esibendo relazioni a Hollywood. Risultò che gli avevano fregato un bel po’ di soldi per dare una particina a un suo congiunto , una nipote. In un film di serie B. Non sarà che i mafiosi sono stupidi, quelli siciliani? Perché le mafie irlandesi, ebree, russe, nere ben altro ottengono a Hollywood. Senza sparare. O forse perché non sparano.
“Cumannari è megghiu che futtiri” si cita sempre in Sicilia, specie nei processi. Come se l’isola fosse sempre a letto. Mentre la Sicilia ha tutt’altre occupazioni, E la massima ha tutt’altro, ovvio, significato: l’insegna dell’isola è motto di chiara origine muliebre, riguarda i conti della spesa.
La rivolta spontanea garibaldina era preparata dal Piemonte almeno da un anno e mezzo. Cavour aveva convocato Garibaldi già all’inizio del 1859. Marx lo sa, poiché lo scrive per la “New York Herald Tribune”, alla quale collaborava (ora nelle “Opere Complete Editori Riuniti, vol. XVI). Non per scienza infusa.
La signora che fa la spesa compra dal droghiere una birra, che uscendo dà a Farid, vecchio tunisino sdentato, e probabilmente senza molto cervello. Farid, che non beve, la riporta al negoziante, che gli dà un euro. Il vecchio tunisino ha così avuto una mancia, senza chiederla, e ha scambiato alcuni sorrisi, di cui non dev’essere stato locupletato.
Non era per caso un paese di tiranni. Che ammaliavano – perfino Platone – più che angariare i sudditi.
Era il paese del lusso per gli antichi greci. Le siculae mensae erano proverbiali anche in epoca romana.
Il ristoratore fa spesso lo sconto. Di poco, giusto per pareggiare il conto. Ma lo fa anche al cliente di passaggio.
È il paese dove ci sono meno segreti. Si è subissati, anche a un breve soggiorno, dai segreti svelati.
Angelo Balsamo, ammiraglio, ha una tomba molto decorativa al Museo Regionale di Messina. Parente di Cagliostro? Nome onorato.
Solo “professionisti” per le “professioniste” della “Gazzetta del Sud” di Messina. Professionisti “seri”, anche “umili”, ma comunque “facoltosi”.
Sicilitudine, la parola è brutta e indigesta ma è gradita. Come la napoletanità. Come la negritudine. Hölderlin aveva inventato das Deutsche, la teutonicità, che non ha dato nulla di buono.
“Tutto è mafia” è fascismo
Imperversa il tutto è mafia. Che è un errore logico (che cos’è allora la mafia), oltre che di fatto, e un crimine. Insomma, più che un errore o un irritualità. La mafia è regolata da leggi d’eccezione: come il delitto d’associazione, il concorso in associazione, il concorso esterno, e i privilegi dei dichiaranti. Che vanno applicati con parsimonia. Applicare le leggi antimafia all’universo è eversivo. Nel senso del fascismo.
Andreotti è stato a lungo al governo, quasi quattro anni dal 1976 al 1979. Col Pci. Senza un solo atto contro la mafia. Forse perché il governo era distratto dal terrorismo, ma in quegli anni la mafia divenne padrona, letteralmente, della Sicilia, ammazzando giudici e politici a piacimento. Poi Andreotti, dopo una lunga pausa, tornò al governo. Con il Psi. E fece le leggi eccezionali che l’alleato gli impose, col risultato di mettere la mafia in rotta in un quinquennio. L’assassinio di Dalla Chiesa nel 1982 fu un atto di superbia di Riina, le stragi di dieci e undici anni dopo gesti disperati. Fece provvedimenti antimafia perfino personali: togliendo le pratiche al giudice Carnevale, e rimettendo dentro d’arbitrio i boss che uscivano dal carcere per l’incapacità dei giudici di processarli. Allora è stato accusato di mafia.
Donne d’onore – 2
Qui si passa dalla mafia analfabeta e violenta, graveolente anche se allicchettata, al capitalismo iperavanzatissimo. Cui introduce Francesca Chaouqui, trent’anni, direttore delle Relazioni esterne di Ernst & Young in Italia, la società americana di contabilità. Che ha scritto al “Corriere della sera” indignata per l’assassinio della quindicenne di Corigliano Calabro, una serie di abomini, contro una terra, la sua dice malgrado il nome, che si vergogna di avere figlie femmine, e appunto le uccide.
Una lettera “estrema”, che ha naturalmente l’effetto di moltiplicarne la lettura e i commenti. Ma, per un volta, non il solito a favore e contro, no, Francesca ha avuto e continua ad avere contro tutti. Per una reazione anch’essa naturale, che Renate Siebert, la sociologa che da quarant’anni studia la condizione della donna in Calabria, così ha sintetizzato al “Quotidiano di Calabra”: “Una storia come questa potrebbe essere accaduta in qualsiasi altro posto d’Italia. Trovo assolutamente razzista e aberrante che si possa parlare, in questa vicenda, di specificità calabrese”. Elementare. Ma la sociologa non tiene conto di una specificità calabrese: il temperamento femminile.
Francesca Chaouqui è giovanissima dirigente di un’azienda che ha questo vangelo: “Persone che dimostrano integrità, rispetto e spirito di collaborazione. Persone con energia, entusiasmo e il coraggio di essere leader. Persone che creano delle relazioni fondate su valori condivisi. Persone che dimostrano integrità, rispetto e spirito di collaborazione”. È una che sa quello che ha scritto. Potrebbe aver voluto “scrivere” il paradigma del rifiuto, come esercizio di bravura. “Mi occupo di comunicazione”, si difende in rete, come a dire mi tocca lavorare. Ma è regina di twitter. Dove passa il tempo in attesa della notte: “Vivo come se non avessi più tempo, sorrido sempre”, così si presenta, “ogni tanto m’arrabbio, di notte scrivo. Felice”. Anche Kierkegaard scriveva di notte, ma era più lungo, si voleva infelice. Francesca Immacolata, detta Francy, si diverte e ritwittare un Khalid Chaouki, fra i tanti, col kappa, Insomma, anche se si arrabbia è spensierata. Oppure ha scritto la letteraccia perché ci crede – ha solo “amicizie” femminili. In ogni caso un bel temperamento.
Ma non è sola. Un bel combattimento tra matriarche, come solo in Calabria se ne trovano, la sua lettera ha suscitato. I tanti calabresi che sono intervenuti per zittirla, giovani e meno giovani, parlano come “figli di mamma”. Tra le tante risposte merita una citazione quella che Rachele Grandinetti, 29 anni, ha scritto a Corrado Augias, a “Repubblica”: “Mia nonna è rimasta vedova a 29 anni con quattro figlie femmine cui non sono mancati amore, educazione, istruzione. Oggi sono tutte professioniste perché hanno scelto di studiare e di seminare. Mia madre è una donna in carriera, ha iniziato a lavorare a 19 anni e si è laureata che aveva già due figli…”. Indistruttibili, altro che figlie abbandonate.
leuzzi@antiit.eu
L’ultimo etnologo
Autore di “La memoria dell’isola”, Scoditti si può dire l’ultimo etnologo. Ha scelto di vivere per decenni, a partire dal 1973, lunghi tratti dell’anno nell’isola Kitawa, la più remota dello Trobriand. (Malinowski ne ha scritto, ma senza mai essere stato nell’isola). In un comunità che non ha scrittura, e se ne è fatto testimone. Dopo esserne stato parte – fino a un matrimonio locale, da cui è nato un figlio, che la comunista ha accudito.
Scoditti ha avuto la ventura di vivere l’ultima cultura orale probabilmente. Di cui è ora la memoria. Delle parole e, qui, delle figure rituali, decorative, pratiche. Soprattutto le canoe – “la canoa è in queste isole quello che la cattedrale gotica era per il popolo nel nostro Medio Evo”. Gli abitanti, un migliaio, lo conoscono come Rorowai, “l’uomo che ricorda”.
Giancarlo M.G.Scoditti, Kitawa. Il colore e il suono della memoria, Bollati Boringhieri, pp. 170 ill. ril. € 27 (remainders)
Scoditti ha avuto la ventura di vivere l’ultima cultura orale probabilmente. Di cui è ora la memoria. Delle parole e, qui, delle figure rituali, decorative, pratiche. Soprattutto le canoe – “la canoa è in queste isole quello che la cattedrale gotica era per il popolo nel nostro Medio Evo”. Gli abitanti, un migliaio, lo conoscono come Rorowai, “l’uomo che ricorda”.
Giancarlo M.G.Scoditti, Kitawa. Il colore e il suono della memoria, Bollati Boringhieri, pp. 170 ill. ril. € 27 (remainders)
venerdì 31 maggio 2013
Stato-mafia, Polizia-Carabinieri
Sono stati i Carabinieri a far condannare Contrada? È
possibile. Anzi è probabile, non può essere che così. C’è ora la Polizia dietro
il processo a Mori? È possibile. Anzi, non può essere che così.
Si pensa desueta la concorrenza ostile tra le due
polizie, ma è attivissima. Un tempo si dava per scontata. Così la ricorda nel
1998 il Procuratore di Palermo che indagò nel 1970 sulla scomparsa di De Mauro,
Ugo Saito: “Venivano a trovarmi in continuazione funzionari di polizia e
ufficiali dei carabinieri. Salivano e scendevano continuamente le scale della
Procura evitando accuratamente di incontrarsi”. La “guerra” continua.
La Polizia non ha digerito gli arresti dei mafiosi
eccellenti a opera dei Carabinieri (si è rifatta con Provenzano, ma davvero Provenzano era latitante?). Mentre i suoi funzionari venivano
assassinati o processati. Mancino ministro dell’Interno non è stato amato dalla
Polizia per motivi sindacali – come già Scalfaro, che da ministro dell’Interno
nel 1986 indagò personalmente a Palermo sulla morte di un giovane in commissariato.
Le origini della decadenza in edicola
Ritorna,
ritradotto dopo sessant’anni, il vangelo dell’estetismo eccessivo, esagerato,
prima di Wilde o D’Annunzio. Di uno scrittore e critico d’arte che ne sapeva il senso vero –
l’impiegato pubblico Huysmans passerà gli ultimi anni tra i monasteri. Huysmans,
che lo pubblicò nel 1884, forse non era praticante dei riti che magnifica, ma
ne sapeva il senso riposto, della vita che si vuol far vivere. Zoliano pentito –
“nessuno capiva l’animo meno die naturalisti che si proponevano di osservarlo”.
Ritradotto
da Giovanna Coccetti, con introduzione di Agnese Silvestri, si presenta
mirabilmente come una leggibile edizione critica, benché in edicola o per
questo più apprezzabile. Il suo Des Esseintes, che vive tutti gli eccessi
immaginabili, non è più corrosivo. Forse non è nemmeno una pietra di fondazione:
Agnese Silvestri gli ricostituisce in poche righe una corposissima quanto
evidente genealogia immediata, fino al contemporaneo Verlaine dei “poeti
maledetti”, anche loro del 1884. Ma resta ancora personaggio eponimo, di una immensa
letteratura, decadente, simbolista, mallarmeana, e onirica, realista, mistica.
All’insegna dell’artificio dichiarato. Come lo stesso Huysmans avverte nella
prefazione scritta vent’anni dopo la pubblicazione, e nell’avvertenza, qui
entrambe proposte.
Joris-Karl
Huysmans, Controcorrente,
L’Espresso, pp. XXXIII + 214 € 2,90
Ombre - 178
Lo spettatore ascolta Della Valle tessere per due ore da Santoro le lodi di Bazoli e le banche, e del piano Rizzoli Corriere della sera da 600 milioni. Il giorno dopo apre il giornale e scopre che ha votato contro i 600 milioni e il piano. Il suo rappresentante in cda avendo calcolato che i 400 milioni da versare subito vanno alle banche – per il 50 per cento alle due banche azioniste di Rcs, Intesa e Mediobanca. Non voleva dare uno scoop a Santoro, che pure gli ha organizzato due monumentali ore?
Però è vero che l’aumento di capitale Rcs è fatto per le banche e non per lo sviluppo del gruppo. Il nuovo capitalismo a Milano è sempre uguale, asfittico.
Qualcuno usa la parola giustizialismo da Santoro, e il conduttore, o il filone esperto Della Valle, ribatte stizzito che non vuole dire niente. Invece la parola ha un significato preciso: è il peronismo, cioè una forma di fascismo. Perché fare gli struzzi?
Succede a Roma che il “Corriere della sera” sia finito in edicola alle 8. E la domenica sia consegnato senza “Lettura”. Tagliare i costi tagliando le copie? Cosa comprano gli aumentatori di capitale?
Succede a Roma che il “Corriere della sera” sia finito in edicola alle 8. E la domenica sia consegnato senza “Lettura”. Tagliare i costi tagliando le copie? Cosa comprano gli aumentatori di capitale?
365 mila voti in meno per Alemanno rispetto a cinque anni fa, 250 mila in meno per Marino rispetto alla sconfitto Rutelli di allora. Per Alemanno si capisce, era difficile fare meglio (ha preso 27 mila voti in meno pure rispetto a Storace tre mesi fa), ma per Marino?
Stelle di Borsa in questi cinque mesi del 2013, Mediaset e Unipol hanno quasi raddoppiato le quotazioni. Un record. Erano titoli sconsigliati. In nome di che?
Poi dice che non si leggono i giornali.
Giorgio Mulé ha avuto centro procedimenti penali a carico. Solo tre si sono conclusi, quelli avviati da giudici. Tutt’e tre a favore del giudice ricorrente.
Le altre cause stampa si mettono a ruolo il sabato e si rinviano, fino a che un accordo non subentra, o le parti non si stancano. Quando si tratta di giudici, invece, il giudizio è velocissimo e di condanna. Di Pietro, pur essendo un ex, ha vinto centinaia di queste cause, fra 250 e 300, e non ne ha mai perduta una. Ciononostante, la giustizia è solo un problema di Berlusconi. Si può essere stupidi
Si può anche essere fascisti, malgrado la legge. E non per modo di dire. Tra eccellenza e ermellini. E divieti di critica.
Il Procuratore di Palermo Messineo è sicuramente uomo di carisma. Scrive su “Repubblica”e parla alla Rai. Il giudice Caterina Interlandi, che il suo carisma ha sancito, condannando i giornalisti che lo mettevano in dubbio a dure pene, ha più carisma di lui, o sono alla pari?
Il sindaco di Bari Emiliano imperversa dando le pagelle, sprezzante, a questo e quello del Pd. Questo sindaco ha un nome non per altro, ma per essere un giudice, di poco nome, fatto eleggere a suo tempo da D’Alema. Che alla rielezione a giugno 2008 fu mandato al ballottaggio, e l’avrebbe perduto se il giudice Scelsi, d’accordo con D’Alema, non avesse inventato il lettone di Putin.
I democratici hanno sempre bisogno di una puttana per vincere?
Buttafuoco
incontra Mario Sechi per “Il Foglio”, l’ex direttore del “Tempo” e candidato
trombato a senatore con Monti, e l’intervista si conclude così, con una
telefonata di Sechi a Calabresi, direttore della “Stampa”: “«Feci recensire il suo libro e lo
cercai per chiedergli una breve per il mio più modesto tomo». Sechi, insomma,
chiese un contro-favore a Calabresi. «Ma aspetto ancora la sua telefonata».
Sechi aggiunge: «Risposero dalla Stampa: il direttore la richiama subito!
Attendo ancora con ansia la telefonata. E la recensione»”. Il nuovo che avanza.
Etichette:
Informazione,
Ombre,
Sinistra sinistra
giovedì 30 maggio 2013
La sinistra è di centro, Grillo è al 6 per cento
Nello spoglio delle preferenze a Roma, per il consiglio
comunale e per quelli municipali, sono ai primi posti i candidati ex Dc, in
entrambi gli schieramenti, Più popolari che diessini nel Pd, più Udc che berlusconiani
nel Pdl, e nessuno dell’ex partito di Alemanno, il sindaco.
Se ne può anche dedurre che il centro ex confessionale
si è mobilitato per il voto. Forse galvanizzato dal governo Letta, dal ritorno
neo guelfo. E che il fortissimo astensionismo, quasi mezzo milione di voti, è
tutto Pd e Pdl.
Dal numero dei voti è chiaro, inoltre, che 5 Stelle è
al 6-7 per cento del voto. Il voto di protesta che era già di Di Pietro e Ingroia.
Si fa valere l’astensione in parti uguali tra Pd, Pdl e 5 Stelle, ma per il movimento
di Grilo è lecito invece prospettarsi una diversa valutazione del fenomeno: non
disincanto, o attendismo, ma subitaneo abbandono. Il voto dei 5 Stelle tre mesi
fa, tipicamente giovanile e di protesta, è per ciò stesso tipicamente motivato.
Se domenica ha disertato è per un motivo. Il suo esito va visto nei numeri
propri, tenendo conto anche del venti per cento di astensioni, e non in rapporto
al numero di voti espressi.
Il Reich paranormale
Già fine politologo, Giorgio Galli è evoluto da
ultimo al paranormale, colonna di “Astra”. Ma sul Terzo Reich e il paranormale
negli anni 1930 dice più di una cosa seria. Qui riprende dati e argomenti di “Hitler
e il nazismo magico”, di venticinque anni fa: la magia come processo auto
induttivo ma con effetti reali, sulle decisioni politiche. Di Hess, Rosenberg.
Himmler.
Molto si potrebbe aggiungere sull’Ahnenerbe Studiengesellschaft di
quest’ultimo, la società delle SS per lo studio degli avi. Che ne
rintracciò da Taormina al Tibet. Fino al fantomatico battaglione Waffen SS
Tibet a difesa di Berlino. Il nazismo aveva molte radici.
Giorgio Galli, La svastica e le streghe.
Intervista sul Terzo Reich, la magie e le culture rimosse dell’Occidente,
Hobby & Work, pp. 191 € 7,20 (remainders)
mercoledì 29 maggio 2013
Letture - 139
letterautore
Giustizia - Dürrenmatt, che se ne è sempre appassionato (“Il sospetto”, “Giustizia”, “Il giudice e il suo boia”, etc.), le fa usare gli stessi metodi del criminale che essa condanna. Ma con uno slittamento non marginale, del giudice facendo uno sbirro. Questo a Dürrenmatt riesce col lettore, ma dei suoi racconti non si fanno film: non si possono fare.
Giustizia - Dürrenmatt, che se ne è sempre appassionato (“Il sospetto”, “Giustizia”, “Il giudice e il suo boia”, etc.), le fa usare gli stessi metodi del criminale che essa condanna. Ma con uno slittamento non marginale, del giudice facendo uno sbirro. Questo a Dürrenmatt riesce col lettore, ma dei suoi racconti non si fanno film: non si possono fare.
In
Italia la cosa è impossibile in toto,
mancando l’abilità di Dürrenmatt: non nei film ma nemmeno nei libri. Perché il
giudice inquirente è identificato col giudicante, e quindi non ci sarebbe
racconto, ma una caccia all’uomo. Il “risolutore” italiano, il detective, deve
anzi essere all’opposto marginale, “fuori del sistema”, anche quando è un
commissario di polizia come Montalbano: uno in punizione, o richiamato, o lì
per caso, senza contare le nonne, i vicini curiosi, i giocatori di briscola al
bar.
Anche in
Inghilterra, a pensarci, il risolutore è sempre eccentrico. È istituzionale in
Francia e negli Usa, dove la pubblica accusa è politica, e quindi dichiaratamente
di parte: inquisisce chi ha un ruolo ufficiale. Anche perché può perdere,
spesso vince la difesa. Cosa che in Italia è impossibile.
Joyce – Potrebbe essere
la chiave di “Finnegans Wake” il rapporto con Lucia. Lucia Joyce era psicotica, con
James parlavano in una lingua chiusa a loro due. Lo fa notare Carson McCullers,
che di mondi proibiti se n’intende. All’interramento di James Lucia dice: “Ora
è sepolto nella terra, e sente tutto quello che si dice. Furbo, no?”
Senza ombra d’incesto, è l’amore filiale, una forma di esclusione, e in questo
caso un dolore, non un desiderio proibito.
I genealogisti derivano Joyce dal francese joyeux.
un auspicio, nomen omen. In età matura si portava in tasca il
ritratto secentesco di un Duc de Joyeux, e chiedeva agli amici se non ci vedevano
la somiglianza. Ma si divertiva anche a dirsi James Joyless, o Jocax o Joker. E
Joycity. Non Jokes, che è il suo proprio? Perché sono jokes, giochi, gnocchi, gnoccoli, quelli del severo Jocax. O Gis,
come Gesù è detto in Amleto, atto IV,
scena V, Ofelia: “Tomorrow is st. Valentine Day” “By Gis and by...”? E joyciano, professione così diffusa, non sarà joysuino - o joysuita?
Per Pound era meglio Job, “che suona meglio in
aramaico”, gli scriveva: “Joyce è un palese errore”, ma “può darsi che venga
alla luce una forma intermedia Jobce: la vostra linea di discendenza dal
patriarca è indiscutibile”. Oppure Joice, echt Joyce, puro succo, juice.
Di che? Dei testicoli: il jissum, sibilo dell’eiaculazione, che
via jazz riporta a Ji-i-sas, Je-e-e-sus.
“Gesù malinconico” e “Gesù curvo” era per Sylvia
Beach.
Oculatamente il Consiglio Superiore della
Pubblica Istruzione gli impedì nel 1911 di “trasferirsi nel Paese la cui lingua
usa ogni giorno, avendola scelta deliberatamente come madrelingua per i suoi
figli Giorgio e Lucia”, quella dell’amato Denti Alligator, come scrisse nella
domanda per un posto di supplente. Benché cultore di Dante, Joyce non poteva
essere di lingua italiana. Oltre che della cittadinanza, l’Italia è gelosa pure
della lingua.
Nobel – Un’ambizione che l’autore paga caro. Ne è la consacrazione. Ma al
culmine di una serie di manovre non onorevoli. Finisce per confermare lo
scrittore uomo solitario per eccellenza. E indifeso, perfino da se stesso. Le
carte pubblicate di Per Hallstrom (riprese dal “Times Literary Supplement” del
10 maggio), il patrocinatore di Hemingway, mostrano lo scrittore soprattutto depresso
sulla propria condizione di solitudine: la scrittura è solitaria.
Solitaria è anche, malgrado tutto, le
interviste, i premi, le conferenze, etc., la proiezione sociale dello scrittore.
Non della critica, che sempre in qualche modo si istituzionalizza.
Note – Sono invalse nei
saggi con un fine preciso, bibliografico – i vecchi “crediti”. Ma l’uso è
esteso, largamente, specie nella saggistica storica e letteraria, per “portare
avanti” separandoli due discorsi, quello scientifico-tecnico, argomentato,
sistematizzato, e quello aneddotico, insorgente, casuale, più narrativo che
logico. Anche se spesso è più e meglio significativo.
Stendhal – Non si fa mai
nome di Walter Scott a proposito dei suoi romanzi, che invece c’entra tutto –
si cita invece Scott a proposito di Manzoni, col quale non c’entra nulla, a
parte le chiacchiere.
Verdi – Il miglior
libro per il centenario, uscito un anno e mezzo fa a Londra, “Verdi and\or Wagner”,
di Peter Conrad, non è stato tradotto e non si cita nemmeno. Nonché pieno di
apprezzamenti e anche di qualche verità su Verdi.
Wagner – In forma concertistica, senza scena,
è anche più “intollerabile”, Preludi e interludi interminabili, scene
insensate. “L’oro del Reno” ne è pieno, ma anche ”Rienzi”, o “Parsifal”, o “Tristano
e Isotta”. Aggressivo anche quando non lo è, nel sentimentalismo più diluito, per
esempio, per l’illusione che impone dell’illimitato. Thomas Mann gli
rimproverava l’assenza del “pathos della distanza”, nel saggio del 1933, “Tristezze
e grandezza di Richard Wagner”. Voleva togliere il respiro all’ascoltatore e ci
riesce, con la morte a ogni angolo, e ogni sorta di violenza: furto, rapimento,
assassinio, disonestà, adulterio, incesto, mutilazioni e automutilazioni, sfide
alle divinità e a ogni ragione. Un sottofondo intreccia del male. L’amore è torbido, inutile – la lealtà,
l’onore. Una sorta di architettura, l’opera totale, dello “spoglio”, il
denudamento o l’inaridimento. Lo stesso sacrificio non arricchisce. Con l’apologia
costante della morte, da parte di un vitalista ingombrante. Perfino profittatore,
della buona fede altrui - del re e degli altri finanziatori, delle donne, dei
maestri suoi esecutori.
Il progetto è di sopraffazione. Anche quello teatrale e musicale –
la lunghezza, la ripetizione. L’ascoltatore, perlomeno, è sempre portato a
pensarlo. Debussy, Klemperer, lo stesso Thomas Mann, numerosi musicologi, lo risentono
come un’ossessione, una possessione.
letterautore@antiit.eu
Nanni Moretti rivoluzionario borghese
Dieci anni fa,
giorno più giorno meno, la contestazione borghese:
“Nanni Moretti porta a Di Pietro e Occhetto i residui
dei “girotondi”, il movimento delle signore-sms cha fu in voga l’anno scorso.
Fa manifestazioni con loro, e sembra felice. Tutti sembrano felici. Di Pietro e
Occhetto si può capire, ma Moretti? Si può essere felici, contro Berlusconi non
solo ma contro il proprio partito, l’ex Pci, con Di Pietro?
“Moretti con le signore dei girotondi, e con i signori
di “Micromega”, diventa un curioso borghese: un artista borghese. Specie che si
penserebbe estinta, da un secolo”.
I filosofi come Totò, la contesa delle pernacchie
Una reductio ad Hitlerum dice Lorenzo Magnani il “nuovo realismo”. Con una semplificazione cioè, del tipo “stronzo!”, “fascista!”, un’invettiva spenta, all’età del gossip, il linguaggio senza peso, sulla filosofia invece che su Ruby. Analoga a quella che intende criticare, di Maurizio Ferraris. Ma più esatto sarebbe dire una reductio ad Berlusconem, poiché di questo gli uni e gli altri si accusano, di essere berlusconiani, in aspetto di populisti - si libellano anche, reciprocamente, negazionisti (dello sterminio degli ebrei), ma per fortuna poco. “Il populismo in filosofia è una banalizzazione del pensiero che mira a riscuotere il consenso del vasto pubblico”, dichiarano al primo rigo. E anche: il populismo è “il doppio osceno” della popolarizzazione. Devono aver fischiato le orecchie ai realisti, che tre giorni fa hanno celebrato i loro fasti internazionali in una due giorni alla terza universita romana. Ma è una lotta comune, fratricida, per il popolo, il moraviano andare “verso il popolo”. Anche se questi filosofi, tutti rigorosamente antipopulisti, non sanno venirne a capo – sono sicuri che Berlusconi è un populista, ma non sanno cos’è il populismo.
Uno è tentato di fermarsi alla prima pagina, al primo rigo. Ferraris non è uno che scrive brillante. No, è un populista, “di quel populismo mediatico che ha dominato in Italia ed è un tipico prodotto nostrano” – “ha dominato” e ora non più? tipico? nostrano? prosa malapartiana, battibecchiana. “Animato da propensioni demagogiche, attraversato da una vena autoritaria, anche nelle sue vicissitudini storiche il populismo si rivela dogmatico e a tratti intollerante. Denuncia l’avversario, o meglio, il nemico, e chiede il plauso al popolo accattivandoselo”. Il nome è pronunciato alla fine, proprio al penultimo rigo, Travaglio. Con “un certo giornalismo d’inchiesta che evoca in modo ingenuo i fatti e che negli ultimi anni, in Italia, è stato l’unico discorso”. Simone Regazzoni, malgrado tutto, fa centro su un certo giornalismo. Ma il realismo? Travaglio dopotutto è un giornalista. Non un populista cioè, tanto meno un filosofo – o ha fatto domanda a cattedra?
Non sarà invidia? L’ambizione sembra a scrivere un fondino, magari sulla “Repubblica” locale, un corsivo, un battibecco. Donatella Di Cesare, che è filosofa di suo, vice-presidente in Germania della “Società di Martin Heidegger”, avrebbe un’arma in più contro Ferraris, la “filosofia globalizzata”, e se la lascia sfuggire. La globalizzazione non è anch’essa da esorcizzare, insieme col populismo? E forse è peggio che una disattenzione: non essendoci qui Berlusconi di mezzo, entrambi i fronti se ne fanno bandiera, accusando l’altro di provincialismo. Magnani, che è uno degli autori del libro (sono sei e non tre), il populismo propone di definire oclocrazia, alla maniera di Polibio: la politica che si fonda sulla “corruzione delle masse”. Ahi, ahi. Non c’era nemmeno la televisione, al tempo di Polibio, con cui prendersela.
Più che del realismo, resta una contesa dei populismi, naturalmente critici. E delle rane, anche, volendolo, nonché della secchia rapita, con un che di patriottico cioè. Nulla di male, se ne fanno anche in Germania, sotto il nome di Streit, degli storici, delle facoltà. Ma un po’ di realismo, per dire, non guasterebbe. Per esempio dei media: una teoria dei media? E dell’università? A parte i soldi che mancano – ma i soldi non bastano mai (anche questo sarebbe un argomento, il debito, o è troppo realista?). E del populismo? Non sarà esso la stessa “società civile” che blatera contro, in nome di una superiorità morale che alla prova sempre latita? Al coperto delle insolenze dei giudici, la casta per eccellenza.
Un minimo di riflessione sulla loquela giornalistica sarebbe stato necessario anche per fare meglio la critica del realismo. Questi critici invece, come i loro nemici, lo riducono alla mediatizzazione. Cioè alla realtà del “Truman Show”, di telegenia, fiori finti e ragionamento corto. Entrambi i fronti si propongono di vincere così, con la frase breve e l’appeal. Ferraris per Regazzoni è un po’ Berlusconi, un po’ Stalin. Uno squarcio che un giorno bisognerà andare a vedere, la crisi politica italiana – di questo si tratta - è tutta “post Muro”. Ma il filosofo la usa a mo’ di pernacchia. Sembra Totò.
Un minimo di riflessione sulla loquela giornalistica sarebbe stato necessario anche per fare meglio la critica del realismo. Questi critici invece, come i loro nemici, lo riducono alla mediatizzazione. Cioè alla realtà del “Truman Show”, di telegenia, fiori finti e ragionamento corto. Entrambi i fronti si propongono di vincere così, con la frase breve e l’appeal. Ferraris per Regazzoni è un po’ Berlusconi, un po’ Stalin. Uno squarcio che un giorno bisognerà andare a vedere, la crisi politica italiana – di questo si tratta - è tutta “post Muro”. Ma il filosofo la usa a mo’ di pernacchia. Sembra Totò.
Inutile chiedersi che ne direbbe Roscellino. Diciamo un vero filosofo. Anche Kant, pure lui nella contesa strattonato, reduce da quella delle facoltà. Uno scontro avulso dalla storia (realtà?) – cui invece il comune nemico dei due fronti è evidentemente sensibile, poiché ne sa più di loro (Ferrara beffardo lo aveva già detto subito, in breve, sul “Foglio” del 21 agosto 2011).
Donatella Di Cesare, Corrado Ocone, Simone Regazzoni, Il nuovo realismo è un populismo, il melangolo, pp. 106 € 12
martedì 28 maggio 2013
Berlusconi risorto, con la Dc – 11
Dopo
Montalbano Berlusconi? O prima, chi ha fatto il record di ascolti? Di certo c’è
che Montalbano ha fatto il record mentre Berlusconi vinceva un’altra elezione
dal nulla. Anzi contro il nulla delle sue ali marcianti,
finiani incapaci, leghisti ladri: li ha ridotti alla ragione politica e si sono
squagliati. Sgonfiando il
pericolosissimo pallone Monti. Per nominare poi il presidente della Repubblica,
nella persona rispettabilissima di Napolitano, e il governo Letta – seppure del
nipote: la prima Grande Coalizione della Repubblica, da sempre anatema in
Italia, benché praticata da gente esperta, Germania, Austria, Olanda, perfino a
Londra, dal laburista Callaghan col patto Lib-Lab quarant’anni fa. Per vedersi poi sempre condannato, con ignominia ma a nessun
effetto, nessuno ci crede (lo crede cioè colpevole, come tutti, ma lui in un
teatrino apposito). Mentre moriva Andreotti,
il precedente recordman dei processi glamour,
fuffa.
Andreotti
Berlusconi? La differenza non è nei media,
che oggi sono sovrabbondanti rispetto a un tempo – la “mediatizzazione”.
Andreotti ne era maestro, anche se all’epoca i media erano i giornali, di poche
pagine. I suoi attacchi al generale Miceli, cioè a Moro, negli anni 1973-74 con
interviste e “documenti”, furono micidiali. Così come il suo ruolo nei dossier periodici a carico dei socialisti, nella denuncia del Piano Solo nel1968, e poi
nell’incriminazione di Cossiga per alto tradimento, e per la Gladio. E nel suo stesso ruolo di vittima, di imputato in processi drammatici, con
capi d’accusa infamanti, più volte per omicidio, e apparati di “prove” in centinaia
di migliaia di pagine, benché senza intercettazioni – centinaia di migliaia di
pagine?
È solo
in Italia che c’è la giustizia politica, dice il giudice supremo americano
Antonin Scalia e dobbiamo credergli, ma non ci dice a che fine. Montalbano lo
sa. Da buon comunista, Montalbano sa che ogni volta che la giustizia ci mette
mano è un casino. Il personaggio più popolare d’Italia sancisce immancabilmente
l’inutilità (stupidità) della Procura. Una che tutto vede, non solo a Milano
dunque, anche in Sicilia, chi l’avrebbe detto, sotto le specie del letto – si
dice politica ma è la giustizia del buco della serratura, di gusti un po’
malsani. Allo
stesso modo si svolge il teatro berlusconiano. Imputato unico, per esempio, in
un processo lunghissimo, quello Sme, in cui era l’unico sicuramente non colpevole tra i tanti possibili – e certi, noti a
tutti.
La Dc restituita
Muore
Andreotti, recordman dei processi politici,
di vecchiaia, onorato, e Berlusconi ancora resiste. I sei anni del Rubygate,
assommati ai quattro di D’Avossa, gli lasciano poco respiro. Ma gli affari gli
vanno bene – la sua Mediaset è (con Unipol) la regina di Borsa quest’anno, ha
quasi raddoppiato (come Unipol) la quotazione in cinque mesi, al solito contro
le previsioni (Unipol e Mediaset erano titoli sconsigliatissimi). E anche col suo governo Letta
– suo perché potrà affondarlo quando vorrà, le ragioni non difettano (la
recessione è un governo difficile, e quindi non gli se ne può fare colpa) – si è
tolto più di una soddisfazione. È infatti il suo sogno, ricostituire il governo democristiano: è quello che ha detto e ha
fatto da subito, occupare il centro, imporre il centro – per uno storico, se ce
ne saranno ancora dell’Italia, sarà una verità evidente. Si capisce che non
gliene importi più di niente, neanche delle condanne. Tanto più che gli sono
propiziate e inflitte da democristiani professi, lo stesso si potrebbe essere tornati alla Dc propriamente
detta, che era cannibale e assassina.
Cinquant’anni
di giustizia, dunque, per niente?Andreotti e Berlusconi sono due uomini
diversi, di due epoche diverse, e tuttavia si richiamano. Uno la caricatura del
romano di curia, l’altro la caricatura del milanese. Divisi da vent’anni, ma
come se fossero di glaciazioni diverse. Accomunati dai processi che però sono essi pure diversi:
drammatici, cupi, quelli di Andreotti, teatrali, farseschi, quelli di Berlusconi.
Andreotti accusato di assassinio, e di mafia. Berlusconi di aver scopato delle
minorenni che però dicono che non è vero, e gli sono grate, e parlano meglio
delle giudici. Tenebroso Andreotti, cialtronesco Berlusconi, dietro l’uomo d’affari
che non ne sbaglia una. L’uno maneggiatore di dossier, l’altro, si scopre,
intercettato fin nel bagno da presidente del consiglio.
La battaglia dei
populismi
Ma la popolarità richiede un altro capitolo. Di
cui nessuno dei due ha goduto, anche se hanno vinto molte elezioni e presieduto
molti governi. Andreotti ne avrebbe riso, poiché era uno scrittore, e quindi di
narcisismo chiuso – il creatore vive il suo narcisismo nel disprezzo degli
altri. Berlusconi invece se ne fa una divisa, da buon milanese, venditore, self-made man – l’imprenditore non è
come lo scrittore, è più furbo. E tuttavia non come Mussolini, sempre essendo
stato antipatico ai più, ad almeno il 60-70 per
cento degli italiani, compresi molti di quelli che regolarmente lo votano. Perché
ha una ricetta semplice. Pur confermando a ogni uscita tutte le ragioni
dell’antipatia, non si preclude un grano di saggezza: ridurre le tasse, creare
lavoro, dare forza al governo, evitare elezioni a ripetizione, una cosa così.
Tanto
(poco) basta per farne un monumento di populismo. Che non si sa cos’è, ma impera.
Non solo nella contesa politica, come si pensava, ora anche tra i filosofi. I
quali anch’essi non definiscono il populismo, ma lo usano come un randello,
anzi come un machete. C’è in atto una guerra dei filosofi, che si combatte su
Berlusconi. I posteri non ci crederanno, ma ci sono i testi. Il “Manifesto del
nuovo realismo” di Maurizio Ferraris si basa su Berlusconi, i suoi modi di
dire, “non conosco David Mills”, “non ho mai pagato una donna in vita mia”, “Napoli
pulita in tre giorni”. Gli oppositori del nuovo realismo, molto duri, anche: il
nuovo realismo, dicono, è berlusconiano. Ora, questo non era riuscito nemmeno
ai tiranni di Platone, dominare i filosofi.
Ancora più sorprendenti – berlusconiani? – gli argomenti.
Il Berlusconi “della nipote di Mubarak” voi direste populismo o non
dabbenaggine? I nemici di Ferraris dicono che “la nipote di Mubarak” è
populismo realista, cioè berlusconiano. Come tutto il resto: un marketing
filosofico, l’imposizione di un brand,
un’autopromozione. Tutte cose che Ferraris aveva imputato ai non realisti:
filosofie giornalistiche, banalizzazioni
del pensiero, “all’ombra del berlusconismo”. Un tipo diabolico allora, si direbbe
però Berlusconi – o populista è diabolico? Peccato che non sia Andreotti, si
divertirebbe moltissimo – peccato per lui.
Quanti voti non prende
Un
giorno si dirà la verità, non bisogna stancarsi di dirlo: che Berlusconi prende
meno voti di quanto dovrebbe. Una verità evidente oggi, col ritorno dela Dc, al
governo e alle elezioni. Questa è la radice del fenomeno Berlusconi, altro che
populismo: l’opinione è largamente profondamente moderata. In conseguenza della
caduta del Muro e perché la globalizzazione impone resilience, resistenza, per i paesi ricchi è come essere sfidati a
una guerra “in campo aperto”, senza più fortezze imprendibili cioè. Si dirà
quelo che è evidente, che Berlusconi è stato il tappo della destra e non il
condottiero. Si spiega così, per dire, il soviet Balduina-Parioli: i ricchi fascisti
sono incazzati con Berlusconi perché è troppo moderato. E Berlusconi prende i voti, malgrado la figura
ingessata, le gaffes e le cene, perché
ce ne sono in quantità strabocchevole. Con l’aiuto, certo, dei media, la Rai in
testa, che di un personaggio così goffo hanno fatto un martire, dei giudici
senza labbra, dei “comunisti” e di ogni altra anima bella.
“Il male minore” lo dice lo scrittore, filosofo, architetto israeliano Eyal Weizman
alla “Lettura” del 12 maggio: un governo si basa sul compromesso, “e perfino il Vaticano ha appoggiato Silvio Berlusconi
come un male minore per proteggere i valori cristiani”. Ma l’ha detto come esempio di
quella che chiama “necroeconomia”, la contabilità di quanti morti sono leciti
in una guerra. Mentre questa è una guerra speciale, in cui i contendenti si
imputano reciprocamente, e insieme si disputano, lo stesso colpevole. Di cui è
arduo decidere la giustezza. Non per il numero delle vittime - 29 vanno bene
per una guerra giusta, ha argomentato Weizman in dialogo con Zagrebelsky al festival di Torino,
quindi Berlusconi non farebbe testo, se conta per uno. Ma per il groviglio
delle intelligenze. Tutte eccelse, eccetto Berlusconi.
Ora, si
può dire Berlusconi mediocre. Senza offesa, anche la democrazia lo è. Ma gli altri?
Una quindicina di poetiche, dopodiché?
Eco sa di che si tratta: Joyce usa “dei
dati culturali solo e anzitutto per fare della musica di idee: egli accosta delle
nozioni, fa balenare delle connessioni, gioca sui richiami, ma non fa della
filosofia”. Ma dopo averci oberati per un centinaio di pagine col tomismo di
Joyce, anzi col non tomismo. Dopodiché insiste, ora sullo “schema trinitario”,
con l’uomo o donna dello schermo - non della partouze? La modernità di Joyce nel Medio Evo? Certo che no. Cioè
sì - tutti a nostro modo siamo nel Medio Evo. Ma non solo nel Medio Evo…
Un giorno si farà Dublino a Trieste, e
Joyce con i baffi di Svevo, e quella sarà la vera novità, la lettura giusta di
Joyce - e Joyce a Zurigo naturalmente, negli anni di Jung e di Freud. Uno che
viveva molto il suo tempo. L’epifania di D’Annunzio, il flusso di coscienza di
Dujardin, la coscienza di Svevo, pur senza penchant
per la psicoanalisi. Per il resto, sì, era aristotelico, anzi scolastico, e
casuista, avendo fatto le scuole dai gesuiti. Ma più che altro se ne serve per divertimento,
un mondo pieno di senso nel mondo senza senso della sue scorribande. Tutte
linguistiche, esageratamente – Joyce è il felice paroliere della corrispondenza
con Pound. Che cosa voleva Joyce narratore? Eco stesso lo dice, anche questo:
“Che il lettore comprenda sempre attraverso la suggestione e non per mezzo di
affermazioni dirette”. E la musicalità, “che risulta così bene quando
si ode il testo inciso direttamente da Joyce”.
In questa che è la parte viva di “Opera
aperta”, estrapolata dopo la prima edizione, e resta la monografia più “profonda”,
certamente la più impegnata, su Joyce in italiano, Eco si affanna a spiegare
che Stephen, il primo “eroe” di Joyce, è scolastico ma in realtà non lo è. Che
le cinque poetiche fino ad allora, 1962, individuate dell’“Ulisse” sono
rovesciabili, e le sei o sette di “Finnegans Wake”. Che “Finnegans” è vichiano, ma in realtà non lo è – e anche
molto bruniano, da Giordano Bruno, come tutto Joyce. E alla fine non si è imparato nulla. E non si è indotti
a leggere Joyce. Peggio se si scende nei particolari.
Eco ci dice che nel cap. “Eolo” “vengono impiegate tutte le categorie retoriche in uso”, e le elenca in sei o sette righe, “tanto per citarne la metà”. Vuole l’“Ulisse”, epifania del caos, ordinato secondo canoni, “schematismi”, anche se molteplici – “Matteo da Vendöme o Everardo il Tedesco si sarebbero compiaciuti di fronte alla regola ferrea che regge il discorso del’Ulysses”. E ha pagine lunghe su temi brevi. Il flusso di coscienza, per esempio, come percorso euristico e non tecnica narrativa? Anche il “nichilismo in un ordine irragionevole” denunciato da Blackmur, dopo Jung e Curtius, a prima vista così evidente, suscita perplessità. Per uno come Joyce che sempre scrive, cioè ordina, e non fa altro e non pensa ad altro, proponendosi nientemeno che di penetrare babele, rifacendola. “Finnegans” non ha poi bisogno di spiegazioni (poetiche): “È un mahjong”, diceva Joyce.
Eco ci dice che nel cap. “Eolo” “vengono impiegate tutte le categorie retoriche in uso”, e le elenca in sei o sette righe, “tanto per citarne la metà”. Vuole l’“Ulisse”, epifania del caos, ordinato secondo canoni, “schematismi”, anche se molteplici – “Matteo da Vendöme o Everardo il Tedesco si sarebbero compiaciuti di fronte alla regola ferrea che regge il discorso del’Ulysses”. E ha pagine lunghe su temi brevi. Il flusso di coscienza, per esempio, come percorso euristico e non tecnica narrativa? Anche il “nichilismo in un ordine irragionevole” denunciato da Blackmur, dopo Jung e Curtius, a prima vista così evidente, suscita perplessità. Per uno come Joyce che sempre scrive, cioè ordina, e non fa altro e non pensa ad altro, proponendosi nientemeno che di penetrare babele, rifacendola. “Finnegans” non ha poi bisogno di spiegazioni (poetiche): “È un mahjong”, diceva Joyce.
Ogni libro di Eco si rilegge come un libro
di Eco, e non come l’anamnesi o la paràfrasi di qualcosa. E dunque anche il suo
Joyce si può rileggere come un gioco. Quasi la caricatura, però, del libro
colto. C’è anche il vezzo fastidioso degli “a parte”, traslato dal teatro nella
pagina tagliandola in due, quella di sopra a corpo doppio, in spazio variabile
sulla base di quanto si vuole dire sotto, in nota, cioè accessorio, e quindi a
corpo minuto, ma invariabilmente la parte più godibile (leggibile, interessante).
Per esempio sullo “schema trinitario” sappiamo per caso, in nota, in due
parole, del dato “biografico e psicologico” del “complesso di tradimento presente
sempre nella vita privata di Joyce, del suo gusto quasi masochistico
dell’adulterio subíto”, mentre Joyce “scambista” sarebbe tanto più succulento –
mentalmente si capisce, come la celebre Catherine M.
Umberto Eco, Poetiche di Joyce
lunedì 27 maggio 2013
Problemi di base - 143
spock
I leder socialisti europei, tutti uomini, hanno
terze e quarte mogli molto giovani: è un rimedio alla crisi del socialismo o ne
è l’origine?
Borussia-Bayern e Roma-Lazio, è la stessa
Europa?
È twitter che crea il personaggio o è il
personaggio che crea twitter?
È il messaggio che fa i followers o il
personaggio che fa il messaggio?
Grillo dove li trova?
Chi inquina di più a Taranto, il siderurgico o
i giudici?
Pene d’amor perdute con la clonazione?
Anche i generi, maschio-femmina, finirà la
contesa?
spock@antiit.eu
Tutte verità, cioè nessuna
I cultori dell’“amico” Vargas hanno di che esilararsi: Fred non ha
scritto un giallo ma un trattato di filosofia. Per sgonfiare alcuni secoli di
filosofia. Analizzando, nientemeno, il “il senso della vita”, con un tour de force sul nulla – sull’idea
stessa di trattato.
Ce n’è per tutti, anche per i contadini: “A ogni terreno i suoi
prodotti”, d’impeccabile originalità, dopo il “concetto vitale” del “verme di
terra”, il verme. Con gli accorgimenti del genere trattatistico: “Ci ritornerò
su” e “Vedi sopra”. C’è l’amore, naturalmente, in tutte le sue forme
grammaticali: “Come mancarlo”, “Come evitare di mancarlo”, “Come essere amati
dall’essere amato”. Ci sono i figli, le sorelle, i nipoti, i viaggi, le
vacanze, che più spesso non si fanno, e la guerra (“senza nemico l’individuo
non sa più chi è”). Con problemi non facili: il “Principio dell’attesa”, l’“excretum”,
che purtroppo è giornaliero, il “Principio dei contrari”. Alcuni concetti
controversi: la pressione, l’ultimatum, il “Concetto di gambero”, il “Concetto
del pitone”, il Rimprovero (sottocategoria: la solitudine compatta). E sicure
perle di saggezza: “Perché la sabbia, più si stringe, più se ne va?” “Il mulino
macina le sue proprie pietre”.
Un esercizio d’iperletteratura, al termine del quale, dopo le
quasi cento pagine, non avete letto niente. Cioè, non avete incamerato niente. Del resto Fred non chiede niente, tre euro in francese, due caffè a Milano - in
Italia costa quattro volte tanto ma non è colpa sua (l’originale ha anche un
titolo diverso, “Piccolo trattato di tutte verità sull’esistenza”, garantite
cioè).
Fred Vargas, Piccolo
trattato sulle verità dell’esistenza, Einaudi, pp. 116 € 12
domenica 26 maggio 2013
Contro la morte, niente
Nella vita severa del nobile fondatore
della trappa, con un passato da libertino, Armand Jean Le Bouthillier de Racé,
1626-1700, morto all’abbazia della Trappe, da lui ordinata severamente, molte
proiezioni personali di Chateaubriand. Un’agiografia dolente. Più autobiografica
delle “Memorie d’oltretomba”: qui lo scrittore è davanti alla tomba. Un passaggio che accelera, poiché rifiuta la
vecchiaia, ma non accetta.
François-René de Chateaubriand, Vita di Rancé
Secondi pensieri - 142
zeulig
Autentico – L’autentico non
si cerca nella sofferenza – sono ladro per esser povero, etc. – ma
nell’invenzione. Di una poesia che è finzione che si accetta. E allora tanto
più vera: dice, attrae, innova.
Si connota nel senso di veritiero, reale,
rispondente alla vera “realtà”.
È
concetto tedesco, per questo indefinito. È inautentico, che all’epoca era anche
il disusato filisteo, molto del moderno fra gli scrittori poi detti della
Mitteleuropa, o della fine del regno, da Hofmannstahl a Musil.
Adorno,
che molto ne scrisse, lo fa sinonimo di artificioso, l’essere dell’arte – lui che
i cultori chiamano l’ “esteta incorreggibile”: un gergo, “il gergo
dell’autentico”. In musica, nelle arti visive. In alternativa all’inautentico
che era il capitalismo – parliamo del 1950.
Autentica
in letteratura è in realtà l’invenzione. Allo sbando (libera) ma non contro
natura o contro tendenza. E non necessariamente artificiosa. Non lo è anzi in
senso proprio, quando è slegata dalla “giustificazione” – oggi dal dolore, la
sofferenza, la povertà, lo sfruttamento, specie nel mondo che meno ne soffre. Da
ultimo nel neo realismo, che non è morto, e anzi dilaga, ma forte dal
romanticismo “maledetto”, dal maledettismo. Anzi dal primo romanticismo, di
Brentano, non a caso finito bigotto, e Arnim. Quando la fantasia si riconosce
per essere voluta, artificiosa.
In
tedesco è eigentlich. Che è anche
“precisamente”, “realmente”, “appropriatamente”, “specificamente”, “in
definitiva”, “in fondo”, “in pratica”. Un intercalare, proprio perché indefinito. Derivato da eigen, proprio a, con costruzione quasi siciliana, “uguale allo
zio”, eigen più dativo. Da cui Eigentum, la proprietà,
anche intellettuale, titolarità. Non invece nel senso di pulito, o di ciò che è
specifico, speciale. Che è l’autentico italiano.
È un residuo dell’esistenzialismo, che ne
ha fatto il proprio dell’uomo, il suo fattore (valore) distintivo. Ma con un senso specifico in Heidegger,
la sua Sorge, la cura. L’autenticità, dice Heidegger, il prendersi
cura, è simulazione: reticenza e finzione. Su questo il filosofo del
chiaroscuro e del celarsi è esplicito: “Non bisogna farsi ingannare, a causa
della valenza etica negativa della menzogna, sul senso del tutto positivo che
essa ha nella strutturazione di determinati rapporti concreti”.
Meno
problematico (più onesto?) in Jaspers, “Psicologia delle visioni del mondo”,
1918, ma allora come mnemotecnica: “L’autentico
è ciò che è più profondo in contrapposizione a ciò che è più superficiale”,
quello che è “in fondo” alla psiche rispetto a quello che in pelle. Mai puro
peraltro, sempre mescolato all’inautentico. Come non detto.
Poligamia – La filosofia se ne disinteressa, come
dell’istinto volage in genere, dell’incostanza – la tirannia della naturale insocievolezza
(ma naturale non è, per l’uomo, la compassione?). Schopenhauer, che dell’amore
scrisse la metafisica, la usa in forma di poliandria. Volendo ravvivare la
natura, che ripetitiva genera tanti uomini quante sono le donne, ideò il
sistema variabile a scalare della donna in uso a due uomini, da surrogare via
via con una più giovane.
Proposta
migliore se ne potrebbe ricavare dai cavalli semibradi, tra i quali la poligamia
è diffusa ma non la comunione delle giumente: lo stallone, rinchiuso quando la
forza monta con una dozzina di femmine coetanee e poi da esse separato, sa
ritrovarle alla nuova stagione degli ardori, le infedeltà equine sono rare.
Questa sfuggì a Schopenhauer – ma è pure vero che soddisfare una dozzina di
fedeltà non è impresa lieve.
Preghiera – “La preghiera fa i miracoli”, ama dire il
papa Francesco. O non il miracolo è la preghiera, che è una forza di auto
convincimento? Come, nei riti collettivi, il peptalk, l’inno di battaglia.
L’invocazione di Dio o dei santi come una forza di autosuggestione. “Tu non
puoi supplicare Dio con le preghiere” è verso di Jim Morrison, quello dei
Doors, un cantautore dunque, sregolato (morrà di eroina): ottima teologia.
Si prega
in ginocchio ma più spesso in cammino. Sul marciapiedi. A Roma è frequente fra
tante edicole di devozione, in particolare tre o quattro della Madonna del
Divino Amore, quella della “Dolce Vita”. Una devozione dopo cinquant’anni, se
possibile, moltiplicata. Le pareti tappezzate di ex voto nel santuario non si
contano. E si estende, invece di collassare, l’uso delle famiglie estese. Ricche
di prozii e biscugini, di padre e di madre, di fare il Primo Maggio al
santuario, sulle panchine e sui prati. Si prega anche in gita.
Sette – È un numero primo, come il tre, ma non è
questo che fa la sua fortuna – pure il cinque lo è, mentre non lo è il quattro,
che è invece altrettanto pesante nella numerologia.
Si vuole
introdotto nella classicità da Pitagora, con la dottrina dei sette pianeti, che
non era in uso presso i greci bensì presso i fenici che si erano insediati in
Grecia. Nietzsche, “Il servizio divino dei greci”, pp. 29-31, ha moltissimi
esempi di “adozione” del sette a un certo punto della storia greca. La
questione storica è quindi chiara - il paradigma della storia greca è da alcuni
decenni sottoposto a radicale revisione, dopo Arnaldo Momigliano
cinquant’anni fa (ma già il fantasioso Bérard aveva le idee chiare, il suo “Les
Phéniciens et l’Odyssée” è del 1903): non più il caso isolato e la fortunata
eccezione, ma l’esito fertile di un connubio composito.
Di sette
è piena in effetti la Bibbia. Ma non al modo come vogliono i commenti vaticani,
che “il sette nelle Scritture indica un numero grande, e moltiplicato indica un
numero indefinito”. Sarà “la semitica totalità” di Ceronetti. Ma c’è anche nel
paganesimo. E nel cristianesimo: i sette diavoli di Maddalena, le sette parole
di Cristo in croce - oggetto di appassionata trattazione di san Roberto Bellarmino,
quello che invece a Galileo contestava la scienza. Sette anche i gradini della
scala di sant’Agostino per valutare la capacità di comprensione dell’anima.
Tutto è
sette nell’“Apocalisse” (Sigilli, Angeli, Trombe, Segni, Lampade, Chiese, Coppe
versate), opera di san Giovanni di Patmos patrono della massoneria – che il pio
Renan definì “libello radicale contro l’impero romano”, e l’erotologo inglese
D.H.Lawrence, figlio di minatore, “un’orgia di mistificazione al lavoro da quasi
duemila anni” per minare l’aristocrazia del Cristo, o il carattere individuale
della salvezza, mediante la sobillazione delle masse (è “metafora del crollo
del capitalismo” per H.M. Enzensberger).
zeulig@antiit.eu
Iscriviti a:
Post (Atom)
