Grande maestria, in questa opera prima (dopo una prima prova a diciannove anni, “Les Jeux de l'amour et de la mort ”) di “Fred Vargas”, Frédérique Audoin-Rouzeau , allora ventisettenne come i tre “imperatori” della Scuola Francese di Roma che movimentano la sua trama. In un’estate romana già allora tropicale, senza ponentino. Dove “Fred” ha seguito, si può aggiungere, la sorella “Jo Vargas”, pittrice borsista della Scuola – le due sorelle hanno preso il nome della “Contessa scalza” di Ava Gardner. Il miglior giallo “italiano” – senza ammiccamenti , cioè, né nostalgie regionali – dopo quelli di Scerbanenco. Che si traduce bizzarramente dopo vent’anni, e in coda a tutto il resto.
Già allora i tardi ragazzi si fanno depilare. Quanto all’inevitabile Vaticano, basti dire che non è di maniera. Il titolo originale gioca sul “morituri”, una formula che è anche un concetto, su cui la medievista-giallista ha buon gioco. Irrispettosa con misura (credibilità), inventiva, in ogni piega sorprendente.
Fred Vargas, Prima di morire addio, Einaudi, pp.196 € 13
mercoledì 18 aprile 2012
Il Sud dev’essere stinto
È un libro d’immagini, oleograficamente seppiate: il “Sud” dev’essere grigio, tristanzuolo, un po’ povero e sporco, un po’ folklorico, con gli asini, le baracche, le Madonne, gli incappucciati. Qui, poi, sta eretto solo nelle foto del fascismo: ospedali ordinati, scuole lucidate, linde colonie marine, elettricità, macchine agricole, e Mussolini specchiato. Con le solite approssimazioni storiche. “Sudista” è il consociativismo (Depretis?). La reazione agraria. Il latifondo – che in due terzi del Sud non c’era. E la criminalità, naturalmente.
Nel testo introduttivo Barbagallo sfiora, tra i tanti stereotipi, il tema centrale dell’economia e della società postunitarie: l’appropriazione della manomorta. Per dirla un “nuovo feudalesimo”. Mentre è l’origine della borghesia infetta che ammorba l’Italia. Il vero dualismo italiano è tra chi lavora, con costanza e sagacia, gli operai, gli artigiani, gli industriali, e chi ritiene che tutto gli tocchi in virtù appunto dell’atto di nascita, l’appropriazione gratuita dei beni ecclesiastici. E sono la maggioranza: i famelici ceti professionali (i medici soprattutto, i giurisperiti), i burocrati, e la sterminata classe politica, che tra eletti e contendenti, dal ministro al consigliere circoscrizionale, annovererà un milione di persone, quattro-cinque con le “famiglie”.
Francesco Barbagallo, Il Sud, storia fotografica della società italiana, Remainders, pp.271 € 7,23
Nel testo introduttivo Barbagallo sfiora, tra i tanti stereotipi, il tema centrale dell’economia e della società postunitarie: l’appropriazione della manomorta. Per dirla un “nuovo feudalesimo”. Mentre è l’origine della borghesia infetta che ammorba l’Italia. Il vero dualismo italiano è tra chi lavora, con costanza e sagacia, gli operai, gli artigiani, gli industriali, e chi ritiene che tutto gli tocchi in virtù appunto dell’atto di nascita, l’appropriazione gratuita dei beni ecclesiastici. E sono la maggioranza: i famelici ceti professionali (i medici soprattutto, i giurisperiti), i burocrati, e la sterminata classe politica, che tra eletti e contendenti, dal ministro al consigliere circoscrizionale, annovererà un milione di persone, quattro-cinque con le “famiglie”.
Francesco Barbagallo, Il Sud, storia fotografica della società italiana, Remainders, pp.271 € 7,23
martedì 17 aprile 2012
L’Organizzazione del Sistema Mafia
“Come la criminalità organizzata è diventata il sistema Italia” è il sottotiolo di questo libro. “Mafia S.P.A. Come Funziona L’Economia Reale Dell’Italia”, il titolo (secentesco) di lavorazione. “La mafia domina il processo di globalizzazione” il tema. Da non credere: “organizzata”, “sistema”, “economia reale” non dovrebbero essere parole facili. Per un redattore forse sì, se l’effetto è di “montare” la cosa, ma non per due magistrati, nell’ordine, un imprenditore, un vescovo, e l’ex direttore di “Foreign Policy” – un po’ tirato per i capelli. Quattro articoli (non buoni) di giornale e un’intervistina. Per attribuire alla “criminalità organizzata” un “fatturato” di 140 miliardi (“stima per difetto”), che è un decimo del prodotto lordo italiano. Accreditandole anche i 230 miliardi (“stima per difetto”), un altro quindici per cento, dell’economia in nero. Per dire che la mafia è onnipotente? È da troppo tempo che la mafia viene gonfiata da questa pubblicistica leggera (irresponsabile), invece che arrestata e condannata.
Una buona, cioè grande, parte del “sistema mafia” è il “discorso” sulla mafia.
Pietro Grasso, Nicola Gratteri, Ivan Lo Bello, Domenico Mogavero, Moisès Naím, a cura di Serena Danna, Prodotto Interno Mafia, Einaudi, pp. 165 € 16
Una buona, cioè grande, parte del “sistema mafia” è il “discorso” sulla mafia.
Pietro Grasso, Nicola Gratteri, Ivan Lo Bello, Domenico Mogavero, Moisès Naím, a cura di Serena Danna, Prodotto Interno Mafia, Einaudi, pp. 165 € 16
Giustizia al Sud
Chiesa Matrice gremita, a Cinquefrondi, un paesino della Piana di Gioia Tauro, questa mattina alle 7 per la messa in suffragio di Luigi Napoli, il diciannovenne che ha ucciso un commerciante la vigilia di Pasqua a Delianuova, un paese remoto dell’Aspromonte, durante una rapina, e ne è rimasto ucciso. Così dicono le cronache. Chiesa sempre piena, e molti giovani in lacrime una settimana fa per il funerale, con lanci di rose in chiesa e applausi, e all’uscita dalla chiesa un nugolo di palloncini bianchi. Così dissero le cronache, non menzognere, eccetto che per la folla, che non c’era
A Delianuova la folla era invece vera per i funerali del commerciante ucciso: riempiva la chiesa, che è la più grande del Sud, e la piazza antistante. Lo stesso per il trigesimo ieri. E per giovedì si organizza una fiaccolata, a iniziativa del Comune con le associazioni civili del paese. Di questi eventi però non ci sono le cronache. La differenza di trattamento deriva dal fatto che le messe di Cinquefrondi sono sponsorizzate da don Pino De Masi, forte sacerdote che rappresenta nella Piana di Gioia Tauro Libera, l’iniziativa antimafia di don Ciotti.
Don De Masi, che ha procurato i palloncini e le colombe, intende evidentemente la sua missione nel senso della pacificazione, delle pecore tutte grigie. Ma si deve dire per questo che la chiesa è piena se invece è vuota? In polemica con don De Masi il parroco di Delianuova, don Bruno Cocolo, altro forte sacerdote della stessa diocesi, ha tenuto a precisare che si tratta “non di angeli ma di balordi”. Ci sono dunque due chiese anti-violenza, una cedevole l’altra intransigente.
C’è invece una sola giustizia laica. Intransigente. Che per la morte di Napoli indaga per omicidio colposo Michele Strano, il fratello del commerciante assassinato. Napoli ha sparato al commerciante dopo che il suo complice, Antonino Festa, lo aveva alleggerito del bottino. Alla rapina e alla sparatoria ha assistito la figlia del commerciante assassinato. L’ipotesi della Procura di Palmi è che il fratello, Michele, sia intervenuto dopo l'assassinio del fratello, abbia sottratto la pistola al Napoli, e gli abbia poi sparato. Per questo lo hanno "lungamente interrogato, per ventiquattro ore", riferiscono i giornali locali, spassionati.
Luigi Napoli e Antonino Festa, ventenne, figlio di carabiniere, in servizio a Palmi, erano stati arrestati pochi giorni prima della rapina per il furto di un’automobile. Rinchiusi a Palmi per poche ore, erano stati presto rilasciati. Ne rubarono un’altra subito dopo, per effettuare il colpo.
A Delianuova la folla era invece vera per i funerali del commerciante ucciso: riempiva la chiesa, che è la più grande del Sud, e la piazza antistante. Lo stesso per il trigesimo ieri. E per giovedì si organizza una fiaccolata, a iniziativa del Comune con le associazioni civili del paese. Di questi eventi però non ci sono le cronache. La differenza di trattamento deriva dal fatto che le messe di Cinquefrondi sono sponsorizzate da don Pino De Masi, forte sacerdote che rappresenta nella Piana di Gioia Tauro Libera, l’iniziativa antimafia di don Ciotti.
Don De Masi, che ha procurato i palloncini e le colombe, intende evidentemente la sua missione nel senso della pacificazione, delle pecore tutte grigie. Ma si deve dire per questo che la chiesa è piena se invece è vuota? In polemica con don De Masi il parroco di Delianuova, don Bruno Cocolo, altro forte sacerdote della stessa diocesi, ha tenuto a precisare che si tratta “non di angeli ma di balordi”. Ci sono dunque due chiese anti-violenza, una cedevole l’altra intransigente.
C’è invece una sola giustizia laica. Intransigente. Che per la morte di Napoli indaga per omicidio colposo Michele Strano, il fratello del commerciante assassinato. Napoli ha sparato al commerciante dopo che il suo complice, Antonino Festa, lo aveva alleggerito del bottino. Alla rapina e alla sparatoria ha assistito la figlia del commerciante assassinato. L’ipotesi della Procura di Palmi è che il fratello, Michele, sia intervenuto dopo l'assassinio del fratello, abbia sottratto la pistola al Napoli, e gli abbia poi sparato. Per questo lo hanno "lungamente interrogato, per ventiquattro ore", riferiscono i giornali locali, spassionati.
Luigi Napoli e Antonino Festa, ventenne, figlio di carabiniere, in servizio a Palmi, erano stati arrestati pochi giorni prima della rapina per il furto di un’automobile. Rinchiusi a Palmi per poche ore, erano stati presto rilasciati. Ne rubarono un’altra subito dopo, per effettuare il colpo.
lunedì 16 aprile 2012
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (124)
Giuseppe Leuzzi
Pasolini si dice spesso “settentrionale”: “Sono settentrionale…”. Da ultimo nel testo che aveva licenziato per la pubblicazione subito prima dell’assassinio, e per la cui uscita aveva già fatto le prime interviste: “Sono settentrionale…”.
L’“odio verso la città di Roma, in cui, giuravo, non avrei ma messo piede in vita mia” era già di Calvino a sedici anni. Roma come l’altro mondo, l’unica città italiana, meticcia, impersonale, imperiosa.
“Panorama” scandaglia 32 località di vacanza, e nell’80 per cento di casi trova che gli affitti estivi sono in nero. Sono quasi tutti al Sud. Ma anche le 32 località sono quasi tutte al Sud. Non si fanno vacanze, com’è noto, nel Veneto, in Romagna, nelle Marche. E in Toscana e Liguria se ne fanno poche.
Milano
Scopre ora la corruzione, la sua corruzione.
O è quella di Varese?
Il puttanesimo padano che sfila in tiro, al Tribunale di Milano, per dire quanto è signore Berlusconi, almeno un film Milano lo sa fare.
Alcune vantano la laurea, tutte stringono le bocche voraci. Come una volta alla messa, ma senza la veletta.
Dieci consiglieri indagati per corruzione, e quattro assessori dimessi per lo stesso motivo in un anno, ma la Regione Lombardia resta al di sopra del sospetto – “quelle” cose sono da Regione Campania, Regione Sicilia.
Il “Corriere della sera” è costernato. Il giorno del giudizio di Bossi lo liquida con un due pagine di Cazzullo che ne spiega così le colpe: “Da subito la Lega è stato il partito più «sudista» di tutti: familista e clientelare, costruito sui legami personali meglio se di sangue) e la fedeltà al capo”.
Con i figli che dovevano ancora nascere, diavolo d’un Bossi.
Ma siamo sicuri che siano figli suoi?
Il Sud, come è ben noto, pratica una politica infetta. Non i Savoia e il Rattazzi del connubio. Non Depretis e il trasformismo. Né Giolitti. Salvemini ebbe a dirlo “ministro della malavita”, ma Salvemini, essendo di Molfetta, non era magari uno più corrotto di Giolitti? O Nitti, Orlando, Sturzo, Moro. Per non dire di Berlinguer..
Gianfranco Miglio, che si voleva ideologo della Lega, l’aveva pur detto: “La Lombardia non genera uomini di Stato”, solo affaristi,
Il suo Inferno, ne “La Divina Mimesis”, Pasolini lo vuole nella pianura padana, colpevole di Volgarità, un peccato il cui “primo carattere… consiste nel suo essere invadente, nel suo voler rendere Volgare anche chi non lo è, chi è estraneo al suo mondo (l’Italia del Nord e le sue industrie)”. Maestri d’ipocrisia: “I Volgari sono morali”.
La signora Dal Lago, del triumvirato che deve smacchiare la Lega, ha verdi pure gli occhiali, la montatura e i riflessi delle lenti.
Possibile che l’unica cosa pulita di questa Lega del Nord sia una di Brindisi?
Mafia
L’ha creata l’Italia. In Calabria l’ha creata la Repubblica, negli anni a cavallo del 1960. In Puglia negli anni 1980. In quanto organizzazioni o ramificazioni di interessi illegali o illeciti. Ci furono retate di pugliesi a Roma nel 1986 di cui gli inquirenti non riuscivano a capire le connessioni: nel 1986 la mafia in Puglia era una novità.
L’Italia ha aperto gli spazi e creato i presupposti per cui la mafia è mafia, cioè organizzata, violenta, impunita.
Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri si reca a Racalmuto, dopo aver sciolto il consiglio comunale per mafia. Invitata dai ragazzi di “Malgrado tutto”, la locale rivista antimafia. Ad accoglierla ci sono una trentina di persone: i funzionari del Comune, non tutti, e i ragazzi di “Malgrado tutto”, non tutti – Racalmuto conta novemila abitanti. Certa antimafia fa paura, come la mafia.
La mafia è un crimine e anche un “discorso”. Pervasivo. Nel quale si consuma tutta la realtà meridionale. Che ovviamente è sfaccettata. La maggior parte dei meridionali lavorano, come tutti, con qualche fatica in più. Ma in tutte le loro attività, al Comune per le pratiche e le licenze, in banca, con i fornitori, con i clienti, con i committenti o appaltatori che siano, sono imbozzolati nel “discorso” mafia, di cui anzitutto devono liberarsi, e non possono – il dubbio sempre rimane. Il discorso pervasivo della mafia non permette tra l’altra nemmeno una corretta lotta anticrimine: alle piccole bande che assaltano banche, assicurazioni, negozi, più spesso di giovani e giovanissimi, ai corrotti e corruttori, alle truffe, così diffuse, specie nel campo del risparmio. Tutto sempre appeso al “discorso” mafioso, una sorta di biblismo da caserma.
leuzzi@ntiit.eu
Pasolini si dice spesso “settentrionale”: “Sono settentrionale…”. Da ultimo nel testo che aveva licenziato per la pubblicazione subito prima dell’assassinio, e per la cui uscita aveva già fatto le prime interviste: “Sono settentrionale…”.
L’“odio verso la città di Roma, in cui, giuravo, non avrei ma messo piede in vita mia” era già di Calvino a sedici anni. Roma come l’altro mondo, l’unica città italiana, meticcia, impersonale, imperiosa.
“Panorama” scandaglia 32 località di vacanza, e nell’80 per cento di casi trova che gli affitti estivi sono in nero. Sono quasi tutti al Sud. Ma anche le 32 località sono quasi tutte al Sud. Non si fanno vacanze, com’è noto, nel Veneto, in Romagna, nelle Marche. E in Toscana e Liguria se ne fanno poche.
Milano
Scopre ora la corruzione, la sua corruzione.
O è quella di Varese?
Il puttanesimo padano che sfila in tiro, al Tribunale di Milano, per dire quanto è signore Berlusconi, almeno un film Milano lo sa fare.
Alcune vantano la laurea, tutte stringono le bocche voraci. Come una volta alla messa, ma senza la veletta.
Dieci consiglieri indagati per corruzione, e quattro assessori dimessi per lo stesso motivo in un anno, ma la Regione Lombardia resta al di sopra del sospetto – “quelle” cose sono da Regione Campania, Regione Sicilia.
Il “Corriere della sera” è costernato. Il giorno del giudizio di Bossi lo liquida con un due pagine di Cazzullo che ne spiega così le colpe: “Da subito la Lega è stato il partito più «sudista» di tutti: familista e clientelare, costruito sui legami personali meglio se di sangue) e la fedeltà al capo”.
Con i figli che dovevano ancora nascere, diavolo d’un Bossi.
Ma siamo sicuri che siano figli suoi?
Il Sud, come è ben noto, pratica una politica infetta. Non i Savoia e il Rattazzi del connubio. Non Depretis e il trasformismo. Né Giolitti. Salvemini ebbe a dirlo “ministro della malavita”, ma Salvemini, essendo di Molfetta, non era magari uno più corrotto di Giolitti? O Nitti, Orlando, Sturzo, Moro. Per non dire di Berlinguer..
Gianfranco Miglio, che si voleva ideologo della Lega, l’aveva pur detto: “La Lombardia non genera uomini di Stato”, solo affaristi,
Il suo Inferno, ne “La Divina Mimesis”, Pasolini lo vuole nella pianura padana, colpevole di Volgarità, un peccato il cui “primo carattere… consiste nel suo essere invadente, nel suo voler rendere Volgare anche chi non lo è, chi è estraneo al suo mondo (l’Italia del Nord e le sue industrie)”. Maestri d’ipocrisia: “I Volgari sono morali”.
La signora Dal Lago, del triumvirato che deve smacchiare la Lega, ha verdi pure gli occhiali, la montatura e i riflessi delle lenti.
Possibile che l’unica cosa pulita di questa Lega del Nord sia una di Brindisi?
Mafia
L’ha creata l’Italia. In Calabria l’ha creata la Repubblica, negli anni a cavallo del 1960. In Puglia negli anni 1980. In quanto organizzazioni o ramificazioni di interessi illegali o illeciti. Ci furono retate di pugliesi a Roma nel 1986 di cui gli inquirenti non riuscivano a capire le connessioni: nel 1986 la mafia in Puglia era una novità.
L’Italia ha aperto gli spazi e creato i presupposti per cui la mafia è mafia, cioè organizzata, violenta, impunita.
Il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri si reca a Racalmuto, dopo aver sciolto il consiglio comunale per mafia. Invitata dai ragazzi di “Malgrado tutto”, la locale rivista antimafia. Ad accoglierla ci sono una trentina di persone: i funzionari del Comune, non tutti, e i ragazzi di “Malgrado tutto”, non tutti – Racalmuto conta novemila abitanti. Certa antimafia fa paura, come la mafia.
La mafia è un crimine e anche un “discorso”. Pervasivo. Nel quale si consuma tutta la realtà meridionale. Che ovviamente è sfaccettata. La maggior parte dei meridionali lavorano, come tutti, con qualche fatica in più. Ma in tutte le loro attività, al Comune per le pratiche e le licenze, in banca, con i fornitori, con i clienti, con i committenti o appaltatori che siano, sono imbozzolati nel “discorso” mafia, di cui anzitutto devono liberarsi, e non possono – il dubbio sempre rimane. Il discorso pervasivo della mafia non permette tra l’altra nemmeno una corretta lotta anticrimine: alle piccole bande che assaltano banche, assicurazioni, negozi, più spesso di giovani e giovanissimi, ai corrotti e corruttori, alle truffe, così diffuse, specie nel campo del risparmio. Tutto sempre appeso al “discorso” mafioso, una sorta di biblismo da caserma.
leuzzi@ntiit.eu
Cambiare mondo con la provincia
L’Italia è il paese dei campanili. Ma con limiti, si penserebbe. Ora siamo al punto che il caffè, lo stesso caffè Kimbo o Autogrill, che chiamano “Racconto”, si vende in Toscana, nella provincia di Grosseto, al bar della stazione di servizio lungo l’Aurelia, a 1,20 euro, mentre passata la frontiera, nel Lazio, sotto Tarquinia, sulla stessa Aurelia, si vende a 1 euro. Sono diversi anche i limiti di velocità. Nel grossetano, sempre sull’Aurelia, il limite è a 90 km, con variazioni continue a 70, o a 60, o a 50, e sensori nascosti dietro le paline per fare le carissime multe, mentre passata la frontiera, si va, sulla stessa strada, a 110 – e senza trappole. Da
Roma fino a Tarquinia i vertiginosi mutamenti di velocità massima sull’Aurelia
sono lasciati alla libera interpretazione dell’automobilista, da Montalto di
Castro in su sono trappole. Dei Comuni per rimpinguare le casse. Con telemetri
e vigili nascosti dietro le siepi, protetti dal giudice di pace di Orbetello.
Le stesse popolazioni probabilmente, ma una diversa tradizione. In Toscana
predatoria, per il vecchio costume dei signori di passo, scesi dall’Amiata alla
Maremma – l’Amiata era passaggio obbligato allora, essendo la Maremma infetta. O, sempre in tema di caffè e panini, la pizzetta romana con prosciutto costa 2 euro e mezzo, in montagna d’inverno a Monte Livata, nella remota provincia di Roma, e cinque, la stessa pizzetta con lo stesso quantitativo di prosciutto, a Campo Felice in Abruzzo, stazione invernale non più nobile.
Il fatto non è solo italiano. La differenza più radicale si presenta forse tra Francia e Spagna al confine catalano. La stessa lingua e la stessa tradizione, catalana, sono vissute in modo diametralmente opposto di qua e di là della frontiera. Inerte (economicamente, commercialmente) e rognosa (razzista, sciovinista) a Perpignan, febbrile e aperta a Figueras. Ma il localismo è in Italia più radicato e diffuso.
Ci sono novità nel federalismo italiano rispetto a quanto si poteva scrivere meno di due anni fa, nel saggio “La Lega fa trent’anni”, pubblicato sul sito il 30 agosto 2010. Dove si faceva l’esempio di Grado, cittadina molto bene amministrata, seppure in sentito leghista. Per concludere che ci sono delle persistenze, forti memorie storiche. Che agiscono però anche come paratie stagne, forme di separazione. Non hanno effetto diffusivo. A Grado come a Vicenza, a Padova, a Treviso, nel veronese, i comuni si amministravano bene anche prima di essere leghisti, quando in massima parte erano democristiani e anzi vescovili. Così pure gran parte delle città in Emilia, Romagna, Toscana, Marche: Bologna si amministrava bene anche sotto il papa, o Siena, o Ancona, o Rimini. Però è vero che Grado non è Jesolo, con la quale pure compartisce la laguna: le due cittadine sono due mondi totalmente diversi. Perché Grado è friulana, o giuliana, e Jesolo è veneta.
Ogni città, ogni paese, finisce per avere una sua “configurazione” (Norbert Elias), un sistema di interrelazioni specifico o “chiuso”, che cristallizza nel tempo in comportamenti e mentalità, pur attraverso frizioni, e anche conflitti, che la stessa interdipendenza accentua. Questi nuclei, “configurati”, si identificano nella rete di cui sono parte, etnica, storica, linguistica. E tuttavia le differenze ci sono pure. O, se si vuole, uno dei fili o delle gabbie di questa rete è il sistema di relazioni amministrative, istituzionali: a volte basta un semplice tratto sulla cata per segnare differenze vistose. Si segua la statale 116 Ionica e a un certo punto, prima dei segnali, si avverte un cambiamento: la stessa strada non ha più buche, ha l’asfalto liscio e la barra continua bianca ai bordi e al centro, perché si è lasciata la Calabria e si è entrati in Basilicata. Le stesse popolazioni, le stesse famiglie probabilmente, hanno una diversa sensibilità da un lato e dall’altri della provincia, tra Cosenza, che pure in Calabria è bene amministrata, e Potenza.
La differenza talvolta la fa la natura. Si può capire che Faenza abbia una cucina totalmente diversa dal Mugello, con cui pure condivide la strada e molta storia: di mezzo c’è l’Appennino. Non c’è invece soluzione di continuità tra Siena, o Grosseto, e Viterbo, scendendo lungo la Cassia o l’Aurelia. Ma sono due mondi incomparabilmente diversi, non solo per il costo della tazzina di caffè e per le multe, ma per colori, dimensioni e cura delle case, per atteggiamento e perfino abbigliamento, per la parlata, anche il linguaggio può essere segnato dal limite burocratico. Con “parti” addirittura invertite quanto a esperienza storica. La Maremma, l’Amiata e la val d’Orcia erano governate dal granduca di Toscana, Viterbo dal papa, ma le prime sono state zone depresse fino a recente, la Maremma fino agli anni 1960, la val d’Orcia fino agli anni 1980, l’Amiata, in declino economico, si spopola, mentre Viterbo e il viterbese sono stati ben accuditi dal papa.
La divisione amministrativa consolida una diversa lingua, e un diverso linguaggio. Mentalità. Costumi. Giudizio. Fedi, religiose, politiche. Consumi, stili di vita: un pasto a Marta costa la metà che a Montefiascone, sullo stesso lago di Bolsena. Tra Massa e Lucca, due province finitime della stessa Regione, e ugualmente “bianche”, la differenza giunge all’estraneità. Macroscopica tra Ronchi di Massa e Vittoria Apuania di Forte dei Marmi, che pure sono località balneari senza soluzione di continuità. Per storie diverse, certo: spesso le divisioni amministrative ricalcano storie diverse. Ma più spesso tagliano territori contigui, uguali, simili, complementari. Ma, poi, non è semplice nemmeno questo: Forte e Viareggio sono da sempre di sinistra e fanno turismo di lusso, come non si fa nel resto della bianca Lucchesia.
Una città in Italia può fare un mondo a parte. Lucca non ha nulla in comune con Massa, a parte, un po’, la lingua – ma non il linguaggio. Massa che invece, malgrado gli Appennini e le Apuane, è in tutto e per tutto legata alla sovrastante Emilia, di Parma e fino a Modena: le parentele sono transappenniniche, e l’alimentazione, i macellai a Massa esibiscono le carni emiliane doc, piuttosto che quella chianine. La Toscana tutta peraltro, che con i Medici si proiettava via Umbria fino agli Abruzzi, non ha mai spartito nulla con le confinanti Marche, presidiate da altre signorie – giusto Piero della Francesca. Ancora oggi Arezzo non sa nulla dalla sovrastante Massa Trabaria.
Bisognerà rifare la storia dei caratteri originali. Si è più spesso contigui e diversi per non si sa bene che. Per immigrazioni. Per lunghi domini-principati che hanno lasciato un imprinting. Per la natura dei luoghi. La differenza abissale tra Forte dei Marmi e Marina di Massa, malgrado la contiguità fisica, è perché l’una fu nel duecento a.C. colonia latina, mentre Massa è rimasta agli Apuani ribelli? E quando questi furono deportati nel Sannio, ai sanniti ribelli che li sostituirono nelle montagne? Gli stupefacenti Campi Flegrei alla periferia Nord di Napoli hanno il vizio d’incutere paura, forse senza colpa degli abitanti. Sono essi gli eredi della flotta romana, delle galere? Si spiegherebbero i “diavoli nel paradiso”, che in questi dintorni classici di Napoli spopolano. Al castello di Baia restaurato e adibito a museo il barista in giacca verde e fiocchetto si abbraccia con la ragazza. Richiesto di un caffè risponde che la macchina è rotta. Richiesto di un po’ d’urbanità, ribatte torvo che lui è un lavoratore socialmente utile e non deve fare il caffè. La Piscina Mirabile è guardata da un grappolo di uomini di campagna intenti a fumare e giocare a carte, che non guardano nemmeno il visitatore. A Miseno, dove avevano sede le galere, non si può scendere dalla macchina, i camerieri divelgono letteralmente i pochi visitatori al loro ristorante. A Santa Maria Capua Vetere, che pure ha un anfiteatro romano molto visitato, ogni sguardo trasuda violenza, verso il forestiero che vi si avventura in macchina, che non si può non predare. Insomma, le specificità ci sono.
Il fatto non è solo italiano. La differenza più radicale si presenta forse tra Francia e Spagna al confine catalano. La stessa lingua e la stessa tradizione, catalana, sono vissute in modo diametralmente opposto di qua e di là della frontiera. Inerte (economicamente, commercialmente) e rognosa (razzista, sciovinista) a Perpignan, febbrile e aperta a Figueras. Ma il localismo è in Italia più radicato e diffuso.
Ci sono novità nel federalismo italiano rispetto a quanto si poteva scrivere meno di due anni fa, nel saggio “La Lega fa trent’anni”, pubblicato sul sito il 30 agosto 2010. Dove si faceva l’esempio di Grado, cittadina molto bene amministrata, seppure in sentito leghista. Per concludere che ci sono delle persistenze, forti memorie storiche. Che agiscono però anche come paratie stagne, forme di separazione. Non hanno effetto diffusivo. A Grado come a Vicenza, a Padova, a Treviso, nel veronese, i comuni si amministravano bene anche prima di essere leghisti, quando in massima parte erano democristiani e anzi vescovili. Così pure gran parte delle città in Emilia, Romagna, Toscana, Marche: Bologna si amministrava bene anche sotto il papa, o Siena, o Ancona, o Rimini. Però è vero che Grado non è Jesolo, con la quale pure compartisce la laguna: le due cittadine sono due mondi totalmente diversi. Perché Grado è friulana, o giuliana, e Jesolo è veneta.
Ogni città, ogni paese, finisce per avere una sua “configurazione” (Norbert Elias), un sistema di interrelazioni specifico o “chiuso”, che cristallizza nel tempo in comportamenti e mentalità, pur attraverso frizioni, e anche conflitti, che la stessa interdipendenza accentua. Questi nuclei, “configurati”, si identificano nella rete di cui sono parte, etnica, storica, linguistica. E tuttavia le differenze ci sono pure. O, se si vuole, uno dei fili o delle gabbie di questa rete è il sistema di relazioni amministrative, istituzionali: a volte basta un semplice tratto sulla cata per segnare differenze vistose. Si segua la statale 116 Ionica e a un certo punto, prima dei segnali, si avverte un cambiamento: la stessa strada non ha più buche, ha l’asfalto liscio e la barra continua bianca ai bordi e al centro, perché si è lasciata la Calabria e si è entrati in Basilicata. Le stesse popolazioni, le stesse famiglie probabilmente, hanno una diversa sensibilità da un lato e dall’altri della provincia, tra Cosenza, che pure in Calabria è bene amministrata, e Potenza.
La differenza talvolta la fa la natura. Si può capire che Faenza abbia una cucina totalmente diversa dal Mugello, con cui pure condivide la strada e molta storia: di mezzo c’è l’Appennino. Non c’è invece soluzione di continuità tra Siena, o Grosseto, e Viterbo, scendendo lungo la Cassia o l’Aurelia. Ma sono due mondi incomparabilmente diversi, non solo per il costo della tazzina di caffè e per le multe, ma per colori, dimensioni e cura delle case, per atteggiamento e perfino abbigliamento, per la parlata, anche il linguaggio può essere segnato dal limite burocratico. Con “parti” addirittura invertite quanto a esperienza storica. La Maremma, l’Amiata e la val d’Orcia erano governate dal granduca di Toscana, Viterbo dal papa, ma le prime sono state zone depresse fino a recente, la Maremma fino agli anni 1960, la val d’Orcia fino agli anni 1980, l’Amiata, in declino economico, si spopola, mentre Viterbo e il viterbese sono stati ben accuditi dal papa.
La divisione amministrativa consolida una diversa lingua, e un diverso linguaggio. Mentalità. Costumi. Giudizio. Fedi, religiose, politiche. Consumi, stili di vita: un pasto a Marta costa la metà che a Montefiascone, sullo stesso lago di Bolsena. Tra Massa e Lucca, due province finitime della stessa Regione, e ugualmente “bianche”, la differenza giunge all’estraneità. Macroscopica tra Ronchi di Massa e Vittoria Apuania di Forte dei Marmi, che pure sono località balneari senza soluzione di continuità. Per storie diverse, certo: spesso le divisioni amministrative ricalcano storie diverse. Ma più spesso tagliano territori contigui, uguali, simili, complementari. Ma, poi, non è semplice nemmeno questo: Forte e Viareggio sono da sempre di sinistra e fanno turismo di lusso, come non si fa nel resto della bianca Lucchesia.
Una città in Italia può fare un mondo a parte. Lucca non ha nulla in comune con Massa, a parte, un po’, la lingua – ma non il linguaggio. Massa che invece, malgrado gli Appennini e le Apuane, è in tutto e per tutto legata alla sovrastante Emilia, di Parma e fino a Modena: le parentele sono transappenniniche, e l’alimentazione, i macellai a Massa esibiscono le carni emiliane doc, piuttosto che quella chianine. La Toscana tutta peraltro, che con i Medici si proiettava via Umbria fino agli Abruzzi, non ha mai spartito nulla con le confinanti Marche, presidiate da altre signorie – giusto Piero della Francesca. Ancora oggi Arezzo non sa nulla dalla sovrastante Massa Trabaria.
Michael Dibdin, il giallista inglese italianato, a un certo punto, in “… e poi muori”, ambientato in Versilia e a Lucca, nota nella piazza Napoleone una rivista che insulta i pisani: “Una scoperta medica rivela perché i pisani nascono – il rimedio non c’è”. E se la spiega come il un riflesso dispettoso della città “industriosa, mercantile” verso “la città di mare, con la sua inaffidabile ciurma di briganti e avventurieri”. Mentre la rivista è chiaramente “il Vernacoliere”, pensato, scritto e pubblicato a Livorno. Che quindi opera al contrario: è la ciurma di briganti e avventurieri che insulta la paciosa, torpida, città di terra che Pisa nel frattempo è diventata.
Diverso il caso di una trasformazione invece voluta. Talamone che in cinque anni si trasforma da borgo sonnolento, con la sua storia garibaldina, in marina: un pied-à-terre rifatto, acciottolato e arredato d’architetto, per barche enormi tirate sempre a lucido. Questa è l’opera della politica, che dunque può fare nell’arco di pochi anni. Si vede dall’autostrada: stessi luoghi, stesse popolazioni, divisi amministrativamente: dopo qualche decennio, la diversa gestione politica cambia anche i connotati. La forza della politica, dell’azione, dell’attività. Per politica intendendosi non il partito, non tanto il partito, quanto la tradizione dentro il partito. Perché Livorno e Grosseto, province confinanti, hanno da sessant’anni un’amministrazione dello stesso colore politico, ma interpretata diversamente: sotto la stessa politica la diversa tradizione, o la persistenza dei caratteri, fa la differenza.Bisognerà rifare la storia dei caratteri originali. Si è più spesso contigui e diversi per non si sa bene che. Per immigrazioni. Per lunghi domini-principati che hanno lasciato un imprinting. Per la natura dei luoghi. La differenza abissale tra Forte dei Marmi e Marina di Massa, malgrado la contiguità fisica, è perché l’una fu nel duecento a.C. colonia latina, mentre Massa è rimasta agli Apuani ribelli? E quando questi furono deportati nel Sannio, ai sanniti ribelli che li sostituirono nelle montagne? Gli stupefacenti Campi Flegrei alla periferia Nord di Napoli hanno il vizio d’incutere paura, forse senza colpa degli abitanti. Sono essi gli eredi della flotta romana, delle galere? Si spiegherebbero i “diavoli nel paradiso”, che in questi dintorni classici di Napoli spopolano. Al castello di Baia restaurato e adibito a museo il barista in giacca verde e fiocchetto si abbraccia con la ragazza. Richiesto di un caffè risponde che la macchina è rotta. Richiesto di un po’ d’urbanità, ribatte torvo che lui è un lavoratore socialmente utile e non deve fare il caffè. La Piscina Mirabile è guardata da un grappolo di uomini di campagna intenti a fumare e giocare a carte, che non guardano nemmeno il visitatore. A Miseno, dove avevano sede le galere, non si può scendere dalla macchina, i camerieri divelgono letteralmente i pochi visitatori al loro ristorante. A Santa Maria Capua Vetere, che pure ha un anfiteatro romano molto visitato, ogni sguardo trasuda violenza, verso il forestiero che vi si avventura in macchina, che non si può non predare. Insomma, le specificità ci sono.
sabato 14 aprile 2012
Le banche internazionali contro Monti
Banche contro banche? Banche italiane contro banche d’affari anglosassoni: è questo il motivo delle critiche del “Wall Street Journal” e del “Financial Times” a Monti, dopo tre mesi di plausi. Le banche di New York e Londra, che gestiscono i grandi patrimoni e accompagnano le grandi multinazionali, sono insoddisfatte del fisco di Monti. Non degli aggravi ma dell’incertezza: sanno di dover pagare, per lo scudo fiscale, per gli immobili, per il lusso, ma non sanno quanto, né quando. Devono perciò tenere immobilizzati ingenti capitali invece di investirli produttivamente.
È da questa delusione che nascono le critiche e i rinnovati – per ora limitati – smobilizzi di titoli italiani. È una critica peraltro fondata: l’attivismo del fisco si limita alle incursioni nelle zone di prestigio nei week-end, con nessun esito sostanziale – a parte le diarie per i funzionari, e gli straordinari notturni festivi: nessun decreto attuativo della tante imposte nuove è stato apprestato, benché a capo dell’Economia sia lo stesso Monti.
C’è anche il sospetto che Monti voglia favorire le banche italiane. Il “conto corrente coatto” per tutti gli italiani sarebbe stato concordato con le banche per accrescerne d’autorità gli attivi. L’incertezza fiscale non colpirebbe invece le banche italiane perché impegnate eminentemente nel retail, nelle piccole operazioni.
È da questa delusione che nascono le critiche e i rinnovati – per ora limitati – smobilizzi di titoli italiani. È una critica peraltro fondata: l’attivismo del fisco si limita alle incursioni nelle zone di prestigio nei week-end, con nessun esito sostanziale – a parte le diarie per i funzionari, e gli straordinari notturni festivi: nessun decreto attuativo della tante imposte nuove è stato apprestato, benché a capo dell’Economia sia lo stesso Monti.
C’è anche il sospetto che Monti voglia favorire le banche italiane. Il “conto corrente coatto” per tutti gli italiani sarebbe stato concordato con le banche per accrescerne d’autorità gli attivi. L’incertezza fiscale non colpirebbe invece le banche italiane perché impegnate eminentemente nel retail, nelle piccole operazioni.
L’inverno islamico
Il riflusso è stato rapido dopo la primavera araba, in Nord Africa e in Medio Oriente, finita ovunque in regimi islamici, più o meno radicali, ma tutti retrogradi, nella gestione pubblica, dei diritti, dell’economia. Ma non ha colto di sorpresa le diplomazie occidentali, che lo scontavano. Sulla base di un revival islamico noto ormai da un trentennio, dall’avvento del khomeinismo in Iran, per essere reazionario, sciovinista, oscurantista.
Il caso da manuale che si porta è l’Afghanistan. Che, dopo un decennio di guerra di liberazione degli eserciti occidentali sotto l’egida dell’Onu, ritorna ai Talebani, a un regime cioè dichiaratamente oscurantista e reazionario, chiuso anche ai suoi vicini islamici. Ma l’Afghanistan, per le diplomazie, fa caso a sé: è un paese ritenuto immodernizzabile, troppo vasto, troppo poco popolato, senza un’economia, tribalizzato. Il caso da manuale è l’Iran. Che ha una storia, una società, e una classe dirigente, ma nei trent’anni di khomeinismo si è comparativamente immiserito rispetto al regime pur non eccellente dello scià. Isolato nella regione e nel mondo e, malgrado la probabile atomica, senza alcun ruolo: non diplomatico, non militare, non politico, e nemmeno (in Iraq) religioso.
La stessa involuzione si attende in Nord Africa. Qui, come in Iraq, i regimi dittatoriali erano se non altro modernizzanti, e costruivano società complesse: urbane, produttive, attive. Il tempo in questi mesi si è fermato, in Tunisia, in Egitto, in Libia, ma se ne dà per scontato un ritorno al passato: a società chiuse e inerti. L’islam, che nella sua lunga tradizione ha avuto molti fermenti innovativi, è in questa fase chiuso e distruttivo. L’Algeria, che nel Nord Africa era avviata a uno standard di vita europeo, seppure delle regioni ex sovietiche, ha sofferto a causa dell’integralismo del Gia, il fronte islamico, e della conseguente guerra civile quindici anni fa un ritardo che ora appare irrecuperabile.
Il caso da manuale che si porta è l’Afghanistan. Che, dopo un decennio di guerra di liberazione degli eserciti occidentali sotto l’egida dell’Onu, ritorna ai Talebani, a un regime cioè dichiaratamente oscurantista e reazionario, chiuso anche ai suoi vicini islamici. Ma l’Afghanistan, per le diplomazie, fa caso a sé: è un paese ritenuto immodernizzabile, troppo vasto, troppo poco popolato, senza un’economia, tribalizzato. Il caso da manuale è l’Iran. Che ha una storia, una società, e una classe dirigente, ma nei trent’anni di khomeinismo si è comparativamente immiserito rispetto al regime pur non eccellente dello scià. Isolato nella regione e nel mondo e, malgrado la probabile atomica, senza alcun ruolo: non diplomatico, non militare, non politico, e nemmeno (in Iraq) religioso.
La stessa involuzione si attende in Nord Africa. Qui, come in Iraq, i regimi dittatoriali erano se non altro modernizzanti, e costruivano società complesse: urbane, produttive, attive. Il tempo in questi mesi si è fermato, in Tunisia, in Egitto, in Libia, ma se ne dà per scontato un ritorno al passato: a società chiuse e inerti. L’islam, che nella sua lunga tradizione ha avuto molti fermenti innovativi, è in questa fase chiuso e distruttivo. L’Algeria, che nel Nord Africa era avviata a uno standard di vita europeo, seppure delle regioni ex sovietiche, ha sofferto a causa dell’integralismo del Gia, il fronte islamico, e della conseguente guerra civile quindici anni fa un ritardo che ora appare irrecuperabile.
venerdì 13 aprile 2012
Tre ingegneri anglofoni al costo di uno
Il Politecnico di Milano rinuncia all’italiano come lingua d’insegnamento, passando all’inglese. Che sarà maccheronico, ma non più dei tanti pidgin english che corrono il mondo. Ma è l’europeismo o internazionalizzazione come li intende Milano, speculari al leghismo, a vista corta cioè. Ed è un modo come un altro per scardinare il famoso ingegnere italiano, quello che, in parallelo con l’artigiano dalle mani prensili, ha creato l’Italia postbellica. La laurea breve non è bastata per ridurlo a un modesto calcolatore di pesi e spinte, Milano gli taglia la lingua.
Negli anni 1970-1980 le imprese italiane all’estero fecero ampio ricorso, poiché gli espatriati italiani accrescevano le pretese e i costi, a ingegneri indiani, filippini, brasiliani. Che non avevano tante pretese - al costo di un ingegnere italiano espatriato si potevano avere tre asiatici o latinoamericani - e sapevano l’inglese. Ma cominciarono a perdere le gare e gli appalti: di tanto migliorarono l’inglese della corrispondenza e delle presentazioni, di tanto ne indebolirono la capacità di progettazione. Avevano buoni esecutori.
Negli anni 1970-1980 le imprese italiane all’estero fecero ampio ricorso, poiché gli espatriati italiani accrescevano le pretese e i costi, a ingegneri indiani, filippini, brasiliani. Che non avevano tante pretese - al costo di un ingegnere italiano espatriato si potevano avere tre asiatici o latinoamericani - e sapevano l’inglese. Ma cominciarono a perdere le gare e gli appalti: di tanto migliorarono l’inglese della corrispondenza e delle presentazioni, di tanto ne indebolirono la capacità di progettazione. Avevano buoni esecutori.
SuperMario perde colpi
Forse le troppe partite fuori casa non portano bene. O forse non porta bene la tecnica. Fatto è che sui suoi due terreni preferiti, il campo internazionale e quello dell’economia, Mario Monti perde colpi - mentre si dimostra buon politico, buon navigatore tra gli scogli politici. Al borsino ministeriale molti entusiasmi si sono raffreddati.
Elsa Fornero, specialista di assicurazioni e previdenza, ha imposto in poche ore il taglio delle pensioni, dopodiché si è smarrita. Passera, dopo il primo colpo che obbliga ogni italiano al conto corrente, non sa fare e non sa nemmeno dire niente. Lo stesso Monti viene sub iudice per le improvvisazioni fiscali, che potrebbero essere letali – ogni giorno si scopre che ha messo una nuova tassa, tra le pieghe del decreto “Salva Italia”. Di più raffredda gli entusiasmi, agli Esteri e all’Economia, il fronte internazionale scelto dallo stesso Monti.
Il presidente del consiglio non ha mutato in nulla l’attendismo catastrofico dell’Unione Europea, malgrado i continui contatti con Merkel e Sarkozy. Ha creato un incidente diplomatico, e innervosito i mercati, con i ripetuti accenni alle debolezze della Spagna. Non ha ottenuto nulla dalla recente visita in Cina: nessun impegno a investire in titoli italiani, e nessuna attenuazione della diffidenza di Pechino nei confronti dell’euro.
L’attivismo del ministro degli Esteri Terzi, teso a creare uno status di statista internazionale a Monti, con una ventina di incontri internazionali in quattro mesi, si sta rivelando un fallimento, se non un boomerang. Lo stesso nome di Monti buttato lì da Obama in alcuni discorsi è giudicato “menomante” alla Farnesina, in quanto genererebbe gelosie e sospetti a Parigi e Londra, senza peraltro il fondamento di un asse privilegiato tra Roma e Washington. La gestione dell’affare Kerala, dei marò arrestati, è giudicata un errore: al sottosegretario Staffan de Mistura si fa colpa di essersi impigliato in una sorta di diplomazia della cipolla, ogni pochi giorni concedendo qualcosa, invece di contestare la giurisdizione indiana, come un buon diplomatico si sarebbe limitato a fare.
Elsa Fornero, specialista di assicurazioni e previdenza, ha imposto in poche ore il taglio delle pensioni, dopodiché si è smarrita. Passera, dopo il primo colpo che obbliga ogni italiano al conto corrente, non sa fare e non sa nemmeno dire niente. Lo stesso Monti viene sub iudice per le improvvisazioni fiscali, che potrebbero essere letali – ogni giorno si scopre che ha messo una nuova tassa, tra le pieghe del decreto “Salva Italia”. Di più raffredda gli entusiasmi, agli Esteri e all’Economia, il fronte internazionale scelto dallo stesso Monti.
Il presidente del consiglio non ha mutato in nulla l’attendismo catastrofico dell’Unione Europea, malgrado i continui contatti con Merkel e Sarkozy. Ha creato un incidente diplomatico, e innervosito i mercati, con i ripetuti accenni alle debolezze della Spagna. Non ha ottenuto nulla dalla recente visita in Cina: nessun impegno a investire in titoli italiani, e nessuna attenuazione della diffidenza di Pechino nei confronti dell’euro.
L’attivismo del ministro degli Esteri Terzi, teso a creare uno status di statista internazionale a Monti, con una ventina di incontri internazionali in quattro mesi, si sta rivelando un fallimento, se non un boomerang. Lo stesso nome di Monti buttato lì da Obama in alcuni discorsi è giudicato “menomante” alla Farnesina, in quanto genererebbe gelosie e sospetti a Parigi e Londra, senza peraltro il fondamento di un asse privilegiato tra Roma e Washington. La gestione dell’affare Kerala, dei marò arrestati, è giudicata un errore: al sottosegretario Staffan de Mistura si fa colpa di essersi impigliato in una sorta di diplomazia della cipolla, ogni pochi giorni concedendo qualcosa, invece di contestare la giurisdizione indiana, come un buon diplomatico si sarebbe limitato a fare.
Le liberalizzazioni sono dei prezzi
Succede per l’energia come già per le banche, i trasporti e gli altri consumi sociali o di pubblica utilità: a un anno e mezzo dalla liberalizzazione dei mercati del gas e della luce, tutte le tariffe sono aumentate liberamente, dal dieci per cento in su, fino al quaranta. A titolo vario (tariffa bioraria, riduzione dell’emissione di CO2, tariffa fissa con tro le fasce orarie). È l’unico esito delle liberalizzazioni in Italia: la libertà di prezzo. Che significa aumento dei prezzi stessi e delle tariffe, e non riduzione, in nessun caso.
A lungo in Italia si contestò la politica delle tariffe, soggette dopo la guerra al controllo e perfino all’autorizzazione governativa. La liberalizzazione si precisò in antitesi alla politica dei controlli. Ritenuta statalista e perfino fascista. E questo è stata ed è: una liberalizzazione degli aumenti – degli”adeguamenti tariffari”: al mercato delle materie prime, ai costi del personale, al cambio dell’euro, e ad altra diversificati riferimenti. Una forma di monopolismo imperfetto e non di concorrenza. Con un aggravio e non con la riduzione dei prezzi, che i manuali di economia politica ascrivono alla concorrenza. Solo si accresce il numero dei soggetti sul mercato. Agli ex monopolisti statali, soggetti ai controlli, si so no sostituito oligopoli privatissimi, senza più controlli. Quelli costosissimi delle Autorità pubbliche sono sinergici con gli oligopoli – ne garantiscono insomma gli interessi.
A lungo in Italia si contestò la politica delle tariffe, soggette dopo la guerra al controllo e perfino all’autorizzazione governativa. La liberalizzazione si precisò in antitesi alla politica dei controlli. Ritenuta statalista e perfino fascista. E questo è stata ed è: una liberalizzazione degli aumenti – degli”adeguamenti tariffari”: al mercato delle materie prime, ai costi del personale, al cambio dell’euro, e ad altra diversificati riferimenti. Una forma di monopolismo imperfetto e non di concorrenza. Con un aggravio e non con la riduzione dei prezzi, che i manuali di economia politica ascrivono alla concorrenza. Solo si accresce il numero dei soggetti sul mercato. Agli ex monopolisti statali, soggetti ai controlli, si so no sostituito oligopoli privatissimi, senza più controlli. Quelli costosissimi delle Autorità pubbliche sono sinergici con gli oligopoli – ne garantiscono insomma gli interessi.
giovedì 12 aprile 2012
La recessione ha azzerato la manovra
Meno debito, ma più alto in percentuale del pil. Il pareggio di bilancio nel 2013 potrebbe farsi con un debito aggravato in rapporto al pil, e non alleggerito. Se le previsioni di un peggioramento della recessione si confermeranno.
Non è una novità: la coperta stretta dei parametri del patto di stabilità, se tirata da un lato, ne lascia scoperto un altro. Ma in questo caso con una ragione economica: il debito in sé non è pericoloso se non in rapporto al prodotto interno che deve pagarlo. Se la recessione in atto dovesse aggravarsi al 2 per cento, invece che all’1,5 per cento già previsto, il senso economico della manovra cui l’Italia si è assoggettata sarebbe vanificato. Nascono da qui le ricoperture dei mercati sui titoli del debito italiani: più tasse = meno pil = più spread, che non è un circolo vizioso.
Non è una novità: la coperta stretta dei parametri del patto di stabilità, se tirata da un lato, ne lascia scoperto un altro. Ma in questo caso con una ragione economica: il debito in sé non è pericoloso se non in rapporto al prodotto interno che deve pagarlo. Se la recessione in atto dovesse aggravarsi al 2 per cento, invece che all’1,5 per cento già previsto, il senso economico della manovra cui l’Italia si è assoggettata sarebbe vanificato. Nascono da qui le ricoperture dei mercati sui titoli del debito italiani: più tasse = meno pil = più spread, che non è un circolo vizioso.
SuperMario e la fine d Amato
Mario Monti è accreditato dall’Eurisko del favore del 48 per cento degli elettori, un ciclone. Lui personalmente è prudente: sa che il voto è un percorso accidentato. Preferendo accreditarsi come uomo delle istituzioni e non di partito – leggi la presidenza della Repubblica dopo Napolitano.
Una candidatura politica di Monti lascia peraltro perplessi gli studiosi: la sua discesa in campo è stata di tipo fiscale, punitiva e non propositiva. Potrà risanare il bilancio, anche se solo pro tempore. Ma si trova ad affrontare una forte recessione e non ha idea – non la propone - di cosa fare per alleviarla. Il destino “politico” di Monti viene piuttosto equiparato a quello di Giuliano Amato, che nel 1992 affrontò con lo stesso taglio la crisi della lira: molte imposte straordinarie, per un attivo di bilancio che coprì al 90 per cento il costo del debito. Ma non fu più candidabile.
Una candidatura politica di Monti lascia peraltro perplessi gli studiosi: la sua discesa in campo è stata di tipo fiscale, punitiva e non propositiva. Potrà risanare il bilancio, anche se solo pro tempore. Ma si trova ad affrontare una forte recessione e non ha idea – non la propone - di cosa fare per alleviarla. Il destino “politico” di Monti viene piuttosto equiparato a quello di Giuliano Amato, che nel 1992 affrontò con lo stesso taglio la crisi della lira: molte imposte straordinarie, per un attivo di bilancio che coprì al 90 per cento il costo del debito. Ma non fu più candidabile.
Ombre - 126
È straordinario, ha dell’incredibile, che la Germania si finanzi da sette mesi a spese dell’Italia, e ora anche della Francia, con la Merkel che a giorni alterni dichiara “questo non si può fare” e “questo non si farà mai”. Con sarcasmo: “La Germania non pagherà mai i debiti degli altri”. Senza che nessuno le dia un calcio in bocca. Non il chierichetto Monti, non il tronfio Sarkozy.
Senza che nessuno ce lo spieghi.
Il grimaldello di Angela Merkel è semplice, anzi brutale – proprio “tedesco”: dichiarando ogni poche ore che non c’è soluzione, rialimenta la fuga sui titoli tedeschi. A spese, nel tempo, della Grecia, del Portogallo, della Spagna. E sempre dell’Italia, che ha i conti in ordine e non vuole niente dalla Germania.
Lo sfiancamento dell’Italia Merkel fa con una forte quinta colonna: la cattiva informazione.
Sono di moda le visite guidate ai sotterranei delle città. A Napoli naturalmente, Orvieto, Perugia. Parigi si specializza nel giro delle fogne. Organizza cinque tour al giorno anche Pistoia, che non ha turisti. È la nuova frontiera.
Andy Xie, “economista indipendente”, cinese, spiega al “Corriere della sera” perché l’Italia non può funzionare. Inoppugnabile se non per un punto: “L’economia italiana è in ristagno da quasi dieci anni”, dice. No, da quasi venti. Dalla prima “cura Monti”, allora “cura Amato”.
L’Italia non può funzionare per gli enormi sprechi legati al “sindacalismo” nei servizi, pubblici e privati. Non una grande novità, anche se Xie ha esempi gustosi: tutti lo sappiamo. Ma si può dire solo in Cina?
Il Comune di Firenze ha il record dell’assenteismo, due dipendenti su cinque – ce l’aveva al tempo di Brunetta, che raccoglieva le statistiche. E ha pagato per dodici anni premi di produttività a tutti i suoi tremila dipendenti – 50 milioni in totale. Pronubo l’ultimo sindaco diessino, Domenici. Lo scopre la Guardia di Finanza, ma in sordina: Firenze non è la Sicilia? il rosso non è nero?
Della famosa speculazione fiorentina nell’area di Castello l’unico appalto perseguito dal Procuratore Quattrocchi è stato quello della scuola dei Marescialli. Per la quale l’appaltatore aveva già avuto dalla giustizia amministrativa un solido indennizzo da parte dello Stato (35 milioni), e ora viene assolto dalla giustizia civile perché “il fatto non sussiste”. Ma l’operato della Procura fiorentina non stato a vuoto: ha evitato di indagare Domenici e la sua giunta, che gestivano l’affare.
Si programmano in Toscana “centri commerciali naturali”. Unificare gli opposti, ecologia e shopping, come non pensarci? Con buona coscienza.
Critica da alcuni giorni il governo sul “Wall street Journal” e il “Financial Times”, e ora scopre, dopo quattro mesi, che le tasse fanno male all’economia, anche se sulle case e non sulle imprese. È Emma Marcegaglia, presidente in cerca di occupazione della Confindustria. Prima criticava Berlusconi nel nome di Casini, per diventarne deputatessa. Ora, si dice, ambirebbe a guidare un nuovo governo tecnico. Da non credere.
Francesco Piccolo, sopravissuto alla dieta Dukan, ne fa su “La Lettura” esercizio pantagruelico: “La bolla speculativa della bresaola”. Come già del tulipano, o dei tanti eldorado oltreoceano. Con qualche complesso di colpa per avere poi contribuito, conclusa la dieta, a sgonfiare la bolla.
Ma per alimentare la bolla si faceva la bresaola con lo zebù africano. Che ora può riprendere le sue (inservibili) sgroppate nella savana.
Il maestro Barenboim va a Firenze e trova che il nuovo teatro dell’Opera, inaugurato a Natale con sfarzo pubblicitario, è incompleto e non è completabile – è stato costruito male. Ma lo sappiamo solo perché Barenboim se ne stupisce. La chiusura del Comunale per fare posto al nuovo teatro ha comportato un centinaio di esuberi, ma la Cgil ne fu entusiasta.
Casini rinuncia ai benefici da ex presidente della Camera: ufficio e macchina blu. Perché ce li ha come presidente del suo gruppo parlamentare. Sembra di sognare.
E ci fa la morale.
Galliani non ha finito d’invocare il giudice di linea, contro i gol fantasma che gli arbitri negano al Milan, che un giudice di linea a Barcellona decreta la vittoria del Barcellona. Galliani dev’essere un grande sportivo.
La società fiorentina dei trasporti pubblici, Ataf, bandisce una gara per il trasporto suburbano su rotaia fatta apposta per le ferrovie francese, la Ratp. Impossibile per altri concorrenti di partecipare alla gara. La Ratp è socia di Ataf in altre società. Politica? Mercato?
mercoledì 11 aprile 2012
L’altra Italia di Nievo che morì sul nascere
Un’altra lingua, un’altra Italia? Non si può dire, ma si riedita sempre con curiosità, da ultimo per il centocinquantenario, questo romanzone di mille pagine. Di cui si fa ora anzi la traduzione in inglese, integrale. Prolisso nella seconda parte ma perdonabile, a un autore che è morto a trent’anni, di cui gli ultimi vissuti per la rivoluzione italiana, fino alla spedizione dei Mille – al ritorno dalla quale perì, dopo essere stato governatore a Palermo, nel naufragio della nave a Napoli.
Era anche un’altra Italia, questa ben più rocciosa, e oggi solo apparentemente disfatta, poiché riemerge a ogni interstzio o debolezza della storia. La vocazione di Monsignor Orlando dei conti della Fratta, che oggi si legge in chiave paradossale, era allora, nel secondo Settecento e dopo, un fatto. Leopardi, primogenito ben più illustre, vestiva da chierichetto, a dodici anni fu tonsurato, portò l’abito talare fino a vent’anni, e subito dopo, nel primo agognato viaggio fuori dal buco di Recanati, presso gli zii materni Antici a Roma, in cerca di un’occupazione che lo rendesse indipendente, quella che trovò senza difficoltà fu una prebenda da ecclesiastico.
Claudio Milanini apre in questa riedizione uno squarcio rivelatore sulla questione della lingua, cioè della politica e delle cose da fare. Mazzini fu subito contro “gli epigoni del Manzoni, troppo spesso ancorati a un sentimentalismo arreso e fittizio”, scrive Milanini sintetizzandone il saggio “Moto letterario in Italia” del 1838. Carlo Tenca auspicava “un andamento più familiare e più schietto della narrazione” (1852). Nievo propugnava nel 1854, a 23 anni, una poetica realistica, adeguata alla “indole pratica e precisa de’ tempi nostri”, e “una fusione conciliatrice” dei dialetti nella lingua nazionale. Sviluppando, dice Milanini, “la linea del Manzoni”. Non di quello del “fiorentinismo”, ma “dello scrittore che con la prima edizione dei “Promessi sposi” (più diffusa allora di quella definitiva, sciacquata in Arno), già si era aperto alle «maniere speciali dei dialetti lombardi»”.
Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, Bur, pp. 954 € 13
Era anche un’altra Italia, questa ben più rocciosa, e oggi solo apparentemente disfatta, poiché riemerge a ogni interstzio o debolezza della storia. La vocazione di Monsignor Orlando dei conti della Fratta, che oggi si legge in chiave paradossale, era allora, nel secondo Settecento e dopo, un fatto. Leopardi, primogenito ben più illustre, vestiva da chierichetto, a dodici anni fu tonsurato, portò l’abito talare fino a vent’anni, e subito dopo, nel primo agognato viaggio fuori dal buco di Recanati, presso gli zii materni Antici a Roma, in cerca di un’occupazione che lo rendesse indipendente, quella che trovò senza difficoltà fu una prebenda da ecclesiastico.
Claudio Milanini apre in questa riedizione uno squarcio rivelatore sulla questione della lingua, cioè della politica e delle cose da fare. Mazzini fu subito contro “gli epigoni del Manzoni, troppo spesso ancorati a un sentimentalismo arreso e fittizio”, scrive Milanini sintetizzandone il saggio “Moto letterario in Italia” del 1838. Carlo Tenca auspicava “un andamento più familiare e più schietto della narrazione” (1852). Nievo propugnava nel 1854, a 23 anni, una poetica realistica, adeguata alla “indole pratica e precisa de’ tempi nostri”, e “una fusione conciliatrice” dei dialetti nella lingua nazionale. Sviluppando, dice Milanini, “la linea del Manzoni”. Non di quello del “fiorentinismo”, ma “dello scrittore che con la prima edizione dei “Promessi sposi” (più diffusa allora di quella definitiva, sciacquata in Arno), già si era aperto alle «maniere speciali dei dialetti lombardi»”.
Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, Bur, pp. 954 € 13
Il padre-madre di Leopardi
La scoperta di questa biografia è Monaldo, il conte, il padre. L’“Autobiografia” di Monaldo. Che anticipa, nientemeno, “Guerra e pace” sul matrimonio: “Mi pareva che il decreto della nostra unione non fosse scritto in cielo”. Un “conversatore straordinario”, incontinente ma interessante, fino in punto di morte, collettore instancabile di libri, socievolissimo, scriveva anche sessanta lettere in un giorno, un uomo dalla mente “eccentrica, spiritosa, acuta, bizzarra, paradossale”, tanto quanto quella di Giacomo era “quadra”, per “compattezza, forma, sistema”. Simpatico, si può aggiungere, anche nei tanti rovesci finanziari.
A lui Giacomo fece risalire la colpa dei “sette anni di studio matto e disperatissimo” al quale imputava le deformazioni nello sviluppo e gli innumerevoli malanni, che erano invece l’esito della tubercolosi ossea, come Pascoli opinerà correttamente, e della depressione psicotica, come Citati opina. Ma restandogli sempre, nella disperazione, attaccato – Monaldo ne era stato la chioccia, il “padre-madre”, dice Citati.
Pietro Citati, Leopardi, Oscar, pp. 437 € 10
A lui Giacomo fece risalire la colpa dei “sette anni di studio matto e disperatissimo” al quale imputava le deformazioni nello sviluppo e gli innumerevoli malanni, che erano invece l’esito della tubercolosi ossea, come Pascoli opinerà correttamente, e della depressione psicotica, come Citati opina. Ma restandogli sempre, nella disperazione, attaccato – Monaldo ne era stato la chioccia, il “padre-madre”, dice Citati.
Pietro Citati, Leopardi, Oscar, pp. 437 € 10
martedì 10 aprile 2012
Problemi di base - 97
spock
Non saranno gli africani i veri ariani? Se l’umanità riparte da Noè, solo i figli di Cam sono la retta discendenza: “Solo Cam ha avuto accesso alla rivelazione di Noè”, stabilisce la Bibbia.
Fu Europa – “bellavista” o “belvedere” - una bella semita figlia del re di Sidone, prima di essere eletta da Omero negli inni a sinonimo di Grecia: non sarà l’Europa invece semita?
Ma l’origine è egiziana della grecità, madre dell’Europa, che Erodoto attesta, della metafisica e la religione: e dunque l’Europa è africana?
L’ingravidatore che non è padre di nessun figlio, vecchio indovinello, era la spia: è il pentito?
Se il moralismo dei pentiti è come la virtù delle puttane, come dare loro credito, dare credito ai giudici che se ne fanno scudo?
Sono gli scrittori siciliani che fanno grande la Sicilia, o è la Sicilia che fa grandi anche gli scrittori?
Se possono solo applaudire, a comando, ai talk show e ai varietà in tv, perché si chiamano pubblico?
Se Prometeo è l’uomo, ed è un ribelle a Dio, non sarà l’uomo il diavolo?
spock@antiit.eu
Non saranno gli africani i veri ariani? Se l’umanità riparte da Noè, solo i figli di Cam sono la retta discendenza: “Solo Cam ha avuto accesso alla rivelazione di Noè”, stabilisce la Bibbia.
Fu Europa – “bellavista” o “belvedere” - una bella semita figlia del re di Sidone, prima di essere eletta da Omero negli inni a sinonimo di Grecia: non sarà l’Europa invece semita?
Ma l’origine è egiziana della grecità, madre dell’Europa, che Erodoto attesta, della metafisica e la religione: e dunque l’Europa è africana?
L’ingravidatore che non è padre di nessun figlio, vecchio indovinello, era la spia: è il pentito?
Se il moralismo dei pentiti è come la virtù delle puttane, come dare loro credito, dare credito ai giudici che se ne fanno scudo?
Sono gli scrittori siciliani che fanno grande la Sicilia, o è la Sicilia che fa grandi anche gli scrittori?
Se possono solo applaudire, a comando, ai talk show e ai varietà in tv, perché si chiamano pubblico?
Se Prometeo è l’uomo, ed è un ribelle a Dio, non sarà l’uomo il diavolo?
spock@antiit.eu
Letture - 92
letterauto
Confessione – Ha dominato il secondo Novecento, nel segno di Proust. Domina il Duemila nel segno dei reality, degli sfoghi in pubblico che hanno preso la scena negli anni 1990, l’età dell’Acquario: l’ambizione è raccontarsi, ma a chi non ascolta – solo apprezza, valuta indistintamente, il tono della voce, il taglio della bocca o dei capelli, la posa lusinghiera del regista. Uno sfogo purgativo forse, benché non maleodorante, ma senza tracce.
In tanta libertà di giudizio, non si sa a volte a chi raccontarla né come. Non si sa neppure a che modelli rivolgersi. C’è la prosa fattuale – ma si sa che è una finzione – dei “Commentari” di Cesare, e quella retrattile di Molly. La narrazione indubbiamente va organizzata: Proust, parlatore compulsivo, di quelli che non concludono mai la frase, non danno la battuta, rivela poco o niente.
Butor distingue l’exploration dall’imploration. Vale per il racconto come per i viaggi. L’imploration è la scoperta al contrario, il ripiegamento lamentoso sui propri piccoli segreti. È l’indefinitezza - l’improprietà - di ogni Erlebnis, dei fatti rivissuti nella memoria o in sogno, e letterariamente espressi.
C’è il detto famoso di Hebbel che “nessuno scriverebbe se non scrivesse la propria biografia, e tanto meglio quanto meno lo sa”. Ma un’improprietà di terzo grado ha la biografia pensata, speculata, sognata, storicizzata, nella cultura, nella politica, nel dover essere. E c’è poi il lettore. “Lector”, diceva Marziale, “opes nostrae”, tu sei la nostra ricchezza. Ma non nel senso del diritto d’autore, che non c’era, in quello dell’esistenza. Se le cose non si dicono, si perdono. Ma bisogna trovare ascolto: foss’anche un solo lettore, ma attento.
Da sant’Agostino a Casanova confessarsi è stato un piacere, la confessione spontanea. Chi è nato nel Novecento, invece, non può nascondere quello che sa, che la memoria non solo è selettiva ma è gestita dal presente - è la sua invenzione e la sua specialità. Ma la cosa è complessa.
Sant’Ambrogio spinse la voluttà fino a diffamarsi, ai parrocchia-ni che non gli credevano e volevano farlo vescovo facendo trovare donne discinte nei suoi alloggi. Nietzsche parla molto di sé, la stessa filosofia è anzi per lui “una sorta d’inavvertito mémoire”, oggi si direbbe ball’inglese memoir, una “confessione d’autore”. Mentre per Colorni è bene una malattia, da cui cioè “si può uscire” – Eugenio Colorni, il filosofo della sorpresa o logica asistematica, che la filosofia poté insegnare a Trieste solo al magistrale “Carducci”, fino al ‘38, quando i fascisti l’arrestarono, per poi, a guerra persa, ucciderlo. Calvino è solo a criticare la confessione. Giovanni: “In Giuda”, argomenta, “c’era perfetta contrizione di cuore, confessione orale, soddisfazione per i denari”. Italo ha in dispetto la “letteratura della memoria” e dava a intervistatori e critici notizie sbagliate di sé, a causa, diceva, di “un rapporto nevrotico con l’autobiografia”. Mentre Petiliano Giuda vorrebbe santo: “Si pentì e fu messo a morte, è quindi un Confessore e un Martire” - ma sant’Agostino non approva.
Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di un’inesausta confessione. Di che? La sua confessione è la sua opera, ma non si sa se l’opera confessa la vita, o la vita confessa l’opera, la lima, la lucida. A meno di non ricorrere alla geniale “letteratura a difesa” di Robert Walser: internato per la genialità in manicomio, Walser progettò nella scrittura un’“opera di difesa”, scrivendo a matita, su foglietti, in microgrammi, contro i censori interni ed esterni, contro il filisteismo dell’epoca – l’epoca è sempre filistea. La scrittura come Resistenza, la confessione a trincea.
Anche Dostoevskij, che progettava un “Grande Peccatore”, profetizzò con Goethe che la letteratura sarebbe finita in confessione. Ma di che cosa? Sargon re d’Assiria si raccontava scrivendo al dio Assur. Ma solo di battaglie, se vittoriose. Senza vergogna scrisse Majakovskij All’amato se stesso le ultime liriche prima di uccidersi. E ancora, bisogna non vedere il resto, il fine Trockij notò del poeta: “Per elevare l’uomo lo porta al livello di Majakovskij. Come il greco era antropomorfo e assomigliava ingenuamente a sé le forze della natura, così il nostro poeta è majakomorfo e popola di sé le piazze, le vie e i campi della rivoluzione”. Farsi gnomone è troppo, il bogatyr della fiaba, benché vuotacessi ispirato.
Dante – “Era di sinistra”, stabilisce Matteo Renzi, che si cimenta in una “Rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter”, nientemeno, invece magari del suo programma politico, e la intitola “Stil novo”. Dante avrebbe probabilmente obiettato – era imperiale.
Renzi ha una buona ragione: “Usa il volgare, che rende la cultura accessibile a tutti”. Questo è vero. Dante usa il volgare da gran letterato, per le ragioni della letteratura. Ma l’uso di una lingua comune, aderente alle cose, è senz’altro (anche) democratico.
Il viaggio nell’oltretomba, ma non c’era già in Virgilio? Al cap. VI dell’“Eneide”: il regno delle ombre senza tempo, dove c’è anche il futuro.
L’ambizione di essere Dante è piena in Pasolini nella maturità, quella del progetto “La Divina Mimesis”. Che però è didascalica, uno schema freddo – un’autorappresentazione ridicola, se non fosse malinconica. Dantesco si potrebbe dire sul “Corriere della sera”, negli articoli degli “Scritti corsari”, 1974-75. Il Pasolini della “visione apocalittica” dell’articolo delle lucciole, “Il vuoto del potere in Italia”, dell’1 febbraio 1975 – non nei frammenti raccolti poco prima di morire, dopo quindici anni di tentativi abortiti, che fanno “La Divina Mimesis”. Se non che Dante è l’opposto. Pasolini è incostante e si vuole senza speranza, Dante è applicato e senza soste impegnato, Pasolini rifiuta il mondo, Dante lo esorcizza.
A proposito di lucciole, il filosofo dell’immagine Didi-Huberman ne traccia indirettamente il contrasto, nel saggio su Pasolini intitolato proprio “Come le lucciole”, in termini di luminosità: “Immagine non significa orizzonte. L’immagine ci offre qualche barlume vicino, qualche lucciola, l’orizzonte ci promette qualche luce lontana – la luce dell’orizzonte è quella di Dante. Pasolini “cerca l’orizzonte dietro a ogni immagine”, mentre il proprio dell’orizzonte è ridare “forma, immancabilmente, al cosmo metafisico, al sistema filosofico, al corpus giuridico o al dogma teologico”. In una prospettiva inquietante, secondo il filosofo: “L’immagine è lucciola delle intermittenze passeggere, l’orizzonte inonda di luce gli stati definitivi, i tempi immutabili del totalitarismo o i tempi finiti del Giudizio”. Ma così è.
L’indignazione è una chiave di Dante, ma non peculiare. Lui, poi, non se ne fa una bandiera, come devono i titolari di rubriche anticonformiste - siamo tutti capaci d’indignazione, e massimamente la portiera di fiducia. Derrida, criticando trent’anni fa l’apocalitticismo filosofico in voga (“Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”), rileva che “ogni escatologia apocalittica si promette in nome della luce, del veggente e della visione, e di una luce della luce, di una luce più luminosa di tutte le luci che essa rende possibili”. È una mistificazione, afferma: “Non ci potrebbe essere verità dell’apocalisse che non sia verità della verità”, e anzi “verità della rivelazione piuttosto che verità rivelata”. Ma ineliminabile, anche perché non è una colpa: “È ineliminabile perché nessuno può esaurire le sur-determinazioni e le in-determinazioni degli stratagemmi apocalittici. E soprattutto perché il motivo o la motivazione etico-politica di questi stratagemmi non è mai riducibile a qualcosa di semplice”. Didi-Huberman è meno “assolutorio”, dovendo infine contrapporre la “situazione oggettiva” di Walter Benjamin, al quale si deve il piccolo messianesimo poi sbocciato in apocalissi, personale e storica, negli anni 1933-1940, a quella di Pasolini a febbraio del 1975 – e successivamente di Agamben, che ha preso il testimone del poeta.
Propriamente dantesco Didi-Hubermann vuole Pasolini nell’articolo famoso sulla scomparsa delle lucciole. Nel senso di un collegamento con Canto XXXVI dell’”Inferno”, dove il villano, riposandosi al poggio una sera d’estate, “vede lucciole giù per la vallea,\ forse colà dov' e' vendemmia e ara”- E tale Dante dice lo spettacolo che gli si presenta: “Di tante fiamme tutta risplendea\ l'ottava bolgia”. Un panorama però non idilliaco, quel è nella vena di Pasolini. “Un grappolo di cinquemila lucciole producono a malapena il chiarore di un candela”, nota Didi-Hubermann irrispettoso. Di Pasolini che, il filosofo afferma, diceva: “Darei l’intera Montedison per una lucciola” – grave e forse ridicolo. Ma poi nei fa una figurazione del mondo buono in opposizione al cattivo, quello del neocapitalismo – checché esso sia: “uomini-lucciole”, “parole-lucciole”, “immagini-lucciole”, “saperi-lucciole”.
Letteratura – È attività di relazione – non c’è autore senza il suo critico. “Privata” più di ogni altra attività, individualistica e quasi segreta, vive in quanto opera pubblica: riconosciuta, discussa, condivisa.
letterautore@antiit.eu
Confessione – Ha dominato il secondo Novecento, nel segno di Proust. Domina il Duemila nel segno dei reality, degli sfoghi in pubblico che hanno preso la scena negli anni 1990, l’età dell’Acquario: l’ambizione è raccontarsi, ma a chi non ascolta – solo apprezza, valuta indistintamente, il tono della voce, il taglio della bocca o dei capelli, la posa lusinghiera del regista. Uno sfogo purgativo forse, benché non maleodorante, ma senza tracce.
In tanta libertà di giudizio, non si sa a volte a chi raccontarla né come. Non si sa neppure a che modelli rivolgersi. C’è la prosa fattuale – ma si sa che è una finzione – dei “Commentari” di Cesare, e quella retrattile di Molly. La narrazione indubbiamente va organizzata: Proust, parlatore compulsivo, di quelli che non concludono mai la frase, non danno la battuta, rivela poco o niente.
Butor distingue l’exploration dall’imploration. Vale per il racconto come per i viaggi. L’imploration è la scoperta al contrario, il ripiegamento lamentoso sui propri piccoli segreti. È l’indefinitezza - l’improprietà - di ogni Erlebnis, dei fatti rivissuti nella memoria o in sogno, e letterariamente espressi.
C’è il detto famoso di Hebbel che “nessuno scriverebbe se non scrivesse la propria biografia, e tanto meglio quanto meno lo sa”. Ma un’improprietà di terzo grado ha la biografia pensata, speculata, sognata, storicizzata, nella cultura, nella politica, nel dover essere. E c’è poi il lettore. “Lector”, diceva Marziale, “opes nostrae”, tu sei la nostra ricchezza. Ma non nel senso del diritto d’autore, che non c’era, in quello dell’esistenza. Se le cose non si dicono, si perdono. Ma bisogna trovare ascolto: foss’anche un solo lettore, ma attento.
Da sant’Agostino a Casanova confessarsi è stato un piacere, la confessione spontanea. Chi è nato nel Novecento, invece, non può nascondere quello che sa, che la memoria non solo è selettiva ma è gestita dal presente - è la sua invenzione e la sua specialità. Ma la cosa è complessa.
Sant’Ambrogio spinse la voluttà fino a diffamarsi, ai parrocchia-ni che non gli credevano e volevano farlo vescovo facendo trovare donne discinte nei suoi alloggi. Nietzsche parla molto di sé, la stessa filosofia è anzi per lui “una sorta d’inavvertito mémoire”, oggi si direbbe ball’inglese memoir, una “confessione d’autore”. Mentre per Colorni è bene una malattia, da cui cioè “si può uscire” – Eugenio Colorni, il filosofo della sorpresa o logica asistematica, che la filosofia poté insegnare a Trieste solo al magistrale “Carducci”, fino al ‘38, quando i fascisti l’arrestarono, per poi, a guerra persa, ucciderlo. Calvino è solo a criticare la confessione. Giovanni: “In Giuda”, argomenta, “c’era perfetta contrizione di cuore, confessione orale, soddisfazione per i denari”. Italo ha in dispetto la “letteratura della memoria” e dava a intervistatori e critici notizie sbagliate di sé, a causa, diceva, di “un rapporto nevrotico con l’autobiografia”. Mentre Petiliano Giuda vorrebbe santo: “Si pentì e fu messo a morte, è quindi un Confessore e un Martire” - ma sant’Agostino non approva.
Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di un’inesausta confessione. Di che? La sua confessione è la sua opera, ma non si sa se l’opera confessa la vita, o la vita confessa l’opera, la lima, la lucida. A meno di non ricorrere alla geniale “letteratura a difesa” di Robert Walser: internato per la genialità in manicomio, Walser progettò nella scrittura un’“opera di difesa”, scrivendo a matita, su foglietti, in microgrammi, contro i censori interni ed esterni, contro il filisteismo dell’epoca – l’epoca è sempre filistea. La scrittura come Resistenza, la confessione a trincea.
Anche Dostoevskij, che progettava un “Grande Peccatore”, profetizzò con Goethe che la letteratura sarebbe finita in confessione. Ma di che cosa? Sargon re d’Assiria si raccontava scrivendo al dio Assur. Ma solo di battaglie, se vittoriose. Senza vergogna scrisse Majakovskij All’amato se stesso le ultime liriche prima di uccidersi. E ancora, bisogna non vedere il resto, il fine Trockij notò del poeta: “Per elevare l’uomo lo porta al livello di Majakovskij. Come il greco era antropomorfo e assomigliava ingenuamente a sé le forze della natura, così il nostro poeta è majakomorfo e popola di sé le piazze, le vie e i campi della rivoluzione”. Farsi gnomone è troppo, il bogatyr della fiaba, benché vuotacessi ispirato.
Dante – “Era di sinistra”, stabilisce Matteo Renzi, che si cimenta in una “Rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter”, nientemeno, invece magari del suo programma politico, e la intitola “Stil novo”. Dante avrebbe probabilmente obiettato – era imperiale.
Renzi ha una buona ragione: “Usa il volgare, che rende la cultura accessibile a tutti”. Questo è vero. Dante usa il volgare da gran letterato, per le ragioni della letteratura. Ma l’uso di una lingua comune, aderente alle cose, è senz’altro (anche) democratico.
Il viaggio nell’oltretomba, ma non c’era già in Virgilio? Al cap. VI dell’“Eneide”: il regno delle ombre senza tempo, dove c’è anche il futuro.
L’ambizione di essere Dante è piena in Pasolini nella maturità, quella del progetto “La Divina Mimesis”. Che però è didascalica, uno schema freddo – un’autorappresentazione ridicola, se non fosse malinconica. Dantesco si potrebbe dire sul “Corriere della sera”, negli articoli degli “Scritti corsari”, 1974-75. Il Pasolini della “visione apocalittica” dell’articolo delle lucciole, “Il vuoto del potere in Italia”, dell’1 febbraio 1975 – non nei frammenti raccolti poco prima di morire, dopo quindici anni di tentativi abortiti, che fanno “La Divina Mimesis”. Se non che Dante è l’opposto. Pasolini è incostante e si vuole senza speranza, Dante è applicato e senza soste impegnato, Pasolini rifiuta il mondo, Dante lo esorcizza.
A proposito di lucciole, il filosofo dell’immagine Didi-Huberman ne traccia indirettamente il contrasto, nel saggio su Pasolini intitolato proprio “Come le lucciole”, in termini di luminosità: “Immagine non significa orizzonte. L’immagine ci offre qualche barlume vicino, qualche lucciola, l’orizzonte ci promette qualche luce lontana – la luce dell’orizzonte è quella di Dante. Pasolini “cerca l’orizzonte dietro a ogni immagine”, mentre il proprio dell’orizzonte è ridare “forma, immancabilmente, al cosmo metafisico, al sistema filosofico, al corpus giuridico o al dogma teologico”. In una prospettiva inquietante, secondo il filosofo: “L’immagine è lucciola delle intermittenze passeggere, l’orizzonte inonda di luce gli stati definitivi, i tempi immutabili del totalitarismo o i tempi finiti del Giudizio”. Ma così è.
L’indignazione è una chiave di Dante, ma non peculiare. Lui, poi, non se ne fa una bandiera, come devono i titolari di rubriche anticonformiste - siamo tutti capaci d’indignazione, e massimamente la portiera di fiducia. Derrida, criticando trent’anni fa l’apocalitticismo filosofico in voga (“Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”), rileva che “ogni escatologia apocalittica si promette in nome della luce, del veggente e della visione, e di una luce della luce, di una luce più luminosa di tutte le luci che essa rende possibili”. È una mistificazione, afferma: “Non ci potrebbe essere verità dell’apocalisse che non sia verità della verità”, e anzi “verità della rivelazione piuttosto che verità rivelata”. Ma ineliminabile, anche perché non è una colpa: “È ineliminabile perché nessuno può esaurire le sur-determinazioni e le in-determinazioni degli stratagemmi apocalittici. E soprattutto perché il motivo o la motivazione etico-politica di questi stratagemmi non è mai riducibile a qualcosa di semplice”. Didi-Huberman è meno “assolutorio”, dovendo infine contrapporre la “situazione oggettiva” di Walter Benjamin, al quale si deve il piccolo messianesimo poi sbocciato in apocalissi, personale e storica, negli anni 1933-1940, a quella di Pasolini a febbraio del 1975 – e successivamente di Agamben, che ha preso il testimone del poeta.
Propriamente dantesco Didi-Hubermann vuole Pasolini nell’articolo famoso sulla scomparsa delle lucciole. Nel senso di un collegamento con Canto XXXVI dell’”Inferno”, dove il villano, riposandosi al poggio una sera d’estate, “vede lucciole giù per la vallea,\ forse colà dov' e' vendemmia e ara”- E tale Dante dice lo spettacolo che gli si presenta: “Di tante fiamme tutta risplendea\ l'ottava bolgia”. Un panorama però non idilliaco, quel è nella vena di Pasolini. “Un grappolo di cinquemila lucciole producono a malapena il chiarore di un candela”, nota Didi-Hubermann irrispettoso. Di Pasolini che, il filosofo afferma, diceva: “Darei l’intera Montedison per una lucciola” – grave e forse ridicolo. Ma poi nei fa una figurazione del mondo buono in opposizione al cattivo, quello del neocapitalismo – checché esso sia: “uomini-lucciole”, “parole-lucciole”, “immagini-lucciole”, “saperi-lucciole”.
Letteratura – È attività di relazione – non c’è autore senza il suo critico. “Privata” più di ogni altra attività, individualistica e quasi segreta, vive in quanto opera pubblica: riconosciuta, discussa, condivisa.
letterautore@antiit.eu
lunedì 9 aprile 2012
L’entrata in guerra dei sedicenni
Tre racconti che hanno fatto formato un libro unitario nel 1954, ripresi nel 1958 tra i “Racconti”, quindi scorporati nuovamente nel 1974. “Un’incursione”, Calvino spiega in una nota alla prima edizione nel 1954, allora non pubblicata e ripresa nel 1991, “che l’autore ha compiuto nel territorio, a lui fondamentalmente straniero, della «letteratura della memoria»” o autobiografica, lui volontario e anzi ardito della “narrativa di moralità e d’avventura”. Trattando un tema generazionale, l’“entrata in guerra” come “entrata nella vita”. Di “rapporto nevrotico con l’autobiografia” scrive ancora in una delle ultime lettere, nel 1985. Ma di singolare realismo: Calvino vi sbalza ambienti e figure col solo contrappunto drammatico della dichiarazione di guerra – come un ragazzo di sedici anni passa l’estate in cui il paese è appena entrato in guerra, nelle retrovie del fronte. Fruttero & Gramellini dicono la piccola raccolta “un capolavoro trascurato”, e per qualche aspetto lo è, non ultimo l’ultimo: Mussolini che va a ispezionare il fronte “lo sguardo scintillante di gioia ansiosa”, per il ragazzo Calvino “un ragazzo”, il padre agrimensore irascibile e spaesato, Mentone occupata e abbandonata, a un malinconico saccheggio - ogni racconto ha un’ultima pagina memorabile.
Italo Calvino, L’entrata in guerra, Oscar, pp. XXXVII + 75 €9
Italo Calvino, L’entrata in guerra, Oscar, pp. XXXVII + 75 €9
Il mondo com'è - 90
astolfo
Collaborazionismo – Fu un fenomeno diffuso in Europa sotto occupazione tedesca nella guerra, specialmente contestato in Francia alla fine della guerra, e più diffusamente ai letterati che ai politici. Si può dirlo anzi la ragione principale della costituzione, già nel 1943, di un Comitato nazionale degli scrittori, clandestino. Il 4 settembre 1944 il Comitato redigeva una prima lista nera, pubblicata il 16 settembre su “Les Lettres françaises”. Comprendeva 94 nomi, tra essi Céline, Giono, Montherlant, Morand, Maurras, Jouhandeau, Sacha Guitry, Alfred Fabre-Luce, Drieu La Rochelle, Rebatet. Una secondo lista, senza alcuni nomi della precedente e con molti altri, 154 in totale, fu pubblicata il 21 ottobre 1944. Colpevoli di “intesa col nemico” secondo il codice penale, o sulla base di un’ordinanza del 26 agosto che introduceva il crimine di “indegnità nazionale”. Tra ottobre 1944 e febbraio 1945 si pronunciano cinque condanne a morte di letterati, tra essi Georges Suarez e Brasillach. A gennaio 1945 Maurras, giudicato a Lione, è condannato all’ergastolo.
Ma l’ambiente letterario è già diviso sull’opportunità dei processi, piuttosto che di una riconciliazione nazionale. La polemica è aperta da Mauriac sul “Figaro”. Su “Combat” il giovane Camus è per l’epurazione radicale. Finché l’esecuzione di Brasillach non sposta i pesi: Paulhan e altri contestano l’opportunità di condannare i letterati piuttosto che i politici o i “mercanti di cannoni”. Camus recede dalla sua posizione radicale. Sartre rimane praticamente solo a sostenere che “la letteratura è un atto”. Rebatet, altro condannato a morte, è graziato dal presidente Auriol. E un’ordinanza del 30 maggio 1945 sull’“epurazione professionale”, a termine, di artisti e letterati colpevoli di collaborazione, cade progressivamente nel vuoto: istituisce 172 procedimenti ma ne porta a decisione 66, di cui una trentina di assoluzione - non luogo procedere. Céline, condannato in contumacia a un anno di prigione, è amnistiato nel 1950 dal tribunale militare.
Internet - È il vero mercato. Senza strozzature all’entrata, e senza filtri (censure, esami, ostacoli). Selettivo: un mercato e non una palestra.
Per questo anche sovrabbondante: un munizionamento e una trincea che si rafforzano per accumulo, nella confusione, per la difficoltà di delimitare, come in tutte le attività nuove, le aree d’incontro dell’offerta e della domanda. Molte merci si contrabbandano anche di lusso che sono copie povere o falsi.
È una democratizzazione, il suo senso originario si conferma il più esatto: una democratizzazione globale e radicale, dei saperi, del gusto, delle conoscenze, delle differenze. Una rivoluzione a tutti gli effetti – sostenuta anche dalla globalizzazione negli affari. Questa e quello hanno già sovvertito, di fatto, gli ordini preesistenti, culturali, politici, economici. Che erano uno solo, unificato senza resistenze trent’anni fa. Una democratizzazione, per ora, apparentemente, senza bisogno di ordine. Anche per questo rivoluzionaria, per l’euforia perdurante, l’effervescenza.
La storia potrebbe considerarlo un momento di vuoto. Ma anche questo sarebbe rivoluzionario: non ci sono mai stati vuoti nella storia – momenti di debolezza sì.
Spia 2 – “Padrona di casa e leader intellettuale” così il Times celebrava in morte Moura Budberg, a Londra per quarant’anni, consulente di Korda e altri geniali registi, traduttrice delle Tre sorelle per il film di Laurence Olivier, nonché di Turgenev, Gor’kij e i favolisti russi, e di Simenon in in-glese, direttrice di La France Libre quand’era occupata. Dopo essere stata al centro del sovietismo per vent’anni, benché discendente di zar – del figlio, attestava il Times, che la zarina Elisabetta la Clemente, la figlia di Pietro il Grande nata prima del matrimonio, aveva avuto dall’unione morganatica con Alexei Razumovskij, poi ambasciatore a Vienna, quello dei quartetti “russi” di Beethoven, op. 59 – nonché di Agrafena Zakrevskaja, la “Venere di bronzo” di Puškin. Amante di H.G.Wells per tredici anni, come lei già obeso, di Gor’kij malaticcio per altri tredici, andando a ritroso, e per tredici mesi di Robert Bruce Lockhart, “agente inglese” a Mosca.
Bella e dinamica figlia del senatore ucraino Zakrevskij, proprietario terriero, Moura si nobilitò col diplomatico estone conte Iohann von Benckendorff, che poi lasciò in campagna coi figli Tatiana e Pavel per godersi a San Pietroburgo amori irresistibili tra i fumi della rivoluzione. Quando il marito nei torbidi fu ucciso, sposò un altro baltico, il barone Budberg, per avere il passaporto. Il suo amore era già Lockhart, che si dice agente inglese a Mosca, col quale ebbe trasporti indimenticabili prima e durante il Terrore Rosso che seguì l’attentato a Lenin di Dora Kaplan. Lockhart affrontò per lei la prigione, per liberarla dalla Lubjanka.
Fallita la controrivoluzione, Moura fu segretaria di Gor’kij. “Quindi condivise quindi la casa”, scrisse il Times pudico, di H.G.Wells - che usciva dal letto di Elizabeth von Arnim, la scrittrice sudafricana, e la elesse “la donna più intelligente del mondo”. Con Wells condivise, da amante, la scena di Londra - Wells ebbe tante amanti, da Rebecca West pure un figlio, senza mai lasciare la moglie.
Lockhart, arrestato dopo l’attentato della Kaplan, sua conoscente, il 30 agosto 1918, era stato subito liberato. Quattro giorni dopo si trovò protagonista di un “complotto Lockhart”, secondo il suo stesso racconto che ne farà un mito. Ma restò libero di girare per Mosca, andare al ministero degli Esteri, e perfino al Cremlino. Fu arrestato quando si presentò alla Cekà per protestare contro l’arresto di Moura, sua convivente. Fu intrattenuto a caviale e bliny, nella Russia affamata, dal vicecapo della Cekà in persona, Jakob Peters, e poi espulso. All’epoca c’era Isaak Babel’ alla Cekà, che non ne seppe niente. Del resto Peters aveva già i codici in uso agli agenti inglesi, qualcuno che viveva con Lockhart glieli aveva procurati senza effrazioni - Peters, che “tanto desiderava”, racconterà Gor’kij, “di fare l’amore con una contessa, nel Terrore Rosso ne ebbe l’occasione”.
Moura fu incarcerata a Mosca da Peters, a Pietrogrado su ordine di Zinoviev, durissimo padrone della città, e in Estonia come spia russa. Era pure un po’ tedesca, a Sorrento fu per questo controllata dalla polizia di Mussolini. E per Gor’kij, che già nella precedente incarnazione italiana, a Capri, aveva scandalizzato i capresi, e non è facile, e i carabinieri: Rilke trentenne, ospite delle nobildonne Faehndrich, von Norbeck-Rabenau e zu Solms-Laubach, ce lo trovò mondano, prodigale, vizioso, niente anarchico.
Il problema, quando si va dentro per spionaggio, è se poi si esce. Una vera spia non dev’essere riconosciuta – seguita, ascoltata, magari carcerata. Si è spie fino alla morte se non si è mai stati ritenuti spie, altrimenti si è inutili. Lockhart, l’agente inglese che al solito era scozzese, che tanto ha scritto su una controrivoluzione che non ha fatto, di cui ha anzi bruciato, se ce n’era una, i possibili protagonisti, era confidente di confidenti della Cekà, avventurieri baltici di basso rango – la Cekà usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. Ottimo canale Lockhart sarà stato per i sovietici, prima di Blunt e le altre distinte spie britanniche.
Aragon sapeva che Gor’kij fu ucciso, ha ricordato trent’anni dopo il fatto. Era andato a trovarlo, e nell’attesa che la Nkvd gli impose in macchina, la polizia segreta, vide entrare Levin, il medico dello scrittore: ne dedusse che era entrato per ucciderlo. Lo dedusse dopo trent’anni, insuperabile opportunista, da stalinista che si voleva il contrario, con magione in rue de Varenne, vicino dell’ambasciatore d’Italia, e mulino dell’anno Mille con parco a Villeneuve. Della pasta di Fadeev, il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”. Uno che zittì perfino l’iperstalinista Garaudy, quando tentò d’opporsi all’arte di Partito, e non ricorda d’aver assassinato Nizan nel ‘39, bollandolo delatore, quando criticò il patto Hitler-Stalin. Nizan andò volontario in guerra e morì a Dunkerque, Aragon si è intronato pontefice delle lettere. Invidioso di Gide, che ai funerali di Gor’kij Stalin aveva voluto ospite d’onore – la propaganda era munifica, i turisti della rivoluzione ricevevano pure montagne di rubli, in diritti d’autore o borderò, era arduo poi dirne male..
Nizan fu dichiarato da Aragon e dal partito Comunista francese una spia e un traditore Sartre, che ne era l’amico del cuore, formavano la coppia “Nitre-Sarzan”, i due occhialuti della classe 1905 all’École Normale Supérieure, ne scrisse in morte un racconto nostalgico, che non pubblicò.
La storia del 1936 è dunque da scrivere. Nina Berberova sostiene che Gide e Aragon, che avevano programmato un viaggio a Mosca da Gor’kij, lo ritardarono per evitare rogne, prevenuti da Ehrenburg e Lilja Brik. Non è vero, se Aragon fu spettatore della morte di Gor’kij – se è vero ciò che scrive tardi in La mise à mort. Ma si sapeva che l’archivio segreto di Gor’kij era arrivato.
astolfo@antiit.eu
Collaborazionismo – Fu un fenomeno diffuso in Europa sotto occupazione tedesca nella guerra, specialmente contestato in Francia alla fine della guerra, e più diffusamente ai letterati che ai politici. Si può dirlo anzi la ragione principale della costituzione, già nel 1943, di un Comitato nazionale degli scrittori, clandestino. Il 4 settembre 1944 il Comitato redigeva una prima lista nera, pubblicata il 16 settembre su “Les Lettres françaises”. Comprendeva 94 nomi, tra essi Céline, Giono, Montherlant, Morand, Maurras, Jouhandeau, Sacha Guitry, Alfred Fabre-Luce, Drieu La Rochelle, Rebatet. Una secondo lista, senza alcuni nomi della precedente e con molti altri, 154 in totale, fu pubblicata il 21 ottobre 1944. Colpevoli di “intesa col nemico” secondo il codice penale, o sulla base di un’ordinanza del 26 agosto che introduceva il crimine di “indegnità nazionale”. Tra ottobre 1944 e febbraio 1945 si pronunciano cinque condanne a morte di letterati, tra essi Georges Suarez e Brasillach. A gennaio 1945 Maurras, giudicato a Lione, è condannato all’ergastolo.
Ma l’ambiente letterario è già diviso sull’opportunità dei processi, piuttosto che di una riconciliazione nazionale. La polemica è aperta da Mauriac sul “Figaro”. Su “Combat” il giovane Camus è per l’epurazione radicale. Finché l’esecuzione di Brasillach non sposta i pesi: Paulhan e altri contestano l’opportunità di condannare i letterati piuttosto che i politici o i “mercanti di cannoni”. Camus recede dalla sua posizione radicale. Sartre rimane praticamente solo a sostenere che “la letteratura è un atto”. Rebatet, altro condannato a morte, è graziato dal presidente Auriol. E un’ordinanza del 30 maggio 1945 sull’“epurazione professionale”, a termine, di artisti e letterati colpevoli di collaborazione, cade progressivamente nel vuoto: istituisce 172 procedimenti ma ne porta a decisione 66, di cui una trentina di assoluzione - non luogo procedere. Céline, condannato in contumacia a un anno di prigione, è amnistiato nel 1950 dal tribunale militare.
Internet - È il vero mercato. Senza strozzature all’entrata, e senza filtri (censure, esami, ostacoli). Selettivo: un mercato e non una palestra.
Per questo anche sovrabbondante: un munizionamento e una trincea che si rafforzano per accumulo, nella confusione, per la difficoltà di delimitare, come in tutte le attività nuove, le aree d’incontro dell’offerta e della domanda. Molte merci si contrabbandano anche di lusso che sono copie povere o falsi.
È una democratizzazione, il suo senso originario si conferma il più esatto: una democratizzazione globale e radicale, dei saperi, del gusto, delle conoscenze, delle differenze. Una rivoluzione a tutti gli effetti – sostenuta anche dalla globalizzazione negli affari. Questa e quello hanno già sovvertito, di fatto, gli ordini preesistenti, culturali, politici, economici. Che erano uno solo, unificato senza resistenze trent’anni fa. Una democratizzazione, per ora, apparentemente, senza bisogno di ordine. Anche per questo rivoluzionaria, per l’euforia perdurante, l’effervescenza.
La storia potrebbe considerarlo un momento di vuoto. Ma anche questo sarebbe rivoluzionario: non ci sono mai stati vuoti nella storia – momenti di debolezza sì.
Spia 2 – “Padrona di casa e leader intellettuale” così il Times celebrava in morte Moura Budberg, a Londra per quarant’anni, consulente di Korda e altri geniali registi, traduttrice delle Tre sorelle per il film di Laurence Olivier, nonché di Turgenev, Gor’kij e i favolisti russi, e di Simenon in in-glese, direttrice di La France Libre quand’era occupata. Dopo essere stata al centro del sovietismo per vent’anni, benché discendente di zar – del figlio, attestava il Times, che la zarina Elisabetta la Clemente, la figlia di Pietro il Grande nata prima del matrimonio, aveva avuto dall’unione morganatica con Alexei Razumovskij, poi ambasciatore a Vienna, quello dei quartetti “russi” di Beethoven, op. 59 – nonché di Agrafena Zakrevskaja, la “Venere di bronzo” di Puškin. Amante di H.G.Wells per tredici anni, come lei già obeso, di Gor’kij malaticcio per altri tredici, andando a ritroso, e per tredici mesi di Robert Bruce Lockhart, “agente inglese” a Mosca.
Bella e dinamica figlia del senatore ucraino Zakrevskij, proprietario terriero, Moura si nobilitò col diplomatico estone conte Iohann von Benckendorff, che poi lasciò in campagna coi figli Tatiana e Pavel per godersi a San Pietroburgo amori irresistibili tra i fumi della rivoluzione. Quando il marito nei torbidi fu ucciso, sposò un altro baltico, il barone Budberg, per avere il passaporto. Il suo amore era già Lockhart, che si dice agente inglese a Mosca, col quale ebbe trasporti indimenticabili prima e durante il Terrore Rosso che seguì l’attentato a Lenin di Dora Kaplan. Lockhart affrontò per lei la prigione, per liberarla dalla Lubjanka.
Fallita la controrivoluzione, Moura fu segretaria di Gor’kij. “Quindi condivise quindi la casa”, scrisse il Times pudico, di H.G.Wells - che usciva dal letto di Elizabeth von Arnim, la scrittrice sudafricana, e la elesse “la donna più intelligente del mondo”. Con Wells condivise, da amante, la scena di Londra - Wells ebbe tante amanti, da Rebecca West pure un figlio, senza mai lasciare la moglie.
Lockhart, arrestato dopo l’attentato della Kaplan, sua conoscente, il 30 agosto 1918, era stato subito liberato. Quattro giorni dopo si trovò protagonista di un “complotto Lockhart”, secondo il suo stesso racconto che ne farà un mito. Ma restò libero di girare per Mosca, andare al ministero degli Esteri, e perfino al Cremlino. Fu arrestato quando si presentò alla Cekà per protestare contro l’arresto di Moura, sua convivente. Fu intrattenuto a caviale e bliny, nella Russia affamata, dal vicecapo della Cekà in persona, Jakob Peters, e poi espulso. All’epoca c’era Isaak Babel’ alla Cekà, che non ne seppe niente. Del resto Peters aveva già i codici in uso agli agenti inglesi, qualcuno che viveva con Lockhart glieli aveva procurati senza effrazioni - Peters, che “tanto desiderava”, racconterà Gor’kij, “di fare l’amore con una contessa, nel Terrore Rosso ne ebbe l’occasione”.
Moura fu incarcerata a Mosca da Peters, a Pietrogrado su ordine di Zinoviev, durissimo padrone della città, e in Estonia come spia russa. Era pure un po’ tedesca, a Sorrento fu per questo controllata dalla polizia di Mussolini. E per Gor’kij, che già nella precedente incarnazione italiana, a Capri, aveva scandalizzato i capresi, e non è facile, e i carabinieri: Rilke trentenne, ospite delle nobildonne Faehndrich, von Norbeck-Rabenau e zu Solms-Laubach, ce lo trovò mondano, prodigale, vizioso, niente anarchico.
Il problema, quando si va dentro per spionaggio, è se poi si esce. Una vera spia non dev’essere riconosciuta – seguita, ascoltata, magari carcerata. Si è spie fino alla morte se non si è mai stati ritenuti spie, altrimenti si è inutili. Lockhart, l’agente inglese che al solito era scozzese, che tanto ha scritto su una controrivoluzione che non ha fatto, di cui ha anzi bruciato, se ce n’era una, i possibili protagonisti, era confidente di confidenti della Cekà, avventurieri baltici di basso rango – la Cekà usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. Ottimo canale Lockhart sarà stato per i sovietici, prima di Blunt e le altre distinte spie britanniche.
Aragon sapeva che Gor’kij fu ucciso, ha ricordato trent’anni dopo il fatto. Era andato a trovarlo, e nell’attesa che la Nkvd gli impose in macchina, la polizia segreta, vide entrare Levin, il medico dello scrittore: ne dedusse che era entrato per ucciderlo. Lo dedusse dopo trent’anni, insuperabile opportunista, da stalinista che si voleva il contrario, con magione in rue de Varenne, vicino dell’ambasciatore d’Italia, e mulino dell’anno Mille con parco a Villeneuve. Della pasta di Fadeev, il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”. Uno che zittì perfino l’iperstalinista Garaudy, quando tentò d’opporsi all’arte di Partito, e non ricorda d’aver assassinato Nizan nel ‘39, bollandolo delatore, quando criticò il patto Hitler-Stalin. Nizan andò volontario in guerra e morì a Dunkerque, Aragon si è intronato pontefice delle lettere. Invidioso di Gide, che ai funerali di Gor’kij Stalin aveva voluto ospite d’onore – la propaganda era munifica, i turisti della rivoluzione ricevevano pure montagne di rubli, in diritti d’autore o borderò, era arduo poi dirne male..
Nizan fu dichiarato da Aragon e dal partito Comunista francese una spia e un traditore Sartre, che ne era l’amico del cuore, formavano la coppia “Nitre-Sarzan”, i due occhialuti della classe 1905 all’École Normale Supérieure, ne scrisse in morte un racconto nostalgico, che non pubblicò.
La storia del 1936 è dunque da scrivere. Nina Berberova sostiene che Gide e Aragon, che avevano programmato un viaggio a Mosca da Gor’kij, lo ritardarono per evitare rogne, prevenuti da Ehrenburg e Lilja Brik. Non è vero, se Aragon fu spettatore della morte di Gor’kij – se è vero ciò che scrive tardi in La mise à mort. Ma si sapeva che l’archivio segreto di Gor’kij era arrivato.
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