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sabato 13 giugno 2026

Nasce la camorra come polizia

“Nella metà dell’Ottocento le autorità borboniche non erano in grado di garantire la sicurezza di intere aree del regno, per cui la protezione privata rimaneva facilmente aperta all’iniziativa di gruppi organizzati”, premettono i curatori, gli storici Felia Allum e Alessandro Poletti. Era così in tutta Europa, si può aggiungere, anche a Londra e a Parigi, le polizie sono nate come organizzazioni private - le polizie pubbliche sono postnapoleoniche. Ma non più a metà Ottocento, alla vigilia del Risorgimento. E nel solo napoletano in tutta Italia – anche il papa aveva la sua polizia, dal 1816 (con caserma a piazza del Popolo, passata dopo Porta Pia ai Carabinieri). E “si è detto del fine mutualistico della setta”. Una setta, dunque. Del malaffare. A fini di giustizia - di protezione dal malaffare. Nella prefazione dei curatori c’è tutto.
“All’origine la camorra non esisteva che nelle prigioni”. È tra le prime osservazioni di Monnier. Una società di mutuo soccorso, dunque. Anzi, “essendo la polizia mal fatta, la camorra spesso ne faceva le veci”. Alle dogane comunemente, a ogni porta d’ingresso nelle città e negli abitati. Ma anche a protezione dei beni, dei coltivatori-produttori, contro i malintenzionati.
In appendice le biografie (o carichi pendenti) di alcuni camorristi. Tratte da “un lavoro ben considerevole” della Questura di Napoli. Che meraviglia Monnier: la Questura sapeva tutto di tutti (l’eccesso di “materiali” informativi lo confonde). Oppure, altra peculiarità, subito, alle prime pagine sebbene in nota, l’impunità: ogni capo camorrista in carcere ha tre coltelli. E quando un ispettore ordina una perquisizione accurata e glieli  trova “(chiedo scusa della particolarità) nella buca della latrina”, un quarto d’ora dopo “nel camerone dei camorristi”, che dunque dormivano insieme, “i capi avevano già tre coltelli nuovi”. Subito c’è anche, oltre alla (quasi) impunità, la creazione del mito.
Un’organizzazione apolitica. Anche questo Monnier lo dice in nota, a proposito di “un fascio di carte”, lettere di mafiosi (evidentemente dal carcere) da lui esaminate: “Un fatto mi ha colpito in questa corrispondenza da nessuno esaminata: non vi ho trovato una parola di politica”. Si capisce che, a furia di non leggere, si arrivi un secolo dopo alla mafia invincibile dei cafoni Riina e 
Provenzano, con i loro apprezzati “pizzini”.  

Un’indagine approfondita e rapida, stante l’abbondanza di documenti, verbali, lettere, testimonianze di cui Monnier può avvalersi, alcune dello stesso 1862, l’anno in cui l’indagine era già in stampa da Lemonnier a Firenze – subito ristampata, almeno tre volte.
Una “storia” così non è stata fatta dopo. Nemmeno ora, si può dire, che ci sono cattedre di mafia, di storici e sociologi della mafia.  Monnier. di madre svizzera, padre francese, nato a Firenze, alcuni anni a Napoli da ragazzo e adolescente, è stato sociologo in Svizzera. La sua ricerca sulla camorra è parallela all’unificazione italiana. Classificato come “scrittore e poligrafo italiano naturalizzato svizzero”, 1829-1885, con studi alla Sorbona dopo Napoli, e a Ginevra, Heidelberg e Berlino. Dal 1864 professore a Ginevra di Letterature comparate. Della tradizione svizzera dei grandi studiosi di storia, Bachofen, Buckhardt, Sismondi. Scrisse molto dell’Italia: “L’Italie est-elle la Terre des Morts?”, nel 1859, “Les contes populaires en Italie” (1871), “Le nouvelles napolitaines”. Pubblicò anche i diari del generale catalano Borjes, in Italia nel 1861 per tentare di sollevare un’insurrezione borbonica. Tenne a Ginevra una corrispondenza mensile di “Chroniques Italiennes”.
Marc Monnier, La camorra,
Edizioni di Storia e Studi Sociali, pp. 170 € 14

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