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Fondamenta fragili dell’Occidente in Medio Oriente
Gli Huthi, una tribù sciita yemenita,
che tengono testa all’armatissima Arabia Saudita, 35 o 40 milioni di abitanti, completa di cacciabombardieri,
da undici anni, e ora la sopravanzano, chiudendole il mar Rosso, epitomizzano
la fragilità delle fondamenta dell’Europa, e quindi dell’Occidente, basate
sugli idrocarburi della regione.
Gli Huthi (ri)propongono il problema di
cosa è terrorismo e cosa nazionalismo. E, meno in astratto, evidenziano le
fragilità del pilastro mediorientale dell’Occidente: le petromonarchie.
Queste fragilità sono un fatto, a cui
non si pone mente (all’evidenza solo negli Stati Uniti, per i quali non sono però
un fattore di crisi), ma ben visibile dietro la rutilanza con cui le petromonarchie
si sono ricoperte da mezzo secolo in qua, dalla triplicazione del prezzo del
petrolio nel 1973. Erano economie nomadi, pastorizia e contrabbando, con
qualche royalty petrolifera, si sono trasformate in Disneyland formato
gigante, inermi. Dai vecchi capi-tribù passando ai manager finanziari. Anche
accorti. Ma indifesi, e indifendibili. Tutti senza eccezione: Arabia Saudita,
Kuwait, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, Bahrein, Oman.
Le petromonarchie si sono dotate di grattacieli,
marine, porti, aeroporti intercontinentali, fontane colorate e giardini lussureggianti
nel deserto, e hanno pagato il radicalismo islamico per risparmiarle, ma sono rimaste politicamente quello che erano: Stati patrimoniali,
volendo adottare la terminologia classica, di Max Weber. Ossia possedimenti
familiari, tribali. Di famiglie allargate alle varie tribù ma dietro le quali non
c’è nulla: non uno Stato - forze armate, giustizia, amministrazione, rappresentanza
politica, le “istituzioni”. Hanno tutto questo ma fittizio. E in guerra non
possono schierare un solo armato - uno vero, che combatta.
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