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lunedì 5 gennaio 2015

Fisco, appalti abusi (64)

Boom del pellet. Il governo aspetta cinque-sei anni, che il costo altissimo del gas spinga molti a passare al pellet, con bruciatore, termostati e tutto, cinque anni dopo aver investito sul gas, con caldaie e tutto, e poi porta l’Iva sul pellet dal 10 al 22 per cento. Quando si dice la crisi dei consumi.io dei consumi.

“Senza regole gli antibiotici non funzionano”: è una campagna pubblicitaria vistosa (costosa) dell’Aifa, l’agenzia del farmaco. Perché gli antibiotici si vendono, allora, liberamente?

In prossimità delle feste Banca Intesa riduce la provvista di liquido alle filiali. Il correntista deve correre a destra e a manca se per caso vuole fare una spesa straordinaria, o ha troppi nipoti da regalare.

I Comuni aumentano l’acqua a pochi mesi dal referendum con cui se ne sono ripresi il monopolio. Con lo slogan “l’acqua è un bene pubblico”. Che però, ora dicono, va inteso così: l’acqua non è vendibile, il servizio sì, la fornitura. Fanno quindi pagare l’acquedotto, anche se insufficiente, e la depurazione, anche se inesistente. Usano l’acqua per aumentare le entrate. Dopo aver fatto credere il falso al referendum.

La biglietteria del Parco della Musica a Roma è aperta fino alle 23. Ma alle 20,30, dopo un viaggio di un’ora,  non si può prenotare per la Befana due giorni dopo.  Un addetto allo smistamento della coda  lo impedisce: “Venga domani. Stasera non è possibile: ci sono due casse e tre concerti da coprire”. Non c’è nessuna coda, ma il sindacalista è fermo - l’addetto allo smistamento fa il sindacalista.
Il Parco della Musica paga lo straordianrio notturno a due cassiere e un sindacalista per non fare i biglietti?
Il sindacato vigila al Parco della Musica per non lavorare?

Il concerto “La ChiaraStella” di Ambrogio Sparagna, “I canti di Natale”, non si può nemmeno comprare online. È il concerto che si voleva prenotare. L’addetto alla coda aveva rinviato alla biglietteria online, pur di non vendere i biglietti per la Befana. Forse Sparagna non ha pagato il pizzo?

Si rifà il catasto per aumentare gli estimi ai fini fiscali, “adattandoli ai valori di mercato”. Ma metà degli immobili non hanno nessun mercato: fuori delle città non c’è mercato. E un terzo almeno non ha nessun valore, giusto il ricordo familiare – seppure oneroso di Irpef, Imu, Tari e ora anche Tasi. Il fisco è cieco? Non necessariamente, altrove è acuto.

Può il fisco essere brigantesco? A D., il paese d’origine, un sacchetto di spazzatura costa 5 euro di Tari.

La Repubblica fu uccisa anche con le Br

“Questo non è un libro sul passato, è un libro sul presente”. È per questo che Sergio Berlinguer, “Ambasciatore, Consigliere Diplomatico di tre Presidenti del Consiglio dei Ministri (Cossiga, Forlani e Spadolini) e Segretario Generale del Quirinale, nel settennato più difficile e controverso della storia repubblicana, quello di Francesco Cossiga”, non ha trovato un editore, a differenza del primo cronista di nera. Il suo libro non è on editabile, giusto in una collana regionale, “Storia della Sardegna”, di un editore locale, a distribuzione circoscritta. Come se fosse uno scambio tra corregionali, Berlinguer e Cossiga - cugini peraltro, non tra di loro, ma del marchese Enrico. Perché?
Perché Sergio Berlinguer non ha un segreto da divulgare. Cioè sì, il segreto ce l’ha, ma non è palatabile: è “una riflessione seria e pacata sul fenomeno delle Br”. Andando a ritroso da Moro, dal perché Moro fu dichiarato da Enrico Berlinguer “morto per noi”, anche se fosse uscito vivo dalla prigionia, e lo fece dire a Cossiga, allora ministro dell’Interno. Che lo confiderà per iscritto a Spadolini, sperando che lo storico intraprendesse una ricerca con gli strumenti giusti, o delegasse alla ricerca uno storico verace. Ma Spadolini era, a tratti, “fanciullesco”, come tutti sanno e il consigliere attesta. La “riflessione” dovrebbe farsi sulle Br, il Pci e Mosca.
Anche su altri passaggi. Per esempio la non votazione di Spadolini per il Quirinale, dopo che Forlani e Andreotti s erano bruciati in una dozzina di votazioni: era l’uomo più indicato ma si passò direttamente a Scalfaro. O gli umori variabili di Cossiga al Quirinale. Ma il principale sono le Br:
Che dirne? La presidenza di Cossiga con Sergio Berlinguer segretario generale, che seguiva a Leone, costretto da Enrico Berlinguer artatamente alle dimissioni, viene ora rivalutata come una delle più corrette, dal punto di vista costituzionale, dopo Einaudi, nella storia della Repubblica. Forse persino troppo prudente, malgrado le “esternazioni” del “picconatore” e la sua ciclotimia. Cossiga, il suo consigliere attesta anche questo, visse la presidenza col morso alla bocca.
Sergio Berlinguer, Ho visto uccidere la prima Repubblica, Carlo Delfino Editore, pp. 352, ill., € 20

domenica 4 gennaio 2015

Secondi pensieri - 201

zeulig

Credulità - La credulità non è la stessa cosa che l’incredulità, ma non sempre. Vuole un limite anche l’incredulità: l’avversario è sofisticato ma non incerto. Come diceva Talleyrand comparando Richelieu e Metternich: “Il cardinale ingannava sempre ma non mentiva mai, Metternich mente sempre ma non inganna mai” – c’è una differenza? Basta leggere la realtà, come di dovere.

Croce – Più marxista di Togliatti, lotta di classe inclusa – così lo vuole Noventa, ma non è una battuta. Per formazione, per i primi interessi di giovane e di studioso, e per il modo di filosofare. L’idealismo napoletano, italiano, è pieno di studio, e critica interna, di Marx. Dello Hegel di Marx. È questo che ha generato la sterilità della filosofia in Italia per molti decenni e fino al “pensiero debole” – peraltro molto debole, a parte i buoni sentimenti. Non la predominanza crociana nel senso del potere, ma l’irretimento. In una logica, e anche in una storiografia, escatologica, rigenerativa, risolutiva.

Dissociazione –  È nozione tra le più indefinite della psicopatologia. Forse perché etichetta malattie diverse, per causa e natura se non per manifestazione. Un secolo e mezzo fa lo scienziato Guido Morselli già intuiva questa ambiguità di fondo. Né se ne sostiene più l’apparentamento alla schizofrenia del dottor Bleuler, la vecchia dementia praecox: non vi può essere sdoppiamento della personalità se non v’è più una personalità.
Si sono così elaborate la nozione anglofona di splitting e quella francofona di dédoublement, in opposizione alla Spaltung di area mitteleuropea e germanica. Questa essendo propriamente la frammentazione dell’Io in direzione della schizofrenia, quelle la segregazione di spicchi o grumi della personalità, labile, mobile  A opera della stessa personalità, per una deformazione che può avere, oppure no, derive compulsive, psicotiche. Può rientrare fra i disturbi della personalità, l’inverso dell’istrionismo, ed è più spesso l’effetto di una patologia sociale o storica. Cioè?

Filosofia tedesca - Si può leggere Wittgenstein, per esempio le “Ricerche filosofiche” , e non trovare mai un riferimento tedesco – eccetto Frege. Si dice che Wittgenstein venisse da Schopenhauer, ma è l’esatto opposto.
Si può leggere Anscombe, seicento pagine di Anscombe, e non imbattersi in un tedesco. Un paio di righe al più per Kant, ma niente Hegel, Schopenhauer, l’onnipresente Nietzsche. L’analitica è tosta, ma è filosofia, e non si incontrano i poderosi filosofi della storia, gli ordinatori, i sistemisti. Con le argute  sorprese dei “rovesciamenti”: l’amore è morte, il desiderio è dolore, la vitalità inganno e allucinazione – e Sofia Loren è Tina Pica?

Internet  – Rinvia all’attimo, al particolare, al dettaglio, magari con rapidità e in profondità, ma separando dall’unità. Non al particolare che introduce al tutto, all’unità, all’evento, o lo illustra.
Svuota anzi l’evento, o lo focalizzandolo su aspetti marginali. Oppure, se centrali, unici e non significativi dell’insieme. Anche in immagine: dà il colpo vincente nella partita, l’inquadratura specialmente pittorica del film, la battuta vincente della commedia, del dialogo politico, del libro, distogliendo dal gioco di squadra, dallo studio registico, dal linguaggio che può fare la felicità dell’insieme.
L’innovazione di twitter è stata di metterne in rilievo la natura intima, la frammentazione delle esperienze. La rete disarticola e non assembla. Non contestualizza, non inquadra, e anzi disperde.
Il regista Davide Farrario su “La Lettura” ne segna il limite nei riguardi del cinema. Dell’evento che Hollywood correttamente etichetta “larger than life”. Le sue immagini, più spesso semplicemente “rubate”, casuali, anche se perseguite accanitamente, siamo tutti fotofonofili, “liberano la testa” ma al contrario di come Fassbinder pensava il cinema: la slegano, la indeboliscono.

La disarticolazione non è solo dell’immagine costruita, è di ogni espressione – organizzazione, tecnica, procedura. La velocità e la compresenza dell’elettronica slegano più che unire. Uniscono in superficie, slegando il senso, diaggregandolo, frantumandolo. Non decostruendo, non implicano un’azione di elevata ingegneria logica, ma al contrario, designificando.
È qui il disagio del mondo collegato – l’incertezza, l’ansia. Nello svuotamento di senso. Che è un alleggerimento, se si vuole, nel senso dell’uguaglianza. Ma di un’uguaglianza che è deprivazione e non arricchimento. Neanche, al fondo, per coloro che “libera”, che porta al concerto. Succede come nell’alfabetizzazione:  l’autodidatta impara, ma male.

Psicologia - Giorello la lega agli astri, nell’elzeviro di fine anno sul “Corriere della sera”. Non propriamente, ma all’astronomia, con la quale l’astrologia è nata – “Galilelo, Cartesio e Newton non disdegnavano gli oroscopi”, che anzi compilavano, anche se solo per un obolo. “Il gioco degli oroscopi rivela più di un aspetto della nostra psicologia”, dice bene Giorello, “cioè del nodo di passioni che la razionalità talvolta controlla, ma non abolisce”.  Lo stesso gioco “rappresenta una traccia di una nostalgia del cielo che qualunque rigida concezione del sapere non può cancellare”.
Il “nodo di passioni” Freud lo srotola o lo agglomera?

Sospetto – Il sospetto, strumento di verità, si trasforma in un’ontologia conchiusa, la psicosi del complotto. Per cui un Hitler, per fare un esempio, fenomeno dichiarato e manifesto, viene avvolto di segreto, e ogni evento della vita quotidiana diventa assimilabile a Hitler. La vita, che si manifesta essendo, diventa un non luogo e un non ente.

Lascia interdetti che il sospetto sia ritenuto la verità – la porta della verità - ma è la forza d’Ignazio di Loyola, che pure è santo, del suo disegno totalizzante, la sua leva per rovesciare la realtà. S’immagini la potenza di mobilitazione degli esercizi spirituali su un contadino solitario, un coatto, un ladro abituale: assumeranno la convinzione dell’invincibilità, impareranno il latino.
È vero che ogni gesto, sia pure minimo o casuale, uno sbadiglio, non è indenne dal sospetto, un sospiro, uno sguardo, anche annoiato. Poi c’è Epimenide. O il bugiardo di Hegel: “Se uno confessa di mentire, dice la verità o una bugia?”.

Il sospetto deve andare contro “ciò che ogni periodo dice di sé e immagina di essere”, dice Marx, partendo da Hegel e Descartes: “De omnibus dubitandum est”. Tutte persone che non dubitano, Descartes, Hegel e lo stesso Marx. Mentre, spiega Kierkegaard, il dubbio stesso è soggetto a dubbio. Per la verità delle cose invece che per la verità del discorso, che è sempre zoppa.
La verità del discorso darà più piacere – le zoppe provano e danno più piacere, secondo Montaigne – ma è inutile: non c’è dubbio che “la violenza è la levatrice di ogni vecchia società”, e la violenza in effetti non è ideologica, è di tutte le ideologie. Il sospetto sarà dunque violenza per i suoi paladini.

zeulig@antiit.eu

Il golpe continua, al Quirinale

Friedman ripropone il suo best-seller con un nuovo capitolo e un ricordo. Il capitolo è sulla fine del governo Letta e sull’amarognola luna di miele del governo Renzi nei primi mesi di vita. Nulla che non si sappia, ma concentrare in poche pagine i “gattopardismi” del partito Democratico - le mine che il partito vincente si mette – è un promemoria utile, volendo capire.
Il libro si ripropone in realtà in vista del ricambio al Quirinale. Friedman insiste sulla scoperta che fece la fortuna della prima edizione del suo libro, che Napolitano preparava il governo Passera-Monti sei mesi prima della crisi dello “spread”. E la corrobora con la reazione infuriata dei collaboratori del presidente. Fino a cancellare – è la materia del medaglione – il patrocinio presidenziale al Premio America della Fondazione Italia Usa, perché premiava, tra i tanti, Friedman. Lo fa in una prosa stucchevole autoincensatoria, ma un fatto è un fatto: si va a eleggere un presidente della Repubblica di cui non si conosco i poteri, ultimamente perfino golpisti. Altro che protezione della Costituzione.
Alan Friedman, Ammazziamo il Gattopardo. La storia continua, Rizzoli, pp. 338 € 13

sabato 3 gennaio 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (231)

Giuseppe Leuzzi

“Dal 2014 al 2020”, dice Renzi a un Alan Friedman ammirato, che per questo ha riedito il suo fortunato “Ammazziamo il Gattopardo” con due nuovi capitoli, “l’Italia ha meno denari europei, siamo passati da 99 miliardi a 58 miliardi. Ma sono 58 miliardi di euro. Possiamo rifare il Paese con 58 miliardi. Pensi soltanto quello che possiamo fare al Sud”.
Seminarli, per esempio? In effetti, anche Renzi ci “giobba” - mena il can per l’aia in toscano. Ammesso che sappia dov’è il Sud, là sotto Roma.

Dijana Pavlovic, rom di Serbia milanesizzata, attrice e attivista rom, racconta a Vittorio Zincone su “Sette” il 12 dicembre: Qualche tempo fa ero a Lugano, in Svizzera, e sono stata derubata. La polizia mi ha detto: «Saranno stati gli italiani!»”. C’è sempre uno più a Nord.

La scoperta del Sud
Tim Parks, dopo trent’anni a Verona, è andato al Sud, dovendo completare un suo opus sui viaggi in treno, “Coincidenze”. Ora ci vuole tornare, spiega a Michele Neri in un’intervista su “Sette” del 19 dicembre. Quel viaggio è stata una sorpresa, anche se lo scrittore inglese è uno che legge molto. “Ora vorrei passare più tempo al Sud”, confida, “per poi scriverne in modo diverso da ciò che si trova in giro”.
Non sa ancora che, ma sa che il Sud non è quello “che si trova in giro”. In particolare, vuole che sia “più interessante dei ritratti di Saviano, in cui tutto appare corrotto”.
Le prime impressioni che gli hanno fatto cambiare idea non sono trascendentali. La tendine arancione dei trenini del Sud Est salentino, la signora grassoccia nello scompartimento che dice: “Dopo Napoli, il silenzio”, e intende la mancanza di annunci sul treno – “Siamo abbandonati”. Basta poco, in effetti.

La superiorità viene dall’uguaglianza
Il Nord è passato dalla barbarie alla superiorità sul Sud grazie al sentimento ugualitario. Alla primissima redazione del politicamente corretto, per cui la barbarie è uguale alla civiltà, e così via.
Il Nord è sempre stato selvaggio, ma questo non vuol dire: selvaggio e civilizzato pari sono. E non c’è soltanto la civiltà: di abiti, modi, linguaggi, convenevoli più o meno ammanierati: il Nord è passato attraverso il livellamento (indifferenza, relativismo) culturale da una condizione minoritaria a una di superiorità sul Sud anche in fatto di cucina, di storia, di arti applicate, e di pedagogia-psicologia o stili di vita – la Grecia non può essere stata filosofica, o altrimenti lo fu perché era tedesca, etc.
Sorprendente fu quarant’anni fa, dovendo trattare una campagna pubblicitaria in Norvegia di una grande azienda italiana, la scoperta nel Pigorini di Oslo che la famiglia norvegese, a fine Ottocento-primi Novecento, viveva in una stanza, su palafitte. Dopo un viaggio nell’oltremondo. Si va, si andava, a Oslo in aereo via Stoccolma, nell’incolore bergmaniano dei pensieri incomunicati: i signori saggi, le signorine con la pipa. A Stoccolma salivano giganti i norvegesi, camicioni a scacchi, la parlata ch’è un urlo, e lo stesso solido aereo della Sas prendeva a crocchiare. Tutto era bello grosso pure al Parco delle sculture, dove non si capisce se si tengono o si prendono, Vigeland lo innalza possente - forse ubriaco della Roma millenaria di Mussolini, il cugino del re. Navi in forma di barche e case minute ne dicono, ne dicevano, la storia al museo: ripari di legno, su palafitte, che il ghiaccio indurisce come ferro, a distanza dalla riva, per proteggersi dai fulmini e gli incendi che i boschi attirano, un ambiente unico giorno e notte, maschi e femmine, genitori e figli, per letto la famosa panca di legno dove dormire seduti, le ginocchia al petto per tenere il calore. È, era, la durezza dell’innocenza – ai tempi di Olao Magno vivevano nelle caverne: si capisce al contrasto con gli svedesi, gente di corte e presbitero.
Negli anni 1970 la cosa era dimenticata, e anzi l’agenzia pubblicitaria che doveva curare la campagna cassò dai messaggi ogni accenno all’italianità dell’azienda: “Deporrebbe a sfavore”. Si trattava di un investimento in tecnologia, si proponeva di evocare in qualche modo Leonardo, Galileo.

Si può dire anche la superiorità del Nord un fatto fisico. Il Nord è la stirpe di Dumézil e Marc Bloch, razza di guerrieri, giovane, virile – ma gli altri, che sono essi pure guerrieri, sarebbero signorine? Già il barone Evola, teorico delle razze, sostenne la superiorità del tipo “romano-nordico” sul “romano-mediterraneo”, facendo incazzare Mussolini. Di recente la signora Savitri Devi, teorica dell’animalismo, ha riportato in vita gli “ariani”, sostenendone l’origine polare  – gli “ariani” dunque esistono, sono gli eschimesi? Savitri Devi è in continuità con Alfred Rosenberg, dottore, professore e ministro ai lager, e la sua “comunità di destino” nordica. Ma già Machiavelli il Nord popolava di dei, dove è “residuo di libertà e antiche virtù”, quei popoli non avendo potuto “pigliare i costumi di francesi, spagnoli, italiani, le quali nazioni sono la corruttela del mondo”. In quello che fu il posto delle utopie.

A lungo fu il Nord posto di utopie, la mitica Thule scoperta da Pitea di Marsiglia, gli Iperborei, gli Atlantidi, ma in quanto non luogo.
La tramontana è certo meglio dello scirocco, il vento di borea, aquilone. E il Nord si approssima col viso alzato: eretto, petto in fuori. Con l’agonismo contro il tempo, nel sistema logico che privilegia il progresso, la novità. Ma attraverso le forme espressive dell’autoconvincimento: il giornalismo, la pubblicità, e l’esicasmo, la ritualità per automatismo. È la convinzione che fa la consistenza. È l’affermazione di sé, il Nord identifica in questo l’Occidente – che non va tanto a Ovest quanto a Nord, non ce n’è molto nel Brasile, né in Nord Africa. Quando l’Occidente era in espansione. Una qualsiasi squinzia delle periferie britanniche, sformata, ignorante, le unghie sporche, diventava signora nell’India opulenta o in East Africa.
Benché squinzia ponga un problema: essendo escuinca all’origine, messicano per ragazza sguaiata, bambinaccia, come ha fatto a penetrare il romanesco, c’è un Occidente retrogrado?

Il Sud si è fermato a Eboli
Forte capacità di trasfigurazione (creazione, cristallizzazione) aveva Carlo Levi, scrittore solido anche alla rilettura, dopo settanta-ottanta anni. Ferruccio Parri è quello dell’“Orologio”, ostaggio rassegnato dei suoi angeli custodi De Gasperi e Togliatti, in teoria solo ministri di un governo da lui presieduto. Lo stesso per il Sud: è il Sud di Carlo Levi. Era povero ma non fuori dal mondo, dove  “Cristo s’è fermato a Eboli” l’ha messo e tuttora si trova. Eboli poi in particolare, che ha, e aveva, una “marina”, e dove Mussolini si era recato in visita - ne scrive ammirato Pirandello da New York al figlio Fausto nel 1935: “Ho visto una recente fotografia del Duce nell’atto di parlare a Eboli: m’è parso il Davide del Bernini”. Diverso certo, ma il diverso non dovrebbe imporre rispetto?
Pavese, che non era un politico, non avrà vissuto a Brancaleone una realtà migliore che in Lucania. Ma ne rispettava la diversità, nella mitologia, l’esposizione, la luce, i silenzi, lo stesso isolamento - Brancaleone dà la sensazione di essere spinti e isolati in mare aperto, nella solitudine, l’orizzonte vi è quasi circolare – intuendone le non disprezzabili radici.

leuzzi@antiit.eu

Il papa non è Francesco

Il papa in cattedra non è il Francesco della tradizione. Anzi, non si capisce nemmeno come ci sia arrivato, in cattedra. Per non dire della diarchia, di due papi, cosa inaudita e ora contestata dai canonisti. Ce n’è abbastanza per suscitare scandalo, quello che Socci cerca.
l secondo papa, Francesco, fu eletto peraltro contro le procedure, e questo non è ammesso: fu fatta una quinta votazione, la sera della elezione, contro il precetto, non modificabile, al conclave di tenerne al massimo quattro al giorno, due la mattina e due la sera. Per documentarlo, a maggiore scandalo, Socci si rifà alle indiscrezioni di Elisabetta Piqué, vaticanista argentina biografa del papa e sua referente.
Per ogni cosa oscura c’è una spiegazione. Ci sono due papi perché uno si è dimesso, di sua volontà, senza alcuna costrizione. Chi ha eletto il papa sono i cardinali sudamericani, l’honduregno Madariaga e i brasiliani. Che l’avevano già candidato al conclave del 2005, ma lui si era autoescluso. La quinta votazione fu pro forma, perché la quarta del giorno, nella quale Bergoglio era stato già eletto, si dovette ripetere per un vizio di fatto: un bollettino di voto, bianco, era rimasto attaccato a uno valido. Quanto a san Francesco, è vero che non fu papa, ma anche lui visse un’epoca di forte travaglio della chiesa.
È però pure vero che nella chiesa c’è sconcerto. E che nessun papa era stato così contestato all’interno come Francesco, nemmeno il papa del Concilio, Paolo VI. Per una guida debole e confusa. Non tanto per le telefonate e i dialoghi a sensazione con atei strafottenti, o per il populismo della residenza a Santa Marte, che è in realtà un “residence” papale, più grande – e più difficile da mantenere – dell’appartamento pontificio. L’insoddisfazione, ad appena un anno e mezzo di pontificato, si coagula su fatti di sostanza. L’incapacità di reagire alla persecuzione dichiarata dei cristiani nel Medio Oriente e in Africa. Il rovesciamento della dottrina e la morale antirelativistica dei predecessori, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, che gli vale da qualche tempo le critiche pubbliche della chiesa nordamericana, e i mugugni di alcuni italiani, compreso il cardinale Bagnasco. La nomina, fuori da ogni costituzione, di un consiglio ristretto di consulenti, personalissimo – peraltro gestito dallo stesso cardinale Madariaga.
Antonio Socci, Non è Francesco. La chiesa nella grande tempesta, Mondadori, pp. 282 € 18

venerdì 2 gennaio 2015

Letture - 198

letterautore

Decadenza – Yourcenar la presagiva già nel 1929, giovane, dopo la prima grande guerra. Si poteva dire allora nel tempo. Meglio la dirà dopo la seconda guerra, nel 1958, ne “I volti della storia nella «Historia Augusta»”, pubblicato nel 1962 nella raccolta di saggi “Con beneficio d’inventario”. Ma a Roma la trova dopo meno di due secoli d’impero, a partire dall’assassinio di Cesare. E tre secoli e mezzo prima del crollo dell’impero stesso. Per effetto, soprattutto, della mediocrità degli storici della “Historia Augusta”. La decadenza è letteraria prima che reale: è lo spirito della crisi che determina la crisi?
La gloria di Roma peraltro Yourcenar, che pure era studiosa della classicità, attribuisce a “un piccolo numero di storici romani (e a un paio di storici greci)”, Plutarco, Tacito, Svetonio. Che si sarebbero inventato tutto?
Ma nell’insieme la decadenza è “problematica”: si nasconde, si ferma. “Niente di più complesso della curva di una decadenza”, scrive Yourcenar, ci sono degli alti e bassi: “Il regno di Adriano è ancora un vertice, quello del lamentabile Carino non è una fine”, quando la “Historia Augusta” si ferma. In realtà la decadenza non è una curva, la teoria dei cicli non la contempla, pur lavorando sui  trend: è un fatto, che a un certo punto si produce, magari se non si affronta. Quanto a Roma, Yourcenar prosegue imperturbata: “All’epoca in cui la «Historia Augusta» si ferma su Carino, Diocleziano è già presente; al salvatore Diocleziano succederà il salvatore Costantino, il salvatore Teodosio; centocinquant’anni ancora…” – prima di “chiudersi pietosamente sul figlio di un segretario di Attila, caratteristicamente rivestito del nome pomposo di Romolo Augustolo”.

Dissociazione  - In dottrina il gioco, non solo letterario, delle personalità multiple è sintomo di disturbi mentali e prodromo di morte. È il caso di artisti di peso, Hölderlin, Schumann, Jean Paul. Tutti tedeschi, è vero.
È del resto vero che tutti si muore. Che Hölderlin ha avuto felice e lunga pazzia. E che non sono impazziti i molteplici Pessoa o Kierkegaard. Ma è certo che il gusto di nascondersi rientra nel fenomeno delle personalità multiple, attualmente collocato al capitolo dei disturbi associativi, che ricomprende la vecchia categoria dei fenomeni isterici.

Grand Tour – Fu – ma è tuttora -  la fonte prevalente se non unica attraverso cui gli italiani si informavano dell’Italia tra il Sette e Ottocento. Attraverso il “colore” in buona misura, il pittoresco. Di quadri popolari e costumi facili, e di rovine greche e romane a cielo aperto. Di paese fatato di vacanza, specie culturale, a cui tutto si perdona, la sporcizia, la superficialità, l’incostanza, il ladroneccio. Una visione che si riverbera fino a diventare realtà. È vero che l’Italia è la seconda forza manifatturiera e esportatrice dell’Europa, ma con quanta fatica.

Lettore - Borges, dovendo scrivere dettando per la cecità, privilegia il genio del lettore: il lettore fa l’opera, dice. In un certo senso è così, non si capisce altrimenti perché il Cantico dei cantici è un testo sacro, o il Levitico.

Sospetto – Conviene a volte tenersi all’evidenza, a una sfida che venga lanciata. Non che la prova logica sia errata, finché uno non ci crede: mette il nemico in allarme, ma gli fa perdere tempo per la difesa.

È da Kant, dalle esperienze e le categorie, che la narrazione, prima libera e divagante, è concatenata: gli eventi intenzionali, benché soggettivi, non sono arbitrari. Su questa base si è poi costruito il giallo, il genere più popolare.

Proust – L’amore non è il tema del romanzo – né degli altri suoi tentativi. Se non nella forma della gelosia, intesa come possesso, e rielaborata in mille forme e pagine, fino alla piccola vendetta del pettegolezzo. Il suo amore è una partita di gelosia incrociata – se si eliminano le nostalgie, cioè la commiserazione di se stessi. È una forma di egotismo. Non confessato, e anzi mascherato di buoni sentimenti: discrezione, ammirazione, buon ricordo, una facciata di riconoscenza.
L’impossibilità di amare è il grande tema proustiano. Sarebbe, poiché è relegato sullo sfondo. Lo fosse, non sarebbe a somma zero, quale è, e anzi sarebbe mortale. Magari di consunzione, alla Dumas figlio.

Realtà – È l’irrealtà, dice Nabokov, dei romanzi. Meglio di “quei farseschi e fraudolenti particolari chiamati fatti”.

Rom – La parola, sostituita a zingaro, ritenuto infamante, è però anch’essa classista e discriminatoria: proteggendolo come dentro una sfera, come di proposito, nega il suo soggetto. Questo è vero in varia misura di tutto il linguaggio politicamente corretto, che appiattisce. Ma nel caso di un’identità che si vuole distinta ancora di più. La assimila, anche se non si sa a che – alle buone intenzioni? alla pubblica assistenza?
Dijana Pavlovic, rom di Serbia e attivista rom, intervistata su “Sette”, 12 dicembre, da Vittorio Zincone, si vuole – suo malgrado? - zingara, vi si conforma. Riconoscenza? “I rom sono un business. A Roma ce ne sono settemila. Per gestire i campi in cui vivono vengono stipendiati 500 italiani, nessuno dei quali appartiene alla nostra etnia. “Più aumenterà la disoccupazione e la povertà diffusa e meno saranno evidenti le differenze tra italiani e rom.I campi rom sembrano discariche a cielo aperto”, obietta Zincone. Io sarei favorevole a chiudere quei campi”, risponde Pavlovic: “La soluzione ideale sarebbe affidare ai rom delle piccole zone da autogestire: con luce, acqua e fognature. Responsabilizzandoli. Nei campi, invece, c’è una malsana abitudine all’assistenzialismo. Molti rom dicono: il comune ha stanziato i soldi per noi? E allora ci fornisca i servizi. Sia l’amministrazione a portare i bambini a scuola…. Senza colpe né sensi di colpa.
Pavlovic dice anche che i rom si sposano “spesso tra i 14 e i 18 anni”, e aggiunge: che male c’è? Anzi, si è fatta dire gagi, non rom, da una ragazza-madre di 14 anni in carcere, e vecchia: “Mi ha detto che sono vecchia, che ho avuto il primo figlio a 33 anni, cioè quando si dovrebbe diventare nonne. Che mio marito a cinquant’anni mi lascerà per una ventenne e che alla fine mio figlio mi abbandonerà in un ospizio. Ha aggiunto che lei, invece, non avrà tre lauree e un lavoro socialmente apprezzato, ma avrà sempre intorno a sé una famiglia, bella e numerosa. Senza disapprovazione.
Si può obiettare a questo modo di essere, aggressivo. Ma perché camuffarlo? Non faccio io la spesa”, conclude Pavlovic, “ci pensa mio maritoProbabilmente lei non sa più ballare, o se ne vergogna. E suo marito non sa suonare la musica tzigana, non ci pensa nemmeno. E questo è un danno per tutti. 
La poesia gitana già li aveva un po’ ingessati, il Cristo di Machado, il “Romancero” di Lorca. Ma la musica aveva una grande tradizione, onorata, in molte composizioni colte, in Spagna (e il flamenco?), a Vienna, a Budapest, e in Ravel, Enescu, Kusturica.

letterautore@antiit.eu

Il lavavetri allo specchio

Piazzale Dunant, “filantropo svizzero”, non è quello della Croce Rossa?, premio Nobel, o non sarà garibaldino?, anche lui, è vuoto a Capodanno. Le feste hanno questo di buono, che si arriva presto dappertutto. Col solito lavavetri al semaforo. Il solito semaforo lungo, la circonvallazione Gianicolense ha la precedenza, coi suoi ospedali.
La giornata è tersa, lo sporco traspare sul vetro. Controluce quasi non si vede. Ma il lavavetri traccheggia.
I giorni di festa gli asiatici devono lasciare il posto ai rom, che sono prepotenti e sporcaccioni, sporcano più che pulire, ma pazienza. Questo però accenna e si ritrae, accenna e si ritrae. Sarà un po’ tocco, o avrà bevuto? Finalmente si decide e attacca il vetro: prima a colpi timidi, sempre indeciso, poi a larghe spazzolate.
L’operazione è complicata, di cercarsi le monete nelle tasche, le cinture di salvataggio sono una noia più che un aiuto. Intanto il semaforo è verde, ma il lavavetri, dopo avere tanto esitato, ora non recede: passa del lato della guida e rifà le sue lunghe spazzolate, con accuratezza.
C’è una sola macchina dietro, che però è nervosa e suona il clacson. Il lavavetri non si scompone, prosegue il suo lavoro coscienzioso, del parabrezza fa uno specchio, ora la luce dà fastidio per il brillio. Quando finisce fa un passo indietro.
La curiosità è allora istintiva di scandagliarlo, questo lavavetri speciale, un attimo, uno sguardo, dietro il sorriso di circostanza con cui si porgono le monete. Anche lui guarda al nostro sguardo.  Tende la mano solo quando noi l’abbiamo tesa. E ha un sorriso breve, come d’intesa. La festa facendo finita: grazie ha detto al modo romano, ha sagoma e soma familiari, ha la nostra età. 

La patina della tradizione brilla in cucina

 “Discutere di cosa si mangia allieta la gente e rinsalda o rappezza i matrimoni”. Simonetta Agnello è di gusto rétro e vuole esserlo, dopo essere stata a Londra avvocato di poveri e giudice dei minori. Va quindi controcorrente, si direbbe, inalberando questo Brillat-Savarin della “Fisiologia del gusto”. Contro le singletudini che fanno l’attualità, e le convivenze - magari nella vacanze, non tutte, una o due settimane. Lei anzi accentua, inneggia: non c’è povertà nella tradizione, cioè c’era, ma si difendeva, col buon gusto e i buoni sentimenti. Con le ricette di cucina, la cucina è per lei anzitutto tradizione. Della mamma, della nonna, della bisnonna. Preparate da lei stessa, dice. E lascia intendere: a Mosè, Agrigento, Sicilia.
Non è per masochismo. Il filo delle memoria la baronessa Agnello da qualche tempo privilegia seguendo la moda, letteraria e di spettacolo. Con “Un filo d’olio” e “La pecora di Pasqua” prima di questo “Pranzo di Mosè” – eco del classico “Pranzo di Babette”. C’è anzi un doppio senso commerciale nel propagandare Mosè: la piccola proprietà di famiglia è ora un agriturismo. Senza menzionare mai questa funzione, beninteso, tanto si trova su internet. Non per snobismo. Cioè sì, ma perché c’è una domanda di tradizione.
Simonetta Agnello è un brand con un suo pubblico, che non tradisce: la sintonizzazione avviene sulla tradizione, Che si vuole di per sé aristocratica. Come per “Downton Abbey”, c’è voglia di resilience, di consistenza, di vecchio-e-nobile, ai piani alti e ai piani bassi. È stata scrittrice di storie anche difficili, sgradevoli. Ma sempre con quel brillio, della patina, della remoteness.
Anche qui, attorno alle ricette fa crescere ricordi e aneddoti, grati perlopiù e comunque dominabili, non distruttivi. Attorno a una madre bellissima e a un padre vanesio e probabilmente incapace. Sono storie di donne: tutto cibo, tutte donne, questa è la costante. Con la continuità e la buona disposizione, se non l’amabilità.
Una lezione che non viene dai rosari del “Gattopardo” ma dal laburismo inglese. Questo miscuglio è il lato più interessante del suo successo. Il Sud vi è anche diverso, benché non detto. Di donne magari sacrificate da uomini incapaci o sciocchi, ma vive e attive. Un regalo.
Simonetta Agnello Hornby, Il pranzo di Mosé, Giunti, pp. 212, ill., € 16

martedì 30 dicembre 2014

Il mondo com'è (200)

astolfo

Andreotti - Ha avuto i momenti migliori nel confronto con i comunisti. Da segretario di De Gasperi, e poi da presidente del consiglio, specie nei suoi primi governi, degli anni 1970.
Sono anche i suoi momenti di gloria, nel perdurare di una matrice postcomunista dell’opinione pubblica e della storiografia, poiché fu avversario onorato dai comunisti. Forse più di Moro – santino postumo.
Fu onorato anche dai comunisti eretici del “Manifesto”, d Parlato se non da Rossanda e Magri. Se ne sdebitò a modo suo, con uno dei tanti piani di risanamento del quotidiano, quello finanziato da Cesare Geronzi una quindicina di ani fa.
Il processo a Palermo per mafia non gli fu intentato da Caselli, cioè da Violante, cioè dal Pci. Ma da Lo Forte e Schiacchitano, due (ex) Dc, che il loro capo ufficio a Palermo Rocco Chinnici, poi fatto saltare in aria dalla mafia, spregiava come manutengoli del peggior potere democristiano negli Uffici giudiziari – Lo Forte, ora Procuratore Capo a Messina, e concorrente solo sfortunato alla Procura di Palermo, sarà criticato anche nel diario di Caponnetto, il giudice coraggioso che sostituì Chinnici, come uno degli ostacoli all’azione di Falcone e di Borsellino (Chinnici, nel diario ritrovato nel suo computer, imputava al magistrato, con pessimi epiteti, la mancata attuazione di certe indagini: “Sciacchitano e Lo Forte della Procura”, annotava in data 30 marzo 1979, “emissari del grande vigliacco e servo della mafia Scozzari”).

De Gasperi – Rivive sempre in oleografia, buono a tutto e un po’ melenso, mentre è l’uomo delle scelte radicali, fino a quella sfortunata del “maggioritario”. Uno che sfidava invece di “confrontarsi”. Inoltre, aveva a sottosegretario Andreotti. In una sorta di sub-partito vaticano, ma non immune all’astuzia del giovane tuttofare.
Andrebbe quindi rifatto anche “astuto”, come il suo aiuto. Ma di un’astuzia allora disincarnata. Fredda, non esibita, al contrario di Andreotti che se ne è sempre compiaciuto. Di un’astuzia che viene, essa sì, dal Vaticano, pratica e non abulica.

Fascismo – È morto, si è sempre detto, era una parentesi nella storia, non aveva cultura e quindi non aveva radici, e quasi lo si riduce a un regime terrorista. È la tesi dell’antifascismo. Non è sbagliata ma non è la verità.  Del fascismo – a maggior ragione del nazismo. Entrambi movimenti di massa, e quindi democratici – il nazismo perfino legalitario nell’accesso al potere. Le tesi opposte argomentano che il fascismo è un corpo senza testa. E un errore degli italiani. La follia di un breve tempo. Era anzi, non è.
È tesi minoritaria, di Noventa e pochi altri, che il fascismo al contrario si radica nella storia e della cultura dell’Italia – è il peggio della migliore Italia, argomentava Noventa. L’evidenza è minoritaria tra gli storici anche perché esclusa dalla teoria e tattica di Togliatti. Ma è comprovata dall’evoluzione disinvolta delle masse padane e cispadane, a ridosso dell’Appennino tosco-emiliano: socialiste negli anni 1910, poi fasciste, e dopo la seconda guerra comuniste. Ancora nel 1996 sessantamila nel Mugello fiorentino andarono compatti alle urne, sacrificando una domenica, obbedienti all’ordine del Capo D’Alema, a eleggere senatore Di Pietro, che non nascondeva le simpatie “sociali” per il Movimento Sociale. Ora scalpitano di diventare grillini. In alternativa, tentano di farsi Capo Matteo Savini – Matteo Salvini?

Internet – La connettività è l’uguaglianza delle culture, le storie, le idee, le opinioni. Al livello necessariamente più basso o distratto. Un livellamento che equivale a una cancellazione radicale – è la famosa tabula rasa. Una piazza, che fa però “piazza pulita” di ogni criterio di validità o valore, anche di intelligenza, dovendosi posizionare sull’accettazione di tutto. E inevitabilmente rovescia anzi i giudizi di valore, dal più e meglio al meno e peggio. In una con l’inculturazione o intercultura, che per cui il fish ‘n chips è buono come le lasagne. E anzi meglio, perché no.

Piagnonismo – C’è un’evidente sproporzione di linguaggi tra la Rai – tg e radiogiornali – e le altre emittenti. Che saranno, come si favoleggia, e come la Rai sostiene in buona coscienza, impostate su una visione falsa della realtà, ma ci risparmiano le geremiadi sulla povertà, il bisogno, la malattia, la sofferenza, per cui alla fine di ogni trasmissione bisogna dardi una prova di vivenza. Un linguaggio forse  impegnato ma non veridico, e anzi artato – nemmeno impegnato peraltro, le telegiornaliste amano inalberare mises inverosimilmente complicate e costose. Derivato probabilmente, poiché la Rai ha un pedigree democristiano, dalle sacrestie. Da un confessionalismo che vuole tutti penitenti per farsi perdonare i suoi peccati. Ma ora monoliticamente democrat – non da ora, dai tempi di Veltroni.
In questa congiunzione, è comunque chiaro che la sinistra è piagnona. Usava riunirsi al circolo e nelle balere e ballare e bere, le ragazze soprattutto si segnalavano per essere di mente sgombra, ora non più. Molte elezioni sono state lasciate a Berlusconi che altro non proponeva che un po’ di fiducia - e perfino il partito dell’amore, prima di Ruby. La sinistra forse più che la Rai è luttuosa – triste, pessimista. E si vuole moralista, cioè falsa – la sessuofobia è nella mente della donna di sinistra. È vendicativa: personifica il nemico, odia le persone.
Non è ottimista, ecco dov’è l’inganno: non si cura, se non per stereotipi, non apre porte né orizzonti, non libera.

Plebiscitarismo – Ha destabilizzato la politica, invece di stabilizzarla. Era inteso a evitare le crisi di governo ricorrenti, la frantumazione dell’azione di governo e della legislazione, la loro delegittimazione. Invece ha moltiplicato il potere di ricatto dei piccoli e piccolissimi, fino a ridurre  corpi eletti, il Parlamento, i consigli regionali e comunali, all’inerzia. Per leggi elettorali sbagliate, ma soprattutto per l’equivoco del mandato di rappresentanza personale e non politico (partitico).

Ha fallito anche per la concomitanza mutazione della politica, dall’organizzazione alla mediatizzazione.  Alcuni soggetti politici ne hanno tratto profitto (in Italia Berlusconi, Grillo), altri ne sono rimasti a lungo vittime (i litigiosissimi democrat: l’ironia non “buca” lo schermo). Ma agli uni e agli altri il voto plebiscitario non ha agevolato la funzione politica, di governo. Per una debolezza della stessa mediatizzazione. i governi, anche quando restano in carica per la legislatura, diventano subalterni ai sondaggi, ai media, allo scandalismo più trito, e quindi portati all’inerzia. Ma più per la personalizzazione che il regime plebiscitario implica, finché dura la pregiudiziale che la rappresentanza è personale. In Italia è il caso del mandato elettivo quinquennale dei sindaci e i presidenti di regione. Che non hanno migliorato il potere decisionale, per il meglio o per il peggio, e sono più che mai soggetti ai condizionamenti, fino al ricatto, degli interessi più particolari e minoritari.

L’esigenza tuttavia sempre riemerge, perché è ormai la prassi consolidata in tutti i regimi democratici, vecchi e nuovi, anglosassoni e iberici, della Francia e dell’ex Unione Sovietica. Nella stessa Italia, tirando le somme, l’opposizione reale alla funzione di governo forte è solo degli ex Dc, per la non disprezzabile avversione al centralismo, ma anche per l’inveterato vizio della Dc post-fanfaniana di governare non governando – Pannella direbbe sgovernando (fascismo sfascismo…) : creare potere contrattuale attraverso il rinvio, la parcellizzazione, l’emasculazione.

astolfo@antiit.eu

L’antifascismo contro la Resistenza

“Nessun partito deve pretendere di essere il partito degli onesti, dei patrioti, degli amici del popolo”. Sembra una critica del berlinguerismo, ma è un monito del 1947 - a riprova che Berlinguer veniva da lontano. E non una perla occasionale, fonda un’ipotesi storiografica da riprendere, finora occultata dal pensiero unico togliattiano: della Resistenza distinta dall’antifascismo. Per una differenza costitutiva: “L’antifascismo conosce tutte le cause, mortali e veniale, del disastro. L’uomo della Resistenza si domanda invece come mai tale disastro sia stato possibile”.
L’antifascismo riproduce il suo nemico - “la morale politica è una morale tragica” - la Resistenza è di un popolo che interroga se stesso. L’antifascismo è politico, partitico, settario, la Resistenza, che invece include, è un tentativo di fronte comune, di rigenerazione. Ma Noventa è già deluso. La sua non è una proposta, è una constatazione, subito nel 1947, che la grande occasione era sprecata: il Pci monopolista della Resistenza dice “l’intimo nemico” della stessa.
“Noventa” (Giacomo Ca’ Zorzi), bistrattato in vita, quale poligrafo, poeta, saggista e uomo politico, cioè uno confuso, è invece uno che ci vede chiaro. Già dagli anni del fascismo, che contrastò, al costo di una serie di occupazioni. Nel 1936-1938 anche con una rivista, “La riforma letteraria”, che editò e scrisse a Firenze, con la quale analizzò le radici culturali e nazionali del fascismo, nell’idealismo e in un certo liberalismo. Ne dà conto nel secondo, lungo testo di questa raccolta, “Comunismo-Antifascimo-Resistenza”, a commento della polemica fra Bobbio e Togliatti nel 1955. Che è quanto di più sensato sia stato letto, anche in sede storica, a proposito del fascismo, e poi del comunismo togliattiano. Dei fili contorti attraverso cui Togliatti modellò e controllava il partito Comunista – Togliatti ci fa miglior figura di Bobbio, compagno di studi e sodale politico di Noventa, duttile, avvolgente, a suo modo democratico, ma delle ingenuità politiche del filosofo della politica Bobbio sappiamo già molto, guardingo, causidico, e infine berlinguerista.
Le tela di Togliatti
Della fine ragnatela di “contraddizioni” di cui  Togliatti è maestro sta al centro la “continuazione della Resistenza”, solo utile a irretire gli “utili idioti”, gli “indipendenti di sinistra”, e dominare l’opinione pubblica: “Rompere l’unione sacra con gli ex compagni, trattarli non per quello che furono ma per quello che sono, e continuare la Resistenza”. L’illusione, non ingenua, con cui imporsi in politica (e nella storia) - anche ora, dopo la morte.
Giacomo Noventa, Tre parole sulla Resistenza, Castelvecchi, pp. 69 € 9

Il sampietrino in testa

Appena nominato, l’assessore ai Lavori Pubblici del sindaco di Roma Marino, l’indimenticabile, Maurizio Pucci, ha un’idea risolutiva per risolvere il deficit comunale di cassa: vendere i sampietrini. “I sampietrini hanno un mercato fiorente, sia italiano sia internazionale”, ha detto al debutto: “Li daremo alle imprese, sono un valore”.
Geniale, qualche spicciolo potrebbe anche rimediarlo. In cambio magari di qualche appalto, Pucci ne è specialista: per levare i sampietrini prima e venderli, e poi per asfaltare le superfici liberate. Poi dice che tutto è mafia, o che la mafia non ha fantasia.
In un certo senso l’assessore è incoraggiante: il Comune di Roma evidentemente può spendere.
Sorge però una curiosità; altrove perché richiedono tanto i sampietrini, per tirarseli in testa?

lunedì 29 dicembre 2014

Problemi di base - 209

spock

Perché Scalfari, Padellaro e Polito bastonano regolarmente Renzi? È il libero pensiero?

E Blair che esce dall’ombra per sostenerlo? È un altro libero pensiero?

Perché il “Corriere della sera” non intervista il presidente del consiglio Renzi?

Il papa sì e Renzi no: c’è un motivo?

Perché non ci sono più preti pedofili con papa Francesco? Neanche retroattivi

È vero che anche prima non ce n’erano, in Argentina e tra i gesuiti, il cui compito è educare i fanciulli

E la serie dei gesuiti col “Sole 24 Ore”, è una conversione in massa?

Sono i giornali laici diventati papalini, o il papa laico?

C’è ancora un’obbedienza gesuitica?

spock@antiit.eu

Misericordia

S’incontra per strada, in questi giorni di festa, un rom che strimpella. Finge, non sa suonare. Ma al passaggio chiede “misericordia”, nientemeno. Non è il solo, per le Feste sembra che i rom si moltiplichino, o si mobilitino: Ci sono le ragazze-madri coi bimbi in fasce alle porte delle farmacie, matrone con le gonne soprammesse che danno la fortuna, alle edicole dei santi, alle aule universitarie, alle porte degli ospedali, storpi di tutti i tipi, avventizi ai semafori che colpiscono il parabrezza per pulirlo. Ci sono anche musicisti veri, che suonano moltissimo, benissimo, e non chiedono niente. Ma la misericordia è inedita.
Lo sconcerto è breve, la ricerca è lunga perché gli spiccioli sono quasi esauriti. Alla fine cinquanta centesimi si mettono assieme anche per il finto violinista, evitando le minuscole monetine da uno o due per non offenderlo. Mezzo euro, sembra un’elemosina decente. Ma il suonatore ha smesso di suonare, il violino abbandonato contro il fianco, l’archetto impennato come il giudice alla sentenza, il maestro alla cattedra, sta contando a distanza le monete, un rom come si deve, che ha sguardo di lince, o forse ha orecchio sopraffino, malgrado lo strumento, che le monete distingue dal suono, e all’atto di rialzarsi dalla scatola di cartone che le raccoglie per terra si viene fulminati da un: “Nemmeno la metà di un caffè!”
Dalla misericordia alla maledizione, lo zingaro viene fuori. La prima reazione è di sollievo, di conforto. E forse è il bello delle Feste, anche per chi zingaro non è: che i cattivi sentimenti vengono fuori coi buoni.
Ma dura poco. Il suonatore si è scomposto, piegato in avanti sulla sua scatola, a eliminare le monetine, l’elemosina volendo suggerire in grosse monete e biglietti. È solo un rom, all’ora della Unione Europea, molto umanitaria. Dei buoni sentimenti, che vanno sfruttati, finché durano.
Niente di male. Il problema è: vivrà in villa, anche lui? È ben messo. La crisi non fa eccezioni, neanche per la carità: non si sa più a chi fare l’elemosina.

L'amore è impossibile per Nietzsche in Norvegia

“Che tremenda creatura”, dice Nagel di Dagly, radiosa bellezza di cui è invaghito, “pur semplice com’è, con una lunga treccia e un cuore sensibile!” Non ancora un eroe negativo, ma quasi: uno, nessuno e centomila in anticipo – siamo al secondo romanzo di successo di Hamsun, dopo “Fame”, 1892 – Johan Nilsen Nagel naviga in questo mondo ma come dall’aldilà, una presenza fuori dal mondo. Nel set di maniera hamsuniano: “L’anno scorso, a metà estate, una cittadina della costa norvegese divenne teatro di avvenimenti affatto eccezionali. Vi fece infatti la sua comparsa uno straniero…”. Non è uno straniero, parla la lingua del luogo e sembra conoscere tutti, meglio di come loro stessi si conoscono, ma ne demolisce le abitudini e le certezze, le regole, i miti, lo scientismo positivo, solo fidandosi, dell’istinto. E tutti i discorsi riesce a concludere che ha avviato incongruamente, sfidando il trito e lo scontato. Non un’eccezione: fino alla fine, “Per i sentieri dove cresce l’erba”, a novant’anni o poco meno, Hamsun si prediligerà eroico in questa vena anticonformista. Se non che, poi, Nagel si innamora, anche lui, e qui non sa perché.
Il Nagel-Hamsun Walter Benjamin apparentava al Perdigiorno di tanta letteratura tedesca, e specie di Eichendorff. Una figura che Thomas Mann aveva già privilegiato nelle “Considerazioni di un impolitico”, come quello che fa a meno dell’“impegno”, politico, civile, culturale – ma in un quadro inevitabilmente reazionario, quale lo stesso Mann impolitico inavvertitamente praticava. Magris, che ha prefato l’ultima edizione di “Misteri”, nella Bur nel 1989, lo dice meglio: il perdigiorno vagheggiato da Hamsun è “uno smanioso nevrastenico, tenerissimo e insieme brutale” – Bobi Blazen lo chiama il “Grande Sgangherato”. E anche: “aperto e disponibile al desiderio come alla rinuncia, rapace e fuggiasco, questo personaggio si sottrae ai legami, ai ruoli prestabiliti, a qualsiasi impegno morale o politico”. Ben distinto da quello di Th.Mann, “filisteo romanticheggiante”, “una caricatura…. della profondità interiore che vibra nella parola Kultur”.
Quello che Magris e Bazlen non dicono è che la parte di Nagel è sfasata, confusionaria, stiracchiata. Nagel è Nietzsche in piccolo, contro la moltitudine, il numero, la menzogna, la “pseudo educazione”, la “modesta educazione spirituale”, il liberalismo, il socialismo, Gladstone, Tolstòj, Ibsen, Marx. Un giovane molto vecchio. Senza senno e anche senza virtù, più spesso sproloquia sciolto. “A che serve mettere la plebaglia in agitazione visto che poi, inevitabilmente, sono condannato alla croce?”, così argomenta di se stesso, a lungo. O: “Il famoso terrorista è il più grande, è la dimensione, l’eccezionale congegno che equilibra i mondi”. Molte pagine simili. Anche in breve: “Tutti i teologi dovrebbero uccidersi”. Ma sentenzioso più spesso per paginate.
I misteri sono sogni. Nagel se ne fa una divisa, e un motivo di successo presso le signore, ma sono anch’essi purtroppo interminabili. E l’amore? Questo è il bello del racconto: l’amore è una partita di gelosia incrociata - una partita di fughe, si direbbe in linguaggio musicale se ne esistesse il genere. O dell’impossibilità di amare, che sarà poi il grande tema proustiano. Non a somma zero, e anzi mortale.
Nagel è l’uomo in fuga. Anche, al fondo, dalla natura. Un altro tardo romantico, a suo modo. La sua è nostalgia della natura, di un astratto o perduto tempo “naturale”, oggi alienata e perduta. L’amore è solo rimpianto – l’autore è troppo impegnato. Un doppio binario, più o meno marcato, su cui Hamsun sempre si sposta. Qui molto evidente, avrebbe risolto il problema di Magris, preso soprattutto dall’evoluzione politica di Hamsun fino allo hitlerismo forsennato. La disperazione di Hamsun è posticcia, di uno che recita Nietzsche. Non inconsulta, né isolata, nella letteratura germanica, ma bisogna dirlo. Hamsun ci arriva per temperamento e non per temperie politica – scrive il meglio prima del Novecento. Essendo ironista nato. Uno non plasmabile, soprattutto non alla scuola dei buoni sentimenti, fino al suicidio morale.
Knut Hamsun, Misteri