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domenica 4 novembre 2012

Problemi di base - 122

spock

I social network sono fronti di liberazione o campi di concentramento, per ostaggi volontari?

E l’iphone?

Vivere sull’iphone è meglio che per terra?

Che anima avrà l’iphone?

Si twitta come il pifferaio magico? verso quale fiume dove annegare?

Se Roma era la capitale di una grande provincia, di che cosa è ora la capitale?

“In una notte veramente buia dell’anima sono sempre le tre del mattino”, dice Scott Fitzgerald: dell’ora solare o legale?

Cartesio e la mistica fascista vogliono il corpo separato dall’anima: per farci che?

Johann Christian  Edelmann voleva il corpo emanazione del’anima  e per questo fu bruciato in effigie nel 1750: sarebbe  sopravvissuto al rogo in re?

spock@antiit.eu

Marina e Serena si contendono l’amore

Sono, sarebbero, lettere d’amore. Di Marina Cvetaeva, trentenne, al più giovane Abram Višnjak, editore, innamorato della sua poesia. Cvetaeva, nome già illustre, era da un mese a Berlino, per ricongiungersi tra sofferenze e peripezie con l’adorato marito Sergej Efron, soldato antirivoluzionario.
Sono, sarebbero, anche un manuale del “perfetto amore”, nel senso della tradizione lulliana e cortese. Durato due settimane, il tempo di una diecina di lettere – prima che Višnjak raggiungesse la moglie e i figli al mare. Licenziato una dozzina d’anni dopo a Parigi, quando Marina tradusse le lettere in francese per tentare una pubblicazione, insieme con la “Lettera all’Amazzone”, vendibile, che la risollevasse dalle miserie dell’emigrazione. Con una amazzonica vendetta: l’amato le si ripresenta all’ultimo a un ballo in maschera a Parigi ridotto a una peluria “a spazzola”, forse due paia di baffi sotto il naso, forse due sopraciglia sopra gli occhiali – “è inutile aggiungere che non aveva mai portato gli occhiali”.
Sarebbero se non fosse per la portentosa introduzione di Serena Vitale, che fa aggio sul testo. Ancora più imperiosa sul lettore di quella con cui nel 1983 la stessa Vitale aveva presentato in prima mondiale queste lettere, insieme alla “Lettera all’Amazzone” Natalie Barney (allora tradotte dal francese, qui in una nuova traduzione dal testo russo originale, pubblicato nel 1997). Col corredo delle note del marito Sergej e della figlia Ariadna (Alja), specialmente acute, e con l’intento di redimerne “la folta leggenda degli amori”, Serena Vitale fa della poetessa una svitata. Convincentemente. Marina s’innamorava ogni settimana, non ci fu conoscenza di qualità, uomo o donna, che avvicinava di cui non s’innamorasse. Parlando sempre di anima. In forme coscienti di autoinganno, una sorta di eros solitario. Di cui poi “tutto viene trascritto in un libro”, dice Sergej. Aggiungendo, paziente ma non del tutto: “Come una grandissima stufa che, per funzionare, ha bisogno di legna, legna, legna”.
Serena Vitale esordisce con Brjusov, che, “infreddolito e annoiato”, presiede nel febbraio del 1921 “una serata di poetesse”, tra esse Marina Cvetaeva, così apostrofandole: “Donna. Amore. Passione. Da che tempo è tempo la donna ha saputo cantare soltanto l’amore e la passione. L’unica passione della donna è l’amore. Ogni amore della donna è passione. Fuori dell’amore la donna, in arte, è nulla…” Non è vero, ed è vero. La poesia femminile ha altre chiavi: il gioco (Cavalli, Niccolai, Merini, Szymborska), la sofferenza (Merini, Nelly Sachs), la politica (Szymborska) – argomentarlo è superfluo. Ma è vero che l’amore (la vita contemplativa) è lo stato dominante della poesia al femminile. Forse non passivo, non più, ma statico. E d’altra parte non delimitabile, non riflesso, se non nei limti dello stato d’animo. E senza oggetto: non c’è una Beatrice maschile - l’Altro – per un Dante femminile. Amore cosmico? Può darsi, ma è immateriale, già in Saffo, poetessa del’amore. E molto parla dell’anima, la “cosa” più sfuggente.
Cveateva, che si vuole “pari” qui, “per forza”, a Rilke, a Pasternak, non vedeva la concreta differenza, di genere e di tipo di forza. Ma la sua “anima” è concreta, è corporale. In queste lettere, e in generale. Senza la “Lettera all’Amazzone” che guarniva la precedente edizione trent’anni fa, l’amore di Cvetaeva può sembrare un’altra cosa. L’amazzone avrebbe chiarito l’equivoco: Natalie Clifford Barney, americana di Parigi negli anni folli, intrattenitrice della migliore intellighenzia francese nel suo palazzetto di rue Jacob, scrittrice in proprio,  era “intrepida baciatrice”, meglio se di poetesse. Ma anche con Višnjak Cvetaeva è concreta: “Uomo, io so tutto, vi so superficiale, leggero, vuoto, ma la vostra animalità profonda mi tocca più in profondità di altre anime”. Perché, “animale – che cosa c’è di più animato,  in effetti, di un animale?”
Bisognerebbe leggere le due cose separatamente. O allora rifare le bucce a Serena Vitale, che non è possibile. Qui Marina scrive delle vere lettere d’amore. Corpose.  
Il titolo è in omaggio a Heine, di cui Cvetaeva voleva tradurre a Berlino le “Notti fiorentine”. 
Marina Cvetaeva, con un saggio di Serena Vitale, Le notti fiorentine, Voland, p. 87 € 10

Bazoli pigliatutto, ma non con Monti

Con Monti o senza Monti? L’incorporazione di Unicredit in Intesa, che si voleva quasi fatta, non è possibile con questo governo. Il fronte Mediobanca, ostile alla fusione, ha trovato rispondenza nel presidente del consiglio. Non in lui personalmente, ma nell’opinione dei suoi collaboratori.
Queste le risposte. Il professore “sa” che l’indipendenza delle due banche non è a rischio: nessuno ha 50  miliardi da immobilizzare in un raid. Non finché la crisi finanziaria resta aperta e incerta. Non comunque nel settore bancario, il meno redditizio oggi e in prospettiva. Senza contare il pallino, anzi la mania, antimonopolio dell’economista.
È di fronte all’ipotesi di un Monti-bis dopo le elezioni che è stata scatenata l’ipotesi di un Monti candidato alle elezioni. Che la lasciato di stucco i montiani: Monti non entrerebbe in politica per nessuna ragione. L’unica spiegazione che i suoi collaboratori si danno della campagna è che sia stata lanciata per bruciare l’ipotesi di un governo Monti anche dopo le elezioni.  

Bazoli pigliatutto, per il Nuovo Centro

Il “Corriere della sera” e “Il Sole 24 Ore” all’attacco. Senza motivi plausibili. “La Repubblica”, senza parerlo, in difesa. Le diverse politiche dei grandi giornali sulla Fiat aiuta a decifrare il movente non dichiarato dell’offensiva insistente, insidiosa, per altri versi incomprensibile, dei giornali di Napoletano e de Bortoli contro Torino.
Il motivo della contesa sarebbe, oltre gli interessi di Intesa-Bazoli, di tipo politico: la Fiat non ha aderito al disegno neoguelfo, di un Grande Centro, anche se non lo osteggia (è nelle corde di Mario Calabresi, il direttore del suo giornale). Non perché esso punta a marginalizzare la destra, e la sinistra socialista, bensì in quanto rispolvera il governo del non-governo. Della infinita conflittualità e “contrattazione”.
Lo schieramento incongruo di Della Valle, e soprattutto il rilievo che a esso viene dato, lo conferma. Mentre il suo socio e sodale Montezemolo avrebbe fatto una scelta pro Fiat, nel cui ambito bene o male ancora prospera. Per questo Montezemolo si smarca da Della Valle, in “Italo”, in Charme” e in politica.

sabato 3 novembre 2012

Bazoli pigliatutto, Mediobanca in difesa

Mediobanca si oppone, come prevedibile, all’incorporazione di Unicredit in Intesa. Si oppongono soci importanti, come i francesi (Bolloré, Groupama) che ne verrebbero esclusi, e la famiglia Berlusconi (Fininvest, Mediolanum), che potrebbe essere uno dei bersagli della fusione, con il management. Mentre c’è disponibilità dal nuovo management di Generali: Greco non vedrebbe male il controllo diretto di Bazoli.
Si lavora comunque attivamente alla fusione. L’ipotesi di lasciare fuori dall’operazione Mediobanca, con un diverso assetto proprietario, avanzata da Ghizzoni di Unicredit, è stata scartata. La fusione si farà per incorporazione, formalmente, di Intesa dentro Unicredit, che ha un assetto proprietario e gestionale più complesso. Anche se chi comanderà è fuori discussione in partenza: la solidità delle fondazioni Intesa è incomparabile rispetto a quella dei soci italiani di Unicredit. Ma per questa incorporazione asimmetrica è necessario che Unicredit mantenga il patrimonio che ha. Inoltre, Bazoli vuole Generali, e quindi Mediobanca che ne ha il controllo relativo.

Il mondo com'è (116)

astolfo

Destra-sinistra – Muore Rauti e lo si fa, oltre un martire, quasi un eroe della sinistra. Gramsciano.
Antimaterialista, anticonsumista. Lui avrebbe obiettato, ma è vero che la destra ha preso la malattia di una certa sinistra, di rubare i funerali. Una pratica togliattiana, avviata con Malaparte, proseguita con lo stesso Togliatti, Pasolini e ogni altro di cui sia possibile. Fu l’uso dei gesuiti coi morti eccellenti, Leopardi perfino e Pirandello. La funeralizia è arte gesuita, dice Gioberti, che era abate, e non era male: si dava ai non credenti, per un giorno, l’illusione della tolleranza, e ai credenti la conversione in limine d’ogni grand’uomo, a testimoniare la grandezza della chiesa di Roma. Solo Don Giovanni è sfuggito ai gesuiti: quello lo hanno ucciso i francescani, lasciando intendere che il Commendatore lo abbia fulminato - i francescani conoscevano in anticipo l’elettricità?
Il rituale i fratelli Taviani avevano codificato in morte di Togliatti. È stato mortuario a lungo pure il quadro-manifesto del Pci del nobile pittore Guttuso: un altro funerale, sempre di Togliatti. Il Pci aveva iniziato con Malaparte, il quale fece di tutto affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà con Togliatti. Un altro che amava solo se stesso, e il cane, da grembo, con la leggenda schermandosi di un amore con Virginia Agnelli: la villa a Capri regalò al presidente Mao, la salma al Pci e a padre Rotondi, per un funerale con bandiere rosse e messa cantata polifonica. E ha continuato con Debenedetti, dopo avergli negato la cattedra. Tre volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima in punto di morte. Il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al liceo e all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il morto si prende il vivo In vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva dovuto restituire la tessera.

È pure vero che Rauti nel 1950, già capo del fascistissimo Ordine Nuovo, oltre che del Fronte Azione Rivoluzionaria, spiegava nelle cellule con Enrico Berlinguer il no alla Nato. Ne scrisse anche su “Pattuglia”, il giornale dei giovani Pci diretto da Berlinguer. Questo invece, che è successo ed è un fatto, viene “correttamente” eliminato negli epicedi.
L’anno successivo, a seguito di due attentati del Far all’ambasciata Usa e al ministero degli Esteri, Rauti fu carcerato la prima volta, giudicato, e assolto.

Internet – Prima di morire Gianfranco Pintore celebrava sul suo blog il milionesimo contatto – “non so perché, mi emoziona”. Che può fare un milione di lettori diversi, oppure gli happy few che usualmente si collegano – in un blog di più anni si arriva al milione: può avere diecimila lettori, o  solo mille, assidui, oppure cento, che lo leggono ogni giorno. Anche nel caso più estensivo, però, è sempre un seguito minore di un qualsiasi politico, anche di circoscrizione. E questo ridefinisce i ruoli tra l’opinione e la politica. Che resta comunque l’espressione migliore dell’opinione, nei suoi veicoli tradizionali: la presenza fisica, la voce, lo sguardo, la promessa, la stretta di mano, l’occhiata, prima e meglio degli argomenti. Che sono il solo veicolo della rete.

Un falso twitter ha fatto dire a Marchionne quello che non aveva detto contro Firenze. Un falso post a fatto dire “culona” a Angela Merkel da Berlusconi. Due falsi subito amplificati, dilaganti, non smentibili. È la goliardia al potere, che si penserebbe tramontata, in questa epoca politicamente corretta e molto seriosa.
La goliardia è stata tradizionalmente in Europa la fucina della politica. Ma con la rete, subito dilagante e mascherata di autenticità, diventa verità. La rete è subito diventata il veicolo per eccellenza della disinformazione, anche facile. I due casi sono innocui, ma altre “verità” sono state diffuse online per provocare vendette, rappresaglie sanguinose, guerre .

Mattei – “Il Sole 24 Ore” celebre Mattei domenica 28 ottobre  con uno speciale di quattro pagine, lirico ed epico. Senza pentimento, dopo aveva massacrato in vita. Ma è un falso Mattei, non quello. È un altro Eni che si celebra tramite Mattei, sfruttando il personaggio a cinquant’anni dalla morte. L’Eni di Scaroni. Che fa il bilancio – basta un centesimo in più su cinquanta miliardi di metri cubi di gas che l’Eni fornisce a Snam Rete Gas per “fare” un ottimo bilancio. Lo fa anche con Mattei, non intrepido e nient’affatto avventuroso come Mattei fu. Nel quadro dell’ipotesi neoguelfa, o Grande Centro, cui le “forze sane” del paese, banche, Confindustria, grandi editori, stanno lavorando: un governo che faccia quello che loro dicono.
Notabili – Sfonda infine sul “Corriere della sera”, per l’autorità di Galli della Loggia, il notabilato che affligge l’Italia. A partire dalla Repubblica degli onesti di Scalfari e Visentini, del governo dei tecnici, dei belli-e-buoni della Repubblica, quindi da quasi quarant’anni. Sullo sfondo peraltro di un giornale che ne è l’incubatore e il padrino.  Quella che Salvemini bollava come sindrome del peggiore meridione, i galantuomini, il galantomismo, è ora saldamente al comando della Repubblica, a Milano e nell’opinione accreditata. In Monti personalmente no, perché ha avuto un’esperienza cosmopolita, ma nel suo governo sì.
“«Il Mondo» non abita più qui” e “Mediobanca editore”, due libri che da venticinque e quindici anni rispettivamente resistono a ogni silenzio, ne hanno delineato la persistenza al cuore dell’Italia cosiddetta laica, quella della via di mezzo che non si trovava tra le subculture dominanti di De Rita, la comunista e la confessionale. Per il motivo semplice che predicava bene e razzolava male. Il notabile, come il galantuomo, ha di per sé una funzione positiva. Nella migliore sociologia, per esempio di Max Weber. Ma non nell’accezione italiana, di gruppi di potere. Riservati. Elusivi. Autoreferenziali. Molto borghesi, ma allora nel senso dei culi di pietra e dei profittatori, non degli attivi e inventivi, di chi ama il rischio e sa piegarlo.

Pintore – Gianfranco Pintore, l’independentista sardo morto a fine settembre, aveva avuto una appassionata esperienza a Roma, a cavaliere del 1970, nel sostegno ai movimenti di liberazione delle colonie portoghesi in Africa, in particolare il movimento dell’Angola di Agostinho Neto e quello della Guinea-Bissau di Amilcar Cabral. Attorno alla rivista “Mondo nuovo” che riuniva i socialisti filocomunisti. Dopo un’esperienza di corrispondente a Varsavia per “l’Unità”, quanto di più deprimente per un giovane, sia pure comunista fervente.
Tornò poi in Sardegna, preoccupato, più che incuriosito, dalla voci che volevano “Osvaldo” Feltrinelli nell’isola, in contatto con Graziano Mesina, per fare dell’isola la Cuba del Mediterraneo. Feltrinelli già prima della morte era infido a molti. Bollato peraltro indelebilmente in chi leggeva da Bianciardi dieci anni prima nella “Vita agra” - il Timber Jack, il padrone che torna con la sua masnada dalla caccia allo stambecco in Stiria, subito licenziando lo stesso Bianciardi “per scarso rendimento”, uno degli scrittori migliori, prolifici anche (Timber Jack è il taglialegna, quali i Feltrinelli erano, coi Gualino e altri casati del denaro). Ma senza tagliare i ponti con le novità culturali e politiche del vasto movimento del Sessantotto. Sarà con Gabriele Mazzotta a Milano, allora editore dei nuovi fermenti, che pubblicherà il suo manifesto nel 1974, “Sardegna regione o colonia”. Facendo proprie le novità durature degli studi terzomondistici, a cui quindi il nuovo sardismo deve molto. E in particolare i diritti delle minoranze da una parte. Oggi sembrano scontati ma quarant’anni fa non era così, la minoranza era relegata al folklore. Dall’altra la forza della tradizione, che il terzomondismo trasse fuori dal patrimonio reazionario. 

Quando l’Italia conversava

La conversazione era un genere anch’esso italiano. Ora soppiantata dall’urlo, la polemica, l’invettiva, la condanna a morte, la guerra civile, nel frastuono, col solo obbiettivo d’impedire a ogni altro di farsi sentire. E quindi non sembra possibile. Ma ancora nel 1820 si fondava a Cambridge una Conversazione Society. Ancora nella prima metà dell’Ottocento i circoli borghesi si chiamavano spesso Circolo di Conversazione, Camera di Conversazione.
Amedeo Quondam ne ha fatto la rappresentazione e la storia non molti anni fa, con gusto anche se senza fortuna. Per “rabbia e orgoglio”, dice. Per rabbia contro l’esproprio che di questo “grande modello culturale della modernità” fece Parigi – un esproprio che era stato consacrato qualche anno prima anche in Italia da Benedetta Craveri, in un libro invece fortunato, “La civiltà della conversazione”. Il presidente degli italianisti riporta l’arte della conversazione al Rinascimento. Dalla fine del Quattrocento si susseguono le narrative e le normative del genere, col Castiglione, il Della Casa, Pontano, Guazzo – ma già, si potrebbe dire, con Boccaccio. Discorso diverso è naturalmente l’incidenza dei modelli culturali sulla società. O la cesura fra élite e popolo in Italia, specie del letterato-intellettuale, che si fa un dovere della torre d’avorio - diverso dal poeta, epico, fantastico, Barberino, Ariosto, Tasso.
Amedeo Quondam, La conversazione. Un modello italiano, Remainders, pp. XVII, 347, rilegato, € 12,60

venerdì 2 novembre 2012

Bazoli pigliatutto

Prendersi Unicredit, con Mediobanca e le grandi partecipate di Mediobanca, Generali, Rizzoli-Corriere della sera e Telco (Telecom Italia). È la mossa di Giovanni Bazoli cui il rinnovo anticipato degli organi societari di Intesa è propedeutica. Contatti ci sono già stati con i soci italiani di Unicredit, tramite il fidato infaticabile Costamagna.
Le ragioni addotte per l’incorporazione sono: 1) la ridotta capitalizzazione delle due banche in Borsa, che rischia di renderle preda di più solidi interessi stranieri; 2) la necessaria riduzione dei costi per compensare la ridotta redditività del credito nella recessione e in una congiuntura a medio termine sempre debole; 3) l’opportunità di evitare l’ennesimo ricorso a breve al mercato dei capitali.
La prima risposta delle fondazioni socie di Unicredit è stata positiva. Per Mediobanca sarebbe una sorta di ritorno all’ovile, dato che l’istituto fu a lungo una costola della Commerciale, fino all’incorporazione di quest’ultima in Intesa dodici anni fa.

Delenda Fiat – Bazoli 2

Parlano non richiesti i ministri di Bazoli nel governo, Passera e Fornero. Per condannare la Fiat a Pomigliano. Pur essendo essi stessi contrari al sindacalismo Fiom-Cgil. E la ragione è sempre la stessa: riportare la Fiat all’obbedienza. Nell’alveo creditizio, cioè, e d’influenza di Banca Intesa, e per essa del suo patron Bazoli. Nella stessa direzione è visto l’intervento di Della Valle, mosca cocchiera con nessun titolo per intervenire, eccetto il conclamato rapporto di fiducia con Bazoli.
Con una novità, si fa rilevare, rispetto alle critiche passate. Nel mirino non è più la persona di Marchionne quanto la proprietà. L’obiettivo sarebbe di intimorire John Elkann, il fiduciario della Famiglia, dopo aver fallito l’attacco al più coriaceo amministratore delegato.
L’offensiva contro Marchionne ha inciampato in Monti, che si è voluto smarcare da Passera e Fornero. E nel twitter su Marchionne contro Firenze, un falso che il gruppo torinese ha denunciato ieri pagando una pagina sulla “Nazione”.  

Letture - 115

letterautore

Alvaro - Un lupo solitario. Nei collegi, negli altri studi fortuiti, al lavoro a Milano, a Parigi, a Berlino e infine a Roma. Anche da scrittore riconosciuto. E una sorta di autodidatta, malgrado gli studi. Per un isolamento costante che traluce dalla biografia, gli scritti, le narrazioni, benché fosse integrato nella migliore società culturale del tempo. Per una diversità che non gli viene perdonata e che lui, cosmopolita, non nasconde.
Si può dirla una caratteristica calabrese, l’irriducibiità. Da Gioacchino da Fiore a Campanella e Alvaro. Se potesse esistere una caratteristica regionale. Ma sì di una cultura, Di una tradizione e una forma mentis. Legata alla grecità, persistente in Calabria più che altrove, e operante anche all’insaputa dei soggetti? All’isolamento? All’orografia? Il calabrese è di montagna anche quando sta al mare. Stilo è a pochi minuti dal mare, e quasi lo vede. O San Luca, il posto più remoto della remota Calabria.

Bachmann – “La funebre Ingeborg Bachmann” dice Paolo Isotta di passaggio nel lungo epicedio
 domenica sul “Corriere della sera” per Hans Werner Henze, uomo e musicista “solare”. Stigmatizzando al fondo il sodalizio tra i due a Roma. Funebre? Ma dotata di grande energia, se scrisse tanto. E anche di umana simpatia, se fu sempre corteggiata. È il destino delle parole negative: presuppongono una forte energia. Che può essere sfruttata, oppure no. Più forse delle aggettivazioni negative. Come per il pessimismo. Per esempio di Baudelaire: che fu certamente pessimista e anche suicidario, ma inventivo e socievolissimo, instancabile.
A Ingeborg Bachmann Isotta contrappone “lo straziante (in che senso, n.d.r.?) verso di Trakl”, che pone alla radice di quanto di meglio – di “più eccelso” – gli è capitato di ascoltare di musica contemporanea. Trakl che invece era volutamente – di programma, di maniera – funereo.

Isotta, sembra di capire, mette Henze in collaborazione con Bachmann per “Der junge Lord”, da un racconto fiabesco del giovane Hauff.  E per “Die Bassariden”, da “Le Baccanti”. Ma la scrittrice non c’entra nulla con “Le Bassaridi”: il libretto è di W.H.Auden,  la traduzione tedesca di Marie Basse-Sporleder. Il libretto di Ingeborg Bachmann per “Der junge Lord” è invece una rarità nel teatro  d’opera contemporaneo: un’opera comica. Un soggetto proposto a Henze dalla stessa Bachmann. 





Con Henze Bachmann collaborò fin dal 1965, col radiodramma “Le cicale”e con la pantomina “L'idiota”, nonché nel 1960 col libretto del “Principe di Homburg”. La corrispondenza tra Bachmann e Henze è vivace e sempre amichevole, perfino intima.

Dante Nekuia, il riferimento più comune a Dante è trascurato. Che lo apparenta a Ulisse, e alla letteratura classica – ben prima di quella islamica cui Maria Corti vorrebbe legarlo. Se ne trovano  tracce in uno o due saggi di Debenedetti, non su Dante, poi niente più. È la catabasi, il viaggio nel mondo dei morti cui indulgono tanti personaggi del mito, con un pizzico di necromanzia, il richiamo dei morti a predire il futuro.
Il primo caso, e il più celebrato, è quello di Ulisse, al canto XI dell’“Odissea”. Mandato alle Bocche dell’Ade, di là dal fiume Oceano, vi incontrerà Tiresia, al quale può domandare come tornare a Itaca. Attorniato da visioni, anche sanguinose, rumori minacciosi, e anime di vecchi eroi con le quali si intrattiene.
Il concetto, senza riferimento a Dante, c’è anche in Jung, al centro anzi della sua psicologia analitica. Nekuia  - “il viaggio notturno sul mare… la discesa nelle viscere del mostro (viaggio all’inferno)” - Jung dice “una introversione del cosciente negli strati più profondi della psyche inconscia”. Un percorso positivo: “La nekuya non è una caduta accidentale e distruttiva nell’abisso, ma una significativa catabasi…, il cui oggetto è la restaurazione dell’uomo integrale”.
Incipit - È trovata editoriale. Piccola, minima. Di nessun effetto sulla lettura, che ingrana o non ingrana a prescindere. L’incipit più famoso, “A lungo mi sono coricato di buonora”, avrebbe dovuto portare secondo il canone al rifiuto immediato dell’opera. È anche vero che non stimola certo la lettura – a parte il fatto che è falso: il Narratore viveva di notte.
Si può coltivare in serra: un repertorio di incipit tutti fulminanti, a vario titolo, non è impossibile né arduo.

Montanelli – Conformista del non conformismo. A Milano, quarant’anni fa, ancora comodamente al “Corriere della sera”, sparlava di Malaparte, suo quasi concittadino, camerata in fascismo, e compagno in comunismo. Ha inventato i “Caratteri”, il suo lascito più solido, sulla traccia dei “Caratteri” di Mario La Cava. Che rifaceva Schwob, o La Bruyére, eccetera, fino a Plutarco, o meglio Svetonio.  Prendendo da Longanesi la scrittura per cui è famoso, lo scetticismo burlesco, ma non la verecondia.
Quello che sarà “Il Giornale” studiò a fine 1973 di farsi finanziare dall’Eni. Contro cui aveva condotto battaglie furibonde dieci anni prima. Con documenti francesi. Per il tramite del consigliere Mario Castiello d’Antonio, il tipo d’uomo, magistrato contabile, soave,  impomatato, sfaticato, che il giornalista quando scriveva sbeffeggiava. Per il solo motivo che il consigliere Castiello conosceva il presidente dell’Eni Girotti. Poi “Il Giornale” lo fece con Cefis, tramite Nino Albanese.
Era noto nell’industria di Stato agli albori come il confidente dell’ambasciata Usa. E anche come mestatore. L’ambasciatrice Clara Boothe Luce chiamava “Santa Chiara della democrazia”. Negli stessi anni 1950 voleva un’organizzazione segreta, col maresciallo Messe a capo, “vecchio e non molto intelligente”, per un governo di fascisti e monarchici.

Il nome figura nel Gadfly, il tafano, racconto d’una Ethel Boole Voynich, gentildonna irlandese sposata a un russo, libraia antiquaria a Roma. Montanelli è un prete con figli, che rinnega uno di essi quando è scoperto carbonaro, per non perdere il posto di cardinale, e lascia che lo uccidano.  

Eccelle nelle caratterizzazioni, come usava nei vecchi film della commedia all’italiana: tipi semplificati e esagerati. Soprattutto nelle caratterizzazioni nazionali. E qui per uno spirito limitato, il toscanismo dei “maledetti toscani” di Malaparte, più che, forse, per opportunismo: il gusto di sanzionare, meglio se con una battuta a effetto. Le sue caratterizzazioni nazionali sono infatti sempre schematiche e volgari, benché siano il suo pezzo di resistenza: l’italiano manchevole, lo straniero manchevole ma preferibile. Da italiano doc, secondo la sua stessa panoplia di valori. Con questi limiti immarcescibile – è il nume tutelare della Rizzoli, una delle più grandi case editrici, e del migliore giornalismo, nel senso del più ambizioso – e il faro delle Grandi Firme. Tale che uno finisce invariabilmente – montanelianamanete – per vergognarsi di essere italiano. Se non che c’è un’Italia che fa a meno di Montanelli, che non compra il giornale. Oppure lo compra ma non lo legge. E se lo legge non se ne lascia impressionare.

Voce - È ordinativa. È melodica. Il canto è parte della musica. Ma la musica è vocale anche quando non è cantata. La pianista Simone Dinnerstein lo dice (lo “sente”) di Bach e Schubert: “La loro musica non-vocale ha un potente elemento narrativo, vocale. L’effetto è quello di voci senza parole che cantano melodie senza testo”.
Lei dice: “Suonano come qualcosa quasi detta”. Un verso di Philip Larkin: “The trees are coming into leaf\ like something almost being said”. Dove la voce è linfa – delle foglie, dell’albero..

È una forma della differenza, ma non una delle tante: una irrinunciabile. “Un passo dal cielo”, la serie della Rai che potrebbe capitalizzare su paesaggi mozzafiato e il popolarissimo Terence Hill, è invece insopportabile per la pronuncia romanesca  (centro-italica) dei suoi attorucci. È anche una forma speciale di ottusità all’espressione vocale: sono tutti italiani in un’area tedescofona – ci sono alcuni biondi, perché il razzismo si vuole somatico, ma ben italiani. Mentre mescolando i personaggi, come sono nella realtà di quelle valli, avrebbe potuto avere un ottimo mercato in Centro-Europa, in Austria, Svizzera, Germania, etc.

letterautore@antiit.eu

Come divertirsi con la letteratura

Dossena, che con la letteratura si è divertito, decise di divertire anche i lettori. Con questa “Storia confidenziale” che pensava si potesse esaurire fra l’“indovinello veronese” del secolo Nono  e la morte di Dante nel 1321, e invece avrà un seguito di altri tre volumi. Situando ogni evento della stessa in ordine cronologico, nei suoi propri luoghi e con i suoi propri attori, personaggi o autori. Un esercizio che sembra facile e invece è un rompicapo, uno di quelli di cui Dossena si compiacque da ultimo, da esperto di giochi linguistici. L’aneddoto fulminante ne è uno dei segreti, ma più si leggono i contesti che Dossena sa costruire.
Questa edizione raggruppa i quattro volumi dell’edizione originaria in due: fino a tutto il Trecento, e dal Quattrocento al Seicento.
Giampaolo Dossena, Storia confidenziale della letteratura italiana. Dalle origini all’età del Petrarca, Bur, pp. XII + 521, € 14,90
Id.,  Storia confidenziale della letteratura italiana. Dall’età del Boiardo al Seicento, Bur, pp. 547, € 14,90

giovedì 1 novembre 2012

“La nostra forza era la preghiera”, Keynes

Il maresciallo Foch “è una specie di contadino francese”. Matthias Erzberger, il firmatario dell’armistizio che sarebbe stato di lì a poco assassinato dall’Organizzazione Consul, l’anonima terroristica di destra, è “grasso e disgustoso nel suo cappotto di pelliccia”. Clemenceau parla poco e definitivo, cerbero dei suoi ministri facondi. Lloyd George entra in scena mentre “lentamente si stava scuotendo”, per poi ruggire e soggiogarsi la platea - “faticavamo a capire che cosa stesse dicendo Lloyd George”, ma tutto l’uditorio è con lui, eccetto il ministro francese del Tesoro, Klotz. Che si svillaneggia per essere ebreo. Tra i tedeschi, però, i più intelligenti sono ebrei. Tra essi il banchiere Melchior, socio dei Warburg a Amburgo, col quale Keynes avvierà il rifornimento alimentare della Germania stremata dalla Guerra, contro le tattiche vendicative francesi. È l’unico buon esito, sembra dire Keynes, dei negoziati di pace nell’anno 1919, al termine del quale pubblicherà le parallele “Conseguenze economiche della pace”, di cui anticipa il giudizio: “Se miriamo deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile tra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla”.
È questo il primo e più lungo dei “Two memoirs”, di cui Keynes volle la pubblicazione postuma – subito tradotto nel 1951, l’anno della pubblicazione, in “Politici ed economisti”, qui raggruppato col testo del titolo,  a cura di Giorgio La Malfa, che li contestualizza. S’intitola “Melchior”, ed è una prima redazione, narrativa, del più ampio saggio, le “Conseguenze”, che Keynes avrebbe pubblicato a fine anno.  I tedeschi sono grassi e brutti. A Treviri ai primi del 1919, al primo approccio coi capi tedeschi per il negoziato di pace, Keynes si domanda se non sia stata questa la causa della tragedia: “Quella razza è stata penalizzata dal proprio aspetto fisico” – l’ebreo Melchior è fisicamente “il solo depositario della dignità degli sconfitti”. Sullo sfondo nella seconda o terza sessione, a Spa, della “malinconia teatrale e teutonica dei pini neri”. Mentre gli inglesi, anche i più sciocchi, conservano nell’aspetto fisico una capacità d’intimidazione e quasi di convinzione. La Francia è presente nel fulgore della sua immagine d’elezione, salotto esclusivo e grande cucina, per delinearne “l’avida sterilità”.
C’è anche Lawrence d’Arabia, che illustra vari progetti geopolitici, che nessuno ascolta. Attorniato da principi arabi che recitano “capitoli del Corano”. Keynes era politicamente scorretto, si direbbe oggi, e quindi riesce ancora di buona lettura. Lo era anche nei confronti degli ebrei – dello stesso Melchior, di cui a un certo punto dice: “In un certo senso ero innamorato di lui”. Di fronte al banchiere avverte, lui snob e prossimo Lord, il peso delle “barriere sociali”, che invece il banchiere non imponeva, e sente poi il bisogno d’insolentirlo, rappresentandolo sciatto nel lussuoso albergo, col pitale pieno. Nell’intreccio narrativo, “Melchior” è anche un saggio da scuola di diplomazia sulle tortuosità di una trattativa minore e perfino semplice.
Il saggio del titolo, una memoria di G.E.Moore e dei suoi “Principia ethica”, riesuma e spiega la forza giovanile del gruppo che farà di Cambridge negli anni 1920 uno dei capisaldi del Novecento, con Moore, Russell, lo stesso Keynes naturalmente, e il mai citato Wittgenstein – mentre E.M. Forster si teneva discosto e scostante, e la presenza di D.H.Lawrence viene liquidata con cattiveria, onorato e fobico, che tutto riduce a scarafaggi – gli “occhi di Lawrence” Keynes dice “ignoranti  e gelosi, collerici e ostili”. La forza era della fiducia. Così, generica, senza una speciale scuola o religione. Bensì religiosa, insiste Keynes, intessuta di costante “preghiera”, per quanto laica, nell’ansia del perfettibile: “Mi comporto come se davvero esistesse un’autorità o un criterio al quale mi posso appellare se grido abbastanza forte: forse sono le tracce di un’atavica fede nell’efficacia della preghiera”. Senza rimedio, “gli stati d’animo sono l’unica cosa che conta”.
Attorno a Moore il gruppo coagula un’etica che è un’estetica: “Il nostro ideale era un Dio pietoso”, che rafforza nel gruppo, incurante e impietoso, la libertà d’animo. Che Keynes non sa spiegare a distanza, ma di cui gode ancora l’ebbrezza: “Era un’aria di gran lunga più pura e più dolce di quella che si respirava con Freud e Marx”. Da economista affermato, il saggio è del 1938, aborrendo l’economicismo, la sterilità dell’epoca: “Eravamo i primi – se non gli unici – della nostra generazione a uscire dal solco della tradizione di Bentham. L’azione sociale come fine in sé, e non solo come triste dovere, non faceva più parte del nostro ideale, al pari della vita attiva in genere – il potere, la politica, il successo, la ricchezza, l’ambizione -, mentre tutto ciò che aveva un fondamento economico contava meno nella nostra filosofia che in quella di san Francesco d’Assisi, che almeno organizzava collette per gli uccelli”. Il passo indietro per prendere slancio in avanti, ammicca Keynes sornione. Ma col beneficio indubbio di “salvarci tutti da quell’estrema reductio ad absurdum  del benthamismo nota come marxismo”.
John Maynard Keynes, Le mie prime convinzioni, Adelphi, pp. 144 12

La vendetta “lombarda” sulla Sicilia

Sarà dunque Lombardo, nomen omen, la rovina definitiva della Sicilia. Con un chiama e rispondi sincrono oggi col fidato antisudista del “Corriere della sera”, Stella. Nemmeno il tempo d’immaginarlo e già Lombardo è all’opera: l’ex presidente della Regione Sicilia, passato da Berlusconi al Pd con un suo gruppo di ascari, e poi finito senza maggioranza, annuncia a Stella che “troverà” i voti in consiglio regionale per sostenere il presidente senza maggioranza Crocetta.
Un altro Lombardo, anche lui avvocato, aveva sollevato nel 1860 i “comunisti” di Bronte contro i borghesi suoi amici e contro Garibaldi. Una legittima protesta che fece finire nel sangue. Questi Lombardo sempre si pongono al crocevia della storia siciliana, per indirizzarla male, e i un secolo ancora di servaggio.
Il Lombardo presidente della Regione, dannoso e non irreprensibile, i siciliani hanno appena bocciato con una sonora astensione del 53 per cento, ed ecco che lui diabolico si ripropone a “rafforzare” la sinistra. In realtà a eliminarne le vestigia – l’equità, la moralità, eccetera. Questo Lombardo è sdegnato contro chi lo accusa di mafia, ma non fa altro che terra bruciata di ogni autorità politica nell’isola. Come se fosse un capocosca.  

Ombre - 153

Marchionne Premio Pulitzer? Nelle interviste è un forte concorrente, se ce ne fosse uno italiano. Dopo la prediletta “Repubblica”, si concede oggi all’infido “Corriere della sera”, e a Raffaella Polato dà ghiotte notizie. Omesse dai giornali. Per esempio dei sindaci dell’Irpinia che s’incatenavano contro la chiusura di Irisbus, avendo appena comprato i bus turchi – meno cari, più provvidi? O della Peugeot che, in barba alla concorrenza europea del professor Monti, ha intascato sette miliardi gratis dal governo, senza evitare il fallimento. Perché i giornali non danno le notizie?

Zeman ha fatto due punti più del Siena, che è l’ultimo in classifica. Senza bel gioco. Con un parco giocatori forse il migliore della A. È anche l’allenatore più vecchio, ma è dilettissimo all’As Roma, che proietta il suo futuro vincente sul “progetto giovani” Si dice perché “fa immagine”, parlando male della Juventus. E così dev’essere – l’As Roma è Unicredit: è sempre Milan contro Torino.  

“Don’t be choosy!”, così Bersani - fa sapere - ha apostrofato Casini, cui Vendola dà il prurito. Per far vedere che viene dalla Bocconi, anche lui? Che sta con la Fornero, che vuole choosy i giovani disoccupati? Per dire infine a Casini che è un finto giovane?

Battista dà 7 a Lombardo e 6,5 appena a Grillo, per come hanno gestito le elezioni in Sicilia. A  Lombardo va l’ammirazione per essere riuscito a infiltrarsi in tutti i partiti, e a infiltrarci il figlio: “Trionfa il lombardismo nella Sicilia dove tutto cambia”. Poi dice che il razzismo non c’è. Nel voto più sincero e chiaro di tutta la storia repubblicana.

Sulla sentenza dell’Aquila il commento di Dacia Maraini il “Corriere della sera” nasconde nella pagina anonima “Idee & Opinioni”, che pare non leggano più nemmeno i pensiona ti. Ma merita, talmente è sprovveduta e assurda – un documento dei guasti della guerra civile:
Chi è Galileo, tra Maraini e Majani?

Edoardo D’Avossa come Marco Billi, il giudice di Berlusconi e quello dell’Aquila. Due autorappresentazioni umorali della giustizia – capziose certo, “incontestabili”. Due napoletani: quando la giustizia diventerà nazionale?

D’Avossa ha scritto le sue novanta fitte pagine di motivazioni, a spazio uno, prima che la Pubblica Accusa motivasse la richiesta di condanna. Con una sentenza cioè che è una requisitoria, conformemente al doppio ruolo del magistrato italiano, giudice e accusatore. Formalmente ineccepibile – il diritto in Italia non sbaglia mai, è fatto di eccezioni. Ma politicamente, D’Avossa non sarà al soldo di Berlusconi?

“Vacilla la teoria del complotto”, annuncia in prima il “Corriere della sera” dopo la condanna di Berlusconi. Annuncio che Carlo Cinelli così argomenta: “La sentenza milanese sembra mandare in tilt la teoria del «complotto» perché disarticola il tessuto delle presunte vittime (lui condannato, Fedele Confalonieri, fido collaboratore e presidente Mediaset dal primo minuto, assolto con formula piena)”. Sembra? O si voleva dire il contrario, suscitare il complotto negandolo?
D’Avossa in effetti non ha fatto poco: ha assolto il presidente dell’azienda per condanna in sua vece uno di passaggio, sia pure ingombrante.

Forcaiola si fa la sinistra

La sinistra si fa destra, dieci anni fa, giorno per giorno:
“Disgustosa e anche raccapricciante la storia del collaboratore di Alemanno, Onorato o come si chiama. Uno di 26 anni, «per bene», che parte da Palermo con mezzo grammo di cocaina nel taschino e una segnalazione della Guardia di Finanza a Fiumicino. Dunque la Guardia di Finanza controlla lo spacciatore che ha fornito la cocaina al giovane. Ma arresta solo il giovane, in quanto collaboratore di un ministro, e a Fiumicino invece che a Palermo, per dare scalpore alla cosa. Che però passa inosservata, come una normale operazione di polizia. Finché non ci pensa «l’Unità».
“Inutile chiedersi chi ha allertato il giornale ex di Gramsci. Resta che la vittima è ora di destra e forcaiola la sinistra, che non se ne vergogna”. 

mercoledì 31 ottobre 2012

La fine della autonomie

Prima Tremonti, poi Monti con Grilli e Bondi, hanno messo la museruola, più museruole, agli enti locali. Alle Regioni e alle Province in special modo, ma anche ai Comuni. La legislatura che doveva essere del federalismo si chiude col suo accantonamento. A opera degli stessi federalisti: Tremonti, Monti, Grilli, Bondi sono tutti di Milano, patria della Lega e delle autonomie, Tremonti pure leghista di complemento. Con una serie di stop che a questo punto tutti auspicano definitivi: il governo moltiplica leggi e decreti contro la spesa degli enti locali, che saranno difficili da revocare, mentre gli elettori in Sicilia, gli autonomisti più accesi, se ne sono detti sdegnati - dei loro enti, non dei tagli.
Gli enti locali sono la prima fonte delle spese improduttive e del debito. Malgrado una fiscalità locale, diretta e indiretta, da far paura. Ci sono città, Rieti, Firenze, che vogliono l’Imu al’1 per cento, e non gli basta. Con abusi dilaganti nelle normative repressive, per primo il codice della strada, senza garanzie per la sicurezza o la certezza del diritto e con lo scopo praticamente dichiarato di fare cassa. L’acqua e altri servizi pubblici gli enti locali hanno voluto in espropriabili col solo intento sempre di fare cassa.
A questo punto potrebbe venire in giudicato anche la forma elettorale. La legislazione plebiscitaria che si è voluto adottare per semplificare la politica è all’origine della esplosione delle spese degli enti locali. Dei sindaci, presidenti di Provincia, presidenti di Regione, che interpretato il ruolo di eletti direttamente dal popolo come uno svincolo da ogni corretta gestione.

La tangente quotidiana

Venti anni fa era come ora. Cazzola esaminava il lato “privato” della cosa: la sua “tangente quotidiana” è quella del vigile urbano, dei permessi, del medico, dell’ufficiale giudiziario (notifiche, sfratti), delle assunzioni, delle licenze e degli appalti pubblici (senza toccare la politica), delle pompe funebri e dei cimiteri. Un campionario vastissimo, con pagamenti anche in natura (sessuali), raccolto spulciando per alcuni anni le cronache dei maggiori quotidiani.
La ricerca uscì al tempo di Mani Pulite, ma “va oltre la politica”, spiegava il politologo, “ci racconta di una degenerazione ormai endemica, quasi culturale, quotidiana, nella quale «entra» anche la politica”. Senza rimedio politico.
Franco Cazzola, L’Italia del pizzo. Fenomenologia della tangente quotidiana

Fisco, abusi, appalti - 16

Cinque mesi fa Davide Serra, il “rottamatore” di Generali, denunciò in una intervista su “Milano Finanza” una vistosa malpractice del gruppo assicurativo: “Generali ha tre volte il patrimonio di Caltagirone ma frutta un terzo di quello di Caltagirone. Il motivo? È affittato per metà a due euro a amici e parenti”. Le Procure hanno condotto indagini? Hanno incriminato Serra per diffamazione e aggiotaggio? E la Consob?

La Provincia di Roma, specchio di tutte le virtù, mantiene un’orchestra sinfonica. Ha una struttura di formazione a avviamento al lavoro con una sede faraonica all’ex mercato del Testaccio, con un centinaio di addetti e di computer, e la rete informatica più sofisticata, senza avviare nessuno. Giusto alcune segretarie nel’informatizzazione. Si compra una sede da 270 milioni di euro. Si è dotata di una Polizia Provinciale montata su suv. Ha un caffè al Fori.

Rieti ha l’Imu all’1,1 per cento, Firenze all’1. La tassa più ingiusta al livello più elevato. Per pagare la carriera politica dei sindaci.

Si moltiplicano le multe per eccesso di velocità a Roma, meno di 5.000 nel primo semestre 2007, oltre 12 mila cinque anni dopo. Con record sulla Cristoforo Colombo, 12.771 multe in tutto il 2011 – contro appena 17 sul frequentatissimo viale Togliatti. In una situazione generale di guida buona: gli incidenti diminuiscono e le altre infrazioni che implicano taglio dei punti-patente.
La Colombo è un bancomat per il Comune. Sarebbe un’autostrada, dove è normale “allungare”, dopo i rallentamenti e gli ingorghi urbani. Ma è anche una strada per gran parte urbana, e quindi soggetta al limite dei 50 km.

La Guardia di Finanza sequestra i vini “naturali”. Senza solfiti, cioè, e magari da uve senza concimi inorganici. Che si penserebbero – e sono – meno dannosi. E, si sa, danno l’ebbrezza senza mal di pancia e di testa. Mentre l’uso dei solfiti è praticamente libero: il disciplinare Ue è di parole vuote. Non sono sequestri a salvaguardia della salute, ma degli interessi industriali.

Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro.

martedì 30 ottobre 2012

Una sberla alla Seconda Repubblica

Una bocciatura inequivocabile a ciò che viene chiamato Seconda Repubblica: partiti, schieramenti, alchimie. Non si dice ma si vede. Un’astensione di oltre il 50 per cento, impensabile. La maggioranza relativa al movimento di Grillo, ma di nemmeno il 15 per cento. I partiti già in consiglio regionale in forte calo. Il Pdl dal 33,4 al 12,9 per cento – con i voti di Musumeci, Romano (Cantiere Popolare) e Micciché (Grande Sud) al 28 circa. Il Pd dal 18,7 per cento al 13, 4. L’Udc dal 12,5 al 10,8. Senza una maggioranza. Fuori Fini. Fuori Di Pietro. Fuori la Sel.
Proiettato a livello nazionale, il voto siciliano significa un obbligato ricorso a un governo di grande coalizione, cioè di nuovo al “commissario” Monti. Questo non è possibile in Sicilia, anche con le immaginabili  “provvidenze” del solito Lombardo coi suoi ascari, figlio incluso, per cui si dovrà tornare a votare a breve. Ma niente lascia presumere un voto più stabilizzante. Quello siciliano non è un voto militante, “alla greca” come si dice, ma di protesta rassegnata: non  c’è un “nemico” esterno, non c’è una “novità” interna. E una sberla al federalismo, dalla regione che per prima lo ha voluto e sperimentato, di fronte al suo fallimento in loco, ma più di fronte agli abusi in Lombardia e nel Lazio nella stagione del suo trionfo, dei partiti della Seconda Repubblica, la Lega per prima, poi il Pdl nelle sue varie articolazioni, infine Di Pietro. Mentre si tace del Pd per carità di patria, finito in Sicilia ad auspicare un governo di notabili, che non è certamente di sinistra – e nemmeno di destra, è la peggiore tradizione italiana, il governo scalfariano dei belli-e-buoni.
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L’Occidente si trova in Iran

Neorealismo, più camera fissa nouvelle vague, sui fatti della vita. Il cinema iraniano ha un modulo ormai canonico, e tuttavia fresco – Farhadi ha avuto tutti i premi a cui era candidato, fino all’Oscar 2012. Il meglio, si può dire, del cinema europeo. Ma connotato da un’estrema libertà tematica. Senza pregiudizi cioè politici o sociali. Seppure sotto un regime soffocante, anche nella vita privata e nelle esperienze minime. Questo film è un ritratto, una serie di ritratti, di grandi libertà, psicologiche, semantiche. Specie di donne, adulte e bambine. La storia è semplice: forme di stress urbano in parallelo, della coppia con un padre Alzheimer da gestire, della badante incinta che perde il bambino, del marito della badante disoccupato e quindi incontrollato. L’effetto è di coinvolgimento in una civiltà di cui ci siamo privati.
Si può dire quella persiana la più antica civiltà dell’Occidente, quella che ha più continuità – altre si sono perdute. Soprafatta ora dagli ayatollah, ma più matura. Cosciente della sua propria libertà. Di spirito, e quindi di parola. Anche nella devozione religiosa, nulla è formale – ipocrita. La solidità della tradizione, delle libertà acquisite nella storia. In una città volutamente modernizzante, come in un qualsiasi set di Hollywood.
Asghar Farhadi, Una separazione