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L'Iran si fa grande con l'America
Sembra una farsa, e lo è, una sfida ghignante, ma non del tutto, l’Iran degli ayatollah che gareggia con l’America anche nelle celebrazioni del 4 luglio. Ai 250 anni della democrazia più grande del mondo opponendo il funerale dell’ayatollah
Khamenei - un religioso nemmeno di tanto prestigio. Al solito modo ormai
rituale da quasi mezzo secolo, di masse di erinni che occupano le piazze
ululanti e sfidanti – pagate, anche se non in denaro (il ruolo delle masse
femminili nelle piazze del khomeinismo, a partire dal 1978, non è stato
studiato e invece è interessantissimo).
Il ruolo
dell’antiamericanismo, il Grande Satana, è centrale nella mitografia khomeinista
perché radicato nel colpo di Stato americano, della Cia, contro il governo
Mossadeq a Ferragosto del 1953 – con lo scià parcheggiato a Roma mentre i suoi generali
arrestavano il suo primo ministro, reo di avere nazionalizzato l’industria
petrolifera. C’era la guerra fredda, e Mossadeq fu accusato di avere tramato
con il Tudeh, il partito Comunista in Iran. Il “tradimento” americano è una
ferita ancora viva in Iran.
È una sorta di
odio-amore. L’America aveva suscitato, e mantiene tuttora, grande richiamo in
Iran, sostituendosi innovativamente all’imperialismo vecchio stile britannico –
democratico e coinvolgente invece della
puzza al naso. Ma è come un amore tradito. L’America resta il maggior collante
politico in Iran, anche per il regime autocratico e jihadista. Negli esiti della guerra si può vederlo anche in positivo: Teheran, che ritiene di averla vinta, non infierisce contro Trump - se ne attende grandi cose.
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