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venerdì 5 dicembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (228)

Giuseppe Leuzzi

In Calabria, dove il voto è clientelare, per il presidente della Regione, che controlla la Sanità e una spesa miliardaria, si muove solo il 44 per cento degli aventi diritto. Si può consideralo un buon segno,: solo quattro calabresi su cento coltivano il posto.

Il cacciatore che ha ritrovato il corpo del bambino ucciso nella campagna di Ragusa viene esposto dai giudici e dagli inquirenti come l’assassino. Si fa sapere che è stato interrogato “per tutta la giornata”, che “la sua auto è stata sequestrata”, etc. Perché i giudici e la polizia colpevolizzano sempre  i testimoni al Sud? Per poter dire poi che c’è omertà e che nessuno parla?

Fu un dossier “Mafia & Affari”, afferma il generale le Mori, a procurargli dal 1991 l’odio inesausto della Procura di Palermo. Il Procuratore Capo era allora Pietro Giammanco, che aveva vinto la gara per il vertice della Procura contro Falcone, forte dell’appoggio di Mario D’Acquisto, presidente della Regione Sicilia nel nome di Andreotti. Dov’è la mafia?

Testimone unico dell’accusa al processo Stato-mafia è Angelo Siino. Un mafioso.

Milano
È guerrafondaia. Il “Corriere della sera” s’è inventata l’Ucraina nella Nato, e il segretario della Nato che minaccia la guerra alla Russia per l’Ucraina.

L’Inter è di Thohir – pare – che è un indonesiano. Ma il cuore è senz’altro milanese: Thohir non ha fatto nient’altro che licenziare un allenatore, Mazzarri, per prenderne un altro, Mancini, che era stato licenziato prima. In linea col principio: la colpa è sempre degli altri.

Massimo Moratti, eponimo di milanesità e interismo, ha licenziato in quindici anni diciannove allenatori. Tra essi Lippi, uno che vince dappertutto. Alcuni li ha licenziati dopo che avevano vinto: Simoni, Zaccheroni, Mancini, Benitez, Leonardo. Alcuni li ha riassunti, per un totale di ventuno cambi di allenatore.

Moratti ha licenziato anche i suoi migliori assistenti, da Valentino Mazzola a Oriali.

Piove e alcuni quartieri di Milano come sempre si allagano. Il problema? “L’Italia è fragile”.

La città che consuma più cocaina pro capire in Europa, e probabilmente al mondo, non manda dentro un solo trafficante di droga. I mafiosi la Procura Antimafia insegue fuori Milano, per piccoli traffici, d’influenze, appalti minimi, usura, estorsione. Con cui i giornali si colmano e la città. Che non sono creduloni.

A un certo punto, nel Seicento, san Sebastiano fu sostituito da san Carlo Borromeo quale protettore contro la peste. E la peste in effetti è quasi scomparsa. Che potenza!

C.Alvaro, “Itinerario italiano”, p. 241: “L’Opera è padana, come è padano il romanticismo, e il futurismo”. E il fascismo – ma allora, 1933, non si poteva dire. Id., 243: “Sotto una vita semplicissima, c’è un potere di infatuazione per tutto quanto è assoluto”, s’impone o viene imposto.
Ma Alvaro, calabrese, non era settario: “C’è uno spirito italiano proprio della pianura”, aveva premesso: “Facile ad accendersi, curioso di tutte le novità, e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia”. Di costruire, mattone su mattone – “anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione: ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola”. Grandiloquente: “Fino a Milano, l’aggettivo grande è il più significativo: grandi palazzi, gran di torri, grandi f rutta, grandi coltivazioni”.

Ne avrà trovato Alvaro, per primo e nell’essenza, la natura? Nella stessa raccolta scrive, p. 273 segg.: “Si parla di Milano in Italia in vari modi, ma una cosa è certa”: che “più che un’immagine”, un’architettura, un pittogramma, è “un modo d’essere, un costume”, di una comunità cresciuta per concrezioni e adattamenti, duttile e costante. “Una città industriale suppone un’espansione nazionale e mondiale; una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità d consumo dei suoi stessi abitanti”. Una società mobile, attaccata “alle mode delle merci di maggior consumo, ai bisogni di una giornata e di una stagione”. Ma “questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali altissimi”.
È difficile riconoscerla venendo dalla “città nostre dell’Italia centrale”. Ma “a scendervi da Berlino” sì, immediatamente, e cioè “da città commerciali moderne: si scorgono i caratteri, si riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano con una viva impressione delle differenze, pur ponendo questa città fra quelle della media Europa”.
E “le differenze” sono una: “Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paiono fuggite alle società moderne, e son la semplicità, la naturalezza, la credulità, la fedeltà”. Che attraggono e accolgono: “Migliaia di persone d’ogni parte d’Italia, dalla Sicilia al Veneto, ne costituiscono ormai il fondo”. Avendovi acquisito “le stesse doti di entusiasmo, di piacere di vivere e di agire, e quella, invidiabilissima, di costituire il pubblico più attento, più curioso, più disposto ad ammirare e fare da spettatore”.

La voglia di Lega mantiene intatta, da un quarto di secolo, costante nell’incostanza. Tra infiammazioni per Berlusconi, lunghe, e per Monti e Renzi, brevi e brevissime. Appena può, smaltite in fetta la corruzione e le ridicolaggini di Bossi e la sua famiglia, si è riappesa alla Lega, ora di Salvini ma sempre di Bossi.

leuzzi@antiit.eu 

Allegro con Hitler

Inquietante. Non “gelido” come lo voleva Magris – “gelido catasto dei giorni deserti e dell’assurdità delle cose” – né desertico, e non un “diario dell’effimero e della vanità”. O forse sì, vanitoso Hamsun lo è sempre stato, e di più naturalmente invecchiando, ma non assurdo: è come era sempre stato, ha ragione lui. Anche in questa memoria, scritta tra il 1945 e il 1948, quindi tra gli 86 e gli 88 anni, del confino in un ospedale in disuso, in una casa per anziani, in una clinica psichiatrica, e poi di nuovo nella casa di riposo, in attesa di un processo per collaborazionismo e apologia del nazismo che non si sa o non si vuole fare e si rinvia di tre mesi in tre mesi – alla fine si farà, e per tutta pena dell’accusa di tradimento Hamsun avrà un’ammenda, anche se salata. Una prosa più che altro esilarata. E esilarante, c’è poco da dire – l’editore spende Hemingway nella fascetta, “Knut Hamsun mi ha insegnato a scrivere”, e non fa un abuso: un po' tutti nel Novecento hanno appreso da lui a raccontare dialogando.
Hamsun non si era macchiato di nessuna colpa specifica durante l’occupazione tedesca della Norvegia. Ma si voleva un tedesco di provincia, e la Norvegia vedeva un distaccamento nordico della Germania. Inoltre amava Hitler, credeva in lui. Aveva approvato l’invasione. E sapeva della persecuzione degli oppositori, carcere, torture, esecuzioni, benché non ne denunciasse nessuno. Non sapeva dello sterminio degli ebrei, dice, ma era possibile non saperlo.
L’autodifesa di Hamsun, quando infine la cosa fu dibattuta in tribunale, fu semplice, così come qui la racconta con la trascrizione che ne fu fatta tra gli atti: “Non ho fatto parte di Nasjonal Sambling”, il partito filonazista. Ma: “Io ci credevo”. A che cosa? “Eravamo stati allettati dalla prospettiva che la Norvegia avrebbe occupato una posizione elevata, predominante nella società mondiale pangermanica che si stava preparando e nella quale tutti credevamo, in misura diversa, ma ci credevamo tutti”. Che retrospettivamente è folle, ma così era – la cosa non si contesta, semplicemente non se ne parla. E più “nella neutrale Svezia”, Hamsun aggiunge che gli veniva fatto notare regolarmente da “certi tedeschi relativamente altolocati”. Poteva emigrare, Hamsun insiste, non se la sarebbe passata male, ma ha voluto servire la patria, “usando la mia penna per la Norvegia, che avrebbe occupato una posizione di primo piano tra le nazioni germaniche. Fin dall’inizio mi sentii attratto da quel pensiero. Di più, esso mi entusiasmava: ne ero posseduto”. E non è finita: “Coloro che oggi godono della mia umiliazione, poiché hanno vinto, hanno vinto esteriormente, in superficie”.
Hamsun credette a Hitler anche dopo morto. Il 7 maggio 1945 volle rendergli pubblico omaggio con un ditirambo, che inizia con un “non sono degno di parlare solennemente di Adolf Hitler”: “Era un guerriero, un pioniere dell’umanità e un apostolo del vangelo del diritto di tutte le nazioni. Era una figura di riformatore di altissimo rango”. Qui riduce a macchiette i suoi giudici, e quelli che incontrandolo si voltano dall’altra parte. Un rivolgimento non da poco: giudice dei suoi giudici, di cui mette senza remissione in berlina l’ipocrisia. Cabarettistici i tentativi di usare contro di lui la moglie, la “seconda” moglie, che per questo tennero a lungo chiusa in prigione. Con una giustificazione non da poco: “Silvio Pellico, rinchiuso in un carcere austriaco, scriveva del piccolo topo che aveva addomesticato. Il suo topo adottivo. Anch’io scrivo qualcosa del genere”. E si scopre un gallo giovane, che non sa di essere gallo in mezzo alle galline, e quando comincia a capirlo “una mano lo afferrò e nel buio lo portò”. Avendo lamentato: “Ero una persona sana e mi hanno ridotto come gelatina”. A sé unicamente rimproverando la pubblicazione di un libro di poesie, un cedimento alla vanagloria. Sfacciato, ma simpatico. Forse perché veritiero - la verità è che la guerra di Hitler fu bella per molti.
A lungo questo Hamsun è stato rimosso. Non i romanzi per i quali è famoso, “Fame”, “Pan”, “Misteri” e altri, ma questa sua memoria veridica. Tradotta praticamente alla macchia da Ciarrapico, senza data - ma era il 1962. Col titolo "Io traditore". In una collana, “I classici della controinformazione”, che sarà successivamente diretta da Marcello Veneziani, che pubblicava i “maledetti” dell’estrema destra. Sulla stessa materia il commediografo tedesco Manfred Horst ha basato il dramma “Era glaciale”, nel 1973. “Lacerato dall’acre sapore della sconfitta e tanto più trascinato dalla logica sociale quanto più s’illudeva di esserne libero, Hamsun si volge, nel suo ultimo libro, al nichilismo autodistruttivo dell’uomo ferito che solo sa reagire, esasperando le proprie posizioni  - sulle quali viene spinto a forza dal processo storico – per gratuito amore della provocazione e degradandosi per dimostrare il suo disprezzo. Anche a Hamsun, come aveva scritto lui stesso in un altro romanzo, la vecchiezza non aveva portato la maturità, bensì soltanto e nient’altro che la vecchiezza”. Magris vuole così Hamsun in questo finto diario - in un saggio peraltro pieno di intuizioni: un rimbambito che non sa quello che fa. Ma a leggerlo non si direbbe. Si voleva anzi assolto. Quando la Cassazione confermò la condanna, pur dimezzando la pena (una multa pecuniaria), decise per protesta di non scrivere: “San Giovanni 1948”, sono le ultime parole: “Oggi la Corte di Cassazione ha emesso la sua sentenza, e io non scriverò più”. Morirà tre anni e mezzo dopo.

Knut Hamsun, Per i sentieri dove cresce l’erba, Fazi, pp. 165 € 16

Il contenimento della Russia

Le sanzioni contro Putin si radicano negli eventi di vent’anni fa, quali allora si potevano registrare – cinque anni dopo ci sarà la guerra alla Serbia, con la creazione dal nulla di un Kossovo indipendente
“Questa settimana ha cambiato tutto in Jugoslavia: è nata la Grande Serbia.  Dopo ottant’anni esatti da Sarajevo. E cambia tutto l’assetto europeo:
- la Russia si rincuora con questa grande vicina, la cui causa fa l’unanimità nel suo popolo,
- la Russia non ha più bisogno di Washington e di Bruxelles, né della benevolenza Nato, ma può di nuovo ambire da potenza a quello che non ha avuto: pari dignità,
- la Serbia è un paese militante, cioè efficiente, al contrario della vecchia Urss, che era una comunità eminentemente civile, e i golpe miserevoli dei suoi generali e marescialli lo hanno dimostrato: potrebbe essere anche un esempio di efficienza per la Russia, sia per la società civile, che si sta disintegrando, sia per i militari sbandati,
- l’area intermedia dell’Europa orientale avrà un altro polo di attrazione, che potrebbe influire su Macedoni, Bulgari, Ucraini,
- la Germania, anche se la governa il super-europeista Kohl, dovrà tenerne conto: prima o poi finirà la politica cui Adenauer ci aveva abituati per quasi quarant’anni, di una Germania dentro l’Europa e l’Occidente, e tornerà il vecchio gioco di bascula tra Occidente e Oriente,
- che ne sarà dell’Unione Europea?
- e della Nato? Gli slavi saranno abbastanza flessibili (furbi) da tentare ora un appeasement?”

Le mani sporche

Vent’anni fa, dopo il golpe di Borrelli e Scalfaro, col “Corriere della sera”, contro il governo eletto (“il Monaco” è da intendersi il presidente Scalfaro):
“L’appello di Mario Baldassarri, con corteggio di Modigliani, Prodi, Sylos Labini e altri luminari della scienza triste, tutti galantuomini, per salvare la finanziaria dopo due mesi di scioperi, manifestazioni e violente proteste che gli stessi gravemente avallavano, è di una disonestà intellettuale che se non fosse vera sarebbe incredibile.
“È anche vero che il fronte anti-Berlusconi tace da dieci giorni. Le indiscrezioni infamanti sono durate solo tre giorni. Ha bloccato tutto l’altolà del Vaticano e dell’“Avvenire” - del cardinale Ruini capo dei vescovi? Il primo giorno dopo l’annuncio dell’avviso di reato si dice che Berlusconi è accusato da quindici pentiti. Il secondo giorno che è accusato dal fratello Paolo e dal contabile Sciascia. Il terzo giorno Berlusconi ha il conto segreto in Svizzera (uno solo?). Non si dice, si fa scrivere, è il solito canovaccio della disinformazione: c’è sempre in ogni redazione un giornalista dei servizi.
“Il taglio delle pensioni è necessario, in un modo o nell’altro (età, rendimenti, cumulo), e prima si fa meno sarà duro da digerire. Si fosse fatto con la finanziaria 1986, con la proposta De Michelis di una previdenza solida – e un’assistenza solida! – non avremmo tanti lutti. Converrebbe anche – sarebbe convenuto? – che lo facesse un governo di centro-destra, al quale sarebbe politicamente e costituzionalmente agevole strappare garanzie, a salvaguardia dei diritti minimi. Ma gli ex Pci, con i sinistri ex Dc, sono sempre quelli del tanto peggio tanto meglio. Che sempre gabellano per la rivoluzione. Ora contro Berlusconi, perché no. E il peggio di tutto è che ci credono.
“Si sarà fatto uno sciopero politico a nessun fine perché in realtà non c’è altra ricetta salva pensioni. Si farà fra dieci-quindici anni quello che si poteva fare oggi. A un costo non indifferente: il debito sarà cresciuto di un altro milione di miliardi.
“Borrelli e Paolo Mieli hanno affossato il governo per dare tutto il potere al Monaco. Che ha già stroncato la la finanza pubblica e l’economia: il debito è cresciuto fra settembre e novembre di 25-30 mila miliardi. Fra dieci anni, anzi fra tre, l’Italia sarà fuori dal circolo virtuoso dell’economia: si trascinerà nella crisi e anzi nella depressione. Adesso siamo nel boom perché viene tollerata la svalutazione della lira. Ma non si può pensare che un’economia di tipo sudamericano, con svalutazioni competitive a catena e senza una politica del debito pubblico venga tollerata indefinitamente dall’Unione Europea. E non soffochi, con gli alti tassi d’interesse e l’alto costo delle materie prime, l’industria “buona”, quella che investe, migliora la produttività, sa vendere, crea il futuro.
“La storia di questi due anni di virtù legale sarà stata infernale: la giustizia appropriata dai lestofanti”.

Un presidente di prima di Scalfaro

Non sarà necessariamente donna, ma sarà un presidente notaio. E non sarà un ex Pci o laico di sinistra, ma dell’area di centro se non confessionale, per l’alternanza prevista dalla cosiddetta Costituzione materiale.
Renzi non ne ha ancora sottomano uno che vada bene a tutti, ma vuole riportare con l’elezione del successore di Napolitano la presidenza della Repubblica al ruolo costituzionale che aveva prima di Scalfaro. Sul quale condivide il giudizio negativo del presidente dimissionario.
Un ruolo costituzionale, cioè di rappresentanza. Con i poteri legali formali previsti dalla Costituzione, e col ruolo politico limitato alla persuasione morale. Possibilmente di esperienza o rilievo internazionale. Non sarà un ritorno agevole – Renzi ne è convinto – di fronte ai poteri acquisiti in questi venti anni dalle istituzioni non elettive: magistratura e burocrazie, civili e militari. Ma è su questa base che pensa alle “larghe intese”, per superare presto e senza intoppi lo scoglio e riprendere la navigazione politica, sulle “cose da fare”.  
Renzi non è il solo, con Napolitano, ad auspicare una presidenza nell’alveo della Costituzione. L’esperienza di Scalfaro raccoglie ora giudizi prevalentemente negativi presso gli stessi costituzionalisti. A lui anzi si fa risalire  la responsabilità maggiore delle disgrazie dell’Italia. Per aver scavalcato lo spirito e la lettera della Costituzione, sciogliendo le Camere a piacimento. E aver aperto le dighe all’improntitudine delle Procure e alla giustizia politicizzata.
La memoria di Scalfaro non è buona anche perché risalgono ai suoi anni, e in qualche modo alla sua azione, inibitiva o decisiva, le disgrazie dell’Italia. Scalfaro  presiedette all’attacco alla lira e alla più colossale opera di disgregazione dell’economia, con 1,7 milioni di licenziamenti tra il 1993 e il 1994,  con la delocalizzazione selvaggia e il blocco degli investimenti. Dissolse i Parlamenti per suoi disegni politici. Impedì la riforma delle pensioni nel 1994, quella che poi Monti e Fornero dovranno fare 18 anni dopo, a un costo estremamente oneroso per la finanza pubblica. 

Fisco, appalti, abusi (62)

La lite continua del sindaco di Roma Marino con  i partiti, compreso il suo Pd, si può leggere anche come una lotta tra il chiaro e l’oscuro, tra il bene e il male. Alla luce del’inchiesta sulla mafia degli affari, e anche al di sotto di essa:

La gestione puramente fiduciaria della spesa assistenziale del Comune: per senzatetto,  immigrati, portatori di handicap, drogati.

Il mercato dei permessi al personale, dei comandi, degli incarichi ad personam, fuori dai ruoli, le anzianità, le competenze.

Le assunzioni a pagamento, specie nelle aziende comunali: fino a 15 mila euro per un posto di spazzino, fino a 25 mila per un posto di autista Atac.

I software comprati a prezzi dieci e venti volte superiori a quelli di un  normale negozio. Per favorire uno o più fornitori legati a questo o quel partito o politico locale.

I Vigili Urbani nella loro gestione fiduciaria del territorio. Multe stradali, comminate e levate, contravvenzioni, concessioni: tutto materia negoziabile, nel quadro della malversazione e la corruttela, quella ordinaria.


Marino ha concordato col ministero dell’Economia un piano triennale di rientro del debito, pari a 408 milioni. Debiti quindi accesi senza necessità.

Fa gli esami a Marino il prefetto. Che aveva a disposizione Carabin ieri, Polizia, Guardia di Finanza, e doveva sapere molto più del sindaco. Ma non ha denunciato nulla e nessuno..

giovedì 4 dicembre 2014

La Repubblica in pericolo causa Sgarbi

L’appello contro Sgarbi dei 120 di Bologna non è un novità, quell’uomo è un pericolo costante, come tale registrato già vent’anni fa, giorno più giorno meno:
“Giancarlo Caselli va dall’estetista prima di venire in televisione. Fa bene, è opportuno distendere i nervi.
“Ma poi viene, e solennemente, leggendo, dice che la Repubblica è in pericolo a causa di Sgarbi.
“Ma che mafia ha conosciuto questo cotonatissimo giudice? Che pure è stato dai salesiani: non gli hanno insegnato nulla?”

Lo spread di Scalfaro vent’anni fa

Lo spread inflitto all’Italia nel 2011 aveva avuto un precedente vent’anni fa di questi giorni, autoinfilitto dal presidente della Repubblica Scalfaro (“il Monaco”) in odio al governo, anche allora di Berlusconi:
“Ma quanto ci costa, questa crisi annunciata via “Corriere della sera”, quante diecine di migliaia di miliardi? In aggiunta a quelli che il Monaco ci ha già costretti a pagare prima delle elezioni con le sue esternazioni, e con quelle dell’inviolabile Violante, con le perquisizioni a valanga della sua protetta Principato, provocando la più colossale fuga di capitali della storia? Il conto è semplice e si può fare in molti modi: quanto paga lo Stato, quanto paga la lira, e chi opera sulla stabilità della lira, quanto i consumatori attraverso il rincaro di benzina, caffè, carta e altre materie prime.
“Prendiamo quanto costa allo Stato. Il differenziale con i tassi d’interesse tedeschi, sui titoli di Stato e sui tassi creditori, è stato portato a quattro punti (oggi si direbbe a 400 punti base, n.d.r.). Quattro punti in più sullo stock del debito a termine breve-medio del debito pubblico fanno 70 mila miliardi. Consideriamo pure che due punti siano – ma non lo sono – un differenziale ”normale” tra liretta e supermarco, restano due punti: cioè 35 mila miliardi di interessi.
“È incapacità? No, l’affossamento della finanziaria ha padri nobili fra gli economisti: Andreatta, Prodi, Spaventa, Sylos Labini e molti altri”.  

Sade innamorato

A luglio del 1772 Anne-Prospère s’impegna a fondo, con la sorella maggiore Renée-Pélagie,  moglie di Sade, per salvarlo nel processo per avvelenamento da cantaride di alcune prostitute. Il 3 settembre Sade è condannato a morte col servo Latour, alla decapitazione rispettivamente e all’impiccagione. Ma è già partito per Venezia, con Latour e la cognata. Che firma l’impegno di cui al titolo. Ma subito dopo fuggirà da Venezia senza nemmeno portare con sé il bagaglio, sconvolta dai facili tradimenti del marchese con dame del luogo.
Un amore implausibile. Anne-Prospère non era bella né di spirito. La sua attrattiva fu forse la gioventù, se aveva diciotto anni quando “andò incontro” al cognato, che ne aveva ventinove. Ma forse anche lei ne aveva sei di più, o otto. Seppure ancora vergine. Maurice Lever, il suo scopritore negli archivi sparpagliati dei tanti rami discendenti dal marchese, la vuole la “preda vergine”. Ma nemmeno questo sembra sia avvenuto, a leggere bene le lettere.
La Bnf, la biblioteca nazionale di Francia, repertoria Anne-Prospère seccamente: “Spesso presentata come canonichessa (e talvolta come canonichessa benedettina, che non ha senso), ma la sua carriera ecclesiastica sembra ridursi a dei progetti, acquisire una prebenda al capitolo secolare Saint-Denis d’Alix (Rhöne) o, più tardi, entrare in un monsstero benedettino in Auvergne”. Di identità incerta, con tre nomi, Annee-Prospère o Jeanne-Prospère, e Cordier de Launay o Montreuil de Launay. E data di nascita incerta: 27 dicembre 1751 secondo i registri di famiglia, 1743 o 1745 per altre fonti – la famiglia avendo interesse a ringiovanirla in vista di un matrimonio. Insomma, una larva. Della storia peraltro non c’è traccia, nei rapporti epistolari intensi tra Sade e la moglie. Però c’è stata: Anne-Prospère infiammò il marchese. Come ogni preda al momento della foja, s’immagina.
È sempre più Sade festival. Iin prossimità del bicentenario della morte, il 2 dicembre, ma già da tempo. E non per il sadismo ma per “chiara fama”, per sfruttarne il nome come un brand. A Lacoste, il suo ex feudo, Pierre Cardin organizza festival Sade perenne da una quindicina d’anni, di opera, danza, teatro, canto, con Puccini, Tchaikovskij, Nathalie Dessay, “Amleto”, “Moi Colette”,  “Ça swing chex Maxim’s”, e naturalmente Sade con Casanova, “Gli amanti del secolo dell’Illuminismo”, spettacolo musicale. Questa estate si sono fatte in suo nome feste di beneficenza a favore dei bambini con handicap. E si tirano fuori sorprese. Magari già edite e passate inosservate, perché anonimi, o perché nessuno lie ha lette.
Il personaggio è romanzesco, e dunque alettante per i biografi. Ma gli appigli non mancano, ben reali: condanne, carcerazioni, lettere. Anche, come queste, d’amore. Beffardo sempre, anche con se stesso. Tanto biografismo, però, sempre meno dilettantesco, lo sta facendo uscire dalla leggenda nera: vittima di una vendetta familiare tanto quanto colpevole di abusi su prostitute, peraltro tardivamente pentite, è dopo tutto ciò che diventa teorico sfrenato del male inevitabile – e dunque da redimere, perché no.
Je jure au marquis de Sade, mon amant, de n’être jamais qu’à lui…, Le Livre de Poche, pp. 127 € 5

mercoledì 3 dicembre 2014

Meglio a quattro zampe

Il negozio di abbigliamento per bambini ha chiuso tre anni fa. Al suo posto G.E. ha aperto un negozio per animali domestici, molta alimentazione, molto diversificata e sofisticata, e giocattoli, abbigliamento, gadget. Questo commercio, in un angolo della via Poerio che aveva cambiato più volte esercizio, è andato bene. G. ha anche allargato le vetrine, e ha  abbellito gli ingressi con piante. Il negozio di giocattoli della piazza Rosolino Pilo, la piazzetta del quartiere, che aveva sostituito quello dell’adiacente via Mario chiuso quattro anni fa,  ha chiuso questa estate. Un negozio per animali domestici lo sostituisce, anch’esso con buon avviamento.
Anche su “Striscia la notizia”, i cani hanno sostituito le veline.

Il mondo com'è (197)

astolfo

Aggiornamento – È  la forma cattolica, vaticana, del defunto revisionismo storico marx-leninista.
Più spesso acritico, anzi incantato e disarmato, è peraltro una  forma di asservimento: l’atteggiamento dell’ecclesiastico che si aggiorna è confinante col penitente.

Invasioni – Vanno da Nord a Sud, da Est a Ovest. Da sempre e fino al West. Non per un disegno “cardinale” della storia, ma perché si va dal meno al più. Ciò contraddice l’antropologia del nomadismo, se si creano dei punti fermi, a Ovest, a Sud,  “superiori” agli eterni migranti – più ricchi, più intelligenti e colti, più sociali. Contraddice anche lo spirito del nomadismo, che si vuole indomabile, a pena devitalizzazione se stanzializzato. Ma è un fatto: nelle invasioni è il fattore forza che prevale, e si esercita per impadronirsi di qualcosa che sente ed è un di più. .   
Si dice l’Italia terra di tutte le invasioni, e di una storia interminabile di invasioni, dall’impero romano fino al 1945, per la divisione e la debolezza degli italiani. E certamente è vero che gli italiani non pensarono mai di invadere l’Austria, il Ticino o la Savoia.  Quando ci provarono, con le repubbliche marinare, anche questa puntarono a Sud, in Dalmazia, in Grecia, a Creta, a Cipro, sul Bosforo. Un affare, in questo caso, di colonialismo, poiché l’Italia vi portava un di più, di ricchezza (integrazione in un mercato ricco) e di cultura.

Islam – Il generale Haftar, che in Libia cerca di opporsi alla jihad, all’islam violento al governo in molte zone, si chiede: ma come mai gli Stati Uniti, l’Occidente, ci impongono i Fratelli mussulmani? Ce li impongono anche a noi, arabi, islamici. La risposta è palese: perché gli Usa hanno abbandonato il bonapartismo e puntano, da un ventennio a questa parte, sul partito di massa confessionale. Un po’ come avevano fatto nel dopoguerra, e gli era riuscito bene, in Italia, col partito confessionale democristiano. Con esiti assurdi, perché le due confessioni non sono in nessun modo analoghe. Soprattutto si differenziano per il centro religioso ispiratore, che in Italia era unico: gli islamici non hanno nulla di analogo, un centro unico e una gerarchia bene o male unica. Anzi, tendenzialmente si dividono, sul principio del settarismo. È l’esito di una malintesa dottrina clintoniana dei diritti civili. O, sempre a partire da Clinton, di un asse politico-economico tra Usa e potentati della penisola arabica basato sul caro-petrolio e l’islamizzazione dei governi. Che doveva essere moderata, ma nell’islam non è detto.
Clinton ha rivoluzionato il rapporto degli Usa col Medio Oriente, che si era basato dall’inizio, dal 1956, per oltre un trentennio, sul bonapartismo, la gestione militare della cosa civile, in una specie di socialismo di Stato. Così si era ribattezzato il nasserismo, grazie al quale gli Usa si erano impiantati nel Mediterraneo con la guerra di Suez nel 1956, a protezione dell’Egitto del colonnello Nasser contro la Gran Bretagna e la Francia. Col patrocinio del modello bonapartista nasseriano si erano poi rapidamente imposti in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, a spese della Gran Bretagna sempre e della Francia, delle loro zone di influenza ex coloniali: in Irak (Gran Bretagna), in Siria (Francia), in Tunisia e Algeria (Francia) e infine in Libia (Gran Bretagna). In Irak e in Siria al coperto di un partito socialisteggiante, Baas, di cui i militari si prendevano la leadership.

Se non è massoneria – se la scelta Usa non è di grandi Logge. Il dubbio viene in Turchia, un altro paese dove il modello bonapartista – autoctono questo, impiantato da Kemal Ataturk trent’anni prima di Nasser – è stato all’improvviso abbandonato a favore dell’islam moderato. Che però subito è evoluto anch’esso in senso radicale, senza nessuna opposizione da parte della vecchia classe dirigente laica, militare e civile. Compreso il suo leader Erdogan, un moderato politico sicuro non credente che è finito a patrocinare l’islam conservatore, fino a ergersi a protettore dei Fratelli Mussulmani nel mondo arabo. Lo stesso che il papa argentino si è precipitato a visitare, dopo aver omaggiato Scalfari e Odifreddi.

È la terza forza della globalizzazione. Ma arcigna e vendicativa, invece che conquistatrice. La sfida è anche non credibile: tra la superiorità tecnica dell’Occidente, e quella commerciale, manifatturiera, e ora pure finanziaria, dell’Asia, l’unico punto di appoggio dell’Islam resta la religione. Per di più intesa in senso sovversivo, quale nemica del mondo. Con effetto inevitabilmente  boomerang sul mondo islamico e la religione stessa.
Per un malinteso senso democratico e delle pari opportunità, il radicalismo si consente che sia di massa in Francia e in Gran Bretagna. E sul presupposto che non sia terrorista ma una manifestazone d’opinione. Forse non è terrorista perché è militare, se i volontari dell’Isis sono tra 1.500 e 4 mila in Francia e “qualche migliaio” in Gran Bretagna. Ma senza nessun rispetto delle regole d’ingaggio, anzi con tecniche e condotte banditesche.
Le risposte democratiche sono inadeguate, sia di polizia che politiche e sociali. Si vede in Turchia, il rovesciamento intervenuto in pochi anni, di un paese laico nell’oltranzismo. Con straordinario parallelismo con l’Iran dello scià. Quando la borghesia, essenzialmente mercantile, passò col fondamentalismo khomeinista. E i militari, anche in Turchia come già in Iran, da colonna del kemalismo sono passati al wait-and-see, in posizione agnostica, in attesa degli eventi. Anche a Istanbul come a Teheran la borghesia delle professioni, che è urbana e laica, si sente traballare, non più protetta dal potere, sul flusso sotterraneo del confessionalismo.

Italia - Gentile o Pareto, o Gramsci, l’Italia è “Machiavelli dopo Marx”, direbbe Noventa, liberale e socialista pentito.

Marx - Fra le cose che Lucio Colletti ha capito al momento dell’abiura, uscendo dall’ermeneutica dei funzionari del Pci, è che “Il Capitale” aveva un sottotitolo, “Critica dell’economia politica”. Lo ha sempre avuto, ma Lenin aveva detto che bisognava leggere “Critica dell’economia politica borghese”. Non aveva torto, Marx critica l’economia politica come scienza in sé borghese, cioè contabilistica. Molto rivoluzionario, ma è von Hayek, meno palloso. Il feticismo delle merci, l’alienazione nella vita e nel lavoro, questo lo eccitava, la condizione umana, è tutta qui la teoria del valore. Il plusvalore è la “realtà capovolta” rispetto agli elementi originari della produzione, la terra, il capitale, il lavoro, ma è realtà non disprezzabile, se non invenzione miracolosa. Quanto al popolo, non è a Marx, è all’intellettuale che piace, creatura del romanticismo fumoso, che pensa di farsene guida – la volontà del popolo. Gramsci lo sapeva: “In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”.
Marx sarà stato grande in questo, che ne rideva, già in anticipo – su Lenin, e Colletti con Togliatti. Ma, Croce ha ragione, “Marx non tanto capovolge la filosofia hegeliana quanto la filosofia in genere, ogni sorta di filosofia, e il filosofare soppianta con l’attività pratica”. Che, se si sta in pantofole, non è attiva né pratica. Patrizi e plebei si diceva a Roma dei primogeniti e i cadetti della stessa famiglia, i privilegiati e i non, ma tutti erano aristocratici, ne avevano lo spirito. Marx ne è parte, patrizio o plebeo che si voglia, non è invidioso, non cattivo: non è schiavo ma libero. La sua democrazia fa grande, universale, ciò che a Roma era circoscritto. Ma il resto della storia non è onorevole.

Natura – Supplisce l’arte, in questo revival? Che è più mentale che fisico o fattuale. L’arte, che si è voluto cancellare, è stata a lungo l’alternativa alla natura. La città si chiudeva alla natura, per clemente che fosse. Volendo respirare vita umana e civile, dell’intelligenza che supera la natura, e solo per svago la ricostituisce, in ville e parchi, in ordine. Il ritorno alla natura, che si vuole artistico, si ferma ai campi da golf e alla vigna in filare, meglio se piccola, altrimenti è faticosa e\o costosa. Alla natura pettinata, al giardinaggio, agli innesti e incroci, e agli ogm. L’Expo 2015 sulla natura mette a frutto il lato business che è cospicuo. Le energia naturali vogliono molti manufatti, e tutti poco ecologici, brutti, fastidiosi e anche pericolosi, nonché corrotti (drenano enormi risorse pubbliche a fondo perduto): dighe, pale eoliche, pannelli solari mangiaterra. Mentre a Parigi si fanno sfilare greggi di pecore, per protesta contro i lupi.

Occidente – Fatica a perdere il suo posto nella globalizzazione, a restringersi. I suoi araldi, filosofi, letterati, psicoanalisti, pedagoghi, continuano a confonderlo con l’umanità, mentre ne è visibilmente ora una parte, non grande, e comunque residuale. È il segno più evidente della depressione, pensare che tutto il mondo è depresso, e noi stiamo meglio perché lo sappiamo.

astolfo@antiit.eu

Settant’anni ma non li dimostra, Pound anticrisi

“Lavorare meno lavorare tutti”, è la ricetta della riforma tedesca del lavoro, radicale, che dieci anni fa ha abbattuto la disoccupazione. Altri precetti il poeta che rivoluzionò la metrica e l’epica del Novecento non ne ha. Ma la sua economia è meno traballante di quanto si penserebbe, con tutte le inevitabili digressioni, e il fortissimo, inguaribile, disprezzo del denaro – da qui la virulenza polemica nella guerra dai microfoni di Mussolini e il manicomio dopo. Benché vecchia di settant’anni.
Nel 1934, l’anno dopo la pubblicazione di questo abbecedario, il giallista Graham Seton ne ricavò un romanzo, “Bloody Money”. Ma qui non sono le solite escandescenze contro il dio denaro e l’usura: Pound scrisse di proposito questo “manuale” per venire a capo della singolare indifferenza che riscontrava nell’opinione qualificata, fra gli intellettuali. Niente di diverso oggi. Le sue opinioni aveva peraltro saggiato, nel marzo1933, con una serie di dieci conferenze storico-economiche all’università Bocconi di Milano, su invito di Angelo Sraffa. La prima edizione, della londinese Faber & Faber, usciva il 16 aprile con un richiamo alle lezioni bocconiane. Angelo Sraffa, giurista, era preside della Bocconi e vicino di casa di Pound a Rapallo - padre di Piero, l’economista di Cambridge compagno e amico di Gramsci.
È la ricetta di Pound al picco della grande Crisi. Anche oggi probabilmente ripeterebbe le lezioni di allora: sul lavoro che non c’è, o non basta, per tutti, sulla libertà eccessiva degli uomini di denaro, che più spesso cerano disordine e sofferenza,  sulla qualità impoverita della vita.
Ezra Pound, ABC dell’economia

martedì 2 dicembre 2014

Quantitative easing spuntato

C’è molto tifo per la Bce e nessuna sostanza. La Banca centrale europea è anzi al centro della deflazione con recessione che attanaglia la zona euro. Il quantitative easing, o offerta di denaro, di cui i giornali si riempiono, e Draghi promette ogni paio di mesi da due anni, è un’arma spuntata. È una mossa antispeculativa più che anticongiunturale, e il suo effetto è legato alla rapidità e all’eccezionalità. È come un fuoco di sbarramento in guerra: dev’essere massiccio e immediato. Quello che non è avvenuto.
Il credito a costo (quasi) zero la Bce di Draghi l’ha praticato, diluito in più riprese, a favore delle banche, senza effetto. Se ora lo allargasse, come Draghi da un paio d’anni promette, ai titoli del debito pubblico, ugualmente non avrebbe effetto. La Bce di Draghi potrebbe varare gli acquisti di titoli di Stato, se ci riuscirà, quando tra un mese la Grecia drà no, grazie, avendo votato, secondo tutti i sondaggi,  contro euro e eurocrazie.  
Il quantitative easing è inoltre efficace se, oltre che immediato, al primo insorgere della crisi, si accompagna a un politica fiscale generosa. Certamente non al deficit al 3 per cento del pil. Quando la Federal Reserve Usa lo dispose sei anni fa, nel caso di cui si fa spreco come precedente, il governo federale di suo l’aveva già praticato, con un disavanzo al 10-11 per cento del pil.
C’è molto tifo fra i giornalisti accreditati soprattutto per Mario Draghi – lo volevano al posto di Renzi, ora lo vogliono al posto di Napolitano, le solite manovre di corridoio. Ma l’uomo della provvidenza bancaria sempre più è uno che parla per non fare. O fa “poco e tardi”, la ricetta per cui la cancelliera Merkel è famosa, della quale  è nei fatti il depositario.
Con la precedente gestione della Bce si faceva il necessario – per esempio si compravano titoli pubblici – senza annunci e senza atti di contrizione. I consiglieri tedeschi che protestavano e minacciavano le dimissioni trovavano la porta aperta. Draghi si è specializzato negli annunci senza effetto. Lo spread fra Bt e Bund è sceso solo perché i mercati si sono convinti che l’euro non salta.

Gli aiuti di Stato che piacciono a Bruxelles

Si scopre, dopo cinque anni, che il governo federale tedesco ha impegnato 250 miliardi per rifinanziare le sue banche. Cioè, si sapeva, ma non si voleva “scoprire”. In aggiunta ad altrettanti fondi Ue e della Banca centrale europea. La vera scoperta è che Bruxelles e Francoforte non hanno avuto, e non hanno, nulla da obiettare. L’altrimenti arcigna direzione antimonopolio della Commissione europea non ci vede ombre, tanto l’aiuto di Stato è dichiarato e massiccio. Mentre chiedeva lumi a Roma sei mesi, con urgenza, con tracotanza, su un presunto piano di salvataggio del Monte dei aschi. Solo per sentito dire, in qualche ipoetico articolo di giornale – magari imbeccato da Bruxelles, è prassi normale delle politiche dell’informazione farsi proporre i casi dove si vuole infierire.
È anche vero che non è un caso isolato, né eccezionale. È prassi che la Germania fa quello che vuole, e gli altri
si arrangiano. Mario Monti, che come al solito ci credeva, quando Berlusconi lo nominò a capo dell’antimonopolio a Bruxelles, faticò a capire che con la Germania non c’era nulla da fare: sul finanziamento pubblico delle banche come dell’industria, della Volkswagen, dell’acciaio, dell’avionica, la Germania è insindacabile.
Monti ripiegò, come i successori, sui monopoli americani. Windows a lungo, ora Google, domani Facebook, obiettivi facili – il terreno di manovra non manca, anche perché gli americani sono troppo inventivi. Una burocrazia asfittica governa l’Europa, che i principi e le grandi scelte subordina agli avanzamenti di carriera.

Problemi di base - 206

spock


Si fa il dialogo interreligioso: per riunire le fedi?

Per riunire gli dei?

Per riunire i fedeli?

Per ridurre l’odio?

Per accrescerlo – mai tanti morti fra le tre fedi?

Per fare i convegni, con i viaggi intercontinentali?

Per pagarsi gli studi? 

È un mercatino? Indulgenze comprese?

Da quando dio non è più Dio?

spock@antiit.eu

Recessione - 29

Tutto quello che bisogna sapere e non si dice:

La disoccupazione ha superato il 13 per cento anche ufficialmente: a fine ottobre l’Istat l’ha dichiarata al 13,2 per cento.

È dello 0,5 per cento la recessione nei dodici mesi al 30 settembre. Sembra poco ma è la contrazione di un’economia già rinsecchita. La previsione era di una calo lievemente minore, delo 0,4 per cento.

In contrazione ancora a ottobre gi ordinativi industriali, di un 2-3 per cento.

In contrazione gli investimenti, malgrado le defiscalizzazioni decise e\o annunciate dal governo.

La Borsa di Milano è in calo da sei mesi, in controtendenza in Europa e sui mercati mondiali. L’indice Ftse-Mib è ora a 19.650 punti, da un massimo di 22.503 il 6 giugno. E a un nuovo massimo tre mesi dopo a 21.490, dopo un calo tecnico in linea con i mercati mondiali. Piazza Affari è in calo trascinata dai titoli bancari, penalizzati dai giudizi della Bce – benché avulsi da ogni ratio o criterio tecnico di valutazione.

Sade bicentenario filosofo

Non sfugge Sade al (bi)centenario, il 2 dicembre. Che coincide con la morte, due mesi fa, del suo primo editore per le librerie, Jean-Jacques Pauvert, un caronte del sulfureo marchese a soli 19 anni, nel 1947, contro censure e tribunali – sulla traccia di Apollinaire, che l’aveva sdoganato alla letteratura nell’altro dopoguerra. Esca a numerosi studi e riedizioni, e almeno due mostre, una al Quai d’Orsay, sulla pittura e la scultura che a lui si sono ispirate, e una a Ginevra, alla Fondazione Martin-Bodmer, “Sade, o un ateo in amore”. – da intendere nei due sensi dell’ateo innamorato, e del rifiuto del dio amore.
Il personaggio è sempre lo stesso. Responsabile di un quindicennio di sicuri abusi sessuali, a partire  dalla smobilitazione nel 1763, alla fine della guerra dei Sette Anni. Segnati da denunce circostanziate, carcerazioni e condanne, quella del 1778 definitiva, alla Bastiglia. Malgrado il matrimonio, con nobildonna ricca, e la procreazione di tre figli in costanza di matrimonio. Di cui l’ultimo, una bambina, volle battezzata Laura, per il costante petrarchismo, per ragioni dinastiche e non solo, altro dato circostanziato. Fu del resto adultero costante. Viaggiò in Italia con la cognata Anne-Prospère de Launay – destinataria di focose lettere d’amore, da poco pubbliche: donna non bella, e forse più vecchia della sorella maggiore moglie di Sade, ma evidentemente voluttuosa, stanti anche i suoi reiterati progetti monacali, di diventare “canonichessa” o badessa di questo o quel convento. Nel viaggio in Italia del 1775-1776, lungo oltre un anno, fu a Napoli con la moglie del libellista e truffatore Ange Goudar (l’eroe dello scrittore imprenditore Dioguardi), la bella e intelligente Sara, già amante di Ferdinando IV e di Casanova.
La moglie Renée-Pélagie lo divorzierà solo nel 1790, alla liberazione, dopodiché convisse con l’attrice Marie-Constance Quesnet, più spesso nella miseria. Prima di essere riarrestato, dodici anni dopo, e confinato nel manicomio di Charenton, confortato dalla presenza di Marie-Constance. È solo un po’ migliorato fisicamente, nelle ipotesi sul vero Sade. Che si pensa ora alto e magro, il tipo nervoso, non quello adiposo e stanziale che Man Ray ha creato nel 1936 pietrificandolo in un bastione del carcere – le due ore d’aria e di moto è il diritto a cui più teneva, fra i pochi del carcere, protomaganeriale, anticipatore della fitness.   
Lo scrittore invece si presenta ora multiforme, non solo sadico o sadiano: faceto, tragico, e dell’horror. Di più con le ambivalenze della neo retorica: ateo-mistico, rivoluzionario-feudale, liberale-fascista, comico-psicopatico Ma più di tutto e sempre ateo professo e metafisico del male. “Imprendibile”, lo dice qui la biografa Chantal Thomas: “Romanziere, filosofo, architetto e scenografo, Sade espone e difende un libertinaggio che non ha nulla di frivolo…. Murato nella visione feudale della sua origine, vi sviluppa la coscienza di essere imprendibile. È l’uomo della fortezza”. Ma non, evidentemente, irrecuperabile.
Filosofo lo vuole soprattutto il dossier, è la sua novità. La “pietrificazione” di Man Ray ha bizzarramente influenzato anche i pensatori che lo hanno riscoperto dopo Pauvert, da Klossowski e Blanchot, e Lacan, Foucault, Deleuze. Foucault prima pro poi contro, dopo aver lasciato singolarmente fuori dalla “Storia della follia” Sade al manicomio di Charenton, dove volle un teatro, aperto al pubblico, che animò lungamente, dal 1805 al 813, un precursore e un rivoluzionario. Ora non più: filosofo della distruzione – “rischiando di trionfare dacché l’umanità lavora a autodistruggersi a breve termine” – lo certifica lo  psicoantropologo Pierre-Henri Castel in “Sade à Rome”. Che “i passaggi erotici e crudeli”, pur elaborati, insistiti, interminabili, dice “degli antipasti”. Ben prima delle catastrofi nichilistiche del Novecento. La sua Società degli Amici del Crimine si voleva non un espediente narrativo ma una setta e una scuola: che il Male, natura intima del cosmo, si prone di mettere a nudo e imporre. La natura implicitamente autodistruttiva del mondo confinato a se stesso portando alla sua lineare conseguenza, nella linea ragionativa dell’illuminismo. Una sorta di anti Rousseau, di uno che certamente ha letto Rousseau. Sollers l’aveva già detto: Sade non si può scrivere altrimenti che in francese, perché è l’altro lato dell’illuminismo, c’è il lato giorno, Voltaire, e c’è il lato notte.
Un altro Sade si costruisce, dell’esondazione della ragione. Resta da stabilire se è filosofo suo malgrado. Malgrado le digressioni filosofiche, finora giudicate delle intrusioni nelle figurazioni erotiche, prolisse più che argomentate e proditoriamente sistematizzanti. E “La filosofia nello spogliatoio”, sottotitolo “Gli istitutori immorali”, in sette “Dialoghi destinati all’educazione delle signorine”, che si legge come una parodia. Essendo egli un depravato e un visionario. O se è un visionario per programma filosofico. Sade, inutile dirlo, lo pretendeva. In un appunto che Gilbert Lély ha pubblicato nella raccolta di testi rari, “Portefeuille”, si mette con Galileo: “Galileo fu perseguitato per aver scoperto i segreti del cielo; alcuni ignoranti furono i suoi boia. Io lo sono per aver rivelato i misteri della coscienza degli uomini, e alcuni sciocchi mi tirannizzano”.
Que faire de Sade?, “Le Magazine Littéraire”, novembre, pp. 64-97, il. € 6,20

lunedì 1 dicembre 2014

Stupidario (inter)religioso

Un papa in Turchia

O cercava il martirio?

Solo il Vaticano non sa che Erdogan è un grande massone. O lo sa?

Il dialogo interreligioso dei sordi

La teologia sempre individuale, sempre astiosa

Da “il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa” (Pascal) a il sibilo delle lame dell’Isis.

Pulizie di Natale

Questa mattina il parroco ha fatto tagliare gli alberi davanti alla chiesa. In effetti c’è più luce. Si vede che è un parroco invernale.
Con gli alberi sono spariti questa mattina anche i mendicanti, popolosi nel nostro quartiere. Il cattivissimo rom – manda maledizioni a salve – che staziona davanti alla chiesa stessa, con le rom  da lui gestite in piazza, nel mercato, e nelle strade attorno alla chiesa. E i giovani africani di turono  guardia ai bar, all’edicola e ai bancomat. 

Ombre - 246

Musate a ripetizione per papa Francesco a Istanbul in due giorni. Dal presidente Erdogan, dal muftì, dalla stampa. Che ci fa in effetti un papa in un paese che ieri si voleva europeo e oggi, a ventiquattro ore, si vuole islamico? Che pratica cioè la taqiya, la dissimulazione coranica, con disinvoltura.

“La fiducia in Renzi cala sotto il 50%” è l’apertura gigante del “Corriere della sera”. Riusciranno a buttarlo giù? Magari per fare posto a Salvini.

Anche in Puglia alle primarie votano oltre 100 mila persone, come in Calabria. Il Pd si mobilita solo attorno ai candidati “dalemiani”, del vecchio apparato – o lo mobilita l’apparato. Senza apparato non c’è partito?

 “Il falso mito dell’inglese, né democratico né redditizio” tuona su “Lettura” del “Corriere della sera Michele Gazzola. “Inglese idioma per l’Europa” propone invece Tullio De Mauro – come il latino lo fu dell’impero romano, etc., la solfa nota. La confusione delle lingue, o dei linguisti.

Giusto una dozzina di righe, in un sommarietto, per Renzi sul “Sole 24 Ore”: “Lite Renzi Camusso: il premier: gli imprenditori sono eroi – replica della leader Cgil: e i lavoratori?” Dare il colpo e nascondere la mano? O questo governo che minaccia di durare non ci piace? Gli imprenditori italiani fanno gli affari di notte, quando il governo dorme.

Escono nel Classici del Pensiero Occindetale Bompiani gli scritti di Togliatti. Da Luciano Canfora elevati al rango di Gentile: “Entrambi scelsero di essere organici a un disegno politico”, chiosa organico sul “Corriere della sera”. Il filologo è baro?

Sei pagine di pubblicità Unipol sui maggiori quotidiani a nessun  fine – pubblicità finanziaria, al più cara. Petizione di benevolenza?

“Quanti italiani sano che davanti a loro è stato proclamato il califfato e si tagliano le teste?”, chiede a Francesco Battistini il generale Haftar, che in Libia cerca di opporsi. A chi lo dice.
Non a Battistini personalmente, che è l’unico, sembra, a sapere che l’Italia confina con la Libia.

“Senza trattativa, senza discussione” la Bce ha inviato la famosa messa in mora al governo italiano dell’agosto 2011 nel mezzo della crisi dello spread, che ha acuito. Trichet insiste su questo inciso con Ferruccio de Bortoli in un incontro pubblico a Firenze. Ha la coscienza sporca?

L’Italia ha qualche problema di bilancio nel bilancino Ue. Ma ce l’hanno anche, ben più grossi Francia e Belgio. È per questo che il giudizio della Ue resta sospeso? È per questo.

Le banche tedesche hanno in portafoglio crediti immobiliari sopravvalutati di un 25 per cento, e restano “strutturalmente vulnerabili” alla crisi economica. Lo dice la Bundesbank e dunque è così – è almeno così. Ma la Bce negli stress test non se ne è accorta.

Dopo aver osteggiato il fondo investimenti Ue da 300 miliari, Katainen se ne fa il patrono. È stato messo lì del resto per gestirlo. Poi si dice che Angela Merkel non è una statista.

L’acqua costa il 9 per cento in più in due anni, 130 euro. L’acqua che abbiamo voluto pubblica. Un aumento che si giustifica per i necessari investimenti. Che però non si fanno, né per migliorare gli invasi, né per migliorare il trasporto, né per i depuratori.

La Lega non aumenta i voti in Emilia, solo la percentuale. Ma il build-up di Salvini è inarrestabile: è il nuovo idolo e non si discute. Eccetto che la taumaturgia, ha tutte le virtù:  parla semplice, è giusto coi rom e gli immigrati, ha una visione internazionale, da Putin a Le Pen, e balla bene.
La voglia di Lega è sempre intatta, a Milano e fuori.

È anche giusto: Bossi è l’unico politico che il comico Crozza tratta rispettosamente.

L’Iva sugli ebook al 4 per cento è contraria alle regole europee.

Grazie Putin per la benzina

Se ci fossero gli ex voto politici, molti bisognerebbe accendere a un altarino di Putin: le sanzioni contro la Russia hanno indotto dopo un decennio di petrolio a 100 dollari, dieci volte il suo prezzo, una remissione del castigo. Non intero, ma già sostanzioso, il 30 per cento in poche settimane..È l’effetto delle sanzioni.
L’Opec che si riunisce in regime di prezzi calanti e decide di con contrastarlo conferma tre cose. Che la decisione è degli Usa. È formalmente dell’Arabia Saudita, del Qatar e degli Emirati Arabi (Abu Dhabi e Dubai tra gli altri) che l’Opec condizionano, in sostanza degli Usa. Che il prezzo del petrolio è politico. Che la politica era prima in favore degli scisti bituminosi nordamericani, petrolio puzzolente e carissimo, che è economico solo a un prezzo altissimo, e ora contro la Russia, grande esportatrice di greggio e gas (il prezzo è collegato). Per scardinarne i bilanci. 

I fuochi spenti della rivoluzione italiana

“Schiavitù o socialismo, altra alternativa non v’è”: è il motto di Pisacane, bello e anche apodittico, incontrovertibile. Che gli ha guadagnato il “giacobino” di Gramsci, e nel 1942 l’avocazione al materialismo storico di Giaime Pintor  E tuttavia che vuol dire? Leggendolo, la domanda è costante.
Si può leggere Pisacane come il teorico dei “fuochi” e della “guerra di popolo”,  seppure tra molte parole inutili, antesignano del “Che” Guevara. E anche di Franz Fanon, del messianismo contadino. Oppure come un giovane sentimentale e superficiale, da ultimo patriota e rivoluzionario. Piscane fu entrambi  Ma rileggerlo oggi porta solo a una conclusione: che il Risorgimento andò come andò, cioè finì “piemontese”, per la superficialità dei democratici, mai migliori del ribellismo carbonaro. Di fronte al fallimento del 1930, e poi del 1848, i democratici si rifugiarono sempre più nel velleitarismo, i sogni a occhi aperti, i liberali si accasarono a Torino, sotto Cavour. Detto questo, però, non è detto tutto: in altra cultura Pisacane sarebbe stato personaggio romanzesco, una miriade di trame proponendo.
Della sua rivoluzione è presto detto. È una filippica antimazziniana. Molto proudhoniana, cioè socialista, ma a tratti anche anti-proudhoniana. Si fa prima a dire cosa voleva: poco. Infilato proditoriamente da Asor Rosa, nel canonico “Scrittori e popolo”, tra i risorgimentali populisti, Pisacane4 ha al contrario una concezione severa, perfino attuale: di un nazionalismo democratico e federalista. Apertamente critico, anzi, delle mitizzazioni populiste, compreso l’interclassismo di Proudhon: gli interessi sono meglio disgiunti. Purtroppo – forse per il blocco psicologico romantico – è fieramente avverso anche alle riforme. Tra esse comprendendo anche il lavoro industriale. Vuole la rivoluzione ma non sa come farla.
Una mentalità, bisogna dire, non datata. E anzi evidentemente immortale: questa “Rivoluzione”, corposa e non propriamente commestibile, è già alla seconda edizione”. Del resto, il mito del “Che” è sempre fertile.
Una mentalità, bisogna dire, non datata. E anzi evidentemente immortale: questa “Rivoluzione”, corposa e non propriamente commestibile, è già alla seconda edizione”. Si può dunque dire in altro modo: Pisacane è antesignano e emblema del romanticismo politico. Del resto, il mito del “Che” è sempre fertile – benché non vivo.
Un napoletano, Carlo Pisacane, legato a un calabrese, Raffaele Poerio. Entrambi ufficiali borbonici, entrambi caratteristicamente ribelli senza causa. Entrambi per un periodo nella Legione Straniera. Ma non, come si penserebbe, per i soprusi di polizia e la disperazione.  Pisacane fu soprattutto gravato da un’altra imprese molto romantica, l’infatuazione per Enrichetta Di Lorenzo, moglie di un suo cugino e già madre di tre figli. Nel 1840, a 22 anni, coordinava la costruzione della ferrovia Napoli-Caserta. Nel 1841, a 23, fu agli arresti militari in fortezza su denuncia per adulterio. Nel 1846, quando si invaghì della cugina acquisita Enrichetta, il cugino Dionisio Lazzari tentò di farlo uccidere. Sopravvissuto all’agguato, qualche mese dopo fuggì con Enrichetta a Londra e poi a Parigi, prima di finire in Algeria.
Il cambiamento in questo esilio forzato fu radicale e rapido. Pisacane fu a Parigi ai primi moti del 1848. Fu con Cattaneo nei moti milanesi, comandante di una compagnia di volontari, ferito in battaglia. Fu volontario nell’esercito piemontese nella prima guerra di liberazione. E fu a Roma con Mazzini e Garibaldi – ma piuttosto contro di essi. Si batté sul Gianicolo contro le truppe francesi, con Enrichetta nominata “direttrice delle ambulanze”. Arrestato alla caduta della Repubblica, si fece poche settimane a Castel Sant’Angelo, poi fu libero di ripartire per Londra. Non se n’è persa una.
L’anteprima dei Mille
Anche l’impresa per la quale Pisacane è famoso – quella della “Spigolatrice di Sapri”: “Eran trecento, giovani e forti, e sono morti” – è singolarmente anticipatrice, fin nei dettagli, di quella dei Mille tre anni dopo, con la sola eccezione della mancata copertura navale inglese. Anche se finì come un tentativo alla “Che” di creare un fuoco rivoluzionario tra i contadini, nel suo caso del Cilento: anche Pisacane arrivò da fuori, via mare, e fu braccato e colpito a morte dai soldati borbonici e dai contadini che era andato a redimere. Il tradimento non escluso.
Ci fu una preparazione complessa, di Pisacane con molti altri patrioti: due ex della Repubblica Romana, Nicola Fabrizi e Giuseppe Fanelli, anarchico bakuniniano, Giovanni Nicotera, Rosolino Pilo, Nicola Mignogna, attentatore di Pio IX nel settembre 1849, e altri. Il primo progetto prevedeva lo sbarco in Sicilia, con partenza da Genova. Poi si ripiegò su Ponza, praticamente indifesa, per liberarvi i detenuti, e Sapri. Punto di partenza verso l’interno e verso Napoli.
Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò a Genova su un piroscafo di linea della società Rubattino, il “Cagliari”, con altri 24 rivoluzionari. Con armi e approvvigionamenti pagati dal banchiere livornese Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria. Una prima partenza, il 6 giugno, era fallita perché Rosolino Pilo si era perso il carico di armi per il mare agitato. Nel frattempo, Pisacane aveva escogitato di sollevare il popolo napoletano travestito da prete, ma i sondaggi furono deludenti. Anche nella seconda spedizione Rosolino, che doveva portare le armi su alcuni pescherecci e consegnarli al “Cagliari” abbordandolo di notte, mancò all’appuntamento. Ma Pisacane s’impadronì lo stesso del “Cagliari”, con la complicità dei due macchinisti, due inglesi. Il 26 sbarcò a Ponza, sventolando il tricolore, liberò i carcerati, 323, i cui pochi i politici, e con essi il 28 sbarcò vicino a Sapri. A Casalbuono il giorno dopo ebbe buona accoglienza. A Padula, sulla via per Napoli, il 30 giugno no.
A Padula l’esercito di liberazione degli ex carcerati, ai quali Pisacane aveva aggiunto quelli della prigione di Padula, alcuni di essi briganti di cattivissima fama, attaccò le case degli abbienti. Quando arrivarono i gendarmi borbonici il popolo di scagliò contro i rivoltosi. Molti furono uccisi a colpi di roncole, falci, badili, accette. I morti, tra essi Pisacane, furono 156, gli altri furono presi prigionieri e condannati a morte – poi graziati. Per i macchinisti il governo britannico ottenne la non perseguibilità, per “infermità mentale”. Nicotera, ferito gravemente, fu condannato a morte, graziato, sempre per l’intervento inglese, e tre anni dopo liberato. Garibaldi otterrà una pensione per Enrichetta, della quale aveva adottato la  figlia Silvia, da essa avuta tardivamente con Pisacane, nel 1852.
Carlo Pisacane, La rivoluzione, Galzerano, pp. 432, ill. € 20

domenica 30 novembre 2014

Nuovi modelli parigini

Il Front National, il primo partito della Repubblica, è un partito fondato da un signor Le Pen, che poi l’ha passato alla figlia Marine, la quale si appresta a passarlo alla nipote Marion. Questo in Francia, a Parigi, non nella repubblica del Maradagàl. Nel paese modello della cultura politica e istituzionale dell’Italia. Dell’Italia laica e repubblicana.
Nello stesso paese il presidente che ha perso le elezioni contro il Front National, oltre ad aver affossato l’Italia, con la Libia, la Siria e tutto il resto, riconquista la leadership del suo partito. Lo stesso partito che aveva portato alla sconfitta. E forse non c’entra nemmeno la massoneria. Il partito è quello, nientemeno, di De Gaulle.
Dello stesso paese è presidente un socialista che disprezza i poveri. Compresi i genitori della sua ex compagna e première dame – senza senso del ridicolo? Compagna che licenziò dal suo letto con un tweet. Facendola poi segregare in una clinica psichiatrica. Dopo averla tradita con un’attricetta, installata a pochi passi dalla sue presidenziale dimora. Dalla quale si recava in incognito, col casco sul motorino, e il pacchettino di croissant freschi di panetteria. Senza senso del ridicolo.

Secondi pensieri - 197

zeulig

Accumulazione C’è sempre stata, l’origine del capitalismo è – è stata – una falsa esercitazione, ideologica. È parte dell’evoluzione.
Il capitalismo c’è sempre stato, anche in Asia, in Perù e perfino in Africa: sempre lo scambio lascia qualcosa da parte, l’hanno sempre saputo gli antropologi, che vanamente utopizzano il potlach, il dono senza residui. La passione ha fatto velo a Marx su una verità evidente: il suo capitalismo, la superiorità dell’Europa dell’Ottocento, è proprio il salario. Il lavoro salariato per tutti, indotto dalla meccanica – che Ford coerente porterà all’estremo di non rifiutare il lavoro a nessuno. Il salario che si riproduce coi consumi più che coi profitti.

Anima - Senza il corpo non può né agire né sentire, nota Leonardo.
Non ha nemmeno nome, né fisionomia: l’anima non può essere che la persona, l’indistinto individualizzato. L’anima è l’individuo.

Aristotele - È biologo, nell’ultima incarnazione – in quella anglosassone da una cinquantina d’anni.il biological turn. Dopo quello logico, quello metafisico, e quello ermeneutico, di Eco e la semiologia. I trattati zoologici sono un terzo del corpus, argomentati con gli stessi strumenti e sugli stessi problemi degli altri trattati.
L’attenzione ai trattati zoologici ha modificato la lettura del resto dell’opera. Molti concetti di logica, fisica o metafisica, si applicano in maniera più conseguente in zoologia – per esmepio le nozioni di causa e finalità. E ne guadagnano in esattezza e ampiezza.  Il filosofo Pierre Pellegrin, che ha diretto la nuova traduzione di Aristotele per le edizioni francesi Flammarion, lo dice “fondamentalmente biologista, Aristotele pensa da biologista”. È una biologia che bisognerebbe considerare morta, poiché Aristotele pensa alle specie fisse, non in evoluzione, e si basa su “gerarchie” umane superate, da schiavista, misogino - degli uomini liberi sugli schiavi, degli uomini sulle donne – e a volte paranoide. Ma contiene anche tutte le categorie argomentative universali, sempre vive. La sua stessa metafisica è slegata dalla sue “essenze”.
Un’attenzione particolare l’Aristotele biologo ha nell’etica sanitaria. Dove anzi la sua “zoologia” è finora l’unico nucleo argomentativo consistente. Sula questione, per esempio, dei “limiti dell’umanità”. All’inizio: nell’interruzione forzata della gravidanza per prevenire malformazioni. Che si basa su “quantità” non quantificabili, di normalità e anormalità. E alla fine: come modulare le strategie terapeutiche di fronte alla perdita della memoria, del linguaggio, dell’autosufficienza.   

Se ne utilizza anche la metodologia. Utile nellp’argomentazione e di più nell’insegnamento: l’esposizione di ciò che è stato detto in tema e la discussione, confutazione, implementazione.
Non è il ritorno dell’ipse dixit, ma è comunque un rientro dallo scetticismo e il riduttivismo: si crede possibile, oltre che utile, pensare. Cioè, lo si dice - quanto a crederci, anche lo scettico ci crede, se lo scetticismo non è un metodo di verità non è niente.

Anche della “Poetica” i limiti – le unità di tempo, luogo, azione, e al lettura privilegiata sulla rappresentazione – si trascurano e se ne riesamina la stilistica, la retorica, la linguistica.

Guerra giustaÈ “giusta” Dresda, e anche Hiroshima. In difesa della libertà. Ma in antitesi alla prima formulazione della guerra giusta, il “De Jure Belli” di Francisco de Vitoria, 1540, che sancisce non potersi mai colpire un innocente: “Nunquam licet per se et ex intentione perficere innocentem” (parte seconda, art.1).
È vero che si riconosce “giusta” un’azione sulla base di un metro morale. E quindi la resa incondizionata e la guerra senza limiti in difesa della libertà. Ma questa è la motivazione di Himmler, che lo sterminio degli ebrei voleva ascritto al “dovere” suo “valore supremo”. In realtà la giustezza non può prescindere da una concezione cristiana della legge, di un “dovere” ultraterreno. In assenza di una filosofia dell’azione o di un’etica della virtù. 

Identità – La stella della sera non è la stella del mattino, pur essendo la stessa stella, Venere. Pur avendo cioè lo stesso riferimento, direbbe Frege, la Bedeutung,  perché le due hanno senso o significato diverso. Lo stesso le identità etniche, con le enormi, perfino trucide, differenziazioni campanilistiche - regionali, provinciali, comunali, di quartiere, di vicinato. La credenza è più dell’essere? È la credenza, esterna o interna, interiorizzata, che fa l’essere. Dei concetti e, in definitiva, anche, delle cose.

È persistenza: la tradizione. Si avvertivano poco fuori Roma fino a non molti anni fa, prima del disordine urbanistico, nelle paludi pontine risanate, da Maccarese al Circeo, differenti mondi giustapposti, di lingua, benché tutti italofoni, di edilizia, di canalizzazioni, di agricoltura, di linguaggi, corrispondenti alle comunità di diversa origine che due o tre generazioni prima erano immigrate per la bonifica. Immigrazioni che si erano addensate per accumulo, per comunanza di origine. Dalle Marche, dal Veneto, dalla Romagna, dalla Bassa ferrarese. Benché in un paesaggio pressappoco uniforme, e tutti addetti alle stesse attività, le coltivazioni umide.

Naturalismo – Scredita la ragione, argomenta C.S.Lewis, “Miracoli”, al punto che il naturalismo stesso è insostenibile.
Se i processi mentali sono determinati dagli atomi, aveva argomentato J.B.S . Haldane in “Possibile Worlds”, niente – nessuna ragione – può dire che una convinzione è vera. Compresa questa del naturalismo e del cervello atomico – che il cervello, cioè, sia composto unicamente di atomi. La selezione naturale come processo formativo della mente – ragione, deduzione, inferenza - non basta.

Possesso – È stato il socialismo a indurre e generalizzare l’idea del possesso? Flaubert l’ha visto nel ’48, la rivoluzione della libertà, guardando le barricate da lontano, e l’ha dettagliato vent’anni dopo nella sua “Educazione sentimentale” che invece è politica. A un certo punto i socialisti si smarcarono dai liberali, che ne furono atterriti e si segregarono. “Allora”, dice Flaubert, “la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio. Gli attacchi che le si portavano parvero sacrilegio, quasi antropofagia.” Ma è vero pure il contrario: se la identità è definita dal possesso non si può più negare che il socialismo è una forma completa di liberalismo, non limitato cioè alla borghesia. Non solo come formula politica, poiché al socialismo è essenziale la libertà – l’uguaglianza è la realizzazione della libertà. Ma proprio dal punto di vista economico, dei mezzi di produzione, il capitalismo producendo più ricchezza per il più gran numero, più opportunità quindi per il proletariato, e più tempo libero per tutti. Anche per scrivere o ricamare, il lavoro intendendosi occupazione onorata e dovere civico e non sfruttamento.

Virtuale - È il vissuto, non solo dell’epoca informatica, del neofitismo della scoperta informatica. Virtuale si è sempre coniugato, fino a Wittgenstein, “The Brown and Blue Books”, con reale. Con l’occhiale google diventa invece nido del visuale, l’artiglio del razionale. È una delocalizzazione dell’immagine, o una presa di possesso da parte del virtuale?

zeulig@antiit.eu 

La disoccupazione come follia in Céline

È la raccolta dei testi sociali di Céline. Rapporti da “esperto” dei servizi sanitari della Società delle Nazioni, e da animatore del dispensario di Clichy, a Parigi, teorico della “medicina standardizzata”, che poi diventerà la sanità per tutti. “Le assicurazioni sociali e una politica economica della salute pubblica” è del 1928. Una raccolta edita curiosamente solo in italiano, e trascurata perfino dai biografi più prolissi – con la sola eccezione della “Nota sull’organizzazione sanitaria delle fabbriche Ford a Detroit”.
Sono testi d’impianto asettico ma col taglio già sovversivo, che diventerà la cifra della scrittura d’invenzione di Céline: una testimonianza insieme grottesca e veritiera dei problemi del lavoro e della medicina sociale. Allora, ottant’anni fa, e ancora adesso. Di un’umanità muta alla deriva, tra l’utopia del benessere che viene dallo Stato e i sogni folli dei prometei d’impresa. Dell’ipercapitalista Ford che dava un lavoro a tutti, anche agli storpi e ai folli, perché tutti avevano diritto a un reddito, e poi controllava che la paga non spendessero alla cantina.
Ultimo argomento, ma siamo solo al 1933, è: “Per stroncare la disoccupazione stroncheranno i disoccupati?”
Louis Ferdinand Céline, I sotto uomini