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Se la Russia è sempre zarista
La
Russia è sempre quella di Custine, due secoli, quasi, fa – quatro volumi,1,130
pagine: “Per grande che sia questo impero non è che una grande prigione , e
l’imperatore che ne detiene le chiavi ne è il guardiano, ma i guardiani non vivono
molto meglio dei priginieri" E: “I Russi tengono molto meno a essere civilizzati
che a far credere di esserlo”. La Russia, anche quella “democratica”, è sempre
quella di Rossellini, nota da Empoli, della Francia di Rossellini didascalico in tv, nel 1966,
col lungometraggio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”: tutto ruota
attorno al potere. Il denaro e la violenza come l’intelligenza, in ogni sua
forma di eccellenza, un tempo aristocratica oggi finanziaria, intellettuale,
artistica. Una lettura non sorprendente, quindi, se così è – ma forse no, la
lettura non è scontata.
Al
modo delle “biografie” in cui eccelle Emmanuel Carrère, da Empoli, scienziato
politico tourné narratore, analizza e
ricostruisce i metodi e gli apparati della Russia di Putin. Facendone il modo
di essere e di pensare, seppure criticamente, di un Vadim Baranov – che (si)
dice tutto in una notte, tutto Putin dall’A alla Z. Finendo, un anno prima
della “Operazione Speciale”, l’attacco all’Ucraina, per darla come fatta – con
più successo di quanto invece non abbia avuto di fatto (ma impennando con tanta lungimiranza le vendite del
libro).
Una
ricognizione dei fatti che hanno scandito i poco meno di trent’anni di
putinismo in Russia, fatta con cognizione di causa. Con l’accesso a molte carte
segrete, evidentemente. In teoria svolta da un personaggio vero, così si dice,
dietro il “Baranov” narratore: il consigliere (spin doctor) di Putin per lunghi anni Vladimir Surkov, artista rap, scrittore, regista teatrale,
produttore tv, che ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a
Mosca, fino al 2015: dal passaggio improvviso dall’anonimato alla politica,
come il nostro Giuseppe Conte, anche se con più gradualità, all’ascesa a fine millennio rapida alla
sommità del potere al Cremlino.
Un
personaggio, curiosamente, col quale da Empoli avrebbe più di un connotato in comune,
non per le attività manageriali o ludiche, ma in quelle di spin doctor, essendo stato il consigliori
di Matteo Renzi al passaggio da Firenze a Roma una quindicina d’anni fa, prima
che cattedratico di Scienza Politica a Parigi.
Quanto
alla Russia, è forseo qualcosa di diverso da quella di Custine, sicuramente di più.
La Terza Roma, dopo Costantinopoli. Italianista nel Cinque-Seicento. Poi
tedescofila, poi francesizzante. Parte del concerto europeo, nel bene e nel male,
nelle guerre napoleoniche, nella Santa Alleanza, nelle grandi guerre europee
del Novecento. Animatrice, nel bene e nel male, dell’utopia comunista per olte mezzo Novecento, in Europa e nel mondo.
Parte avanzata nel Novecento del progresso scientifico e tecnologico. Comunque
non molto chiusa in se stessa se, come da Empoli ricorda, Nesselrode ne fece la
politica estera per quarant’anni senza sapere il russo – nato a Lisbona, bisogna
aggiungere, da un nobile tedesco ambasciatore dello zar in Portogallo.
La
Russia naturalmente non è quella di due secoli fa – ammesso che de Custine ci
vedesse bene. Come potrebbe? Lo stesso Baranov-da Empoli se lo dice a un certo
punto: “L’imprevisto è sempre stato una delle grandi qualità della vita russa”.
E poi, tre pagine dopo: Stalin risulta sempre il più popolare ai sondaggi fra i
personaggi tv. E poi ancora, al riccastro Berezovskij, che si vuole inventore di Putin, non fa attribuire ai russi, indelebile, un senso di comunità, di patriottismo forte? È che la sociologia politica, quella sì, non ha prodotto sulla
Russia nulla di meglio del marchesino complessato de Custine. La letteratura
del lunghissimo dopoguerra, sul sistema sovietico e dopo, è illeggibile: qui
c’è il partito, qui c’è l’esercito, qui c’è il governo, tutto statico e niente
animato. Anche gli studi sul totalitarismo, dopo Arendt, sono asfittici. Si era in guerra, seppure “fredda”? No, lo stesso avviene con la Cina, che pure è
sempre stato e resta un Paese apertissimo. A condizione di voler uscire dalla
morsa bellicosa – dalle analisi securitarie (o forse solo da Montesquieu, tre secoli fa, dalla pigrizia).
Un
racconto vivace ma realistico. Putin non ne esce male, se non per i passaggi
obbligati. Specie per l’attacco americano costante - con l’Europa inesistente
al traino. Di cui il Baranov-da Empoli tratteggia nei §§ centrali, il 18 e il
19, le perfidie. Sotto forma di libertà d’informazione, con le connesse
“rivoluzioni” arancione (o vilola?). Orientate e pagate, qui si dice, dalla
Cia, dal Dipartimento di Stato, e da fondazioni Usa tipo la Open Society di
Soros.
E
da Empoli non tiene conto del Brzezinski di trent’anni fa, “La Grande
scacchiera”, in cui c’era tutta l’attualità, la guerra alla Russia tramite
l’Ucraina, e la pusillanimità della Ue. Di certo c’è che l’Europa non ha
realizzato – il Baranov-da Empoli non ne tiene conto - quello che il “polacco”
Brzezinski sapeva d’istinto, che l’Europa è alla merce degli odi tribali tra slavi, Russia, Polonia, Ucraina usw (oltre
che baltici).
Giuliano
da Empoli, Il mago del Cremlino, Mondadori, pp. 240, ril. € 19
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