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venerdì 12 giugno 2026

Maledetto straniero a Parigi, la seconda patria

Da metà 1947 a fine 1948 Malaparte si autoesiliò a Parigi. Volontariamente. Per tirarsi fuori  dalle polemiche postbelliche, che lo volevano un fascistone, mentre lui si riteneva (ed era) vittima dei Mussolini, Balbo e i suoi scagnozzi, perfino Ciano e Bottai, dopo il reducismo iniziale (che rimarrà sempre forte in lui, specie in questo diario nei riferimenti all’esperienza maturata sul fronte francese come giovanissimo volontario, medagliato anche). Ma questo gli si rivela da subito uno scopo non perseguibile: a Parigi è doppiamente fascista, in quanto italiano. Un pregiudizio che avvelena buona parte del diario. Era entrato in Francia entusiasta, dichiarando: “Ogni volta che attraverso la frontiera francese respiro meglio, dormo, mi sento tranquillo, e sicuro”- benché la frontiera non l’avesse attraversata da molti anni. Ma resiste alla diffidenza: la causa più probabile del ritorno a Parigi (quattordici anni dopo, ricorda, dello sfortunato ritorno a Roma da Parigi, nel 1933,quando Mussolini lo mandò al confino), in questa riedizione curiosamente non accennata, è di natura editoriale. La pubblicazione  di “La pelle”, che si faceva in Francia prima che in patria. E il tentativo di sfondare come autore teatrale. Con due pièces che furono rappresentate a Parigi, ma senza successo (e mai più riprese) – rientrò subito dopo il secondo fallimento.

Un ”diario” pieno di paradossi, profezie, e lo speciale insight psicologico-caratteriale di popoli e tradizioni che lo aveva distinto nei racconti di guerra e lo contraddistinguerà nelle opere “civili”, da scrittore di tradizioni e costumi. Così come nei metaromanzi “storici”, il buonuomo Lenin, il Cremlino. Molto è in polemica con Parigi e con la Francia,  che pensava sua seconda patria. E lo è, ma in senso deteriore, condividendo la Francia con l’Italia la sindrome dello sconfitto – la sua Francia, la Francia come Malaparte ora la vede, ora che tutti e ognuno hanno fatto una guerra di liberazione, è stato un paese sconfitto prima di combattere. Molta parte del “giornale”, lunghe pagine, sono rimuginazioni su questa presunzione d’innocenza, della Francia e dell’Europa, o controluce alle accuse e allusioni di fascismo, magari sotto il sorriso, che ogni poche pagine lo mandano in furia.
Negli spazi che gli lasciano le lunghe ripetute critiche dei francesi ora “tutti resistenti”, che devono esibire la Resistenza, e la delusione costante, ritornante, per l’ostilità francese preconcetta, incontra molta gente di teatro, soprattutto attrici. Socialmente, a pranzi e cene, spesso invitato da illustri gentildonne. Una volta Cocteau, di cui apprezza la freschezza, giovanile. Una volta Camus, che lo disprezza e glielo dice anche, ma senza sapere nulla di lui, di Malaparte.
Mauriac ritorna spesso, allora incarnazione del romanzo francese. Molto è di Sartre, del “sartrismo”, specie fra i giovani, in abito mentale e vestimentario – pre-sessantottesco, contestatore. Singolare la rivalutazione di Chateaubriand, col quale si trova spesso in sintonia, sfogliando le 
“Memorie d’oltretomba” “è in virtù di Chateaubriand che, talvolta, mi sento francese”, si consola.

La gioventù europea, senza indicazioni e senza ambizioni, prende anch’essa molte pagine. È una deriva della guerra, che l’Europa ha comunque perduta pur vincendola, a vantaggio dei nuovi assetti internazionali, che la marginalizzano. Molte riflessioni insomma. Ma qui specialmente Malaparte unisce la capacità di osservazione socio-politica alla rappresentazione narrativa.
Il diario fu redatto in francese. Qui è pubblicato in doppia versione, nell’originale e ritradotto – una prima versione era stata pubblicata dalla nipote e erede Suckert, per la cura di Enrico Falqui, nel 1966, in traduzione. Con alcuni incisi in francese all’interno della traduzione - di cui non si capisce, e non viene data, la natura e la logica.
Con una cospicua Nota al testo di Michelangelo Fagotti, e una postfazione di Monica Zanardo, ai quali si deve il rispescaggio.
Curzio Malaparte, Giornale di uno straniero a Parigi
, Adelphi, pp. 425  € 25

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