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Nasce la camorra come polizia
“Nella metà dell’Ottocento
le autorità borboniche non erano in grado di garantire la sicurezza di intere
aree del regno, per cui la protezione privata rimaneva facilmente aperta all’iniziativa
di gruppi organizzati”, premettono i curatori, gli storici Felia Allum e
Alessandro Poletti. Era così in tutta Europa, si può aggiungere, anche a Londra
e a Parigi, le polizie sono nate come organizzazioni private - le polizie
pubbliche sono postnapoleoniche. Ma non più a metà Ottocento, alla vigilia del
Risorgimento. E nel solo napoletano in tutta Italia – anche il papa aveva la sua
polizia, dal 1816 (con caserma a piazza del Popolo, passata dopo Porta Pia ai Carabinieri). E “si è detto del fine mutualistico della setta”. Una setta, dunque.
Del malaffare. A fini di giustizia - di protezione dal malaffare. Nella
prefazione dei curatori c’è tutto.
“All’origine la camorra
non esisteva che nelle prigioni”. È tra le prime osservazioni di Monnier. Una
società di mutuo soccorso, dunque. Anzi, “essendo la polizia mal fatta, la
camorra spesso ne faceva le veci”. Alle dogane comunemente, a ogni porta d’ingresso
nelle città e negli abitati. Ma anche a protezione dei beni, dei
coltivatori-produttori, contro i malintenzionati.
In appendice le
biografie (o carichi pendenti) di alcuni camorristi. Tratte da “un lavoro ben
considerevole” della Questura di Napoli. Che meraviglia Monnier: la Questura
sapeva tutto di tutti (l’eccesso di “materiali” informativi lo confonde). Oppure,
altra peculiarità, subito, alle prime pagine sebbene in nota, l’impunità: ogni
capo camorrista in carcere ha tre coltelli. E quando un ispettore ordina una
perquisizione accurata e glieli trova “(chiedo scusa della particolarità)
nella buca della latrina”, un quarto d’ora dopo “nel camerone dei camorristi”,
che dunque dormivano insieme, “i capi avevano già tre coltelli nuovi”. Subito
c’è anche, oltre alla (quasi) impunità, la creazione del mito.
Un’organizzazione
apolitica. Anche questo Monnier lo dice in nota, a proposito di “un fascio di
carte”, lettere di mafiosi (evidentemente dal carcere) da lui esaminate: “Un fatto
mi ha colpito in questa corrispondenza da nessuno esaminata: non vi ho trovato
una parola di politica”. Si capisce che, a furia di non leggere, si arrivi un
secolo dopo alla mafia invincibile dei cafoni Riina e Provenzano, con i loro apprezzati
“pizzini”.
Un’indagine
approfondita e rapida, stante l’abbondanza di documenti, verbali, lettere, testimonianze
di cui Monnier può avvalersi, alcune dello stesso 1862, l’anno in cui l’indagine
era già in stampa da Lemonnier a Firenze – subito ristampata, almeno tre volte.
Una “storia” così
non è stata fatta dopo. Nemmeno ora, si può dire, che ci sono cattedre di mafia,
di storici e sociologi della mafia. Monnier.
di madre svizzera, padre francese, nato a Firenze, alcuni anni a Napoli da
ragazzo e adolescente, è stato sociologo in Svizzera. La sua ricerca sulla camorra
è parallela all’unificazione italiana. Classificato come “scrittore e poligrafo
italiano naturalizzato svizzero”, 1829-1885, con studi alla Sorbona dopo Napoli,
e a Ginevra, Heidelberg e Berlino. Dal 1864 professore a Ginevra di Letterature
comparate. Della tradizione svizzera dei grandi studiosi di storia, Bachofen, Buckhardt,
Sismondi. Scrisse molto dell’Italia: “L’Italie est-elle la Terre des Morts?”,
nel 1859, “Les contes populaires en Italie” (1871), “Le nouvelles napolitaines”.
Pubblicò anche i diari del generale catalano Borjes, in Italia nel 1861 per tentare
di sollevare un’insurrezione borbonica. Tenne a Ginevra una corrispondenza
mensile di “Chroniques Italiennes”.
Marc Monnier, La camorra, Edizioni di Storia e Studi
Sociali, pp. 170 € 14
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