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mercoledì 10 giugno 2026

Letture - 615

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Adulterio
– “Una grande infelicità” lo diceva nel 1958, scrivendo all’amico Chiaromonte che gli aveva confessato una relazione extraconiugale, Albert Camus - che viveva con quattro donne: la moglie (la seconda) Francine Faure, matematica, pianista, l’attrice coetanea Maria Casarès, epistolografa, regina delle scene, un’altra attrice, Catherine Sellers, e la giovane danese Mette Ivers, pittrice, “ventisei anni e un visetto di porcellana”: “La fonte della gioia è inaridita, e dentro di sé si sente una voce dire che non va bene anche quando ci troviamo nel bel mezzo della più grande felicità”.
 
Arbasino – Il “magnetofono ben temperato”- Paolo Milano.
 
Beckett
–Aveva provato prima con l’Italia - prima che con la Francia. Si ripubblica di Beckett “Molloy” in una nuova traduzione, ricordando che lo scrisse in francese “per sottrarsi all’influenza del maestro James Joyce”. Nel 1950, a 45 ani. Ma vent’anni prima Beckett aveva provato con l’italiano, a Roma – sulle orme forse di Joyce, ma da italianista colto (dantista, etc.).
 
Borges – A  Roma era considerato un fascista. Laura Casalis ricorda grandi feste col marito Franco Maria Ricci per Borges a Fontanellato. “Ricordo una cena straordinaria qui in onore di Borges con 700 persone”, racconta a Dario Pappalardo su “Robinson”: “C’era tutta l’editoria italiana: Giulio Einadi, Roberto Calasso, Ulrico Hoepli. Ma quando andammo la prima volta con Boges a Roma l’accoglienza non fu la stessa. Gli intellettuali di sinistra lo ignorarono, gli rimproverano di avere stretto la mano a Pinochet. Un giorno eravamo nel ristorante Nino, in via Borgognona, e passò Moravia. Vide Borges e si girò dall’altra parte, facendo una smorfia.”. E aggiunge: “Franco diceva che lo vedeva come rivale per il Nobel. Ma poi non lo vinse nessuno dei due. Andò meglio con Argan allora sindaco che lo ricevette in Campidoglio e fu molto ospitale. Borges era  considerato un conservatore, ma risultava difficile legarlo alla politica: viaggiava proprio su un altro pianeta”.
 
Classifiche – Nelle classifiche di vendita il ristorante migliore sarebbe McDonald’s” -Alberto Arbasino.
 
Francia-Germania – Un asse sessuale? “Era sessuale, comunque, tra la Francia e la Germania, era bizzarramente sessuale, e da non poco tempo”, Houellebcq fa riflettere la notte di Natale al suo personaggio di “Annientare”, l’enarca Paul (che aveva votato per il presidente, suppongono i parenti che votano “Marine”). Dopo avere immaginato per un attimo il suo presidente – Macron – “tendere le labbra a tutte le guance di cancelliere tedesche ce il destino gli dava da baciare”.
 
Infanzia – “L’alba del dire”, così la spiega Antonio Prete su “Robinson”: “Nel suo etimo l’infanzia è l’aldiqua della lingua. L’alba del dire. Un tempo senza tempo nel quale è stato possibile  vivere come in un Eden, in quello che Baudelaire chiamava «i veri paradisi degli amori infantili»”.
 
Intellettuale – “L’insonnia degli intellettuali”, scrive Céline in un appunto, siglando col suo nome da medico, come una sarcastica ricetta, comunque una anamnesi, “è diversa da quella di ogni altro soggetto. Gli intellettuali sembrano prendere un certo gusto perverso per il loro malessere, entra in gioco un forte componente di masochismo, di narcisismo... insomma di letteratura. Del resto, l’intellettuale non vuole perdere nulla di sé: né la sua amata firma, né il suo delizioso buon nome, né la sua magnifica personalità e tanto meno la sua terribile insonnia!”. 
 
Napoleone –“Quanti credettero, prima e  dopo il 5 maggio 1821, che Bonaparte fosse il codificatore della Rivoluzione, se non il liberatore dell’umanità”, si chiede retoricamente Silvio D’Amico riflettendo in carcere a Regina Coeli, nell’ottobre 1943, all’ode di Manzoni, mentre ne legge la biografia, il “Napoleone” agiografico  di Merežkovskij (da lui traslitterato Merejkowski, lo scrittore russo famoso tra le due guerre, marito di Zenaida Gippius, autoesiliato a Parigi). Mentre “non era che un condottiero di eserciti: altra cosa”. Per commentare: “Anche questa estesa sintesi storica del M. ce lo mostra,oltre che cieco d’ambizione e d’orgoglio fino al delitto, essenziamente estraeo all’intento di tramutare in ordine nuovo le idee portate avanti dal 1789”.
 
Parigi – “Parigi è, come Firenze, la città dove più forte si respira il tedio della vita”, nota Malaparte nell’inverno del 1947 nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 170-171.
 
Ponzio Pilato – Era tedesco? Lo dà per scontato l’Anonimo Russo autore del diario “Da Mosca a Firenze” nel Quattrocento. Una volta arrivato col metropolita di cui era l’accompagnatore nella città di Pont, o Pontensk (l’odierna Forchheim), in Baviera, nota: “Dell’esecrato Pilato la città invero è. Pilato in questa città aveva i possedimenti suoi aviti, e natali ebbe, e da da essa Pilato prese il nome di Ponzio”. Una leggenda natalizia rivendicava alla città i natali di Ponzio Pilato, nota la curatrice dell’Anoino, Alda Giambelluca Kossova.
La città non celebra più la leggenda, né la ricorda. Ma ricorda che quando fu assediata dagli svedesi, 1632-164, gli abitanti si guadagnarono il soprannome di Mauerscheißer, i defecatori sulle mura: si misero a defecare sulle mura per dimostrare agi assedianti che avevano in città di che mangiare.
 
8 settembre 1943 –“Paradossalmente, il vero inizio della guerra guerreggiata sul suolo italiano”, nota Alessandro d’Amico, pubblicando nel 1994 il diario del padre Silvio in carcere, “Regina Coeli.
 
Sartre e i capelloni – “È un brav’uomo”, Malaparte obietta nel ’47 a Parigi a chi critica Sartre (“Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 55), “e fa quello che può, malgrado sia un uomo di talento Il merito, se può essere merito, di Sartre è di aver trovato la formula che si adduce a una simile classe di spostati. La formula del proletarizzarsi esteriore, in quanto all’abbigliamento, al lasciarsi andare, al trascurare la pulizia e il decoro della persona, del vestire, delle maniere”.
La “classe degli spostati” Malaparte individuava come “una nuova razza” che sommergeva l’Europa,”la razza dei giovani piccolo borghesi che ha il disgusto della borghesia, che non ha il coraggio di sentirsi proletaria, di mescolarsi  agli operai, di spezzare i legami che la legano alla sua classe, al passato, agli agi, alla possibilità di un avvenire sicuro (piccolo impiego, piccolo commercio,  professioni liberali minori, eredità del commercio paterno, della piccola proprietà paterna, dell’ufficio paterno già avviato con clientela etc.)”.
Qualche giorno dopo, il 15 settembre 1947 (p.63), Malaparte è ancora più perplesso: “Ho notato che non solo Sartre non ha inventato nulla, ma che neppure il cosiddetto sartrisme della Jeunesse è opera o invenzione di Sartre. La moda dei capelli lunghi, dei visi mal rasati, delle unghie sporche, delle espadrilles, degli schandals, del débraillement, è il modo di vestire di tutta l’Europa, è un mimetismo di natura sociale, è il modo che i piccoli borghesi hanno inventato, un po’ dappertutto in Europa, e già da prima della guerra, per confondersi il più possibile con il proletariato”.
È come se il Sessantotto fosse già avvenuto, a Parigi, vent’anni prima.


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