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mercoledì 12 maggio 2010

La vera storia di Giovanni Falcone

Giuseppe Leuzzi

“La mafia è il sotterfugio dell’invidia
che ti colpisce a tradimento”.
Alda Merini, “Delirio amoroso”, 15

Ogni anno si celebra a Palermo il 24 maggio l’anniversario della strage perpetrata contro Giovanni Falcone. Una ricorrenza dovuta, dalla quale però latita la verità. Perché l’attentato fu messo in opera dalla mafia, ma quasi certamente non da sola. E quando il giudice Falcone era già stato assassinato moralmente, spiritualmente. Magistrati, ministri, notabili, sorelle ne violentano ogni anno la memoria, facendolo vittima della mafia e della reazione in agguato, lui che fu vittima della mafia e del potere sinistro che tuttora governa l’opinione. La sinistra faziosa, del Pci (già Pds), del Consiglio superiore della magistratura, e di Leoluca Orlando. O di Violante, il teorico nefasto del Terzo Livello, da cui Falcone rifuggiva, che ha avviato la stagione che ci affligge dell’antipolitica. Il presidente Napolitano dice il giudice assassinato “grande esempio morale”, ed è verissimo, ma non a favore dell’ipocrisia perdurante. Falcone fu ucciso dalla mafia dopo che una certa sinistra ripetutamente, con accanimento, glielo aveva messo nel mirino. Da un anno lo processava con l’accusa di collusione con la mafia.
Io ho conosciuto Giovanni Falcone all’ambasciata americana, a una cena a villa Taverna, la residenza ai Parioli dell’ambasciatore. L’antivigilia dell’attentato. Era sereno e socievole. Al tavolo con De Gennaro, il vice-direttore della Dia, la direzione investigativa antimafia. In ottimi rapporti con Claudio Vitalone e la sua biondissima bella moglie. Era certo, chissà perché, della nomina a capo della Procura Nazionale Antimafia. Forse glielo aveva detto Vitalone, prossimo di Andreotti. Ma l’avevo già incontrato al ministero, al quarto piano, in pizzo all’ascensore. Ero andato al ministero a parlare col professor Federico di alcune statistiche della giustizia, e al quarto piano, uscendo dall’ascensore, c’era di fronte il giudice Falcone che guardava. Triste, lo sguardo sperduto, in una fermata distratta nel suo conchiuso andirivieni per i trenta passi del vestibolo. Era fuori posto, non era un burocrate.
Era una persona a tutto tondo, non quello che aveva fatto il concorso. Né il giudice di partito grigiastro, o del sindacato, del piccolo potere che faceva e di più farà la storia della professione. Per qesto stesso motivo “esposto”, così apparve in quegli istanti, e anzi osteggiato, in ogni forma - compreso l’impossessamento. Una prima netta impressione soverchiata allora dalla sorpresa. Come in una scena da film, d’istinto il pensiero sopravvenne di un killer che sale tranquillo al quarto piano del munito edificio, quando si apre la porta dell’ascensore si trova la vittima davanti con un sorriso smarrito, lo fredda, pigia il bottone, e se ne va.
Il governo proteggeva male Falcone. Dopo la cena a villa Taverna, partì solo, con un autista. Su una Tipo, la macchina di Montalbano, una macchina così, con targa E.I., forse dei Carabinieri. In precedenza ancora, usavo parcheggiare in centro nella piazzetta che ora è stata chiusa per proteggere alle spalle il palazzo Grazioli dove vive Berlusconi. Il parcheggio lungo le mura dei palazzi era proibito ma, come spesso a Roma, tollerato. Finché un giorno un poliziotto trafelato m’inseguì per chiedermi di spostare immediatamente la macchina. Il divieto era stato anche rafforzato da strisce gialle, in corrispondenza di due finestre munite di inferriata. Nella parete posteriore del Primo commissariato di Ps, di piazza del Collegio Romano. Le due finestre corrispondevano all’appartamento di servizio di Giovanni Falcone a Roma, qualcuno mi disse. Dunque il giudice Falcone viveva a Roma sperduto nel ministero e dietro le inferriate di una caserma.
Più di tutto Falcone era isolato politicamente. Anche all’interno della sua stessa corrente sindacale dei magistrati. Per la guerra dichiarata che il Pci conduceva contro di lui senza esclusione di colpi.
Quando il prode Riina chiese le telecamere per affermare, nella pausa di un processo a Reggio Calabria, che il suo nemico ora erano “i comunisti”, un brutto pensiero si affacciò: perché non erano suoi nemici prima, “i comunisti” che nel nome dell’antimafia fecero una guerra senza quartiere contro Falcone? Il giudice che per primo e quasi da solo aveva mostrato che la mafia è fatta di delinquenti, solo più sanguinari di altri, e che si può battere quando si vuole.
Su questo fatto, che non si vuole dire, vale la pena rileggere quanto Ilda Boccassini dichiarò in pubblico il 25 maggio 1992, alla commemorazione milanese di Falcone, reduce dalle condanne ottenute per la “Duomo Connection”, l’inchiesta che aveva condotto col giudice assassinato, davanti al Procuratore Generale Giulio Catelani, al Procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio, suo superiore gerarchico (che poi la riprenderà severamente), e all’Avvocato generale Mario Daniele: “Giovanni sapeva di dovere morire. Ma gli è toccato morire con l’amarezza di essere lasciato solo”. E anzi accusato dai suoi colleghi di lavoro di lavoro e compagni politici: “Voi avete fatto morire Giovanni Falcone, voi con la vostra indifferenza, le vostre critiche. Non potrò mai dimenticare quel giorno a Palermo, due mesi fa, quando a un' assemblea dell’associazione magistrati le parole più gentili per Giovanni, soprattutto da sinistra e da Magistratura democratica, erano di essersi venduto al potere. Mario Almerighi lo disse: «Falcone è un nemico politico»” – Almerighi presenterà un esposto contro Ilda Boccassini al Procuratore Catelani, affermando di non avere pronunciato questa frase, ma l’esposto finirà nel nulla. “Un conto è criticare la Superprocura”, continuò Boccassini, “un conto è dire - come il Csm, i colleghi, gli intellettuali del fronte antimafia - che Falcone era un venduto, una persona non più libera dal potere politico”. Falcone era andato al ministero non per fare carriera: “Giovanni aveva scelto l’unica strada per continuare a aiutare i colleghi, andando al ministero per fare sì che si realizzasse quel progetto rivoluzionario di una struttura unica per combattere la mafia”. Su questo punto l’allora giovane giudice insiste, invitando il governo a non abbandonare il progetto della Superprocura, e denunciando lo smembramento del gruppo di carabinieri che hanno lavorato alla “Duomo Connection”. Ma conclude con una requisitoria precisa: “A quanti colleghi che sono qui ho cercato di fare aprire gli occhi, ma sono stata spazzata via anch’io perché ero amica di Falcone. I colleghi che stamattina sono a Palermo fino all’altro ieri dicevano di diffidare di Giovanni. Gherardo Colombo, tu diffidavi di Falcone, perché sei andato ai funerali? E l’ultima ingiustizia Giovanni lha subita proprio dai giudici di Milano, la rogatoria per lo scandalo delle tangenti gliel’hanno mandata senza gli allegati. Mi telefonò e mi disse: «Che amarezza, non si fidano del direttore generale degli affari penali». Cè tra voi chi diceva che le bombe all’Addaura le aveva messe Giovanni o chi per lui. Abbiate il coraggio di dirlo adesso, e poi voltiamo pagina. Se pensate che non era più autonomo, libero, indipendente, perché andate ai suoi funerali? Dalla Chiesa non può andare ai funerali, Orlando non può andare. Se i colleghi pensano che in questi due anni Giovanni Falcone si sia venduto lo dicano adesso, vergogniamoci e voltiamo pagina. Ciao, Giovanni”.
Nel libro “Fuori l’Italia dal Sud”, edito un anno dopo la morte di Falcone, ne avevo dato a caldo la vera storia, che tuttora rimane l’unica:
Storia di Falcone
“La Direzione Nazionale Antimafia, o Superprocura, l’ha temuta prima ancora che nascesse la mafia, l'ha osteggiata con asprezza la magistratura. Naturalmente non per gli stessi motivi: quelli dei mafiosi sono spregevoli, quelli dei giudici nobili, poiché difendono l'autonomia della magistratura. Ma con un lato oscuro: non c’è serenità nella difesa dei giudici, attenzione alle ragioni degli altri o spirito dialettico, come si diceva prima del diluvio.
“A Giovanni Falcone, ideatore della Superprocura antimafia e candidato a crearla all’inizio del 1992, il Csm ha opposto Agostino Cordova, il procuratore capo di Palmi. È interessante mettere a raffronto le due esperienze. Non per fare un paragone tra due persone, cosa sempre odiosa. Ma per chiarire come mai contro la mafia sono inefficaci magistrati anche ottimi.
“Giovanni Falcone è il magistrato che con più costanza e successo è andato a segno contro Cosa Nostra negli anni Ottanta, in Sicilia e negli Stati Uniti, animando un gruppo di magistrati antimafia costituito alla procura di Palermo insieme con il consigliere istruttore Rocco Chinnici, assassinato nel 1983. I politici lo temevano ma molti magistrati non lo amavano. Vediamo come fu premiato, nel ritratto che ne fa un cronista non del tutto benevolo, Saverio Lodato, in “Potenti”: “Falcone, vale la pena ricordarlo, quando era a Palermo venne bruciato nella sua corsa alla direzione dell’ufficio istruzione da un Csm che gli preferì il consigliere istruttore Antonino Meli, venne bruciato nella sua legittima aspirazione a dirigere l’Alto commissariato contro la mafia da un Parlamento che gli preferì Domenico Sica, non fu eletto al Csm per una manciata di voti che gli venne meno dalla sua corrente, e alla fine si ritrovò posteggiato alla Procura di Palermo”.
“Falcone fu bocciato la prima volta dal Csm grazie anche al voto contrario di due membri del Consiglio che il magistrato riteneva, ha confidato a “Panorama” l’ex superiore di Falcone, Antonino Caponnetto, suoi amici fidati: Marcello Maddalena e Vincenzo Geraci - che insieme a lui aveva per primo interrogato Tommaso Buscetta. Prima del voto Falcone era stato colpito da una serie di lettere infamanti, provenienti da ambienti giudiziari e provvisoriamente attribuite a un fantomatico Corvo. “Andarono di notte a casa di Meli per convincerlo a presentare la domanda”, Antonino Caponnetto ha ancora raccontato all’“Espresso”. Perché da Meli? Perché aveva più anzianità di servizio. “Falcone”, insinua Lodato, “è sopravvissuto per miracolo a un agguato che ancora oggi resta avvolto nel mistero”.
“Bruciato è la parola giusta, perché, spiega il magistrato Nitto Palma, sostituto procuratore a Roma, a Marco Nese per il “Corriere della sera”, “Falcone nella magistratura aveva pochi amici. Non era benvoluto. Anzi. A ogni occasione cercavano di fargli lo sgambetto”. E lo spiega con un'altra vicenda, che Lodato trascura, le accuse di Leoluca Orlando a Falcone: “L’ex sindaco di Palermo va al Csm e accusa Falcone e i giudici palermitani di aver tenuto nei cassetti le carte sui politici mafiosi. Un’accusa gravissima. Bisognava fare chiarezza subito”. Invece il Csm ha lasciato languire la cosa per oltre otto mesi. “Nel frattempo”, dice Palma, “Falcone veniva sottoposto a una pesantissima campagna denigratoria e diffamatoria”.
“Ricorda “l’Unità” il giorno dopo l'assassinio di Falcone: “Quando il Csm lo convocò per difendersi parlò per ore”. L'accusa era stata presa sul serio. Questa la posizione difensiva di Falcone: “Faccio rilevare che tutti i fatti e le rivelazioni di cui si parla oggi (cioè i rapporti tra politici e mafiosi) sono emersi dalle mie indagini, non da inchieste fatte da altri e poi smontate da me”. Conclude “l’Unità”: “A palazzo dei Marescialli i componenti del Consiglio dissero che Falcone era stato molto convincente ma il procedimento che lo riguarda non è stato ancora formalmente archiviato”.
“L'attentato fallito, preparato con la dinamite, doveva aver luogo all'Addaura, un posto di mare, nel 1989, mentre Falcone vi intratteneva il procuratore di Lugano Carla Da Ponte e altri magistrati svizzeri.
“Il Csm, vale la pena ricordarlo, è l'organo di autogoverno dei magistrati. In fatto di sgarbi a Falcone non si è risparmiato: quando il giudice, impedito nella sua carriera a Palermo, assunse la direzione Affari Penali al ministero, gli negò la promozione indispensabile per occupare l'incarico, costringendo la Corte dei Conti a bloccare la nomina. Il Csm non nega mai le promozioni, per il noto principio del galleggiamento, per cui tutti i pari grado vengono fatti beneficiare degli avanzamenti, di titolo o di retribuzione, maturati dal singolo magistrato(omissis). E infatti Falcone ebbe poi l’incarico: importante era manifestare l’ostilità.
Storia di Cordova
“Il 26 febbraio 1992 il comitato Direttivi del Csm ha negato a Falcone la designazione al vertice della Superprocura antimafia, cui si riteneva candidato naturale, preferendogli Agostino Cordova. Contro Falcone hanno votato Franco Coccia, del Pds, e gli esponenti dei sindacati nei quali egli aveva militato, Gianfranco Viglietta di Magistratura Democratica e Alfonso Amatucci dei Verdi. Amatucci chiarì: “L'indipendenza politica di Cordova è comprovata per tabulas ed è più marcata che in Falcone”. Amatucci, giovane magistrato della prima sezione del Tribunale civile, era stato preferito a Falcone nel giugno 1990 alle elezioni per il Csm: “Nella capitale il mio lavoro era molto apprezzato dai colleghi”, ha poi dichiarato a Cristina Mariotti dell’“Espresso”.
“Agostino Cordova, un signore tanto riservato, fino a qualche tempo fa, quanto fantasioso nelle imputazioni, è dal 1987 procuratore capo della Repubblica a Palmi. Governa cioè il distretto a più alta concentrazione mafiosa del mondo, comprendente la stessa Palmi, Gioia Tauro, Rosarno, Taurianova, Oppido Mamertina e altre cittadine minori. Nel settembre del 1990 ha lamentato in una lettera a “Repubblica” che i giudici in Calabria sono ostaggi della mafia, essendo troppo pochi rispetto al numero dei mafiosi: “Nei 33 comuni del circondario ci sono 50 cosche”. In questi ultimi anni, effettivamente, non c’è ragazzo nel distretto che non provi la tentazione di prendere le armi e fare una sua cosca. Ci sono paesi dove non passa sera in cui non si facciano furti, non si brucino automobili o case, e non si spari, anche contro i carabinieri, le loro jeep e le loro caserme, per spregio, per intimidazione, per taglieggiamento.
“Del resto, dice filosoficamente il procuratore capo Cordova a Carlo Macrì del “Corriere della sera” a commento dell'assassinio di Falcone: “Resta fermo il concetto che la mafia vince se decide di vincere”. Di Taurianova, paese famoso per la testa mozzata al salumiere Giuseppe Grimaldi, Cordova aveva detto: “Nella plaga domina la criminalità”. L’assassinio Grimaldi era una vendetta trasversale. Avevano colpito il padre per le colpe commesse qualche mese prima dal figlio Vincenzo, ha spiegato Wladimiro Greco sul “Giorno”: “Tutti sanno che Vincenzo avrebbe fatto parte del commando che uccise il boss, ex consigliere comunale Dc, Giuseppe Zagari, mentre stava facendosi radere dal barbiere”. Tutti meno evidentemente la giustizia.
“Due azioni segnalano Cordova. La lettera a “Repubblica” seguiva a una brillante operazione nella quale i suoi uffici erano malgrado tutto riusciti a produrre, dopo un anno di indagini, e contro il parere del giudice per le indagini preliminari e della Corte di Cassazione, una ventina di capi d'accusa contro l'Enel, che intende costruire una centrale a Gioia Tauro: mancanza del nulloasta dei vigili del fuoco, inosservanza delle norme in materia di qualità dell'aria, distruzione o depauperamento delle bellezze naturali, avvelenamento dell’acqua e delle sostanze alimentari, distruzione di materie prime e di prodotti agricoli, diffusione delle malattie delle piante, inosservanza dei vincoli archeologici, crollo di costruzione, altri eventi calamitosi, turbativa d'asta, e alcuni reati in tema di concessioni edilizie. Un colpo maestro che bloccava la centrale stessa, invisa ai galantuomini della zona.
“All’alba del 3 dicembre 1991, giorno del grande sciopero dei magistrati contro Cossiga e contro la Superprocura antimafia, voluta dal ministro di Grazia a Giustizia Martelli, socialista, Cordova spazza via un colossale traffico di armi, droga e voti messo su a Rosarno dalla cosca mafiosa dei Pesce con i socialisti di tutta la Calabria, il capo della P2 Licio Gelli e imprecisate “alte sfere della Giustizia”, cioè del ministero. Ingenuità o sfrontatezza, il traffico era stato organizzato attraverso il telefono del ristorante di Rosarno, il Crystal. Finiscono dentro o sotto accusa, senza tanti rispetti, anche personaggi integerrimi e rispettati alla pari di Cordova. A due parlamentari socialisti viene contestato l'articolo 112, numero 2, del codice penale, che reca il titolo “promozione e direzione dell’attività criminosa”. I due, insomma, sono capimafia (rileggendo l’atto qualche tempo dopo, Cordova si fa prendere dal dubbio e dice a Sandro Acciari, dell’“Espresso”: “Un errore dattilografico” - ma l'accusa è ben specificata nelle richieste di autorizzazione a procedere inviate alle Camere).
“L’ora X scatta, spiega Pino Arlacchi su “Repubblica” il giorno dopo, a seguito di “un lavoro investigativo complesso, durato due anni, che ha coinvolto nove uffici giudiziari differenti e centinaia di magistrati inquirenti e funzionari di polizia”, e si è tradotto in 650 pagine di motivazioni. “Formalmente aderiamo alla protesta, siamo qua solo per esigenze di servizio”, dice Cordova ai giornalisti. E spiega: “Facciamo rilevare che quando ci sono organi di polizia che operano fattivamente e quando c’è collaborazione tra i magistrati, si possono ottenere risultati positivi anche senza superprocure e senza superprocuratori”. Subito dopo presenta la sua candidatura a Superprocuratore.
“È una candidatura a sorpresa. Ma Sandro Acciari rivela sull’“Espresso” che Cordova è in realtà il primo dei candidati, con un curriculum di prim’ordine: “Nel 1990 il procuratore Cordova ha aperto 23 procedimenti per associazione mafiosa, 14 per associazione a delinquere, 12 per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti”. Il 24 maggio, dopo l’assassinio di Falcone, Cordova precisa sempre all’“Espresso”, di non essere mai stato contrario alla Superprocura, ma solo ad alcuni suoi aspetti”.

A questo punto occorre precisare che nel prosieguo della sua carriera, silurato alla Procura nazionale antimafia (era solo un candidato di rottura, in quanto antisocialista) e poi promosso a capo della Procura di Napoli, il giudice Cordova si manifesterà per quello che era noto, un simpatizzante della destra. In particolare del Msi, ai cui convegni in Calabria la sua signora non mancava di segnalare la propria presenza. È un caso esemplare di quella convergenza sinistra-destra, di cui Pino Arlacchi è uno dei tanti, che con Cordova aveva costruito, prima di diventare parlamentare del Pci-Pds, il concetto di “mafia imprenditrice”. E che tanto peso avrà nella tenaglia di Mani Pulite, all’insegna dell’antipolitica, che ancora serra l’Italia. La storia di Giovanni Falcone così proseguiva:

“Falcone ha pagato l’appoggio del ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Martelli, (alla Superprocura anti-mafia), è stato detto, restando incastrato nello scontro fra lo stesso Guardasigilli e il Consiglio superiore della magistratura. L’ostilità del Csm nei confronti di Martelli certamente ha pesato. Dopo la morte di Falcone il ministro ha proposto la riapertura dei termini del concorso a superprocuratore, essendo venuto a mancare uno dei due candidati. Il Csm, che ha sempre riaperto i termini dei concorsi, per motivi anche futili, ha detto no. No ha detto perfino a una censura, richiesta dal ministro, a quel presidente della corte d'assise di Palermo che si era rifiutato di applicare retroattivamente, a carico di 22 boss importanti, tra essi Pietro Vernengo, un decreto governativo che allungava l’arresto cautelare nei casi di mafia - dopo aver applicato lo stesso decreto tre giorni prima contro un mafioso di mezza tacca, Salvatore Cucuzza.
“La bocciatura di Falcone è stata motivata dalla commissione Direttivi del Csm con la sua presunta scarsa indipendenza dal potere politico. Dopo il no del Csm, Il professor Alessandro Pizzorusso, membro del Consiglio per conto del Pds, è stato ancora più esplicito in un lungo articolo sull’“Unità”: Falcone vi è tratteggiato come “un collaboratore eminente del ministro” piuttosto che come ideatore della Superprocura. Il Csm è un organismo superpoliticizzato e le beghe tra Dc e Pds da una parte e Psi dall'altra non potevano non avere la loro parte.
Ma questo non è tutto, anche perché Falcone non era socialista, né Cordova è pedina di manovre politiche. D’altra parte un organismo d’impulso e coordinamento analogo alla Superprocura anti-mafia era stato teorizzato contro il terrorismo proprio da Magistratura Democratica, vicina al Pds, senza paventare il pericolo di centralizzazione e di subordinazione alla politica.
“In astratto si potrebbe ritenere che, fra le due anime della giustizia, è a quella impersonata da Agostino Cordova che va il consenso della stragrande maggioranza dei magistrati. Essi non vogliono un organismo di lotta attiva alla mafia. Dovendo in qualche modo realizzarlo, perché è una legge dello Stato, preferiscono una gestione impegnata sì, ma sul lato politico: i delitti di associazione, che colpiscono a morte questo o quel partito ma purtroppo non sono temuti dai mafiosi. Essendo la Dna un organismo nuovo, la personalità di chi la crea è molto importante, perché dà all'organismo la sua impronta.
“È già una spiegazione. Ancora dopo la morte di Falcone, il giudice Giuseppe Palombarini, di Magistratura Democratica, membro del Csm, ribadisce: “Era preferibile un candidato che presentava un maggior distacco critico rispetto alla Dna”. Lo stesso Falcone prospettava un problema di autonomia, parlando con Marcelle Padovani della Superprocura: “Esiste indubbiamente il problema del suo assoggettamento al potere politico”. Anche perché “un coordinamento fortemente centralizzato non può essere totalmente separato dagli altri poteri dello Stato”.
“Le soluzioni per un più efficace coordinamento tra esecutivo e giudiziario, senza pregiudizio per l'autonomia, non mancherebbero. Piero Calamandrei aveva suggerito alla Costituente un coordinamento attraverso la partecipazione, a titolo consultivo, di un procuratore generale della Cassazione alla sedute del governo che riguardano gli affari della giustizia. Il ministro Martelli ha proposto che le direttive alla Superprocura, e agli altri pubblici ministeri, fossero impartite periodicamente dal Parlamento.
“Del resto, sulla temuta soggezione politica della Superprocura, spiegherà Giuseppe Di Lello, magistrato di Palermo, amico di Falcone e suo avversario politico, che le cose erano già state chiarite: “Per Falcone doveva servire a tutelare il pubblico ministero; organizziamola noi, prima che ce la organizzino altri, diceva. Per altri, invece, la Superprocura serviva solo a mettere il Pm alle dipendenze dell'esecutivo. Rispetto al pericolo di strumentalizzazione delle sue convinzioni lui glissava: si sentiva più forte delle strumentalizzazioni”. Né si spiega con la politica la larghissima opposizione che Falcone ha sperimentato, da parte dei suoi colleghi filogovernativi prima, e da quelli d'opposizione nonché da buona parte di quelli governativi dopo.
“I contrasti politici e dottrinali sono solo una parte della vicenda - e malgrado i furori ancora la più nobile. Al fondo pesa il modo di essere dei magistrati, rigidamente conservatore. È stato il Csm a smantellare il pool antimafia di Palermo nel 1987. E nel 1988 processò pubblicamente Paolo Borsellino perché aveva criticato la decisione del 1987. La Superprocura in realtà i magistrati non la vogliono affatto. Anche dopo gli assassini di Falcone e Borsellino l’Associazione nazionale magistrati ha confermato con coerenza di volere una gestione anodina della Superprocura, che trascuri i poteri d’impulso e riduca possibilmente agli automatismi di una banca dati quelli di controllo - sempre in attesa che il Parlamento l'abolisca.
“Quanto a Cordova, è stato un altro Meli. Non sappiamo se sono “andati a trovarlo di notte”, come fece il Csm del 1987 con l'allora consigliere istruttore di Palermo. Ma dietro i riconoscimenti ammirati per il procuratore di Palmi, tanto ammirati da risultare bizzarri (di lui i suoi colleghi dicono solitamente: “È incorruttibile” - come se loro non lo fossero), molti membri del Consiglio hanno detto ripetutamente, in privato, di averlo sostenuto solo per boicottare la Superprocura.
“Che Agostino Cordova ci abbia creduto, costringendosi infine a chiedere al Csm il 22 settembre 1992, caduta la candidatura, l’estrema difesa della sua dignità, la dice tutta sul personaggio. Certo, è difficile pensare che ci possa essere una politica così turpe. Ma bisogna avere maturato una psicologia particolare, fortemente corporativa, per proporsi di dirigere un organismo che non si condivide, e per pensare di poterlo fare legittimamente muovendo guerra al governo eletto. Senza accorgersi che il Csm è l’organo più di tutti compromesso con i partiti, l’aspetto oggi meno accettabile della politica”.
In memoriam
La vicenda di Falcone non è tutta naturalmente nella sua morte. Ha un dopo e un prima. Le “condoglianze interessate”, come scrisse Mario Pirani, scattano subito. Appropriarsi del morto di marca, anche di quelli che abbiamo torturato in vita, è stata una tecnica gesuita. Non male, poiché nella religione si dà il ravvedimento purificatore in punto di morte. Talvolta i gesuiti trascesero: famoso è il caso del Leopardi, che due confratelli senza scrupoli dichiararono, qualche anno dopo la morte, convertito all’ultimissimo istante, anzi desideroso di entrare nell’ordine dei difensori del papa. Il togliattismo se n’è appropriato, da Malaparte a Pasolini, ma per una strana morbosità necrofila: non ha infatti il potere di rimettere i peccati, e non è certo che una politica diversa dalla togliattiana sia peccaminosa - tanto più che non si sa cosa il togliattismo, vecchio e nuovo, sia, scosso dal linguaggio doppio, e da abiure, revisioni, autocritiche.
C’è una pagina vera, oltre che spassosa, in “Potenti”, dove Lodato fa il ritratto dell’“avvocato”: “A Palermo l’avvocato è sacro, qualsiasi avvocato, civilista o penalista, anche l'ultimo azzeccagarbugli, ha diritto a essere chiamato l’Avvocato”. Non paga le multe, “entra ed esce dai posti di blocco con la velocità della luce”, ha sempre il posto prenotato al ristorante, i negozianti gli fanno ogni genere di sconto, viene prima del giudice o del professore d’università: “L’Avvocato appartiene ad un olimpo raro”. Si capisce.
Alfredo Galasso, avvocato a Palermo, ex membro Pci del Csm, poi deputato della Rete, con Michele Santoro e Giuliano Ferrara parla di Falcone al Maurizio Costanzo Show. “Mettiamo pure per ipotesi”, dice Giuliano, che ha scelto la compostezza, “che Falcone preparasse, come dicevano certi suoi colleghi del Csm e certi suoi ex amici della Rete, avversari della Superprocura, la subordinazione dei giudici al potere politico. È però certo che la mafia non la pensava così”. Santoro e Galasso fanno propri gli applausi al ricordo di quanto bravo e determinato fosse il giudice Falcone. Ma dicono che non ebbe il coraggio di denunciare Salvo Lima, anzi che si bloccò per non indagare i rapporti tra mafia e politica. Senza un fiore di compassione, l’avvocato e il conduttore si gonfiano come giganti nei confronti del morto. È l’effetto dell’irresponsabilità televisiva, il beato tribunale popolare che magnifica gli avvocati e la retorica. Ma perché passare un’insinuazione che tutti sanno, quindi forse anche Santoro e Galasso, essere falsa?
A Milano, alla commemorazione del giudice dopo i funerali, il Pubblico ministero Ilda Boccassini dice ai colleghi: “Voi avete fatto morire Falcone, con la vostra indifferenza, con le vostre critiche. Un conto è criticare la Superprocura, un conto è dire - come il Csm, i colleghi, gli intellettuali antimafia - che Falcone era un venduto al potere politico”. E ancora, sempre dal resoconto di Luca Fazzo di “Repubblica”: “Non potrò mai dimenticare quel giorno a Palermo, due mesi fa, quando a un’assemblea dell’Associazione magistrati le parole più gentili per Giovanni, sopratutto da sinistra, erano di essersi venduto al potere. Mario Almerighi disse: “Falcone è un nemico politico””. Boccassini, antipatizzante socialista nel processo per la Duomo Connection, da lei istruito e portato rapidamente a termine con condanne per tutti, si rivolge al ministro socialista della Giustizia: “Onorevole Martelli, non abbandoni i giudici che credono nella lotta alla mafia”.
I giudici milanesi non hanno applaudito. Anche perché, dice Boccassini, l’ambiente non era il meglio disposto malgrado il dolore di circostanza: “I colleghi che stamattina sono a Palermo, ai funerali ufficiali, fino all’altro ieri dicevano di diffidare di Giovanni. Gherardo Colombo, tu diffidavi di Falcone, perché sei andato ai funerali? L’ultima ingiustizia Giovanni l’ha subita proprio dai giudici di Milano. La rogatoria (sui conti cifrati in Svizzera) per lo scandalo delle tangenti gliel’hanno mandata senza gli allegati. Mi telefonò e mi disse: “Che amarezza, non si fidano del direttore generale degli Affari Penali!””.
Almerighi era il leader del raggruppamento Verdi-Movimento per la giustizia, l’ultima corrente sindacale dei magistrati, che ha avuto Giovanni Falcone a riverito promotore. Subito dopo la costituzione del raggruppamento il suo rappresentante nel Csm, Alfonso Amatucci, ha votato per Cordova contro Falcone alla Superprocura. Almerighi ha denunciato penalmente Ilda Boccassini: “Ho difeso la dignità di Falcone”, ha scritto nell'esposto.
È stato ucciso perché era solo, scrisse Marcelle Padovani sul “Nouvel Observateur” - giusto il precetto da Falcone a lei dettato in “Cose di casa nostra”, il libro ancora maestro in fatto di lotta alla mafia. Solo Falcone non è stato lasciato dall'opinione pubblica, e nemmeno dalla politica. Solo, anzi osteggiato con asprezza, Falcone era tra i magistrati, le loro associazioni sindacali, il Csm, e da una parte della politica, il Pci-Pds e Leoluca Orlando. Che si giustificavano con la terribile legge pintacudiana del sospetto.
Il seguito è più illuminante dei precedenti, malgrado Falcone fosse già stato dichiarato eroe nazionale - la malvagità ama esibirsi. Ancora nel 2004, la sentenza della Cassazione sul fallito attentato all’Addaura contro Falcone, benché greve di allarmanti ipotesi, ottiene sul “Corriere della sera” del 20 ottobre solo una breve: un “infame linciaggio”, proveniente anche da “ambienti istituzionali”, fu messo in atto contro Falcone per “delegittimarlo”. Da “imprudenti” anche e “autorevoli personaggi pubblici”, che hanno consentito ai “molteplici nemici del giudice d’inventare la tesi dell’attentato simulato”. Non si poteva dire quello che tutti sanno. Che il processo si era fatto perché il giudice Falcone fu sospettato di essersi inventato l’attentato per farsi pubblicità. Dal Pci, dai giudici Domenico Sica, capo dell’antimafia, e Franceso Misiani, allora del Pci, e dal colonnello dei carabinieri, poi generale, Mario Mori, che invece è di destra.
Da questo polverone sull’Addaura Falcone emerge isolato, e questo significa che si può colpirlo. L’isolamento è confermato dai fatti reali, dalle informazioni buonissime di cui Riina dispone su Falcone, che gli consentono l’attentato logisticamente così complesso e riuscito. La reazione confusa all’assassinio Falcone conferma ulteriormente Riina: colpire Borsellino. L’attenzione è stata spostata dal grande processo di mafia alla politica. È solo dopo alcuni anni, dopo l’arresto e le prime condanne, che Riina accusa “i comunisti” – lasciato libero di farlo dai giudici di Reggio Calabria. La prima segnalazione che un attentato si preparava contro di lui Falcone l’aveva avuta dal giudice Favi, ora procuratore generale facente funzioni a Catanzaro, quello che ha avocato l’inchiesta di De Magistris. Su indicazione di un detenuto. Allora sostituto a Siracusa, Favi aveva combinato un incontro in segreto con Falcone a Caltanissetta.
“Che l’attentato alla verità sia un ingranaggio, che ogni menzogna ne trascini con sé, quasi necessariamente, molte altre, chiamate a darsi, almeno in apparenza, scambievole appoggio, l’esperienza della vita lo insegna e quella della storia lo conferma”, Marc Bloch l’ha già scritto al cap. terzo dell’“Apologia della storia”: “Ecco perché tanti celebri falsi si presentano a grappoli… La frode, per sua natura, genera la frode”. Non è facile, “inventare presuppone uno sforzo dal quale rifugge la pigrizia mentale comune alla maggioranza degli uomini”. E allora ecco l’invenzione opportunista: l’interpolazione, la connessione, il ricamo.
A Palermo il gesuita scienziato politico Ennio Pintacuda celebrò i funerali dicendo che la morte di Falcone era opera dell’Antistato. La stessa cosa aveva detto per Salvo Lima. Pina Grassi, deputato Verde, disse invece che era stata strage di Stato, perché, riferì il “Giornale”, “l’agguato è stato teso in una zona vicina a una base Nato strettamente sorvegliata dai militari”. Alla commemorazione dopo il funerale Claudio Martelli disse ai magistrati a Palermo: “Le amarezze più sofferte gliele hanno inflitte quei suoi colleghi che lo hanno talvolta legittimamente criticato e talvolta calunniato”. E aggiunse che Falcone voleva querelarsi. I magistrati abbandonarono in massa la cerimonia, offesi.
Sempre a Palermo, prima ancora dei funerali, due giorni dopo la strage, il grillo parlante Galloni aveva difeso la correttezza del Csm nel preferire il procuratore di Palmi Agostino Cordova a Giovanni Falcone come capo della Superprocura antimafia. Aggiungendo che il Consiglio deve difendere l’indipendenza dei giudici. “Implicitamente”, notò Liana Milella sul “Sole-24 Ore”, “conferma le accuse di scarsa indipendenza fatte a Falcone. Non solo: nega che per la sua esperienza della mafia il magistrato rappresentasse un unicum”. Ma un merito a Galloni va riconosciuto: ha imparato la coerenza. Sei mesi prima aveva negato di avere detto in tv contro Cossiga le cose che tutti avevano sentito. Su Falcone invece tenne duro.
A Palermo naturalmente è sempre un’altra storia, nella quale tanto più rifulge l’eccezionalità di Falcone. Per primo Leoluca Orlando aveva messo Falcone nello stesso conto con Lima, pupi politici nelle mani della mafia, per conto del Psi il giudice, l'altro per conto della Dc. A Rosanna Lampugnani che per “l’Unità” gli poneva trepida il quesito se l’“errore fatale” di Falcone non fosse stato lo scarso impegno nella lotta contro la mafia politica, Orlando rispose: “Falcone non sarebbe stato ucciso se il Psi avesse preso il Quirinale. Se fosse stato eletto Vassalli presidente della Repubblica è molto probabile che Falcone non sarebbe morto. Il suo è un omicidio che arriva alla fine di un regime e assume una valenza enorme”. A Marcello Sorgi che gliene chiese conto per “La Stampa” il giorno dopo precisò: “Craxi doveva approdare ai vertici dello Stato per garantire l'impunità a tutta una parte del Paese che in questo momento, davanti a una crisi di regime, ha molto da temere: penso all’Italia mafiosa di Palermo, Napoli o della Calabria; a quella corrotta di Milano e Roma... Quando s’è capito che Craxi e Vassalli non sarebbero arrivati al Quirinale, è partito il contraccolpo”. E a “Stern”, il settimanale tedesco, annunciò: “Se si potesse perseguire penalmente il capo dei socialisti Craxi, allora in questo paese da un giorno all'altro si aprirebbero meravigliosi spazi di libertà”.
Orlando era reduce da un tentativo sfortunato di mettersi a capo della Dc. Non c’era stata invece una candidatura socialista alle presidenziali del 1992, Vassalli e Craxi erano nomi di bandiera nelle prime inconcludenti votazioni. Ma non si può dire che Orlando non fosse, e non sia, la Palermo che conta, e che ogni anno celebra ora la festa di Falcone.

martedì 11 maggio 2010

Non piacciono a Maroni le informative

Chi tradisce, gli investigatori o i giudici? Il ministro dell’Interno Maroni lo sa, ma non lo dice, e forse novità sono da attendersi negli alti gradi delle forze dell’ordine. L’utilizzo disinvolto di una serie di informative investigative (note di servizio, informative dei Ros, informative della Dia, informative dell'ex Ufficio I della Guardia di Finanza) ha indotto in un primo momento il governo a dubitare delle Procure fiorentina e perugina, nel quadro della sua guerra con le toghe. Ma l’uscita di bugie di breve portata negli ultimi dieci giorni, in direzione di alcuni cronisti di alcuni giornali, ha portato a dubitare che non esista un mercato delle informative. Delle notizia di reato che i carabinieri collazionano prima ancora di qualsiasi verifica. E che escono dosate, mediamente ogni due-tre giorni per creare scandalo, dalla terza settimana dopo il trionfo elettorale della destra. Senza essere agli atti di procedimenti giudiziari.
Il caso di maggior rilievo è l’informativa dei Ros, pubblicata con grande evidenza, che Bondi ha assegnato la direzione dei lavori di ristrutturazione agli Uffizi a un parrucchiere siciliano. Che ha un fratello legato alla mafia. Mentre nulla era vero: Bondi non ha assegnato l’incarico, il siciliano che ha avuto l’incarico (non da Bondi), l’ha rifiutato, è un ingegnere e non un parrucchiere, e suo fratello è un architetto che non ha nessuna ditta. I primi dubbi sulla fonte di queste indiscrezioni erano stati sollevati dalle intercettazioni molto selettive diffuse da Firenze su Bertolaso. E dalla contemporanea diversione dell’attenzione sullo scandalo di Castello nella stessa Firenze, dalla giunta Domenici a Verdini, il coordinatore del Pdl, e al suo amico Riccardo Fusi – che invece nello scandalo ha avuto già ragione, sia in tribunale che in appello.
C'è insomma un mercato illegale di queste informative? La diffusione proditoria delle informative infondate potrebbe rientrare nelle guerre burocratiche. Resta da accertare soprattutto se la manina è una, o se sono più di una. La manina unica porta a Gianni De Gennaro, che non ha buona fama nel partito di Berlusconi - Lino Jannuzzi ne scrive cose atroci: lo fa l’organizzatore dei soliti “venticinque pentiti”, non uno di più non uno di meno, che sempre si ritrovano ad accusare l’obiettivo nel mirino, da Mancini a Andreotti e Contrada. Ma l'ipotesi cozza contro la fiducia che la Lega ha sempre avuto nel superprefetto calabrese. La strada è ora aperta per la nomina a comandante dei carabinieri di un ufficiale della stessa arma, e anche questo turba alcuni equilibri. Maroni ha però chiesto una relazione dettagliata sui fatti.

Ombre - 49

Grande rilievo del “Corriere della sera” all’informativa dei Ros, o della Procura di Firenze, che Bondi ha assegnato la direzione dei lavori agli Uffizi a un parrucchiere siciliano. Legato alla mafia, tramite un fratello, titolare di un’impresa mafiosa. Poi nulla risulta vero. Bondi non ha assegnato l’incarico. C’è un siciliano che ha avuto l’incarico, ma non da Bondi. È un ingegnere e non un parrucchiere. E lo ha rifiutato, non ritenendosi all’altezza. L’ingegnere ha effettivamente un fratello architetto ad Agrigento. Che però non ha nessuna ditta e, dice, “aborro la mafia, la sola parola mi fa paura”. Ma il “Corriere della sera” non si scusa.

"Il Sole 24 Ore" dà l'elenco dei soci delle agenzie americane di rating, Moody's e Standard & Poor's: sono i maggiori investitori, i fondi che fanno il mercato. Situazione certo non ignota in America. Ma senza scandalo. In effetti non c'è bisogno di un atto violento, non è da pensare che Mooy's o S&P's attacchino un titolo o uno Stato per servire i padroni. Né che scambino con loro informazioni riservate. Basta che i loro report, anche quelli buoni, al momento della pubblicazione, passino per primo nelle mani dei soci.

"Ho fatto l'obiettore di coscienza e sono inviato di guerra, dice di sé Andrea Nicastro su "Io Donna". Non per celia.

Fini promuove una fazione politica, con dichiarata ricerca di scandalo, ma si vuole anche presidente della Camera equanime. E anzi più onesto dei suoi avversari politici, anzi no, addirittura "uomo delle istituzioni". E non scherza nemmeno lui.

“Successo mediatico” per Clegg, bocciatura degli elettori: i commentatori italiani non si raccapezzano. È che Clegg era votato dal “Guardian” e l’“Observer”, da sempre col suo partito. Ma nei giornali italiani qualsiasi cosa dicano i giornali inglesi è vangelo. È la scoperta dell’Inghilterra? È obbedienza laica’

C’era l’omofilia vaticana nello scandalo della Protezione Civile. C’è ora il papa, nella persona del suo cerimoniere, l’ex segretario del vescovo “rosso” di Roma, il cardinale Poletti. Manca ancora l’anello: il papa omofilo – meglio sarebbe pedofilo.
Del cerimoniere-segretario si era già occupato il nobilissimo giudice napoletano Woodcock, lui sicuramente ha una traccia.

Lo storico Hobsbawm dice al “Corriere della sera”. “I laburisti pagano le scelte neoliberiste”. Che invece gli hanno consentito di governare tre legislature, dopo un’eclisse di quasi trent’anni. Incredibile storico monocolo, che sempre sbaglia ciò di cui si occupa, il comunismo, il secolo breve, la mafia, e sempre viene riproposto quale autorità – morale? cominformista?

Fini è invitato a tenere una “lectio magistralis” alla facoltà di giornalismo all’università dell’Insubria. E, “da giornalista”, raccomanda ai giovani quello che raccomandava Togliatti, scrive l’Ansa: “Scrivete poco, se non vi viene male ai piedi”.
Dunque. Il Migliore parlava così. Fini è giornalista. L’università dell’Insubria, che sarebbe Varese, capitale di Bossi, ha una facoltà di giornalismo. E invita come massimo esperto Fini, il nemico di Bossi.

Pagine e pagine dedicate alla furbizia, la strafottenza, la fortuna di Mourinho, l’allenatore di calcio più pagato al mondo. Che ha portato alla finale di Champions l’Inter, la squadra di calcio più pagata al mondo, e più indebitata in Italia. E ha ribattuto con disprezzo, verso Milano e verso il calcio italiano, alle paginate adulatorie. Fra le tante furbate di questo Specialone una senz’altro è apprezzabile: ha capito che a Milano bisogna dirsi migliore di tutti. Milano è città femmina, si sarebbe detto una volta, ha bisogno di farsi ingravidare.

Il direttore del Ravello Festival, Stefano Valanzuolo, ha commissionato a Veltroni un poema epico sui morti dello stadio Heysel venticinque anni fa. Che sarà musicato da musicista per ora ignoto. E sarà rappresentato a Ravello, nell’auditorium che ha deturpato quel paradiso terrestre, l’8 luglio. Voce recitante Daniele Formica. Einaudi pubblica il poema in volume. Il “Corriere della sera” lo anticipa nel suo rotocalco “Sette”. Il culto del capo si sposa col mercato?

Camminando sulla spiaggia in via di distruzione a Castelporziano si vedono tette al vento solo donne in età, sui cinquanta e oltre. Non una ragazza sotto i trenta ne è tentata. Di quelle che, quando si vestono, lasciano scoperto il sedere. C’è una liberazione per ogni età? O una del davanti e una del didietro?

“Dalla Procura nuove accuse a Moggi”, titola a tutta pagina mercoledì 28 il “Corriere della sera”: “Raccolte dichiarazioni e documenti definiti importanti dal pm”. Le concordanze lasciano a desiderare ma il senso è chiarissimo. Poi i pm ci devono avere ripensato, perché non hanno raccolto niente, ma questa è l’informazione, il detto del non fatto.

lunedì 10 maggio 2010

Bazoli non cerca più soci, né capitali

Tutti i dubbi sulla possibilità che Intesa dovesse ricorrere a nuovi capitali si ritengono fugati dalla conclusione della vicenda nomine, con la sterilizzazione del socio di maggioranza relativa di Torino, la Compagnia San Paolo. A differenza da Unicredit, Intesa non sarebbe ricorsa all’aumento di capitale per migliorare i ratios di sostenibilità, non ne ha bisogno, ma per diluire la proprietà con nuovi soci ed evitare ogni insidia torinese. Con Beltratti e Elsa Fornero, ora Bazoli è sicuro di non avere inciampi per un perodo abbastanza lungo.
Non c'è un vera insidia torinese, non c'è mai stata, solo il tentativo di far pesare in Banca Intesa il proprio pacchetto. Ma Bazoli ritiene che se si apre la questione del contare di più non si può predirne l'esito. Il rapporto con la Fiat post-Agnelli si era chiuso con una spartizione: Intesa usciva dal gruppo, la Fiat sterilizzava le sue posizoni a Milano, in Mediobanca e Rcs, pour mantenendovi uomini di rappresentanza. Un accordo confermato nell’ultimo giro di poltrone: Elkann si è presa la presidenza di Fiat, ma ha lasciato Montezemolo di rappresentanza a Milano, che ora rappresenta solo se stesso.
La soluzione Beltratti è benvenuta anche perché in questa fase dei mercati sarebbe stato difficile al pur imbattibile Bazoli giustificare come un investimento l’afflusso di nuovi capitali e nuovi soci. Il banchiere bresciano è sempre attento a far passare le sue operazioni di potere come operazioni di mercato e di buona amministrazione.

Torino si dissolve in Banca Intesa

Un fighetta” e niente più, un uomo di rappresentanza: un po’ se ne ride a Milano, della nomina di Andrea Beltratti al vertice del consiglio di gestione di Intesa San Paolo, per conto del socio torinese, la Compagnia San paolo. Ma non c’erano dubbi sul’esito della vicenda: che la torinesità sarebbe stata rappresentata a Milano da un uomo di paglia, seppure di bella presenza. Un bocconiano, seppure torinese di origine, fatto patrocinare da Elsa Fornero, la professoressa torinese che ha preso gusto a stare nel consiglio della Compagnia San Paolo e in quello di Intesa - Milano ha le sue attrattive, il sole Bazoli è irresistibile.
Nessuno dubitava dell’esito perché Giovanni Bazoli in venticinque anni da re della banca non ha mai fallito un colpo. La partita non sembrava così semplice come poi è stata, e questa è l’unica sorpresa. Il fatto che il consiglio della torinese Compagnia San Paolo si fosse fatto imporre da Bazoli un candidato alternativo a Domenico Siniscalco, inizialmente indicato, mostrava già che Torino era in difficoltà. La conclusione della vicenda mostra che non conta più nulla.
La Compagnia San Paolo è sempre il socio di maggior rilievo di Intesa San Paolo ma non ha alcun peso nel gruppo. I soci torinesi ne avevano attribuito la colpa a Enrico Salza, l’ex presidente del Banco San Paolo artefice della fusione con Intesa (“troppo anziano”, “troppo legato alla fusione”). Avevano indicato nell’ex ministro dell’Economia Siniscalco il loro nuovo rappresentante. La cosa non è piaciuta a Bazoli. Non tanto per la persona di Siniscalco quanto perché la candidatura veniva avanzata con propositi revanscisti. Ha fatto sbarramento, usando la Fornero dentro la Compagnia San Paolo, ha chiesto un candidato alternativo, ha mobilitato i giornali del suo gruppo, l’ex Rizzoli Corriere della sera, contro le intromettente della politica nella banca, ha fatto proporre alla Fornero Beltratti, e l’ha ottenuto.

Prova di forza del comitato affari a Firenze

Sono perplessi anche i giornali fiorentini, compresa “la Repubblica”, sulla nuova ondata di indiscrezioni con cui la Procura fiorentina inonda i giornali. Pescando tra le innumerevoli informative dei carabinieri quelle che servono ad allontanare lo scandalo Castello. Per prima l’occupazione di Bondi, con la mafia, della ristrutturazione degli Uffizi. Oggi le consulenze tecniche per i lavoro alla scuola dei Marescialli a Una storiaccia, di cui in città tutti sanno tutto, che assume contorni inquietanti nel modo come la Procura, o i Ros dei Carabinieri, la stanno gestendo. Come in subordine al comitato d'affari che regge Firenze.
Castello è l’area del comune di Firenze che i Della Valla e la Sai puntano a “sviluppare”, cioè a fabbricare. Un progetto portato avanti dagli imprenditori con la giunta del diessino Domenici. Con procedure che avevano costretto la stessa Procura ad aprire un’indagine. E il successore di Domenici, il giovane outsider cattolico Renzi, a sospendere il progetto.
Su questo progetto si gioca ora tutta la politica fiorentina. Renzi si è preso tempo per decidere. I Della Valle puntano i piedi minacciando, ogni paio di mesi, di abbandonare la Fiorentina, la squadra di calcio che hanno ripreso dal fallimento e hanno rilanciato. Nelle more, la Procura ha abbandonato le vecchia indagine per concentrarsi prima sul G 8 della Maddalena e dell’Aquila, contro Bertolaso. Ora, svanita quella pista, sulla mafia agli Uffizi e sulla scuola dei Marescialli che è l’unico progetto partito, concentrando l’attenzione su Bondi e Verdini.
Adesso il momento è favorevole ai Della Valle e a Ligresti. Fiduciosi nuovamente che il progetto ripartirà, anzi verrà sbloccato entro luglio. Il sindaco Renzi non ne è convinto. Ma la prova di forza della Procura è un conferma indiretta della fiducia esibita dagli immobiliaristi.E ciò può forse spiegarsi con quello che non viene detto dai giornali, non dai giornali nazionali, forse per antiberlusconismo. La scuola dei marescialli era stata assegnata, dal comitato d’affari che governa Firenze, alla destra. L’appalto era stato poi bloccato nelle more dello scandalo Castello, la prima fase dello scandalo, che vedeva sotto inchiesta la giunta Domenici. L’impresa di Riccardo Fusi, l’amico di Verdini, aveva ottenuto in Tribunale la condanna dello Stato per il blocco dell’appalto. Dal Tribunale di Firenze. Giudizio che la Corte d’Appello, sempre di Firenze, ha ora confermato: lo Sato dovrà pagare una penale di 28 milioni - Fusi ha fatto l’affare senza lavorare. Si spiega così, seppure in maniera contorta, l’accanimento della Procura contro Fusi-Verdini: convincere Renzi che il comitato d’affari che regge Firenze è inscalfibile, può fare il bello e il cattivo tempo.

sabato 8 maggio 2010

Tradimenti intellettuali a perdere

Il Professore è arrabbiato, il mondo lo indigna. Ma il tentativo di Franco Cordelli di “aprire il dibattito” sul suo pamphlet, benché avviato con argomenti di peso, e sostenuto dal “Corriere della sera”, è caduto nel nulla. Il pamphlet stesso è della realtà che denuncia: la polemica vuole essere breve, ma non epidermica.
Ferroni vaga incupito, nella prima parte, a Torino tra la Fiera del Libro e piazza San Carlo, dove Maria De Filippi registra “Amici”. Trova tutto nero, non solo troppe chiacchiere ma anche troppi libri. In treno trova le conversazioni da treno. Che ci sono sempre state, almeno da quando ci sono i treni. Gli danno fastidio gli applausi ai funerali (quando c’era l’Avvocato Agnelli i giornalisti lo applaudivano sempre a Torino, quando ogni anno celebrava i successi di allora, avesse visto allora, Ferroni). Non ama i romanzi lunghi. E non sopporta “l’insopportabile arcadia del noir”. Propone allora un’ecologia delle comunicazioni, del tipo limiti allo sviluppo. Con “un’ecologia del libro, e della letteratura”. E dei battimani?
È un male comune. Altri accademici e critici militanti, da Citati a Pedullà, Ficara, Cortellessa, si sono trovati disoccupati nel Millennio. Ma ne hanno ragionato. Qui invece è come se il riservato professore, in età adulta, scoprisse il mondo. Nella seconda metà del libro non si perita infatti di salvare un centinaio di scrittori che la letto con interesse, compilandone schede lusinghiere. In particolare di racconti, le narrazioni brevi preferendo ai romanzi. La gioia, si potrebbe dire, del critico militante, che lavora sui testi e gli autori, da cui si era finora tenuto lontano, cento autori salvati in queste ultime stagioni non sono pochi. Scopre anche Arbasino, e René Girard. E dunque cosa affligge l’autore?
Ci sono un paio di modi semplici per attaccare questo nulla. Il più semplice è l’autonomia del critico. Il mercato dei libri disturba perché usa la critica a scopo promozionale; anticipazioni, sigillo d’autore, presentazioni, risvolti e quarte di copertina, recensioni, premi letterari. E la critica per ipocrisia o corruzione si presta. Le altre cose si vendono vantando doti intrinseche (qualità, solidità, durata, brillantezza). O con ausili esterni (personaggi, situazioni, dialoghi, slogan) in grado di richiamare l’attenzione. I libri si vogliono vendere con la critica, e i critici si acconciano – magari gratis.
Ferroni non ci fa caso: per lui il mercato (la contemporaneità) è brutto, e basta. Né fa caso all’altro evidente strumento di omologazone nell’indistinto: la coltre di smog che ha planato sulle lettere italiane. Dopo la lunga e sterile stagione del neo realismo obbligato. A opera dello stessa intellettualità, che, seppure perdente, resta dominante.
L’intellettualità italiana, compresa quella letteraria, è sopravvissuta al crollo dell’impalcatura che essa sosteneva, tanto invadente quanto arrugginita e soffocante. Non si è pentita (non ha fatto autocritica), come pure era abituata a fare sotto l’impalcatura per questioni anche minime, e quindi galleggia nel vuoto. Facendone colpevole il resto del mondo, e per prima ovviamente l’Italia. Da una trentina d’anni ormai. Tutto soffocando: uno scrittore nuovo, uno vero, un poeta, una poetica, un’idea? Tutta la capacità combinatoria maturata quando il Novecento era ancora in vita, di “decostruzioni, decentramenti, ricostruzioni del senso” (Ferroni) si è perduta in questa pervicace rimozione, a parte l’indignazione. Ferroni stesso, che è il migliore di questi peggiori, evidentemente ne è parte.
C’è una trahison des clercs molto palpabile nei giornali e nell’editoria, che però devono “stare nel mercato”. Quella della scuola, che manda fuori ragazzi che non sanno fare le addizioni, e dell’università, che lamenta i mezzi limitati mentre fa sprechi pazzeschi, di soldi e d’intelligenza, è solo tradimento e basta. Ferroni stesso lo dice senza volerlo chiudendo le tre pagine che dedica al romanzo di Veltroni: “Ma Berlusconi avrà bisogno di scrivere (o farsi scrivere) un romanzo?” È quello che fa la differenza (che fa vincere Berlusconi): Berlusconi non ha bisogno di menate il torrone, non si camuffa.
Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, Laterza, pp. 110, €9

Che superbi letterati, i russi

Libro specialistico sulla prima poesia russa dell’Ottocento – il tema principale è “Gli arcaisti e Puškin”. Testimonianza di una superba civiltà letteraria, senza paragoni (una questione della lingua di questa intesità non c'è in nessuna epoca in Inghilterra o Francia o Germania, solo in Italia, ma meno insistita e condivisa, meno colta anche). All’epoca di riferimento e ancora un secolo dopo, con la geniale scuola critica.
Jurij N. Tynjanov, Formalismo e storia letteraria

Bertolaso mette la giudiziaria allo specchio

Un viso solare da una parte, visi torvi dall’altra, un po’ sporchetti. Non è piaciuta ai cronisti giudiziari, costretti alla messa in pagina delle “intercettazioni” dall’altra parte della storia, l’autodifesa di Bertolaso a palazzo Chigi. Nello speciale più seguito e più visto di Sky Tg, benché lungo un’ora e mezza. Perché il sottosegretario li ha presi al loro gioco: ha inscenato lui il processo nel quale i cronisti giudiziari lo costringono da tre o quattro mesi. Una mossa geniale. Partita palesemente da quella che è la “verità” della televisione: non conta quello che dico, conta come appaio. Che potrebbe aprire una nuova stagione della controinformazione, anche nei talk show, il computer consentendo di ripristinare dal vivo, con l’immagine, le superchierie della giudiziaria.
La cronaca giudiziaria, che domina il giornalismo italiano dal 1992, era la parte nascosta del giornale: un giornalismo viscido, dove circolano molti dossier, e informazioni pilotate di parte. E tale è rimasta, anche se fa le prime pagine e i quattro quinti del giornalismo. Al vecchio praticone delle questure e dei tribunali è succeduta la signorina laureata in legge, ma l’animo è sempre lo stesso: accusare. Senza scrupolo di verità, senza sensibilità, e senza nemmeno coerenza (si può dire oggi il contrario di ieri). Se non c’è scandalo non c’è giornalismo, per questi cronisti. Il tutto sempre nell’ombra, senza mai dichiarare la fonte, o l’interesse che si sta servendo, economico o politico che sia.
Il lato oscuro della cronaca giudiziaria è anzi, se possibile, peggiorato. Per due aspetti non secondari. Il primo, e più importante, è che il cronista giudiziario fa ora parte di un’associazione a delinquere - ora cioè col moltiplicarsi dell’indiscrezione. La guerra tra Sarzanini e D’Avanzo a chi arriva prima sullo scandalo potrebbe essere epica, se non fosse squallida. Il giudiziario non può avere le necessarie indiscrezioni (anticipazioni, intercettazioni, voci) se non in un sistema di scambio con procuratori, avvocati, mediatori, e funzionari pubblici infedeli, nella magistratura e nella polizia giudiziaria, che trafficano le informazioni riservate. Alcune volte per soldi. Altre volte per favorire un concorrente contro l’altro. Più spesso per il mercato delle influenze: il sostegno per la carriera amministrativa, politica, di pentito, di mercato.

Il non governo è di sinistra?

Nuovi beniamini della sinistra postcomunista, dopo Moretti, Di Pietro e Grillo, sono quelli dello sfascio, Casini e Fini. I due eterni giovani, che non sanno quello che vogliono, ma lo vogliono subito. Mentre subito il lavoro di gran lena riprende, dopo lo choc delle elezioni regionali, per azzoppare il governo, impedirgli di governare. Con l’“assoluzione” di Marrazzo, povera stella – e la giunta che si vorrebbe subito sciolta della Polverini. La condanna di Storace, per sentito dire. La condanna di Verdini, anche se ancora deve essere sentito dai giudici. L’anticipazione che e tre o quattro ministri, fra i tanti ascoltati (intercettati), promettono di nutrire grassi dossier. E ancora manca la Sicilia, che sempre è piena di sorprese. Sotto gli scandali, lo scandalo è il moralismo
Questo Berlusconi non finisce mai di riempire la cronaca nera. Ma nessuno più ci crede: siamo al punto che se un Berlusconi vero, non il sosia che dice le barzellette, scendesse a Largo Chigi, accompagnato dai suoi guardioni, e pugnalasse il primo che passa, la gente direbbe che se lo sono inventato i giornali. Perché il punto è, la gente non lo sa ma lo “sa”, lo fiuta, che Berlusconi sarà pure un lestofante, ma l’interesse di chi ce lo ha buttato e ce lo butta addosso è di impedirgli di governare, se gliene venisse l’uzzolo, dato che nei prossimi tre anni non avrà nient’altro da fare.
Che i giudici siano antiberlusconiani, o solo nemici di qualsiasi politico che tenti di farli lavorare, questo è irrilevante: nessun giudice fa opinione in Italia. Mentre la gente sa che “i giornali”, cioè i padroni dei giornali, e alcuni giornalisti pieni di se stessi, vedono come il fumo negli occhi che un governo, qualsiasi governo, governi. Perché questa sinistra tiene loro bordone?

giovedì 6 maggio 2010

Il “genere” della nuova umanità

Un pamphlet sconveniente, che la storica cattolica, già edita dal Mulino e da Laterza, deve pubblicare in casa, con l’editrice della omonima associazione di spiritualità di diritto pontificio. È uno svelto uppercut al “genere”, la nuova ideologia (ma non è una filosofia?) dell’essere umano indistinto sessualmente, clone della nuova umanità. Umberto Veronesi ne ha annunciato un paio d’anni fa l’avvento: “L’umanità sarà bisessuale”, perpetuamente transgender cioè, separando la sessualità dalla procreazione, che si farà in provetta. Un esito dell’eugenetica che neanche il dottor Mengele avrebbe saputo concepire, auspicato con la sovrana indifferenza del monumento sopravvissuto a se stesso: l’“uomo nuovo”, senza Dio e senza natura.
Il genere non è nuovo: si ipotizzava già a fine Settecento, nella civiltà degli automi, con le “Misantrofile” e altri manichini. Un secolo dopo era materia di sperimentazione scientifica, con i soldi dei Krupp e di Theodor Roosevelt, in Germania e negli Usa, nell’ambito dell’eugenetica. Un secolo dopo è vangelo all’Onu, e all’Unione europea, facendo leva non più sulla licenza ma sull’igiene e l’uguaglianza. La progressione è impressionante. Fra il 2000 e il 2006 l’Ue ha speso tre miliardi e mezzo di euro, attraverso il Fondo sociale, per finanziare il genere – un quarto dei quali nella sola Italia. La cifra non è plausibile, anche perché gli anni sono quelli della Ue dei cattolici Prodi e Barroso. E tuttavia un decimo dei tre miliardi e mezzo sarebbe già tanto, considerata la tirchieria del Fondo Sociale Europeo in altri campi. Ma forse non tutto è perduto, l’umanità deve pur sopravvivere anche al genere della “nuova umanità”, che è suicidario.
Giulia Galeotti, Gender-Genere, Viverein, pp.101, € 5

Il complotto è infettivo

Il Priorato di Sion esiste. È un’associazione di inquilini di case popolari costituita nel 1956 nell’Alta Savoia francese, presso la sottoprefettura di Saint-Julien-en-Genevois. Un letterato senza fortuna, Pierre Plantard, fece del nome un ordine cavalleresco segreto, nominandosene Gran Priore, l’ultimo di una serie di uomini eccellenti. Un ordine creato nel 1099 da Goffredo di Buglione, a protezione dei re francesi. Che disse progenie delle nozze segrete di Gesù con Maria Maddalena, di cui da una diecina d’anni s’era avuta “notizia” nel vangelo apocrifo di Filippo, emerso a Nag Hammadi in Egitto. Dopo un'altra diecina d’anni, con l’aiuto di altri due letterati fantasisti, Philipp de Chérisey e Gérard de Sède, il neo Gran Priore compilò dei “Dossier segreti” sul Priorato e li depositò alla Bibliothèque Nationale.
Dan Brown non è il primo che ha fatto tesoro del Priorato. Tutto il “Codice Da Vinci” è contenuto in “Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni”, un best-seller costruito da tre giornalisti inglesi nel 1982, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. E non è il solo, altri se ne sono avvalsi. Compresi i tanti “studiosi” che si sono offerti di analizzare gli errori e i falsi del “Codice da Vinci”, per beneficiare del business (dopo il “Codice da Vinci” Mondadori ha rilanciato anche “Il Santo Graal” dell’‘82): Dan Brown ha solo sostituito il complotto cattolico a quello giudeo-massonico.
Si legge il libro con divertimento, è un saggio-antologia. Una sintesi degli studi in più volumi dello stesso autore sulla cospirologia: Taguieff è uno storico filo-israeliano, quindi per metà libro rifà la vicenda dei “Protocolli di Sion”, con lunghe cronache di cosa pensa Ahmadinejad e cosa dice Chavez. Ma ha un ampio spettro di interessi e una incredibile documentazione da far godere. Sono tre secoli che i complotti contrapposti animano la storia europea. Anzi quattro, se il prototipo si considera i “Monita privata” dei gesuiti, o “Monita secreta”, compilato nel 1612 da un gesuita polacco, Hieronim Jawroswski, spretato l’anno prima. Una storia di cui il succo è il tormento di un antigesuita degli anni 1930, André Lorulot: “Il loro solo scopo (dei gesuiti) è il dominio universale… Si fiutano dappertutto, non si trovano in nessun posto. Come colpirli? Sono inafferrabili? Come difendersi?” Impossibile.
Si legge perciò questo “Imaginaire” anche con inquietudine: con la stessa credulità incredula con cui si leggono i complotti – a parte la noia del “Codice da Vinci”. Lo spirito del complotto è tale che si finisce inevitabilmente vittime della furbata di Dan Brown, la mezza pagina iniziale in cui promette l’accertamento della verità. Nel mentre che dice due enormi castronerie. Ma il lettore non lo sa e s’inoltra nella sconclusionata lettura. È l’ultima trovata di marketing del genere, dice Taguieff: presentarsi come solida verità contro la deriva cospirazione, come decodifica e demistificazione. Il complotto del complotto. O viceversa, perché no? Il complotto del non complotto, oppure il complotto del complotto reale - la paranoia, come si suol dire, non esclude che un complotto ci sia.
Si può ipotizzare che il libro più venduto – il “Codice da Vinci” ha venduto quaranta milioni di copie - possa essere il meno letto, tanto va sotto le attese? Ma allora è tanto più inquietante: il complotto è una forma di droga, inutile farci la tara. Il complotto è ordinario, la Rai ne è piena, e la politica italiana. Se è vero che Cavour, Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, i padri della patria, erano tutti spiritisti... Sono alla pagina 534 del volume 25 della “Storia d'Italia Einaudi”, dedicato all’esoterismo - o anche la “Storia d'Italia Einaudi”...
Pierre-André Taguieff, L’imaginaire du complot mondial, Mille-et-une-nuits, pp.215, € 3

La barbarie è per De Sanctis in Calabria

Francesco De Santis passò quindici mesi in volontario esilio a Cosenza, ospite del barone Guzolini (o non Cozzolino?), dopo il fallimento dei moti del ’48 e il licenziamento alla Nunziatella, dove insegnava stipendiato. Dall’ottobre 1849 al Natale 1850. Alla vigilia di Natale fu arrestato, tradotto a Napoli, e recluso per quasi tre anni al castel dell’Ovo. A Cosenza, benché riverito, non si sente a suo agio: nelle lettere ad amici e allievi, che Croce ha raccolto in questa brochure, ne parla come di “ultimo angolo della bassezza e della barbarie”, e di “barbari luoghi”, sempre fisso su Napoli (“ho un paradiso innanzi agli occhi”). Se si considera l’apertura di De Sanctis, si capisce quale abisso separava Napoli dai territori del Regno. Forse di cultura (ma Cosenza non era indietro negli studi), sicuramente di indifferenza e disprezzo: Napoli non è stata una capitale.
Recluso senza processo, De Sanctis era stato arrestato su delazione di un pentito. Un preteso mazziniano che nessuno conosceva. Anche in questo la vicenda è molto “contemporanea”. Le feste per centocinquantenario dovrebbero farsi carico di queste persistenze, sono parte della storia e del carattere nazionale.
Benedetto Croce, Il soggiorno in Calabra, l’arresto e la prigionia di Francesco De Sanctis

martedì 4 maggio 2010

Perde le foglie Dc il carciofo berlusconiano

Perde le foglie, il carciofone berlusconiano. È anche naturale: è troppo gonfio, e comincia ad andare fuori stagione. Il carciofo d’altra parte è fatto così, che le foglie esterne, indurite, insapori, stanno lì per proteggere il cuore interno ed essere via via buttate. Ma c’è un fatto specifico, in questo assottigliamento: le foglie esterne, che s’induriscono e si perdono, sono sempre democristiane. Sono Casini, Mastella, Lombardo, la Dc di Pizza, e i sempiterni Pisanu e Scajola. Con Fini, che non è nato democristiano, ma è come se.
Un’altra caratteristica è che queste foglie vanno e vengono: un’elezione di qua, una di là. Amano e odiano Berlsuconi, e la ragione è nota: lo ritengono un usurpatore, uno che deve “restituire” i voti. Questa è una pretesa all’apparenza peregrina, che però potrebbe essere veritiera, e pure giusta: Si provi a immaginare il partito di Berlusconi senza Berlusconi, che ne è l’anima e il corpo. L’unica forma che prende è quella di una formazione liberalsocialista, quale è stata in questo governo, prima della ormai lunghissima pausa. Laica ma con una forte presenza dei democristiani liberali e liberisti, gli ex giovani di Comunione e Liberazione.

Letture - 31

letterautore

Alvaro – I libri di viaggio, in Turchia, in Russia, nelle Paludi Pontine, ancora leggibili, le corrispondenze da Parigi e Berlino, dove vede, annota, segnala tutto ciò che popolerà quegli anni, da Proust a Grosz, Piscator e Benjamin, fanno di Alvaro uno degli scrittori più colti del suo tempo, in grado di sapere cosa stava succedendo nel mondo. Remo Ceserani lo ritiene “molto più colto e informato di gran parte degli scrittori italiani dei suoi anni e consapevole degli esperimenti e problemi affrontati dalla contemporanea letteratura europea, compresa quella russa”. Ma si vuole nei racconti, in troppi racconti, diverso: un meridionale. Benché incongruo (insignificante), l’aggettivo è in lui ricorrente – nel racconto “Mezzogiorno” lo collega addirittura alla fame, giocando sul doppio significato del termine. Alvaro più di tutti, più forse di Verga, ha fissato (cristallizzato) il meridionale. Che qualche volta vive la natura, ma quasi sempre è triste, sfuggente, inaffidabile, collerico, violento. Gianfranco Contini ha potuto così delineare un tema caratteristico, se non centrale, di Alvaro: “Che cos’è un uomo, un meridionale, di fronte alla donna”. Una donna che invece è instancabilmente nordica.
In “Nasce un villaggio”, uno degli abbozzi raccolti da Ceserani in “La signora dell’isola”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale: “Un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che nella stessa raccolta ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato insomma da un residuo di orgoglio. Perché è, al fondo, un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci.

Best-seller - Capita spesso d’imbattersi in best-seller, ma senza mai una rivelazione. Si è diffusa da alcuni anni la pratica di offrire il primo capitolo di molti best-seller in lettura gratuita. Sulla rete, o spillati con i settimanali. La curiosità c’è sempre di vedere cose dicono. Anche perché la primizia è sempre presentata da due o tre persone autorevoli, della televisione, dei giornali, in termini estremamente invitanti. Si sa anche che il primo capitolo è fatto apposta per invitare alla lettura. Ma di nessuno ancora è successo. Non sarà best-seller un bestseller? Cioè, bestseller si nasce: c’è un’eugenetica del libro.

Dialetto – In uno scritto del 1945 sul “Ponte” Giani Stuparich rievoca le ore passate al caffè Garibaldi, poi al caffè Nazionale, a Trieste, con gli amici artisti, e Umberto Saba, “Bobi” Bazlen, Giorgio Fano e altri letterati meno noti. Il dominus della compagnia era Vigilio Giotti, scrive Stuparich, il poeta dialettale, che conosceva la città e i suoi aneddoti e sapeva raccontarli: “Era come se disegnasse e dipingesse, e tutti l’ascoltavano e «vedevano». Gustosissimo narratore questo poeta”. Ma, “più strano”, scrive ancora Stuparich, è che “mentre nei suoi versi adopera il dialetto, parlando s’esprime in lingua: il poeta «dialettale» (tanto poco dialettale nel senso comune della parola) era il solo che in messo a noi parlasse in lingua, una sobria lingua toscana, rimastagli dal suo lungo soggiorno tra Firenze e Pisa”. Tanto più strano in quanto di nome tedesco, all’anagrafe Giotti faceva Schönbeck: “La madre di Giotti era d’origine veneta e il padre, un curioso tipo di mistico svedenborghiano, figlio d’un ufficiale austriaco e d’una mantovana, era venuto a Trieste dalla Boemia”. Prima della prima guerra, Giotti aveva completato la sua educazione italiana in Toscana.
Stuparich ipostatizza in breve la “questione del dialetto”. Che non può essere il bilinguismo forzoso che la Lega introduce dove amministra, specialmente ridicolo in Veneto, dove la toponomastica italiana viene doppiata da una pronuncia dialettale. Il dialetto è la lingua identitaria di una città, Trieste. Mentre l’identità di Giotti era italiana, e non poteva che esserlo.

Giallo – In”Raffles e Miss Blandish” Orwell, sopraffatto dall’abilità di James Hadley Chase, ne fa un caso di letteratura di borgata: “L’emancipazione è completata, Freud e Machiavelli hanno raggiunto le periferie”. Quel libro “è puro fascismo” si è fatto dire da un amico di “Niente orchidee per Miss Blandish”. Una storiaccia in cui ha contato otto assassinii, un numero incalcolabile di assassinii e e ferimenti casuali, la flagellazione ripetuta di Miss Blandish per eccitare il suo violentatore, una tortura con sigarette incandescenti, un’esumazione, un orgasmo da accoltellamento, l’identificazione della vittima col suo violentatore.
Roba di repertorio sadomasochista e una storia implausibile prima che orrenda. Che Hadley Chase riesce a farci leggere, e questo non sarebbe da sottovalutare. Ma che c’entrano le borgate? Il giallo non è letteratura popolare. Hadley Chase si sarebbe sorpreso di fare letteratura popolare, un inglese che sa così bene far parlare gli slang americani.

Manzoni - Il suo catalogo è impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
In un luogo non evocativo, come sono Otranto o Saragozza, ma reale, storico, normale, Milano e dintorni.

Proust – Gli album Proust sono atroci. È goffo lui in ogni situazione, che si faceva beffe di tutti. Sono impresentabili le donne, le grandi dame come le ragazze, ordinarie e più spesso brutte – di un brutto non bello. Solo gli uomini sono bellissimi, ma allora di un genere non proustiano, molto romantici, e con lo sguardo assente e vuoto. L’opera è un miracolo a parte. Ma nel caso di Proust non si fare a meno del vissuto, ogni lettura ne è bacata, tanto è forte il “marcellismo”, come dice Barthes.

Scrivere – Oggi si scrive troppo, si dice: scrivono tutti. Si scrive molto perché si legge molto. Insoddisfatti. Robetta, che il lettore pensa di poter scrivere meglio. È vero che il lettore è un po’ partecipe dell’opera. Ma quando c’erano gli scrittori, il lettore non si avventurava nella scrittura, si accontentava d’interpretare (leggere) ciò che leggeva.

letterautore@antiit.eu

lunedì 3 maggio 2010

Voglia d'inflazione controllata - 3

La proposta di Olivier Blanchard, il direttore Ricerche del Fondo monetario internazionale, di riassorbire un po’ del nuovo debito raddoppiando il tasso-obiettivo dell’inflazione, dal 2 al 4 per cento, è stata contrastata dalla Banca centrale europea, e dopo un paio di mesi è stata ridimensionata dal direttore generale del Fondo, Strauss-Kahn. Ma resta sul campo. In Germania, dove l’idea più ha suscitato critiche, si dà peraltro per scontato che con la crisi dei “debiti sovrani”, dei debiti pubblici, dopo quella finanziaria e quella economica, un certo ritorno d’inflazione sarà nei fatti. Il ristagno non sarà altrimenti evitato per un lungo periodo di tempo. Troppo per l’Europa, che al termine della stagflazione potrebbe essere fuori dalla ristrutturazione mondiale. Come riconosce il rappresentante tedesco alla Bce, Jürgen Stark, seppure stigmatizzandola, è normale “la tentazione dei governi di ricorrere e un’inflazione più elevata per monetizzare parzialmente la drammatica crescita del debito pubblico”.
Il debito dopo la crisi è comunque insostenibile, non più solo per pochi e isolati paesi, il Giappone o l’Italia. Posto che gli standard di sostenibilità del debito restino quelli in vigore, il 60 per cento del pil per le economie mature e il 40 per cento per quelle emergenti, tutti i paesi industriali ne sono abbondantemente fuori, con l’eccezione della Cina. Per paesi emergenti si intendono i paesi europei di nuova affluenza, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, e anche la Turchia: tutti questi paesi hanno un debito già superiore al 60 per cento del pil, invece che sotto il 40.
In alternativa all’inflazione altre forme di consolidamento vanno attivate, coattive. Il debito alle dimensioni cui è esploso, non sarebbe altrimenti riassorbibile, e cioè continuerà a crescere su base esponenziale. Se non a costi suicidari. Uno studio della Deutsche Bank sull’avanzo primario necessario per i quaranta paesi industriali a rientrare negli standard di sostenibilità dà azioni insostenibili, per almeno dieci anni. Il Giappone dovrebbe ogni anno stringere la cinghia (realizzare un bilancio pubblico in attivo, al netto degli interessi sul debito) di ben 13 punti di pil. L’Italia di 8,2 punti, come la Grecia. Gli Usa di 3,6 punti annui, la Francia di 3,5, la Germania di 3,2, la Gran Bretagna di 3.

La Cina non intercetta

Bo Xilai è l’astro nascente della nomenclatura cinese. Figlio di Bo Yibo, uno degli “otto immortali” di Mao, alla pari di Deng Xiaoping, che poi sostenne vigorosamente, è recente cooptazione del Politburo, e sarà uno dei suoi nove membri permanenti al congresso del Partito fra due anni, quando sette degli attuali nove capi dovranno lasciare. Deve la sua ascesa, oltre che al nome, alla campagna anticorruzione condotta a Chongqing dove è segretario del Partito, con più di tremila arresti in soli nove mesi, 87 funzionari accusati di collusione con la mafia, incluso l’ex capo della Polizia e Procuratore Capo Wen Quiang, e nove condanne a morte. Chongqing è la Detroit cinese, città siderurgica e metalmeccanica, uno dei quattro grandi centri dell’industria automobilistica, metropoli della Cina Gialla, avamposto della corsa all’Ovest.
“Asia Times” Bo Xilai ha presentato l’altro mese come la vedette del Congresso del Popolo: a sessant’anni, “l’alto, telegenico Bo Xilai ha personalità, charme e carisma”, un po’ populista, il giusto, e “molto popolare”, soprattutto fra i “netizen”, il pubblico della rete, anche per i suoi richiami a Mao, all’epigrammatica e alla sloganistica del Grande Timoniere. Non altrettanto popolare è però Bo, dice il giornale, fra i maggiorenti del Partito, che pure, normalmente, dovrebbero farsi una bandiera della lotta ala corruzione. È che la legge e l’ordine di Bo è andata troppo oltre, anche per gli standard cinesi.
Qualche giorno dopo l’elogio di “Asia Times”, l’ufficioso “China Daily” ha spiegato in un editoriale perché. Dopo aver riconosciuto l’urgenza della lotta alla criminalità, “China Daily” spiega ripetutamente con chiarezza che essa non può svolgersi fuori della Costituzione, e della protezione che la Costituzione dà alla corrispondenza privata, seppure con “lettera aperta”, telefonate al cellulare e posta elettronica: “La nuova politica della polizia villa il diritto costituzionale alla libertà di comunicazione. Le lettere inviate per posta a casa sono protette dalla legge penale, chi apre le lettere senza il nostro permesso può essere perseguito. I messaggi che mandiamo e riceviamo via personal computer e telefono cellulare sono, benché non tangibili in carta, comunicazioni private, a uso esclusivo di chi li manda e li riceve. Sono sotto lo stesso grado di protezione della Costituzione.” L’editoriale si conclude con un ammonimento alle ambizioni personali di Bo: “Oltretutto, abbiamo già detto che tutta la storia è uno spreco di risorse pubbliche”?

Il personaggio, schiavo infedele

Andrea Camilleri incontinente confida a Fazio cosa pensa di Montalbano: “Se voglio ti uccido”. Ma due anni fa allo stesso Fazio aveva spiegato che l’autore che uccide un personaggio con cui ha avuto tante storie è uno che “è morto dentro”. Dei personaggi Sylvie Germain fa dei “supplici muti” che perseguitano lo scrittore per farli nascere. Dei persecutori, anche, schiavi in cuor loro sempre ribelli. O dei fantasmi che invece scappano sempre. Dei profeti, intermediari del verbo, Giovanni di Patmos, Ezechiele. E sdoppiamenti dell’autore naturalmente. Ma qui solo in idea: il teatrino dei personaggi non fa rivivere Pirandello. Germain, romanziera premiata a ogni sua pubblicazione, coltiva la scrittura: i personaggi infine vede come la sacca pedente sotto san Batolomeo alla Cappella Sistina, la pelle dello scuoiato.
Sylvie Germain, Les Personnages, Folio, pp. 121, € 4,20

sabato 1 maggio 2010

Non resta che l’America

Il dollaro è più padrone che mai dei mercati monetari, non c’è più la sterlina, e l’euro non si sa cosa è. Le tre agenzie di rating americane sono ridicolmente superficiali ma sovrane, privatissime ma sovrane, americanissime ma sovrane. Come le banche, poche residue ma monumentali, mentre le quelle britanniche sono cassate. Come la City: non resta che Wall Street. E gli hedge funds: che non sono monumentali come le banche, non hanno grattacieli né diecine di migliaia di staff, ma sono altrettanto solidamente americani, e attivissimi, determinati, decisivi – sono fondi il cui oggetto sociale è la speculazione, la quale non è come si suol dire una scommessa, i fondi non sono spettatori a una partita o a una corsa, sono attori, essi stessi atleti e purosangue, che non vogliono e non possono perdere.
Esaurito il fuoco di paglia “la crisi è finita”, si comincia ora a discernere: la crisi è finita per la finanza americana. Non per i risparmiatori, per i banchieri, Wall Street è ai livelli di prima della crisi, e anche migliori. O, se non si vede, si comincia a capire, si “sa”, che tutti i discorsi sulla fine della egemonia americana erano falsi – in buona misura artefatti: conviene dirsi a volte perdenti. Dopo la crisi non c’è che l’America. L’Europa, messa all’angolo con la crisi del petrolio quarant’anni fa, in ripersa da un decennio con l’euro e la Supergermania, è di nuovo nell’angolo. Senza nessuna mossa ostile da parte americana, per l’ordine delle cose: gli Stati uniti hanno un processo decisionale molto più rapido e costruttivo che non lo sbrindellato indecisionismo, di tutti contro tutti, europeo. Che corrisponde certo a un sentimento nazionale e politico del tutto diverso, anche se si continua ad amalgamarlo nella categoria dell’Occidente, non per nulla gli Usa non sono stati fascisti, né comunisti – o allora si tratta di due Occidenti diversi, prima ancora che antagonisti.
Gli Stati Uniti continuano a governare il mondo, come ormai da venti anni, con la Cina. Un duumvirato sensa faglie e senza precedenti nella storia, che non potrà durare. La previsione è facile, tutto finisce, ma la comunione di interessi, per quanto eccezionale, è sempre stabile. Ed è stata creata dagli stessi Stati Uniti, con acume, con perseveranza, a partire da Kissinger nel 1973, e poi da Bush senior.

Non più speciale la relazione Londra-Usa

Si può dire che la relazione speciale della gran Bretagna con gli Stati Uniti non c’è più perché non interessa agli Stati Uniti – non più che con qualsiasi altro paese “willing”, di buona volontà. Ma non sarebbe una novità. La novità della campagna elettorale è che la Gran Bretagna non è in grado di mettere più niente nella “relazione speciale”: non il nucleare, che non interessa, non la finanza, nazionalizzata con la crisi, e neppure l’appoggio logistico e militare nell’Arco della crisi asiatico. Questo appoggio, in Afghanistan, in Iraq, in Pakistan, la Gran Bretagna non se lo può più permettere, e gli Stati Uniti comunque non l’apprezzano, né sul campo né sul piano dell’intelligence e dei rapporti politici. Hanno più peso e capacità decisionale, hanno sperimentato in Iraq e in Afghanistan, senza i britannici.
Da tempo, e più ancora con l’amministrazione Obama, è svanito peraltro l’interesse americano ad avere Londra come cavallo di troia nell’Unione europea. Una volta circoscritta l’Ue a potenza regionale, entro i suoi propri confini, l’interesse di Washington è semmai di vederla funzionare. Di poterla avere come partner affidabile in Asia e sui mercati finanziari. Di questo c’è netta la percezione nella campagna elettorale: seppure come deriva, una sorta di marea ineluttabile, c’è solo l’Europa all’orizzonte. Il leader conservatore Cameron ha preso solenne impegno e non portare la sterlina dentro l’euro, ma l’argomento non fa presa, anche perché l’autonomia è solo nominale e contabilistica.

Bossi è molto meno forte del 1996

Di nuovo c’è in realtà solo il patrocinio della Milano che conta, la Curia, le banche, l’editoria, alle Lega di Bossi. In funzione di buona amministratrice, di partito del Nord, e di fronte antipolitico. Un rapporto simbiotico questo sì, veramente nuovo, che ha messo Bossi nella mani della Milano che conta: voleva qualche posto nelle fondazioni bancarie, non glielo hanno dato, e lui non ci è più tornato su. Bossi ha vinto le elezioni regionali, ma non fa più paura, anche perché è molto meno forte in voti.
Riguardando a freddo i risultati, la sorpresa delle elezioni regionali è insomma la sorpresa, benevola, della Milano che conta. Quanto al preteso risultato straordinario in voti, la Lega è tornata, non con la stessa forza, al risultato delle politiche del 1996. Già allora aveva superato l’attuale Pdl, già allora aveva “sfondato” sotto l’Appennino. Dopo avere eletto nel 1993 a sindaco di Milano Marfco Formentini, personalità non per altro conosciuta, preeferito dalla città a Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale, con ben il 40 per cento dei suffragi alla lista Lega. Allora la Lega aveva voti e percentuali molto superiori a quelle dell’ultimo scrutinio.
L’analisi dei flussi elettorali dice che la Lega ha incrementato i voti rispetto al 2005 del 3,3 per cento. Che non è poco ma non è un risultato eccezionale. Dice anche un 2 per cento lo ha preso al Pdl. Ma per metà questo deflusso il Pdl lo ha compensato con voti in arrivo dal Pd. La Lega ha tenuto soprattutto perché non c’è stato astensionismo nelle sue file, non nelle ultime elezioni - mentre non sono andati a votare, in aggiunta agli astenuti del 2005, un altro 2,5 per cento di elettori Pd, un 1,3 di elettori Pdl, e un 1 per cento di elettori dei gruppi di sinistra. Ma questa mobilitazione non ha compensato il precedente crollo dei suffragi leghisti: Bossi viene da un lungo inverno, quello successivo alla sua esperienza di ruota di scorta anti-Berlusconi – cui ora si vuole devotamente fedele.
Alle politiche del 1996 la Lega aveva raccolto quasi 3,5 milioni di voti. A marzo ne ha avuti 2,7, il 21 per cento in meno. Nel 1996 aveva superato nel Veneto i voti di Forza Italia e An sommate: 928 mila contro 914 mila. E aveva avuto la sorpresa “sfondare” in Emilia-Romagna, con 216 mila suffragi e in Toscana – qui con poche migliaia di voti, ma visibili, concentrati in poche situazioni locali.

Sempre in salita la strada per Alvaro

Remo Ceserani aveva tentato ventitré anni fa con questa minuscola raccolta la ripresa di Corrado Alvaro. Morta poi sul nascere per un qualche motivo. Che non è però la qualità dei racconti. Sempre leggibili – benché abbozzi in realtà di racconti, tutti “troncati” sulla misura inflessibile dell’elzeviro, due colonne dell’allora terza pagina dei quotidiani. Che lo confermano lo scrittore “più colto e informato” dei suoi anni, come lo dice il curatore.
Sono racconti incentrati sulla “scoperta” della donna, continua, sorpresa (giusto la costante alvariana secondo Gianfranco Contini: “Che cosa è un uomo, e un meridionale, di fronte alla donna”). E più ancora sull’ottica Nord-Sud, sulla “differenza” del meridionale. “Il viaggio in Italia” è la scoperta del Sud. Il successivo, “Il canto più bello”, è la vita al Nord, al risveglio della primavera. Il più bello, il meglio scritto, è quello che inscena le differenze Nord-Sud senza acrimonia e anzi naturalezza, “Le strade fatte a vent’anni”, fanti nella grande guerra, tra Aquileia e Sacile nel 1915.
In uno di questi abbozzi, “Nasce un villaggio”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale, “un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, che qui ritorna nel racconto “Mezzogiorno”, l’unico concluso, è insomma temperato da un residuo di orgoglio. Perché è al fondo un disadattamento: con se stessi e con il resto – il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci. Una sorta di cammino sempre in salita, che continua nella posterità, dove, nota Cesarani, “in mancanza di istituti specializzati e fondazioni”, non è possibile “una edizione delle opere cronologicamente ordinata, attenta alle revisioni interne, corredata da apparati critici”.
Corrado Alvaro, La signora dell’isola

mercoledì 28 aprile 2010

Il ninja Fini tra le gambe di Bersani

Fini ha alzato a Bersani una palla da non credere: l’inaffidabilità della maggioranza, all’indomani della sua quinta vittoria elettorale consecutiva in due anni. “La fiducia degli elettori tradita”, “scene da basso impero”, eccetera, gli slogan erano facili, e anche gli strumenti: mozioni contro il presidente della Camera capopopolo e capo fazione, con corredo di giurisperiti e esperti, rilancio delle accuse di Fini a Berlusconi di mafia, delle accuse di Fini a Bertolaso, eccetera. Un'occasione storica per il partito Democratico, e una fortuna. Invece Bersani stende un tappetino a Fini. Un altro due per cento.
A questo punto bisogna prenderne atto: non è che l’ex Pci ha paura di vincere. È che, prima che vincere, vuole avere un partito di tappetini: diciotto partitini del due per cento, a corona del suo quindici per cento, questa è la sua idea di maggioranza. O forse Bersani non sa chi è Fini. Che già una volta tentò di fare le scarpe a Berlusconi: con Mariotto Segni, il perditutto. A meno che, come suggeriscono i suoi nuovi guerriglieri, Fini non sia una quinta colonna. Una sorta di ninja invisibile buttato tra le gambe di Bersani, per far esplodere le sue contraddizioni – questo non lo dicono, non ancora, ma dei veri vietcong non potranno fare a meno di questo linguaggio.

Obama cacciatore cacciato

Ha mangiato subito la foglia, il presidente degli Stati Uniti, ed è tornato on the road. A parlare alla “gente” sulla “main street”, sul corso. Nel cuore del paese, fuori dalle metropoli sofisticate e dai talk show che si titillano l’ombelico. Alla maniera di Berlusconi, ma certo con più grazia. E con lo stesso risultato: sottolineare tutto ciò che ha da dire. Che ha già detto, quando ha paragonato i banchieri ai gangster, ma che secondo i rispettabili media gli avrebbe alienato le simpatie della “gente”.
Un presidente degli Stati Uniti non è un Berlusconi: ha un potere e una solidità istituzionale immensi. Per questo fa una certa impressione vederlo affannato a spiegarsi e cercare il consenso. Ma dopo aver dimostrato che ha fegato, col sistema sanitario e il confronto col cinismo finanziari, dimostra nella sua campagna a basso livello di sapere come funziona il sistema dei mass media. Che ha giocato a suo favore nella campagna elettorale, facendone un cacciatore spietato di voti, ma ora ne ha fatto una preda. Sempre indirizzato, se non controllato, dagli stessi gattopardi: i media e il mercato sono tutt’uno, sono il dominio della comunicazione, e la comunicazione va sempre capo ai fondi e alle banche, direttamente, con la gestione dell’informazione, e indirettamente, come inserzionisti e finanziatori.

martedì 27 aprile 2010

Econostalgia di cinquant’anni fa

“A livello della base socio-economica” lo scriveva anche Eco nel 1964. Per un repertorio che è vivo solo come reperto d’epoca, benché sempre riproposto in edizione economica, per largo pubblico: i mass media, la televisione, il kitsch, i fumetti, le canzonette, e il midcult, “l’uso falso della cifra alta” (l’uso alto della cifra falsa?). Pieno di classificazioni perente: dieci ragioni per la cultura di massa, quindici contro, quasi fosse una partita di tennis e la cultura di massa non “spostasse”, che ci ha resi schiavi, senza campi di lavoro né penitenziari. O la liquidazione del romanzo giallo, che quarant'anni dopo avrà invaso stabilmente le librerie, da parte di uno che analizza in dettaglio i fumetti e la fantascienza, "ormai decaduto a "maniera" della violenza e del sesso". Ma è sempre Eco, col sorriso che illeggiadrisce, il solido fondo scolastico, la contemporaneità, la capacità di leggere Superman con Husserl, grande avventura, la mediazione culturale immediata, dagli Usa, la Germania, la Russia, la Francia, l’Inghilterra. Impensabile oggi, anche se non eccezionale cinquant’anni fa: nessuno concepisce o scrive un’opera del genere, nessuno la pubblicherebbe.
Eco si diverte. “Il Gattopardo” dice “onesto prodotto d’intrattenimento”, non diverso da Guido da Verona – se questa non è già una trappola della semiologia livellatrice. L'abate Suger è il persuasore occulto di Madison Avenue. Nembo Kid è Orlando, Sigfrido e Peter Pan, ed è pure vero. Superman è Parsifal, giovane, bello e forte ma virginale. E ha già l'avatar, gli endoxa, autorevoli e svagati, e ogni altro riferimento di questa nostra età dell'acquario - o è già passata? Anche se al gioco si perde qualche colpo. Nella semiologia di “Steve Canyon” – Steve è un eroe da fumetto – manca un doppio significato importante, alla settima inquadratura: “Il nome del segretario” di Copper Calhoun, la potentissima dark lady, Mr Dayzee, “suggerisce il nome di una «margherita» (daisy)”, scrive Eco. No, suggerisce una checca, una tante – che abisso si aprirebbe, vero?
Eco è sempre realista: spara a colpo fermo sulla “incapacità dei mass media di esprimere ciò che non sia già ovvio o acquisito”, non temendo di sfidare i futuri Santori. E liquidato "Il Gattopardo" in tre parole, si perde in inutilissimi saggi sui fumetti: Steve Canyon, Li'l Abner, Batman, Superman detto Nembo Kid, lo stesso simpatico Charlie Brown. Invidiabile, ma niente resta in più della simpatia.
Nell’autopresentazione anonima, molto umbertechiana, di questa edizione del 1977, l’autore si diverte a prendere in giro i suoi critici. A Citati, che nel 1964 lamentava al solito l’invadenza della cultura di massa, film, canzoni, fumetti: “Il brano”, commenta l’anonimo Eco perfido nel 1977, “benché si volesse profetico, era in realtà cronachistico”, già nel 1964 i poeti scrivevano canzoni e facevano film. Ma non dal 1964, dai tempi di Omero. Facciamo tutti prosa senza saperlo? La Kulturkritik è sempre a rischio kitsch.
Nel 1962, mentre è in viaggio di nozze, Eco partecipa a Grosseto a un simposio sulla tv nel quale è “contestato a sinistra da Armando plebe, e dall’Altrove Assoluto di Achille Campanile”. Campanile ogni tanto perdeva la bussola, che aveva scritto un “Trattato delle barzellette”, di 600 pagine. Mentre Eco le barzellette le sa raccontare, qui ne fa spesso uso. Ma l’Altrove Assoluto è vendicativo, e dove può sbriciola. “Apocalittici e integrati” sarebbero i “critici popolari della cultura popolare”. Popolari nel senso che vengono dal Tiburtino III, o scrivono per il Tiburtino III? O per la cattedra, e i lettori dell’“Espresso” intelligenti?
Umberto Eco, Apocalittici e integrati

Ombre - 48

L’Italia è al terzo posto fra i partner della Cina, scopre “Affari e Finanza” di “Repubblica. È anche al secondo con la Russia, ed è un buon terzo, se non la metà, della Germania. Ma è sempre il “malato d’Europa” per la stessa “Repubblica” e per gli altri grandi giornali che fanno l’opinione, compresi quelli degli industriali, “Il Sole” e “La Stampa”. È una forma di scongiuro? È una forma di resistenza, ma a chi? È una furbata.

La Roma calcio potrebbe vincere il campionato se l'altra squadra romana, la Lazio, battesse l'Inter. Ma la Lazio preferirebbe perdere, anche a rischio di andare in serie B, i tifosi della Lazio: tutto pur di non fareun favore ai tifosi avversi. Anche per questo Roma non è Milano.

Non c’è dubbio che il campionato della Roma è stato migliore di quello dell’Inter: lineare (senza favori), meglio giocato, con un monte ingaggi dieci volte minore. Ma c’è un sospiro di sollievo alla “Domenica sportiva” e lunedì nei giornali al risorpasso dell’Inter. Potenza di Milano sui giornalisti. Ma frastornati sono anche i giornali romani e romanisti: l’egemonia e la sudditanza sono fatti che si interiorizzano.
Già due anni fa la Roma sfidò l’Inter, senza favori, con un bellissimo gioco, e perse il campionato all’ultima giornata. Ma non fa parte di nessuna leggenda.

Uno dei punti forti del godibilissimo “Le amanti del vulcano” di Marcello Sorgi, che è insieme romanzo e storia ferrea, documentata, politica e di costume, è Rossellini. Di come fosse molto fascista, poi molto comunista, quindi molto democristiano. Sorgi però se lo lascia sfuggire, chiude il regista nel ridicolo moralismo dell’Italia tragica e ridicola (“Ridicolmente tragica. Tragicamente ridicola”).
E se Rossellini non avesse avuto altro scampo? L’Italia, l’Italiano, purtroppo ha avuto, ha, politici e politiche che non meritano nessun impegno. Giusto quel poco che serve per sfangarla – cioè per lavorare: passare la giornata, costruire qualcosa.
Senza colpa: sono i politici e le politiche che le opinioni pubbliche, oggi le banche, impongono.

Il cardinale Martini, patriarca dei cardinali, quindi saggio, dal monte degli Ulivi dove si è ritirato a Gerusalemme, segue sul “Corriere della sera” l’attualità della chiesa, cioè oggi la pedofilia e il celibato. Ha sempre avuto il pallino del giornalista.
Questa domenica ricorda che alcune denunce di abusi sono state inventate, per estorcere denaro. Sa anche che “la maggioranza dei casi di pedofilia e di abusi sessuali si compie nell’ambito della famiglia, cioè là dove sono i primi educatori del fanciullo” E “personalmente” s’indigna che “una società che ha abbattuto ogni diga verso la sessualità” faccia la vergine offesa contro cento o dieci preti. Ma non ci vede complotto. La secolarizzazione certo non è un complotto, non uno demo-pluto-giudeo-massonico. E tuttavia lo è.

L’inflessibile giudice spagnolo Garzón passava le vacanze a New York come conferenziere. Pagandosi cioè come conferenziere. Sulla giustizia mondiale. All’università pagata dal Banco di Santander. È la giustizia mondiale bancaria? In Spagna forse.
Banco di Santander che negli Usa sarebbe fallito, pieno com’è di mutui insoluti e insolvibili.
E non ha pagato il giudice inflessibile, gli ha offerto le giuste vacanze.

Fini sarà il re incontrastato questa settimana di tutti i talk show, da Annunziata a Vespa. Facendo il generale Giap, come fa dire ai suoi, il guerrigliero contro la sua la maggioranza – ma quello non era Lin Piao? Poi magari se lo dimenticano di nuovo, e non sarebbe un danno, ma non è questo il punto. Il punto è:
immaginarsi il presidente della Camera Napolitano ogni giorno a sproloquiare per ore in tv. Dicendo di sé tutto il bene possibile, naturalmente, e degli altri merda.

Non ci saprebbe emozionare alla sfida dialettica tra Fini e Berlusconi in teatro. Col presidente della Camera che, con tutta la dignità dell’incarico, insinua le peggiori porcate del suo partito e s’insignisce della carica per diritto divino: “Vieni tu a togliermi la presidenza!”, urla sinceramente sconvolto al suo santo padre. Uno ha presente i suoi predecessori, Napolitano, Iotti, Ingrao, Pertini, Leone, di un’altra epoca, è vero, ma anche Violante e Casini, che non complottavano per far cadere i governi, non con i procuratori, non in confidenza, e non diventavano capifazione.
Fini è sempre stato un capopartito intollerante. Ha cacciato Storace e Santanché, voleva caciare Alemanno. E anche la Polverini la guarda ora con sospetto, in attesa di suicidarla. Non è stato nient’altro. Che ci trova la sinistra di attraente.

Balotelli doveva andare in Nazionale, far squalificare il campo della Juventus, indurre Mourinho a lasciare l’Inter, essendo più o meno Maradona redivivo, un po’ più alto, e nero certo. Per deferenza verso il padrone Moratti, un gran signore. Poi Balotelli ha avuto un gesto d’ira contro i tifosi ingiusti, il giorno del trionfo dell’Inter sul Barcellona. E allora pollice verso: paginate di grandi quotidiani, teorici sportivi, teorici psicologi, teorici di mercato, e moralistici: contro Moratti, un così gran signore?

lunedì 26 aprile 2010

La giustizia all’estero come salvacondotto

Si è manifestato in Spagna a favore del giudice Garzón, il giudice specializzato in giustizia politica all’estero, contro Pinochet, Berlusconi, e altri criminali internazionali, inquisito per corruzione. Una manifestazione coordinata, in 26 città, con Almodovar e Almudena Grandes – molto imbruttita. C’è dunque un’organizzazione nazionale che protegge il giudice. Che in un certo senso eroe nazionale lo è.
Il giudice magari non è un corrotto, non ha preso soldi dal Banco Santander. Ma ha accompagnato il Santander e il Bilbao, l’altro grande banco spagnolo, nella conquista dell’America Latina quindici anni fa. E ha veicolato il ritorno della Spagna nel subcontinente, prima interlocutrice di personaggi come Castro, Morales e Chavez. Nel mentre che la Spagna si riempiva di narcos colombiani, con i loro corrispondenti camorristi. C’è un ritorno politico, in questa giustizia internazionale a opera di giudici nazionali.
C’è una diplomazia della giustizia internazionale, non da oggi: quanti bei tribunali aveva Amsterdam un secolo fa, quando non bastavano a Multatuli i romanzi in serie per descrivere l’orrido colonialismo olandese in Indonesia. È il caso della Svizzera, che ha messo dentro tutti i libici di cui aveva notizia, perché uno di loro aveva maltrattato il domestico pakistano – il primo pakistano, com’è noto, molestato in Svizzera. Dopo avere arrestato tremendamente Polanski per una condanna americana, vecchia di trent’anni prima. Serviva l’arresto per oscurare gli attacchi ai conti svizzeri dei buoni contribuenti americani ed europei? Ovviamente no. È il caso dell’Austria e il Belgio, che ogni tanto si risvegliano con vicende di violenze lunghe venti e trent’anni, trascurate. Ma sono inflessibili contro gli storici inglesi, se discutono l’Olocausto, o contro Sharon, se fa la guerra a Hamas.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (57)

Giuseppe Leuzzi

La Sicilia produce ottime arance. Che non vende. Israele ci fa mangiare il pompelmo, a caro prezzo, che è incommestibile e dannoso.

La povertà dell'abbondanza
Si esce dall’autostrada a Rosarno o Gioia Tauro per entrare nell’opulenza: agrumeti rigogliosi, oliveti giganti per diecine e centinaia di chilometri, orti, serre, il porto più grande del Mediterraneo. Nella polvere, i detriti, i rifiuti. Nella sporcizia, il disordine e un senso soverchiante d’indigenza. Non è povertà, la povertà è decorosa. I soldi ci sono, nelle automobili, i grandi magazzini, il motorino con telefonino per i pupi. Non è violenza: la rivolta contro gli immigrati è – indigente anch’esso – un botta e risposta politico. È una forma di trascuratezza figlia dell’abbondanza.
Il problema del Sud è lo spreco. È l’abbondanza delle risorse, non la mancanza. Specie nel Sud tirrenico, da Salerno a Reggio Calabria, che è un susseguirsi di ricchezze senza fondo, di campagna, mare, montagna. Sull’ambiente ereditato dai vituperati Borboni e baroni, pieno di chiese, palazzi, piazze. Con una natura ferace, di grano, vino, agrumi, olio, ortaggi, in Terra di lavoro, nel Cilento, le pianure di Castrovillari, Lamezia, Gioia Tauro. Il problema dello sviluppo è qui: come l’abbondanza non si è trasformata in ricchezza.

Milano
Di Manzoni la grandezza è spagnola, dice Anna Maria Ortese in un’intervista nel 1974, quando ancora non aveva accumulato il risentimento contro la capitale lombarda (intervista ora in “Corpo celeste”, p. 99): “Getta contro la storia e la sua grandezza la fine polvere della percezione tempo: nulla è vero, tutto passa, tutto cade, tutto muta. Una verità già raggiunta , con altra violenza o nudità, dal pensiero spagnolo (penso al De Quevedo dei Sonetti: “Ehi, della vita nessuno risponde?”).

Milano, come si sa, non è leghista, Bossi è figlio dello Spirito Santo – un caso eccezionale, un parto senza madre. Anche se ne ha avuto a sindaco un’escrescenza, non se ne ricorda.
A volte. Altre volte, è il caso dopo i due successi alle elezioni, se ne dice invece figlia. Elevando Bossi a erede di Francesco Giuseppe e Maria Teresa.

Il supplemento illustrato del “Corriere della sera” scopre infine dopo Pasqua che a Milano c’è un uso smodato di cocaina. Dopo qualche anno che il fatto è statistico negli annali internazionali.
Ne parla senza scandalo, quasi fosse un altro primato morale di Milano. Va a Milano metà della droga (cocaina, hashish, eroina) smerciata in Italia.

Per quattro secoli i lombardi sono stati scalpellini e usurai. Prestavano denaro da Cahors a Brno. Ancora nel Seicento erano attivi, seppure ghettizzati, come gli ebrei, nelle capitali del denaro, a Londra e Amsterdam.

Ci sono molti lombardi ancora in Sicilia, e in Calabria, e nei toponimi. Ci sono stati molti lombardi a Sud all’inizio dell’arte romanica, come maestranze, ma anche dopo.

Casanova ragazzo fu educato dal vescovo di Martirano in Calabria. Martirano Lombardo.

Ne ha combinate molte John Henry Woodcok, Procuratore della Repubblica a Potenza, impaziente con la sua Norton d’epoca di tornare a casa a Napoli. Ma quando ha intercettato il malaffare del grattacielo della Regione a Milano, zàcchete, i giudici milanesi gli invalidano tutte le intercettazioni. Non un giudice solo, si sono messi in due. Poi dice che non c’è giustizia.
La giustizia è anzi doppia. Le intercettazioni a Woodcock i giudici milanesi gliele hanno invalidate subito. Ora lo fanno sapere per dimostrare che non c’è bisogno di nessun decreto contro le intercettazioni abusive. Quando sono abusive (su Milano) i giudici (di Milano) tempestivamente lo dichiarano.
La giustizia a Milano la fanno soltanto i giudici di Milano. Magari napoletani come il centauro Woodcock, ma di Milano.

Napoli
La mazzetta era a Napoli l’onorario dell’avvocato.

L’efficienza del mercato napoletano
Domenica Rea in “Breve storia del contrabbando” (un elzeviro incluso nella raccolta “Gesù, fate luce”) documenta come i napoletani ricchi e poveri, abili e disabili, fortunati e sfortunati, riuscirono a creare un mercato nell’Italia divisa dalla guerra, nel 1943 e nel 1944, anche attraverso la linea gotica: “Su Napoli pioveva denaro”. Un mercato che poi svanì nella normalità: “Con la pace venne la Sconfitta”.
È senza dubbio efficientissimo il mercato dell’illegalità. Il romanzo di Astolfo “Vorrei andarmene, ma non so dove”, di imminente pubblicazione, ne dà uno spaccato alla p.39:
“All’entrata il crimine economico va nel senso comune; è l’impresa dei nullatenenti, nel senso che la posta che si scommette è un po’ di carcere. Ma è all’uscita che si caratterizza, per il raddoppio continuo della posta che non può non finire in catastrofe. Che non è l’atto gratuito famoso degli animi sensibili di fine Ottocento, è l’accumulo gratuito: una filosofia e non un gesto di libertà. Con la dissipazione di altre energie: la copia immediata della moda, la mimetizzazione, la capacità sempre rinnovata di essere un passo avanti al fisco, all’Inps, ai carabinieri. Lo studio di Napoli più della Sicilia porta a questo. In Sicilia è urgente il bisogno di apparire, cui pure il mafioso soggiace: di dimostrare che si è – Vittorini se lo fa dire da Calvino: “Ha l’istinto delle scelte vitali, dei tanti siciliani diventati milanesi con entusiasmo”. Mentre Napoli va nel senso opposto, di cancellarsi. Il camorrista in sé non è niente, è spagnolo e significa litigioso. È diverso volerlo essere, non per carattere ma per scelta, industriarsi di esserlo.
“Incomparabile è l’organizzazione del mercato parallelo, di beni copiati o rubati, altrettanto dettagliato, se non di più, del mercato legale. Con filosofie manageriali flessibili: integrazione verticale, orizzontale, a stel-la, per contiguità, monopolismo. E una rete d’incroci, marciapiedi, ponti, spiagge, uffici, stazioni, sottopassaggi, per un esercito di ambulanti clandestini, senza identità o senza licenza, che sono tanto più difficili da occultare in quanto il magazzino si portano dietro in sacchi e borsoni. Un mercato senza deposito e senza rese è il sogno di ogni mercante, ma tutto è più arduo e gravoso nel mercato illegale. È una fatica cui si sottostà non tanto per il guadagno, che è sempre poco, benché esentasse, quanto per il bisogno di creare e distruggere in umbra, anche la propria vita.
“Il fatto è assodato, e bisogna rifletterci. È la riprova o una smentita della dottrina liberista della società, che la democrazia e la ricchezza vede incrementarsi nello scambio? Ci sono dei residui: se il capitalista è il rivoluzionario, il rivoluzionario sarebbe un mafioso, e ciò non è possibile, crollano un paio di secoli e molta storia. Per quanto, la scomparsa di Napoli è anch’essa una forma di clandestinità, compatta, costante, decisa, e quindi di resistenza. La stessa organizzazione del crimine, la riservatezza, la struttura cellulare, i linguaggi criptici, le parole d’ordine, ricalca l’impianto della guerra partigiana. Analoga e fino alla morte è la reciproca lealtà tra gli affiliati. Analogo è il bisogno ricorrente di eventi eroicizzanti, la sfida, l’imboscata, l’amore delle guaglione, il silenzio sotto tortura. Un semiologo avrebbe problemi a non finire in una cosca piuttosto che in un fronte di liberazione. La differenza sta nella legge, ma è tenue: qualsiasi giudice lo sa, ministro della legge. È un capitalismo che, anch’esso, si nega. E anzi si ammanta del bisogno. Di disoccupazione e soprusi. Un capitalismo anticapitalista, che capitalizza cioè pure sulle ragioni dell’anticapitalismo. Da qui il nimbo di resistenza che corona la latitanza”.

leuzzi@antiit.eu

domenica 25 aprile 2010

Ipazia non c’è nel suo film

Un polpettone. Di pagani che sgozzano i cristiani, i cristiani gli ebrei, gli ebrei i cristiani, i cristiani i cristiani. Che non si nasconde: si vuole del genere kolossal anni 1950, quando fu inventato il cinemascope, anche se non ha le maggiorate, Sofia Loren, Elizabeth Taylor - ha una Rachel Weisz che è in tutto, in nordico, Penelope Cruz, e Penelope è la diva per eccellenza in Spagna. Il solito tutto che è niente. Non è storia, non è filosofia, non è anticlericale, e non è un kolossal, solo Hollywood li sa fare.
Un film di masse. Senza cura filologica quindi: i cristiani vi odiano le donne, bruciano i libri e distruggono le biblioteche, uccidono Ipazia come miscredente, la condannano come strega, eccetera, mentre invece i cristiani liberavano le donne e hanno conservato i libri, li studiavano perfino, Ipazia era una tranquilla filosofa e matematica, e le streghe arriveranno dal Nord qualche secolo dopo. C’è anche un prefetto romano che porta in barca Ipazia, come qualsiasi riccone l’amante sullo yacht il week-end. E poi piagnucola come un bambino. I cristiani sono talebani, neri, barbuti, tagliagole.
La disonestà è dei critici. Che ci hanno fatto agognare il polpettone come un boccone prelibato negato dalla censura. Mandandoci a vedere un film su Ipazia che non c’è. Su un conflitto religioso tra cristiani di cui il film non dice nulla. Anche il senso di colpa vi è a disagio: il film è stato girato nel 2008, oggi ci vorrebbe un po’ di pedofilia.
Alejandro Amenàbar, Agorà

I due capitalismi di Babette

Il racconto avvincente e, di più, il film, straordinariamente plastico, danno fisicità ai due capitalismi, oggi si direbbe due stili di vita: quello del risparmio e del timore di Dio e quello del piacere e dello scialo. Entrambi in grado di procurare prosperità e indigenza, certezza e insicurezza, e di avvicinare a una vita che si dà il suo scopo, uno scopo. È sui due approcci antitetici che il racconto è costruito, ma è sulla fisicità, delle persone e della cose, la spettralità e la magnificenza, che prende corpo, soprattutto nelle immagini, differenziando e scolpendo i caratteri. Che sono due mondi: il nordico e il meridionale, il germanico e il latino, il protestante e il cattolico, il riserbo (anche un bacio casto è uno spreco) e la dépense.
Karen Blixen, Il pranzo di Babette (Babette’s Feast)