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domenica 25 ottobre 2009

Niente più governo tecnico, Tremonti solo

Bossi è rimasto zitto, mostrando di non seguire Tremonti, e lo stesso Tremonti non ha posto ultimatum nel faccia a faccia con Berlusconi sabato. In tal senso consigliato probabilmente anche dai suoi sponsor: il progetto dalemiano del governo tecnico destra-sinistra, una riedizione del governo Dini, il capolavoro dell’ex leader diessino, ha perso smalto. Sempre sorretto dai giornali Rcs, ma con molta più cautela dai banchieri che l’avevano fatto proprio.
In contemporanea Fini trovava utile assicurare che lui mai si presterà a un governo che non sia uscito dalle urne. Senza Fini, oltre che senza la Lega, senza cioè una parte del Pdl, un quarto o anche un terzo, non c’è maggioranza possibile contro Berlusconi.
Il progetto Tremonti, come si ricorderà, puntava a un rompete le file, dopo l’abbattimento di Berlusconi, con un governo tecnico, o di unione o ricompattamento nazionale, destra-sinistra. Era stato veicolato un mese e mezzo fa con slancio dal “Corriere della sera”, con una larga intervista-annuncio dello stesso Tremonti il 15 settembre. Che faceva sue anche le prese di posizioni polemiche del nemico Fini. La demolizione di Berlusconi sembrava a via Solferino completa, con l’aiuto di Veronica Lario e Patrizia D’Addario, e il momento quindi propizio. Ma due fatti nuovi sono intervenuti - a parte il fatto che tra i "due nemici" non ci può essere tregua, benché ridotti alla modesta e traformistica scena italiana.
Un fatto nuovo è che Berlusconi resta battagliero, anche se in difficoltà. L’altro è che il momento di Tremonti è passato, e la parola è per almeno sei mesi alla politica. Tutto quello su cui la posizione di Tremonti è dirimente è ormai legge – né Tremonti potrà opporsi a una riduzione dell’Ires. In agenda sono già le elezioni regionali, con la prospettiva di una maggioranza berlusconiana consolidata tra cinque mesi, non solo con la Regione Campania, ma anche col Lazio, e possibilmente col Piemonte e la Calabria.
Il silenzio di Bossi è stato molto eloquente per i fautori della soluzione tecnica, di unione nazionale, della società civile, eccetera. Tremonti solo, senza più la Lega, che non può e non vuole seguirlo sul piano politico e su quello delle tasse, “vale” meno di Lamberto Dini, che aveva con sé la vecchia Dc e Scalfaro.

Breve storia dell'unità - 4

La Sicilia fu annessa così. Garibadi lasciò Depretis prodittatore a Palermo. Uno che era arrivato in Sicilia a luglio come rappresentante del re. Passando la notte a Genova prima d’imbarcarsi con Bertani, capo dei radicali. E la stessa mattina del suo arrivo a Palermo con Crispi. Un mediatore, l’inventore della Sinistra, e del trasformismo.
Depretis era stato mandato da Cavour a Palermo per promuovere l’annessione, e fece valere molte mozioni popolari favorevoli. Crispi lo ridicolizzò spiegando che le petizioni erano pagate oppure false. Depretis reagì accusando Cripi di corruzione: se la faceva con i vecchi borbonici, e pagava la propaganda per la Repubblica e per l’Autonomia.
Quando Garibaldi attraversò lo Stretto, Crispi accusò Depretis di tradimento. Depretis a sua volta accusò Crispi di tradimento. Crispi allora si dimise e s’imbarcò per Napoli. Depretis prese la stesso vapore. Garibaldi diede ragione a Crispi, ma Crispi non tornò più a Palermo - anche perché aveva capito che le decisioni si prendevano a Napoli.
A Palermo ci andò lo stesso Garibaldi, che il 17 settembre annunciò alla plebaglia la destituzione di Depretis, senza spiegazioni, la sua sostituzione col toscano Mordini, per formare un “gabinetto rivoluzionario”, e la decisione di proclamare a Roma Vittorio Emanuele re d’Italia.
Sarà il destino dell’isola, di essere terreno di scontri altrui.

Le elezioni generali il 27 gennaio 1961 videro la vittoria del governo, una stragrande maggioranza cavourriana. Anche Napoli e la Sicilia, roccaforti radicali, votarono per il governo: i leader repubblicani, Bertani, Cattaneo, Ferrari, Guerrazzi, Mordini, recuperarono miracolosamente al ballottaggio.

Nell’autunno del 1860, Cavour dovette organizzare in fretta l’occupazione dell’Umbria e della Marche per trovarsi pronto all’incontro con Garibaldi che aveva conquistato Palermo. A difesa del papa, in quello che poi sarà lo scontro, tutto sommato lieve, di Castelfidardo, si raccolse un’orda di “mercenari stranieri”, Cavour lamentava nei suoi ultimatum al cardinale Antonelli. La componevano giovani eredi della vecchia aristocrazia europea, contadini polacchi, vagabondi irlandesi, molti francesi, incluso il generale del papa e dell’imperatore Lamoricière, che odiavano l'imperatore Napoleone III, tra essi alcun borbonici, quali il mangiatore di fuoco vandeano Athanase Charette, che si consideravano crociati e martiri della fede. La sera prima di Castelfidardo, Lamoricière e gli altri generali si prostrarono con la fronte a terra durante la messa, in atto d’ingraziamento.

Era il momento in cui, da Palermo, Garibaldi tempestava il re perché licenziasse Cavour. Cavour istruì i suoi di tenersi in buoni rapporti con Garibaldi. A Nigra scrisse: “Speriamo che (la vittoria di Castelfidardo) ci dia forza sufficiente a impedirgli di rovinarci”. Noi, l’Italia.

Il Garibaldi Panorama
Alla fine del Settecento il “pubblico” avido di conoscere realtà ed eventi che non poteva vivere direttamente ebbe a disposizione uno strumento del tutto nuovo: i panorama. Si trattava di dipinti circolari, di grandi dimensioni, che venivano installati in un edificio appositamente costruito, di forma cilindrica, con una piattaforma visiva al centro. Dopo alcune prove preliminari in Scozia, il primo tipo di panorama fu mostrato a Londra nel 1788 ed ebbe fin da subito un grosso successo commerciale.Uno dei pochi panorama ancora oggi esistenti è alto circa 1 metro e mezzo e lungo circa 83 metri, dipinto su entrambi i lati. Si dice che sia il più lungo panorama esistente al mondo. Opera di James J. Story, fu completato a Londra nel 1859. Dal 1860, e per qualche tempo, il panorama fu mostrato a migliaia di interessati spettatori in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Dopo varie vicissitudini e passaggi di proprietà, il Garibaldi Panorama è ora, da qualche anno, uno dei “tesori” della Hay Library a Brown University, Rhode Island. È unanimemente giudicato il più affascinante panorama mai prodotto.
Angela De Benedictis, “A Garibaldi Panorama”. Un simposio a Brown University e un progetto di ricerca internazionale, «Storicamente», 3 (2007), http://www.storicamente.org/04_comunicare/debenedictis_brown.htm

Il Vangelo spegne Alda

La poetessa del corpo e dell’amore ha una forte vena religiosa – non si capisce perché venga candidata al Nobel… “Paura di Dio” è la sua seconda raccolta, del 1955, “Tu sei Pietro” la quarta, nel 1962. Da ultimo, in felice rapporto con mons. Gianfranco Ravasi, ha pubblicato raccolte importanti dedicate a Maria e alla Croce. Anche qui c’è Pietro, con gli altri personaggi del Vangelo: Alda Merini si cimenta in versi in una sorta di auto sacramental, una pièce orchestrata con i Vangeli della Passione. Ma per una volta, nella sua poesia sempre appassionata, con calcolo ordinatorio più che con partecipazione.
Il contrasto teatrale è ben organizzato. Tutti hanno una ragione. Pietro: “Tu non sai sorridere”. Pilato: “Quanta malinconia non danno i profeti… Quanti dubbi sulla verità”. Giuda: “Non avevi un vizio. Ma cos’è un uomo che non ha un vizio?”. Ma senza ispirazione. Come se il compito da svolgere inaridisse quell’immaginazione sempre fertile che hanno fatto della Merini il poeta dell’epoca.
Alda Merini, Cantico dei Vangeli, Frassinelli, pp.117, €14

sabato 24 ottobre 2009

Breve storia dell'unità - 3

Don Liborio Romano, il ministro dell'Interno di Francesco II, non tradisce il suo re, ma scopertamente gli spiega che Garibaldi e l’Italia hanno vinto. A Garibaldi, che sta a Salerno indeciso se marciare su Napoli, “All’Invincibilissimo Generale Garibaldi”, scrive: “Con la più grande impazienza, Napoli aspetta il vostro arrivo, per salutare in Voi il Redentore dell’Italia".

L’atto per cui Garibaldi si ricorda a Napoli dopo la liberazione fu la nomina a Direttore dei Musei e degli Scavi di Alessandro Dumas. La nomina più longeva della caotica transizione, quasi quattro anni, finché Dumas non si stancò.

Appena a Napoli, Garibaldi scriveva a Vittorio Emanuele così: “Sire, dimettere Cavour e Farini. Datemi Pallavicino come pro-dittatore. Datemi il comando di una delle vostre brigate e io rispondo di tutto”.

La scomparsa di Mazzini
A Napoli è sparito, col repubblicanesimo, anche Mazzini. Che vivrà fino al 1872, ma è sparito dalla storia d’Italia e d’Europa, e dalle commemorazioni. Specie della Repubblica.
Dopo essere tornato brevemente con Mussolini, nella ultima vicenda, tragica e ridicola, del Duce. Riseppellendosi quindi con le sue gloriose insegne nel sacrario ignoto del Msi.

A Napoli riappare, con Garibaldi e Mazzini, per poi scomparire definitivamente, anche Carlo Cattaneo. Cattaneo era fuori della realtà dal 1848. A Napoli fece campagna contro l’annessione. Quando Pallavicino, l’inviato del re, si manifestò incapace, Garibaldi tentò di proporre Cattaneo a pro-dittatore. Su insistenza del dottor Bertani, altro milanese, il capo dei radicali. La cosa finì nel nulla, e Cattaneo resterà a Napoli in secondo piano, buono per i comitati repubblicani nelle manifestazioni, o per i colloqui con Garibaldi. Non aveva sessant’anni, ma non avrà più futuro politico. Alla riunione finale con Garibaldi a Caserta l’11 ottobre, prima di Teano, Cattaneo, venerabile dottrinario, sostenne l’argomento legale che Vittorio Emanuele era sempre il re del Piemonte e non dell’Italia, malgrado l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, e si disse convinto che le popolazioni delle due Sicilie non avevano nessun motivo di volere l’annessione al Piemonte, sia pure attraverso plebisciti ed elezioni politiche.

Agostino Bertani è un altro che scompare a Napoli dalla storia dell'unità. Capo dei radicali, fu colui che volle, finanziò e organizzò i Mille – Garibaldi era incerto se salpare da Quarto il 5 maggio. Senza aiuti dalla Società Nazionale, dal Fondo per un milione di fucili, da Cavour, dal re. Ma si oppose all’annessione del regno delle Due Sicilie e fu per questo accusato di ogni bassezza – i dossier sono all’origine della storia dell’unità.
Bertani aveva governato Napoli come Segretario Generale della Dittatura coi suoi “Implacabili” dopo la liberazione, ed era l’autore della lettera ultimativa di Garibaldi al re. Lombardo, sospettava dei piemontesi. Ma al dibattito parlamentare del 2 ottobre 1860 sull’unione da fare, Bertani fu in aula calmo e disponibile, e chiese a Cavout di andare personalmente a Napoli e stringere la mano a Garibaldi.

I personaggi dell’unità erano popolari. Plon-Plon era il Principe Napoleone, cugino di Napoleone III. Mazzini era Pippo. Bombino Francesco II re di Napoli, o Franceschiello, figlio del re Bomba. Garibaldi era il Paladino e, per il re Francesco II, Don Peppino. Cavour papà Camillo.

Milano fa il birignao

È la ristampa dell’antologia dei pezzi su “Linus” curata nel 1992 da Gino & Michele. Il genere esile della rivista. E di un altro “inespresso”, ma al modo milanese: costretto alla scapigliatura aggiornata, della solita modesta bohème, sociale e linguistica, a margine del Clan e di Jannacci. Con pezzi di costume, più che racconti, il genere Camilla Cederna, riverniciato con Brera e Bianciardi, il furor linguistico e quello civile. Milano ha voglia di leggerezza, e questo è, purtroppo non va oltre il birignao. Viola ne è cosciente, da inurbato. “Quelli che..” è la lunga lista rabelaisiana di un’esclusione praticamente totale, di una persona che era la socievolezza incarnata.
Il modello, di vita e di scrittura, è Boris Vian. Ma Milano, evidentemente, non è Parigi. Fra gli aneddoti uno conferma che il leghismo c’è sempre stato. Il maestro elementare di Viola diceva su “Linus” già trent’anni fa: “Nella mia scuola ci sono più meridionali che italiani”.
Beppe Viola, Quelli che… , Baldini Castaldi Dalai, pp. 170, € 15

Letture - 17

letterautore

Céline – Esclamativi e punti di sospensione emergono nel Settecento come segni di linguaggio non articolato – primitivo – e non logico. In particolare per le anime sensibili. Così li adoperano Rousseau per Julie di “Nuova Eloisa”, Laclos per la Presidente dei “Leami pericolosi”, Sade per “Aline e Valcour”.

È il prototipo (ironia!) dell’Arbeiter di Jünger: antiborghese, forgiato dal sangue e dalla morte.

Don Chisciotte – O delle avventure prolisse e non divertenti: per vincere la paranoia bisogna moltiplicarla?

Moravia – Di estremo distacco personale, anche dagli intimi, Morante, Pasolini. Di diffidenza anche. Legge attraverso due soli (semplici) indicatori: Freud (la consanguineità, il déréglement e Marx (il boghese che fotte ed è fottuto). Il tutto in chiave materialistica: la vilenza non è spiegata (interpretata), e nemmeno il sesso.

Pasolini – Reincarnazione mistica di Malaparte. Autore e primattore del narcisismo italico del Novecento: arcitaliano (si dice D’Annunzio ma è Malaparte).

Insopportabile è l’idealizzazione del popolo, nei romanzi e nelle poesie friulane: buono allo stato “naturale” (Friuli), integrato cioè alla tradizione, depravato nella società moderna (borghese, urbana) che lo costringe alle borgate e all’abiezione. L’artificio qui è al doppio grado, voluto: Pasolini sa che il popolo non è buono: ha condannato lui, ha ucciso suo fratello.

È l’anti-illuminista. Manca totalmente d’interesse per i valori laici – libertà, democrazia – anche nella fase di vicinanza a Pannella, opportunista. Mai un moto di curiosità, nemmeno minimo, nonché rapporti personali, con socialisti o liberali. Non poteva che essere cattolico e comunista, con cattiva coscienza.

Molta passione e moltissima (insolita nel grigio panorama dopoguerra) cultura. C’è sant’Agostino nel ciclo mediterraneo, Vangelo compreso, anche se Pasolini parla di san Paolo, nella trilogia del piacere (ridotto, come per Agostino, al piacere sessuale), in “Teorema”, “Salò”, eccetera, cioè nel ciclo della morte, che è la morte della carne, lo strazio tragico del neoplatonismo – di Plotino e Porfirio in aggiunta al fascino ambiguo (ipocrita) del manicheismo. C’è anche una sensibilità eccezionale per il tempo, le angosce piccole e grandi, le lievitazioni di superficie e le correnti di profondità, i falsi scopi e i falsi specchi, e c’è partecipazione indubbia, che nobilita lo sforzo di comprendere.
Ma il linguaggio è falso – la posizione è falsa. È artefatto, anche negli articoli: se i Democratici cristiani sono fascisti, non possiamo che prendere il mitra, nient’altro. Le sue morti sono teatrali, “dannunziane”. La politica è umorale – malapartiana. Nel nome della verità. Perché? Quale rimozione la lingua deve coprire, quale faglia nascondere? Non è un’eredità culturale, non era artefatto il Pasolini ragazzo. Perché in tanto biografismo, perfino coltivato, è taciuto il fatto più drammatico, l’unico vero? L’assassinio del fratello giovane, bello, buono, a opera di partigiani titoisti. Il “tradimento” a scuola di Sergio Telmon? È un caso di doppio linguaggio?
La sua passione è diabolica (ma chissà, naturalmente, chi è il diavolo): fredda, arrogante. Spcie nella mitezza che gli viene attribuita. È incerto ma è apodittico: quale dei due è affettato? La mitezza deriva dal disprezzo. Un occhio d’indifferenza truce – su tutto, borgate e Terzo mondo compresi. E gli amanti? Non ne aveva: Pasolini non s’innamorava

Proust – O della letteratura “mostruosa”: la borghesia ottusa e contenta, di cui fa il “ritratto fotografico”, école du regard, come proiezione. Ha gli stessi tic, gli estetismi, o snobismi, perfino la sessualità frigida, incapace di passioni, nemmeno in realtà della geloisia, la passione del possesso,. Proust ne è parte, non critico, l’ironia è affettuosa. Così come i suoi avidi lettori. L’orrido è quello dell’io che si guada compiaciuto essendosi scarnificato a morte, di un narciso moribondo. Che è una contraddizione: da qui la stucchevolezza.

Molto è Des Esseintes, studiato. Il ricordo non viene solo con le madeleines, viene anche col cesso degli Champs-Élysées.

Le Albertine come romanzo della gelosia? Ma che gelosia, su che “diritto di possesso”? Su quale storia, che non c’è. È la storia di una mantenuta. Con tanti deliri adolescenziali? E una coabitazione incongrua: A. entra ed esce, P. idem, è questo che la “Prisonnière” registra – se dormono insieme non si sa. La “Fugitive” è atroce – scadente balzacchismo. È la “piccola” filosofia della gelosia, molto fin-de-siècle (anche se la storia si completa durante e dopo la grande guerra), come tante altre “piccole filosofie”.
L’Albertine della “Prisonnière”, ma anche prima, rasenta la parodia dell’amore femminile romantico. Se è l’autista di Proust, non è però un gioco rabelaisiano, è uno sfogo assurdo.

letterautore@antiit.eu

venerdì 23 ottobre 2009

Le guerra persa di Tabucchi

Lo scrittore si seppellisce sotto un triplice artificio. Del “prendere il fucile” dopo sessant’anni, dell’incongruo estetismo – di triplice incongruità: del morente, del resistente, della scrittura fredda – e dell’ira giornalistica. È sorprendente, perché Tabucchi ne sapeva di più. Ma è, forse, solo uno dei tanti. Dei comunisti che non sanno di aver perso la guerra, non vogliono saperlo, ma sono numerosi abbastanza, nelle case editrici, le librerie, i critici, i giornali, nonché fra i lettori evidentemente, per continuare con foga, con successo, questo genere inerte, l’invettiva resistenziale. Non inerte, negativa, poiché occupano gli spazi e anche gli interstizi, togliendo il respiro.
Il problema non è Berlusconi. Evitando l’esame di coscienza, questi comunisti confermano di avere essi stessi ucciso il comunismo, e impediscono di rifarlo o ripensarlo. I Tabucchi, i Saramago, i Garcìa Marquez sono loro gli Stalin e i Breznev, gli sterilizzatori del comunismo, per la faziosità stupida. Qui c’è anche il traffico d’organi, e lo sfruttamento del Terzo mondo. E Tabucchi diventa verboso, lui che scriveva scarno, creando per evocazione. Le due cose, il soggetto pompier e il verbiage, vanno insieme, sintomo e segno della mancanza di misura.
Antonio Tabucchi, Tristano muore

Breve storia dell'unità - 2

Ai primi del 1861 c'era già una sinistra, Rattazzi, Depretis, Brofferio, Pepoli e altri, che si faceva forte di Garibaldi, pur non essendo mazziniana, non più, né repubblicana: voleva solo fare le scarpe a Cavour. Quando Garibaldi uscì dallo sdegnoso esilio a Caprera e fece ingresso alla Camera dei deputati a Torino, il 18 aprile 1861, da un passaggio secondario che lo portava direttamente agli scranni più alti della sinistra, da dove fu istantaneamente visto da tutto il (piccolo) emiciclo, aveva in mano un discorso scritto da Bertani. Garibaldi era quello che tutti si aspettavano, col solito abbigliamento studiato, camicia rossa, poncho gaucho grigio, la coppola da pastore meridionale. Non lesse il discorso di Bertani, ma fece quello che Bertani si aspettava: disse Cavour uno spergiuro, un traditore, e il fomentatore di “una guerra fratricida”. Cavour ne fu segnato a morte: “Se l'emozione uccidesse, in quell'ora sarei morto”, dirà.
Tra sospensioni e riprese il dibattito durò tre giorni, Cavour fu difeso da Ricasoli e anche da Nino Bixio, e rispose a Garibaldi composto, dicendosi sicuro che tra lui e il generale c’era solo l’incomprensione sul “compito doloroso” da lui assolto di cedere Nizza alla Francia. Su iniziativa del re poi lo stesso Cavour incontrò Garibaldi, e la cosa finì lì: la guerra, il tradimento e tutto.

Nell'incontro con Cavour dopo lo scontro del 18-20 aprile alla Camera, Garibaldi tenne le mani ostinatamente coperte. “Non ho visto affatto le sue mani”, scrisse Cavour a Ricasoli, “le ha tenute sempre sotto il suo mantello di Profeta”. Né Cavour gli porse la mano salutandolo alla fine dell’incontro: Garibaldi aveva giurato che piuttosto che stringere la mano di Cavour si sarebbe tagliato la sua.
Il teatro comincia presto nella storia dell'Italia unita.

Dal fatale 18 aprile Cavour non si riprese più. Ebbe sbalzi fortissimi di pressione, ora rosso fuoco ora cadaverico. Era gentile e diplomatico, divenne brusco e intrattabile. Aveva sempre voluto gli incontri importanti la mattina all’alba – un'abitudine che l’Avvocato l’Agnelli ripeterà. Ma ora non dormiva quasi più nel corso della notte. Il conte Gabaleone di Salmour, suo vecchio amico, lo trovò esaurito e quasi inerte in uno dei loro incontri, all’alba del 26 maggio: “Non sto bene”, gli confidò l'amico, “dopo quella disgraziata seduta in cui sono stato attaccato così ingiustamente da Garibaldi, non mi sono sentito più bene”. Dieci giorni dopo era morto. Di un malanno che i medici non hanno saputo diagnosticare.

Quando Cavour morì tutti lo piansero, i torinesi “papà Camillo”, i parlamentari il politico, gli italiani il patriota. I cattolici ne rimpiansero l’onestà di carattere e di propositi. Solo l’Italia del popolo, mazziniana, lo vituperò come cinico, malato, diabolico.
L’odio è antico.

Ombre - 32

La Svizzera ha buon gioco sul “Corriere della sera”, su “Repubblica” e sulla “Stampa” (non sul “Sole 24 ore”) contro lo scudo fiscale e i controlli alla frontiera dei trafficanti illegali di capitali. È solo per odio contro Berlusconi e la sua legge?

Bobo Vieri chiede in Tribunale a Milano la condanna di Telecom e Inter a 21 milioni di ammenda per averlo spiato quando giocava nella squadra di Moratti. Nessun dubbio che abbia ragione, e poi non chiede 750 milioni. Ma non avrà nulla, nemmeno 2,1 milioni, nemmeno duemila e 100 euro, perché Telecom e i Moratti non sono condannabili. La giustizia a Milano si fa così.

Marchionne non sarà pagato dalla Chrysler. Per il lavoro che fa alla stessa Chrysler, ventiquattro ore su ventiquattro ormai da sei mesi. Prenderà solo quanto ha pattuito con la Fiat. Lo comunica il Tesoro Usa agli azionisti Chrysler, ma ha l’aria di non essere una buona notizia: il titolo sicuramente ne soffrirà.

L’ora di islam una settimana, il posto fisso l’altra, l’odiosa Irap di Visco la terza: è la ricetta estiva della Lega applicata al resto dell’anno, il governo occupa gli spazi dettando l’agenda. Così i giornali hanno di che scrivere. Possibilmente con argomenti di sinistra: “Vi butto il posto fisso sui coglioni”, s’immagina Berlusconi mentre lo divisa.

Con tutto il rispetto, ma quella del posto fisso è una farsa. La mena il ministro che ha sul gobbo tre milioni e mezzo di nullafacenti, senza i quali il debito italiano scomparirebbe e anzi l’Italia sarebbe in attivo. Tre milioni e mezzo di dipendenti a posto fisso che ora magari, dopo Brunetta, in ufficio ci vanno, ma non sanno che fare.

La Corte Europea condanna l’università Cattolica di Milano perché ha licenziato un professore di religione che si è dichiarato ateo – nemmeno licenziato: non gli ha rinnovato l’incarico. C’è l’obbligo, per questa Corte e questa Europa, di far insegnare religione a un ateo.

Il vice-questore di Napoli vorrebbe ridurre la scorta a Saviano, la ritiene immotivata. Il capo della Polizia allora interviene e dice che, al contrario, va rafforzata. Berlusconi e altri ricevono una minaccia di morte terrorista. Il capo della Polizia interviene e dice che il messaggio non è “autentico”. Che razza di fascismo è questo?
O bisogna dire che Berlsuconi è più abile come editore, come Mondadori?

Nessun dubbio che Rosetti, superabitro di Collina, abbia fatto perdere volutamente la partita alla Roma domenica contro il Milan, club con cui Collina a lungo ha avuto relazioni speciali. Rosetti è uno che ci vede, non fa errori. Lo stesso Rosetti che fermò la Roma in corsa per lo scudetto due anni fa, facendo letteralmente pareggiare l’Inter in Inter-Roma il 27 febbraio 2008 – e criticato espulse la volta successiva Perrotta prima ancora che entrasse in campo… Ma per i romanisti un solo nemico esiste, la Juventus.

Nessun dubbio tra Flavio Briatore e sir Max Mosley su chi bara e chi ne è vittima. Hanno entrambi molto pelo sullo stomaco, ma uno di più. Solo che è inglese, mentre l’altro è proprio italiano. Anche per i giornali italiani.

“Opinioni scicche (o cicche)”, lamentava Flaubert con George Sand nel 1866: “Essere per la religione cattolica (senza crederne una parola), essere per la schiavitù, essere per la casa d’Austria, portare il lutto per le regina Amelia, ammirare “Orfeo agli Inferi”, organizzare la protesta agricola, parlare di sport, essere freddi, mostrarsi idioti fino a rimpiangere i trattati del 1815 (la Santa Alleanza contro la Francia, n.d.r.). È tutto quello che c’è di più nuovo”. Nel 1866. E centoquarant’anni dopo.

Fa senso la foto di gruppo di Fini e D’Alema sul “Corriere della sera” con i loro “giovani” ad Asolo. Oggi più di ieri, quindici anni fa, all’inizio della politica in tv, quando si spalleggiavano sul teleschermo quali dioscuri della Seconda Repubblica, freschi di comunismo e di fascismo che allegri rinnegavano. Allora si pensava: è tattica politica. Oggi è velinismo? A sessant’anni? In quindici anni non hanno fatto e detto nulla di giovanile, solo vecchi trame, col complesso di Andreotti.

Bagnasco non vuole l’ora di islam a scuola, Martino sì. Cardinali entrambi. Visto da destra e visto da sinistra? No, si apprestano le posizione per il conclave. La questione in sé meriterebbe riflessione.

giovedì 22 ottobre 2009

Il "Todo modo" del compromesso

Balzac scrisse quaranta volumi in cinque anni, secondo la sorella Laure. Un volume ogni quaranta giorni, scrivere senza pc era molto più lento, soprattutto fare le copie. A trecento pagine in media a volume, dieci pagine al giorno, tolte le domeniche, le feste e qualche convegno amoroso. Erano libri di vario genere, che pubblicava sotto vari pseudonimi. Questo ai suoi vent’anni – ai trenta-quaranta, dal 1827 al 1848, novantasette opere, trentamila pagine, quattro-cinque in media al giorno, di cui rivedeva le bozze normalmente dieci-undici volte, nel mentre che viaggiava, come gli piaceva, e chiacchierava.
Camilleri a ottant’anni, non abbiamo fatto il calcolo, ma probabilmente è sopra la media di Balzac, che finora era un record: da un paio d’anni ormai è a un libro al mese. In più, pur usando lo stesso nome, esprime una multipla personalità, sulla traccia di Kierkegaard e Pessoa: è autore di Montalbano, di romanzi storici, di romanzi francesi di costume, di libri d’attualità, e di novelle metafisiche, non male, queste ultime. “La rizzagliata”, per non perdere tempo con gli editori, che pur essendo anch’essi diversi, stanno attenti a non intasare le librerie con più di un Camilleri al mese, lo ha pubblicato l’anno scorso in Spagna.
Questo è un libro diverso, un altro genere nei multipli Camilleri. Un giallo, ma non alla Montalbano. Uno palermitano, molto. Che è anche un vero romanzo storico, come pretende l’autore, seppure di attualità, e un romanzo di costume solido, ben difeso dalle fregne. È e sarà il romanzo del compromesso storico, dove ogni infamia è normale – come “Todo modo” è il romanzo della Dc e di Moro. Ma questo è il meno, chi vuole lo legge ogni giorno sul giornale. Il libro è molto più – anche se lascia per una volta cauto l’incensatore del risvolto, Salvatore Silvano Nigro.
La città, la Sicilia, vi è rapida e acuminata, da cultura metropolitana. Piegata infine su se stessa dalla nota piaga, compiaciuta, del potere che fa aggio su tutto, che ha fottuto e fotte la Sicilia. Scintillante. Di una tortuosità cristallina, Camilleri vi fa ottima resa della verità, che a Palermo si adegua: plastica, informe, cera fusa, e sempre mortale. Avviluppandola e svolgendola senza una debolezza, un’indecisione, una faglia. Dopo aver fatto giustizia, sbadatamente, delle cianfrusaglie che ancora si vendono sul Sud, sulle donne, le corna, e le mafie.
A proposito di Spagna e di morte: c’è chi dice che la Spagna è sopraffatta dal senso della morte, per il funerario asburgico, le mantiglie, le corride, ma non può essere che sia stata Palermo, che Sciascia vuole molto spagnola, a infettare la Spagna? Che di suo, in fondo, è vandala, un po’ vagabonda cioè, e quando vuole sa applicarsi, si fa i conti, vede le convenienze. L’italiano dialettizzato, cui Camilleri costringe i lettori anche in questo romanzo metropolitano, non si spiega altrimenti, che come riaffermazione di una vecchia superbia.
Andrea Camilleri, La rizzagliata, Sellerio, pp. 211, € 13

Breve storia dell'unità

A Palermo Cavour mandò prodittatore, insomma questore, il marchese Massimo di Montezemolo. Piemontese, liberale, il marchese cercò di gestire la città. Ma c’erano da sistemare i nobili e i dignitari del vecchio regime, che altrimenti sarebbero diventati nemici, tutti i parenti di tutti i patrioti, e perfino convincere diecine di funzionari, che prendevano quattro e cinque stipendi, a prenderne uno solo. Fece perciò poco. Anche perché il suo compito era principalmente di consentire a Cavour di liberarsi di La Farina a Palermo, e di Farini a Napoli.

Quando Vittorio Emanuele visitò Palermo dopo la conquista, fu accolto da manifestazioni folli d’entusiasmo. La plebaglia staccò i cavalli, spinse la carrozza reale su per via Macqueda fino alla cattedrale, e infine lo incalzò dentro il sacro edificio. Regalmente indignato per questo trattamento, Vittorio Emanuele disse al sindaco disinformare la folla che non era un tenore né un ballerino, e che sarebbe stato bene che si comportassero come uomini e non come bestie. Parlò poi in cattedrale, senza mai menzionare Garibaldi. Evitando di farsi rivedere in pubblico nel resto della visita. Benché Montezemolo e Lamarmora spiegassero che il contatto con la persona del re avrebbe fatto molto di più per l’Italia che non gli editti.

La chiesa e i cattolici furono il problema principale di Cavour dopo l'unificazione, e parte la ricostruzione. La sua idea “Libera chiesa in libero stato” egli proponeva a vantaggio della chiesa, e dei cattolici nella vita politica. Così egli la spiega ampiamente nelle lettere a Diomede Pantaleoni e in tre discorsi parlamentari a fine marzo 1861, “che, presi insieme, formano una sola orazione” (Thayer, 454), e rimangono di validità incontestabile. A fronte dei risultati controversi di molti concordati, compreso quello con l'Italia. Al termine dei discorsi Cavour predisse che, in un regime di reciproca libertà, il partito cattolico sarebbe stato la maggioranza: “Sono rassegnato a finire la mia carriera sui banchi dell'opposizione”.
Un tentativo di convincere il papa e il suo ministro cardinale Antonelli ad abbandonare il potere temporale, portato avanti da Cavour a Roma attraverso il dottor Pantaleoni, il gesuita Carlo Passaglia, e altri tre suoi agenti, Omero Bozino, procuratore legale vercellese, imboscato a Roma dal cognato architetto Giovan Battista Caretti, l’avvocato Salvatore Aguglia, mediatore d’affari degli Antonelli, e l’abate Antonio Isaia, segretario della Dataria, le Finanze vaticane, col sostegno di numerosi cardinali liberali, fallì all'ultimo minuto, quando già gli stessi Pio IX e Antonelli si erano convinti. Il 17 marzo 1861, all'improvviso, il papa ingiunse a Pantaleoni di lasciare Roma entro le ventiquattro ore.
Non si è trovato il motivo dell'improvviso mutamento. La spiegazione più plausibile è che Antonelli abbia scartato all’ultimo, quando alcuni cardinali di curia si sono manifestati contrari. Perché il suo assenso era stato comprato: il governo italiano avallava tutti i contratti della sua famiglia con la curia vaticana, e a lui personalmente donava tre milioni. Antonelli non poteva rischiare di vedersi rinfacciare i traffici familiari in concistoro.
Lunedì 18 marzo, la vigilia di san Giuseppe, Pio IX pronunciò un discorso, con la solennità di un'enciclica, contro il governo di Torino, il progresso e il liberalismo, ribadendo l’inviolabilità del potere temporale, al quale attribuì carattere religioso, non potendolo elevare a dogma, com'era nelle sue abitudini. Tre anni dopo la condanna sarebbe diventata definitiva col “Syllabus”.
Sarebbe stata un’altra storia, dell’unità e dell’Italia.

Prima del discorso il papa insultò tanto pesantemente il cardinale Santucci, uno di coloro che gli consigliavano l’abbandono del potere temporale, che il prelato impazzì, e dopo pochi mesi morì.
Con Pantaleoni Pio IX avrebbe voluto cacciare da Roma anche la famiglia del dottore. Non poté, perché la signora era inglese, e Palmerston non si sarebbe privato dell'occasione per attaccare il papa. Ma il papa si permise un: “Ah, quel maledetto Palmerston!”.

mercoledì 21 ottobre 2009

Una buona autonomia sarebbe da Napoli

Uno ascolta in tv il senatore Mancino impegnare il Csm a difesa dei calzini del giudice Mesiano. L’autorità del Csm. D’urgenza. E a tale proposito anzi scrivere e dare assicurazioni al presidente Napolitano. E non c’è dubbio, si complimenterà per l’autonomia e la prontezza di riflessi del senatore, di Napolitano e dei giudici. Ma a Napoli, forse. Altrove, ma forse anche a Napoli, a chi possono interessare questi calzini? E se sì, i pesanti accenti dei vertici dell’autonomia dei giudici non susciteranno diffidenza e anche repulsione? Certo controllata: la napoletanità della giustizia è stata denunciata, ma la giustizia non se ne dà per inteso.
O il senatore Mancino vuole semplicemente impallinare l’appello di Berlusconi, e la sospensiva della esecutività? Non vorrà per caso costringerlo a dare 750 milioni, di euro, a Carlo De Benedetti, che non se li aspettava e non sa che farsene? Il problema è che uno con Napoli non può escluderlo: Napoli – a Napoli o a Milano – è capace di tutto.
La città che si è assunta tutta la giustizia d’Italia, costituzionale, civile, penale e sportiva, è come si sa una dove non c’è nessuna forma di giustizia. Non si riescono neppure a tenere le primarie del partito Democratico. E la Procura si affretta a rinviare sine die il famoso processo contro la Juventus, come perfino questo sito sapeva dodici giorni fa (http://www.antiit.com/2009/10/moggi-verso-la-prescrizione.html), ricusando la giudice, in attesa della prescrizione: doveva deporre il maresciallo che ha intercettato Moggi (un solo maresciallo per centinaia di telefonate al giorno?), e questo non è possibile. Il solo colpevole a Napoli, come si sa, è Mastella, che figura napoletano ma non lo è.
Certo, Mancino è un problema a sé: parlava con Ciancimino e non sapeva che i mafiosi sono prima di tutto malfidati – traditori, ricattatori, calunniatori. Ma la storia è sempre quella, dei nove giudici su quindici della Corte costituzionale napoletani, più il capo dello Stato, Napolitano, e del Consiglio superiore della magistratura, Mancino. Più il loro commentatore principe, D'Avanzo. Della giustizia dunque napoletana, leguleica, furbesca, strafottente, che soggioga l'Italia con i boss di Milano, i banchieri e i loro giornali.

Il Mezzogiorno nasce a Torino

Dopo dieci anni è come nuovo: le “Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto”, di cui al sottotitolo del libro, è come se fossero intonse. Forse perché si tratta di una vindicatio del Sud, agile ma molto documentata, per i cinque sesti del libro. Dopo una prefazione che riesce a sovvertire in poche pagine gli stereotipi, la “rappresentazione costruita” del Sud: “La Questione Meridionale è un discorso, una costruzione dell’immaginario” – altrove, Salvatore Cafiero ha potuto dire che il fascismo, bandendo la parola, Questione Meridionale, ne coglieva a suo modo il carattere costruito. Per una imagerie italiana e europea dapprima sorpresa poi corriva. Che servì l’unità d’Italia come si è realizzata: il feudo, il latifondo, l’assenza d’imprenditorialità, tare antropologiche (familismo, individualismo, faziosità, clientelismo) e perfino (Lombroso, Niceforo) razziali, devianze (emigrazione, rivolte, mafie). Fino alla folklorizzazione: briganti e brigantesse che si acconciavano e parlavano come i loro fotografi e intervistatori li acconciavano e li facevano parlare, per essere veramente briganteschi – questa fondamentale decostruzione la dobbiamo a John Dickie e Nelson Moe, uno studioso inglese e uno americano.
Marta Petrusewicz ha trovato tante Società attive nel regno di Napoli, tecniche e scientifiche. E tantissime pubblicazione, sociali e politiche, di livello anche decoroso e perfino eccellente. Scopre molti modernizzatori, specie in agricoltura, con tutte le novità, francesi, olandesi, tedesche. Ha un intero capitolo su “Il liberismo degli agrari meridionali”. E dà conto di molti investimenti pubblici, negli anni 1830 e 1840, per rimboschimenti, strade rotabili, strade ferrate, porti e canali. Un a storia rifà peraltro non clandestina, c’è nelle lezioni e la corrispondenza di De Sanctis, che ancora si legge. Ma dimenticata.
Il declino del Sud comincia nel 1848, con la reazione e l’esilio. Nulla che non si potesse comare dodici anni dopo. Se non che gli esuli a Torino inventarono la Questione Meridionale… - e l’unità, che però, certo, è un’altra storia, fu fatta in modo che ancora oggi non si riesce a raccontare.
Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (45)

Giuseppe Leuzzi

Ras al Khaimah era un piccolo villaggio polveroso di pescatori quarant’anni fa. E anche trent’anni fa, cinque dopo il primo boom petrolifero. Ora organizza e ospita la Cup of America, con le lodi ammirate dei concorrenti, velisti di difficile palato.
Dubai era un creek anch’esso polveroso, da dove partivano la sera le dhows panciute per l’India. Centro del contrabbando, si diceva, dell’oro, di cui sia gli emiri il subcontinente indiano sono ghiotti. Ma le dhows caricavano a vista, alla rinfusa sul ponte, boatte Cirio, sanitari, e materassi a molle, un piccolo cabotaggio, nel quale toccavano anche l’India. Ora Dubai è il primo hub aereo intercontinentale, col più grosso boom immobiliare, dopo Shangai, si è fatte spiagge dorate, e di cascate irrigue adorna i palazzi, gli alberghi e ogni parete.
Del Qatar solo si sapeva che ospitava la flotta Usa. Ora fa l’opinione araba con al Jezira, esporta gas in mezza Europa con impianti di liquefazione d’avanguardia, ha dichiarato re il suo emiro, e si permette un ministro ebreo, anzi una ministra.
L’Oman quarant’anni fa non aveva la luce elettrica, l’emiro si opponeva.
Gli emirati il De Agostini registrava ancora come Trucial States, staterelli della tregua, della tregua dell’impero britannico con i pirati. Non più grandi ognuno di poche tende rifatte in muratura. Al Kuwait come a Umm al Qwain si avevano problemi quarant’anni fa, e ancora trent’anni fa, a portare il latte a casa dal supermercato: senza la borsa termica andava a male. Ora sono non solo il posto più ricco della terra – basta il petrolio. Ma anche il più attivo e inventivo. I principi sauditi, i fratelli del re in carica, quando arrivarono i soldi del petrolio ne rimasero storditi: volevano sbancare Montecarlo, bevevano, compravano yacht superaccessoriati che non usavano. Ma dopo cinque, dieci anni, erano diventati imprenditori, investitori, operatori finanziari tra i più capaci nel loro paese e nell’economia globale.
Tutte le teorie del sottosviluppo e del ritardo economico vanno riviste. Specie quelle della questione meridionale.
L'Irlanda era il paesi più povero dell'Europa occidentale nel 1973, quando aderì alla costituenda Unione europea. Era il paese più ricco trent'anni dopo - malgrado fosse stata il retroterra di una violenta guerra civile nell'Ulster.

Il giudice Mesiano è ripreso da un vicino di casa a Milano a cui è sempre sembrato strano: solo, senza vita sociale, che si fa fare la barba dal barbiere, passeggiando e fumando la mattina in attesa che il barbiere apra. Uno straordinario documento antropologico, su un giudice della Repubblica, su Milano, sui vicini di casa a Milano, su un calabrese a Milano, dove non si passeggia.
Il giudice sarà stato fotografato per vendetta politica, per la sentenza contro Berlusconi, comunicata anticipatamente alla controparte, pubblicata surrettiziamente via email. Non senza motivo insomma, la Lega non nasce sul nulla. Ed è meglio avere il coraggio delle proprie opinioni, anche a Nord. Ma: che ci fa un calabrese a Milano, a cinquant’anni, che la mattina aspetta di scambiare quattro parole col barbiere? Per il “posto”.
È un video di due mondi. Totalmente diversi e separati, benché li unisca il concorso unico nazionale. Si può pensare la sentenza abnorme di Mesiano la sua guerra a Milano.

Dice il ministro Tremonti al “Corriere della sera” il 26 settembre: “Il Centro-Nord, 40 milioni di abitanti, un medio-grande paese europeo, da solo produce più ricchezza della media europea”. È grande come la Spagna, e (molto) più ricco. “Il Meridione d’Italia, 20 milioni di abitanti, grande come Portogallo e Grecia messi insieme, sta invece sotto la media europea”. Ci hanno ridotti a venti milioni.
Sembra riduttivo e anche leghista: ridimensionare il Sud. Ma potrebbe essere una via d’uscita: un Sud sempre più ristretto. Ciò che s’intende per Sud, malaffare, malgoverno. S’intravede già un Sud senza la Puglia, per esempio, se le signore di Bari non faranno più le escort, e senza la Basilicata, così pulita, dove fioriscono anche i calanchi, o la Sardegna. Poi magari il Sud si limiterà in Sicilia ad Agrigento-Palermo, in Campania a Napoli-Caserta… È la filosofia dello shrinking: bisognerebbe ogni tanto “sbagnare” il Sud.

Non c’è avvenire senza storia. “Di tutti i bisogni dell’anima umana, non ce n’è uno più vitale del passato”, è l’asse portante di “Radici” (L’enracinement) di Simone Weil. La distruzione è della storia: “L’avvenire non ci apporta niente, non ci dà niente; siamo noi che per costruirlo dobbiamo tutto dargli, dargli la nostra vita stessa. Ma per dare bisogna possedere, e noi non possediamo altra vita, altra linfa, che i tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati da noi”. Non è il passato che manca al Sud, che ne avrebbe anzi, di dice, troppo. Ma “il passato distrutto non ritorna mai più: la distruzione del passato è forse il crimine più grande”. Il Sud manca di tante cose, ma soprattutto di memoria.
È sterminata e inappellabile l’analisi di Simone Weil sul rapporto della persona con i luoghi. “L’eccesso di stabilità produce nelle campagne un effetto di sradicamento”, dice a un certo punto, e corrobora. E la terra è centrale al Sud. Bisognerebbe organizzare per le campagne una sorta di Tour de France. Con tappe di lungo periodo, non in città ma in altre campagne – l’acculturazione attraverso il servizio militare è per questo dannosa, spiegava la filosofa, contribuisce allo sradicamento: il giovane contadino esce umiliato dal confronto con l’urbanizzato, il settentrionale, l’alfabetizzato.

Mafia
È incredibile che Massimo Ciancimino soggioghi giudici, giornali e televisioni con l’incredibile storia del “papello”. E anzi ne produca uno palesemente contraffatto senza essere incriminato per calunnia. Ma è il modo d’essere della giustizia in Italia: si giustifichino Mancino, Amato, Rognoni, Borsellino che non si può più difendere, i carabinieri. Più persone stimabili possono trascinare nel fango, più i giudici diventano attivi, efficienti, risoluti.

L’odio-di- meridionale
Fabio Cannavaro è colpevole non colpevole di doping. Cioè non si dopa, ma si dice che è accusato di essersi dopato, ingiustamente certo. Oggi come cinque anni fa, quando l’Inter e la Rai fecero circolare un suo video con una flebo.
Sì, ma perché Cannavaro, uno pensa, e non un altro, magari della stessa Juventus? Si vede che Cannavaro in qualche modo c’entra. È invece no, è Cannavaro e non un altro perché Cannavaro è il miglior calciatore napoletano su piazza. E questo non va giù a Napoli: erano i giornalisti napoletani della Rai, vecchi e nuovi, dello sport e dei tg, chi più furbo, chi più aggressivo, che volevano seppellirlo cinque anni fa - prima che i giudici, napoletani, non trovassero di meglio per affossare la Juventus.
I napoletani sono le prime vittime di Napoli: leguleismo, concussione, corruzione, e la violenza illimitata, molto “onesta”, della Legge. I meridionali in genere sono le vittime del Meridione: altri calciatori di successo, il calabrese Sculli, il siciliano D’Agostino, appena arrivano alla Nazionale trovano un Procuratore della Repubblica che li associa alla ‘ndrangheta il primo, alla mafia il secondo - quando avevano dodici e tredici anni (Iaquinta e Gattuso l’hanno fatta franca, ma per essere andati via prima dei dieci anni).

leuzzi@antiit.eu

martedì 20 ottobre 2009

Malinconiche barzellette di regime

Malinconico ritorno, quasi un epicedio, alla malinconia d’antan, di prima dell’intossicazione politica. Fatale all’immaginazione del reale inafferrabile, gli stati d’animo, le accensioni, le ombre, e alla scrittura fine, di grana sottile, che hanno fatto la cifra di Tabucchi.
Il radicamento cosmopolita, di uno scrittore che sta bene ovunque, emulo del nume Pessoa, che illumina questi rapidi aneddoti, s’invischia peraltro sempre nel politicamente corretto alla maniera parigina, superficiale e ultimativo. Con le barzellette di regime. C'è perfino il reducismo - si veda il diverso esito del suo spione Stasi pensionato con lo spione del non meno impegnato G.Grass, “È una lunga storia”: tutt’altra storia.
Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, pp. 175, € 15

I godimenti dell'Io infranto

Libro spaventoso. Onesto, accattivante a tratti, spaventa che si ristampi da trent’anni ormai in continuazione, forse il libro che è stato più in catalogo del suo pur opulento editore, settecento pagine di poesia. Peraltro molto ineguale: è un’antologia, ma molti pezzi ha spenti. Nell’originale oltre che per le traduzioni, che, benché aderenti, inevitabilmente trascurano con le rime la musicalità e il ritmo, specie in “Mensagem”. Eccetto che per lo stesso “Mensagem”, il poema del Portogallo, per il saggio di Tabucchi e per le note di Maria José de Lancastre. E per l’invenzione degli eteronomi, certo, la lettera alla zia, “Ultimatum”, “La legge di Malthus della sensibilità”, i versi gnomici, la filosofia di Antònio Mora.
C’è di che leggere, i motivi d’interesse non mancano. In “Ultimatum”, dove Pessoa scaccia i mercanti dal tempio, D’Annunzio è “don Juan a Patmos”, H.G.Wellls “immaginifico di gesso, cavatappi di cartone per la bottiglia della Complessità”. Ma sommersi da valanghe di versi e di pagine inutili. Incredibilmente illeggibile la celebre “Ode marittima”, che per un migliaio di versi mai risponde all’iniziale curiosità (e tuttavia è già alcuni “Cantos” di Pound…), così come le altre “Odi” di “Alvaro de Campos”. Con la traduzione peraltro spesso migliore dell’originale. Specie delle ultime poesiole, con i loro suoi tanti versi entrati nella parlata.
È per questo un libro spaventoso, sorprendente per la tenuta, sempre riedito, un libro di poesie. Di un autore che pretende: “Non mi ricordo un libro di quelli che ho letto”, si amerà la saggezza, in poesia e in prosa: “La più «radicale» delle dottrine, se viene universalmente accettata, è una dottrina conservatrice”. Si apprezzerà per le tante anticipazioni. Dal celebre “è tardi già, e ancora è presto”, alla fenomenologia, con più chiarezza peraltro di un Husserl. A Heidegger e il cosiddetto esistenzialismo: “E per assenza esisto, come il vuoto”. Alla fisica della Complessità.
O è buon compagno per la gnomica lieve degli ultimi versi, specie degli ultimi versi, sorprendente. Di freccette dritte al cuore. Un florilegio si può estrarre che consolerà i più:
“Sono venuto qui per riposare,\ma ho scordato di lasciarmi a casa!
“Quali altri? Non ci sono altri”.
“Ogni cosa a suo tempo ha il suo tmpo”.
Tutto Reis: “Ciò che sentiamo… è ciò che abbiamo”. “Chi poco vuole, ha tutto”. “Non so di chi ricordo il mio passato”. “È in me che Dio ha vita”.
O Caeiro: “C’è abbastanza metafisica nel non pensare a niente”. “Pensare a Dio è disobbedire a Dio”.
Di un pessimismo già di stagione. “Uno studio imparziale è un lavoro socialmente inutile”, conclude Pessoa. E perché dovrebbe essere socialmente utile?
Pessoa sarà stato il monumento all’Io nel momento in cui l’Io si decomponeva, e lui stesso lo smembrava meglio di altri - Foucault, nell’“Archeologia del sapere”, 1969, dirà questa applicazione di superbia ineguagliabile: l’autore che dichiara la morte dell’autore, e annunzia che non sarà mai lo stesso, quella pratica lasciando all’anagrafe, chi scrive questo in realtà “scava un tunnel, per nascondersi e sfuggire a sé stesso”. E questa è la chiave della sua discreta costante popolarità: l’ego terribile, spropositato, sfrenato, nel compiacimento illimitato di sé per centinaia, migliaia, di versi e di pagine, ripetitivo e anche sorprendente, e senza tragedia. Non c’è altro motivo: l’arguzia e la gnomica sono succedanee, lampi parziali. E Tabucchi certo, la chiave è il curatore: per nessun altro è vero come in questo caso, che l’autore è il suo lettore. Qui, in “Un baule pieno di gente”, “Il signor Pirandello è desiderato al telefono”, e in altri saggi e scritti di circostanza, Tabucchi crea un Pessoa affascinante.
Leggendolo come nuovo un secolo dopo, Pessoa è anche la sanzione dell’immutabilità del Novecento, monotematico nella crisi dell’Io presuntuoso, il secolo della novità continua, radicale sempre: è contemporaneo ciò che Pessoa sapeva e scriveva nel 1910, con gli stesi termini. Sarà anche questo un motivo della fortuna costante di questa robusta antologia.
Fernando Pessoa, Una sola moltitudine

lunedì 19 ottobre 2009

Eni lungo tubo di Mosca - malgrado Obama

Tanto gas, e ora anche petrolio: c’è più di un fronte in cui l’Italia ancora conta, malgrado la si voglia sparita, e in quello del rapporti con la Russia e del mercato degli idrocarburi è anzi centrale. Lo sa la Farnesina e lo sa l’Eni, dove i rinnovati tentativi di smembramento portati avanti da soci americani cosiddetti indipendenti non hanno ingannato nessuno.
L’Eni, che un tempo si diceva “il lungo tubo di Mosca”, resta il canale privilegiato del petrolio e del gas russo in Europa. Un asse che la Casa Bianca vede come il fumo negli occhi. Obama ora come già Bush jr. e Clinton. Berlusconi immaginò di superare le riserve Usa proponendo a Gazprom un partner privato – un affare doppio, poiché questo privato, un certo Mentasti, era amico suo e di sua moglie. Putin lasciò passare e poi fece formalizzare, gradualmente, i contatti con l’Eni. Obama ha abbandonato la pregiudiziale antirussa, ma resta contrario a un asse eurorusso, e quindi a una stabilizzazione della forniture di energia, che l’asse renderebbe un dato di fatto. Anche se non ha carte in mano, a parte naturalmente l’obbligo per ognuno di mantenere relazioni speciali con gli Usa.
La tournée europea di Hillary Clinton, che ha volutamente escluso l’Italia, non ha ottenuto niente nelle capitali europee ritenute più affidabili, quali Berlino – che Washington ora si associa in tutte le iniziative che vedono coinvolti come compagni di strada gli altri europei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, Francia e Gran Bretagna. Anzi, il progetto Nabucco, che Washington ha messo su, potrebbe dirsi nell’occasione finito, pur godendo ancora dell’appoggio entusiasta della Commissione di Bruxelles, dove il commissario per l’Energia risponde agli interesse dell’Enel tedesco, la Rwe, che sola è interessata al progetto. Il Nabucco prevede l’aggiramento della Russia, convogliando il gas di Azerbaigian, Turkmenistan, Iraq e Iran attraverso la Turchia. Un gasdotto dai costi improponibili, per forniture da paesi di nessuna affidabilità, al contrario della Russia.
Germania, Francia e Olanda, che avrebbero dovuto sostenere Nabucco, sono ora orientati per il Nord Stream, un gasdotto che bypassi l’Ucraina attraverso il Baltico, per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti di Yuzhnoi Russkoye e Shtokman. Vi sono interessati i gruppi tedeschi E.on e Basf Wintershall, le francesi GdF-Suez e Total, e l’olandese Gasunie.
Ma Gazprom trova soprattutto sbocco con l’Eni. Che, in aggiunta ai 10-12 miliardi di metri cubi l’anno importati via Ucraina, ha già avviato un gasdotto via Mar Nero, il Blue Stream. E di un altro, il South Stream, ha definito con Gazprom gli accordi in dettaglio. In South Stream entrerà anche il colosso Electricité de France.
Una terza grande condotta Eni potrebbe avere la partecipazione russa, il Tap, Trans Anatolian Pipeline, da Samsun a Ceyhan, che porterà al Mediterraneo il petrolio del grande giacimento kazako di Kashagan. La Russia è interessata a utilizzare l’infrastruttura per le proprie esportazioni. È in questa prospettiva, ancora riservata, che Berlusconi è stato inopinatamente invitato dal suo amico Erdogan al vertice russo-turco di due mesi fa. Berlusconi, cambiato il referente a Washington, è ora solidamente per l’Eni.

La spia è triste

È la storia di un colpo audace, al protettissimo museo Topkapi di Istanbul, e di un temuto golpe o atto terroristico. Che una banda di criminali e la polizia turca conducono in parallelo. È il romanzo della spia suo malgrado, che era e resta povero, anche di spirito. Ribattezzato in traduzione col titolo del film famoso del 1964 di Jules Dassin. Ma il film è brillante, il romanzo triste.
È la traduzione di “The Light of the Day”. Un borsaiolo egiziano, che si finge inglese e opera sui turisti che arrivano ad Atene, viene ingaggiato, da una sua vittima che l’ha scoperto e lo ricatta, per il at per il colpo del secolo al muso Topkapi di Istanbul. Ma lo ricatta anche la polizia, con la quale non potrà non collaborare, che per altri motivi segue il gruppo di cui è entrato a fare parte. Il film si ricorda più agile e caratterizzato dell’originale di Amber. Ma qui è la radice di tutta la letteratura spionistica del Grande Freddo, o della guerra fredda: un mondo dolente e rassegnato, più che avventuroso. Anticipatore, anche se di pochi mesi, del più famoso Smiley, “la spia che venne dal freddo” di Le Carrè, e dei cloni di Smiley.
Il vero plot naturalmente non è il furto del Topkapi. Ovvero sì, ma intrecciato con altri più avventurosi. La chiave è che nessuno è quello che appare. Eccetto lo spione, che per definizione non lo è.
Curiosamente, oggi come sessant’Anni fa, la Turchia postbellica è tra il qua e il là: dà l’idea di essere familiare e insieme remota e estranea. Per un fondo di durezza sugli splendori del Bosforo, e per una concezione al fondo di diversità.

Eric Ambler, Topkapi, Adelphi, pp. 241 € 18

L'uomo-penna

Il letteratissimo “uomo-penna” (di cui all’amante da giovane, la poetessa Colet) amava scrivere ma odiava il mondo letterario: “Sarebbe una bella idea”, scrive all’amico Maxime du Camp, “quella di un gagliardo che, fino ai cinquant’anni, non pubblicasse niente e poi, d’un colpo, facesse comparire, un bel giorno, le opere complete, e la finisse là”. Uno che non può fare altro ma sente la scrittura come una fatica. Un giorno. Un altro sente il desiderio di scrivere montare “come eiaculare”, scrive alla Colet - “come fottere” a Taine.
Questa minuscola scelta della corrispondenza puntata sulla scrittura offre però, fra le tante chicche, di cui la corrispondenza di Flaubert mai è avara, quella del plagio. Di quando Flaubert si scopre Balzac, avendolo infine letto: una scena di “Bovary” è uguale nel “Medico di campagna”, mentre “Louis Lambert”, personaggio e titolo di un altro romanzo di Balzac, è l’amico di Flaubert morto giovane Le Poittevin, e comincia “con una frase di «Bovary»”. Dopo il lampo sull’’89: “Non trovate”, scrive a George Sand, “in fondo, che, dopo l’’89, siamo via di testa? Invece di continuare sulla grande strada, che era larga e bella come una via trionfale, ci siamo perduti per le viuzze”. Tradizionalista: “Prima di ammirare Proudhon, se si studiasse Turgot? Certo lo CHIC, questa rivoluzione moderna, che ne sarebbe”. E all’illustre amica anticipa le frasi fatte: “Opinioni scicche (o cicche): essere per il cattolicesimo (senza crederne una parola)…”
Gustave Flaubert, L’homme-plume, Mille-et-une-nuits, pp. 112, € 1,95

Il mondo com'è - 24

astolfo

Diritti - I diritti politici e civili si mordono la coda. Un giudice americano non estrada in Italia un noto mafioso perché in Italia c’è la tortura. Non in America, che tiene a Guantanamo nelle privazioni alcune centinaia di mussulmani senza difesa e senza identità. Per i diritti di libertà, che aveva inventato con l’Urss (sì, con l’Urss), insieme con Brezisnski e il papa Woytila, Carter abbandonò lo scià per Khomeini. E inventò Bin Laden in Pakistan, per difendere i diritti umani nell’Afghanistan sovietizzato. Clinton e D’Alema hnno fato guerra alla Serbia per liberarla da Milosevic. E per questo crearono un fronte di liberazione mafioso nel Kossovo.
I diritti civili e politici sono insidiosi. Tutte le minoranze potrebbero pretendere diritti esclusivi, e non c’è limite alla partenogenesi, di minoranze di minoranze. I baschi naturalmente, i catalani, oppressi dal castigliano, e perfino i sud tirolesi, che sono diventati, coi soldi di Roma, i più ricchi d’Europa, e quindi del mondo – o forse no, sulla Quinta Avenue a New York ci può essere una popolazione analoga, duecentomila persone, più ricca.

Guerra – Oggi si vuole giusta, pulita, umana. E sempre popolare. Nella discussione su pace e guerra si è sempre al dibattito sulla democrazia ateniese: se sono – erano – i ricchi a spingere per l’espansione, la guerra continua, oppure il popolo, che in Atene comandava. Razionalmente, non c’è guerra che possa essere popolare, ma così è molte volte.
In Serbia i bombardamenti hanno ucciso alcune migliaia di civili, per liberare la Serbia dal suo presidente Milosevic, poi inutilmente dichiarato criminale di guerra, per il palcoscenico di una giudice svizzera, e per liberare i kossovari che non volevano essere liberati, meglio la Serbia che l’Albania, e che comunque non l’avevano richiesto, con l’eccezione di un fronte di liberazione creato ad hoc, per un mafioso. L’ “ingerenza umanitaria” è teorizzata come “diritto d’intervento” da Giovanni Paolo II ai diplomatici il 16 gennaio 1993. Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, i Afghanistan e non solo, e questa è la sola novità.

Iran - Obama ha scritto agli ayatollah evangelico, alla Jimmy Carter. Che poi montò la catastrofica spedizione in elicottero. L’unica cosa che può avere imparato dal suo messaggio è che l’Iran ha una storia molto antica.

Liberale – A lungo è stato sinonimo di antireligioso. Era in tal senso liberale anche il bolscevismo.
Fu questa accezione a indurre il liberale Godetti a sponsorizzare il bolscevismo al tempo di Stalin?

Mistero – Può essere anche un linguaggio, un modo di pensare. Dei celti, per esempio. Oggi della piccola borghesia, dice Adorno: fa parte della sua paranoia della cospirazione universale.
Ma la piccola borghesia ha soprattutto certezze – false ma solide.

Sindacato – Organizza il lavoro dipendente, che rappresenta nei contratti collettivi, e associa i lavoratori pensionati. È minoritario nel mercato del lavoro, rappresentando il 26 per cento della forza lavoro: un quarto dei 23 milioni di occupati (ne rappresentava più della metà vent’anni fa, e il 42 per cento ancora dieci anni fa). Superato da un’organizzazione del lavoro sempre più flessibile, che a lungo ha avversato pregiudizialmente e che ora non sa recuperare.
A lungo ha avversato, oltre che il lavoro dipendente semiautonomo, le regolamentazioni che delle sue varie forme diversi governi hanno tentato (“legge Biagi”). Non tutto il sindacato ma i suoi esponenti, Cofferati, Epifani, che soli si ritengono e sono ritenuti sindacalisti veri, duri e puri. È l’ultima roccaforte del reducismo, di masse in armi e non sanno perché.

Sinistra - La migliore cultura di sinistra è una cultura della crisi. Senza Marx, né Freud, che hanno scopi terapeutici, salvifici. È un coltura della crisi. Senza neppure Nietzsche. È il nichilismo riciclato sotto l’insegna di un esistenzialismo che fiorisce fuori del suo tempo. Heidegger era buono per Weimar, Sartre per il disonore dell’occupazione (per quanto, un cattolico che fa l’esistenzialista, e un cane rabbioso che tace l’ignominia del collaborazionismo… ). Dopo il nazismo e la guerra, sul nichilismo ha fatto agio la democrazia, per quanto prudente e limitata – tenuta in vita da quella formidabile macchina del desiderio, del perfettibile, che sono i media americani. L’esistenzialismo s’è riciclato con la guerra fredda, Sartre col sovietismo, Heidegger con l’americanismo.
Manca una filosofia – riflessione – della società di massa, cioè della democrazia. Dei consumi, compresi quelli culturali, del benessere, della stessa odiosamata tecnologia. La carenza è coperta col vittimismo a buon mercato, detto cultura della crisi. Che è manifestazione tipicamente piccolo borghese, della salvezza individuale che piange nello scontro con la realtà, sia questa solo un ritardo del bus o la cosa alla posta.

Turchia – Si dice Turchia ma di fatto è un mondo “romeo” (greco, bizantino), sottomesso sette secoli fa da alcune tribù turche del centro Asia. I turchi si sono islamizzati per convenienza, per partecipare da posizioni di forza al gioco mediterraneo e poi europeo delle potenze, restando sostanzialmente agnostici – indifferenti, tolleranti. Ma hanno così “separato” la Turchia: non solo la cultura, artistica e politica, anche la popolazione restò sotto di loro “fissata” al momento della conquista, senza più mescolanza col resto del bacino mediterraneo, nelle forme somatiche e mentali (espressive) del tempo. È così che molte fisionomie e parlate mute, nel Salento, in Calabria e in Sicilia sono inequivocabilmente “turche”.

astolfo@antiit.eu

sabato 17 ottobre 2009

Il Sud entra al cinema

Ritorno a Tornatore, prima che a Bagheria. Il regista celebra la memoria della memoria. Con le stesse facce di “Cinema Paradiso”. E con lussuose citazioni dal vivo, questa volta, non nei fotogrammi ritagliati dalle pellicole che “si rompevano”. È l’esercizio in cui Proust primeggiava prima della “Recherche”, che in letteratura si chiama pastiche, e dunque ha una sua dignità narrativa. Col rispetto della diversità della Sicilia – che è per un siciliano un’altra maniera, ma non quella stereotipa.
C’è Leone, naturalmente, a sua volta il re del pastiche al cinema, e tutti quanti: Germi, De Sica (la Madè è tanto Loren “ciociara”), Rosi, Scorsese, i più simpatetici, e anche i visionari Fellini e Bergman. Una ricostruzione lieve, malgrado la lunghezza. Anche dove il passato è forte, come nelle stragi dei sindacalisti. Con alcune pesantezza non smaltite dell’odio-di-sé meridionale: negli anni Cinquanta le strade nei paesi del Sud erano già asfaltate, con le fogne e l’acquedotto. Ma col coraggio di far recitare il drammone a tutti i comici su piazza.
Per la prima volta al cinema è il vero linguaggio meridionale, che è l'irrisione, tanto amabile quanto insopprimibile, come sbucciare la realtà senza rompere la buccia: la fame scacciata col profumo del grasso, il libro che la capra s’è mangiato, la sorella ribelle che del ceffone lamenta la caduta dell’orecchino. Nonché, amabilmente, l’inconsistenza del Pci, che in Sicilia in particolare è finito nel nulla – era finito ben prima della caduta del Muro. Un film anche di genere nuovo in Italia, quello dei film americani sul Sud, dove magari si corre ma senza le ansie, la competitività, le depressioni della civiltà urbana o nordica.
Un film insomma con molte frecce all’arco, che quasi tutte vanno a segno. Nuovo e ambizioso, che scorre semza mai una pesantezza. Ma un po’ dovunque nei giornali che si leggono, compreso il “Foglio” per snobismo, cinque stelle vanno al Brad Pitt un po’ sadico di Tarantino (che si diverte anche lui a rifare, ma Enzo Castellari...), e perfino all'ennesimo Allen, e tre sole, a malincuore, quando non due, a Tornatore. Perché è prodotto e raccomandato dal “nemico”, Berlusconi. La cosa non gli ha fatto male, dato che ha vinto al botteghino, almeno per cinque settimane. Che però potrebbero non essere sufficienti, e mezza Italia è in ansia, trattiene il respiro, prega perfino, perché ciò avvenga.
Nei due cinema in cui “Baarìa” è stato visto, al Forte dei Marmi e a Prati a Roma, nessuno peraltro rideva. Neppure nelle scene di mero contenuto comico: Gullotta nella bagnarola, il comizio di Placido, il matrimonio, il libro che la capra si mangiò, etc. Un pubblico presumibilmente borghese, di “buona borghesia”, quello che legge i giornali, non si è sentito di partecipare al film, perché il buon borghese non può apprezzare Berlusconi. Si capisce che il paese sia demoralizzato – cioè non si capisce, vedendo “Baarìa”.
Giuseppe Tornatore, Baarìa

La levità entra in letteratura

“Si prova un avangusto acido, quando si taglia un limone per mangiarselo”. C’è la prova dell’attesa, in questo piccolo capolavoro che più non si legge, forse per essere Xavier fratello di Joseph, il teorico cattolico della controrivoluzione negli anni 1790, neppure in questi tempi di pura reazione. È roba per un “modesto lettore”. Opera di un modesto autore, soldato, pittore, viaggiatore, suddito del Regno di Sardegna, unicamente noto per essere il fratello del polemista.
Un viaggio tra lo specchio, “quadro perfetto”, e il letto, che “è una culla, è il trono dell’Amore, è un sepolcro”, in quarantadue capitoletti quanti furono i giorni di arresti domiciliari che l’ufficialetto subì per un duello: “Avrei voluto inventare uno specchio morale, ma non si può”. Senza sorprese, a parte una Torino tripudiante, inimmaginabile seppure nel Carnevale. E la capacità di raccontare il nulla, tra le piccole cose e le grandi questioni - una insistente anticipazione, sulle tracce di Sterne, di Savinio e di tanti altri sguardi in superficie: il libricino ha introdotto la levità in letteratura - è questo che attrasse Paolina Leopardi, che lo tradusse (quasi) subito (bisogna rivalutare la sorella)?
Xavier De Maistre, Viaggio attorno alla mia camera

Problemi di base - 19

spock

Chi non ha nulla da dire, perché lo dice?

È nata prima l’audience o prima la tv?

Perché si paga l’abbonamento tv e invece non si è pagati?

Perché un euro ne costa due?

Che questione morale è, se è immorale?

Perché non c’è una rivista francescana di gossip, con tanti nudi?

Perché ci sono tanti giudici a Napoli, dove non c’è la giustizia?

Perché John Elkann vuole distruggere la Juventus?

Perché credere a Massimo Ciancimino?

Perché il libro più diffuso, dopo la Bibbia, è Mein Kampf? Prima di Dan Brown.

spock@antiit.eu

venerdì 16 ottobre 2009

Il tradimento degli intellettuali

È lunga la lista delle questioni in cui gli studi sono rimasti indietro in Italia, anzi fuori dalla realtà: l’indigenza della cultura politica è perfino sorprendente, non si penserebbe mai di una scienza che possa essere così vecchia (antiquata, faziosa, subdola) e incancrenita. Poco male, non è per denaro. Per partito preso qualche volta, o per abitudine. O per incapacità, capita. Ma è diffusissima, se contagia gli stessi presidenti della Repubblica, che per istituto si circondano dei migliori consiglieri su piazza. E puzza di ipocrisia, tanto è indigente.
A un elenco anche breve, le assurdità appaiono in effetti incredibili.
La riforma è impossibile delle istituzioni soprattutto perché la impedisce la cultura: le università, gli scienziati della politica, gli scienziati della Costituzione. L’Italia, paese vivo malgrado le prefiche a loro volta molto scientifiche, sguscia, s’assottiglia, si rigonfia, si adatta, riesce a spuntarla, attraverso i referendum, i regolamenti, le leggi elettorali, la decretazione, e la scienza non se ne accorge nemmeno: parla della Costituzione come se fosse ciò che era – che non peraltro si sa.
In particolare il plebiscitarismo. In Italia di matrice Usa, quindi anche nobile, rispettabile. Nelle leggi elettorali locali con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti, della Provincia e della Regione. Mentre il presidente del consiglio si elegge ancora indirettamente, ma il suo nome è indicato nelle liste parlamentari, e negli apparentamenti. È dal voto plebiscitario che, a ritroso, si costituiscono e si animano le forme politiche intermedie, i comitati, i circoli, le primarie.
Dove le primarie si fanno, per il presidente o segretario del partito Democratico, sono un mero show pubblicitario gratuito, ma sono presentate e avallate come il vero criterio di selezione democratica. Non sanno gli scienziati della politica che le primarie hanno un senso per indicare un candidato nazionale, non un capo partito? Il quale invece dev’essere espresso dal partito? Lo sanno.
Incredibile è l'indigenza degli studi su Max Weber e su Montesquieu, che basterebbe leggere. È incredibile la leggerezza con cui l’etica si lega al protestanteismo, per dire che l’Italia è corrotta, solo l’Italia, e talvolta – non sempre, sennò che sinistra siamo – che l’Italia non è nemmeno capitalista. O l’assurda argomentazione della divisione dei poteri.
Il giornalismo è paurosamente schierato, per interessi non dichiarati. E, dal punto di vista politico, che qui interessa, unicamente per il “non governo”, o il governo mediante la crisi. Che lascia piena discrezionalità ai padroni, dell’opinione e degli affari. I 14 conflitti d’interesse che avevamo documentato sul “Mondo” sedici anni fa, al momento della “discesa in campo” di Berlusconi, sono più numerosi ma non peggiori di quelli dei suoi concorrenti sui giornali e le tv, che però non si documentano.
Compresi quelli del gruppo spagnolo Prisa (“El Paìs”), che da maggio ha in atto una campagna per costringere Berlusconi a comprarsi la sua rete tv e i suoi debiti. Mentre Murdoch (Sky, “Wall Street Journal”, Times,” Sunday Times”, e indirettamente “Guardian” e “Independent”) è impegnatissimo ad affondare la sfida di Mediaset al comodo monopolio Sky sulla tv a pagamento – e, uomo di estrema destra, fa la fronda a sinistra a Berlusconi.
L’insegna è dichiaratamente ipocrita dei fatti separati dalle opinioni, anche questa sopravvissuta solo in Italia. Dove è presentata come ricetta inglese o americana, di due giornalismi cioè che più faziosi non si può immaginare, dichiaratamente.
Tutto sempre all’insegna dell’emergenza, la priorità, la guerra, per condurre al rinvio, e giustificarlo – la politica della crisi. Pretendendosi impegnati alla riforma. Ma questa è già la più larga disonestà intellettuale.

Ombre - 31

Il “Times”, cioè i servizi segreti britannici, dicono che gli italiani hanno pochi morti in Afghanistan perché pagano i talebani. Poi si dice l’onorabilità inglese.

Scalfari propone che il capo del Pd sia quello che riceve più voti, anche se sotto quota 50 per cento, propone cioè Bersani. E Franceschini, che può vincere solo al ballottaggio, si adegua. Cioè si arrende. A Scalfari?
Alle primarie che hanno senso solo per eleggere un capo nazionale, uno che si rivolga a tutti, non un capo partito. Che invece dev’essere espressione di un partito. Ma chiedere a questa sinistra di uscire dall’ipocrisia è troppo, in essa anzi si celebra.

La Lega vuole il Veneto, rischiando di perderlo, contro il berlusconiano Galan, che invece lo assicurerebbe alla destra. Lo vuole nel nome delle piccole patrie, del federalismo, dell’autonomia. Da Roma, dove la candidatura leghista si concorda (ce ne devono essere due a Nord)? O da Varese, dove si deciderà il candidato? Non si è mai abbastanza soli.

Il Sudan è nominato alla Commissione Diritti Umani dell’Onu. Da dove potrà passare da accusato ad accusatore, e alzare il tiro contro Israele a Gaza. Il Vaticano tiene aperta la questione dei diritti umani in Sudan, che ne è il più feroce trasgressore, con eccidi, e ora crocefissioni. Ma Israele non ama il Vaticano, cui non cessa di addossare la colpa dell’Olocausto. Le tre confessioni del Libro si ritengono superiori, per fede e cultura. E per saggezza?

È incredibile che Massimo Ciancimino soggioghi giudici, giornali e televisioni con l’incredibile storia del “papello”. E anzi ne produca uno palesemente contraffatto senza essere incriminato per calunnia. Ma è il modo d’essere della giustizia in Italia: si giustifichino Mancino, Amato, Rognoni, Borsellino che non si può più difendere, i carabinieri. Più nomi eccellenti possono trascinare nel fango, più i giudici diventano attivi, efficienti, risoluti.

Una sera “Striscia la notizia” spiega che Mara Majonchi s’è tolte le occhiaie col botulino. La mattina dopo Mara Majonchi parla a lungo alla radio per dire che lei mai. La sera “Striscia” fa un lungo sevizio con la stessa Majonchi presso uno “specialista” del botulino, che non si pronuncia. La terza sera “Striscia” consegna il tapiro alla Majonghi, che fa una lunga scena simpatica, e le confessa che lo specialista era un attore. Come non detto? No, un senso la vicenda ce l’ha: sta per uscire un libro della Majonchi. Non viene detto, ma alla fine della inutile sceneggiata i dieci milioni di spettatori di “Striscia” se ne ricorderanno vedendo il libro in liberia. Dopo essersi sorbite mille tirate contro la pubblicità occulta.

Fabio Cannavaro è colpevole non colpevole di doping. Cioè non si dopa, ma si dice che è accusato di essersi dopato, ingiustamente certo. Oggi come cinque anni fa, quando l’Inter e la Rai lo mostrarono sorridente con la flebo. Cannavaro al Real Madrid non ha dato ombra, alla Juventus sì, e questo è un primo fatto.
Ma poi uno pensa: perché Cannavaro e non un altro, magari della stessa Juventus? Si vede che Cannavaro in qualche modo c’entra. È invece no, è Cannavaro e non un altro perché Cannavaro è il miglior calciatore napoletano su piazza. E questo non va giù a Napoli: alla napoletana Procura del calcio oggi, e ai giornalisti napoletani della Rai, vecchi e nuovi, dello sport e dei tg, chi più furbo, chi più aggressivo, che volevano seppellirlo cinque anni fa. Prima che i giudici – napoletani – non trovassero di meglio per affossare la Juventus. I napoletani sono le prime vittime di Napoli – leguleismo, concussione, corruzione, e la violenza illimitata della “legge”.

I cinque di Oslo danno a Obama, che non ha fatto nulla per meritarselo, il premio per la pace che negarono più volte a Giovanni Paolo II, che invece l’aveva più che meritato. Ma non si può dire che fanno Kuturkampf, luterano, massonico, quello che sia. Perché è una parola tedesca?

“Repubblica” sintetizza domenica le paginate che il “New York Times”, il “Financial Times”, “Le Monde”, “The Guardian” e “El Paìs", il circuito del modesto supplemento settimanale del “Nyt” che ancora infesta le pagine del quotidiano romano, hanno scritto sabato contro Berlusconi. C’è un buco vistoso nei resoconti. Che però si conferma negli originali: benché prolissi, nessuno dei giornali menziona, nemmeno come ipotesi, nemmeno come tesi di Berlusconi (che per il cosiddetto giornalismo anglosassone sarebbe d’obbligo), quello tutti in Italia sanno e credono, che i giudici sono in Italia ingiusti e persecutori. Nessuno dei cinque grandi giornali: quindi non è per caso, non per trascuratezza.

Berlusconi accusa il “Corriere della sera” di faziosità. “Repubblica”, che documenta minutamente le intemperanze di Berlusconi, sorvola. Invidia? Il giorno dopo Scalfari sbrana il “Corriere” dicendolo servo di Berlusconi – anche se, sarà l’età, non scalfisce.

La ministra Gelmini ha ordinato ai bidelli di pulire le scuole, e i bidelli non hanno protestato. Non che si sappia, non ci sono girotondi, la Cgil non ha portato i milioni in piazza, neppure un cobas si è fatto vivo.
Che non ci siano più i bidelli? Impossibile, tutti li vediamo e li paghiamo nelle scuole, che aprono le porta la mattina e le chiudono all’una, per il resto fanno crocchio, fanno la spesa (a turno, è vero) e fanno il mercatino, per gli insegnanti, la signora preside e qualche mamma, di abbigliamento, di oggettistica, e di preziosi.
No, il problema è che ci facevano i ministri precedenti, da venti o trent’anni a questa parte. Falcucci, Berlinguer, Fioroni, l’efficientissima Moratti?

Saviano rimette in circolo l’onore. Berlusconi rilancia col rispetto – vuole rispetto, eccetera. Ricomponendo il serial di maggior successo della televisione il giovedì, o il venerdì, “L’onore e il rispetto”, sul Canale 5 di Mediaset. Che non lavorino entrambi per la stessa causa, il padrone di Mondadori e Mediaset e lo scrittore di Mondadori?

Due avvocati britannici borderline, un fiscalista e un amministrativista, Drennan e Mills, che trattano-controllano i grandi clienti stranieri nei paradisi fiscali del Regno Unito, si scrivono, si telefonano, e infine si recano a testimoniare alla Procura di Milano contro Berlusconi, uno dei loro grandi clienti. Perché non sono incriminati nel Regno Unito? Perché indirettamente tesimoniano contro Blair.
Chi dei due è dei servizi segreti? O tutt’e due?

Luca di Montezemolo crea qualcosa, non si capisce se un movimento o una fondazione, Italia Futura. Lo fa con un personaggio rispettabile, Andrea Romano, ma per “rifondare” la sinistra, con un “piano quinquennale”. Forse perché Romano ha lavorato anche alla fondazione di D’Alema? Si possono ancora dire queste cose?
Nessuno peraltro ricorda che un anno e mezzo fa, per le elezioni, LdM aveva già fondato un movimento, col suo socio Diego della Valle, e l’onorevole Tabacci, qualcosa con la Rosa al centro, di cui poi non si ebbe eco, né un voto.

L’Eni trabocca di gas, anzi tratta con Gazprom per non dover prendere altro gas. Edison, cioè la supernuclearizzata Electricité de France, si appresta a immettere sul mercato altre diecine di miliardi di metri cubi di gas. Ma il governo vuole le centrali nucleari, entro il 2013. Che non si faranno perché nessuno lo consentirà. Ma il governo perché le vuole?

L’immigrato è l’uomo nero, ma della burocrazia – del non saper che fare. La cosa è già nota dal Capitano di Koepnick, una delle storie più popolari di Germania. Il calzolaio di Tilsit che non può avere il permesso di risiedere a Berlino perché non ha un lavoro stabile, e non può avere il lavoro perché non ha il permesso di soggiorno. Finché non si fa lui stesso legge, comprandosi un’uniforme di capitano da un rigattiere di Potsdam.…

I francescani ad Assisi fanno manifestazioni di grido e passerelle di personaggi celebri, da Vasco Rossi a Hugo Chàvez, con re, magnati e vedettes cine-televisive. Sarà lo spirito francescano, dare scandalo nel senso del gossip – “aggiornato” come da Concilio?

giovedì 15 ottobre 2009

Un regime assoluto di polizia giudiziaria

Si dice “l’indipendenza della magistratura” ma è, di diritto e di fatto, un regime di polizia, gestito dai giudici. Dai giudici in quanto capi della vera polizia, quella giudiziaria. Che ha il potere di “uccidere”, moralmente certo, mandando in carcere, qualche volta anche i delinquenti. Talvolta dopo avere ascoltato di un persona ogni escandescenza, per messi e perfino per anni, specialmente degli incensurati e di ogni persona per bene – bisogna ascoltarla per anni per trovarla in colpa.
Si è già scritto in questo sito: “La magistratura in Italia è un potere esecutivo, e uno assoluto e feroce: l’indipendenza dei giudici è in Italia l’arbitrio della polizia”. L’indipendenza dei giudici è di fatto l’arbitrio. È una delle cinque piaghe dell’Italia, e merita un approfondimento. Tutti sanno nei fatti che lo è: i processi si fanno in piazza, a senso unico, con l’impossibilità per l’imputato di difendersi. Se non in processi tardivi, lenti, mai chiari o definitivi. Con garanzie per la difesa ridotte anche nel processo al minimo. Se non, ultimamente, nella forma della prescrizione, che libera il giudice prima che l’imputato, sul capo del quale permane invece il dubbio.
Non è chi non veda l’enorme impiego di uomini, strumenti (per intercettazioni, pedinamenti, documentazione), e risorse finanziarie, per indagini minori, alcune senza risvolti penali, ma di interesse dei magistrati. Di interesse personale. Che si dice volentieri politico, ma di politico non ha nulla: è corporativo nel migliore dei casi, e quasi sempre solo di carriera. La litigiosità dei giudici per uno scatto d’anzianità è prodigiosa e illimitata. La prescrizione, la forma di giudizioprevalente, è peraltro la peggiore forma di condanna e la più praticata in Italia, con processi che si trascinano per decenni, senza nessuna ragione se non l’ignavia dei giudici. Ignavia in senso proprio, poiché si riposano molti giorni la settimana, e in senso poliziesco, poiché si evitano l’obbligo di una sentenza, e tanto peggio per l’accusato.
Quello dei giudici è anche un potere assoluto, senza alcun controllo di merito, e a ben guardare neppure di forma. Il controllo dovrebbe essere infatti esercitato dagli stessi giudici, e questo, che nella pubblicistica viene definito riduttivamente un conflitto d’interesse, cozza contro uno dei fondamenti della democrazia, che è equilibrio e controllo. L’organo istituzionale di controllo, il Csm, è espressione dello stesso apparato giudiziario. E il solo controllo ammesso, quello degli stessi giudici in tribunale, è pregiudizialmente corrivo (inarrivabile ma non eccezionale il caso dei giudizi in serie del giudice Gritti a Milano nei primi anni 1990) e mai risolutivo, se non nel senso della condanna. Non ci sono praticamente assoluzioni in Italia – chi le vanta, Andreotti, Mannino, dopo quindici-venti anni di processi, lo fa a denti stretti, non è andato oltre la vecchia “insufficienza di prove”.

"Repubblica" all'ultimo respiro

Tregua oggi nell’assalto di Scalfari a Ferruccio de Bortoli, ma la battaglia non finisce alla prima schermaglia, il direttore del “Corriere della sera” ne è convinto e l’ex direttore di “Repubblica” pure. Anche se l’esito è aperto, e potrebbe essere letale per il quotidiano romano: nessuno si è mai salvato dalla durezza di Scalfari, ma questa volta, si dice, è diverso. Si spiega anche così la strana inversione di ruoli: che Scalfari attacchi il “Corriere”, che dopotutto sta dalla sua parte politica, mentre Berlusconi, accusando il giornale di lesa maestà, in realtà lo difenda.
Scalfari ha sempre amato giganteggiare sulle spalle di avversari poderosi, Cefis, Craxi, Berlusconi. Il direttore del “Corriere della sera” non è della stessa pasta, anzi ne rifugge, nella polemica più volte ha voluto sottolineare la sua onestà, e tuttavia non è una vittima facile. Scalfari può pure contare nella proprietà del “Corriere” alleati ligi, Della Valle, Bazoli, Merloni, ma non gli sarà facile questa volta perché non si tratta di affossare de Bortoli, ma di rilanciare “Repubblica” sulle spalle del “Corriere della sera”. Nessuno dubita a Milano che questa sia la partita.
Il giudizio, dentro e fuori il “Corriere”, è anzi sferzante: “Repubblica” è un guscio vuoto, in tutte le sezioni, con una redazione demoralizzata, decimata per la terza volta in cinque anni, in calo irresistibile di lettori e di readership, tale che, non fosse per Berlusconi, non avrebbe più alcun prestigio – certo è difficile fare sessanta pagine ogni giorno con un fotografo sardo, anche se si muove come un ninja tra i paradisi fiscali, e una escort pugliese. Ma per questo si ritiene che l’assalto di Scalfari sarà tanto più velenoso e ultimativo: ha creato un grande giornale e se lo ritrova inerte. De Bortoli, che nell’ultima replica ha sollevato l’argomento “pubblicizzazione” di “Repubblica”, decisa a favore esclusivo di De Benedetti, ha sorvolato sulle reale natura dell’operazione, come i lettori di questo sito sanno, ma potrebbe costringersi a fare uso anche lui del curaro.

L'etica della Dc

La dottrina del diritto democristiana: come smarcarsi dalla chiesa - c'è ancora la Dc, dunque.
Gustavo Zagrebelsky, Contro l'etica della verità, Laterza, pp.VIII, 171, € 6,90

mercoledì 14 ottobre 2009

Il mercato dell'informazione

C’è chi fornisce le notizie, in segreto, e chi le riceve, è questo il ritratto dell’informazione in Italia. Malinconico, in questo l’Italia è sicuramente malata: la formazione dell’opinione pubblica, che è lo snodo centrale della democrazia, è in mani occulte. Il mercato dell’informazione non è il campo della verità, in cui fatti, eventi, persone vengono rilevati e analizzati, magari con errori, ma in buona fede, bensì un jeu de dupes, una fregatura. Leggendo il giornale bisogna sempre chiedersi: chi dà le notizie, a chi, per quale motivo, e che notizie sono?
Ci sono notizie e “notizie”. E queste solo alcuni hanno, cioè hanno ricevuto: non sono rese pubbliche, come si dovrebbe con le notizie, e come avviene per ogni altro fatto o evento, ma vengono offerte a interlocutori privilegiati, affidabili se non complici. È il famoso mercato dei dossier, le “notizie” fabbricate per un fine: da Fabrizio Corona e Lele Mora per le 71 testate di gossip, da gente che rimane nell’ombra per i dossier politici, di cui però si sa che sono giudici, politici e ufficiali in carriera. Da gente di onore quindi, ma per fini che non possono, in nessuna ipotesi, essere onorevoli.
Non è una novità. Questo è sempre avvenuto nella cronaca giudiziaria, e da qualche tempo dilaga nei migliori giornali, insieme con la cronaca giudiziaria. Ma è sempre stato negato, proprio per non essere pratica onorevole. Ora Ferruccio de Bortoli ne dà agghiacciante, onesta, conferma. Nelle risposte lunedì e oggi agli incredibili attacchi dei concorrenti saprofitici (i personaggi che si fanno forti dell’autorevolezza altrui), il direttore del “Corriere della sera” contesta in particolare l’accusa “di aver nascosto la notizia di Patrizia D’Addario poi diventata famosa in tutto il mondo”. E spiega: “Non è così. Intanto, è stato uno scoop del «Corriere». Certo, l’abbiamo pubblicata con la dovuta cautela e tutti (i) punti interrogativi di una vicenda ancora oggi poco chiara. Altri due giornali, che l’hanno avuta prima di noi, non l’hanno pubblicata”.
“Avuta” la D’Addario? No certo, la “notizia”. Che dunque è stata offerta. L’italiano nello sdegno è venuto traballante, si fa confusione tra i generi e, nel genere femminile, tra la notizia e la D’Addario. Ma non si può pensare che il “Corriere” abbia “avuto” la D’Addario, ha avuto la “notizia”. Che era stata offerta ad altri due giornali (“Stampa” e “Repubblica”, n.d.r.). Da chi? Con che criterio (perché in prima battuta a quei due giornali e non ad altri)? Con quali garanzie di affidabilità?
Il fatto che il “Corriere della sera” avesse recepito e pubblicato la “notizia” in prima pagina era stato subito rimarcato da questo sito: non poteva trattarsi, come voleva l’articolo, della confidenza spontanea di una prostituta di Bari, un giornale di Milano, il più importante, non se ne sarebbe occupato. La notizia, ora lo sappiamo ufficialmente, non si trovava per strada, è stata offerta singolarmente, recapitata. È stata anche pagata? C’è un mercato dei dossier? E se non è stata pagata in euro con che? La credibilità, forse.
Resta poi sempre da accertare da chi e perché il “Corriere della sera” ebbe a fine 1994 la famosa “notizia” di reato a Berlusconi, che, infondata, servì a buttarne giù il governo appena eletto. Quella è sempre il culmine di questo mercato delle notizie. Anche perché sicuramente non è stata pagata.

La fine della sfida Usa a Mosca - e alla Ue?

L’abbandono dello scudo antimissile è l’abbandono netto della strategia antirussa, da parte dell’America, e forse pure di quella anti-Ue. Lo scudo è stato lo strumento principale, ma non il solo, di una politica ventennale degli Stati Uniti contro l’Ue al momento in cui diventava una potenza economica, e contro la Russia che riemergeva come impero nazionale dalla dissoluzione dell’Urss, impero ideologico. Lo ha accompagnato una relazione speciale con alcuni paesi ex satelliti, la Polonia, l’Ucraina, la Repubblica Ceca, la Georgia, e un’azione costante di disturbo della Ue, nei rapporti con l’Est Europa, nell’approvvigionamento di gas, nella stabilizzazione dell’euro. Con un lavoro puntuto di prevenzione di ogni ipotesi di apertura eurorussa, sia politica che meramente economica.
L’azione di disturbo continua sui rapporti economici, e per l’approvvigionamento energetico. Il governo italiano è praticamente costretto da Washington ad adottare un piano di centrali nucleari, mentre ai grandi giornali, “New York Times”, “Wall Street Journal”, “Washington Post”, si fa montare la guardia contro i gasdotti dalla Russia, Blue Stream, Soth Stream, Nord Stream. Ma ciò riguarda ancora l’Europa, e non più la Russia. È finita ogni azione di sabotaggio contro Mosca.
L’apice di questa azione di disturbo fu la Lettere dei Dieci paesi dell’Est in appoggio agli Usa nella guerra all’Iraq. Accompagnata dalla fantasmagorica ipotesi di Nuova Europa, giovane, innovativa, che avrebbe isolato la Germania e la Francia nell’opposizione alla guerra. Mentre era tenuta vigile l’attenzione sui diritti umani nel Caucaso sul Caspio. Ora le molteplici sfide che pone Teheran, e la stessa guerra nell’Arco della crisi, Irak, Afghanistan, Pakistan, hanno suggerito probabilmente il nuovo indirizzo dell’amministrazione Obama. Non specialmente interessata all’Europa, che non vi ha alcun ruolo, ma non ostile. E interessata invece alla Russia.
Un secondo passo atteso è l’ammissione della Russia nella Wto, l’organizzazione del commercio mondiale, dalla quale è stata tenuta pretestuosamente fuori, già ai negoziati che si sono aperti ieri a Ginevra. I motivi per l’apertura a Mosca sono solo evidenti. Obama ne ha bisogno in Iran, per risolvere in qualche modo onorevolmente la questione nucleare. E di più ne ha bisogno in Asia, dall’Afghanistan alla Cina.
È un’evoluzione anche obbligata, perché la Russia di Putin è tornata global player. Con gli stessi trucchi di prima, se sono veri gli avvelenamenti di spie e gli assassini di attivisti civili, non sono cioè invenzioni, in tutto o in parte, della feroce campagna mediatica di Washington e Londra. Ma con uno strumento non contestabile, le fonti di energia invece del sovietismo. Con le forniture di gas e petrolio Mosca ha già creato un’area eurorussa, con Italia, Germania e Francia. E ora si allarga a Oriente, con la Cina.

Telecom dopo AZ, l'handicap dell'italianità

Il salvataggio di Telecom Italia si sta risolvendo in un ridimensionamento, ma senza benefici per l’acquirente Telefònica. Tre anni di Telecom, dopo gli assalti dei privatizzatori italiani, del “nucleo debole” Agnelli, di Colaninno e di Tronchetti Provera, non hanno dato nessuna soddisfazione all’ex monopolista spagnolo. Se non il ridimensionamento del gruppo italiano a suo beneficio in Brasile, Argentina e Germania, poca cosa. E non ha fatto nessun bene a Telecom, dove la ristrutturazione industriale e commerciale con cui combatte ogni giorno Bernabé si scontra con la mancanza di capitali: i due soci italiani, Mediobanca (11 per cento, 37 con Generali) e Intesa (11 per cento) stanno lì a guardia di Telefònica, mentre il terzo socio, il gruppo Benetton, si ritiene in via d’uscita, e più che il rilancio garantiscono lo stallo.
Una soluzione Alitalia in grande, all’insegna dell’italianità e dell’incapacità. Col rischio concreto che di Telecom rimanga poco o nulla. Telefònica non ha potuto ristrutturare e risanare. Magari con taglia ma con produzione di valore. Le banche italiane con garantiscono contro il ridimensionamento e non consentono il rilancio. Tipicamente diffondendo la voce che, chissà, Telefònica si accorderà con Berlusconi-Mediaset in Spagna per ingrandire Telecinco con le spoglie dell’odiato gruppo Prisa-El Paìs, e Berlusconi-capo del governo garantirà in Italia via libera alla ristrutturazione Telefònica. Se Mediobanca e Intesa non ci stanno volentieri, perché non lasciano Telecom? Perché ci vuole la soluzione italiana.

La fantascienza dell'ordinario

La sorpresa è nell’ordinario. Ballard è il più avventuroso, e tuttavia testimone, anche lui, dell’aridità della fantascienza - della fantasia? La fantasia della fantascienza è retrattile, monodimensionale, tutto vi è ridotto alla Forza, iperboreo, iperburocrate. Mentre basta un pensiero, anche semplice o non espresso, per mutare le coordinate.
Ballard, Racconti, vol. I 1956-62

Letture - 16

letterautore

Ateismo – Il credente e l’ateo entrambi hanno visto Dio – quest’ultimo anche nella forma dell’agnostico. L’uno se ne ritiene salvato, l’altro abbandonato. “Non credo in Dio perché non l’ho visto”, dice il Caeiro pastore di Pessoa. Ma questo è l’indifferente – c’è il credente per abitudine (consuetudine) e l’ateo per indifferenza (insensibilità).

Dio - È una Differenza, tra pensare e non pensare. Riconoscerlo è atto d’orgoglio, e dunque peccato?, se un po’ ovunque si raccomanda che non ne parliamo.

Immaginazione - È ciò che fa l’uomo, dal pianto al riso. Nelle forme della logica e della fantasia. Che null’altro nella natura contiene.

Logica – È la scienza del non essere. Che è la storia, e l’incoerenza.
Nella logica nulla è reale. Nulla avviene, tutto si dissolve, in perfezionamenti.

Mito - Tutto, a fine Ottocento, era demi: demi-monde (Dumas figlio), demi-vierge (Prévost), demi-ton, demi-regard… Abbiamo avuto il mini, all’epoca del gigantismo (fusioni, incorporazioni, conglomerati). Poi, all’epoca del “piccolo è bello”, abbiamo avuto il maxi. Ora, all’epoca della vergogna, abbiamo l’etica. Piccole mitologie. Il mito è ciò che manca?

Morale - La morale vuole morti. È l’ordine, una forma di. Non c’è ordine senza vittime – esclusi – ma quella della morale è un’esclusione totale (la legge tempra la pena, legandola a stadi del delitto). Quant’è morale la morale?.

Morte – La morte della morte, per nessun motivo, sia pure deludente (l’età, la malattia), altro che il numero, sotto l’atomica o nella camera a gas. Dove morirono, è bene ricordarlo, non tutti gli ebrei, alcuni: i non ricchi e i non maneggioni. Per un credente può non cambiare nulla. Ma la morte della morte è la fine di ogni altro significato della vita.

Norma - È conservativa: è ciò che è stato. E non ha altro potere se non esterno – la forza nel caso della norma giuridica (Kelsen). La sua razionalità interna è la statistica, e la tradizione.
Quella innovativa è la tradizione recente, la tendenza.

Riso – Democrito ride, Eraclito piange. Ma il primo è superbo.

Santità – Sante e streghe sono persone simili, e i fenomeni che vivono equiparabili. Malee bene in esse si equivalgono, se non per circostanze esterne e minori, soprattutto l’ignoranza e la povertà (le sante nate in famiglie povere sono recenti, a meno che non fossero “semplici”, un po’ matte). Ciò per non vale per i santi, per i quali il male è il male, e il bene, tutto sommato, il bene.
La differenza sta probabilmente nel fatto che la santità maschile si realizza nel mondo, con le opere, mentre quella femminile è psicologica, introiettiva (visioni, macerazioni, rifiuti). Ma tanto più, allora, per essere il quesito così assolutizzato: c’è un’indifferenza femminile tra dio e demonio? Indifferenza storica, naturalmente, non genetica.

Storia – È la realtà. In più di un modo: le fonti, le cause, buone o cattive, i fini, i sentimenti, gli imprevedibili avvenimenti, e le bugie, le furbizie.

È muta, senza la tradizione e la cultura, è contestualizzazione. Si veda dal turismo di massa, che quando si applica alla storia è indigente. Per un americano del Kansas il Panteon è ammirevole per i volumi, l’altezza e il numero delle colonne, la durata nel tempo. Per l’industriale di Cuneo, persona altrettanto egregia del cittadino del Kansas, il calligrafismo giapponese è semplicemente inchiostro.

Non sarà agli inizi? Ancora corriamo, dopo il Big Bang qualche milione di anni fa – 65 milioni di anni fa c’erano i dinosauri, gli esseri umani solo cinque milioni di anni fa, l’homo sapiens Appena duecentomila anni fa.

Tempo – La stazionarietà è impossibile. Impensabile. Non auspicabile.

Virtù – Solo i ricchi sono – possono essere – disinteressati, generosi, cortesi. E belli, nobili, coraggiosi, voluttuosi.

letterautore@antiit.eu

lunedì 12 ottobre 2009

Le cinque piaghe della politica

La cosa peggiore per un paese è non avere un governo: prevale il più forte, il più violento, il più corrotto.
La seconda cosa peggiore è essere governato dalla polizia. In Italia dai giudici, che nessuno elegge, nessuno controlla, e nessuno può contestare, che dirigono le polizie e condannano senza processo. Che quando si fa è sempre lento, lungo, e incerto, una formalità.
La terza è essere governato dall’uomo più ricco d’Italia, che non necessariamente è il migliore - anzi, la ricchezza è sempre sospetta.
Questa sarebbe la disgrazia terza bis: la terza vera è essere governati dai preti, dai talebani per esempio, o dai khomeinisti. Ma in Occidente questo rischio non c’è: solo l’Italia vi era soggetta, da ultimo con Berlinguer, ma Giovanni Paolo II ha spazzato via, se Dio vuole, il clericalismo, che ora ha difficoltà a rientrare per quanto spregiudicato.
La quarta è avere una stampa scandalistica – Gianni Ippoliti ha contato in Italia 71 testate di gossip, noi ne conosciamo di più, chiunque legge lo sa.
La quinta è la democrazia, che vuole essere regolata.
Se si riscrivesse la Bibbia le piaghe sarebbero queste.

La doppia verità dopo il Pci

“Uno Mattina” va bene se dice a Bersani “questa è casa sua”. Se lo dice a Berlusconi attenta alla libertà.
Se lo dice l’Associated Press è vero, che ci governano le banche, o il Fondo monetario. Se lo dice Tremonti è una sciocchezza, un’aggressione eccetera.
I circoli sociali sono buoni quando contestano il G 8 e Ferrara, cattivi quando contestano Chiamparino e la Bresso.
I testimoni chiesti dalla Procura vanno bene, quelli chiesti dalla difesa no.
La chiesa fa bene se critica Letizia Moratti, sindaco di Milano, male se critica Walter Veltroni, sindaco di Roma.
Il consigliere provinciale di Berlusconi sotto inchiesta a Milano prende una pagina, il ministro di Prodi sotto inchiesta a Potenza un articolo breve. Discriminazione doppia, del ministro rispetto al consigliere provinciale, e dei giudici del Sud – che sono napoletani come quelli di Milano.
Nei giornali che fanno l’opinione qualcuno non si è accorto che il partito Comunista non esiste più, e anzi si vergogna di essere esistito. Ma non sono i giapponesi perduti nella giungla, sono gli amabili servitori dei loro padroni.
De Benedetti ha sempre ragione, Berlusconi sempre torto.
È vero che De Benedetti è uno charmeur, scrive anche sul “Foglio” di Ferrara, di filosofia politica, e gli è simpatico, mentre Berlusconi, col quale Ferrara milita, si capisce che gli è antipatico.
Qui bisogna stare attenti. È vero che De Benedetti impiega 1.200 giornalisti, e Berlusconi solo 800. Ma Berlusconi assume, mentre De Benedetti ogni anno ne licenzia cento. Cioè, propriamente li “sistema”. Con le “provvidenze” di Berlusconi.
Le guerre di Bush sono cattive. Ma se le fa Obama sono buone.
Le rendition di terroristi internazionali - i rapimenti di persona - sono un delitto grave per la Procura di Milano se fatte all’epoca di Bush. Non quelle fatte all’epoca di Clinton e Gore, che le hanno volute.
Che altro?