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Cristiani – “I cristiani sono una minoranza perseguitata in Cina, Pakistan, India, Vietnam, Corea del Sud, Afghanistan, Arabia Saudita, Somalia, Maldive, Yemen, Uzbekistan, Laos…”. Merlo ne fa l’elenco nella sua rubrica su “la Repubblica”, lascandolo con i puntini di sospensione. C’è anche il Sudan naturalmente, dove la guerra è a morte, o il Bangladesh,che pure volentieri emigra in Italia, la terra dei preti. La Nigeria, il Mali, perfino il Senegal, et al. – mentre alle Maldive sono ben accetti paganti. Ma non sono una questione, nessuno ne parla. Nemmeno il giornale di Merlo. Nemmeno il papa. In tema di persecuzioni religiose c’è solo ancora l’Inquisizione.
Giallo – “Dopo la prima il romanzo poliziesco precipita nella banalità”, Ennio Flaiano,”Giallo carico”, 1940, ora in “Chiuso per noia”, p. 63. C’è stata, mirabile, l’invenzione di Poe, del detective Dupin, “il giovane malinconico e distratto” (dopo un anno sabbatico, in cui lo scrittore ha indagato, come da suo annuncio, “i misteri dei rebus e degli affari giudiziari”). Scopiazzata, male, con effettacci, qualche decennio dopo, da Conan Doyle con Sherlok Holmes, tutto fuffa e poca sostanza. Poi si scade, “ogni cronista ne sa scrivere uno; gli editori, all’atto del contratto, specificano bene il numero d morti che vogliono, il loro sesso, età, condizione” (nelle serie inglesi, Barnaby, Dagliesh, Morse, sono tre – si va per abitudini, schemi). Il genere è di “romanzacci d’appendice farciti di vittime, di ricatti, di sorprese ingenue”.
Letteratura –“Ha perso il suo valore istituzionale”, Walter Siti spiega a Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: C’era una lingua, uno statuto dell’autore, jun canone. C’era un «campo» della letteratura. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò. C’è la performance, a cui viene attribuito un valore superiore a quello del testo letterario”, le vendite, il sucsesso mediatico –“oggi conta più un’intervista che il libro che si scrive. Il canone è considerato un’anticaglia novecentesca”.
Mussolini – “Quello fluviale di Scurati”, ripreso in tv da Sky, “non tiene conto di Mussolini”, Walter Siti osserva nell’intervista con Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Ha scritto migliaia di pagine su Mussolini senza mai dargli la parola, senza mai consentire al lettore e a se stesso di entrare nella sua testa. Per paura di non apparire sufficientemente antifascista”, conclude Siti. E fa il paragone con Tolstoj, che in “Guerra e pace”, pur non amando Napoleone, “lo ritrae stanco”, non potendone “più di carneficine”, e tuttavia “costretto a dare l’ordine di continuare ad attaccare”: “Ecco”, conclude Siti, “in quella paginetta di Tolstoj si entra nella testa di Napoleone più di quanto si faccia nelle migliaia di pagine di Scurati su Mussolini”.
Palazzo – “Il popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul – il “palazzo” di Guicciardini, e poi di Pasolini, emblema del potere.
Promessi sposi – “«I promessi sposi» di Manzoni è ormai accertato non essere tanto un romanzo (nel senso scottiamo che anche il suo autore dava alla definizione) quanto un libro di fede, di storia, una moralità alta e convinta. Il semplice fatto che il Manzoni vi dedicasse tutta la vita e non sentisse il bisogno, una volta licenziato il libro alle stampe di scriverne un altro, dimostra che il «fatto», lo «spunto» non occuparono tanto la sua mente quanto la morale della storia in sé, il fiato umano e religioso dei suoi personaggi, eccetera” – Ennio Flaiano,”Romanzo e schermo”, recensione del film sul romanzo tratto da Camerini, nel 1941.
Proust - Non lo apprezzavano, non apprezzavano la “Recherche”, opera regina delle subordinate, Borges (“troppo prolisso” – non prolisso, troppo), Joyce (ne avrebbe letto una pagina, forse due) Céline (“minusculinisantes analyses”), Sartre (“propaganda borghese”), Ishiguro (“tedioso”, di “snobismo frances e”), D. H. Lawrence (“infantile”), Evelyn Waugh (“mentalmente difettoso”, “qualche disordine mentale”, “roba davvero scadente”), Mishima (che diceva si avere letto solo o il primo linbro).e i sovrani page turner Ken Follett (“non fa battere il cuore ai lettori”), Valérie Perrin (“una palla”), Candace Bushnell, “Sex and the City” (“insopportabile”).
Daria Galateria, scanzonata cultrice della materia
“Recherche” (ne ha curato un’edizione commentata…) si diverte a elencare amori
e dodi per la “Recherche” e Proust in appendice all’album-raccolta “L’amore di
Proust” di Di Paolo per il “Robinson”. Proustiani professi invece Virginia Woolf, (“che cos’altro si potrà
scrivere dopo?” – i suoi racconti?), Kerouac (“un genio”), e Philip K. Dick a
sorpresa , che il suo tempo da fantascienza, il tempo collassato, voleva
“assolutamete ispirato da Proust”, Murakami, Anne Carson, e altri naturalmente.
Di Céline Galateria registra un ripensamento tardivo, desunto dalla corrispondenza (e dal fatto che Proust entrava con la Pléiade tra gli autori del suo editore, Gallimard?).
Rap – È la poesia oggi, il giudizio è
sicuro di Walter Siti, sempre nell’intervista con Nicola Mirenzi sul “Venerdì
di Repubblica”: “Penso che facciano poesia più di quanto facciano molti
cosiddetti poeti. Il dato di appartenenza è la memorabilità.. Sono cantautori
che in modo inconsapevole, immediato, tornano alle basi ritmiche della poesia.
Spesso senza saperlo, riproducono schemi della tradizione. E in maniera incognita,
incoerente,involontaria stanno reinventando la poesia”.
Non
senza saperlo, si può testimoniare delle origini del rap, in Africa occidentale, nei primi anni 1980 – quando il rap era solo una forma di espressione, un
ritmo non ritmato, non dava il pane.
Una prima applicazione del rap in Italia si ebbe nel 1983, per il lancio in tv della testata “Reporter”, da parte dello studio Testa – Annamaria Testa, non Armando, che debuttava nella comunicazione.
Teatro – “È vita”, per
lo sfarfalleggiante Savinio in veste di drammaturgo (nella “giustificazione
dell’autore” che premette al suo dramma “Capitano Ulisse”, pp. 6-17): “Il
teatro è un progetto di vita, il modello in piccolo di un mondo pulito e senza
malattie”.
È
anche il modo di essere delle cose: “La Storia
dice la cosa com’, il Teatro come
dovrebbe essere. I drammi si Shakespeare sono altrettante soluzioni. Il
processo catartico comincia alla prima battuta”.
Ma
dev’essere “colorato”: “La forza solutrice del teatro è data soprattutto dai clori.
Quanto più vivi, orgogliosi, mordenti i colori, tanto più efficace, completa
l’operazione catartica… Il teatro incolore non risolve il dramma: lo ingorga
maggiormente. Il teatro grigio, il teatro della democrazia, questo teatro nato
dall’associazione di due non colori è
morto per occlusione intestinale”.
Il teatro-cadavere è dei Lumi: “La mansione di cadavere edificante il secolo dei lumi, chi sa perché?, pensò bene d assegnarla al teatro. Scuola di edificazione, tempio di mortificazione. In un mondo senza Dio, il teatro aveva da essere il duplicato fedele di quanto avviene di giorno in giorno nelle case pubbliche e in quelle private. Talvolta, e per eccesso di fantasia, si attingeva nelle anticamere dei dicasteri, negli uffici della questura, nell’animo delle cameriere e soprattutto – soprattutto! – nei letti degli scapoli”.
Venezia – “A Venezia non mi hanno mai dato nulla”, spiega a Elvira Serra sul
“Corriere della sera” l’attore Giancarlo Gianni, protagonista di molti film importanti,
quelli di Lina Wertmūller, e di Comencini, Monicelli, Visconti, etc. A Cannes
sì, e a Hollywood, a Venezia no. Alla Mostra ha vinto invece Ang Lee, il regista
cinese cui Giannini aveva commissionato il primo lavoro: “Mi scrisse la sceneggiatura,
ma nessuno la volle. Quando vinse il Leone a Venezia mi rigraziò in tv”.
Anche il “Corriere della sera” mette l’intervista a
Giannini, “di spalla”, nascosta, a pagina pari – dopo quella di “risguardo”
(riguardo) al figlio del parrucchiere (“hair Stylist”) Aldo Coppola.

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