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domenica 29 dicembre 2019

L'immagine è semplice del capolavoro

Foto affascinanti, di Venezia negli anni 1950. Della Spagna alla stessa epoca, della Cina anni 1960, della Romania e la Russia anni 1970. Di un personaggio affascinante, per non essere personaggio. Autrice di una trentina di monografie fotografiche – pregiatissime nel mercato librario. Una che comincia a fare foto per caso, in viaggio di svago a Venezia, con semplicità, e ci prende gusto. Senza una particolare tecnica, se non quello che ha imparato da Cartier-Bresson a Parigi, di cui ha fatto dopo Venezia l’assistente , e a Londra da Simon Guttmann, di cui è stata socia.
Nel 1953 l’ormai trentenne Morath entra alla Magnum, l’agenzia parigina di Robert Capa, nella quale aveva lavorato come archivista, con una serie di foto sui “preti operai”. Sarà la sua cifra, anche nei ritratti. Creando nella semplicità – nell’istantanea, in realtà scelta, ma non lavorata, niente photoshop – immagini scultoree e semplici, che si propongono parte dell’occhio comune.
Lavorerà nel 1960 per l’Onu con Yul Brinner, che era allora fotografo. È stata fortografa di scena di molti film famosi, alla cui promozione ha dato contributi semrpe apprezzati. Sarà anche moglie, nove anni dopo l’entrata alla Magnum, di Arthur Miller, reduce dal divorzio da Marilyn Monroe, e madre dei suoi figli. Restando semplice, cioè genuina.
I video che accompagnano la mostra, con numerose riprese dal vivo e molte testimonianze, anche di Arthur Miller, sottolineano questo miracolo non miracoloso.  
Inge Morath. La vita, la fotografia, Museo di Roma in Trastevere

sabato 28 dicembre 2019

Problemi di base secretori-escretori - 531

spock
Ma quanto sputano i grillini?

E tutti nel piatto in cui mangiano?

Sono i grillini mangioni – come altro fanno tanta saliva?

O è la fame - si dirà la fame grillina invece che la fame nel mondo?

È per questo che non pagano le quote al partito?

Certo chi glielo avrebbe detto: onorevoli, con due mensilità, da quindicimila al mese, l’una, ministri, con auto blu e scorta, vedette tv, testimonial?

Sputano per tornare reali?

È un vaffanculo a noi?

spock@antiit.eu

Il giallo della stanza aperta

Il giallo della stanza chiusa rovesciato: De Angelis, il primo giallista italiano, anni 1930, che Oreste Del Buono ha recuperato cinquant’anni fa, fino a fare del suo commissario cavalier De Vincenzi il protagonista di una celebrata serie tv, lo dipana come in teatro, in una stanza aperta. Apertissima a una serie di entrate e uscite, nessuna delle quali è quella giusta. Chi ha ucciso il banchiere incauto, che vi si è avventurato per la promessa di un incontro galante, seppure su suo ricatto? Sono almeno cinque gli indiziabili, e forse sei, il groviglio è ben costruito.
Un po’ troppo parlato – le ritualità del modello inglese (A.Christie?) cui De Angelis si rifaceva suonano solo prolisse in italiano - ma geniale nell’impianto.
Augusto De Angelis, Il banchiere assassinato, Lit, remainders, pp. 138 € 2,22

venerdì 27 dicembre 2019

Ombre - 493

Non è reato coltivare la cannabis in casa. Cioè il fumo è libero. Quello che non è riuscito al laicissimo Pannella lo decide la confessionalissima Cassazione – i cardinali laici. Lu munnu va ‘narreri.

Chiese chiuse, porti aperti: come ogni anno un parroco di Genova, il teologo Farinella, chiude la chieda per quindici giorni, da Natale alla Befana. Cioè non fa le celebrazioni, quotidiane e festive, per i parrocchiani, e non consente neanche l’accesso in chiesa. Dice che questo Natale non è il Natale di Cristo. Gran furbo: la parrocchia è una grande fatica, per un teologo poi, peggio ancora nelle feste.
Ma passa per progressista.  

Farinella dice che non lo fa per punire i parrocchiani ma per protesta, per aiutare gli immigrati. Che magari invece gradirebbero le chiese aperte. A nzi sicuramente, è gente per lo più di fede – uno-a che s’imbarca attraverso la Libia è sicuramente persona di fede.
E poi: le chiese si vogliono aperte, altrimenti che chiese sono?

L’avvocato Conte aringa gli italiani ogni giorno a lungo, ma governa poco, e “salvo intese”. Che vuol dire senza intesa. Fa approvare cioè leggi che qualsiasi ministro si riserva di modificare.

La ministra Bellanova dice la pratica del “slavo intese” grillina, parlando con Maria Teresa Meli sul “Corriere della sera”, e la attribuisce a inesperienza. Cioè no, a faciloneria. Cioè no, a furbizia. Ma con i grillini salda governa.
È vero che chiude gli occhi sulla corruzione, che sa esserci – lo sanno tutti.

La bolognese Si Produzioni di Tortato allestisce e divulga un docu-film sul nuovo santo di Firenze, il cardinale Zuppi, “prete di strada”, appassionato di accoglienza. Per il santo Natale, naturalmente, non per la campagna elettorale di Bonaccini. Un cardinale testimonial di un candidato politico, non si può dire che la chiesa non si aggiorni.

Si arresta in Calabria con clamore mediatico un ex consigliere regionale e ex sindaco (di Amantea) per frode alimentare e sui contributi pubblici alle colture bio. Persona già inquisita per voto di scambio con la mafia e per reati patrimoniali. Di cui però si tace l’affiliazione politica: né la Guardia di Finanza né la Procura di Cosenza, né i media lo dicono. È del Pd.

Si dimezzano gli investimenti nei giornali negli ultimi cinque anni - Inpgi. Non si accrescono, per la nuova era informatica, si riducono del 56 per cento. L’inizio della fine? Nel silenzio dei giornali, totale – si direbbe ridotta soprattutto la capacità dei giornali di capire che succede.

Renzi non vuole votare contro l’incriminazione di Salvini. Contesta i giudici come li contesta Salvini, ma pensa che se gli vota l’incriminazione del capo della Lega, i giudici saranno clementi con la sua fondazione. Forse non sa per chi tifa Creazzo, il suo Procuratore Capo.

Da quando Luca Lotti ha lasciato Renzi non c’è più lo scandalo Consip. Lotti non ha più violato il segreto istruttorio. Scandalo finito, il bersaglio era Renzi.

Si aboliscono nelle scuole e negli uffici le macchinette risparmiose, di tempo e di soldi. E si aprono bar. Che producono meno rifiuti?
Il bar a scuola è trovata fantastica, non fosse vera.

I consigli scolastici sono impegnati, in questo primo quadrimestre, a organizzare e finanziare la borraccia per ogni alunno. Otto-nove milioni di borracce, tutte d’un colpo. Più un milioncino di insegnanti: dieci.
E agli (ex) bidelli la borraccia non tocca?
La messa a frutto di “Greta” e i “Fridays for future” è immediata: non si può dire che il mercato non c’è.

Con le scuole si adeguano anche le università, e ogni altra sede pubblica: vie le macchinette, borracce per tutti. Tre-quattro milioni.
E quando si adegueranno tutti le aziende private: uffici professionali dirigenze, fabbriche? Decine di milioni di borracce.

Le borracce sono meno inquinanti: non su buttano via ogni giorno ma ogni anno. E sono di materiale composito, che però va tutto nello stesso canale della differenziata, è vero. Ma poi magari ne servono due a testa – a casa, in vacanza… L’anno.
Quanti guasti per l’idromania – un tempo era sconsigliato bere troppa acqua.


Quando l’Italia era mostruosamente viva

Si vede infine, aprendo le celebrazioni dei vent’anni della morte, su Rai 1 - a mezzanotte - il docufilm  approntato un anno fa da Fabrizio Corallo per la stessa Rai. Una straordinaria galleria di tipi italiani,il vero “romanzo italiano”. E una stagione cinematografica e teatrale incredibilmente vivace e sorprendentemente resistente, benché tradizionale, artigianale. Nelle varie simbiosi del “mattatore”, con Monicelli, Dino Risi, Scola.
Un docufilm  festoso ma di forte malinconia. Un tempo e una vicenda prospettando incommensurabili se misurati con l’atonia dominante al cinema e a teatro ormai da decenni. Visto cioè in questa Italia figlia del nulla. O dell’apparato correzionale, inquinato e inquinante. Sul quale giusto qualche fiore sorge – il fiore sul letame.
Fabrizio Corallo, Sono Gassmann! Vittorio re della commedia

giovedì 26 dicembre 2019

Resurrezione

Sciava senza menisco. Senza neanche cartilagini. Le vene aveva gonfie e dure, i polmoni dimezzati, ma saliva i gradini a due a due. Andava in montagna pure con la buona stagione, per sfidare i dislivelli, che nell’Alto Lazio non mancano, e negli Abruzzi, benché le montagne non superino i duemila. Odiava le macchine a ha rifatto la patente fino all’ultimo, di ottantaquattro anni. Ha guidato fino all’ultimo, certo, se ne è morto.
Lei lo contraddice: era presuntuoso. Ma dice anche che era più forte di tutti, più generoso, più intelligente. Nulla di nuovo, mai, neppure dopo la liberazione dal padre: sessant’anni, e metà vita sprecata accanto a quella donna insensibile. Con la prospettiva della restante vita imbalsamata. Come vivere con un cadavere legato.
La badante, ora da liquidare, se la sarà fatta. Probabile. Sicuro. Lei lo ricorda con affetto. Sorride, fuma, a suo agio. Gli offre da bere. In casa sua, dai liquori di suo padre. Accavalla le gambe, ancora belle forti. La gonna porta del resto corta. Si alza in continuazione, per fargliele vedere se non le avesse viste. Una che verrà dalla vita. Probabile. Sicuro.
Lo dice lei stessa. Faceva l’amministrativista al suo paese. È finita in una brutta compagnia. Che si aspettava, i peggiori si sono precipitati con le loro sporche lire e hanno fatto i padroni in Romania, in Bulgaria, in Moldavia, nella Repubblica Ceca. Doveva dirigere un centro di servizi alle aziende. Si aspettavano invece che corteggiasse uomini. Importanti, dice. Avrà fatto la strada. In casa non è arrivata tramite un prete? Uno di quelli che se le fanno con la scusa di salvarle dalla strada.
Il racconto lo smuove, a un’eccitazione da adolescente, dopo tanta astinenza. Gli occhi della donna sorridono tristi, come sapesse quello che l’aspetta, che vorrebbe. La fronte alta sopra gli occhi cerca un contatto, una carezza. Le gambe sempre inquiete si alzano, si risiedono, si accavallano, si allargano, si aprono. Il desiderio non è sconcio, nemmeno a sessant’anni, un’erezione è una resurrezione, evento solo fausto.
Ed essendo arrivato al momento di contare i soldi, pensa di aggiungerne, con generosità. O di lasciarla in casa, finché non trova un’altra sistemazione. La casa verrebbe comoda. Solleva la testa per studiarne la reazione all’annuncio, ma non ce n’è bisogno, la sa disponibile anche senza soldi. La sente continuare il racconto della sua vicenda, sempre più personale, sempre più nei particolari, come fossero già stati intimi, lei in ogni caso la vede nuda, come se lo fosse, è confidente, intima. Decide allora di non farlo. Di non provarci. Suo padre l’avrebbe fatto, sicuramente l’aveva fatto. Era la sua filosofia. Ma lui decide di no. Non per monogamia, non per fedeltà alla moglie, da cui tutto lo separa. Per una maniera d’essere, a sessant’anni bisogna avere una propria personalità.    

Contro il libero commercio - Napoli saggia e spiritosa

Marco Catucci ha creato una sorta di commonplace book attorno al vulcanico Galiani, con le sue letture appassionate nel vasto corpus di riflessioni, facezie, polemiche, intuizioni dell’abate. Per una lettura anche malinconica, di una Napoli che fu e non è – non sa nemmeno ricordarsi dell’abate Galiani, che fu la sua gloria a Parigi e a Napoli nel pieno dell’illuminismo, esemplare peraltro non anomalo né unico nella città.
Ordinato alfabeticamente, da “Ambizione” a Zelo”, passando per “Azzeneca” (Seneca), “Cacamaglia” (carcere”), “Cannaruto” (goloso), “Cannolicchio”. Ma anche per “Atei”: “In questo secolo Dio fa miracoli in favore degli atei, che dovrebbero almeno, vedendoli, convertirsi”. Per “Libertà”: “La persuasione di essere liberi costituisce l’essenza dell’uomo. Si potrebbe anche definire l’uomo un animale che si crede libero, e sarebbe una definizione completa”. Per “Morte”, a più riprese. Con calembours e battute fulminanti: “Ci vuole tempo per poter essere brevi”. E riflessioni su ogni topica: l’educazione, la politica, il fare del non-fare, la vita dei gatti (“Non c’è nulla al mondo di più folle di quest’opera!”).
Un vero reazionario, convinto e convincente – realistico cioè. L’apocalisse è il libero commercio. Che arricchisce il popolo, portandolo “alla forma repubblicana, e infine all’uguaglianza delle condizioni, che ci sono volute seimila anni per distruggere”. Ma uno intelligente, trattatista “Della moneta”, primo e insuperato, a vent’anni, arguto sempre, animatore a lungo, e anche poi in assenza, della Parigi dell’illuminismo. E non senza, per esempio sullo stesso libero commercio – anche se oggi è anatema dirne i limiti.
Ferdinando Galiani, Sentenze e motti di spirito, Salerno, remainders, pp.165 € 4 

mercoledì 25 dicembre 2019

Problemi di base natali - 530

spock

Perché sarebbe l’Incarnazione un mistero?

Non è più la Incarnazione del Verbo?

Perché la nascita sarebbe un mito, se è un fatto?

E uno negativo – meglio non esser nati?

O è questa roba del passato: va la modernizzazione ora al rovescio, che il laico insegue il religioso?

Il divino come compimento dell’umano?

O un’aspirazione da paria?

spock@antiit.eu

Il fantasma di Marx

Il titolo è da intendere “spettri agitati da Marx” - il comunismo - e “spettri che agitano Marx”. Derrida vuole Marx ancora in circolazione, ma in forma fantasmatica. Che (in qualche modo) spiega. Ma vuole anche “consegnarlo alla posterità”, cioè esumarlo dalle macerie del Diamat, il materialismo dialettico di salsa sovietica. Da qui la proposta di spettro tra gli spettri, e di teorico della spettralità. Che poi non definisce, ma s’intende quale esigenza di giustizia, nella libertà. O almeno come insofferenza al “nuovo trionfalismo”, al nuovo “ordine del mondo”, che si accredita egemonico col solo sancire la morte di Marx. Una spettralità che sa di esorcismo e scongiuro - una affermazione in negativo: Marx non è più quello.
Derrida non è mai stato uno marciante, e anzi ha avuto qualche problema - a fine 1983, quando già il “sistema” scricchiolava, fu fermato a Praga, reo di avere partecipato a un seminario filosofico organizzato da Charta 77, il movimento di opposizione. Con la caduta dell’Urss, della “macchina per fare dogmi”, trova invece che molto va salvato. Senza rivendicare eredità, ma convinto che “uno almeno dei suoi spiriti”, degli spiriti di Marx, va salvato. Di un pensiero e una prassi che legge non sistematici né omogenei, o coerenti, e anzi caratterizzati al contrario, dagli abbandoni repentini, i ripensamenti, le causalità problematiche – è vero che Marx era umorale. Che cosa va salvato? Va salvato Marx come spettro, e come teorico della spettralità.
Fin qui tutto è semplice, perfino scolastico – siamo al celebre incipit del “Manifesto”, il catechismo di Marx. Come arrivarci, invece, con Derrida è complicato, perfino labirintico. Attraverso cioè una rilettura minuziosa dei testi che spesso lascia sospesi più che informati. Anche perché Derrida fa come Marx: usa molto Shakespeare, e poi i soliti Heidegger, Blanchot e Kojève. Con molte parole composte e decomposte. Le concatenazioni, perfino le omofonie. Senza farsi mancare l’aspetto ludico – questo ben marxiano, è il procedimento che Marx privilegiava. E quasi ironico, se non parodistico. Ma l’impianto è serio. La dedica è alla memoria di un militante comunista sudafricano assassinato.
Marx è ben ancora vivo e combatte insieme a noi. Solo sottaciuto, temendosene lo spirito di rivolta che tanto ha alimentato. Una sorta di morto vivente. Uno spettro, come l’ombra del padre di Amleto. Sta lì anche se non parla, a ricordarci che “il tempo è fuori di sesto”, le cose non vanno. Il libro è del 1993, ma Derrida già sa che la globalizzazione, con i licenziamenti in massa in Europa e negli Usa, e il taglio dei salari, è una controrivoluzione: “Bisogna proprio gridare che mai, nella storia della terra e dell’umanità, la violenza, l’ineguaglianza, l’esclusione, la miseria, e dunque l’oppressione economica, hanno coinvolto tanti esseri umani”.
Ma, poi, non cessa di essere Derrida, il Marx ghostbuster è presto abbandonato. La questione trasferendo alla  decostruzione, di Marx e della contemporaneità. A Heidegger.  A Blanchot. Il Marx di Derrida non è uno spettro politico, è “l’apertura messianica a ciò che viene, cioè all’evento che non si potrebbe attendere come tale, né dunque riconoscere anticipatamente, all’evento come l’estraneo stesso, a colei o colui per cui si deve lasciare un posto vuoto, sempre, in memoria della speranza”. La memoria della speranza.
Un libro – ancora oggi – controcorrente. Anche, in certo senso, anti-Derrida: una presa di posizione malgrado tutto politica. Vuole dichiaratamente essere una denuncia delle “piaghe del nuovo ordine mondiale”: la disoccupazione, il salario da fame, il debito estero del sud del mondo, le guerre economiche e interetniche, e perfino quelle “umanitarie”. Con un sottotitolo militante, da capo-cellula: “Stato del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale”.
Curiosamente, Marx ossessiona Derrida, altrimenti insensibile se non tetragono, da morto. Gli spettri di Marx sono quelli di Derrida, a disagio nella “fine della storia”.
Jacques Derrida, Gli spettri di Marx, Cortina, pp. 245 €® 24
The Spectres of Marx, pp. 277, free online

martedì 24 dicembre 2019

Letture - 409

letterautore

Autore – “Il romanziere è in certo qual senso una spia”: Graham Greene, “Il treno per Istanbul”, lo fa dire a un scrittore vanesio di successo. E a un prete: “Un penitente in confessione”.

Cleombroto - Garibaldi adolescente si arruolò come marinaio di 3za classe nella Marina sabauda, col nome di battaglia di Cleombroto. Eroe tebano, fratello gemello di Pelopida, che combatté con Epaminonda, quello che liberò gli Iloti della Messenia, popolo schiavo degli Spartani – Pelopida, “il primo uomo della Grecia” di Cicerone, fu a sua volta, con Epaminonda, l’artefice dell’egemonia tebana dopo Sparta

Cuorinfranti – È all’origine di Sterne, che nel Tristram Shandy”la vuole una malattia come la tisi o la gotta, benché non definita nei manuali scientifici. Forse perché, rifletteva, non figura tra le cause dei decessi: ma più diffusa e altrettanto perniciosa che le malattie mortali.

Dante – “Dante e Balzac” è un saggio del francesista Vittorio Lugli, 1952 (“Dante e Balzac con altri italiani e francesi”). La commedia di Balzac è umana non a parodia di quella di Dante, ma per ritenere Dante la personificazione del mistiscismo in cui nella seconda parte dei suoi cinquanta anni si veniva immergendo. 

Ebreo – È figura di molta narrativa, anche poesia, negli anni 1920-1930. Una sorta di letteratura di genere. Anche violenta. Come una fissazione – indotta dalla rivoluzione bolscevica? A opera anche di ebrei, Castelnuovo, Nemirovsky, Albert Cohen, Josef Roth. Tra i non ebrei si distinguono Céline, Pound, Hamsun, ma anche Thomas Mann, che tanto dileggiò i parenti, Virginia Woolf, gli scandinavi in genere.

Greta – Ne anticipa i tempi, se non la figura, Primo Levi nell’ultima poesia pubblicata, “Almanacco”, 2 gennaio 1987 – nella raccolta “Ad ora incerta”: “Noi propaggine ribelle\ Di molto ingegno e poco senno,\ Distruggeremo e corromperemo\ Sempre più in fretta;\ Presto presto, dilatiamo il deserto\ Nelle selve dell’Amazzonia,\ Nel cuore vivo delle nostre città,\ Nei nostri stessi cuori”.

I.A. – Faletti ne profetizza il boom (illusorio?) nel romanzo “indiano” del 2006, “Fuori da un evidente destino”.  Al vecchio indiano saggio, che ha conosciuto gli sciamani, fa dire all’eroe, il giovane indiano che ha fatto fortuna nella finanza a New York e irride la magia: “Sei disposto a credere in quello che la scienza ti propone, che è praticamente la stessa cosa: la creazione di un’intelligenza artificiale in grado di evolversi e di imparare dai suoi stessi errori”. E all’obiezione: “Quella è scienza. Qui stiamo parlando di magia”, gli fa controbattere: “E non sarà una magia quando da una macchina nascerà una macchina in grado di capire che è viva?”

Italiano - In “The Irishman” quattro italo-americani, Scorsese, Pesci, De Niro e Pacino, fanno la storia dell’America. Appassionante, ma come storia di mafia, di violenza. Anche irlandese, ma a regia (narrazione) e con impersonificatori (il Fixer, il Killer, il Capo) italici – del Sud Italia.
O italiana è la capacità critica, di sintesi?
Una storia “italiana”, di facce e nomi d’artista che richiamano l’Italia, del Sud, metafore dell’America?  

Leopardi – È stolido nel Nortizbuch di Enezenberger, li novantenne patriarca delle lettere tedesche, italianizzante di lungo corso - la raccolta di aforismi, arguzie, pensieri sparsi di cui Cornelia Mayrbäurl dà notizia su “La lettura”. Non lui, “scrittore tanto infelice quanto geniale”, i suoi cultori. Che hanno “guardato” (?conservato? riproposto?) “il manoscritto dello «Zibaldone», una prosa confusa e chiacchierona”. Cosa che Leopardi non avrebbe fatto: “Con la scelta del titolo avrebbe voluto esprimere la natura provvisoria delle sue annotazioni, facendo sfoggio di autoironia. I custodi del Graal della letteratura italiana, invece, questo non l’hanno mai capito”.
Bisogna distruggere i testi, anche il Notizbuch, lo zibaldone? Che Enzensberger, meno autoironico di Leopardi, pubblica in vita, dandogli anche un titolo, “Fallobst”. 

Novecento – “Il  secolo di Joyce e Pirandello” lo diceva una la copertina dell’edizione Penguin 1967 di Sterne, “Tristram Shandy”. Poi le cose sono cambiate: nessuno si occupa di Pirandello, non in Italia, Nessuno pensa più che l’Italia abbia o abbia avuto qualcosa da dire all’Europa e al mondo, nelle lettere e fuori.

Pavese – Rifiutato da un Primo Levi inconsuetamente categorico, nella lettera a Rossana Benzi, 29 ottobre 1984. Una lettera come sempre in Levi gentile, oltre che partecipe. Che però fa una parentesi per lo scrittore suicida: “A me non è mai piaciuto, né come uomo né come scrittore”. A motivo del suicidio? Sembrerebbe, perché spiega a Rosanna, che la poliomielite costringeva a sopravvivere in un polmone d’acciaio in ospedale, “Pavese è ai tuoi antipodi, è l’antirosanna. Non ha avuto feedback: ha disseminato disperazione ed è morto di disperazione”.                                                                                                                      Pilato – Personaggio evangelico tra lo scherzoso e il buongoverno per De Quincey, “Giuda Iscariota”. Un Pilato trascurato nella notevole tradizione che sul personaggio si è costruita ultimamente, dopo la resurrezione operata da Anatole France – sulla scia di De Quincey.

Russia – Tutto vi è grande e eccessivo. Stalin si capisce così? Stalin no, ma il teatro (regia, scenografia), la narrativa, anche la musica sì. Le messe in scena del Bolshoi (“grande”): dei balletti di Petipa, delle opera russe. I successivi Balletti Russi, di Djaghilev, Bakst, Fokine. Il Coro dell’Amata Rossa. Le regie di Mejerchol’d, Stanislavskij, Nemirovič- Dančenko.

Shakespeare – Per nascita non era cattolico? Sì, come tanti altri del secolo d’oro inglese, specie gli “elisabettiani”. Che può non voler dire nulla in letteratura, ma è una prospettiva curiosa: di quanti , letterati, artisti, statisti, anche teologi, sono stati per nascita cattolici nel Cinquecento, e a un certo punto hanno cambiato i riferimenti. Rispetto alla confessione, per esempio. Al matrimonio indissolubile. Ai santi.

Socialista – La rimozione in Italia, della parola e del concetto, ha dell’ossessivo. Antonio Manzini apre “Il treno per Istanbul”, il romanzo di Graham Greene che Sellerio rispolvera, dicendo Czinner, uno dei personaggi del caleidoscopico mondo dei vinti che anima il romanzo, “il politico comunista rivoluzionario”, mentre è il capo dei socialdemocratici di Serbia, costretto all’esilio.
Il centro-sinistra storico, che ha animato al politica per trent’anni, fino a Di Pietro, Borrelli e Colombo, è scomparso dalle storie della Repubblica, di Crainz, Ginzberg, Gotor, esagerati questi tre nella sottovalutazione, un ex Lotta Continua, un ex PCI e un ex Dc,  Giovagnoli, Castronovo, anche Colarizi.

letterautore@antiit.eu

Rousseau femminista

Ci sono meno Eroine che Eroi? “Eh, Signori, lasciate che alle donne venga la voglia di trasmettere le loro glorie ai posteri e vedrete a che posto decideranno di mettervi”. Questo delle Eroine è uno dei due progetti che la compilazione presenta, il frammento “Sulle donne”, di donne eccellenti a paragone degli uomini che hanno compiuto le stesse gesta, alla maniera di Plutarco. Con un primo elenco: Mitridate con Zenobia, Romolo con Didone, Catone Uticense con Lucrezia, il conte di Dunois con Giovanna d’Arco, “infine Cornelia, Arria, Artemisia, Fulvia, Elisabetta, la contessa di Tekeli”. Con l’avvertenza: “Se le donne avessero avuto tanta parte quanto noi nel trattare gli affari e nel governo degli Imperi forse avrebbero avuto maggiore eroismo e grandezza nel coraggio e si sarebbero segnalate in maggior numero. Solo poche di quelle che hanno avuto la fortuna di reggere degli Stati e di comandare degli eserciti sono rimaste nella mediocrità”.
Il progetto non è stato realizzato, ma il presupposto è chiaro. E non era l’unico: la compilazione raccoglie un altro “Saggio sui grandi eventi di cui le donne sono state la causa segreta”. Anche’esso rimasto all’indice, ma con intenti celebrativi: “la presa di Troia, l’incendio del palazzo di Persepoli, l’istituzione della Repubblica romana, il salvataggio di Roma grazie alla madre di Coriolano, il cambiamento dell’Inghilterra sotto Enrico VIII, etc.”.
Una compilazione di testi femministi dell’impervio, se non misogino, filosofo dell’uguaglianza. Che fiutava forse un filone editoriale, anticipatore della letteratura di genere - Rousseau coltivava anche questo campo: un ultimo scritto disperso qui raccolto è di “Idee sul metodo di composizione di un libro”. Ma di suo saldamente legato al rifiuto. Il racconto del titolo esordisce con un inequivocabile: “Quando si ha una moglie folle non si può evitare di passare per sciocco”.
“La regina Fantasque” è, misogino (altrimenti tradotto come “La regina lunatica”), un apologo della complessità, e quindi imprevedibilità, della funzione pedagogica, tra ereditarietà, educazione, ambiente e caso. Niente di filosofico, come si suole scrivere presentando il racconto - uno dei tanti scritti minori esumati nel 1961, al secondo volume delle opere complete Gallimard: “una follia”, secondo lo stesso Rousseau, scritta “in un momento di allegria o piuttosto di bizzarria”, nel 1756, pubblicata due anni dopo.
“Pigmalione” è, ancora più breve, più deciso: il narcisismo dell’autore, la sua ambizione a dare vita creando – scrivendo, dipingendo scolpendo, musicando. Questo è invece il testo forse più letto, subito, dai contemporanei. Quello sicuramente più commentato, fino a Starobinski – già Goethe ne faceva grande caso in “Poesia e verità”, che però non apprezzava Pigmalione, la “perfezione artistica”, o dell’ambiguità, ponendo al di sopra del bisogno burattinesco, di tirare le fila.
Jean-Jacques Rousseau, La regina Fantasque – Pigmalione, Ibis, remainders, pp. 91 € 4


lunedì 23 dicembre 2019

Il mondo com'è (390)

astolfo
Apostoli – Erano hakim, guaritori. In quanto discepoli del Cristo, il cui nome greco Ιησους, oltre che quello aramaico, lo presentava al pubblico nella figura del guaritore. Fu la chiave del primo, immediato, successo del Cristo. E poi dei suoi discepoli, che non avevano altro titolo di autorevolezza.
In quanto guaritori avevano libertà di movimento, capacità di attrazione, e autorevolezza. Anche se di cultura limitata – ma gli evangelisti conoscono i testi sacri ebraici. La funzione era del resto bifronte: attiva sul piano spirituale più che su quello fisico, fisiologico.

Bazarì - La figura del commerciante-mediatore-prestatore che fu al centro della rivolta contro lo Scià nel 1978, ed è poi approdato al khomeinismo, indica il ceto mercantile e degli affari - al dettaglio, all’ingrosso, e a monte, nella finanza - in Iran. Ramificato e influente, anche in politica. La borghesia dell’Iran e quindi del khomeinismo, che non è industriale né intellettuale. In senso astratto, fuori dal caso iraniano, è la figura dell’intermediario, che sola e e meglio legge e rappresenta il sentito popolare diffuso, prevalente.
La celebrazione del soggetto, della sua funzione, è di De Quincey, “Giuda Iscariota”, in nota: “In ogni paese questi uomini svolgono un’importante funzione politica. Più di tutti gli altri, hanno estesi collegamenti con lo stratum di gran lunga più numeroso nella composizione della società”. La funzione politica, secondo De Quincey, è essenzialmente questa, di tenere “quotidianamente contatti minuziosi e particolareggiati con questa importante categoria di uomini, i bottegai”.

Bastiglia – Era una prigione comoda, si sa, non un cayenna. Ma soprattutto fu propizia ai letterati, come una sorta di biblioteca, con molti libri di conforto, e molto tempo a disposizione e comodità per scrivere, senza le noie casalinghe. Da Nicolas Frères, il glottologo, al marchese di Sade.

Famiglia   Era in origine, nel nome latino da cui deriva, la comunità dei famuli, i servi, gli schiavi. Quando si legge di un patrizio o potentato romano la cui famiglia è proscritta o condannata a morte, il testo latino si riferisce agli schiavi. Lo steso quando si legge che un personaggio è amato dalla sua “famiglia”: non si intendono i genitori, i figli o il coniuge, ma l’insieme della servitù. Alla stessa maniera va inteso ogni riferimento, negli “Atti degli Apostoli” o altri testi più o meno contemporanei, ogni accenno alla “famiglia di Cristo”. Che in questo caso sono i suoi discepoli, comunque da lui dipendenti.

Guglielmo II – L’ultimo kaiser, che perdette la prima grande battaglia tedesca contro l’Inghilterra, era mezzo inglese – o è viceversa: i sovrani inglesi erano mezzo tedeschi. Per parte di madre era nipote della regina Vittoria. La quale era cresciuta con i principi tedeschi e più di tutti li amava, a partire dal marito.
Nel 1901 Guglielmo aveva assistito per settimane la sovrana moribonda, un fatto che aveva commosso gli inglesi. E si segnalò per seguire in lacrime a piedi il carro funebre.
La regina Vittoria cominciò tardi a imparare l’inglese, verso i tre-quattro anni. Per secoli i re inglesi si erano sposati tra tedeschi, e parlavano tedesco, poco e male l’inglese.

Operazione Barbarossa – L’operazione con cui Hitler intendeva assoggettare la Russia doveva realizzarsi in otto settimane. L’Operazione Barbarossa parte il 21 giugno, solstizio d’estate. I tedeschi affronteranno l’inverno leggeri perché la Russia, cinque milioni di chilometri quadrati in Europa, sei con l’Ucraina e i Baltici, andava conquistata per Ferragosto. Ribbentrop era certo di “cancellare la Russia dalla carta geografica in otto settimane”: essendo l’allora Unione Sovietca profonda 2.400 chilometri da Kaliningrad a Perm, senza la Siberia, si vedeva arrivare comodo agli Urali a cinquanta chilometri al giorno, su un fronte di 1.900 chilometri, da Leningrado a Groznyi. Una insensatezza che Roba perfino la figlia di Himmler, Gudrun, dodicenne, sapeva. Che la Russia non si poteva prendere, e al suo “papino” scriveva un mese dopo l’attacco, il 21 luglio 1941: “È spaventoso che facciamo guerra alla Russia. Erano comunque nostri alleati. La Russia è talmente grande; se attacchiamo tutta la Russia, la battaglia sarà molto difficile”.
Forse è la Russia che inebria, Napoleone voleva prenderla in tre settimane.
Federico II, il gran re di Prussia, insisteva che “non basta sconfiggere i russi, bisogna annientarli”.

Stato giardino - Nel 1817, Leopold Friedrich Franz, principe di Anhalt-Dessau, nipote del principe e generale imperiale, poi prussiano, Leopoldo I, quello che “inventò” la fanteria prussiana, mobile e agile, morirà celebrando la trasformazione del suo principato in Gartenschaft, Atato giardino. Federico il Grande di Prussia l’aveva snobbato, che chiamava Franz “le princillon”, Napoleone l’aveva capito e protetto. Ancora un secolo, e Walter Gropius vi fonderà la scuola Bauhaus.
Lo “stato giardino” di Leoplod Friedrich Franz riprendeva la memoria del contiguo Anhalt-Köthen, dove Ludwing di Anhalt, detto Luigi, aveva ideato la “città giardino” – una utopia italiana, prima della città verde di Le Corbusier. Nel 1617, fondandovi la Società della Palma per la quale è famoso.

Della Società della Palma fu membro Johannes Valentinus Andreas, alchimista e cappellano di corte del Württemberg, al quale si fa risalire il simbolo dei Rosa Croce, la croce di sant’Andrea con la rosa a ogni angolo, derivato dal “Roman de la rose” e dal cielo della “Divina Commedia”. Del cappellano sarà progenie collaterale il marito astinente di Lou Salome, che ne ereditò i tratti.

In una con la Società della Palma, “Luigi” aveva fondato un’accademia per la purificazione della lingua, la prima della lingua tedesca. L’accademia denominando Compagnia Fruttifera, di cui si elesse Nutritore: a questo modo tesaurizzava i tre anni vissuti entusiasta da studente a Bologna e da cavaliere a Firenze, apprendista del bello e delle arti, che trasfuse anche nel suo castello e nel giardino ancora ammirati. Era ritornato membro (“l’Acceso”) della Crusca, patrocinato da Bastiano de’ Rossi. E si fece anche traduttore in tedesco dei “Trionfi” di Petrarca.

Leopold Friedrich Franz, anche lui entusiasta dopo il Grand Tour in Italia, aveva accolto  festosamente Emma Hamilton e il marito ambasciatore d’Inghilterra a Napoli nel loro viaggio di ritorno a Londra nel 1800: in loro onore fece ricostruire dal suo architetto von Erdmannsdorf il loro palazzo di Posillipo, con un finto Vesuvio sul retro, dal quale faceva di notte simulacri di eruzione con i giochi di artificio. La festa si fa tuttora, a scopo turistico.
Caterina di Anhalt-Zerbst, una principessa vecchia Germania, intelligente, spiritosa, era divenuta nel frattempo, per migliorare la razza, zarina a San Pietroburgo. Dove aveva creato una Biblioteca Russa, ricca dei manoscritti ben pagati di Diderot e Voltaire: Caterina la Grande.

astolfo@antiit.eu

Come arrostire il maiale bruciando la casa

“Il migliore dei racconti” per molti critici inglesi – con tanti cinesi Ching Ping che irresistibili evocano i Kim nordcoerani di oggi. Ching Ping mette a fuoco la casa paterna, con la quale bruciano i maiali, uscendone arrostiti a puntino. Un esito memorabile: Ping, che fino ad allora aveva mangiato il maiale crudo, è deliziato di assaggiarlo arrostito. In segno di pace, ne offre una porzione al padre. Che esterrefatto e deliziato a sua volta dalla novità, decide di bruciare ogni anno una casa con un maiale dentro, per poterlo assaggiare di nuovo. Lo stesso fa Chang Pang, un tipo curioso che, vedendo bruciare la casa del padre di Ping con un maiale dentro, decide di fare lo stesso. E con lui altri, la moda dilaga: una sorta di conversione in massa avviene alla pratica del maiale arrostito, al punto da allarmare le assicurazioni. Un tale Chong Pong, scoperto nell’atto di chiudere un maiale in salotto per poi dare fuoco alla casa, viene denunciato. Il giudice di Pechino, non conoscendo l’arcano di cui deve giudicare, chiede del corpus delicti. Un pezzo di maiale arrosto gli viene servito  dagli ufficiali di polizia, e dopo due giorni va a fuoco anche la casa del giudice. Così la Cina si convertì alla nuova pratica. Finché, qualche secolo dopo, un nuovo genio della questione, Chung Pung, non scopre che si poteva fare il maiale arrosto senza bruciare la casa.
Una satira dissacrante della storia e del progresso, in epoca molto costruttivista, 1823 – il “Maiale arrostito” è uno dei “Saggi di Elia”. Lamb, coetaneo, compagno di scuola e amico di Coleridge, visse dai vent’anni, dopo un ricovero in manicomio, da badante della sorella Mary, matricida – Mary vivrà ancora cinquantanni, una dozzina più di lui. Con la quale realizzarono molti progetti editoriali, tra il serio e il faceto. Charles creando il mito di Shakespeare, Mary quello dei commediografi. Negli ultimi quindici anni Lamb si dedicò ai saggi, con il nome di Elia, anagramma di “a lie”, bugia.
Charles Lamb, A dissertation upon Roast Pig, free online

domenica 22 dicembre 2019

Secondi pensieri - 404

zeulig
Diavolo – È di tradizione universale ma oscura. Tradizione religiosa, seppure legata alle origini, ai miti delle origini. In questo caso del bene e del male.
Una favola costante. Generalizzata. Ma bizzarra. Che si spiega in un modo che depone a sfavore delle religioni, del bisogno religioso come fattore di conoscenza. La più antica delle cui tradizioni e la più diffusa è questa, una favola piuttosto oscura, nonché inverosimile: che il diavolo è un angelo decaduto. Per una ribellione non concepibile metafisicamente – una contraddizione: nel regno di Dio, a opera di un angelo del suo regno del bene, cui molti si affiliarono. Per nessun motivo se non l’invidia. Ma fa l’invidia parte di Dio?
Si soprassiede all’incongruenza accostando subdolamente il regno dei cieli all’umanità, esposto quindi come questa alla fragilità dell’essere. Ma allora è un piccolo panteismo che si formula, se Dio è fragile come l’uomo, incostante, incerto.

Distribuzione – È il segno e in parte l’agente della polarizzazione recente dell’opinione pubblica, come disarticolata e instabile – vagante: assertiva ma incostante e incoerente. La grande distribuzione come opposta al commercio minuto. E all’artigianato di quartiere: i falegnami, i tappezzieri, gli elettricisti, gli idraulici. Un reticolo di radicamento.
Le società si erano innervate finora, anche in ambito urbano, di una rete fitta di minuta distribuzione: negozianti, fornitori, finanziatori. E riparatori, quando il bene meritava na riparazione e non la sostituzione. Uno strato sociale in contatto costante con la società nel suo insieme, se non nella sua totalità. Di scambio, di merci e di parole – di fiducia, di idee. Una rete di intermediazione, e comunque di conoscenza: una figura non rappresentativa ma intermediaria, che sola e meglio legge e interpreta il sentito popolare, diffuso, prevalente. Avendo contatto quotidiano, minuzioso e particolareggiato (diffuso), con i bisogni e anche soltanto con le vaghezze di tutti, con lo strato sociale di gran lunga più numeroso nella composizione della società. In un dialogo non appariscente né, solitamente, connotativo, ma assorbente, ruminante. Più spesso indebolendo le spinte giacobine o estreme, quasi scatti d’ira, ma anche cavalcandole – i bazarì urbani nella rivolta contro lo scià in Iran nel 1978. Comunque mediando le pulsioni, discutendo, ancorando.

Il vuoto politico si è prodotto con l’accelerata scomparsa di questa intermediazione per la diffusione, favorita dalla politica, spesso per ragioni corruttive, della grande distribuzione, e ora del commercio online? Facile. Anche perché si vuole supplita dai social, e cioè dal fai da te. Dove non c’è più dibattito, ma assunzione di posizioni. Vero: il dibattito c’è, ma non è più mediato – assorbito, digerito. Si avvoltola su se stesso, a spirale inconseguente, senza sintesi o intermediazione, sempre più quindi precario e incostante. Una polarizzazione distributiva (delle risorse e dei consumi, del piccolo credito, dei bisogni) che concorre anch’essa al ribaltamento totale. Delle forme conoscitive e decisionali, nel segno dell’incostanza e dell’inconsistenza. La piccola diffusa distribuzione, delle merci e dei servizi, come un grande stomaco, lo stomaco della nazione.  

Ebreo Eterno – Una condizione esistenziale, spiega De Quincey, “La casistica dei pasti romani”, in nota: “La denominazione tedesca di quello che noi inglesi chiamiamo l’Ebreo Errante. L’immaginazione tedesca è stata molto colpita dalla durata della vita umana, e dalla sua infelice santità dopo la morte; quella inglese dall’inquietudine della vita umana, dalla sua incapacità di riposo”.

Parodia - Kierkegaard: “Il quadrato è la parodia del circolo: la vita e il pensiero sono un circolo, mentre la pietrificazione della vita prende la forma della cristallizzazione. L’angolare è la tendenza a restare statici: a morire”.
La parodia è solo scherzo. Altrimenti è infelice ripetizione.

Proust - Si può pensare tutta la “Ricerca” una colossale forma d’ironia. In assenza, tutto rasenta il ridicolo, per la elongazione, il dettaglismo, l’aggressione costante del lettore: la gelosia in mille pagine (mille! di uno, il narratore, che non è  mai stato innamorato, si sa, si sente), i froci, le lesbiche, le puttanelle, i borghesi pieni di sé, il padre-Cottard, la madre-Verdurin (o madame Straus e le altre madri alternative), gli stessi duchi, a loro volta snob. Ma non senza compassione, che ne è la chiave: l’autoconsolazione.
Ma la satira tiene due ore e mezzo, la lunghezza di Aristofane - anche Rabelais si legge a pezzi, e perché è Rabelais. L’ironia non regge una narrativa, solo l’aneddotica. A meno che non sia lievitata – alleviata – al modo dell’Ariosto, per una lettura multiforme, più immaginativa che critica, esagerata, e diventa patrimonio popolare. O al modo di Proust – che però non è lieve (la mano – la frase, il ritmo – è sempre pesante).

Sesso – È finita nell’inappetenza la corsa alla liberazione? Per ogni aspetto visibile sì. Non c’è sesso tra gli adolescenti, negli anni in cui usava essere quasi un’ossessione, se non con le pasticche e l’alcol, e più come una sfida, senza piacere – eccitazione, tensione, compiacimento, soddisfazione. Non c’è più la scena di sesso nel film che Hollywood a lungo ha imposto – non tira. Il rapporto omosessuale, dove la componente sessuale è stata a lungo dominante, al limite dell’intercambiabilità, è scaduto a fatto burocratico. La pornografia in rete lo ha come debilitato.
Il sesso non è – era – l’atto ma l’immaginario, la fantasia. Di un rapporto e non di un atto. Che prendeva corpo nel rapporto. Solo si riaccende, si direbbe, nell’amore. Nell’accensione sensoriale primariamente non sessuale, non legata agli organi e agli stimoli strettamente sessuali – il colpo di fulmine, sguardi, voci, attitudini. In un erotismo cioè a spettro ampio, fondato sull’immaginario.

Il fattore immaginario emerge dominante anche nella stessa proliferazione del femminicidio, in quella sua forma che nasce dall’abbandono, dal rifiuto – è parte dell’immaginario maschile. Che non è il possesso vecchio stile, maschilista, patriarcale, ma un senso di incompiutezza o minorità che l’abbandono fa emergere. Si direbbe il femminicida una vittima, nel senso che è un assassino per debolezza, raramente un vendicatore.

Tradimento – È il traditore tradito? È il paradosso di De Quincey, “Giuda Iscariota”. In cui Giuda è tradito da Cristo: collocandosi nelle Scritture, aveva fatto balenare, in Giuda come negli altri discepoli-guaritori, i sogno della restaurazione del trono di Davide. Invece, dopo una vasta e intensa preparazione, al momento di comandare le folle a Gerusalemme che lo attendevano e se ne attendevano la rivolta, si defila  - “Il mio regno non è di questo mondo”, “D ate a Casere…”, eccetera. ..”. Non inverosimile.
Lo stesso il pentito di mafia. Che non è un pentito nel senso della confessione cristiana, di chi chiede perdono per i suoi peccati, poiché non ne ha coscienza  e non può o si guarda dal prenderne. E semmai si pente per uno scopo, la pensione di Stato e la scarcerazione. Ma al fondo perché si sente tradito, dal capo, dai correi.
Nella sconfitta tutti si sentono traditi – non solo i tedeschi col solito colpo alla schiena.

zeulig@antiit.eu

L’Orient Express dei morti viventi

Un romanzo scorrettissimo – un tempo se ne potevano scrivere. Perfino nel titolo, si salta l’Oriente Express che tanti eccitava in quegli anni, siamo nel 1932. Si passa dall’“ebreo”, con tutte le connotazioni deteriori, alla giornalista ubriacona, che si inventa le interviste, nonché lesbica dominante, usa-e-getta, e sordida, alla ballerinetta coatta, con la “inglesità” superba e micragnosa, specie all’estero – proprio come oggi. E non sono le sole scorrettezze.
É il quarto romanzo di Greene, scritto a ventottanni per “avere successo di pubblico”, cioè a sensazione – dopo due semi-fallimenti. Il primo da lui sottotitolato “un divertimento”, per dire opera di svago, che invece sarà il modulo prevalente del suo raccontare, dei morti viventi. Malinconico. Perfino disfattista. In questo primo caso violento. Che però fu pubblicato, e con successo – oggi nessuno lo scriverebbe e comunque nessuno lo pubblicherebbe, o altrimenti sarebbe una carneficina. All’origine, probabilmente, della narrativa degli sconfitti.
Sono qui i primi sconfitti di Greene, malgrado l’onestà e le buone intenzioni. Il quarto capitolo della quarta parte è di una malinconia abrasive. Mentre il ladro di professione passa le frontiere. Solo si salvano la giornalista arrivista. E gli affari, gli “ebrei”: “l’ebreo manifesto e l’ebreo camuffato”, che si è rifatto il naso, “porta ancora la cicatrice”, e “l’ebreo diventato cristiano”. Non è facile divertire con questo teatro, ma Greene si fa perdonare. E senza effetti speciali: il Conrad che tanto ammirava sa riprodurre senza l’ambiente esterno esotico, in interiore homine
C’è già, ai ventotto anni, il Graham Greene (cui Manzini in prefazione attribuisce un disturbo bipolare…) della vulgata: “Il romanziere è in certo qual modo una spia”. Delle debolezze del mondo. Un “divertimento”, come Greene lo vuole, ma non un libro “spensierato” – Domenico Scarpa, che lo rimpolpa di una succosa postfazione. Pieno di pensierini. Del tipo: “La fedeltà non è la stessa cosa del ricordo: si può dimenticare ed essere fedeli, si può ricordare ed essere infedeli”. Ma soprattutto pieno di personaggi e situazioni scorrette. Più tipi che personaggi, ma forti. Perfino rinfrescanti, nella narrativa stinta di oggi, a boccuccia.

Graham Greene, Il treno per Istanbul, Sellerio, pp. pp. 356 € 14

sabato 21 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (412)

Giuseppe Leuzzi


“Tulipani – Amore, onore e una bicicletta”, del regista olandese Mike Van Diem, premio Oscar 1998, è una commediola fiabesca su un olandese trapiantato in Puglia dopo la guerra, che finisce ubriacone ma la spunta con i tulipani: la sua piccola fattoria si riempie all’improvviso di tulipani. La cosa non piace, al capoccione locale, ai mietitori, agli altri contadini, ma lui tira dritto e alla Bud Spencer li rimette a posto: il capoccione finisce sbeffeggiato eremita - anche se con una coltellata a tradimento ha ragione dell’olandese. Il ridicolo non ha ucciso nessuno? Come no. Se al Sud la gente si abituasse a farsi giustizia dei soprusi.

Nella graduatoria dei paesi che più dedicano tempo, ogni giorno, ai social vengono prime le Filippine, con quattro ore a testa, la Nigeria, con tre ore e mezza, e il Messico, con tre ore e un quarto – in Italia l’uso medio dei social sarebbe di un’ora e tre quarti. Sono statistiche inverosimili – quattro ore sono tante. Ma indicative. Della natura del sottosviluppo – i primi tre paesi dei social appartengono a quello che si chiamava il Terzo mondo, l’area del sottosviluppo, e tuttora hanno problemi di connessione elettrica. Che è anche di risorse economiche (materie prime, infrastrutture, istruzione, credito), ma soprattutto è psicologica e mentale. Per accumulare bisogna avere, ma avere è soprattutto opera d’ingegno.

Immortale ‘ndrangheta
Forse per magnificare la retata ordinata dal giudice di Catanzaro Gratteri, i comunicati parlano di arresti in tutta Italia e all’estero. Mentre i 334 arrestati risultano tutti di Vibo e provincia, più una dozzina di Cinquefrondi ma con attività a Vibo, uno di Alessandria, e uno o due di Roma. Ma non si magnifica piuttosto la ‘ndrangheta, diventata grande piovra , furbissima, accortissima, intrallazzatissima, al comando in Olanda come in Bulgaria?

Lo stesso con i filmati che vengono offerti ai media. Per la retata del giudice Gratteri i Carabinieri hanno riproposto il vecchio filmato di Polsi, che definiscono il cuore della ‘ndrangheta, mentre è un luogo di culto - probabilmente il più longevo di Europa. 

Si dice la retata fatta di “politici, avvocati, commercialisti, funzionari dello Stato,  massoni”. Ma un buon terzo, forse la metà, dei 334 carcerati in un colpo solo dal giudice Gratteri in Calabria è identificato col nomignolo. Segno che tanto moderna e avveniristica la ‘ndrangheta non dev’essere. Trenta-quarantenni identificati col nomignolo sono in Calabria di un certo ceto, non propriamente branché.

Una cosca di 334 persone è in guerra un battaglione e modernamente un reggimento. Tutti concentrati a Vibo Valentia e dintorni. E non sono i soli: arresti di calabresi si fanno a dozzine ogni giorno, in Calabria e altrove. Specie in questa stagione di nomine aperte al Csm nelle grandi Procure. Possibile che gli ‘ndranghetisti siano così tanti? Perché stando in Calabria se ne avverte la presenza malgrado gli arresti.

Non è che si arrestano le persone sbagliate, magari su confidenza degli ‘ndranghetisti veri? Una precedente retata del giudice Gratteri e dei Carabinieri, un legione di mille militari, a Platì nel 2003, con 112 arresti, compresi il sindaco e il pazzo del paese, si è conclusa con 109 assoluzioni.

E comunque il problema resta di Salvini. Che è senatore della Calabria, con 59 mila voti. È vero che la Calabria è la regione dove Salvini ha preso meno voti – appunto 59 mila. Ma ci sono 59 mila calabresi non ‘ndranghetisti o non collusi?

Il Sud non ha testa
Niente più dopo i “notabili”. Nessuna novità dopo Salvemini. Un secolo abbondante cioè: il Sud è fermo a prima della prima Guerra. È da allora che non ha una borghesia, per quanto compradora, asservita. O come si dice oggi, con rinnovato linguaggio elitario, non ha classe dirigente. Non ha testa, si dice in dialetto calabrese.
Ne ha, anche buoni amministratori e qualche politico, e molta imprenditoria, ma piuttosto disperata, senza infrastrutture, e comunque non abbastanza per competere. È per questo che va indietro? È la causa più probabile: le società meridionali in larghe parti, in Campania, in Calabria, in Sicilia, sono destrutturate. Un’inesistenza che compensano con un assurdo anarchismo in forma di democrazia, che inevitabilmente finisce nell’imbuto della mala economia. Dell’assistenzialismo, quando non della corruzione, o della violenza.
“Il divario tra Nord e Sud è troppo ampio e la qualità nelle scuole troppo variabile. Lo dico con sofferenza, da mezzo calabrese di origine e da mezzo italiano all’estero”, lamenta Vittorio Colao, il manager italiano di successo più internazionalizzato, con Ferruccio de Bortoli su “7 Corriere della sera” – rammaricato (“Vorrei sbagliarmi però”). Lo dice per dire, è impensabile un Colao nato al Sud – lui è nato a Brescia e ha studiato a Milano? No, tanti nati al Sud sono altrettanto vispi e intraprendenti. Il problema è quello che lui dice: la scarsa qualità.
Che non è etnica, naturalmente, Colao testimone. E non è culturale, ci sono buone scuole anche al Sud. Nemmeno determinata dall’emigrazione: l’emigrazione c’è sempre stata, al Sud come al Nord, dal Veneto alla Padania e alla Liguria, senza impoverire le aree di origine. La scomparsa della classe dirigente meridionale, in una col meridionalismo, lattenzione meridionale al meridione, 
viene con la scomparsa di chi le aveva meglio onorate: Moro, Mancini, Colombo, e la Cassa per il Mezzogiorno. Dal picco, anni 1970, il salto è al nulla, senza progressività. La generazione di grandi politici si estingue, si abolisce la Cassa e ogni legge speciale, si abolisce l’Iri e ogni altra impresa pubblica, i fallimenti al Sud si moltiplicano, nella sanità, nell’amministrazione, nella banca – falliscono tutte le banche meridionali, Sicilia, Napoli, di risparmio, popolari. 
O forse no, politici e intellettuali di razza non sono più emersi al Sud, a seguire dietro Mancini, Moro, Colombo, per l’inabissamento anteriore del corpo sociale, databile anni 1960, quando camorra, onorata società (‘ndrangheta) e mafia uscirono dalle fogne e si presero gli appalti, i terreni e gli affari, con bombe, pistolettate, incendi, grassazioni, anche omicidi, nonché rapimenti di persona. Senza essere contrastati.
I Carabinieri (si dice i CC per dire i tutori della legge) non intervenivano a difesa della proprietà. Non è vero? Chi ci è passato lo sa, e sono molte migliaia. Nessuno – cioè: nessuno – ha mai avuto difeso un avviamento commerciale, un’impresa edile o di altra materia, un campo, una fabbrica, quando è andato soggetto alla violenza. Se si è arrivati a processare i criminali, si è dovuto “difendere” da solo in Tribunale: nessun atto istruttorio, nessuna prova. I “Carabinieri” vanno per dirizzoni, e la proprietà non è mai stata uno. Nemmeno quando c’erano i rapimenti di persona, che hanno coinvolto il Nord: zero.
E non è finita, anche se ogni mattina si denunciano decine di arresti. Saranno gli arretrati – l’anno scorso sono stati arrestati un gruppo di Alvaro di Sinopoli, che da almeno sessant’anni imperversano, in nome proprio, non si negano. O è l’effetto dei dirizzoni: ora sono di turno i sindaci (gli Alvaro sono stati arrestati per arrestare un sindaco), dopo le processioni, dopo il caffè degli impiegati, dopo le pensioni fasulle, e in mancanza di altro il voto di scambio, reato vasto e  intramontabile. Insomma, i tutori dell’ordine non stanno con le mani in mano. Ma se voi uscite di casa, un semisconosciuto ha bisogno urgente di 500 euro che vorrebbe da voi, voi naturalmente non avete disponibilità sul bancomat, e la mattina dopo le quattro gomme sono squarciate, o la notte la macchina ha preso fuoco, non succede nulla, assolutamente. Il controllo del territorio non prevede nemmeno un ammonimento.
Mancano le scuole? In un certo senso sì. 

Milano
Ambrogino d’oro ex aequo quest’anno per l’Immacolata a Borrelli, il Procuratore Capo dello sfascio, e a Penati, il sindaco di Sesto San Giovanni, carcerato per tangenti e “disconosciuto” dalla politica (dal Pd), prima di essere assolto. Milano si cautela, non è ipocrisia, Milano non è ipocrita. Ha anche smesso il collo torto.
 
“A Milano la ‘Dolce Vita’ di Fellini fu fatta conoscere per la prima volta dai gesuiti di San Fedele”, Montale, “Auto da fé”, p. 290 – “(non senza qualche ‘conseguenza’ per alcuni dei promotori)”. Era il 1960.

Capitale sicuramente è, degli hater. Da tempo, da prima di Bossi e la Lega. Quando usavano le targhe di provincia, e la targa Roma veniva mutata, inevitabilmente. O contro Craxi, “figlio di un siciliano”, benché avvocato rispettato e prefetto della Liberazione a Como  – l’odio è forte ancora a vent’anni della morte, contro i suoi figli, nei social, nelle lettere ai giornali, che le pubblicano, il “Corriere della sera” riquadrate.

La città dove si vive meglio è quella dove uno su quattro non riesce a pagare l’affitto – la città col più alto tasso di morosità. E dove uno su sette è povero. Si può permettere molta eroina, questo sì – quella dell’oppio. Ma perché la Procura “napoletana” chiude un occhio.  
E si può permettere, certo, “Il Sole 24 Ore”, che fa le benefiche classifiche.

“La terra dei fuochi? È giù al Nord”, ironizza “la Republica”. Anticipando una ricerca sull’inquinamento diffuso, a cielo aperto, concentrata su “50 criticità ambientali dimenticate, luoghi perduti – e ancora pericolosi – distrutti da sversamenti, amianto, inquinamento industriale, devastazione del suolo”. Una denuncia particolareggiata – “solo in Lombardia si contano più di1.800 siti contaminati o potenzialmente pericolosi”, etc.. Ma confinata al magro supplemento “Scienze”, che nessuno legge. Per la buona coscienza. .,

Dell’azienda napoletana che lavora à façon per i grandi milanesi della moda scoperta con decine di lavoratori in nero non si fa il nome. Nemmeno degli stilisti milanesi per cui lavora. Solo si fa sapere – “Corriere della sera” - che “le aziende dell’alta moda richiedono situazioni trasparenti e  lavoratori «in chiaro», preferibilmente italiani – per questo tanti si rivolgono agli opifici napoletani che non impiegano manodopera cinese”. Non è mafia.

Di un giovane faccendiere milanese dice un comico milanese alla trasmissione di comici “Stati generali” su Rai 3: “Non c’è un momento in cui non si senta superiore”. Ma è una debolezza o una forza?

Juventus-Milan: il Milan gioca bene ma perde. Cancan di “Corriere della sera” e Gazzetta dello Sport” contro l’arbitro. Nelle grandi e nelle piccole cose, la legge Milano è quella: produrre molta spazzatura, e buttarla accanto, di sotto, dove capita: aggredire per essere.

Sei mesi prima l’arbitro  Rocchi “fa” letteralmente la partita per il Milan in Milan-Lazio. Dà al Milan un rigore che non c’è, nega alla Lazio un rigore che invece c’è, ammonisce chi gli pare, eccetera. Ma questo non si sa: il “Corriere della sera” gli dà 6.5, la “Gazzetta dello Sport” 7, “un arbitro che il calcio italiano rimpiangerà”.

Questo lunedì. Il giorno dopo, quando la polemica monta e i fatti non si possono nascondere, la “Gazzetta dello Sport “ astuta la annacqua con ben due pagine sugli errori degli arbitri. In cui quelli di Milan-Lazio sono annegati con tutti gli altri, della serie A, e anche della serie B.

Il “Corriere della sera” si distingue nella contorta campagna della Procura di Milano contro Eni. Il gruppo petrolifero pubblico è l’unico fattore di corruzione a Milano, città in affari pulita per eccellenza: la città dove si vive meglio senza Eni vivrebbe ancora meglio?

Il più curioso qui è che i processi terminali della Procura di Milano contro Eni non intimoriscono, come dovrebbero, gli investitori istituzionali e i grandi fondi, che continuano a comprare. 
I processi in corso vanno iscritti dalle società nelle comunicazioni periodiche agli azionisti. Ma quelli della Procura di Milano contro l’Eni non fanno paura. Nessuno crede a Milano?

leuzzi@antiit.eu