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martedì 9 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (635)

Giuseppe Leuzzi
 
“Magna Grecia” è in Ovidio, certo –“Itala nam tellus Graecia maior erat”, (“Fasti”, IV), la terra Italica era un tempo una Grecia più grande”. Che si può anche dire Magna, ma senza la maiuscola – va bene per le esercitazioni retoriche.
 
La disoccupazione? È settentrionale nell’ultimo romanzo di Houellebecq, “Annientare”. A  proposito di un suo personaggio secondario, Hervé, notaio, disoccupato, deve fare precisare al personaggio principale: “Hervé poteva ben fare il notaio ma non era di ambiente agiato, al contrario. Veniva da Valenzìciennes o da Denain, insomma una di quelle città del Nord dove  le persone sono disoccupaty da tre generazioni” – e quando si erano incontrati la prima volta dei suoi genitori aveva detto “disoccupati” come fosse una  professione, sul tono dell’evidenza”.
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“Sud! Libri, incontri e mostre sul Mezzogiorno italiano”: sembra promettente quest’anno il programma del Festival della Letteratura di Viaggio, dentro e fuori del Palazzetto Mattei a Roma, sede della Società Geografica Italiana, nel cuore della villa Celimontana, sopra il Colosseo. E invece, sfogliando il programma, si trova: le conseguenze sociali dell’emergenza ambientale; l’Antartide  i suoi ecosistemi fragili: il punto di vista dei bambini sulla Palestina; le eredità del colonialismo. Dire Sud è dire disgrazia – mai che si rida in questo mondo.
 
Si sfoglia con sorpresa la ristampa del “Corriere della sera” il giorno dopo l’agguato “in pieno centro” a Palermo contrio il generale Dalla Chiesa. Che si possa uccidere teatralmente, con facilità, e senza coseguenze. Poi le cose sono cambiate e l’invincibile mafia è stata sbaragliata in un anno, o due. Ma ci sono voluti altri dieci dall’agguato a Dalla Chiesa. E altri agguati eccellenti, dall’onorevole Pio La Torre, segretario regionale del Pci, qualche mese prima del generale, al giudice Chinnici qualche anno dopo. Fino allo “scandalo” dei veri e propri attentati bellici contro Falcone e Borsellno. Finché i “generalissimi”  non sono stati presi, ed erano Riina e Provenzano, ometti, per non dire dei Brusca e altri macelai. La mafia è uno spettro, che viene agitato. Perché, a che fine? È stupida, e non è imprendibile.
 
Sudismi\sadismi – se non è ‘ndrangheta non c’è trippa
Si leggono con raccapriccio le cronache dei quattro braccianti bruciati con la benzina in una stazione di servizio di Amendolara, borgo civilissimo, pulitissimo, ordinatissimo, dell’Alto Jonio cosentino. Per il fatto in sé, quattro persone arse vive per pochi soldi. E per le cronache, dei tanti inviati dei grandi giornali, che si fanno un dovere – gli inviatini o i loro sopracciò - di dire, trovare il modo di dire, che il delitto è di ‘ndrangheta. Non basta l’efferatezza del delitto, ci vuole la ‘ndrangheta, ci vuole la Calabria. Che da quello che raccontano, non è e non può essere. Se non altro perché vittime e carnefici dormivano in Calabria ma lavoravano in Basilicata, nel distretto delle fragole, leader del mercato, e comunque non soggetto a infiltrazioni o prevaricazioni mafiose. Con occupati “a regola”.
Le cronache ammaestrate sono un problema di giornalismo – anche di intelligenza delle cose. Ma non c’è caso, disgrazia, disastro, violenza al Sud se e non c’è mafia. Il Sud “non esiste”, come si dice a Roma, se non mafioso. E questa non è una deriva del leghismo. Per violenza, sopraffazione, rubare qualcosa, ma per stupidità.
Essere vittime della stupidità è terribile.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: colpirne cento – per farsi senatore
“Processo Gotha a Reggio: pioggia di assoluzioni in Appello per Caridi, Romeo e altri big. Questo il fatto, nella sintesi di Francesco Tiziano: “Cade l’accusa principale e la Corte d’appello di Reggio Calabria ha assolto l’ex senatore Antonio Caridi e l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo. Tra gli assolti don Pino Strangio, ex rettore del Santuario di Polsi. Assolto anche Alberto Sarra, ex sottosegretario alla Regione Calabria”. Sembra un trionfo, della giustizia, ma è una mesta conclusione. 
Il Processo Gotha era il culmine del mandato di Procuratore della Repubblica nella cajenna di Reggio Calabria del giudice napoletano Cafiero de Raho. Quatro anni terribili, durante i quali il nobile barone non era mai uscito di casa, “neanche per giocare a tennis”, tanto la città era “contigua”. Premiato poi, per questa sua (in)attività, col posto ambito, in un bel palazzo romano, il più bello della nobile via Giulia, di Procuratore  Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. E al termine del quinquennio col seggio di deputato, 5 Stelle, dell’Emilia-Romagna.
Caridi e Romeo si sono fatti invece anche un anno di prigione, Sarra è morto nel frattempo, relativamente giovane. Tre politici di destra? Dichiaratamente sì. Del resto erano un Forza Italia, un ex Psdi, e un An. Ma  tutt’e tre moderati, dell’indistinto centrismo calabrese, tendenzialmente democristiani. E se non erano colpevoli, neanche politicamente, erano falsi scopi, per prendere meglio la mira – il barone de Raho non usciva di casa, ma non era un inetto, ovviamente? Sì.
Ma prima una parentesi, informativa.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: l’informazione al carro
I tre sono stati assolti definitivamente in Appello, dopo dieci anni. Dopo una prima sentenza assolutoria cinque anni fa, appellata in Cassazione. Ma il fatto non è solo giudiziario – si sa che la giustizia è la causa del malanni e non il rimedio.
Poca cronaca e nessun commento, su questo falso processo. Nessuno ha spiegato il flop. Se non radio.it con Alessio De Paolis. E Piero Sansonetti su “l’Unità”. Che giova riprendere – gli imputati politici erano di destra e il Pd si affrettò a mandarli ar gabbio: “L’idea che Caridi fosse mafioso non stava in piedi, ma piacque ai senatori. Al Senato arrivò una documentazione di alcune migliaia di pagine il 1° agosto. Il 3 agosto la giunta delle autorizzazioni a procedere votò il parere favorevole all’arresto. Il Presidente del Senato, che era Pietro Grasso, ottenne dalla conferenza dei capigruppo che fosse invertito l’ordine dei lavori e che l’autorizzazione all’arresto di Caridi fosse anticipata, in modo da rendere possibile la votazione prima della chiusura estiva del Parlamento. I senatori in 24 ore lessero le 6.000 pagine fornitegli dalla magistratura e votarono con 154 voti contro 110 l’arresto. Il senatore Caridi era in aula. Prese la parola. Si ifese. Protestò la sua innocenza e giurò che l’avrebbe dimostrata, e spiegò come contro di lei non c’era alcun indizio serio. Fra l’altro fu accusato di avere fatto accordi elettorali con la mafia in zone della Calabria dove aveva raccolto poche decine di voti”.
Il flop del megaprocesso “Gotha”è doppio. Per la persecuzione, senza fondamento, di molti innocenti. E la cattura e la condanna ritardata, di almeno tre decenni, dei De Stefano di Reggio Caabria, una ditta familiare di mafia, sempre chiacchierata e mai, evidentemente, perseguita, se i suoi condannati sono tutti in età.
 
Storie di mafia, delle istituzioni: quel vescovo antimafia facciamolo mafioso
L’assoluzione di don Strangio riporta alla memoria la “liquidazione” del vescovo antimafia di Locri, mons.Bregantini – di cui don Strangio era collaboratore, apprezzato perché operava sull’asse più difficile per il vescovo, tra Polsi, di cui era guardiano, e San Luca, di cui era parroco.
Mons. Bregantini, un trentino energico, aveva allentato la nube mafiosa sul,circondario, parliamo di una trentina d’anni fa, avviando cooperative economiche e mobilitando le energie giovanili in una serie di progetti di lavoro. Per questo lo si é sentito accusare, in una giornata della Legalità in Aspromonte, da un vice-prefetto di Reggio che presiedava il panel dei disscussant, di “interessi economici”, come se fosse un ladro di elemosine. Un anno dopo questa Giornata della Legalità, o due, i Carabinieri usarono le registrazioni di un colloquio di mafiosi in macchina reduci dai funerali a San Luca delle vittime della strage di Duisburg per fare allontanare Bregantini da Locri – fa l’arcivescovo di Boiano (Campobasso). Bregantini e Strangio si erano prodigati a bloccare la faida che doveva seguire all’eccidio, e i mafiosi, conversando in macchina al ritorno, ne apprezzavano l’acume. Lidea di don Strangio, fatta propria da Bregantini, fu di coinvolgere le donne delle opposte famiglie, e la cosa aveva finito per disarmare i capifamiglia. Non era una novità, il coinvolgimento delle donne di casa, da parte dei parroci, per evitare violenza sconsiderate, e funzionò anche a San Luca. Ma Locri fu sgomberata dall’influenza dell’operoso mons. Bregantini.
P.S. - Sul ruolo possibile delle donne vale riprendere quanto il giovanissimo Casella, reduce da due anni sottoterra, prigioniero della cosiddetta Anonima Sequestri (che tutti ben conoscevano - eccetto giudici e carabinieri?), ricorda dopo trent’anni di avere capito, con Alessandra Coppola sul “Corriere della sera”, quando sua madre scese in Calabria per sollecitare la liberazione: “Mia mamma scendendo in Calabria, parlando, indirizzando le proprie richieste dava fastidio non tanto a loro ma alle mogli, alle madri. Anche questi delinquenti avevano una moglie, avevano delle figlie, avevano delle fidanzate…..È come se mia madre avesse aperto il tappo di una bottiglia”, e da lì “fosse uscito tutto quello che prima non poteva uscire”.
 
Cronache della differenza:Napoli
“Napoli ha bisogno di gente seria”, spiega Antonio Cnte, l’allenatore di calcio che lascia il Napoli, “non di persone che vivono per un like, o per attaccare un allenatore e poi farsene un vanto”. Lo dice accanto a De Larentiis, il presidentde del Napoli, che fra tutti è fore il più oculato nei conti e serio nei commenti.  Il quale però gli dà ragione. Una città sempre in bilico, tra la metropoli e il lazaronismo.
 
Cade una “Vela” a Napoli, in attesa di demolizione da alcuni anni ma tuttora abitata, e in tv non si vedono che assessor, comunali e municipali indignati. Contro la burocrazia, Contro “la “sorveglianza carente”. Di chi? Ma dove li prendono?
Però, sono anche eletti.
 
Fa il cuore tenero il papa Leone XIV a Napoli, accarezza e riaccarezza il sangue di san Gennaro. Che però non si commuove, non fa il miracolo. È un santo napoletano, umorale.
 
Scendendo da Roma verso Sud si prende il caffè, nella stazione di servizio Casilina Ovest, ed è un altro. Caldo il giusto, robusto il giusto e rinvigorente, saporito il giusto. Perché, come si dice, il caffè come lo fanno a Napoli… . Casilina Ovest non è Napoli, è Aquino, Cassino. Ma la parlata, i modi, e il caffè lo sono.E non si riesce a capire, in effetti. È l’acqua, la miscela, la macchina? Che c’entrano tutte queste cose – anche le macchine, sono i soliti marchi. È un miracolo?

Ma, poin non è detto. Lo si riprende, il caffé, sulla Salerno-Reggio Calabria, a Sala Consilina, dove pure il fatto amministrativo è “napoletano”-campano, e niente. Il miracolo è nell’arte?
 
Goffredo Fofi fa molto spazio a Napoi, nella sua enciclopedia postuma sui personaggi di qualche qualità da lui incontrati (“Arcipelago Sud”): Eduardo eccetera. Ma ha anche visibili lacune: De Simone, p.es., Pino Daniele, Annibale Ruccello, i Bennato, la benemerita Nuova Compagnia di Canto Popolare, che tanto Sud ha resuscitato.
 
Si fa un’antologia della poesia napoletana, “Napoli mille colori”. La fa l’editore Mondadori, la collezione “Lo Specchio”. Dopo “Milanlo porto do mare”. E si scopre che c’è Salvatore Di Giacomo, altrimenti dimenticato . Che, pure, Ginafranco Contini teneva in grande ptregio, “un napoletano Belli, un Porta”.
 
Ci sono molti nomi in questa antologia, c’è anche Primo Levi poeta, ma non molti napoletani. E non si capisce perché. Le canzonette, p, es., in lingua e in napoletano. Che tutti sanno ma non fanno poesia – non secondo le regole. Anche la poesia è a Napoli fuori norma.
 
Il caffè “sospeso” della gentilezza napoletana ha fatto valanga. Pare si applichi al giocattolo, alla pizza, al pane, anche alla spesa. E ora alla medicina, con la “visita sospesa”: per ogni visita dallo specialista, pagata, c’è la pssobilità di una visita gratuita per chi ne ha bisogno e non può. Ma questa è un’idea di Milano, non di Napoli - dell’impresa sociale Welcomed, che ha tre ambulatori. Napoli resta baronale e teatrale, per il superfluo – sorprendente, brillante, eccentrico.
 
Il prmo studio sociologico su Napoli è sulla camorra, di uno svizzero nato a Firenze, anche se aveva vissuto qualche tempo a Napoli, Marc Monnier. Già in stanpa, a Firenze, nel 1862 – e subito, nello stesso anno, alla terza ristampa.
Il secondo è di un’americana, Jessie White Mario, “La miseria in Napoli”. Ma questa un po’ più tardi, 1877 – dopo aver letto le “Lettere meridionali” che Pasquale Villari, suo buon amico, aveva scritto due anni prima? o Villari sapeva dele ricerche di White Mario, sua buona amica?   


leuzzi@antiit.eu

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