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sabato 12 settembre 2026

Fondamenta fragili dell’Occidente in Medio Oriente

Gli Huthi, una tribù sciita yemenita, che tengono testa all’armatissima Arabia Saudita, 35 o 40 milioni di abitanti, completa di cacciabombardieri, da undici anni, e ora la sopravanzano, chiudendole il mar Rosso, epitomizzano la fragilità delle fondamenta dell’Europa, e quindi dell’Occidente, basate sugli idrocarburi della regione.
Gli Huthi (ri)propongono il problema di cosa è terrorismo e cosa nazionalismo. E, meno in astratto, evidenziano le fragilità del pilastro mediorientale dell’Occidente: le petromonarchie.
Queste fragilità sono un fatto, a cui non si pone mente (all’evidenza solo negli Stati Uniti, per i quali non sono però un fattore di crisi), ma ben visibile dietro la rutilanza con cui le petromonarchie si sono ricoperte da mezzo secolo in qua, dalla triplicazione del prezzo del petrolio nel 1973. Erano economie nomadi, pastorizia e contrabbando, con qualche royalty petrolifera, si sono trasformate in Disneyland formato gigante, inermi. Dai vecchi capi-tribù passando ai manager finanziari. Anche accorti. Ma indifesi, e indifendibili. Tutti senza eccezione: Arabia Saudita, Kuwait, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, Bahrein, Oman.
Le petromonarchie si sono dotate di grattacieli, marine, porti, aeroporti intercontinentali, fontane colorate e giardini lussureggianti nel deserto, e hanno pagato il radicalismo islamico per risparmiarle, ma sono rimaste politicamente quello che erano: Stati patrimoniali, volendo adottare la terminologia classica, di Max Weber. Ossia possedimenti familiari, tribali. Di famiglie allargate alle varie tribù ma dietro le quali non c’è nulla: non uno Stato - forze armate, giustizia, amministrazione, rappresentanza politica, le “istituzioni”. Hanno tutto questo ma fittizio. E in guerra non possono schierare un solo armato - uno vero, che combatta.

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