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È tempo per un nuovo Plaza, con la Cina
E dunque se ne parla, di un nuovo Accordo del Plaza. Una riedizione di quello che incoronò la presidenza Reagan nel 1985, perseguito senza dirlo da Trump 2, con i dazi, e la svalutazione forzata del dollaro. Se ne discute, si farà.
Allora il fellone era il Giappone, concorrenza imbattibile con un cambio adulterato. Il Giappone di oggi è la Cina, ben altra dimensione, ma la stessa filosofia: commerciale e non di potenza.
Analoga anche nei dettagli. L’ultima offensiva commerciale cinese, analoga a quella nipponica degli anni 1980, è automobilistica – analoga in tutto, se non per un fattore molto peggiorativo, che l’industria cinese dell’auto è cresciuta con fortissime iniezione di sussidi e di protezioni statali. Pechino non ha nemmeno tentato, dati questi presupposti, lo sbarco in America – si accontenta di invadere l’Europa, il mercato più ricco e più indifeso (grazie anche alle postazioni che sono state create nella stessa Cina dai fabbricanti europei, VW e Stellantis, con investimenti diretti e joint-ventures).
Ma questo riguardo o prudenza non salverà Pechino, reduce da esportazioni sempre più record, malgrado i dazi, negli Usa e in Europa, anche quest’anno. Un riallineamento dello yuan è solo da accettare, non è in discussione.
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