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Maledetto straniero a Parigi, la seconda patria
Da metà 1947 a fine 1948 Malaparte
si autoesiliò a Parigi. Volontariamente. Per tirarsi fuori dalle polemiche postbelliche, che lo
volevano un fascistone, mentre lui si riteneva (ed era) vittima dei Mussolini, Balbo e i suoi
scagnozzi, perfino Ciano e Bottai, dopo il reducismo iniziale (che rimarrà sempre forte in lui,
specie in questo diario nei riferimenti all’esperienza maturata sul fronte francese come giovanissimo volontario, medagliato anche). Ma questo gli si rivela da subito
uno scopo non perseguibile: a Parigi è doppiamente fascista, in quanto italiano. Un pregiudizio che
avvelena buona parte del diario. Era entrato in Francia
entusiasta, dichiarando: “Ogni volta
che attraverso la frontiera francese respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo, e sicuro”-
benché la frontiera non l’avesse attraversata da molti anni. Ma resiste alla diffidenza: la causa più probabile del ritorno
a Parigi (quattordici anni
dopo, ricorda, dello sfortunato ritorno a Roma da Parigi, nel 1933,quando Mussolini lo mandò al
confino), in questa riedizione curiosamente non accennata, è di natura editoriale. La pubblicazione di “La pelle”, che si faceva in Francia prima
che in patria. E il tentativo di sfondare come autore teatrale. Con due pièces che
furono rappresentate a Parigi, ma senza successo (e mai più riprese) – rientrò subito
dopo il secondo fallimento.
Un ”diario” pieno di paradossi,
profezie, e lo speciale insight psicologico-caratteriale
di popoli e tradizioni che lo aveva
distinto nei racconti di guerra e lo contraddistinguerà nelle opere “civili”, da scrittore di tradizioni e
costumi. Così come nei metaromanzi “storici”, il buonuomo Lenin, il Cremlino. Molto è in polemica
con Parigi e con la Francia, che pensava
sua seconda patria. E lo è, ma in senso deteriore, condividendo la Francia con l’Italia la
sindrome dello sconfitto – la sua Francia, la Francia come Malaparte ora la vede, ora che tutti e
ognuno hanno fatto una guerra di liberazione, è stato un paese sconfitto prima di combattere. Molta
parte del “giornale”, lunghe pagine, sono rimuginazioni su questa presunzione d’innocenza,
della Francia e dell’Europa, o controluce alle accuse e allusioni di fascismo,
magari sotto il sorriso, che ogni poche pagine lo mandano in furia.
Negli spazi che gli lasciano le
lunghe ripetute critiche dei francesi ora “tutti resistenti”, che devono esibire la Resistenza,
e la delusione costante, ritornante, per l’ostilità francese preconcetta, incontra molta gente
di teatro, soprattutto attrici. Socialmente, a pranzi e cene, spesso invitato da illustri gentildonne. Una volta Cocteau,
di cui apprezza la freschezza, giovanile. Una volta Camus, che lo disprezza e glielo dice anche,
ma senza sapere nulla di lui, di Malaparte.
Mauriac ritorna spesso, allora incarnazione del
romanzo francese. Molto è di Sartre, del “sartrismo”, specie fra i giovani, in abito mentale e
vestimentario – pre-sessantottesco, contestatore. Singolare la rivalutazione di Chateaubriand, col quale si trova
spesso in sintonia, sfogliando le “Memorie d’oltretomba” - “è in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese”, si consola.
La gioventù europea, senza indicazioni e senza
ambizioni, prende anch’essa molte pagine. È una deriva della guerra, che l’Europa ha comunque
perduta pur vincendola, a vantaggio dei nuovi assetti internazionali, che la marginalizzano. Molte
riflessioni insomma. Ma qui specialmente Malaparte unisce la capacità di osservazione
socio-politica alla rappresentazione narrativa.
Il diario fu redatto in francese. Qui è pubblicato
in doppia versione, nell’originale e ritradotto – una prima versione era stata pubblicata dalla nipote e erede Suckert, per la cura di Enrico
Falqui, nel 1966, in traduzione. Con alcuni incisi in francese all’interno della traduzione - di cui non si capisce, e non viene data, la natura e la logica.
Con una cospicua Nota al testo di Michelangelo
Fagotti, e una postfazione di Monica Zanardo, ai quali si deve il rispescaggio.
Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a
Parigi, Adelphi, pp. 425 € 25
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