letterautore
Classico – I classici sono sconclusionati. Implausibili, bizzarri, smisurati - devianti in escrescenze, ripetizioni, illogicità (Quanta saggezza nelle Gonerille! La saggezza viene scritta “come viene”, e poi attribuita in scena secondo le entrate?). L’opposto della regolarità, la proporzione, la simmetria, quello che la critica classica della cultura dice classico.
Confessione – La prima persona al presente storico è una rappresentazione doppia, del soggetto che racconta se stesso e insieme si commenta (situa). Per questo è faticosa.
Ebraismo - Una storia laica della storia ebraica e della civiltà potrebbe argomentare che gli ebrei si sono “inventato” tutto, hanno cioè copiato tutto. Gesù che staziona a Cafarnao, crocevia dell’Oriente, per il Dio clemente, l’uomo responsabile, la salvezza individuale. Mosé o Giuseppe per tutto quello che viene dall’Egitto: l’Onnipotente, l’Uomo-Dio, la luce, il muro del pianto. E altri simboli, miti e aspetti del divino da altre civiltà, babilonese, fenicia, greca: la regina di Saba, il Salvatore, l’inferno… Inframezzati da profezie e storielle locali di poco conto. E da grandissima poesia – una forza letteraria che rende ancora più plausibile l’invenzione. Straordinario romanzo storico ne verrebbe, l’invenzione di una civiltà – la civiltà che ci ha fatti e ci governa.
Ron Rosenbaum l’ha fatto col “fenomeno Hitler”. Limitatamente: la sua è la traslazione (l’applicazione) alla storia della teoria psicanalitica. Ma non è questa teoria tipica scienza del più tipico ebraismo, la cabala, per cui una cosa ne nasconde un’altra? Nasconde in sé, è un’altra. E delle storielle yiddisch, uno dei cui meccanismi è “Sì, ma prima?” - la cabala, o il nome nascosto, che vengono dall’antico Egitto.
Filologia – Ha status di scienza, mentre è al più un’arte. Anche nell’erudizione. E non tiene conto, malgrado il culto delle varianti, delle riscritture. Quante mani diverse hanno comunque composto la primissima copia? E su quali di queste copie – i codici – hanno lavorato le miriadi di copisti con le loro inevitabili sviste, per non degli scherzi dei burloni e delle vendette. È arcigna solo con la scrittura. Nella musica e nella pittura i rifacimenti, normalissima pratica, hanno titolo a considerazione alla pari.
Freud - Era un medico. Operava cioè in situazione traumatiche, e scriveva da medico. Ma ha diffuso e imposto il suo sistema operativo come interpretazione della realtà, e perfino come placebo, non innocuo. Che faceva di diverso Torquemada, prima dei roghi – un Torquemada che non avesse abiurato? È implacabile nell’annientamento dell’io, poiché tale è la sua terapia, non la ricostituzione: l’io storico e sociale. Imponendo la mutilazione di ogni utensile o aggancio che la persona abbia ereditato o si sia costruito nel mondo.
Propone verità. È quindi incongruo. Propone verità dove non ci possono (devono) essere: rendere conscio l’inconscio, razionalizzare l’irrazionale. Rende tuttavia commestibili situazioni e soluzioni insulse, aberranti, assurde. E non per dono di scrittura, non è grande affabulatore. Perché induce la paura? La sua normalità è terribile: non si esiste fuori dall’inconscio, il sesso è la grande malattia. Si dice per la sessuofobia, del giudaismo, del cristianesimo. Ma non c’è in lui né Bibbia né Vangelo, solo un antifemminismo radicale, comune anche alle sue donne, alle pazienti, viscerale (vissuto), ossessivo. E la fobia del piacere. Il piacere non può essere, per questo non può darsi guarigione, che pure è il presupposto di una terapia. Il sesso è la peste, è goccia a goccia un diluvio universale, miliardi di gocce, montagne, oceani, che si disfano.
È lo scienziato folle, si vede dalla durezza (assenza del dubbio). Scientista del suo tempo, per l’applicazione distorsiva che fa dell’intelligenza, che si degrada per essere furba, incontestabile. Geometricamente si avvita in surplace, in movimento elicoidale che tanto più romba in quanto non decolla. Dice di limitare la realtà per meglio approfondirla (scoprirla): non si nasconde. Ma è insidioso. Perché? Va incontro al bisogno di aggressività dell’uomo, di vittimismo delle donne (del tipo femminile, quindi anche degli uomini che si presumono violentati). Conforma e consolida cioè le incrostazioni psicologiche nel mentre che si dice intento a ripulirle. Ma basta questa surrettizia capacità di rassicurazione a farne il successo?
Non si può dire, ma attua una forma di nazismo, di sovietismo - il totalitarismo, si sa, deve annientare. Attacca la persona nelle sue radici, gli affetti, le amicizie, le relazioni, sulla base del sospetto, per rimodellarle su presupposti estremamente limitati, che presenta purificati se non puri. E trova, con la metodologia non asettica del sospetto, ciò che cerca. Una demiurgia e non un metodo critico, che prefigura la malattia (la condanna, la subordinazione). Elimina dalla vita la spontaneità, checché essa voglia dire (famiglia, religione, lingua, clima – anche una valle chiusa è ancora spontanea, o la prateria), e il radicamento, per ricostituire un manichino semplificato. Che ha occhio solo per se stesso, ed è in grado di camminare da solo ma periodicamente va lubrificato. In fondo ripropone il golem, sotto forma psichica, la modellazione di un io posticcio, semplificato, dopo aver mutilato e semplificato quello reale. Anche il procedimento è crudele: la memoria selettiva forzata.
Muove l’attacco più insidioso all’individuo, più del materialismo. Non solo perché demolisce in forma di terapia, ma per il potenziale devastante che mette in campo, minando ogni singola coscienza dall’interno, e con singolare economia e scienza totalitaria: mediante il linguaggio. Seppure imponendone uno rozzo e indimostrato (indimostrabile). Ma è linguaggio violento, “chi si oppone è malato”, e questo conta. Soprattutto insidioso è l’attacco agli “affetti più cari”. Che non è scientifico, anche se lo sembra, ma è devastante, volendo demolire l’individualità, il giudizio.
La riduzione del mondo all’io può anche essere storicamente determinata, dall’esilio, la transumanza, la marginalità. Ma è essa stessa divorante. È terapia diabolica. È una forma di auto-tortura. Figurativa e pratica, passando per il taglio o la rimozione di ogni possibile estensione (affetti, passione politica, ricerca, socialità), in favore di una memoria ferocemente (sessualmente) selettiva, di cui si può fare colpa solo a se stessi. Se l’analisi è autoanalisi, come opera questo soggetto diviso che è l’analista? Sì, il doppio, si fanno buoni racconti, m la scientificità? C’è un che di malsano (irrisolto, contraddittorio, furbo) nella decostruzione-ricostruzione dell’io. Non è filosofia e non è psicologia. È una tecnica. Serve cioè a qualcosa, ma a che cosa? A guarire no, e allora?
Gentiluomo – Può non essere un galantuomo. Mentre un galantuomo è sempre un gentiluomo. Curioso rovesciamento semantico, tra i significati originari.
Lutero - È scandaloso: “Peccando acquisti forza, nel costringerti a non peccare perdi le forze”. È la radice, e anche il tronco, di Nietzsche. E il “pecca fortiter” non è solo divertirsi, mangiare, bere, scopare, ma anche essere malvagi, per evitare che chi è troppo giusto si inorgoglisca. Ma non è libertino. È autore compiaciuto di sofistiche sottigliezze, come sarà Nietzsche, segnato dal lutto paterno-luterano. Argute certo. E materia d’infinita ermeneutica, ma nei fatti stolide.
Alla fine della lunga lotta per la salvezza attraverso la fede, del rifiuto senza distinzioni di qualsiasi opera, Lutero conviene senza resipiscenze: “Purtroppo avviene il contrario, con questa dottrina, della giustificazione attraverso la sola fede, più passa il tempo più il mondo diventa cattivo. Ora la gente è posseduta da sette diavoli, è più avida, più furba, più parziale, più spietata, più immorale, più sfrontata e più cattiva che sotto il papato”.
È l’intellettuale, unicamente coinvolto nel suo scandalo.
Punto di vista – Nella narrazione è in effettuale (arbitrario): la storia si legge sempre all’incontrario, ex post.
Subculture – In voga in assenza di culture, idee unificanti. Fanno emergere le ghettizzazioni – etniche, morali, sessuali, di genere, generazionali – ma non le creano. Sono, fino a prova in contrario, delle difese. O, secondo lo schema trinario, il momento contestativo da cui una nuova sin tesi potrà (dovrà) germogliare. Altrimenti non ci saranno neppure subculture – sono più deboli delle ideologie, pure finite senza residui.
Tacito – Si può dire l’Italiano: il “conservatore pessimista”. Il notabile peninsulare.
Può servire ai tiranni, e ai loro nemici – essenzialmente per non essere affidabile. L’arcitaliano Guicciardini lo sapeva già: “Tacito insegna ai tiranni come essere tiranni, e ai lolro sudditi come comportarsi sotto i tiranni”.
Tempo – L’inverosimiglianza del tempo reale. Nella narrazione all’italiana, per esempio, tipo diario scolastico. Che è falsa, oltre che noiosa – o è noiosa perché è falsa.
letterautore@antiit.eu
giovedì 24 giugno 2010
mercoledì 23 giugno 2010
Il mondo com'è - 38
astolfo
Antipolitica – Inaugurata a Milano dalla Lega, celebrata dal “Corriere della sera” nell’estate del 1994, in preparazione del mini-golpe contro il governo, d’accordo con Borrelli e la Procura di Milano. È il proprio della borghesia? Di quella italiana sì. Sotto le vesti dell’antipartitismo, l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. La scelta del "Corriere" nel 1994 fu dettata da ragioni editoriali: fronteggiare la concorrenza di “Repubblica”, che col cosiddetto giustizialismo, l’ultimo avventuroso approdo di Scalfari, ne minacciava il mercato. Ma c’era evidentemente una corrispondenza fra l’antipolitica e il pubblico lombardo che il “Corriere della sera” rischiava di perdere. Del rifiuto della politica già il “Corriere” laico di Panfilo Gentile e Libero Lenti era il veicolo, fino alla direzione di Spadolini a fine anni Sessanta - l’esecrazione della politica è comune alla borghesia lombarda.
Il potere è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.
Archeologi – Vengono dopo i tombaroli. Curano la bibliografia, ma non necessariamente con lo stesso senso critico.
Capitale - È la città, la rendita urbana. Tanto più alta è la città, tanto più cresce il capitale. L’Italia fu la prima perché per prima ebbe le città, le torri, le cattedrali. Gli Emirati del Golfo non “esistevano” trent’anni fa, erano gli ex staterelli della Tregua, che ora, in gara per le torri e fli alberghi più grandi del mondo, sono anche i più ricchi. A Tokyo un francobollo di terra vale milioni, e quello è il moltiplicatore della ricchezza – valeva prima della crisi, tre anni fa: il palazzo imperiale e i suoi giardini, se edificabili, avrebbero dato un anno di pil di tutti gli Usa. Il palazzo che si estende in superficie, con i grandi giardini, non è un moltiplicatore del capitale ma il suo deflattore: è un segno, come lo è il gioiello e la cassaforte - e anche una battuta d’arresto nella crescita, una forma di autocompiacimento.
Per la sociologia marxista il capitale è – lo è stato a lungo – l’industria. Ma l’industria è l’avventura – per questo l’imprenditore, anche il manager, hanno carature divistiche (mitiche?), sono facilmente ammirati e anche amati. Marx non ha capito nulla. O meglio, lui ha capito, ma il sindacalismo già prendeva il sopravvento, il capitale riducendo alla fabbrica.
Castro – O la castroneria, integrale. Un uomo che si è preso la speranza di molti e il rispetto del mondo, in premio dell’antiamericanismo, ma totalmente negativo. Non ha dato al suo popolo, che si è dimezzato per le fughe, né benessere e neppure la dignità - si organizzano all’Avana i viaggi del’amore come a Rio. E neppure, in tutti i suoi discorsi interminabili, un bagliore di fiducia. È l’eroe del nichilismo del Novecento?
Comunismo - È stato un’organizzazione del consenso, ne conserva la forma mentis. Si vede in Italia dopo il collo dell’Urss. Per che cosa si sono battuti i comunisti, per che cosa si battono gli (ex) comunisti? Per la giustizia, la libertà, il benessere? In parte sì, per quest’ultimo, ma l’impegno per il benessere non basta a giustificare la profonda, ordinatissima, disciplina, per cui si vota compatti il fascistissimo candidato del Partito, nemmeno uno si astiene.
Il consenso è organizzato sotto forma di dissenso. È impossibile organizzare il consenso senza uno stato di polizia. Stalin ha organizzato il consenso, Hitler. La chiesa, per organizzare il consenso dopo il Concilio Lateranense del 1252, ebbe bisogno di tribunali e roghi. Qual è il consenso dei comunisti, per che cosa si battono? Per (contro) le cose ch non vogliono. L’obiettivo è a loro sconosciuto, il nemico no. Da qui la loro sgradevolezza tra le forze democratiche: hanno sempre dei nemici. Perché, moltiplicando le cose che non vogliamo, si è sempre maggioranza. Da qui il secondo motivo di sgradevolezza: l’essere maggioranza. Anche quando, è il caso dei comunisti italiani, sono solo minoranza. Con i collaterali del caso: saccenza, conformismo, superbia. Il terzo è naturalmente il cinismo, forse non abietto in politica, che però li ha portati a servire ultimamente preti e sbirri, Andreotti nelle sue manifestazioni deteriori, i magistrati golpisti, e il maccarthysmo – quanto, finto, politicamente corretto, da società civile.
Europa – La sua proiezione nel mondo si riduce al calcio, all’abbigliamento e alla cucina. Un imperialismo edonista?
Lombardi – Prestavano denaro.
Marx - Si è condannato col materialismo. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. La potenza divorante del denaro avrebbe potuto vincerla con una mossa destabilizzante, non con una accrescitiva, o in una inutile (perdente) gara. Non è sbagliato attribuirgli la celebrazione massima della borghesia.
Occidente – Celebri i suoi tramonti.
Pochi vanno a caccia di albe, anche presso l’Adriatico.
Viene dall’Oriente, non è agli antipodi di niente.
Oriente e Occidente sono punti mobili nell’atlante, in astronomie e in geografia.
Il suo Dio e la sua legge vengono da Mosé. La cui biografia più attendibile è quella di un suddito e un fedele di Akhenaton IV, che è realmente esistito, e realmente ha “inventato” il monoteismo. Un faraone, un africano.
Oriente – L’Europa, che il giovane Ercole strappa all’Asia – Ercole, il precursore di Cristo – si è messa a correre da sola verso Occidente. E più dopo la scoperta di Colombo, che per via di Occidente si finisce a Oriente.
Sempre il mondo va da Oriente a Occidente. Eccetto che negli ultimi secoli, per l’idea di Colombo di portare l’Occidente a Oriente. Ma quante difficoltà ad ammetterlo: nel cristianesimo dapprima, e tuttora, nella storia greca a lungo. Contro ogni evidenza, tutti ostili apriori al “miraggio orientale”, Egitto, Mesopotamia, Assiri, Ittiti, Persiani, l’India naturalmente, la Cina, le steppe.
È – è stato – determinato dal bisogno di svago, dell’Occidente. Che ha inventato se stesso e poi, stanco, ha inventato gli altri mondi, Asia, Africa e Oriente. Fuori dalla chiesa, la famiglia, e il denaro. Fuori anche da Hitler, perché no. È stato il sogno dell’uomo bianco. Una fuga modesta, tra baiadere che invece hanno il burqa, la polvere secca, e gli acquitrini. Ma un’illusone grande, l’Oriente essendo spietato, tra pazze città e freddi politicanti con la bomba atomica, capitribù, mafie.
Risorgimento – È tutto propaganda. È alla sua retorica che la Repubblica deve il peggio di se stessa: Nord rapinoso, Sud avido, burocrazia infame. Ma la retorica è linguaggio immediatamente percepibile. È specchio.
Sessantotto – Si cerca di contemporaneizzare il Sessantotto, per giustificarlo. Che motivo c’è? Il movimento fu di liberazione: essere se stessi, individui, credere, servire anche, come individui. Arricchirsi e arricchire, il linguaggio, le capacità individuali. Fu questo l’abbattimento dei pregiudizi.
Alla fine, presto, si sono ricostituiti i gruppi d’influenza, con i loro linguaggi adulterati, a fini d’ottundimento. Ma questo è la negazione del Sessantotto.
astolfo@antiit.eu
Antipolitica – Inaugurata a Milano dalla Lega, celebrata dal “Corriere della sera” nell’estate del 1994, in preparazione del mini-golpe contro il governo, d’accordo con Borrelli e la Procura di Milano. È il proprio della borghesia? Di quella italiana sì. Sotto le vesti dell’antipartitismo, l’antipolitica viene dalla cultura liberale, laica (azionista, repubblicana), degli anni Cinquanta e Sessanta, man mano che, restando fortemente minoritaria, fu esclusa dalla politica nazionale. La scelta del "Corriere" nel 1994 fu dettata da ragioni editoriali: fronteggiare la concorrenza di “Repubblica”, che col cosiddetto giustizialismo, l’ultimo avventuroso approdo di Scalfari, ne minacciava il mercato. Ma c’era evidentemente una corrispondenza fra l’antipolitica e il pubblico lombardo che il “Corriere della sera” rischiava di perdere. Del rifiuto della politica già il “Corriere” laico di Panfilo Gentile e Libero Lenti era il veicolo, fino alla direzione di Spadolini a fine anni Sessanta - l’esecrazione della politica è comune alla borghesia lombarda.
Il potere è un nucleo impermeabile alla cultura europea del Novecento, alla cultura liberale. Non alla migliore cultura liberale: a Einaudi, andando a ritroso, Tocqueville, Montesquieu, Grozio, Hobbes, Machiavelli. Ma sì, totalmente impervio, ai laici italiani, da Salvemini a Scalfari, e al “Corriere della sera”. Che è quanto di più estraneo al liberalismo.
Archeologi – Vengono dopo i tombaroli. Curano la bibliografia, ma non necessariamente con lo stesso senso critico.
Capitale - È la città, la rendita urbana. Tanto più alta è la città, tanto più cresce il capitale. L’Italia fu la prima perché per prima ebbe le città, le torri, le cattedrali. Gli Emirati del Golfo non “esistevano” trent’anni fa, erano gli ex staterelli della Tregua, che ora, in gara per le torri e fli alberghi più grandi del mondo, sono anche i più ricchi. A Tokyo un francobollo di terra vale milioni, e quello è il moltiplicatore della ricchezza – valeva prima della crisi, tre anni fa: il palazzo imperiale e i suoi giardini, se edificabili, avrebbero dato un anno di pil di tutti gli Usa. Il palazzo che si estende in superficie, con i grandi giardini, non è un moltiplicatore del capitale ma il suo deflattore: è un segno, come lo è il gioiello e la cassaforte - e anche una battuta d’arresto nella crescita, una forma di autocompiacimento.
Per la sociologia marxista il capitale è – lo è stato a lungo – l’industria. Ma l’industria è l’avventura – per questo l’imprenditore, anche il manager, hanno carature divistiche (mitiche?), sono facilmente ammirati e anche amati. Marx non ha capito nulla. O meglio, lui ha capito, ma il sindacalismo già prendeva il sopravvento, il capitale riducendo alla fabbrica.
Castro – O la castroneria, integrale. Un uomo che si è preso la speranza di molti e il rispetto del mondo, in premio dell’antiamericanismo, ma totalmente negativo. Non ha dato al suo popolo, che si è dimezzato per le fughe, né benessere e neppure la dignità - si organizzano all’Avana i viaggi del’amore come a Rio. E neppure, in tutti i suoi discorsi interminabili, un bagliore di fiducia. È l’eroe del nichilismo del Novecento?
Comunismo - È stato un’organizzazione del consenso, ne conserva la forma mentis. Si vede in Italia dopo il collo dell’Urss. Per che cosa si sono battuti i comunisti, per che cosa si battono gli (ex) comunisti? Per la giustizia, la libertà, il benessere? In parte sì, per quest’ultimo, ma l’impegno per il benessere non basta a giustificare la profonda, ordinatissima, disciplina, per cui si vota compatti il fascistissimo candidato del Partito, nemmeno uno si astiene.
Il consenso è organizzato sotto forma di dissenso. È impossibile organizzare il consenso senza uno stato di polizia. Stalin ha organizzato il consenso, Hitler. La chiesa, per organizzare il consenso dopo il Concilio Lateranense del 1252, ebbe bisogno di tribunali e roghi. Qual è il consenso dei comunisti, per che cosa si battono? Per (contro) le cose ch non vogliono. L’obiettivo è a loro sconosciuto, il nemico no. Da qui la loro sgradevolezza tra le forze democratiche: hanno sempre dei nemici. Perché, moltiplicando le cose che non vogliamo, si è sempre maggioranza. Da qui il secondo motivo di sgradevolezza: l’essere maggioranza. Anche quando, è il caso dei comunisti italiani, sono solo minoranza. Con i collaterali del caso: saccenza, conformismo, superbia. Il terzo è naturalmente il cinismo, forse non abietto in politica, che però li ha portati a servire ultimamente preti e sbirri, Andreotti nelle sue manifestazioni deteriori, i magistrati golpisti, e il maccarthysmo – quanto, finto, politicamente corretto, da società civile.
Europa – La sua proiezione nel mondo si riduce al calcio, all’abbigliamento e alla cucina. Un imperialismo edonista?
Lombardi – Prestavano denaro.
Marx - Si è condannato col materialismo. Al cui gioco vince il capitale, quintessenza della materia. La potenza divorante del denaro avrebbe potuto vincerla con una mossa destabilizzante, non con una accrescitiva, o in una inutile (perdente) gara. Non è sbagliato attribuirgli la celebrazione massima della borghesia.
Occidente – Celebri i suoi tramonti.
Pochi vanno a caccia di albe, anche presso l’Adriatico.
Viene dall’Oriente, non è agli antipodi di niente.
Oriente e Occidente sono punti mobili nell’atlante, in astronomie e in geografia.
Il suo Dio e la sua legge vengono da Mosé. La cui biografia più attendibile è quella di un suddito e un fedele di Akhenaton IV, che è realmente esistito, e realmente ha “inventato” il monoteismo. Un faraone, un africano.
Oriente – L’Europa, che il giovane Ercole strappa all’Asia – Ercole, il precursore di Cristo – si è messa a correre da sola verso Occidente. E più dopo la scoperta di Colombo, che per via di Occidente si finisce a Oriente.
Sempre il mondo va da Oriente a Occidente. Eccetto che negli ultimi secoli, per l’idea di Colombo di portare l’Occidente a Oriente. Ma quante difficoltà ad ammetterlo: nel cristianesimo dapprima, e tuttora, nella storia greca a lungo. Contro ogni evidenza, tutti ostili apriori al “miraggio orientale”, Egitto, Mesopotamia, Assiri, Ittiti, Persiani, l’India naturalmente, la Cina, le steppe.
È – è stato – determinato dal bisogno di svago, dell’Occidente. Che ha inventato se stesso e poi, stanco, ha inventato gli altri mondi, Asia, Africa e Oriente. Fuori dalla chiesa, la famiglia, e il denaro. Fuori anche da Hitler, perché no. È stato il sogno dell’uomo bianco. Una fuga modesta, tra baiadere che invece hanno il burqa, la polvere secca, e gli acquitrini. Ma un’illusone grande, l’Oriente essendo spietato, tra pazze città e freddi politicanti con la bomba atomica, capitribù, mafie.
Risorgimento – È tutto propaganda. È alla sua retorica che la Repubblica deve il peggio di se stessa: Nord rapinoso, Sud avido, burocrazia infame. Ma la retorica è linguaggio immediatamente percepibile. È specchio.
Sessantotto – Si cerca di contemporaneizzare il Sessantotto, per giustificarlo. Che motivo c’è? Il movimento fu di liberazione: essere se stessi, individui, credere, servire anche, come individui. Arricchirsi e arricchire, il linguaggio, le capacità individuali. Fu questo l’abbattimento dei pregiudizi.
Alla fine, presto, si sono ricostituiti i gruppi d’influenza, con i loro linguaggi adulterati, a fini d’ottundimento. Ma questo è la negazione del Sessantotto.
astolfo@antiit.eu
martedì 22 giugno 2010
Ombre - 53
Saramago è vissuto da ateo professo e odiava la chiesa. Alla morte, “L’Osservatore Romano” ne ha criticato l’opera. E ora Saramago è difeso, da altri atei professi, come buon cristiano contro la chiesa. È l’effetto del compromesso storico, che i laico-comunisti si ritengono migliori cristiani dei cattolici?
L’ateo José\ che il papa odiava\ difende con la fe’\ l’ateismo, e con la clava.
Nei fotoservizi celebrativi Saramago s’intrattiene con un mascherato David, sub-comandante di chissachecosa nel Chiapas. Uno dei banditelli, tollerati dal governo messicano, che trafficano col Guatemala: lavoratori del cotone e cocaina. È della bohème latinoamericana il romanticismo del bandito, Zapata, Pancho Villa, Castro. Ma per Saramago è diverso, è il comunismo poseur, una recita.
Uno non sa mai che parte prendere a Milano - le vicende milanesi sono sempre attaccaticce, da una parte e dall’altra. Ma la Procura che ribalta la questione Fassino (“abbiamo una banca”, quando Unipol ritiene di aver comprato Bnl) facendone un addebito a Berlusconi, questo è un po’ fuori dell’ordinaria criminogenia milanese.
Il simpatico italianista Benitez è stato per quasi un anno l’allenatore in pectore della Juventus. Poi non lo è diventato perché, col suo staff, costava troppo (troppo per la Juventus…), sui venti milioni. Per la stessa cifra è stato allora preso dall’Inter, il secondo o terzo club più indebitato d’Europa. La morale è dura. Me nessun giornale lo dice.
Il Tribunale del Riesame di Firenze, dopo essersi fatto ”tradurre” Massimo De Santis in ceppi, le vecchie manette a vite, fi fero grosso con catene, gli nega la scarcerazione – a lui come a Balducci. Con questa motivazioni, scrive “Il Messaggero”: «“Uno stile di vita antigiuridico” esteso anche ai familiari, in particolare le mogli, un “atteggiamento di totale chiusura alle ipotesi accusatorie”».
Questa sentenza sembra un romanesco “a li morté”, da intendersi “a te, a tua moglie, ai tuoi figli”. Ma, prendendola per buona, sarà giuridico lo stile di vita dei giudici del riesame? Per i quali è una colpa difendersi dalle accuse.
E come sono le mogli antigiuridiche degli imputati, polpose, vogliose? Sembra di vederli, i giudici del riesame, che mandano in carcere il amrito pensando alla moglie. Magari sono gli stessi che non punirono il mostro o i mostri guardoni di Firenze – venti e più assassinii efferati che la giustizia di Firenze fece di tutto per non punire.
“Le cose che dice la Fiat sullo stabilimento campano le dicevamo noi ventiquattro anni fa”: Prodi interviene su Pomigliano d’Arco, chiedendosi come mai “le teste non sono cambiate”. In una generazione è difficile. Ma forse il bisogno non è poi tanto, non quanto quello che Napoli vuol farci intendere. Anche questo è Napoli.
A lungo l’automobilismo è stato italiano. Si parlava italiano e un po’ d’inglese nei box della gare e tra i motori. Ora i polacchi sanno lavorare meglio degli italiani, dice la Fiat, sono accurati, e più rapidi – sicuramente meglio dei napoletani, si può testimoniare avendo avuto più Alfa di Pomigliano, ma ci vuole poco.
Si può pensare la posizione della Fiom-Cgil su Pomigliano contrattuale: prima di chiudere, in perdita, si spinge la posta più in alto, si negozia così. Poi uno vede Cremaschi in televisione, sicuro, disinvolto, allegro, e non sa che pensare. Vuole anche lui fare il velino, andare ai talk show?.
E il segretario della Cgil Epifani, che si dice sicuro dei sì al referendum del lavoratori di Pomigliano, dopo aver personalmente respinto l’accordo?
Gianni Letta, annota la Guardia di Finanza, “appena uscito dal Quirinale”, risponde alla chiamata di Del Turco. Se avesse risposto prima di entrare al Quirinale non sarebbe stato reato?
E perché la Finanza manda in giro queste scemenze?
Le tre “i” di Berlusconi si intendevano informatica, inglese, impresa. Ma forse erano solo idiozia. Poiché l’informatica e l’inglese, che c’erano, Berlusconi li ha tolti dalle scuole. A quando l’impresa? Non la sua, certo.
I casalesi glieli sta arrestando (quasi) tutti). E se l’attacco di Berlusconi a Saviano fosse un escamotage dell’editore per rilanciare (le vendite del)l’autore? Non c’è altra spiegazione.
L’ateo José\ che il papa odiava\ difende con la fe’\ l’ateismo, e con la clava.
Nei fotoservizi celebrativi Saramago s’intrattiene con un mascherato David, sub-comandante di chissachecosa nel Chiapas. Uno dei banditelli, tollerati dal governo messicano, che trafficano col Guatemala: lavoratori del cotone e cocaina. È della bohème latinoamericana il romanticismo del bandito, Zapata, Pancho Villa, Castro. Ma per Saramago è diverso, è il comunismo poseur, una recita.
Uno non sa mai che parte prendere a Milano - le vicende milanesi sono sempre attaccaticce, da una parte e dall’altra. Ma la Procura che ribalta la questione Fassino (“abbiamo una banca”, quando Unipol ritiene di aver comprato Bnl) facendone un addebito a Berlusconi, questo è un po’ fuori dell’ordinaria criminogenia milanese.
Il simpatico italianista Benitez è stato per quasi un anno l’allenatore in pectore della Juventus. Poi non lo è diventato perché, col suo staff, costava troppo (troppo per la Juventus…), sui venti milioni. Per la stessa cifra è stato allora preso dall’Inter, il secondo o terzo club più indebitato d’Europa. La morale è dura. Me nessun giornale lo dice.
Il Tribunale del Riesame di Firenze, dopo essersi fatto ”tradurre” Massimo De Santis in ceppi, le vecchie manette a vite, fi fero grosso con catene, gli nega la scarcerazione – a lui come a Balducci. Con questa motivazioni, scrive “Il Messaggero”: «“Uno stile di vita antigiuridico” esteso anche ai familiari, in particolare le mogli, un “atteggiamento di totale chiusura alle ipotesi accusatorie”».
Questa sentenza sembra un romanesco “a li morté”, da intendersi “a te, a tua moglie, ai tuoi figli”. Ma, prendendola per buona, sarà giuridico lo stile di vita dei giudici del riesame? Per i quali è una colpa difendersi dalle accuse.
E come sono le mogli antigiuridiche degli imputati, polpose, vogliose? Sembra di vederli, i giudici del riesame, che mandano in carcere il amrito pensando alla moglie. Magari sono gli stessi che non punirono il mostro o i mostri guardoni di Firenze – venti e più assassinii efferati che la giustizia di Firenze fece di tutto per non punire.
“Le cose che dice la Fiat sullo stabilimento campano le dicevamo noi ventiquattro anni fa”: Prodi interviene su Pomigliano d’Arco, chiedendosi come mai “le teste non sono cambiate”. In una generazione è difficile. Ma forse il bisogno non è poi tanto, non quanto quello che Napoli vuol farci intendere. Anche questo è Napoli.
A lungo l’automobilismo è stato italiano. Si parlava italiano e un po’ d’inglese nei box della gare e tra i motori. Ora i polacchi sanno lavorare meglio degli italiani, dice la Fiat, sono accurati, e più rapidi – sicuramente meglio dei napoletani, si può testimoniare avendo avuto più Alfa di Pomigliano, ma ci vuole poco.
Si può pensare la posizione della Fiom-Cgil su Pomigliano contrattuale: prima di chiudere, in perdita, si spinge la posta più in alto, si negozia così. Poi uno vede Cremaschi in televisione, sicuro, disinvolto, allegro, e non sa che pensare. Vuole anche lui fare il velino, andare ai talk show?.
E il segretario della Cgil Epifani, che si dice sicuro dei sì al referendum del lavoratori di Pomigliano, dopo aver personalmente respinto l’accordo?
Gianni Letta, annota la Guardia di Finanza, “appena uscito dal Quirinale”, risponde alla chiamata di Del Turco. Se avesse risposto prima di entrare al Quirinale non sarebbe stato reato?
E perché la Finanza manda in giro queste scemenze?
Le tre “i” di Berlusconi si intendevano informatica, inglese, impresa. Ma forse erano solo idiozia. Poiché l’informatica e l’inglese, che c’erano, Berlusconi li ha tolti dalle scuole. A quando l’impresa? Non la sua, certo.
I casalesi glieli sta arrestando (quasi) tutti). E se l’attacco di Berlusconi a Saviano fosse un escamotage dell’editore per rilanciare (le vendite del)l’autore? Non c’è altra spiegazione.
Secondi pensieri - (46)
zeulig
Amore – Non si discute. Dire l’uno all’altro cosa non va e come dovrebbe andare serve solo a sancirne la fine. Si può ricostruirlo, costruirgli le fondamenta. Rifare la corte, ricostituendo la prima immagine dell’innamorato, per esempio. O sorprenderne una forza/debolezza. Ricostituirne insomma il nimbo, facendo un passo indietro dal ragionamento per rivivere la passione cristallizzata che Stendhal, incapace d’amore, teorizza. Oppure accettare l’altro per quello che è, senza presumere più di tanto di sé. O anche soltanto giocare di tanto in tanto il ruolo nel teatrino, in attesa di tempi migliori. Ma bisogna averne voglia. Cioè essere innamorati.
Cane – Imita il padrone. Vita dura deve avere – vita da cani. Per sentimentalismo.
Lo è un uomo che si specchia in una donna, un uomo innamorato. Amare è da cani?
La donna innamorata non imita il cane, non si specchia - le donne non sono sentimentali.
Classe - È il comunismo che l’ha abbattuta, oppure il capitalismo? Il comunismo ha eliminato le differenze di classe, nell’egualitarismo. Che il capitalismo ora cavalca: marcia trionfale nel deserto. Delle passioni e perfino degli interessi. I gruppi d’interesse non hanno più controlli, e indisturbati prosperano, più spesso delle disgrazie altrui. Hanno vinto e dominano, non con la costrizione ma per intima convinzione delle masse. O corruzione: è questo il guasto del comunismo che perdura, si chiami pure abolizione delle differenze di classe.
Conservazione - È una forma di possesso – e viceversa il progressismo è una forma di dispossesso, da cui il suo carico liberatorio. Ma entro limiti: l’una a n certo punto conserva l’individuo, quindi lo libera, l’altro lo spossessa di ogni facoltà critica, per ottimismo o conformismo, lo asservisce in realtà o lo rincretinisce (livella).
Cristo – L’uomo-dio ucciso dagli uomini. All’origine del cristianesimo c’è un delitto: gli uomini uccidono Dio. Non più metaforicamente, col peccato, ma con i chiodi sulla croce.
Il cristianesimo è, allora, non una religione della consolazione (pietas, caritas) ma della violenza umana. Sotto forme spirituali o sentimentali – il prometeismo. E sotto quelle razionali e pratiche – l’Inquisizione, Hitler.
Critica – Deve capire, quella politica come quella letteraria. Capire per spiegare. Quella demolitoria è un’assurdità: l’uomo, essendo nato disteso, intende rialzarsi, quindi non ha senso volere tutti stesi.
Darwin – Se la lotta per la vita e la selezione naturale sono vere per il mondo, lo sono anche per l’uomo? In parte sì, nella procreazione, nell’alimentazione. Nelle funzioni naturali, cioè. Nella guerra già non più: non c’è nessuna ratio nella guerra, tantomeno la sopravvivenza del più adatto. Lo specifico dell’uomo esula dal mondo darwiniano, l’uomo è la sua storia: è il pensiero (la memoria, l’esercizio) e la fantasia. E in esse Darwin non ha posto.
Liberarsi di Darwin per liberarsi? È indubbio che il principio ordinatore della natura, non solo dell’uomo, dev’essere altro. Forse un non principio.
L’ordinamento di Darwin è una delle forme di organizzazione della vita e della società (id. Marx) che realizzavano la democrazia nell’Ottocento. Delle forme protettive, che mettono in conto la qualità con la necessità. Prolungate nel Novecento quali salvaguardie delle minoranze, o delle maggioranze senza poteri. Ma la gforma più democratica della democrazia resta l’individuo e la differenza.
Dio – Non può aver fatto il mondo per cattiveria, perché è buono. Né per bontà naturalmente, poiché al mondo c’è il male. Dunque, Dio non ha fatto il mondo.
Il che non vuol dire che Dio non esiste. Il mondo lo invidia appunto perché è altra cosa.
Dio è scontento. Perché crea.
È varietà, essendo in ogni singolo atomo o istante. È incostante.
Durata – Va concepita non come estensione ma come permanenza. Della storia ma non come tempo – dei caratteri.
Ereditarietà – “Uno dei temi più misteriosi del teatro greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii” (Pasolini, “Lettere luterane”, avvio). È la persistenza dei caratteri. Genetica forse. Sicuramente psicologica (pedagogica, cioè gerarchica, istintiva, cioè ripetitiva, indotta, cioè storica). Duemila anni fa i Sardi e i Bretti prendevano ostaggi, oggi pure. Il Texano sparava nelle praterie duecento anni fa, e non ha smesso oggi che, lòevigato, va all’Opera in Bmw. Le abitudini, se cattive, si inducono anche.
Errore - È la via dell’intelligenza: la mente animale non può crearsi la realtà, e neppure il futuro, è intelligente se scopre dove sbaglia.
Esistenzialismo – In quanto filosofia del nichilismo contraddice la filosofia, che si esercita per cercare una via d’uscita al nichilismo originario (naturale). Un’opera allettante letterariamente, ma da dilettanti del giudizio – Heidegger s’innamora di Hitler (fino al punto da contrapporlo al nazismo!), Sartre di Stalin.
Inferno – Esisterà pure, ma è un peccato di superbia senza uguali: per i peccati di un momento dare una pena eterna. Peccato d’orgoglio perché concettuale, prima e più che gesto d’ira, necessariamente passeggero.
Ci incontreremo dunque Dio – o l’ha inventato il diavolo? propriamente, sarebbe invenzione demoniaca.
Laicismo - È l’atteggiamento mentale dell’individualismo. Di cui mette a frutto la virtù, l’autonomo giudizio. Che è anche un vizio, quando non è sorretto da capacità critica.
Il laicismo è per persone istruite, e ancorate ai valori democratici. Ancorate dall’ereditarietà, dalla tradizione.
Ricchezza – Quella immensa di oggi e crescente (la cerazione della ricchezza) è immateriale, i suoi tesori inesistenti per sé e in necessari. Pochi sono i beni e i lavori necessari, e un uso limitato al necessario ne richiederebbe ancora meno – poco, pochissimo, petrolio se serve ad alimentare il fuoco.
Sensi – Creano il mondo. Per accumulo anche: l’ereditarietà si genere per il lungo lento deposito di percezioni e reazioni sensitive.
Il cervello è muto senza i sensi. La memoria è agita dai sensi, continuativamente (razionalmente) o occasionalmente. Le omissioni e le afasie della stanchezza o dell’età nascono dall’allentamento della relazione sensi-intelligenza.
zeulig@antiit.eu
Amore – Non si discute. Dire l’uno all’altro cosa non va e come dovrebbe andare serve solo a sancirne la fine. Si può ricostruirlo, costruirgli le fondamenta. Rifare la corte, ricostituendo la prima immagine dell’innamorato, per esempio. O sorprenderne una forza/debolezza. Ricostituirne insomma il nimbo, facendo un passo indietro dal ragionamento per rivivere la passione cristallizzata che Stendhal, incapace d’amore, teorizza. Oppure accettare l’altro per quello che è, senza presumere più di tanto di sé. O anche soltanto giocare di tanto in tanto il ruolo nel teatrino, in attesa di tempi migliori. Ma bisogna averne voglia. Cioè essere innamorati.
Cane – Imita il padrone. Vita dura deve avere – vita da cani. Per sentimentalismo.
Lo è un uomo che si specchia in una donna, un uomo innamorato. Amare è da cani?
La donna innamorata non imita il cane, non si specchia - le donne non sono sentimentali.
Classe - È il comunismo che l’ha abbattuta, oppure il capitalismo? Il comunismo ha eliminato le differenze di classe, nell’egualitarismo. Che il capitalismo ora cavalca: marcia trionfale nel deserto. Delle passioni e perfino degli interessi. I gruppi d’interesse non hanno più controlli, e indisturbati prosperano, più spesso delle disgrazie altrui. Hanno vinto e dominano, non con la costrizione ma per intima convinzione delle masse. O corruzione: è questo il guasto del comunismo che perdura, si chiami pure abolizione delle differenze di classe.
Conservazione - È una forma di possesso – e viceversa il progressismo è una forma di dispossesso, da cui il suo carico liberatorio. Ma entro limiti: l’una a n certo punto conserva l’individuo, quindi lo libera, l’altro lo spossessa di ogni facoltà critica, per ottimismo o conformismo, lo asservisce in realtà o lo rincretinisce (livella).
Cristo – L’uomo-dio ucciso dagli uomini. All’origine del cristianesimo c’è un delitto: gli uomini uccidono Dio. Non più metaforicamente, col peccato, ma con i chiodi sulla croce.
Il cristianesimo è, allora, non una religione della consolazione (pietas, caritas) ma della violenza umana. Sotto forme spirituali o sentimentali – il prometeismo. E sotto quelle razionali e pratiche – l’Inquisizione, Hitler.
Critica – Deve capire, quella politica come quella letteraria. Capire per spiegare. Quella demolitoria è un’assurdità: l’uomo, essendo nato disteso, intende rialzarsi, quindi non ha senso volere tutti stesi.
Darwin – Se la lotta per la vita e la selezione naturale sono vere per il mondo, lo sono anche per l’uomo? In parte sì, nella procreazione, nell’alimentazione. Nelle funzioni naturali, cioè. Nella guerra già non più: non c’è nessuna ratio nella guerra, tantomeno la sopravvivenza del più adatto. Lo specifico dell’uomo esula dal mondo darwiniano, l’uomo è la sua storia: è il pensiero (la memoria, l’esercizio) e la fantasia. E in esse Darwin non ha posto.
Liberarsi di Darwin per liberarsi? È indubbio che il principio ordinatore della natura, non solo dell’uomo, dev’essere altro. Forse un non principio.
L’ordinamento di Darwin è una delle forme di organizzazione della vita e della società (id. Marx) che realizzavano la democrazia nell’Ottocento. Delle forme protettive, che mettono in conto la qualità con la necessità. Prolungate nel Novecento quali salvaguardie delle minoranze, o delle maggioranze senza poteri. Ma la gforma più democratica della democrazia resta l’individuo e la differenza.
Dio – Non può aver fatto il mondo per cattiveria, perché è buono. Né per bontà naturalmente, poiché al mondo c’è il male. Dunque, Dio non ha fatto il mondo.
Il che non vuol dire che Dio non esiste. Il mondo lo invidia appunto perché è altra cosa.
Dio è scontento. Perché crea.
È varietà, essendo in ogni singolo atomo o istante. È incostante.
Durata – Va concepita non come estensione ma come permanenza. Della storia ma non come tempo – dei caratteri.
Ereditarietà – “Uno dei temi più misteriosi del teatro greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii” (Pasolini, “Lettere luterane”, avvio). È la persistenza dei caratteri. Genetica forse. Sicuramente psicologica (pedagogica, cioè gerarchica, istintiva, cioè ripetitiva, indotta, cioè storica). Duemila anni fa i Sardi e i Bretti prendevano ostaggi, oggi pure. Il Texano sparava nelle praterie duecento anni fa, e non ha smesso oggi che, lòevigato, va all’Opera in Bmw. Le abitudini, se cattive, si inducono anche.
Errore - È la via dell’intelligenza: la mente animale non può crearsi la realtà, e neppure il futuro, è intelligente se scopre dove sbaglia.
Esistenzialismo – In quanto filosofia del nichilismo contraddice la filosofia, che si esercita per cercare una via d’uscita al nichilismo originario (naturale). Un’opera allettante letterariamente, ma da dilettanti del giudizio – Heidegger s’innamora di Hitler (fino al punto da contrapporlo al nazismo!), Sartre di Stalin.
Inferno – Esisterà pure, ma è un peccato di superbia senza uguali: per i peccati di un momento dare una pena eterna. Peccato d’orgoglio perché concettuale, prima e più che gesto d’ira, necessariamente passeggero.
Ci incontreremo dunque Dio – o l’ha inventato il diavolo? propriamente, sarebbe invenzione demoniaca.
Laicismo - È l’atteggiamento mentale dell’individualismo. Di cui mette a frutto la virtù, l’autonomo giudizio. Che è anche un vizio, quando non è sorretto da capacità critica.
Il laicismo è per persone istruite, e ancorate ai valori democratici. Ancorate dall’ereditarietà, dalla tradizione.
Ricchezza – Quella immensa di oggi e crescente (la cerazione della ricchezza) è immateriale, i suoi tesori inesistenti per sé e in necessari. Pochi sono i beni e i lavori necessari, e un uso limitato al necessario ne richiederebbe ancora meno – poco, pochissimo, petrolio se serve ad alimentare il fuoco.
Sensi – Creano il mondo. Per accumulo anche: l’ereditarietà si genere per il lungo lento deposito di percezioni e reazioni sensitive.
Il cervello è muto senza i sensi. La memoria è agita dai sensi, continuativamente (razionalmente) o occasionalmente. Le omissioni e le afasie della stanchezza o dell’età nascono dall’allentamento della relazione sensi-intelligenza.
zeulig@antiit.eu
lunedì 21 giugno 2010
I due pesi delle intercettazioni
O: le intercettazioni dell’Inter e la giustizia sportiva. O: la giustizia è uguale per tutti, tranne che a Milano, per i signori, nell’anno 2010, senza vergogna. Chiusa la condanna di Tavaroli, lo spione di Pirelli-Telecom, col giudice che rimprovera alla Procura le mancate indagini sui committenti di Tavaroli, cioè su Pirelli e su Telecom, cioè su Tronchetti Provera, la Procura fa finta di nulla, e ha in atto il procedimento per distruggere le intercettazioni. Per proteggere gli spiati, afferma.
L’Inter c’entra, perché nel patteggiamento di Tavaroli, la giudice Panasiti ricorda la testimonia di Ghioni, braccio destro dell’incolpato: “Tutte le aziende alle quali era interessato, come azionariato, il signor Tronchetti, nel senso che aveva una partecipazione, le consideravamo aziende di Gruppo; tra queste consideravamo anche l’Inter un’azienda di Gruppo. Ne conseguiva che anche l’Inter, in quanto azienda del Gruppo, veniva tutelata e gestita, esattamente, come se fosse Telecom Italia, e, quindi, con una programmazione anche di attività di incursione su varie aree di queste aziende“. Ma il Procuratore federale Palazzi, l’accusatore del calcio, fa finta di non avere letto. Come non ha letto dei pedinamenti ordinati, e pagati, dall’Inter di Facchetti a carico di Vieri e altri calciatori.
La cosa però non finisce qui, perché c’è chi si oppone alla distruzione delle intercettazioni che tanto sta a cuore alla Procura di Milano. Per ora è solo l’ex arbitro De Santis, il cui avvocato, Irma Conti, ha presentato opposizione alla distruzione dei vari dossier “Ladroni”: lo ritiene essenziale per la richiesta di danni che si appresta a presentare. Ma anche Moggi, l’ex dg della Juventus, si appresterebbe a opporsi, che “ladrona” chiama l’Inter, in particolare per quanto concerne un altro dossier, denominato “Como”. Nel quale Adamo Bove, il dirigente Telecom poi suicida, che materialmente effettuava le registrazioni, segnava tutti i dati personali, codice fiscale compreso, delle personalità del calcio intercettate.
L’avvocato Conti ha ottenuto un rinvio, al 21 luglio. Data entro la quale altre opposizioni si dovrebbero manifestare.
L’Inter c’entra, perché nel patteggiamento di Tavaroli, la giudice Panasiti ricorda la testimonia di Ghioni, braccio destro dell’incolpato: “Tutte le aziende alle quali era interessato, come azionariato, il signor Tronchetti, nel senso che aveva una partecipazione, le consideravamo aziende di Gruppo; tra queste consideravamo anche l’Inter un’azienda di Gruppo. Ne conseguiva che anche l’Inter, in quanto azienda del Gruppo, veniva tutelata e gestita, esattamente, come se fosse Telecom Italia, e, quindi, con una programmazione anche di attività di incursione su varie aree di queste aziende“. Ma il Procuratore federale Palazzi, l’accusatore del calcio, fa finta di non avere letto. Come non ha letto dei pedinamenti ordinati, e pagati, dall’Inter di Facchetti a carico di Vieri e altri calciatori.
La cosa però non finisce qui, perché c’è chi si oppone alla distruzione delle intercettazioni che tanto sta a cuore alla Procura di Milano. Per ora è solo l’ex arbitro De Santis, il cui avvocato, Irma Conti, ha presentato opposizione alla distruzione dei vari dossier “Ladroni”: lo ritiene essenziale per la richiesta di danni che si appresta a presentare. Ma anche Moggi, l’ex dg della Juventus, si appresterebbe a opporsi, che “ladrona” chiama l’Inter, in particolare per quanto concerne un altro dossier, denominato “Como”. Nel quale Adamo Bove, il dirigente Telecom poi suicida, che materialmente effettuava le registrazioni, segnava tutti i dati personali, codice fiscale compreso, delle personalità del calcio intercettate.
L’avvocato Conti ha ottenuto un rinvio, al 21 luglio. Data entro la quale altre opposizioni si dovrebbero manifestare.
Intelligente per essere stupido – o viceversa?
La stupidità piace e il libretto è citatissimo. Ma è per metà un articolo non nuovo su Clinton e la Lewinsky, e per l’altra metà una benevola rassicurazione da buon confessore – per Berlusconi compreso (sul quale Legrenzi manca un punto: se Berlusconi non ha successo in politica proprio perché fa lo “stupido”, il semplice, quello che dice “il re è nudo”, affondando così la stupidità vera, che è presuntuosa, dei conformisti, i faziosi, gli ipocriti, e degli stessi comici di mestiere, Grillo, Guzzanti, Moretti? o riuscendo per questo solo fatto simpatico, anche se pasticcione, lui che avrebbe invece tutto per essere antipatico, un riccastro, il più ricco d’Italia, e col conflitto d’interessi). Alle ultime paginette Legrenzi apre l’argomento più interessante: “Si proteggono i lavoratori più deboli e, come conseguenza, questi non vengono più assunti”. Oppure: “Si protegge la conservazione dei beni culturali, e quando un’impresa edile trova un reperto, temendo che sia di valore storico, lo ignora, se non peggio”. Che è il vecchio tema: se una buona azione può produrre effetti cattivi. E bisognerebbe ricominciare.
La stupidità purtroppo c’è – non è l’errore. Innata o acquisita che sia. E' argomento rischioso ma fatto imbattibile. E vasto ne è il repertorio. Si può leggere la storia come una tensione al progresso, una freccia a 90° verso l’alto, o come una serie di catastrofi a cui poniamo di tanto in tanto rimedio, una freccia tendenziale verso il basso, con oscillazioni che di tanto in tanto la raddrizzano (la sopravvivenza, la curiosità). L’Europa che culmina la sua storia bi millenaria nel cupo Novecento ne è un caso. La storica Barbara Tuchmann ha potuto seguire una linea di stupidità nella grande storia, “La Marcia della follia. Dalla guerra di Troia alla guerra del Vietnam”. Con un esempio su tutti: come l’Inghilterra perse l’America. O i papi che costrinsero mezza Europa alla Riforma. O l’attacco “suicida” del Giappone a Pearl Harbour. Lo vediamo del resto ogni giorno, nell’infinito stupidario della famiglia, del lavoro, della vita minima in comune, nel condominio, alla posta, sul tram. C’è perfino la “stupidità della poesia”: la denuncia Jean Paul nell’“Elogio della stupidità”, la celebra in tono elogiativo Savinio, nel commento alle avventure dell’“Asino” di Luciano.
Da un lato la storia rasenta la follia, dall’altro il banale errore. Jean Paul, che ne scrisse l’“Elogio” a diciott’anni, si esercitava contemporaneamente sulla “Differenza tra il pazzo e lo stupido”. Il tema è peraltro sempre stato popolare. Legrenzi si limita a citare Musil e Carlo Cipolla, ma non c’è, si può dire, chi non ne ha trattato. Menandro, Isocrate, Catullo, il “Siracide”, 21,10, il libro dei consigli della Bibbia greca poi chiamato anche “Ecclesiastico”, l’“Ecclesiaste” naturalmente, il “Canzoniere eddico”, i proverbi, Oscar Wilde, “non c’è altro peccato che la stupidità” (ma nel “Marito ideale” l’aforista Wilde professa “una grande ammirazione per la stupidità”), Baudelaire, e il borghesissimo Flaubert di “Bouvard e Pécuchet”. Per Orazio, al quarto carme, “è piacevole, al momento opportuno, essere stupidi”, e per Seneca, nella “Tranquillità dell’animo” - “di tanto in tanto è piacevole essere stupidi”. Mentre per Plinio il Vecchio “nessun mortale è saggio a tutte le ore”. Il placido Cassiodoro la consiglia. “La stupidità al momento opportuno è la più grande saggezza”. Tema dissodato recentemente da Savinio e Umberto Eco, anche se non in forma di aforisma, e dallo storico Cipolla, e contrastato, ma debolmente, solo da Fruttero e Lucentini.
Bisogna ricordarsi, diceva Rabelais, che “al mondo ci sono molti più coglioni che uomini”. E che, aggiunge Longanesi, “due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza storica”. Ma c’è anche un’arte della stupidità. Nel senso di Cassiodoro oppure in senso inverso. Il Dottor Johnson nota di un tale che “dev’essergli costato molta fatica, un tale eccesso di stupidità non esiste in natura”. Mentre il superbamente intelligente von Hofmannstahl afferma: “La stupidità più pericolosa è un’acuta intelligenza”. Sia il genere che la trattazione sono insomma ardui.
La stupidità di Jean Paul si parla da sola e si tesse un elogio: il colmo della stupidità. Scesa dove più in basso non si può, però, guarda in alto e cosa trova? Stupidità. Non nel senso dell’“Ecclesiaste”, o del pessimismo cosmico (“infinito è il numero degli stupidi” – senso peraltro soprammesso dal traduttore san Girolamo ma estraneo, pare, all’originale ebraico, e alla traduzione dei Settanta, che recita: “Ciò che manca non si può contare”), né del moralismo ciceroniano (“Stultorum plena sunt omnia”), ma della divertita scoperta. Legrenzi fa molti esempi di Nero Wolfe e Philip Roth, e quindi è simpatico. Ma stupidità, certo, è anche affrontare la stupidità seriamente – si cade nel paradosso di Epimenide cretese che tutti i cretesi attesta bugiardi.
Paolo Legrenzi, Non occorre essere stupidi per fare sciocchezze, il Mulino, pp. 143, € 10
sabato 19 giugno 2010
Quando i carabinieri erano in guerra
Ci fu un’epoca in cui i carabinieri erano in guerra, quotidiana, imprevedibile, con morti e feriti veri, contro il terrorismo che l’Italia negava (i giudici, i giornali), e contro se stessi. Una forza di polizia letteralmente comandata dalla P2. Mentre dei terroristi rossi si scriveva che fossero “sedicenti”, e tribunali e corti d’appello mandavano in libertà provvisoria terroristi già condannati, che subito sparivano. Tutto ciò sembra ridicolo, prima che impossibile, ma questa testimonianza in forma d’intervista del generale Nicolò Bozzo dice che quell’epoca non è tanto remota, e non è passata: non ha avuto nessuna eco, benché presentata da Nicola Tranfaglia, ed è subito finita al remainders.
La testimonianza è organizzata da Michele Ruggiero come un’autobiografia. E Bozzo, nonché non presumere di se stesso (fisico atletico e faccia da boxeur, il generale da ragazzo voleva fare il vigile urbano, e la sua felicità è essere diventato alla fine il comandante dei vigili della sua Genova), ha una biografia per lunghi tratti deludente. Compreso il suo comando sull’Aspromonte, dove ebbe la fortuna di liberare il giovane Casella, ma solo per l’avidità dei rapitori (avevano già intascato un miliardo) e la loro inettitudine. Dopodiché creò una struttura super militarizzata, con dispiego di elicotteri e reparti Cacciatori del tutto inutili, come le relative costose caserme, mai aperte, mentre il business dei sequestri è proseguito per un altro decennio, e tutti sapevano per mano di chi. Ma il punto di vista dimesso fa risaltare meglio i fatti di cui Bozzo è stato testimone o protagonista, specie nel triangolo operativo a lui più familiare, Genova, Torino, Milano.
È una testimonianza insolita dall’interno dell’Arma. Dichiarato è il personale antiamericanismo di Bozzo, viscerale. “L’Arma era un corpo separato dello Stato, al quale si prestava una fedeltà «condizionata» al quadro politico”. Il suo corso da ufficiale alla Scuola di guerra di Civitavecchia, tre anni, era diviso fra simpatizzanti della destra e della sinistra, senza alcuna simpatia per la Dc – per la quale invece erano schierati sottufficiali, graduati e truppa. Del Piano Solo e di Gladio l’intervistatore non ha naturalmente buona opinione. Ma Bozzo, reclutato tra i carabinieri dal colonnello Celi, stretto collaboratore di De Lorenzo, concede che le democrazie hanno tutte dei piani contro la sovversione: “Il «Piano Solo» rifletteva l’esecuzione di una modalità difensiva che in linea di principio spetta a qualunque Stato democratico”. E di Paolo Emilio Taviani, “il vero capo di Gladio”, ha un’opinione eccellente. Apprezza molto il lavoro del defunto colonnello Bonaventura, che è stato suo subordinato in varie operazioni, ma non ha apprezzato il modo come l’allora maggiore raccolse la testimonianza di Marino contro Sofri, soprattutto non la decisione di remunerarlo. Presidente del Cocer, il “sindacato” dei carabinieri, Bozzo è stato denunciatore della P 2, anche se ne faceva parte Dalla Chiesa, il suo padre putativo.
Qui, sui rapporti tra i carabinieri e la politica, occorre aprire una parentesi. Bozzo fu in Calabria l’ammazzasocialisti, nella regione dove il Psi contava per oltre il 20 per cento. Ci ha fatto anche carriera, portando all’emerito Cordova, il Procuratore Capo di Palmi, giudice di professa fede missina, le teste di tutti i socialisti della regione eccetto Giacomo Mancini. Al quale invece ha riservato un processo a parte con ventotto pentiti. Tutti i processi sono poi finiti in nulla – poi, dopo aver dissolto il Psi. E dunque, per chi lavorano i carabinieri apolitici, quale il generale si professa? Sembrerebbe per lo statu quo, cioè per il potere. Ma, allora, i servizi segreti deviati sono i carabinieri...
Egualmente controvertibile la parte riguardante il terrorismo. Bozzo è stato il collaboratore forse più stretto di Dalla Chiesa, nei vari nuclei speciali antiterrorismo creati dal generale. Di cui sottolinea in più punti la nota determinazione, e alcune debolezze caratteriali. Compresa quella di non rimuovere la censura inflitta a Bozzo per l’operazione Monte Nevoso il primo ottobre 1978: l’arresto di Azzolini, Bonisoli e Nadia Mantovani, ma anche il parziale occultamento delle carte di Moro, della parte forse sostanziale del famoso memoriale. Quella operazione fu un successo, dice qui, ma non piacque al comando della divisione CC di Milano, la Pastrengo, i cui ufficiali comandanti sono sempre stati della P2. Mentre non lo erano: né il generale comandante Italo Giovannitti né il capo di stato maggiore, il colonnello Vincenzo Morelli, che coordinavano le indagini - e avevano scoperto il covo due mesi e mezzo prima che Dalla Chiesa facesse intervenire Bozzo. La censura non gliela levò Dalla Chiesa, aggiunge Bozzo onestamente, quando divenne comandante della Pastrengo, ma sottintende che non gliela levò in ossequio alla P2.
Nelle argomentazioni, insomma, il generale non è plausibile: grande organizzatore, cattivo investigatore. Confusionario anche, e un po’ credulone: arrivò a credere a un senatore Cervone, moroteo, che gli garantiva un covo brigatista a Salice Terme su segnalazione “certa”, che poi risultò essere di un giornalista Maglione di radio Montecarlo: un covo frequentato da Adolfo Beria d’Argentine, che era il Procuratore Capo a Milano.
Di errori, invidie, e dell’innocentismo dei giudici e dei giornali Bozzo ha molte memorie. L’Arma odiava Dalla Chiesa. Peci e Micaletto sono stati arrestati per caso. Guido Rossa furono i carabinieri a metterlo nel mirino delle Br, rendendo pubblica la sua denuncia di un brigatista fiancheggiatore. Una pratica di cui non sembrano pentirsi, questa di esporre il testimone a carico, specie nei paesi di mafia – salvo poi addebitare agli stessi paesi l’inverosimile omertà.
E non è tutto. Bozzo racconta che Dalla Chiesa sospettava un complotto tra destra eversiva, criminalità organizzata, massoneria e servizi segreti. E che una volta gli chiese, brandendo un appunto in fotocopia, di indagare su Cia, Ordine di Malta, Opus Dei e Trilateral, quali organismi sospetti di golpismo. E uno non sa che pensare: de mortuis nisi bonum, ma il generale voleva evitare per caso indagini serie?
Il generale Bozzo sarà poi materialmente incaricato di recapitare a Berlusconi l’avviso di garanzia tanto urgente quanto infondato del 21 novembre 1994. Che contestualmente veniva recapitato al “Corriere della sera”, per il golpe giornalistico che abbatté il governo, dopo quelli politici di Scalfaro (la chiusura delle Camere, gli arresti indiscriminati). Ma nemmeno lui dice la verità, anzi insinua che a dare l’avviso al “Corriere” sia stato lo stesso Berlusconi.
Se non è lui capo, o parte, dei servizi segreti paralleli, nella sua logica, chi altri?
Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, Fratelli Frilli, pp.318, €15
La testimonianza è organizzata da Michele Ruggiero come un’autobiografia. E Bozzo, nonché non presumere di se stesso (fisico atletico e faccia da boxeur, il generale da ragazzo voleva fare il vigile urbano, e la sua felicità è essere diventato alla fine il comandante dei vigili della sua Genova), ha una biografia per lunghi tratti deludente. Compreso il suo comando sull’Aspromonte, dove ebbe la fortuna di liberare il giovane Casella, ma solo per l’avidità dei rapitori (avevano già intascato un miliardo) e la loro inettitudine. Dopodiché creò una struttura super militarizzata, con dispiego di elicotteri e reparti Cacciatori del tutto inutili, come le relative costose caserme, mai aperte, mentre il business dei sequestri è proseguito per un altro decennio, e tutti sapevano per mano di chi. Ma il punto di vista dimesso fa risaltare meglio i fatti di cui Bozzo è stato testimone o protagonista, specie nel triangolo operativo a lui più familiare, Genova, Torino, Milano.
È una testimonianza insolita dall’interno dell’Arma. Dichiarato è il personale antiamericanismo di Bozzo, viscerale. “L’Arma era un corpo separato dello Stato, al quale si prestava una fedeltà «condizionata» al quadro politico”. Il suo corso da ufficiale alla Scuola di guerra di Civitavecchia, tre anni, era diviso fra simpatizzanti della destra e della sinistra, senza alcuna simpatia per la Dc – per la quale invece erano schierati sottufficiali, graduati e truppa. Del Piano Solo e di Gladio l’intervistatore non ha naturalmente buona opinione. Ma Bozzo, reclutato tra i carabinieri dal colonnello Celi, stretto collaboratore di De Lorenzo, concede che le democrazie hanno tutte dei piani contro la sovversione: “Il «Piano Solo» rifletteva l’esecuzione di una modalità difensiva che in linea di principio spetta a qualunque Stato democratico”. E di Paolo Emilio Taviani, “il vero capo di Gladio”, ha un’opinione eccellente. Apprezza molto il lavoro del defunto colonnello Bonaventura, che è stato suo subordinato in varie operazioni, ma non ha apprezzato il modo come l’allora maggiore raccolse la testimonianza di Marino contro Sofri, soprattutto non la decisione di remunerarlo. Presidente del Cocer, il “sindacato” dei carabinieri, Bozzo è stato denunciatore della P 2, anche se ne faceva parte Dalla Chiesa, il suo padre putativo.
Qui, sui rapporti tra i carabinieri e la politica, occorre aprire una parentesi. Bozzo fu in Calabria l’ammazzasocialisti, nella regione dove il Psi contava per oltre il 20 per cento. Ci ha fatto anche carriera, portando all’emerito Cordova, il Procuratore Capo di Palmi, giudice di professa fede missina, le teste di tutti i socialisti della regione eccetto Giacomo Mancini. Al quale invece ha riservato un processo a parte con ventotto pentiti. Tutti i processi sono poi finiti in nulla – poi, dopo aver dissolto il Psi. E dunque, per chi lavorano i carabinieri apolitici, quale il generale si professa? Sembrerebbe per lo statu quo, cioè per il potere. Ma, allora, i servizi segreti deviati sono i carabinieri...
Egualmente controvertibile la parte riguardante il terrorismo. Bozzo è stato il collaboratore forse più stretto di Dalla Chiesa, nei vari nuclei speciali antiterrorismo creati dal generale. Di cui sottolinea in più punti la nota determinazione, e alcune debolezze caratteriali. Compresa quella di non rimuovere la censura inflitta a Bozzo per l’operazione Monte Nevoso il primo ottobre 1978: l’arresto di Azzolini, Bonisoli e Nadia Mantovani, ma anche il parziale occultamento delle carte di Moro, della parte forse sostanziale del famoso memoriale. Quella operazione fu un successo, dice qui, ma non piacque al comando della divisione CC di Milano, la Pastrengo, i cui ufficiali comandanti sono sempre stati della P2. Mentre non lo erano: né il generale comandante Italo Giovannitti né il capo di stato maggiore, il colonnello Vincenzo Morelli, che coordinavano le indagini - e avevano scoperto il covo due mesi e mezzo prima che Dalla Chiesa facesse intervenire Bozzo. La censura non gliela levò Dalla Chiesa, aggiunge Bozzo onestamente, quando divenne comandante della Pastrengo, ma sottintende che non gliela levò in ossequio alla P2.
Nelle argomentazioni, insomma, il generale non è plausibile: grande organizzatore, cattivo investigatore. Confusionario anche, e un po’ credulone: arrivò a credere a un senatore Cervone, moroteo, che gli garantiva un covo brigatista a Salice Terme su segnalazione “certa”, che poi risultò essere di un giornalista Maglione di radio Montecarlo: un covo frequentato da Adolfo Beria d’Argentine, che era il Procuratore Capo a Milano.
Di errori, invidie, e dell’innocentismo dei giudici e dei giornali Bozzo ha molte memorie. L’Arma odiava Dalla Chiesa. Peci e Micaletto sono stati arrestati per caso. Guido Rossa furono i carabinieri a metterlo nel mirino delle Br, rendendo pubblica la sua denuncia di un brigatista fiancheggiatore. Una pratica di cui non sembrano pentirsi, questa di esporre il testimone a carico, specie nei paesi di mafia – salvo poi addebitare agli stessi paesi l’inverosimile omertà.
E non è tutto. Bozzo racconta che Dalla Chiesa sospettava un complotto tra destra eversiva, criminalità organizzata, massoneria e servizi segreti. E che una volta gli chiese, brandendo un appunto in fotocopia, di indagare su Cia, Ordine di Malta, Opus Dei e Trilateral, quali organismi sospetti di golpismo. E uno non sa che pensare: de mortuis nisi bonum, ma il generale voleva evitare per caso indagini serie?
Il generale Bozzo sarà poi materialmente incaricato di recapitare a Berlusconi l’avviso di garanzia tanto urgente quanto infondato del 21 novembre 1994. Che contestualmente veniva recapitato al “Corriere della sera”, per il golpe giornalistico che abbatté il governo, dopo quelli politici di Scalfaro (la chiusura delle Camere, gli arresti indiscriminati). Ma nemmeno lui dice la verità, anzi insinua che a dare l’avviso al “Corriere” sia stato lo stesso Berlusconi.
Se non è lui capo, o parte, dei servizi segreti paralleli, nella sua logica, chi altri?
Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, Fratelli Frilli, pp.318, €15
La colpa di essere vittima
Denise Epstein, la figlia maggiore di Irène Némirovsky, confessa alla giornalista Clémence Boulouque il suo mal di vivere. Ha visto a dodici anni la madre sparire nel 1942, portata via all’improvviso dai gendarmi francesi in quanto ebrea, e da allora non s’è più ripresa. Se non, parzialmente, ricostituendone il personaggio con la pubblicazione nel 2004 di “Suite francese”, da lei ritrovata in un baule di memoria che aveva sempre evitato di aprire. Ma nulla aggiunge alla vicenda della madre, e nemmeno della propria. Se non qualche aneddoto: trovarsi in casa, tarda sessantottina, un brigatista italiano sconosciuto che subito si affretta a cacciare, e poco più. La sua impossibilità di essere l’aveva icasticamente detta a Stefano Jesurum prima dell’uscita del libro (“Repubblica” del 21 maggio): “Sto per dire una cosa mostruosa: mio marito (col quale ha avuto tre figli, n.d.r.) non conta nella mia vita. I miei amori non contano. Non sono mai stata innamorata, era come se non avessi il diritto di essere innamorata, né di ridere, né di piangere, né di essere felice. Ma non è grave”.
Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, Adelphi, pp. 181, €13
Denise Epstein, Sopravvivere e vivere, Adelphi, pp. 181, €13
I bilanci falsi di Veltroni non fanno notizia
La Corte dei conti scopre dopo alcuni anni che i bilanci comunali di Veltroni a Roma erano truccati. E pazienza, la colpa si può sempre dare alla burocrazia: la Corte, in alcuni casi anche molto vigilante, è pur sempre una burocrazia. Per un altro personaggio la denuncia della Corte dei conti avrebbe comportato l’incriminazione per falso in bilancio – benché la denuncia sia tardiva e rispettosa, e il reato sia stato annacquato da Berlusconi. Ma pazienza, Veltroni è sim aptico e nessuno lo vuolle in tribunale. La denuncia però non suscita a Roma nessuna emozione. Non sui giornali. Che la relegano alla cronaca locale, e giusto di passata: articoli brevi, e poco chiari. Solo il “Corriere della sera” spiega che si tratta di passività artificiosamente non registrate, e di attivi altrettanto artificiosamente gonfiati, attraverso rinegoziazioni di comodo dei “derivati”, che poi hanno in realtà lasciato, e stanno lasciando, dei buchi, e attraverso l’esazione di finti crediti – le due famose emissioni di “cartelle pazze”, due milioni di cartelle, che sono costate l’elezione all’incolpevole Rutelli.
Il “Corriere” ci apre perlomeno la cronaca romana e titola correttamente: “La Corte dei conti accusa Veltroni”. “La Repubblica” cita Veltroni nel testo, breve, annegato tra la pagine interne della romana. Sul “Messaggero”, che non fa di più, David Desario trova il modo di non citare nemmeno Veltroni. Poi si dice che la libertà di stampa non è in pericolo.
Il “Corriere” ci apre perlomeno la cronaca romana e titola correttamente: “La Corte dei conti accusa Veltroni”. “La Repubblica” cita Veltroni nel testo, breve, annegato tra la pagine interne della romana. Sul “Messaggero”, che non fa di più, David Desario trova il modo di non citare nemmeno Veltroni. Poi si dice che la libertà di stampa non è in pericolo.
giovedì 17 giugno 2010
La risata di chi nel ’68 non rideva
Il ’68 è anzitutto un’età. E forte, fortissimo, il senso politico della rivolta. Qui se ne fanno specchio alcuni di quelli che non c’erano, e che il ’68 voleva abbattere: Balestrini (estetismo), Castellina (il Partito), la sociologia al potere (Touraine), l’individualismo (Serafini). Mentre Giovanna Pajetta e Ginevra Bompiani fanno il ritratto delle persistenze. Nel complesso una cattiva azione: appropriarsi non solo del ’68, ma della sua risata – dunque, si sa cosa fu il ’68?
Solo Sinibaldi (“negli anni successivi ha studiato e letto essenzialmente per comprendere cosa aveva fatto (e cosa era successo)”) ne dà un’idea. Con Guido Viale (“La prima cosa che mi viene da dire è che noi non abbiamo fato il ’68, ma che ci è capitato addosso”). E Muraro e Ravera, che da scrittrici lo mimano vivacemente – non per nulla Ravera è autrice del (piccolo) capolavoro del ’68, “Porci con le ali”, l’unico purtroppo: si vede che il ’68, essendo stato una festa della libertà, un innamoramento (“il primo amore”, Ravera), “l’affacciarsi un poter essere, non in astratto, ma vivo ed effettivo”, Muraro), è un capolavoro non riproducibile.
Molto si parla del “Manifesto”, che non c’entra. Dei dissidenti” dell’Est “si sapeva poco o nulla”, scrive Giovanna Pajetta: è sicura, nel ’68? Ginevra Bompiani ha visto a Parigi “quel malumore”, quello di “una città dentro e intorno alla quale stanno crescendo milioni di razzisti, e che è incapace di riconoscerli in quelle facce arroccate nel malumore e nel puntiglio”. Nel ‘68? È “La risata” di chi allora non rideva. Se non accidentalmente, “al circo Mediano”, racconta Castellina (sarà Medrano?), dove, “sul collo il fiato di due elefanti e una giraffa”, con Toni Negri e Franco Piperno tentano di unificare “Manifesto” e Potere Operaio – quanto di più lontano dal ‘68. Il ’68 ha aperto le menti – anche dei più adulti. Ma non tutte, evidentemente.
La risata del ’68, Nottetempo, pp. 163, € 8
Solo Sinibaldi (“negli anni successivi ha studiato e letto essenzialmente per comprendere cosa aveva fatto (e cosa era successo)”) ne dà un’idea. Con Guido Viale (“La prima cosa che mi viene da dire è che noi non abbiamo fato il ’68, ma che ci è capitato addosso”). E Muraro e Ravera, che da scrittrici lo mimano vivacemente – non per nulla Ravera è autrice del (piccolo) capolavoro del ’68, “Porci con le ali”, l’unico purtroppo: si vede che il ’68, essendo stato una festa della libertà, un innamoramento (“il primo amore”, Ravera), “l’affacciarsi un poter essere, non in astratto, ma vivo ed effettivo”, Muraro), è un capolavoro non riproducibile.
Molto si parla del “Manifesto”, che non c’entra. Dei dissidenti” dell’Est “si sapeva poco o nulla”, scrive Giovanna Pajetta: è sicura, nel ’68? Ginevra Bompiani ha visto a Parigi “quel malumore”, quello di “una città dentro e intorno alla quale stanno crescendo milioni di razzisti, e che è incapace di riconoscerli in quelle facce arroccate nel malumore e nel puntiglio”. Nel ‘68? È “La risata” di chi allora non rideva. Se non accidentalmente, “al circo Mediano”, racconta Castellina (sarà Medrano?), dove, “sul collo il fiato di due elefanti e una giraffa”, con Toni Negri e Franco Piperno tentano di unificare “Manifesto” e Potere Operaio – quanto di più lontano dal ‘68. Il ’68 ha aperto le menti – anche dei più adulti. Ma non tutte, evidentemente.
La risata del ’68, Nottetempo, pp. 163, € 8
E se nel 1994 ci fosse stato Napolitano?
Se Napolitano fosse stato candidato nel 1994 al posto di Occhetto? Queste tre lezioni all’Istituto italiano di Berlino sono il libro di storia del Novecento che ancora non si vuole scritto – del libro che le raccoglie per questo non si parla? La democrazia italiana è illiberale, si sa. Ma Galli della Loggia prova anche a trovarne il motivo. Il Novecento è stato in Italia specificamente italiano, per sue distinte culture politiche: nazionalfascismo, cattolicesimo politico, socialismo massimalista, comunismo gramsciano. Una diversità accentuata da peculiari comportamenti: forte polarizzazione, quasi faziosa, concezione salvifica della politica, uso politico della storia, outsiderismo (anarcoidismo?), la storia vissuta come susseguirsi di traumi, reducismo e trasformismo. Il Risorgimento, un fenomeno esclusivamente politico, ha originato e alimentato la peculiare concezione demiurgica della politica che è il proprio dell’Italia – un vero e proprio “morbo italico”: ogni legge è una riforma, una rivoluzione, un rovesciamento. La pretesa di cominciare la storia daccapo, un modernismo sterile.
Ciò che caratterizza il Novecento italiano (e caratterizzerà questo aureo libretto) nella storia europea, insiste lo storico, è “la profonda estraneità verso ogni prospettiva di tipo conservatore”. Che “è la stessa cosa della sua estraneità alla democrazia liberale”. Si capisce che l’Italia non abbia classe dirigente né funzione pubblica, che entrambe maturano in una prospettiva di conservazione: “trasmettere, confermare e consolidare”. È la stessa cosa del vuoto riformismo cui tutti si appellano. C’è invece, va aggiunto, un inguaribile conformismo, Galli della Loggia lo chiama “politicamente corretto” ma è puro cominformismo, per cui i tedeschi italianofili dell’Istituto diretto a Berlino da Angelo Bolaffi possono sapere della nostra storia delle cose che in Italia si fa finta che non siano state dette, nonché discuterle.
Il volumetto è pieno di cose “nuove”. In particolare sulle origini del fascismo sulle quali si è tornati da alcuni decenni a sorvolare. Sulla insostenibilità del sistema politico della Repubblica abbattuto dai giudici, dei suoi costi. Nonché del berlusconismo – tema su cui lo storico prudentemente mette le mani avanti: “Nell’Europa di oggi è più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi: i rischi sono assai minori”. Si può dire per esempio che c’è qualche ragione nel successo elettorale di Hitler. I costi della politica saranno il vero tema della storia della Repubblica Italiana, quando si potrà fare: l’Italia è stata per quasi quarant’anni, in regime di guerra fredda, una democrazia vigilata, con i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, finanziati rispettivamente da Washington e da Mosca. Una condizione di cui, va aggiunto, la “fine della storia”, Mani Pulite, è in realtà il perpetuamento: la vera questione morale è la questione morale – una fine della storia stracca, ripetitiva, costantemente golpista, e infatti l’Italia ne è stremata.
Ma basti il tema affascinante: quello che poteva essere l’Italia alle tre date fatidiche – invece di quello che è stata: il 28 ottobre 1922, il 18 aprile 1948, il 27 marzo 1994. Le date, e le persone, sono decisive nella storia. S’immagini, per converso, l’onorevole Moro nel 1948 invece di De Gasperi. Avremmo avuto un ‘Italia neutralista, jugoslava, inetta. Ma s’immagini allora Napolitano al posto di Occhetto nel 1994: ci avrebbe risparmiato questi vent’anni che ci toccano di Berlusconi. Napolitano del resto era il leader naturale dell'ex Pci nel 1994: dopo l'equilibrata performance di presidente della Camera tra il golpista Scalfaro (due Parlamenti sciolti in due anni) e i giudici mariuoli, si sarebbe preso tutti gli otto o dieci milioni di voti dei senza partito, i socialisti, i repubblicani, i liberali, buona parte dei Dc, che invece hanno dovuto astenersi o votare Berlusconi. Il 1994 poteva essere un 1948 rovesciato. Invece i gattini ciechi berlingueriani riuscirono a confermare la batosta del '48, e ancora occupano tutti gli spazi, con il loro poverissimo conformismo, fatto dei resti del sovietismo. Quello per cui, direbbe Galli della Loggia, si può ridiscutere la Resistenza, nel quadro della guerra civile, ma vanno sempre rimosse le origini del fascismo, contrastano col compromesso, tra il socialismo massimalista e il cattolicesimo anazionale.
Ernesto Galli della Loggia, Tre giorni nella storia d’Italia, il Mulino, pp.161, € 10
Ciò che caratterizza il Novecento italiano (e caratterizzerà questo aureo libretto) nella storia europea, insiste lo storico, è “la profonda estraneità verso ogni prospettiva di tipo conservatore”. Che “è la stessa cosa della sua estraneità alla democrazia liberale”. Si capisce che l’Italia non abbia classe dirigente né funzione pubblica, che entrambe maturano in una prospettiva di conservazione: “trasmettere, confermare e consolidare”. È la stessa cosa del vuoto riformismo cui tutti si appellano. C’è invece, va aggiunto, un inguaribile conformismo, Galli della Loggia lo chiama “politicamente corretto” ma è puro cominformismo, per cui i tedeschi italianofili dell’Istituto diretto a Berlino da Angelo Bolaffi possono sapere della nostra storia delle cose che in Italia si fa finta che non siano state dette, nonché discuterle.
Il volumetto è pieno di cose “nuove”. In particolare sulle origini del fascismo sulle quali si è tornati da alcuni decenni a sorvolare. Sulla insostenibilità del sistema politico della Repubblica abbattuto dai giudici, dei suoi costi. Nonché del berlusconismo – tema su cui lo storico prudentemente mette le mani avanti: “Nell’Europa di oggi è più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi: i rischi sono assai minori”. Si può dire per esempio che c’è qualche ragione nel successo elettorale di Hitler. I costi della politica saranno il vero tema della storia della Repubblica Italiana, quando si potrà fare: l’Italia è stata per quasi quarant’anni, in regime di guerra fredda, una democrazia vigilata, con i due maggiori partiti, la Dc e il Pci, finanziati rispettivamente da Washington e da Mosca. Una condizione di cui, va aggiunto, la “fine della storia”, Mani Pulite, è in realtà il perpetuamento: la vera questione morale è la questione morale – una fine della storia stracca, ripetitiva, costantemente golpista, e infatti l’Italia ne è stremata.
Ma basti il tema affascinante: quello che poteva essere l’Italia alle tre date fatidiche – invece di quello che è stata: il 28 ottobre 1922, il 18 aprile 1948, il 27 marzo 1994. Le date, e le persone, sono decisive nella storia. S’immagini, per converso, l’onorevole Moro nel 1948 invece di De Gasperi. Avremmo avuto un ‘Italia neutralista, jugoslava, inetta. Ma s’immagini allora Napolitano al posto di Occhetto nel 1994: ci avrebbe risparmiato questi vent’anni che ci toccano di Berlusconi. Napolitano del resto era il leader naturale dell'ex Pci nel 1994: dopo l'equilibrata performance di presidente della Camera tra il golpista Scalfaro (due Parlamenti sciolti in due anni) e i giudici mariuoli, si sarebbe preso tutti gli otto o dieci milioni di voti dei senza partito, i socialisti, i repubblicani, i liberali, buona parte dei Dc, che invece hanno dovuto astenersi o votare Berlusconi. Il 1994 poteva essere un 1948 rovesciato. Invece i gattini ciechi berlingueriani riuscirono a confermare la batosta del '48, e ancora occupano tutti gli spazi, con il loro poverissimo conformismo, fatto dei resti del sovietismo. Quello per cui, direbbe Galli della Loggia, si può ridiscutere la Resistenza, nel quadro della guerra civile, ma vanno sempre rimosse le origini del fascismo, contrastano col compromesso, tra il socialismo massimalista e il cattolicesimo anazionale.
Ernesto Galli della Loggia, Tre giorni nella storia d’Italia, il Mulino, pp.161, € 10
mercoledì 16 giugno 2010
La concorrenza angloteutonica e il monopolio Sky
Promuovere la banda larga e il digitale terrestre non si può in Italia, perché fa concorrenza sleale alla tv satellitare. Cioè a Sky, l’unica rete satellitare. La Corte di giustizia europea, investita del caso, non ha potuto che interinare le decisioni un anno e mezzo fa dell’allora commissario Ue alla concorrenze, Neelje Kroes. Nella fattispecie la signora Kroes si era pronunciata anche tra due duellanti politici, Mediaset (e la Rai) facendo capo a Berlusconi, e Sky Murdoch, il capofila della destra americana che in Italia gioca a sinistra, all’epoca in piena guerra (si ricorderanno le paginate ant-Berlusconi dei giornali inglesi di Murdoch). Il giudizio della Kroes si può ritenere anche politico. Ma è stato fortemente condizionato da un pregiudizio economico in favore dei monopoli che non può non suscitare scandalo, specie da un’autorità che si definisce antitrust. La verità è che l’Europa è dei monopoli, di chi è già su piazza cioè e la controlla. Degli interessi costituiti si sarebbe detto con altra, forse vetusta, terminologia. Schermandosi con principi igienici, sanitari e ambientali, imbattibili, e di volta in volta con la protezione della specialità (i formaggi per esempio) oppure dell’uniformità (sempre i formaggi), della protezione dalla chimica oppure della prescrizione chimica (la composizione dei gelati), la burocrazia di Bruxelles sempre e comunque protegge i monopoli. In particolare la direzione concorrenza.
Ritenere Mediaset non dominante può anche far sorridere. Ma non in un’ottica europea. Nella quale capitalizzano gli interessi dominanti, la spregiudicatezza, e l’angloteutonicità – Joaquìn Almunia, che è succeduto da qualche mese a Kroes, ne è un’estensione. Cauzionata dall’onesto professor Monti, che ne ha creato negli anni 1990 l’autorevolezza, con casi che ancora fanno testo contro i monopoli informatici, siderurgici, bancari, la direzione concorrenza di Bruxelles si sbizzarrisce, con commissari rigorosamente angloteutonici, a favore dei monopoli. Che pagano – oh, se pagano! – e questo si potrebbe anche tollerare, la corruzione. Nella fattispecie si può anche pensare che, Monti essendo stato nominato a suo tempo da Berlusconi, i suoi critici, specie la stampa britannica che aspramente lo contestò, vogliano far pagare a Mediaset (e alla Rai) le “colpe” dell’ex commissario: troppa dirittura non piace all’ideologia dominante del mercato. Ma la fattispecie è anche un caso raccapricciante di un “doppio” monopolismo: è aiuto di Stato e concorrenza sleale il (minimo) contributo al digitale terrestre, mentre non lo era quello alla tv satellitare, una e sola.
Ritenere Mediaset non dominante può anche far sorridere. Ma non in un’ottica europea. Nella quale capitalizzano gli interessi dominanti, la spregiudicatezza, e l’angloteutonicità – Joaquìn Almunia, che è succeduto da qualche mese a Kroes, ne è un’estensione. Cauzionata dall’onesto professor Monti, che ne ha creato negli anni 1990 l’autorevolezza, con casi che ancora fanno testo contro i monopoli informatici, siderurgici, bancari, la direzione concorrenza di Bruxelles si sbizzarrisce, con commissari rigorosamente angloteutonici, a favore dei monopoli. Che pagano – oh, se pagano! – e questo si potrebbe anche tollerare, la corruzione. Nella fattispecie si può anche pensare che, Monti essendo stato nominato a suo tempo da Berlusconi, i suoi critici, specie la stampa britannica che aspramente lo contestò, vogliano far pagare a Mediaset (e alla Rai) le “colpe” dell’ex commissario: troppa dirittura non piace all’ideologia dominante del mercato. Ma la fattispecie è anche un caso raccapricciante di un “doppio” monopolismo: è aiuto di Stato e concorrenza sleale il (minimo) contributo al digitale terrestre, mentre non lo era quello alla tv satellitare, una e sola.
Se con Fini ritorna Andreotti
Uno vede Fini parlottare con Bongiorno, due profili molto lusinghieri, la foto più ambita dei quotidiani di Lor Signori, e viene ributtato indietro a Andreotti, che dell'avvocatessa Bongiorno è il patrocinato più illustre. All’essere cioè e al non essere, al qui lo dico e qui lo nego, ai dossier, al non fare, al governo attraverso la crisi. E alla spietatezza: i nemici Fanfani e, soprattutto, Moro l’hanno ben sperimentata, non c’è stata pietà per loro. I dossier ci sono già, dunque prepariamoci presto alle forche.
Fini magari un giorno andrà al potere riducendo anche lui l’imposta sul sale, se c'è ancora. E fin qui tanto di cappello. Ha già liquidato la sua Banca d’Italia, nella persona del ministro dell’Economia Tremonti, onesto controllore della Banca d’Italia finiana di Fazio. Quindi su questo fronte siamo coperti. Ha in manifesta amicizia Procuratori della Repubblica come Trifuoggi, che contro Del Turco non porta prove ma starnazzamenti da letto, e quindi siamo avvertiti, l'onorevole ci tiene per le palle (insieme con l'avvocatessa?). Poi magari anche lui scoverà un Sindona per salvare l’euro, ma l’euro non è di nostra competenza. L'esito del resto è noto: l'uomo di destra che fa il governo di Berlinguer. Magari riempiendolo dei più vecchi e inconcludenti arnesi politici su piazza, ma quel governo vuole a tutti i costi, anche di morti eccellenti - caso storico fu quella dell'onorevole Moro. Governo non inutile, se servirà come allora a distruggere l'Italia, per distruggere l'alleato Berlinguer. Ma c'è un ma: non c’è più terrorismo da combattere, e dunque su quali basi la solidarietà nazionale? Deve scoppiare una bomba? E resta il suspense sui patiboli: chi ci appenderà il nuovo Andreotti? A parte il busillis di scambiare Berlusconi per Berlinguer.
Perché le forche ci saranno, lo spettacolo è assicurato: non c’è salvezza al richiamo del peggio. Questa seconda Repubblica sarà stata un festival di revenant - si spiega anche così Berlusconi, il successo di Berlusconi: uno così effettivamente nella Repubblica vera non c’era. Pensare che Andreotti è stato processato a Palermo come mafioso e mandante di omicidi, e a Perugia per omicidio. Entrambe le volte salvato in appello dall'avvocatessa Bongiorno. Uno si aspetterebbe da queste esperienze una crudeltà mitigata. Ma Andreotti è questo: il peggio è invincibile – l’avvocatessa dirà che è stato il trionfo del diritto, quale diritto?
Fini magari un giorno andrà al potere riducendo anche lui l’imposta sul sale, se c'è ancora. E fin qui tanto di cappello. Ha già liquidato la sua Banca d’Italia, nella persona del ministro dell’Economia Tremonti, onesto controllore della Banca d’Italia finiana di Fazio. Quindi su questo fronte siamo coperti. Ha in manifesta amicizia Procuratori della Repubblica come Trifuoggi, che contro Del Turco non porta prove ma starnazzamenti da letto, e quindi siamo avvertiti, l'onorevole ci tiene per le palle (insieme con l'avvocatessa?). Poi magari anche lui scoverà un Sindona per salvare l’euro, ma l’euro non è di nostra competenza. L'esito del resto è noto: l'uomo di destra che fa il governo di Berlinguer. Magari riempiendolo dei più vecchi e inconcludenti arnesi politici su piazza, ma quel governo vuole a tutti i costi, anche di morti eccellenti - caso storico fu quella dell'onorevole Moro. Governo non inutile, se servirà come allora a distruggere l'Italia, per distruggere l'alleato Berlinguer. Ma c'è un ma: non c’è più terrorismo da combattere, e dunque su quali basi la solidarietà nazionale? Deve scoppiare una bomba? E resta il suspense sui patiboli: chi ci appenderà il nuovo Andreotti? A parte il busillis di scambiare Berlusconi per Berlinguer.
Perché le forche ci saranno, lo spettacolo è assicurato: non c’è salvezza al richiamo del peggio. Questa seconda Repubblica sarà stata un festival di revenant - si spiega anche così Berlusconi, il successo di Berlusconi: uno così effettivamente nella Repubblica vera non c’era. Pensare che Andreotti è stato processato a Palermo come mafioso e mandante di omicidi, e a Perugia per omicidio. Entrambe le volte salvato in appello dall'avvocatessa Bongiorno. Uno si aspetterebbe da queste esperienze una crudeltà mitigata. Ma Andreotti è questo: il peggio è invincibile – l’avvocatessa dirà che è stato il trionfo del diritto, quale diritto?
Dateci i nomi delle giornaliste – 2
C’è un caso in cui la legge sulle intercettazioni viene già applicata, anche se probabilmente questa legge non ci sarà mai: è un caso di Bari, capitale delle intercettazioni nel 2008-1010. Ma nessuno nel fronte a protezione della libertà dell’informazione contro la legge sulle intercettazioni protesta. Per un motivo semplice, anche se rivoltante: viene difeso il nome di tre “colleghe” giornaliste. Non funziona nemmeno il gioco della destra-sinistra, in questo caso: la protezione corporativa fa aggio su tutto, l’impulso allo scandalismo, le copie vendute, la politica.
Dunque, non c’è solo il colonnello della Finanza che se la spassava con le croniste giudiziarie a Bari, alle quali dava in cambio indiscrezioni sulle indagini di cui era comandato. C’è almeno un magistrato, e forse quattro. Ma questo pochi lo sanno. La storia da boccaccesca si fa sadiana: da uno scambio di favori (il letto di Berlusconi contro il letto del colonnello) a sei omaccioni che si fanno tre giornaliste. Di che alluzzare milioni di lettori e telespettatori: qui è lo scandalo più scandalo che ci sia, paginate di intercettazioni sono a disposizione, e sicuramente qualche foto rubata, dagli Zappadu di Bari se non dagli investigatori. Ma nessun telegiornale ne parla, e nei giornali non si va oltre scarni comunicati, su una colonna, a giorni alterni.
Uno vorrebbe aver fiducia nelle cronache giudiziarie. Per questo le abbiamo aperte alle giornaliste, per mettere aria nelle sentine degli angiporti delle questure. Per questo si vorrebbe che il giornalismo si liberasse delle tre che se la facevano con gli investigatori. Si finisce altrimenti per invidiare quei paesi dove le intercettazioni sono regolate, anche se fa sempre male non stare in un “fronte della libertà”. Nei paesi dove il pubblico funzionario che commercia le indagini si fa quattro e anche cinque anni di prigione, e che sono la mitica Gran Bretagna, gli Usa, la Germania. E i nomi dei confidenti sono resi pubblici. Anche se c'è un benign neglect per i giornalisti rispetto ai funzionari, nessun giornalista viene mai mandato in prigione. Ma noi non vogliamo le giornaliste in prigione, vogliamo i nomi. Vogliamo sapere cosa fanno, come lo fanno. Nel mestiere capita sempre d’incontrarsi, e bisogna sapere con chi si ha a che fare.
Dunque, non c’è solo il colonnello della Finanza che se la spassava con le croniste giudiziarie a Bari, alle quali dava in cambio indiscrezioni sulle indagini di cui era comandato. C’è almeno un magistrato, e forse quattro. Ma questo pochi lo sanno. La storia da boccaccesca si fa sadiana: da uno scambio di favori (il letto di Berlusconi contro il letto del colonnello) a sei omaccioni che si fanno tre giornaliste. Di che alluzzare milioni di lettori e telespettatori: qui è lo scandalo più scandalo che ci sia, paginate di intercettazioni sono a disposizione, e sicuramente qualche foto rubata, dagli Zappadu di Bari se non dagli investigatori. Ma nessun telegiornale ne parla, e nei giornali non si va oltre scarni comunicati, su una colonna, a giorni alterni.
Uno vorrebbe aver fiducia nelle cronache giudiziarie. Per questo le abbiamo aperte alle giornaliste, per mettere aria nelle sentine degli angiporti delle questure. Per questo si vorrebbe che il giornalismo si liberasse delle tre che se la facevano con gli investigatori. Si finisce altrimenti per invidiare quei paesi dove le intercettazioni sono regolate, anche se fa sempre male non stare in un “fronte della libertà”. Nei paesi dove il pubblico funzionario che commercia le indagini si fa quattro e anche cinque anni di prigione, e che sono la mitica Gran Bretagna, gli Usa, la Germania. E i nomi dei confidenti sono resi pubblici. Anche se c'è un benign neglect per i giornalisti rispetto ai funzionari, nessun giornalista viene mai mandato in prigione. Ma noi non vogliamo le giornaliste in prigione, vogliamo i nomi. Vogliamo sapere cosa fanno, come lo fanno. Nel mestiere capita sempre d’incontrarsi, e bisogna sapere con chi si ha a che fare.
martedì 15 giugno 2010
Il complotto di Ciancimino in un romanzo del '50
Il processo era parte eminente della vita politica delle repubbliche democratiche, o sovietiche. Si montavano periodicamente processi politici con grande pubblicità e perfino pubblici, benché artefatti e violenti, come apparati scenici per celebrare il potere, e convincere-intimorire il pubblico-plebe. Con imputazioni in qualche percentuale non fantasiose (“Le imputazioni sono tante che di qualcosa dev’essere colpevole”, dice un innocentista).
Non c’è nulla che non sia stato già scritto. Soprattutto in materia di complotto. La fantasia dei complottatori è limitata, o le trame del genere sono ridotte (Eco ne avrà scritto?): il complotto è il tipico mercato dell’usato. Di trame però intellettuali, seppure poco variate: il complotto vuole deduzione, logica. Nel 1950 Ambler scrisse il complotto Berlusconi di oggi (riutilizzando peraltro materiali che già aveva unsato dieci anni prima come contorno politico al cattivo de "La maschera di Dimitrios"). Deltchev, il solo politico di opposizione, di una repubblica democratica popolare europea, che il regime ha deciso di eliminare, è accusato di essere stato membro della Fratellanza, l’organizzazione criminale segreta che più di tutti ha tentato di distruggere quand’era a capo del Governo Provvisorio dopo la Grande Trasformazione. Non manca l’intestazione di una quota editoriale alla moglie di Deltchev, il Nemico da abbattere. Con l’autogolpe che il Partito popolare si fa, per il tramite della bieca Fratellanza, per abbattere il Nemico e regolare i conti al suo interno.
Il paese balcanico somiglia molto all’Italia. È in fatti un paese “dove i delitti politici sono all’ordine del giorno”. Questo “Deltchev” è il modello del giudice Ingroia, che vuole Berlusconi complottatore con Riina per uccidere Falcone e Borsellino? La materia naturalmente non manca al giudice, collaboratore del “Fatto” e ospite dei migliori talk show, i più agguerriti, anche se non avesse letto il romanzo: i modelli sono nella storia, e Berlusconi sarà pure colpevole di qualcosa. In un vero complotto Ingroia non sarebbe morto, come già Falcone e Borsellino, ben più protetti di lui?
Questo stracco riciclo è uno dei segni del persistente sovietismo dell’Italia. Non è una sinistra che incolpa la destra, o viceversa. È un regime sordo, in questo caso di complottisti, di solito mezze figure (chi ricorda i ghigliottinatori? peraltro a loro volta ghigliottinati), che agitano la paura, da Ingroia al doppiopettista Fini - nel canone, l’accusato viene anche lasciato solo dai suoi: la rivolta è contro “papà” Deltchev, dall’esterno e dall’interno. Per questo stesso motivo, però, purtroppo per il lettore italiano “Il processo Deltchev” è materia di ogni giorno, non c’è sorpresa.
Cioè, le sorprese scoppiettano in questo romanzo. “Deltchev” è una delle trame più sorprendenti di Ambler. Per un artificio molto semplice: il testimone (autore teatrale, cronista al processo) diventa attore della vicenda. Nulla a che vedere con le mezze calzette stantie della cronache giudiziarie. E tuttavia si procede nell’intrigo col senso di già noto. Resta solo da scoprire la fratellanza che governa il Governo Provvisorio. Se non sono Riina e Provenzano, saranno quelli della “cricca”.
Eric Ambler, Il processo Deltchev, Adelphi, pp. 258, € 9
Non c’è nulla che non sia stato già scritto. Soprattutto in materia di complotto. La fantasia dei complottatori è limitata, o le trame del genere sono ridotte (Eco ne avrà scritto?): il complotto è il tipico mercato dell’usato. Di trame però intellettuali, seppure poco variate: il complotto vuole deduzione, logica. Nel 1950 Ambler scrisse il complotto Berlusconi di oggi (riutilizzando peraltro materiali che già aveva unsato dieci anni prima come contorno politico al cattivo de "La maschera di Dimitrios"). Deltchev, il solo politico di opposizione, di una repubblica democratica popolare europea, che il regime ha deciso di eliminare, è accusato di essere stato membro della Fratellanza, l’organizzazione criminale segreta che più di tutti ha tentato di distruggere quand’era a capo del Governo Provvisorio dopo la Grande Trasformazione. Non manca l’intestazione di una quota editoriale alla moglie di Deltchev, il Nemico da abbattere. Con l’autogolpe che il Partito popolare si fa, per il tramite della bieca Fratellanza, per abbattere il Nemico e regolare i conti al suo interno.
Il paese balcanico somiglia molto all’Italia. È in fatti un paese “dove i delitti politici sono all’ordine del giorno”. Questo “Deltchev” è il modello del giudice Ingroia, che vuole Berlusconi complottatore con Riina per uccidere Falcone e Borsellino? La materia naturalmente non manca al giudice, collaboratore del “Fatto” e ospite dei migliori talk show, i più agguerriti, anche se non avesse letto il romanzo: i modelli sono nella storia, e Berlusconi sarà pure colpevole di qualcosa. In un vero complotto Ingroia non sarebbe morto, come già Falcone e Borsellino, ben più protetti di lui?
Questo stracco riciclo è uno dei segni del persistente sovietismo dell’Italia. Non è una sinistra che incolpa la destra, o viceversa. È un regime sordo, in questo caso di complottisti, di solito mezze figure (chi ricorda i ghigliottinatori? peraltro a loro volta ghigliottinati), che agitano la paura, da Ingroia al doppiopettista Fini - nel canone, l’accusato viene anche lasciato solo dai suoi: la rivolta è contro “papà” Deltchev, dall’esterno e dall’interno. Per questo stesso motivo, però, purtroppo per il lettore italiano “Il processo Deltchev” è materia di ogni giorno, non c’è sorpresa.
Cioè, le sorprese scoppiettano in questo romanzo. “Deltchev” è una delle trame più sorprendenti di Ambler. Per un artificio molto semplice: il testimone (autore teatrale, cronista al processo) diventa attore della vicenda. Nulla a che vedere con le mezze calzette stantie della cronache giudiziarie. E tuttavia si procede nell’intrigo col senso di già noto. Resta solo da scoprire la fratellanza che governa il Governo Provvisorio. Se non sono Riina e Provenzano, saranno quelli della “cricca”.
Eric Ambler, Il processo Deltchev, Adelphi, pp. 258, € 9
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (60)
Giuseppe Leuzzi
Trentasei modelle bionde ballano in continuazione per attirare le telecamere nelle partite dell’Olanda in Sudafrica. Fanno pubblicità surrettizia per una ditta tedesca di birra, la Bavaria, per conquistare il mercato olandese, o sudafricano. Non è uno spot difficile, molte belle bionde di razza olandese fanno ancora ricco il Sudafrica. Ma in questo caso non si dice che è un trucco tedesco, o olandese, per non pagare la pubblicità alla Fifa - il trucco è solo napoletano.
Solo i giornali italiani non se ne accorgono, e presentano le evidenti modelle come tifose. Sono stai pagati da Bavaria? Improbabile. No, ritengono che le olandesi, specie le tifose, non possano che essere ben proporzionate, slanciate e, perché no, anche bionde.
Giudicò Murat, cioè lo condannò, Raffaele Scalfaro, capo della Legione Sud della Calabria, beneficato dal Murat quand’era re. Ideale progenitore del presidente emerito della Repubblica, se non lo è fattuale.
La Bovalino-Bagnara è una strada non lunga, 61 km., ma detiene il record di curve e tornanti, circa un migliaio. Da sempre ne è promesso il rifacimento. Dal 1998 il rifacimento figura in primo piano alla Provincia di Reggio Calabria. C’è un progeto esecutivo del tracciato, con gallerie e ponti, ci sono state varie prime pietre dei lavori, ci sono anche i nomi dei manufatti, il ponte strallato Lizzati, il viadotto Giovanni Paolo II, ma non ci sono i manufatti. Né i lavori per avviarli.
La creazione del Sud
La squalifica del Sud è recente. Ancolra fino a dopo l’unità i resoconti e le impressioni di viaggio non fanno differenza. C’era il listò al Nord, o le piazze delle Erbe e dei Mercanti per passare il tempo,come il Corso al Sud. Gli interni, e gli esterni, di Favretto e dei favrettiani a Venezia a fine Ottocento non sono ancora più ricchi, decorosi, puliti che gli interni e gli esterni al Sud.
Grande rilievo del “Corriere della sera” all’informativa dei Ros, o della Procura di Firenze, che Bondi ha assegnato la direzione dei lavori agli Uffizi a un parrucchiere siciliano. Che ha un fratello legato alla mafia. Poi nulla risulta vero: Bondi non ha assegnato l’incarico, il siciliano che ha avuto l’incarico (non da Bondi), l’ha rifiutato, è un ingegnere e non un parrucchiere, e suo fratello è un architetto che non ha nessuna ditta e, dice “aborro la mafia, la sola parola mi fa paura”. Ma il “Corriere della sera” non si scusa. È così che nascono le storie, quelle del Sud.
Mario Alcaro sull’ultimo numero di “Critica Marxista” (nov.-dic.2009) può demolire divertito il “familismo amorale” di Banfield. La cui ricerca, ormai vecchia di oltre cinquant’anni, “Le basi morali di una società arretrata”, è stata riproposta dal Mulino cinque anni fa. Banfield la sua famiglia meridionale vuole nucleare, limitata al gretto legame di sangue, giacché conclude a “l’inesistenza della famiglia estesa, cioè di tipo patriarcale”. Senza neanche rapporti di amicizia, di vicinanza, di compaesanità. Ora, dice Alcaro, immaginarsi una famiglia del Sud senza parenti, amici, conoscenti, paesani… Senza contare, aggiunge, che Banfield trascura la storia che di un decennio l’aveva preceduto: le lotte per la terra in Calabria e Lucania, l’organizzazione dei braccianti, avviata da Di Vittorio in Puglia.
C’è in effetti in Banfield il modello inconscio degli Ik di Turnbull, la piccola tribù africana che viveva chiusa nel suo villaggio. Chiaromonte, un paese lucano di duemila abitanti a 800 metri di altezza, vissuto magari in inverno, si presta a una trasposizione del genere. Banfield, nato e cresciuto in una fattoria dispersa nella campagna dell’Oklahoma, e aiutato nel suo lavoro a Chiaromonte dalla moglie Laura Fasano, italiana nata in America, da genitori emigrati, può Anche averci avuto una predisposizione personale. Ma non è questo il punto debole della ricerca. Del resto la ricerca di Banfield vale per quello che è, il racconto di un’esperienza – seppure non senza pregiudizi. A Chiaromonte, il “Montenero” della sua narrazione, di cui non sa in che misura, scrive subito, “rappresenta le condizioni dell’Italia meridionale in generale”. Solo lo ritiene “abbastanza «tipico»”. Non è abbastanza per fargliene una colpa.
Il problema è la facilità con cui la categoria del “familismo amorale” si è imposta. Come qualsiasi altra formula derisoria della realtà meridionale. E non a opera del politologo conservatore americano. Per l’eterna “invenzione del Sud”, che è opera italiana. Nella quale solo fatti squalificanti sono possibili. È soprattutto per questo che il Sud non emerge dopo centocinquant’anni di storia unitaria e di asserito sviluppo del Sud stesso. Altrove i Sud sono usciti dal degrado e dall’arretratezza in pochi anni, l’Andalusia, l’Irlanda (era il paese più povero dell’Unione europea quarant’anni fa e ora è il più ricco), la Sassonia, dove non c’è il pregiudizio.
Mafia
Un Procuratore Nazionale Antimafia che denunzia un golpe della mafia, così, per sommi capi, per sentito dire, confidandosi con alcuni giornalisti, era ancora da vedere. Antimafia? Mafia?
L’ex presidente Ciampi gli dà ragione. Ero presidente del consiglio, dice, e ne ebbi sentore. E allora anche Scalfaro, che era il presidente della Repubblica, si ricorda. E che fecero? Non se lo ricordano?.
Manca Mancino per completare lo schieramento, il capo del Csm, ma lui i mafiosi pentiti accusano come golpista.
È carica straordinaria di energia: si può, si deve, anche leggere così. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere perché.
La mafia si differenza dalla delinquenza comune perché nella violenza esprime anche molta energia, e molta capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza (comprese la truffa e l’evasione-erosione fiscale): innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare reddito o ricchezza. Partendo da ambienti e condizioni personali sfavorite: emigrati marginali e isolati in America, Canada, Australia, villani a Palermo e in Calabria.
Sono un conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio?
La confessione viene legata al pentimento. Sono chiamano pentiti i confessanti di mafia. E per tali vengono venduti dall’editoria milanese che schiavizza il Sud. Che invece non lo sono. Sono testimoni, mafiosi, cioè per natura infidi.
Tutto è possibile. Anche decostruire la decostruzione, destabilizzare la destabilizzazione. Disorganizzare la disorganizzazione. Come operazione critica, certo, ricostitutiva. E faziosa: frantumare la frantumazione, dell’io, la persona, il mondo. Ma per quale legge e quale ordine? È operazione reazionaria, su cui si misurano l’Occidente, il papa, Freud, e l’imperialismo trionfante. “Non pentirsi di nulla è la suprema saggezza”, Kierkegaard dopo Spinoza sostiene pure con più verità: pentirsi come fatto attivo, parlare, denunciare, deprecare, cioè giudicare, è in realtà non pentirsi, il pen-timento è cancellarsi, giusto la metafora della prigione. Non si può rinun-ciare alla storia, non si deve. La storia divenuta reale non ha più fine, l’ha capita anche Debord. Si va per accumulo, soverchiando i segni meno.
Milano
Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.
Pagine e pagine dedicate alla furbizia, la strafottenza, la fortuna di Mourinho, l’allenatore di calcio più pagato al mondo. Che ha portato alla finale di Champions l’Inter, la squadra di calcio più pagata al mondo, e più indebitata in Italia. E ha ribattuto con disprezzo, verso Milano e verso il calcio italiano, alle paginate adulatorie. Fra le tante furbate di questo Specialone una senz’altro è apprezzabile: ha capito che a Milano bisogna dirsi migliore di tutti. Milano è città femmina, si sarebbe detto una volta, ha bisogno di farsi ingravidare.
Il catalogo di Manzoni è certo impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
In un luogo non evocativo (“Otranto”, “Saragozza”...) ma reale, storico, normale, Milano e dintorni.
È solo “milanese” nel trionfo. Anzi “milanese di madre bresciana”. Non si dice di Francesca Schiavone, trionfatrice al Roland Garros, “di origini meridionali”, come sempre nelle cronache (nere). Anche se non solo il padre è emigrato da Avellino, anche la madre bresciana ha origini meridionali. Il che è ottima cosa, la mancata sottolineatura. Se non che, nel caso, si segnala come un’omissione voluta, del tipo “giù le mani dai nostri successi”. O un nuovo tipo di anagrafe, in una col regionalismo? La madre certo è dirimente, in tutte le teorie razziste – anche se, nel caso, si ritorna alla domanda che perseguitava gli ebrei che cambiavano nome e religione: “Sì, ma prima?”
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.
leuzzi@antiit.eu
Trentasei modelle bionde ballano in continuazione per attirare le telecamere nelle partite dell’Olanda in Sudafrica. Fanno pubblicità surrettizia per una ditta tedesca di birra, la Bavaria, per conquistare il mercato olandese, o sudafricano. Non è uno spot difficile, molte belle bionde di razza olandese fanno ancora ricco il Sudafrica. Ma in questo caso non si dice che è un trucco tedesco, o olandese, per non pagare la pubblicità alla Fifa - il trucco è solo napoletano.
Solo i giornali italiani non se ne accorgono, e presentano le evidenti modelle come tifose. Sono stai pagati da Bavaria? Improbabile. No, ritengono che le olandesi, specie le tifose, non possano che essere ben proporzionate, slanciate e, perché no, anche bionde.
Giudicò Murat, cioè lo condannò, Raffaele Scalfaro, capo della Legione Sud della Calabria, beneficato dal Murat quand’era re. Ideale progenitore del presidente emerito della Repubblica, se non lo è fattuale.
La Bovalino-Bagnara è una strada non lunga, 61 km., ma detiene il record di curve e tornanti, circa un migliaio. Da sempre ne è promesso il rifacimento. Dal 1998 il rifacimento figura in primo piano alla Provincia di Reggio Calabria. C’è un progeto esecutivo del tracciato, con gallerie e ponti, ci sono state varie prime pietre dei lavori, ci sono anche i nomi dei manufatti, il ponte strallato Lizzati, il viadotto Giovanni Paolo II, ma non ci sono i manufatti. Né i lavori per avviarli.
La creazione del Sud
La squalifica del Sud è recente. Ancolra fino a dopo l’unità i resoconti e le impressioni di viaggio non fanno differenza. C’era il listò al Nord, o le piazze delle Erbe e dei Mercanti per passare il tempo,come il Corso al Sud. Gli interni, e gli esterni, di Favretto e dei favrettiani a Venezia a fine Ottocento non sono ancora più ricchi, decorosi, puliti che gli interni e gli esterni al Sud.
Grande rilievo del “Corriere della sera” all’informativa dei Ros, o della Procura di Firenze, che Bondi ha assegnato la direzione dei lavori agli Uffizi a un parrucchiere siciliano. Che ha un fratello legato alla mafia. Poi nulla risulta vero: Bondi non ha assegnato l’incarico, il siciliano che ha avuto l’incarico (non da Bondi), l’ha rifiutato, è un ingegnere e non un parrucchiere, e suo fratello è un architetto che non ha nessuna ditta e, dice “aborro la mafia, la sola parola mi fa paura”. Ma il “Corriere della sera” non si scusa. È così che nascono le storie, quelle del Sud.
Mario Alcaro sull’ultimo numero di “Critica Marxista” (nov.-dic.2009) può demolire divertito il “familismo amorale” di Banfield. La cui ricerca, ormai vecchia di oltre cinquant’anni, “Le basi morali di una società arretrata”, è stata riproposta dal Mulino cinque anni fa. Banfield la sua famiglia meridionale vuole nucleare, limitata al gretto legame di sangue, giacché conclude a “l’inesistenza della famiglia estesa, cioè di tipo patriarcale”. Senza neanche rapporti di amicizia, di vicinanza, di compaesanità. Ora, dice Alcaro, immaginarsi una famiglia del Sud senza parenti, amici, conoscenti, paesani… Senza contare, aggiunge, che Banfield trascura la storia che di un decennio l’aveva preceduto: le lotte per la terra in Calabria e Lucania, l’organizzazione dei braccianti, avviata da Di Vittorio in Puglia.
C’è in effetti in Banfield il modello inconscio degli Ik di Turnbull, la piccola tribù africana che viveva chiusa nel suo villaggio. Chiaromonte, un paese lucano di duemila abitanti a 800 metri di altezza, vissuto magari in inverno, si presta a una trasposizione del genere. Banfield, nato e cresciuto in una fattoria dispersa nella campagna dell’Oklahoma, e aiutato nel suo lavoro a Chiaromonte dalla moglie Laura Fasano, italiana nata in America, da genitori emigrati, può Anche averci avuto una predisposizione personale. Ma non è questo il punto debole della ricerca. Del resto la ricerca di Banfield vale per quello che è, il racconto di un’esperienza – seppure non senza pregiudizi. A Chiaromonte, il “Montenero” della sua narrazione, di cui non sa in che misura, scrive subito, “rappresenta le condizioni dell’Italia meridionale in generale”. Solo lo ritiene “abbastanza «tipico»”. Non è abbastanza per fargliene una colpa.
Il problema è la facilità con cui la categoria del “familismo amorale” si è imposta. Come qualsiasi altra formula derisoria della realtà meridionale. E non a opera del politologo conservatore americano. Per l’eterna “invenzione del Sud”, che è opera italiana. Nella quale solo fatti squalificanti sono possibili. È soprattutto per questo che il Sud non emerge dopo centocinquant’anni di storia unitaria e di asserito sviluppo del Sud stesso. Altrove i Sud sono usciti dal degrado e dall’arretratezza in pochi anni, l’Andalusia, l’Irlanda (era il paese più povero dell’Unione europea quarant’anni fa e ora è il più ricco), la Sassonia, dove non c’è il pregiudizio.
Mafia
Un Procuratore Nazionale Antimafia che denunzia un golpe della mafia, così, per sommi capi, per sentito dire, confidandosi con alcuni giornalisti, era ancora da vedere. Antimafia? Mafia?
L’ex presidente Ciampi gli dà ragione. Ero presidente del consiglio, dice, e ne ebbi sentore. E allora anche Scalfaro, che era il presidente della Repubblica, si ricorda. E che fecero? Non se lo ricordano?.
Manca Mancino per completare lo schieramento, il capo del Csm, ma lui i mafiosi pentiti accusano come golpista.
È carica straordinaria di energia: si può, si deve, anche leggere così. La mafia esprime una forte carica di energia dissipata, o convogliata su canali improduttivi. Resta da sapere perché.
La mafia si differenza dalla delinquenza comune perché nella violenza esprime anche molta energia, e molta capacità organizzativa e produttiva. I mafiosi hanno tutto dell’ottimo imprenditore, se si esclude la misura nella violenza (comprese la truffa e l’evasione-erosione fiscale): innovazione, capacità di valutare il rischio, capacità di creare reddito o ricchezza. Partendo da ambienti e condizioni personali sfavorite: emigrati marginali e isolati in America, Canada, Australia, villani a Palermo e in Calabria.
Sono un conferma o sono una smentita della concezione liberista della società? Della democrazia e della ricchezza che s’incrementano nello scambio?
La confessione viene legata al pentimento. Sono chiamano pentiti i confessanti di mafia. E per tali vengono venduti dall’editoria milanese che schiavizza il Sud. Che invece non lo sono. Sono testimoni, mafiosi, cioè per natura infidi.
Tutto è possibile. Anche decostruire la decostruzione, destabilizzare la destabilizzazione. Disorganizzare la disorganizzazione. Come operazione critica, certo, ricostitutiva. E faziosa: frantumare la frantumazione, dell’io, la persona, il mondo. Ma per quale legge e quale ordine? È operazione reazionaria, su cui si misurano l’Occidente, il papa, Freud, e l’imperialismo trionfante. “Non pentirsi di nulla è la suprema saggezza”, Kierkegaard dopo Spinoza sostiene pure con più verità: pentirsi come fatto attivo, parlare, denunciare, deprecare, cioè giudicare, è in realtà non pentirsi, il pen-timento è cancellarsi, giusto la metafora della prigione. Non si può rinun-ciare alla storia, non si deve. La storia divenuta reale non ha più fine, l’ha capita anche Debord. Si va per accumulo, soverchiando i segni meno.
Milano
Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.
Pagine e pagine dedicate alla furbizia, la strafottenza, la fortuna di Mourinho, l’allenatore di calcio più pagato al mondo. Che ha portato alla finale di Champions l’Inter, la squadra di calcio più pagata al mondo, e più indebitata in Italia. E ha ribattuto con disprezzo, verso Milano e verso il calcio italiano, alle paginate adulatorie. Fra le tante furbate di questo Specialone una senz’altro è apprezzabile: ha capito che a Milano bisogna dirsi migliore di tutti. Milano è città femmina, si sarebbe detto una volta, ha bisogno di farsi ingravidare.
Il catalogo di Manzoni è certo impressionante: mafia, stupro, aborto, anche in convento, gli sciacalli nella peste, la corruzione della giustizia e della religione, morte, puzza, idiozia. Non c’è altro romanzo, gotico, nero, che accumuli così tanta turpitudine. Tanto più per un’anima pia, che si assolve nella Provvidenza, e proprio perché si assolve. Pretendendo che Dio lo ascolti e lo aiuti.
In un luogo non evocativo (“Otranto”, “Saragozza”...) ma reale, storico, normale, Milano e dintorni.
È solo “milanese” nel trionfo. Anzi “milanese di madre bresciana”. Non si dice di Francesca Schiavone, trionfatrice al Roland Garros, “di origini meridionali”, come sempre nelle cronache (nere). Anche se non solo il padre è emigrato da Avellino, anche la madre bresciana ha origini meridionali. Il che è ottima cosa, la mancata sottolineatura. Se non che, nel caso, si segnala come un’omissione voluta, del tipo “giù le mani dai nostri successi”. O un nuovo tipo di anagrafe, in una col regionalismo? La madre certo è dirimente, in tutte le teorie razziste – anche se, nel caso, si ritorna alla domanda che perseguitava gli ebrei che cambiavano nome e religione: “Sì, ma prima?”
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.
leuzzi@antiit.eu
domenica 13 giugno 2010
Il profeta fuori stagione di E.Bloch
Müntzer è il primo caso storico e il più conseguente dell’anarchismo totale: la “parola vivente” non ha bisogno di chiese né di sacramenti, Dio si rivela a ognuno, sempre, di nuovo, i testi sacri sono una testimonianza, la fede è di ogni momento. Ma il libro di Bloch, che si ripubblica dopo trent’anni in edizione economica, se illumina piacevolmente sui segreti della libreria e della lettura (un testo così tosto in economica, Müntzer, Bloch, la teologia, uno non può che rallegrarsene), è malinconicamente datato. Con poca storia e non sottile psicologia politica: “Müntzer, in quanto manifestazione e concetto, si definisce completamente attraverso lo svolgimento, l’esito, il contenuto conflittuale e l’idea della grande rivoluzione tedesca”. A Müntzer (lui lo scrive ancora Münzer) Bloch fa teorizzare sia il socialismo in un solo Stato (“la lotta di classe all’interno”) sia l’internazionalismo. È il Müntzer che la Repubblica Democratica Tedesca metterà nel biglietto da cinque marchi, un’icona proto-Pankow – c’è un tempo per i profeti, e questo Müntzer di Bloch è fuori stagione, cioè falso. C'è l'ortodossia: "Le condizioni d'industrializzazione mancanti al marxismo il bolscevismo è in grado di produrle dalla sola volontà di affermare il marxismo stesso, che è l'idea-di-comunismo più vicina alla natura umana". E c'è improvvisa la parusia. "Ci apparesplendente nella sua immagine e nel suo pensiero Thomas Müntzer, per molte cose simile a Liebknecht e non lontano per l'inflessibile capacità organizzativa dallo stesso Lenin e dagli uomini come lui... Müntzer ha anticipato l'uomo russo, l'uomo più interiore".
È un libro che usciva in Italia cinquant’anni dopo che Bloch l’aveva pubblicato, nel 1921. Ma è datata la stessa introduzione di Stefano Zecchi, con “l’irrimediabile contemporaneità, Ungleichzeit, della storia della Germania”, e il comunismo riferimento costante della stessa storia. Non manca la dottrina, e anche l’insight, nell’analisi delle derive autoritarie dei vari aspetti della Riforma, Lutero, Carlostadio, Zwingli, Calvino. Di Lutero Bloch spiega la “singolare cavillosità”, e come “lo stato luterano mancò quasi completamente di una tradizione di collegamento con la coscienza pubblica che era comunque più vivace nel mondo calvinista e cattolico”. Non c’è confutazione cattolica più radicale di Lutero di quella che ne fa qui Bloch. È un saggio critico sul luteranesimo.
L’approccio è sincretico. Nel complessivo millenarismo che caratterizzerà il filosofo: “la storia sotterranea della rivoluzione” resta inascoltata, ma è in marcia: “i fratelli della vallata, i catari, gli albigesi valdesi, l’abate Gioacchino da Fiore, i fratelli del buon volere, della vita comunitaria, dello spirito pieno,del libero spirito, Eckhart, hli hussiti, Münzer e i battisti, Sebastian Franck, gli illuminati, Rousseau e la mistica umanistica di Kant, Witling, Baader, Tolstòj, tutti si riuniscono…”. Ma è molto aperto sul cattolicesimo romano. A p. 150 il tomismo è detto “paralogismo feudal-clericale”, ma questo non è farina del sacco di Bloch, fine tomista e anzi entusiasta - è un’inserzione, non la sola, traccia di un’epoca, di un politicamente corretto. A lungo e in più riprese Bloch argomenta le persistenze del cattolicesimo in Germania, “negli spazi della musica di Bach, … nell’universale della filosofia leibniziana, nella filosofia di Hegel, che non ha dimenticato l’antico Regno”. E così via: “Effetto e conseguenza di questo cattolicesimo è amore per la purezza, anche se non è ancora purezza, è relativa benevolenza”. Con un una lettura realistica, ben weberiana, delle origini di un certo capitalismo: “Il radicalismo (luterano) si confermò piuttosto nell’etica del lavoro, generalmente protestante, di tipo piccolo-borghese”. Mentre “il luteranesimo, ancora più apertamente del calvinismo”, ha “messo in libertà gli istinti di potenza”, l’impero romano rigenerando “senza il cristianesimo”. E la Bibbia di Lutero era giusto una lettura patriarcale, “un’impronta nel migliore dei casi paternalista”.
Un capitolo a sé nella fede del filosofo è il terzultimo paragrafo, 5.7. “Il miracolo e il meraviglioso”, nell’età della non credenza. Con incursioni qua e là. Tra esse la lettura di Kafka “calvinista”, non simpatetica, ma non superficiale.
Il maggior punto d’interesse sta nella ripresa, ottant’anni fa, dopo la grande Guerra, del millenarismo di Gioacchino da Fiore. Una ripresa ancora largamente intonsa: il millenarismo, argomenta Bloch, il "cattolicesimo apocalittico", alimenta il diritto naturale classico, l’apriori di Kant, e Rousseau.
La rivoluzione dei contadini di Müntzer, e Müntzer stesso (“il grande avversario della Riforma dei príncipi e della borghesia”, Engels) finirono molto male. Ma l’uomo aveva una sua grazia (tratteggiato da Bloch infelicemente nella pagina centrale del suo saggio, nei termini del razzismo biologico) e una grande forza. Che mal ripose nei contadini e nei piccoli proprietari. Ebbe paura al momento della fine e ritrattò (anche di questo Bloch gli fa una colpa). Non si faceva illusioni: “I cristiani, a difendere la verità, sono capaci come i conigli”, aveva scritto: “E poi si permettono di dire a vanvera, certamente con molta eleganza, che Dio non parla più con la gente, come se fosse diventato muto”.
Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, pp.203 € 9
È un libro che usciva in Italia cinquant’anni dopo che Bloch l’aveva pubblicato, nel 1921. Ma è datata la stessa introduzione di Stefano Zecchi, con “l’irrimediabile contemporaneità, Ungleichzeit, della storia della Germania”, e il comunismo riferimento costante della stessa storia. Non manca la dottrina, e anche l’insight, nell’analisi delle derive autoritarie dei vari aspetti della Riforma, Lutero, Carlostadio, Zwingli, Calvino. Di Lutero Bloch spiega la “singolare cavillosità”, e come “lo stato luterano mancò quasi completamente di una tradizione di collegamento con la coscienza pubblica che era comunque più vivace nel mondo calvinista e cattolico”. Non c’è confutazione cattolica più radicale di Lutero di quella che ne fa qui Bloch. È un saggio critico sul luteranesimo.
L’approccio è sincretico. Nel complessivo millenarismo che caratterizzerà il filosofo: “la storia sotterranea della rivoluzione” resta inascoltata, ma è in marcia: “i fratelli della vallata, i catari, gli albigesi valdesi, l’abate Gioacchino da Fiore, i fratelli del buon volere, della vita comunitaria, dello spirito pieno,del libero spirito, Eckhart, hli hussiti, Münzer e i battisti, Sebastian Franck, gli illuminati, Rousseau e la mistica umanistica di Kant, Witling, Baader, Tolstòj, tutti si riuniscono…”. Ma è molto aperto sul cattolicesimo romano. A p. 150 il tomismo è detto “paralogismo feudal-clericale”, ma questo non è farina del sacco di Bloch, fine tomista e anzi entusiasta - è un’inserzione, non la sola, traccia di un’epoca, di un politicamente corretto. A lungo e in più riprese Bloch argomenta le persistenze del cattolicesimo in Germania, “negli spazi della musica di Bach, … nell’universale della filosofia leibniziana, nella filosofia di Hegel, che non ha dimenticato l’antico Regno”. E così via: “Effetto e conseguenza di questo cattolicesimo è amore per la purezza, anche se non è ancora purezza, è relativa benevolenza”. Con un una lettura realistica, ben weberiana, delle origini di un certo capitalismo: “Il radicalismo (luterano) si confermò piuttosto nell’etica del lavoro, generalmente protestante, di tipo piccolo-borghese”. Mentre “il luteranesimo, ancora più apertamente del calvinismo”, ha “messo in libertà gli istinti di potenza”, l’impero romano rigenerando “senza il cristianesimo”. E la Bibbia di Lutero era giusto una lettura patriarcale, “un’impronta nel migliore dei casi paternalista”.
Un capitolo a sé nella fede del filosofo è il terzultimo paragrafo, 5.7. “Il miracolo e il meraviglioso”, nell’età della non credenza. Con incursioni qua e là. Tra esse la lettura di Kafka “calvinista”, non simpatetica, ma non superficiale.
Il maggior punto d’interesse sta nella ripresa, ottant’anni fa, dopo la grande Guerra, del millenarismo di Gioacchino da Fiore. Una ripresa ancora largamente intonsa: il millenarismo, argomenta Bloch, il "cattolicesimo apocalittico", alimenta il diritto naturale classico, l’apriori di Kant, e Rousseau.
La rivoluzione dei contadini di Müntzer, e Müntzer stesso (“il grande avversario della Riforma dei príncipi e della borghesia”, Engels) finirono molto male. Ma l’uomo aveva una sua grazia (tratteggiato da Bloch infelicemente nella pagina centrale del suo saggio, nei termini del razzismo biologico) e una grande forza. Che mal ripose nei contadini e nei piccoli proprietari. Ebbe paura al momento della fine e ritrattò (anche di questo Bloch gli fa una colpa). Non si faceva illusioni: “I cristiani, a difendere la verità, sono capaci come i conigli”, aveva scritto: “E poi si permettono di dire a vanvera, certamente con molta eleganza, che Dio non parla più con la gente, come se fosse diventato muto”.
Ernst Bloch, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Feltrinelli, pp.203 € 9
Secondi pensieri - (45)
zeulig
Bene - È valore trascendente. Altrimenti, in quanto aspirazione o tensione incarnata, è occasionale come il male.
L’ipostatizzazione è di tutti i “valori”. Altrimenti si resta nella dialettica – o rimescolamento, mescolanza, contaminatio – che è degli eventi. Della realtà come evento, la storia.
Si può anche dire la grazia. Il sentimento del bene (giustizia, amore, bellezza… ) è grazia.: molti ne sono sprovvisti, se non nelle forme deteriori del possesso, dell’esclusiva, della violenza.
Borghesia - È molto connotata, ma è un termine medio, sa di combinazione – nella triade hegeliana è la sintesi. Va sulla cresta dell’onda in forma di schiuma, che si scompone e si ricompone.
L’ambiguità viene dal fatto che ha una funzione naturale nobilissima, il lavoro. Ma la rifiuta per costituirsi un’eccellenza che ritiene opposta al lavoro e che definisce spirituale. Qual è il suo mistero, il mistero di questo rifiuto?
Ha consentito (instaurato) il primato della letteratura e dell’arte. Per essere filistea?
Anche come soggetto: non si può fare un film o un romanzo senza i borghesi. Che sono quelli che li apprezzano e li propagandano. Se ne esce mettendoli in scena in forma d’intellettuali: poeti, pittori, musicisti. I musicisti rendono di più: ci sono più tecniche nella musiche, e non sono molto conosciute – c’è quindi la sorpresa, accanto alle buone cose: occhio vivace, visi puliti, non dispeptici né aggressivi, buoni cibi, abbigliamento gradevole, posti incantevoli.
Civiltà – Ascende e decade con le oscillazioni sociali – anticamente con le migrazioni. Ai dotati (anticamente i sedentarizzati) per ingegno e accumulo succedono, a ondate, le masse che distruggono. Le masse sono sempre abiette, povere di gusto e di saggezza del potere – anche quando, ora, è di massa la cultura, si legge come non mai: la democrazia è, purtroppo, amorfa.
Così è stato nelle civiltà trapassate: minoica, micenea, greca (ateniese), romana, occidentale. L’antico Egitto fa eccezione per la durezza della legge (del potere), basata sul sangue, l’ascendenza matrilineare. L’America fa eccezione per lo stesso motivo, ma è la legge (la potenza) dei mediocri, e quindi non durerà – dovrebbe non durare.
Democrazia – È una pedagogia e un dovere. Duro: non c’ una propensione alla democrazia, l’istinto è ugualitaristico in senso aggressivo.
Mito – Quello dell’editrice Adelphi (Giorgio Colli) e quello politico del Novecento (Cassirer) sono la teoria del mito. Di un qualcosa di perento, da classificare, o un mito di ritorno, intellettualistico – l’immaginazione non ha bisogno di teoria.
È utile come forma conoscitiva? Lo è stato in senso dirompente (negativo), contro il conformismo idealistico e materialistico. In senso propositivo è una catastrofe: violenza assoluta (nazismo, comunismo) o stupidità.
Oggi si vuole debole: qualche ragazzetto\a in grado di durare pochi mesi, sul palcoscenico o in passerella, qualche santa remota, di anni o di mondi, e i “veritisti” dei giornali. Ciò corrisponde a un mercato o cultura democratica, vendendosi a poco roba da poco, vestiti, dischi, romanzi, film. Ma crea incertezza e inettitudine.
Quello greco è molto poco greco - semplice, significativo, consequenziale. È pieno di fattacci assurdi, tutti più o meno inconcludenti, da bambini cresciuti (poco) o, come usava dire, da popolazioni bambine. Anche le forme narrative hanno spesso un che di non greco, se confrontate con quelle sicuramente greche, le gesta, le navigazioni, le famiglie narrate da Omero, i misteri di Plutarco e le sue biografie. Le argonautiche, l’orfismo, le ridicolaggini dell’Olimpo potrebbero essere un’interpolazione dei trogloditi che vennero, dal Nord, nel 1.200-1.000 a.C.?
Morte – Introduce alla storia, che è indistruttibile. In questo senso è un momento dell’eternità, così come la nascita, e la vita.
La morte è individuale. Ma introduce ognuno all’immortalità del genere umano. Il genere umano è immortale, anche quando fosse tutto morto – se c’è la morte, se ce n’è cioè il ricordo.
È invenzione umana: è il culmine della paura.
Si vede dalla sua nascita. Le procedure violente che accompagnano la morte volontaria sono drammatizzazione al fine di esorcizzare la paura – per esempio il riso sardonico. Più violenza, più disgusto, e più paura, per alleviare la paura dei sopravvissuti.
Scetticismo – Nulla di meno laico, è una sorta di agostinismo rovesciato – il rovesciamento dell’ “agostinismo secolarizzato” (E.Bloch) del progresso e della provvidenza. Riflesso di una realtà dimidiata, circoscritta, per una presunta onestà intellettuale – che quando è presunta non è onesta.
Scalfari non crede. Gli tocca andare sempre più spesso ai funerali, e sorbirsi sermoni consolatori della resurrezione dei corpi il giorno del giudizio, il genere che lui dice “la comunione della vita eterna”. Ci ritroveremo anche “con i parenti della propria moglie”, gli fa dire Pietrangelo Buttafuoco che lo intervista. Ma lo scetticismo è questo: è il rifiuto e non la ricerca, la ricerca è un atto di fede.
Nel libro che ha propiziato l’intervista, “Per l'alto mare aperto”, Scalfari dialoga solo con i morti, alcuni anche di due e tremila anni fa, i vivi respingendo in blocco tra i barbari.
Tempo - È un macigno. Nell’ipotesi di avvicinamento a una stella attraverso la colonizzazione delle comete – l’ipotesi più semplice degli astrofisici – ci vogliono quattrocento anni per arrivarci. Ma cos’è il nostro tempo, quand’anche riuscissimo ad arrivare alle stelle? Un primo passo. Il primo di miliardi di miliardi, un numero incalcolabile di passi. Irrilevante. Inutile. E tuttavia ineliminabile.
È lentezza e inerzia. Da qui lo stato di crisi dell’epoca dell’accelerazione: l’homo artifex cozza a ogni minuto nei suoi limiti. Il cammino delle scoperte va a ritroso. Il tempo diventa la nsotra realtà in quanto ricordo, attesa, ripescaggio.
Il ricordo senza movimento (vecchiaia) è dopo un po’ intollerabile: ripetitivo, insignificante, ninimicro.
zeulig@antiit.eu
Bene - È valore trascendente. Altrimenti, in quanto aspirazione o tensione incarnata, è occasionale come il male.
L’ipostatizzazione è di tutti i “valori”. Altrimenti si resta nella dialettica – o rimescolamento, mescolanza, contaminatio – che è degli eventi. Della realtà come evento, la storia.
Si può anche dire la grazia. Il sentimento del bene (giustizia, amore, bellezza… ) è grazia.: molti ne sono sprovvisti, se non nelle forme deteriori del possesso, dell’esclusiva, della violenza.
Borghesia - È molto connotata, ma è un termine medio, sa di combinazione – nella triade hegeliana è la sintesi. Va sulla cresta dell’onda in forma di schiuma, che si scompone e si ricompone.
L’ambiguità viene dal fatto che ha una funzione naturale nobilissima, il lavoro. Ma la rifiuta per costituirsi un’eccellenza che ritiene opposta al lavoro e che definisce spirituale. Qual è il suo mistero, il mistero di questo rifiuto?
Ha consentito (instaurato) il primato della letteratura e dell’arte. Per essere filistea?
Anche come soggetto: non si può fare un film o un romanzo senza i borghesi. Che sono quelli che li apprezzano e li propagandano. Se ne esce mettendoli in scena in forma d’intellettuali: poeti, pittori, musicisti. I musicisti rendono di più: ci sono più tecniche nella musiche, e non sono molto conosciute – c’è quindi la sorpresa, accanto alle buone cose: occhio vivace, visi puliti, non dispeptici né aggressivi, buoni cibi, abbigliamento gradevole, posti incantevoli.
Civiltà – Ascende e decade con le oscillazioni sociali – anticamente con le migrazioni. Ai dotati (anticamente i sedentarizzati) per ingegno e accumulo succedono, a ondate, le masse che distruggono. Le masse sono sempre abiette, povere di gusto e di saggezza del potere – anche quando, ora, è di massa la cultura, si legge come non mai: la democrazia è, purtroppo, amorfa.
Così è stato nelle civiltà trapassate: minoica, micenea, greca (ateniese), romana, occidentale. L’antico Egitto fa eccezione per la durezza della legge (del potere), basata sul sangue, l’ascendenza matrilineare. L’America fa eccezione per lo stesso motivo, ma è la legge (la potenza) dei mediocri, e quindi non durerà – dovrebbe non durare.
Democrazia – È una pedagogia e un dovere. Duro: non c’ una propensione alla democrazia, l’istinto è ugualitaristico in senso aggressivo.
Mito – Quello dell’editrice Adelphi (Giorgio Colli) e quello politico del Novecento (Cassirer) sono la teoria del mito. Di un qualcosa di perento, da classificare, o un mito di ritorno, intellettualistico – l’immaginazione non ha bisogno di teoria.
È utile come forma conoscitiva? Lo è stato in senso dirompente (negativo), contro il conformismo idealistico e materialistico. In senso propositivo è una catastrofe: violenza assoluta (nazismo, comunismo) o stupidità.
Oggi si vuole debole: qualche ragazzetto\a in grado di durare pochi mesi, sul palcoscenico o in passerella, qualche santa remota, di anni o di mondi, e i “veritisti” dei giornali. Ciò corrisponde a un mercato o cultura democratica, vendendosi a poco roba da poco, vestiti, dischi, romanzi, film. Ma crea incertezza e inettitudine.
Quello greco è molto poco greco - semplice, significativo, consequenziale. È pieno di fattacci assurdi, tutti più o meno inconcludenti, da bambini cresciuti (poco) o, come usava dire, da popolazioni bambine. Anche le forme narrative hanno spesso un che di non greco, se confrontate con quelle sicuramente greche, le gesta, le navigazioni, le famiglie narrate da Omero, i misteri di Plutarco e le sue biografie. Le argonautiche, l’orfismo, le ridicolaggini dell’Olimpo potrebbero essere un’interpolazione dei trogloditi che vennero, dal Nord, nel 1.200-1.000 a.C.?
Morte – Introduce alla storia, che è indistruttibile. In questo senso è un momento dell’eternità, così come la nascita, e la vita.
La morte è individuale. Ma introduce ognuno all’immortalità del genere umano. Il genere umano è immortale, anche quando fosse tutto morto – se c’è la morte, se ce n’è cioè il ricordo.
È invenzione umana: è il culmine della paura.
Si vede dalla sua nascita. Le procedure violente che accompagnano la morte volontaria sono drammatizzazione al fine di esorcizzare la paura – per esempio il riso sardonico. Più violenza, più disgusto, e più paura, per alleviare la paura dei sopravvissuti.
Scetticismo – Nulla di meno laico, è una sorta di agostinismo rovesciato – il rovesciamento dell’ “agostinismo secolarizzato” (E.Bloch) del progresso e della provvidenza. Riflesso di una realtà dimidiata, circoscritta, per una presunta onestà intellettuale – che quando è presunta non è onesta.
Scalfari non crede. Gli tocca andare sempre più spesso ai funerali, e sorbirsi sermoni consolatori della resurrezione dei corpi il giorno del giudizio, il genere che lui dice “la comunione della vita eterna”. Ci ritroveremo anche “con i parenti della propria moglie”, gli fa dire Pietrangelo Buttafuoco che lo intervista. Ma lo scetticismo è questo: è il rifiuto e non la ricerca, la ricerca è un atto di fede.
Nel libro che ha propiziato l’intervista, “Per l'alto mare aperto”, Scalfari dialoga solo con i morti, alcuni anche di due e tremila anni fa, i vivi respingendo in blocco tra i barbari.
Tempo - È un macigno. Nell’ipotesi di avvicinamento a una stella attraverso la colonizzazione delle comete – l’ipotesi più semplice degli astrofisici – ci vogliono quattrocento anni per arrivarci. Ma cos’è il nostro tempo, quand’anche riuscissimo ad arrivare alle stelle? Un primo passo. Il primo di miliardi di miliardi, un numero incalcolabile di passi. Irrilevante. Inutile. E tuttavia ineliminabile.
È lentezza e inerzia. Da qui lo stato di crisi dell’epoca dell’accelerazione: l’homo artifex cozza a ogni minuto nei suoi limiti. Il cammino delle scoperte va a ritroso. Il tempo diventa la nsotra realtà in quanto ricordo, attesa, ripescaggio.
Il ricordo senza movimento (vecchiaia) è dopo un po’ intollerabile: ripetitivo, insignificante, ninimicro.
zeulig@antiit.eu
sabato 12 giugno 2010
Quanto dureranno gli Usa in Afghanistan?
Si celebra la guerra degli Usa in Afghanistan come la più lunga mai attuata, più del Vietnam. Ma non è finita, come si vede. E potrebbe non finire presto. Gli Usa si apprestano anche a battere il record dell’Urss, che occupò l’Afghanistan per nove anni e due mesi, uscendone distrutta – dal 27 dicembre 1979 al febbraio del fatidico 1989. Gli Usa sono in Afghanistan ormai dal novembre 2001. Combattono questa guerra nel nome delle Nazioni Unite, con l’appoggio di una serie di paesi Nato, tra essi l’Italia. Che hanno tutti, come gli stessi Usa del resto, buone intenzioni. Ma, come gli stessi Usa per la verità, gli alleati si battono al minimo, sapendo che comunque è una guerra che non si può vincere. Si fanno forti della guerra tecnologica o chirurgica, che non esiste. O si dicono in missione umanitaria, o per i diritti civili. Ma sanno che sono in guerra, in una guerra che non possono vincere.
I morti per terrorismo sono in Afghanistan meno della metà che nel "pacificato" Iraq. E infinitamente meno che nell'indipendente e democratico Pakistan: il terrore è dell'islam contro gli islamici più che contro gli Usa. E tuttavia le truppe Usa (Onu, Nato) restano asserragliate nei loro quartieri, e la loro guerra poco o nulla ha della liberazione, piuttosto dell’occupazione, ne sono coscienti i governi dell'alleanza e i comandanti sul campo. La società afghana che si sente liberata e confida negli alleati è sempre minoritaria, è presente solo a Kabul, poco, senza presa nel paese e fra le tribù e, più spesso che non, è corrotta. Gli alleati peraltro non hanno nessuna voglia di combattere questa guerra, sia pure di liberazione: si avvalgono delle regole d’ingaggio Onu, che essi stessi fanno restrittive, per non fare nulla.
Il Pentagono e le agenzie Usa preparano una guerra molto lunga e molto più costosa, accreditando un Afghanistan mitico, favolosamente ricco dei minerali più pregiati, un altro paradiso terrestre sudafricano in terra. Di nuovo. Dieci anni fa lo accreditarono pedina determinante di un Grande Gioco Petrolifero, per i buoni uffici di un certo Ahmed Rashid, un pubblicista pachistano-americano. Una cosa insensata, che tuttavia, tradotta da Feltrinelli, ha venduto moltissimo e ancora tiene banco. Dunque sarà lunga. Ma come finirà?
Gli Usa non ne usciranno certamente distrutti: se impongono la propaganda come verità, non ne restano però prigionieri. Almeno finora non è mai successo, se ne sono sempre sganciati in tempo. Come, ancora non si vede: la soluzione non è certo retrocedere il paese ai talebani, che sono estremisti e quindi inaffidabili. Gli Usa dovranno riconoscere che una terza via è possibile tra l’inimicizia e la sudditanza, e crearla. Quanto prima, forse, tanto meglio: gli Usa hanno il vezzo di abbaiare, Obama compreso, ma gli afghani sono abituati ai cani, seppure con la faccia feroce – dove non c’è opinione pubblica, la minaccia è solo boomerang.
I morti per terrorismo sono in Afghanistan meno della metà che nel "pacificato" Iraq. E infinitamente meno che nell'indipendente e democratico Pakistan: il terrore è dell'islam contro gli islamici più che contro gli Usa. E tuttavia le truppe Usa (Onu, Nato) restano asserragliate nei loro quartieri, e la loro guerra poco o nulla ha della liberazione, piuttosto dell’occupazione, ne sono coscienti i governi dell'alleanza e i comandanti sul campo. La società afghana che si sente liberata e confida negli alleati è sempre minoritaria, è presente solo a Kabul, poco, senza presa nel paese e fra le tribù e, più spesso che non, è corrotta. Gli alleati peraltro non hanno nessuna voglia di combattere questa guerra, sia pure di liberazione: si avvalgono delle regole d’ingaggio Onu, che essi stessi fanno restrittive, per non fare nulla.
Il Pentagono e le agenzie Usa preparano una guerra molto lunga e molto più costosa, accreditando un Afghanistan mitico, favolosamente ricco dei minerali più pregiati, un altro paradiso terrestre sudafricano in terra. Di nuovo. Dieci anni fa lo accreditarono pedina determinante di un Grande Gioco Petrolifero, per i buoni uffici di un certo Ahmed Rashid, un pubblicista pachistano-americano. Una cosa insensata, che tuttavia, tradotta da Feltrinelli, ha venduto moltissimo e ancora tiene banco. Dunque sarà lunga. Ma come finirà?
Gli Usa non ne usciranno certamente distrutti: se impongono la propaganda come verità, non ne restano però prigionieri. Almeno finora non è mai successo, se ne sono sempre sganciati in tempo. Come, ancora non si vede: la soluzione non è certo retrocedere il paese ai talebani, che sono estremisti e quindi inaffidabili. Gli Usa dovranno riconoscere che una terza via è possibile tra l’inimicizia e la sudditanza, e crearla. Quanto prima, forse, tanto meglio: gli Usa hanno il vezzo di abbaiare, Obama compreso, ma gli afghani sono abituati ai cani, seppure con la faccia feroce – dove non c’è opinione pubblica, la minaccia è solo boomerang.
Dateci i nomi delle giornaliste
C’è un aspetto ludico, goliardico, ma non da poco. Quella del colonnello della Finanza che si vendeva le telefonate di Berlusconi a tre giornaliste, solo giornaliste femmine, è la storia più sapida di tutte le intercettazioni. Alle giornaliste il colonnello inviava anche piogge di sms, con richieste pressanti e profferte. Se i giornali si vendono col gossip, perché censurare proprio la storia che avrebbe fatto vendere copie a sfare?
Ma il fatto è anche serio. Berlusconi a Bari non si è reso colpevole di nulla, trombare non è reato. Il colonnello invece sì, è agli arresti. Ha diffuso informazioni di cui era l’ufficiale giudiziario, e per le quali era tenuto alla riservatezza. È un segreto di Pulcinella che alcuni ufficiali giudiziari (non della sola Finanza, per la verità) “confidano” con alcun i giornali o giornalisti. Questo non è ammissibile, anche se viene ammesso. E per una volta che questo reato viene punito, ogni giornale che si rispetti avrebbe dovuto darne compiuta notizia: una storia come questa non può essere minimizzata come è stato fatto.
Inoltre, le tre giornaliste, benché non soggette a provvedimenti penali, e anzi nemmeno nominate dai giudici, che tendono a considerarle vittime, sono in realtà corree. C’è già un reato di diffusione illegale di notizie, prima ancora che di diffamazione - o di semplice reato d’opinione, quello a cui indulgono gli scandalisti. Sono le tre giornaliste così amorosamente protette le referenti, o le corrispondenti, o le inviate, dei quotidiani che fanno l’opinione?
Ma il fatto è anche serio. Berlusconi a Bari non si è reso colpevole di nulla, trombare non è reato. Il colonnello invece sì, è agli arresti. Ha diffuso informazioni di cui era l’ufficiale giudiziario, e per le quali era tenuto alla riservatezza. È un segreto di Pulcinella che alcuni ufficiali giudiziari (non della sola Finanza, per la verità) “confidano” con alcun i giornali o giornalisti. Questo non è ammissibile, anche se viene ammesso. E per una volta che questo reato viene punito, ogni giornale che si rispetti avrebbe dovuto darne compiuta notizia: una storia come questa non può essere minimizzata come è stato fatto.
Inoltre, le tre giornaliste, benché non soggette a provvedimenti penali, e anzi nemmeno nominate dai giudici, che tendono a considerarle vittime, sono in realtà corree. C’è già un reato di diffusione illegale di notizie, prima ancora che di diffamazione - o di semplice reato d’opinione, quello a cui indulgono gli scandalisti. Sono le tre giornaliste così amorosamente protette le referenti, o le corrispondenti, o le inviate, dei quotidiani che fanno l’opinione?
L’accoppiata Bazoli-D’Alema
Il “papa straniero” c’è già, e non è Fini come si pensa - come Ezio Mauro che lo propone pensa. E'Bazoli, il patron di Intesa e del “Corriere della sera”. E ha già un segretario di Stato, Massimo D’Alema - Montezemolo, di cui il "Corriere della sera" registra i respiri, è solo l'uomo dello schermo. Sta finendo nel Pd come nelle farse, o nelle antiche corse ciclistiche, che i più generosi e avventati tirano la volata a quelli che controllano il gruppo, che poi sono i campioni veri: il ticket Bazoli-D’Alema non è scritto in nessun posto, ma è stato deciso a Milano nella primavera del 2009, per rilevare l’accoppiata stanca ex Ulivo, Prodi-Veltroni, e si sta guadagnando sul campo i galloni di padrone della corsa.
Bazoli e D’Alema sono due cavalli di razza, come usava dire, e non hanno bisogno di scalciare. Fanno sempre la mossa giusta, che per il momento è mandare allo sbaraglio tutte le ballerine del Partito, avendo il senso della strategia e della tattica. La strategia è la candidatura di Bazoli alla presidenza della Repubblica in fine legislatura fra tre anni, quando l'avvocato avrà gli stessi anni che il presidente Napolitano aveva nel 2006, quando assunse la carica. Il posto tocca ai cattolici, nell'alternanza non dichiarata ma ferrea che sovrintende al Quirinale, e Bazoli è un candidato cui nessuno potrà opporsi. Forse nemmeno, in ragione della milanesità, lo stesso Berlusconi.
D’Alema sarà allora il leader alle elezioni politiche: quello che non gli è riuscito nel 2006, quando si inventò Napolitano presidente, perché la piazza era occupata da Veltroni, non avrà problemi a realizzarlo fra tre anni. La psoizione che si è assunta, di presidente della commissione sui servizi segreti, gli consente il massimo della discerzione con il massimo del potere. Che D'Alema mostra di saper usare con perizia. La sua scelta, da parte della Milano che conta, si è avuta nelle more della deflagrazione giudiziaria a carico di Berlusconi che D'Alema preannunciava e poi realizzò a Bari. Tra l'altro salvando anche il posto al suo sindaco, il giudice Emiliano,che aveva perduto il primo turno delle comunali - D'Alema è uno che "mantiene" le promesse.
Il nuovo ticket è l’unico in grado di tenere unite le tante anime del Pd, il frazionismo cattolico e quello ex Pci. La fortissima insoddisfazione dei cattolici è già stata un paio di volte tenuta a bada da Bazoli, specie in occasione della scissione operata da Rutelli. D'Alema non ha lo stesso ruolo nel Pd. Ma guarda ai suoi come Moro guardava ai Dc: dirigendoli col non fare e non dire, sicuro che al tirare delle somme faranno capo a lui.
Il ticket è anche editoriale: Bazoli e D'Alema fanno coppia sul "Corriere della sera", in antitesi netta col "partito" del gruppo L'Espresso-Repubblica, cioè contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. E si battono sullo stesso terreno di Mauro e De Benedetti, quello della ex Dc: Mauro a torto è stato associato, col suo "papa straniero", a un personaggio laico o a se stesso, ma è De Benedetti che detta la linea, e l'editore è sempre stato ed è con gli ex Popolari - fu con Veltroni, a suo tempo, in funzione di vice-Prodi.
Effetto curioso, ma non secondario, di questo schieramento è vedere sul "Corriere della sera" una inconsueta presenza confessionale, perfino parrocchiale. La dirigenza laica della casa editrice, e quella ex Pci del quotidiano mettono sempre più in pagina omelie cardinalizie, commenti di storici della cheisa, presentazioni e interviste dello stesso Bazoli, e perfino le lettere pie delle elementari calabresi per la bontà e la pace nel mondo.
Bazoli e D’Alema sono due cavalli di razza, come usava dire, e non hanno bisogno di scalciare. Fanno sempre la mossa giusta, che per il momento è mandare allo sbaraglio tutte le ballerine del Partito, avendo il senso della strategia e della tattica. La strategia è la candidatura di Bazoli alla presidenza della Repubblica in fine legislatura fra tre anni, quando l'avvocato avrà gli stessi anni che il presidente Napolitano aveva nel 2006, quando assunse la carica. Il posto tocca ai cattolici, nell'alternanza non dichiarata ma ferrea che sovrintende al Quirinale, e Bazoli è un candidato cui nessuno potrà opporsi. Forse nemmeno, in ragione della milanesità, lo stesso Berlusconi.
D’Alema sarà allora il leader alle elezioni politiche: quello che non gli è riuscito nel 2006, quando si inventò Napolitano presidente, perché la piazza era occupata da Veltroni, non avrà problemi a realizzarlo fra tre anni. La psoizione che si è assunta, di presidente della commissione sui servizi segreti, gli consente il massimo della discerzione con il massimo del potere. Che D'Alema mostra di saper usare con perizia. La sua scelta, da parte della Milano che conta, si è avuta nelle more della deflagrazione giudiziaria a carico di Berlusconi che D'Alema preannunciava e poi realizzò a Bari. Tra l'altro salvando anche il posto al suo sindaco, il giudice Emiliano,che aveva perduto il primo turno delle comunali - D'Alema è uno che "mantiene" le promesse.
Il nuovo ticket è l’unico in grado di tenere unite le tante anime del Pd, il frazionismo cattolico e quello ex Pci. La fortissima insoddisfazione dei cattolici è già stata un paio di volte tenuta a bada da Bazoli, specie in occasione della scissione operata da Rutelli. D'Alema non ha lo stesso ruolo nel Pd. Ma guarda ai suoi come Moro guardava ai Dc: dirigendoli col non fare e non dire, sicuro che al tirare delle somme faranno capo a lui.
Il ticket è anche editoriale: Bazoli e D'Alema fanno coppia sul "Corriere della sera", in antitesi netta col "partito" del gruppo L'Espresso-Repubblica, cioè contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. E si battono sullo stesso terreno di Mauro e De Benedetti, quello della ex Dc: Mauro a torto è stato associato, col suo "papa straniero", a un personaggio laico o a se stesso, ma è De Benedetti che detta la linea, e l'editore è sempre stato ed è con gli ex Popolari - fu con Veltroni, a suo tempo, in funzione di vice-Prodi.
Effetto curioso, ma non secondario, di questo schieramento è vedere sul "Corriere della sera" una inconsueta presenza confessionale, perfino parrocchiale. La dirigenza laica della casa editrice, e quella ex Pci del quotidiano mettono sempre più in pagina omelie cardinalizie, commenti di storici della cheisa, presentazioni e interviste dello stesso Bazoli, e perfino le lettere pie delle elementari calabresi per la bontà e la pace nel mondo.
venerdì 11 giugno 2010
Ombre - 52
“Se i conti peggiorano, necessari altri interventi”. È il ragionamento lapalissiano: se piove, aprire l’ombrello, eccetera. Lo fa il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Ma Draghi non è stupido: vuole agevolare altri attacchi alla lira?
Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.
Sarzanini, inflessibile, ogni pochi giorni trova una casa nascosta a Bertolaso: a via Giulia prima, poi in Costa Azzurra, ora sulla costiera sorrentina. Questo è positivo: significa che la Guardia di Finanza, che la tiene informata, ha buon gusto, cerca le magagne di Bertolaso in posti belli. Ma perché non ci dicono subito, la Guardia di Finanza o Sarzanini, dove ha la seconda casa Bertolaso, che certamente ce l’avrà?
Il Pd ha chiamato a decidere sui massoni nel partito un comitato etico presieduto dal professor Luigi Berlinguer. Di una famiglia cioè che, diceva un tempo il loro cugino Cossiga, è di massoneria eminente.
Denis Verdini, spadoliniano (allievo e poi assistente del professore Spadolini al “Cesare Alfieri” di Firenze), è chiamato a dura prova, come il suo maestro, in tema di laicismo. Spadolini dovette provvedere, con qualche sgomento, alla legge contro le logge segrete. Verdini è vessato con cattiveria a Firenze, L’Aquila e Tempio Pausania da Procure della Repubblica molto laiche, anche se nel segreto: non c’è nulla di più vendicativo dei laici di logge diverse.
A Verdini all’Aquila contestano di avere favorito la mafia. E la Madonna no?
Unicredit fa fuori la Roma, la squadra di calcio. L’ultima concorrente da qualche anno dell’Inter verrà “ceduta al miglior offerente” dall’interista Profumo. Non è vero, ma è vero – il “Corriere della sera” lo dà per certo e normale: Milano non si vergogna di niente.
“Ho fatto incontrare D’Alema a Tronchetti Provera tramite Lucia Annunziata”, dice Tavaroli a “Repubblica”. Ma l’Annunziata non era di De Mita?
Michele Santoro si è fatto due prime pagine sui giornali “abbandonando la nave” di “Annozero”. E altre due prime pagine per il suo passaggio ai docufilm. Poi si è fatto due prime pagine annunciando la sua uscita dalla Rai, perché i docufilm costavano troppo, e altre due annunciando che (forse) sarebbe restato alla Rai. Infine, ancora altre quattro pagine, due e due, si è fatte su “Annozero” la prossima stagione, che non ci doveva essere e invece ci sarà. In totale, dodici prime pagine di giornale per niente, su un tema che non interessa a nessuno – Santoro non ha nulla a che vedere con la libertà d’opinione. È indigente il giornalismo? È troppo furbo Santoro?
Il giudice Spataro, famoso per le maglie larghe in alcune inchieste, tra esse quelle per l’assassinio di Fausto e Iaio (1978, centro sociale Leoncavallo) e dello stesso Walter Tobagi (1980), il giornalista del "Corriere della sera" oggi tanto celebrato, delitti maturati ed eseguiti nella sinistra, e per le maglie strette nell’inutile inchiesta su Abu Omar, sequestrato dalla Cia, pubblica un libro di 600 pagine di nessun interesse. Che si merita un pagina del “Corriere della sera”, anch’essa di nessun interesse. Il giudice è anche l’unico meridionale, negli ultimi cinque o sei anni, a meritarsi una pagina lusinghiera del “Corriere della sera”. C’è un’amicizia particolare tra Spataro e il giornalista Ferrarella? È lo splendore soggiogante della Procura della Repubblica?
Solo pagine interne, titoli in colonna, e poche righe di testo per colonnello della Guardia di finanza che a Bari è arrestato per aver diffuso verbali e altre carte segrete sulle puttane di Berlusconi. Silenzio totale invece sulle tre giornaliste cui il colonnello ha dato le carte. Una delle quali in cambio delle notizie avrebbe promesso di dargliela.
La giustizia non è uguale per tutti, certo. Ma dov’è il dovere di cronaca? Diteci il nome delle giornaliste, via. Diteci cosa scriveva loro e diceva al telefono il colonnello. Perché privarcene?
Berlusconi ha criticato, tra i tanti serial di mafia, “Il capo dei capi”. Il “Corriere della sera” fa dire all’ex giudice Ayala: “Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per lòa serie”. Il “Corriere” da solo non ce l’avrebbe fatta a dirlo.
Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.
Sarzanini, inflessibile, ogni pochi giorni trova una casa nascosta a Bertolaso: a via Giulia prima, poi in Costa Azzurra, ora sulla costiera sorrentina. Questo è positivo: significa che la Guardia di Finanza, che la tiene informata, ha buon gusto, cerca le magagne di Bertolaso in posti belli. Ma perché non ci dicono subito, la Guardia di Finanza o Sarzanini, dove ha la seconda casa Bertolaso, che certamente ce l’avrà?
Il Pd ha chiamato a decidere sui massoni nel partito un comitato etico presieduto dal professor Luigi Berlinguer. Di una famiglia cioè che, diceva un tempo il loro cugino Cossiga, è di massoneria eminente.
Denis Verdini, spadoliniano (allievo e poi assistente del professore Spadolini al “Cesare Alfieri” di Firenze), è chiamato a dura prova, come il suo maestro, in tema di laicismo. Spadolini dovette provvedere, con qualche sgomento, alla legge contro le logge segrete. Verdini è vessato con cattiveria a Firenze, L’Aquila e Tempio Pausania da Procure della Repubblica molto laiche, anche se nel segreto: non c’è nulla di più vendicativo dei laici di logge diverse.
A Verdini all’Aquila contestano di avere favorito la mafia. E la Madonna no?
Unicredit fa fuori la Roma, la squadra di calcio. L’ultima concorrente da qualche anno dell’Inter verrà “ceduta al miglior offerente” dall’interista Profumo. Non è vero, ma è vero – il “Corriere della sera” lo dà per certo e normale: Milano non si vergogna di niente.
“Ho fatto incontrare D’Alema a Tronchetti Provera tramite Lucia Annunziata”, dice Tavaroli a “Repubblica”. Ma l’Annunziata non era di De Mita?
Michele Santoro si è fatto due prime pagine sui giornali “abbandonando la nave” di “Annozero”. E altre due prime pagine per il suo passaggio ai docufilm. Poi si è fatto due prime pagine annunciando la sua uscita dalla Rai, perché i docufilm costavano troppo, e altre due annunciando che (forse) sarebbe restato alla Rai. Infine, ancora altre quattro pagine, due e due, si è fatte su “Annozero” la prossima stagione, che non ci doveva essere e invece ci sarà. In totale, dodici prime pagine di giornale per niente, su un tema che non interessa a nessuno – Santoro non ha nulla a che vedere con la libertà d’opinione. È indigente il giornalismo? È troppo furbo Santoro?
Il giudice Spataro, famoso per le maglie larghe in alcune inchieste, tra esse quelle per l’assassinio di Fausto e Iaio (1978, centro sociale Leoncavallo) e dello stesso Walter Tobagi (1980), il giornalista del "Corriere della sera" oggi tanto celebrato, delitti maturati ed eseguiti nella sinistra, e per le maglie strette nell’inutile inchiesta su Abu Omar, sequestrato dalla Cia, pubblica un libro di 600 pagine di nessun interesse. Che si merita un pagina del “Corriere della sera”, anch’essa di nessun interesse. Il giudice è anche l’unico meridionale, negli ultimi cinque o sei anni, a meritarsi una pagina lusinghiera del “Corriere della sera”. C’è un’amicizia particolare tra Spataro e il giornalista Ferrarella? È lo splendore soggiogante della Procura della Repubblica?
Solo pagine interne, titoli in colonna, e poche righe di testo per colonnello della Guardia di finanza che a Bari è arrestato per aver diffuso verbali e altre carte segrete sulle puttane di Berlusconi. Silenzio totale invece sulle tre giornaliste cui il colonnello ha dato le carte. Una delle quali in cambio delle notizie avrebbe promesso di dargliela.
La giustizia non è uguale per tutti, certo. Ma dov’è il dovere di cronaca? Diteci il nome delle giornaliste, via. Diteci cosa scriveva loro e diceva al telefono il colonnello. Perché privarcene?
Berlusconi ha criticato, tra i tanti serial di mafia, “Il capo dei capi”. Il “Corriere della sera” fa dire all’ex giudice Ayala: “Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per lòa serie”. Il “Corriere” da solo non ce l’avrebbe fatta a dirlo.
Quanto pesa la leggerezza di Calvino
Si conferma che Calvino è abile (piacevole) “ordinatore”. Migliore analista che scrittore: sa quello che vuole scrivere meglio di quanto lo sappia narrare, vivace nella critica, noioso nel racconto. Ma anche nella critica arriva “dopo”: non inventa ma ordina. È piacevole perché è colto (educato), preciso e chiaro, nelle schede, negli articoli-saggi, in queste letture. Più acuto che piacevole, anche in queste celebrate letture è faticoso: “Prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto che l’osservazione interviene a modificare in qualche modo l’oggetto modificato, Gadda sapeva....”, si potrebbe dire con maggiore esattezza, sicuramente con più presa, con metà delle parole. La leggerezza invocata è tematica, la scrittura resta pesante.
Italo Calvino, Lezioni americane
Italo Calvino, Lezioni americane
martedì 8 giugno 2010
La milanese di mamma bresciana
È solo “milanese” nel trionfo. Anzi “milanese di madre bresciana”. Non si dice di Francesca Schiavone, trionfatrice al Roland Garros, “di origini meridionali”, come sempre nelle cronache (nere). Anche se non solo il padre è emigrato da Avellino, anche la madre bresciana ha origini meridionali. Il che è ottima cosa, la mancata sottolineatura. Se non che, nel caso, si segnala come un’omissione voluta, del tipo “giù le mani dai nostri successi”. O un nuovo tipo di anagrafe, in una col regionalismo? La madre certo è dirimente, in tutte le teorie razziste – anche se, nel caso, si ritorna alla domanda che perseguitava gli ebrei che cambiavano nome e religione: “Sì, ma prima?”
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.
Scalfari era De Benedetti
Paolo Guzzanti non è simpatico, ma è geniale. Ha fatto parlare un cardinale morto, ha distrutto Gaetano Caltagirone, senza nessuna colpa, e ora fa dire a Carlo De Benedetti che il vero Scalfari è lui – lui, De Benedetti. Cioè, non glielo fa dire, ma lo rappresenta nell’atto di fare il vero Scalfari. Di farlo con parole sue, senza forzature, senza interviste, questa volta, a futura memoria. L’antipatia per D’Alema, come già la simpatia per De Mita, nientedimeno, e l’odio per Craxi, insomma la bussola politica scalfariana, è tutta roba di Carlo De Benedetti.
Guzzanti non fa dire a De Benedetti come è diventato editore. Che sarebbe la parte più intrigante della storia. Ma è già abbastanza sconvolgente sapere chi dettava la “linea” di “Repubblica”.
Paolo Guzzanti, Guzzanti vs. De Benedetti. Faccia a faccia tra un grande editore e un giornalista scomodo, Aliberti, pp. 367, €18
Guzzanti non fa dire a De Benedetti come è diventato editore. Che sarebbe la parte più intrigante della storia. Ma è già abbastanza sconvolgente sapere chi dettava la “linea” di “Repubblica”.
Paolo Guzzanti, Guzzanti vs. De Benedetti. Faccia a faccia tra un grande editore e un giornalista scomodo, Aliberti, pp. 367, €18
Liberare Gaza, si faceva nel 1972
C’era di mezzo la Siria e non la Turchia ma per il resto era tutto scritto: mozzafiato come l’abbordaggio del “Mavi Marmara”, e non meno cruenta, questa spy story 1972 sembra la traccia dell’ultima battaglia tra Israele e il terrorismo palestinese. Mancano i volontari pacifisti, ma la navigazione a vista, benché di notte, le tensioni tra i naviganti, l’incontrollabilità, e perfino una italian connection, Ambler quarant’anni prima ne aveva scritto la storia. In un’opera del resto a suo tempo ben nota, premiata dalla Crime Writer’s Association.
Eric Ambler, Il Levantino, Adelphi, pp. 270, € 13
Eric Ambler, Il Levantino, Adelphi, pp. 270, € 13
Non è più monolitica la giustizia a Milano
Ci sono crepe nella giustizia milanese. Sicuramente nella giudicatura, i giudici sono sempre più esterrefatti dalla disinvoltura dei colleghi della Procura, e forse nella stessa Procura. Si rompe il solido unanimismo che ributta da anni il marcio sul resto d’Italia, coprendo il marcio milanese, e ciò che resta del Pci. I giudici che chiedono “un po’ di indagini” alla Procura sullo spionaggio Pirelli-Telecom potrebbero avere aperto una falla. La mossa era stata giudicata difensiva, un mettere le mani avanti di fronte al vuoto di indagini che la Procura ha presentato, a parte la condanna anticipata dei cattivi designati dell’affare, Tavaroli, Cipriani e Mancini. In quasi dieci anni di indagini, non si sono fatte intercettazioni, non si è analizzato il traffico telefonico tra la Sicurezza di Telecom-Pirelli e le aziende, si è volutamente omesso di analizzare la posta elettronica della Sicurezza stessa, non si è indagato in alcun modo il pur trasparente Oak Fund, il Fondo Quercia, nel quale i venditori di Telecom a Pirelli, Gnutti e Colaninno, gestivano parte delle enormi plusvalenze. Insomma, Telecom-Pirelli intercettava mezza Italia, ma questo solo per far divertire i tre cattivi - non è stata documentata alcuna attività estortiva. In Pirelli c’era un “conto del Presidente” Tronchetti Provera, attraverso il quale sono passati diecine di milioni, di cui il presidente disse di non sapere nulla, che non è stato indagato: niente irruzioni in questo caso della Guardia di Finaza, ma nemmeno la curiosità di sapere chi spendeva quei soldi senza giustificativo e perché.
Quanto è immorale la questione morale
Lo scandalo delle intercettazioni private è enaurme, ubuesco. Per due ragioni. Per quello che dice il giudice che condanna Tavaroli, Maria Panasiti. E perché, lo dice di passata lo stesso giudice ma ora è un fatto, la Procura non si muove. Il signor Terribilista Minale è come se non ci fosse, e i suoi collaboratori fanno finta di niente, pur di non indagare gli interessi che contano. Non è il solo scandalo acclarato infatti che la Procura di Milano non indaga. E non da ora, già dai tempi di Borrelli e della sua pretesa di agitare la questione morale. Il collocamento Saras. Il collocamento Tiscali. L’ammanco stratosferico Rcs. Dice: bisogna proteggere le aziende. Che azienda era Tiscali? Che azienda è Saras? E perché per molto meno Berlusconi invece è stato letteralmente seppellito da indagini e processi – parliamo di prima del 1994, poiché da allora Berlusconi, più furbo di loro, s’è messo a capitalizzare anche lo strabismo di questi giudici.
L’uscita di Tavaroli sabato su “Repubblica” ha aperto però un altro fronte: una parte dell’establishment giudiziario contro un’altra parte. Sicuramente la magistratura giudicante, forse anche una parte della Procura, se Edmondo Bruti Liberati, collaboratore di “Repubblica”, sarà il vice capo della Procura, ruolo al quale è stato già designato. All'apparenza non è così. Tavaroli, che ribadisce le solite accuse a mezzo mondo, patteggia una pena pesante, oltre quattro anni, rinunciando a difendersi nel processo. E il patron di “Repubblica”, Carlo De Benedetti, è un dichiarato avversario di Marco Tronchetti Provera, il padrone di Pirelli e, un tempo, di Telecom. Ma l’intervista si segnala per un mutamento di ottica: Tavaroli e “Repubblica” puntano sulla Milano che conta. Lo scandalo del calcio, dicono, è stato preparato nel 1992 dal bergamasco Facchetti, con un arbitro bergamasco suo amico. Inoltre, dicono, l’inchiesta sullo spionaggio è stata avviata subito dopo che Pirelli ha rilevato Telecom, nel 2002, ed è stata abbandonata subito dopo che Tronchetti Provera ha accettato di trattare con Bazoli la vendita di Telecom.
Prevale sempre il detto del non detto. Ma ora dal lato di Moratti e di Bazoli. Cioè della Milanno della Procura. Tavaroli qualcosa del resto la dice pure in chiaro, pur dichiarandosi colpevole di truffa e associazione per delinquere. Ora comincia il vero processo, dice, quello per rito ordinario a Cipriani.
Quanto è immorale la questione morale
Lo scandalo delle intercettazioni private è enaurme, ubuesco. Per due ragioni. Per quello che dice il giudice che condanna Tavaroli, Maria Panasiti. E perché, lo dice di passata lo stesso giudice ma ora è un fatto, la Procura non si muove. Il signor Terribilista Minale è come se non ci fosse, e i suoi collaboratori fanno finta di niente, pur di non indagare gli interessi che contano. Non è il solo scandalo acclarato infatti che la Procura di Milano non indaga. E non da ora, già dai tempi di Borrelli e della sua pretesa di agitare la questione morale. Il collocamento Saras. Il collocamento Tiscali. L’ammanco stratosferico Rcs. Dice: bisogna proteggere le aziende. Che azienda era Tiscali? Che azienda è Saras? E perché per molto meno Berlusconi invece è stato letteralmente seppellito da indagini e processi – parliamo di prima del 1994, poiché da allora Berlusconi, più furbo di loro, s’è messo a capitalizzare anche lo strabismo di questi giudici.
L’uscita di Tavaroli sabato su “Repubblica” ha aperto però un altro fronte: una parte dell’establishment giudiziario contro un’altra parte. Sicuramente la magistratura giudicante, forse anche una parte della Procura, se Edmondo Bruti Liberati, collaboratore di “Repubblica”, sarà il vice capo della Procura, ruolo al quale è stato già designato. All'apparenza non è così. Tavaroli, che ribadisce le solite accuse a mezzo mondo, patteggia una pena pesante, oltre quattro anni, rinunciando a difendersi nel processo. E il patron di “Repubblica”, Carlo De Benedetti, è un dichiarato avversario di Marco Tronchetti Provera, il padrone di Pirelli e, un tempo, di Telecom. Ma l’intervista si segnala per un mutamento di ottica: Tavaroli e “Repubblica” puntano sulla Milano che conta. Lo scandalo del calcio, dicono, è stato preparato nel 1992 dal bergamasco Facchetti, con un arbitro bergamasco suo amico. Inoltre, dicono, l’inchiesta sullo spionaggio è stata avviata subito dopo che Pirelli ha rilevato Telecom, nel 2002, ed è stata abbandonata subito dopo che Tronchetti Provera ha accettato di trattare con Bazoli la vendita di Telecom.
Prevale sempre il detto del non detto. Ma ora dal lato di Moratti e di Bazoli. Cioè della Milanno della Procura. Tavaroli qualcosa del resto la dice pure in chiaro, pur dichiarandosi colpevole di truffa e associazione per delinquere. Ora comincia il vero processo, dice, quello per rito ordinario a Cipriani.
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