Cerca nel blog

lunedì 16 aprile 2012

Cambiare mondo con la provincia

L’Italia è il paese dei campanili. Ma con limiti, si penserebbe. Ora siamo al punto che il caffè, lo stesso caffè Kimbo o Autogrill, che chiamano “Racconto”, si vende in Toscana, nella provincia di Grosseto, al bar della stazione di servizio lungo l’Aurelia, a 1,20 euro, mentre passata la frontiera, nel Lazio, sotto Tarquinia, sulla stessa Aurelia, si vende a 1 euro. Sono diversi anche i limiti di velocità. Nel grossetano, sempre sull’Aurelia, il limite è a 90 km, con variazioni continue a 70, o a 60, o a 50, e sensori nascosti dietro le paline per fare le carissime multe, mentre passata la frontiera, si va, sulla stessa strada, a 110 – e senza trappole. Da Roma fino a Tarquinia i vertiginosi mutamenti di velocità massima sull’Aurelia sono lasciati alla libera interpretazione dell’automobilista, da Montalto di Castro in su sono trappole. Dei Comuni per rimpinguare le casse. Con telemetri e vigili nascosti dietro le siepi, protetti dal giudice di pace di Orbetello. Le stesse popolazioni probabilmente, ma una diversa tradizione. In Toscana predatoria, per il vecchio costume dei signori di passo, scesi dall’Amiata alla Maremma – l’Amiata era passaggio obbligato allora, essendo la Maremma infetta. O, sempre in tema di caffè e panini, la pizzetta romana con prosciutto costa 2 euro e mezzo, in montagna d’inverno a Monte Livata, nella remota provincia di Roma, e cinque, la stessa pizzetta con lo stesso quantitativo di prosciutto, a Campo Felice in Abruzzo, stazione invernale non più nobile.
Il fatto non è solo italiano. La differenza più radicale si presenta forse tra Francia e Spagna al confine catalano. La stessa lingua e la stessa tradizione, catalana, sono vissute in modo diametralmente opposto di qua e di là della frontiera. Inerte (economicamente, commercialmente) e rognosa (razzista, sciovinista) a Perpignan, febbrile e aperta a Figueras. Ma il localismo è in Italia più radicato e diffuso.
Ci sono novità nel federalismo italiano rispetto a quanto si poteva scrivere meno di due anni fa, nel saggio “La Lega fa trent’anni”, pubblicato sul sito il 30 agosto 2010. Dove si faceva l’esempio di Grado, cittadina molto bene amministrata, seppure in sentito leghista. Per concludere che ci sono delle persistenze, forti memorie storiche. Che agiscono però anche come paratie stagne, forme di separazione. Non hanno effetto diffusivo. A Grado come a Vicenza, a Padova, a Treviso, nel veronese, i comuni si amministravano bene anche prima di essere leghisti, quando in massima parte erano democristiani e anzi vescovili. Così pure gran parte delle città in Emilia, Romagna, Toscana, Marche: Bologna si amministrava bene anche sotto il papa, o Siena, o Ancona, o Rimini. Però è vero che Grado non è Jesolo, con la quale pure compartisce la laguna: le due cittadine sono due mondi totalmente diversi. Perché Grado è friulana, o giuliana, e Jesolo è veneta.
Ogni città, ogni paese, finisce per avere una sua “configurazione” (Norbert Elias), un sistema di interrelazioni specifico o “chiuso”, che cristallizza nel tempo in comportamenti e mentalità, pur attraverso frizioni, e anche conflitti, che la stessa interdipendenza accentua. Questi nuclei, “configurati”, si identificano nella rete di cui sono parte, etnica, storica, linguistica. E tuttavia le differenze ci sono pure. O, se si vuole, uno dei fili o delle gabbie di questa rete è il sistema di relazioni amministrative, istituzionali: a volte basta un semplice tratto sulla cata per segnare differenze vistose. Si segua la statale 116 Ionica e a un certo punto, prima dei segnali, si avverte un cambiamento: la stessa strada non ha più buche, ha l’asfalto liscio e la barra continua bianca ai bordi e al centro, perché si è lasciata la Calabria e si è entrati in Basilicata. Le stesse popolazioni, le stesse famiglie probabilmente, hanno una diversa sensibilità da un lato e dall’altri della provincia, tra Cosenza, che pure in Calabria è bene amministrata, e Potenza.
La differenza talvolta la fa la natura. Si può capire che Faenza abbia una cucina totalmente diversa dal Mugello, con cui pure condivide la strada e molta storia: di mezzo c’è l’Appennino. Non c’è invece soluzione di continuità tra Siena, o Grosseto, e Viterbo, scendendo lungo la Cassia o l’Aurelia. Ma sono due mondi incomparabilmente diversi, non solo per il costo della tazzina di caffè e per le multe, ma per colori, dimensioni e cura delle case, per atteggiamento e perfino abbigliamento, per la parlata, anche il linguaggio può essere segnato dal limite burocratico. Con “parti” addirittura invertite quanto a esperienza storica. La Maremma, l’Amiata e la val d’Orcia erano governate dal granduca di Toscana, Viterbo dal papa, ma le prime sono state zone depresse fino a recente, la Maremma fino agli anni 1960, la val d’Orcia fino agli anni 1980, l’Amiata, in declino economico, si spopola, mentre Viterbo e il viterbese sono stati ben accuditi dal papa.
La divisione amministrativa consolida una diversa lingua, e un diverso linguaggio. Mentalità. Costumi. Giudizio. Fedi, religiose, politiche. Consumi, stili di vita: un pasto a Marta costa la metà che a Montefiascone, sullo stesso lago di Bolsena. Tra Massa e Lucca, due province finitime della stessa Regione, e ugualmente “bianche”, la differenza giunge all’estraneità. Macroscopica tra Ronchi di Massa e Vittoria Apuania di Forte dei Marmi, che pure sono località balneari senza soluzione di continuità. Per storie diverse, certo: spesso le divisioni amministrative ricalcano storie diverse. Ma più spesso tagliano territori contigui, uguali, simili, complementari. Ma, poi, non è semplice nemmeno questo: Forte e Viareggio sono da sempre di sinistra e fanno turismo di lusso, come non si fa nel resto della bianca Lucchesia.
Una città in Italia può fare un mondo a parte. Lucca non ha nulla in comune con Massa, a parte, un po’, la lingua – ma non il linguaggio. Massa che invece, malgrado gli Appennini e le Apuane, è in tutto e per tutto legata alla sovrastante Emilia, di Parma e fino a Modena: le parentele sono transappenniniche, e l’alimentazione, i macellai a Massa esibiscono le carni emiliane doc, piuttosto che quella chianine. La Toscana tutta peraltro, che con i Medici si proiettava via Umbria fino agli Abruzzi, non ha mai spartito nulla con le confinanti Marche, presidiate da altre signorie – giusto Piero della Francesca. Ancora oggi Arezzo non sa nulla dalla sovrastante Massa Trabaria.
Michael Dibdin, il giallista inglese italianato, a un certo punto, in “… e poi muori”, ambientato in Versilia e a Lucca, nota nella piazza Napoleone una rivista che insulta i pisani: “Una scoperta medica rivela perché i pisani nascono – il rimedio non c’è”. E se la spiega come il un riflesso dispettoso della città “industriosa, mercantile” verso “la città di mare, con la sua inaffidabile ciurma di briganti e avventurieri”. Mentre la rivista è chiaramente “il Vernacoliere”, pensato, scritto e pubblicato a Livorno. Che quindi opera al contrario: è la ciurma di briganti e avventurieri che insulta la paciosa, torpida, città di terra che Pisa nel frattempo è diventata.
Diverso il caso di una trasformazione invece voluta. Talamone che in cinque anni si trasforma da borgo sonnolento, con la sua storia garibaldina, in marina: un pied-à-terre rifatto, acciottolato e arredato d’architetto, per barche enormi tirate sempre a lucido. Questa è l’opera della politica, che dunque può fare nell’arco di pochi anni. Si vede dall’autostrada: stessi luoghi, stesse popolazioni, divisi amministrativamente: dopo qualche decennio, la diversa gestione politica cambia anche i connotati. La forza della politica, dell’azione, dell’attività. Per politica intendendosi non il partito, non tanto il partito, quanto la tradizione dentro il partito. Perché Livorno e Grosseto, province confinanti, hanno da sessant’anni un’amministrazione dello stesso colore politico, ma interpretata diversamente: sotto la stessa politica la diversa tradizione, o la persistenza dei caratteri, fa la differenza.
Bisognerà rifare la storia dei caratteri originali. Si è più spesso contigui e diversi per non si sa bene che. Per immigrazioni. Per lunghi domini-principati che hanno lasciato un imprinting. Per la natura dei luoghi. La differenza abissale tra Forte dei Marmi e Marina di Massa, malgrado la contiguità fisica, è perché l’una fu nel duecento a.C. colonia latina, mentre Massa è rimasta agli Apuani ribelli? E quando questi furono deportati nel Sannio, ai sanniti ribelli che li sostituirono nelle montagne? Gli stupefacenti Campi Flegrei alla periferia Nord di Napoli hanno il vizio d’incutere paura, forse senza colpa degli abitanti. Sono essi gli eredi della flotta romana, delle galere? Si spiegherebbero i “diavoli nel paradiso”, che in questi dintorni classici di Napoli spopolano. Al castello di Baia restaurato e adibito a museo il barista in giacca verde e fiocchetto si abbraccia con la ragazza. Richiesto di un caffè risponde che la macchina è rotta. Richiesto di un po’ d’urbanità, ribatte torvo che lui è un lavoratore socialmente utile e non deve fare il caffè. La Piscina Mirabile è guardata da un grappolo di uomini di campagna intenti a fumare e giocare a carte, che non guardano nemmeno il visitatore. A Miseno, dove avevano sede le galere, non si può scendere dalla macchina, i camerieri divelgono letteralmente i pochi visitatori al loro ristorante. A Santa Maria Capua Vetere, che pure ha un anfiteatro romano molto visitato, ogni sguardo trasuda violenza, verso il forestiero che vi si avventura in macchina, che non si può non predare. Insomma, le specificità ci sono.

sabato 14 aprile 2012

Le banche internazionali contro Monti

Banche contro banche? Banche italiane contro banche d’affari anglosassoni: è questo il motivo delle critiche del “Wall Street Journal” e del “Financial Times” a Monti, dopo tre mesi di plausi. Le banche di New York e Londra, che gestiscono i grandi patrimoni e accompagnano le grandi multinazionali, sono insoddisfatte del fisco di Monti. Non degli aggravi ma dell’incertezza: sanno di dover pagare, per lo scudo fiscale, per gli immobili, per il lusso, ma non sanno quanto, né quando. Devono perciò tenere immobilizzati ingenti capitali invece di investirli produttivamente.
È da questa delusione che nascono le critiche e i rinnovati – per ora limitati – smobilizzi di titoli italiani. È una critica peraltro fondata: l’attivismo del fisco si limita alle incursioni nelle zone di prestigio nei week-end, con nessun esito sostanziale – a parte le diarie per i funzionari, e gli straordinari notturni festivi: nessun decreto attuativo della tante imposte nuove è stato apprestato, benché a capo dell’Economia sia lo stesso Monti.
C’è anche il sospetto che Monti voglia favorire le banche italiane. Il “conto corrente coatto” per tutti gli italiani sarebbe stato concordato con le banche per accrescerne d’autorità gli attivi. L’incertezza fiscale non colpirebbe invece le banche italiane perché impegnate eminentemente nel retail, nelle piccole operazioni.

L’inverno islamico

Il riflusso è stato rapido dopo la primavera araba, in Nord Africa e in Medio Oriente, finita ovunque in regimi islamici, più o meno radicali, ma tutti retrogradi, nella gestione pubblica, dei diritti, dell’economia. Ma non ha colto di sorpresa le diplomazie occidentali, che lo scontavano. Sulla base di un revival islamico noto ormai da un trentennio, dall’avvento del khomeinismo in Iran, per essere reazionario, sciovinista, oscurantista.
Il caso da manuale che si porta è l’Afghanistan. Che, dopo un decennio di guerra di liberazione degli eserciti occidentali sotto l’egida dell’Onu, ritorna ai Talebani, a un regime cioè dichiaratamente oscurantista e reazionario, chiuso anche ai suoi vicini islamici. Ma l’Afghanistan, per le diplomazie, fa caso a sé: è un paese ritenuto immodernizzabile, troppo vasto, troppo poco popolato, senza un’economia, tribalizzato. Il caso da manuale è l’Iran. Che ha una storia, una società, e una classe dirigente, ma nei trent’anni di khomeinismo si è comparativamente immiserito rispetto al regime pur non eccellente dello scià. Isolato nella regione e nel mondo e, malgrado la probabile atomica, senza alcun ruolo: non diplomatico, non militare, non politico, e nemmeno (in Iraq) religioso.
La stessa involuzione si attende in Nord Africa. Qui, come in Iraq, i regimi dittatoriali erano se non altro modernizzanti, e costruivano società complesse: urbane, produttive, attive. Il tempo in questi mesi si è fermato, in Tunisia, in Egitto, in Libia, ma se ne dà per scontato un ritorno al passato: a società chiuse e inerti. L’islam, che nella sua lunga tradizione ha avuto molti fermenti innovativi, è in questa fase chiuso e distruttivo. L’Algeria, che nel Nord Africa era avviata a uno standard di vita europeo, seppure delle regioni ex sovietiche, ha sofferto a causa dell’integralismo del Gia, il fronte islamico, e della conseguente guerra civile quindici anni fa un ritardo che ora appare irrecuperabile.

venerdì 13 aprile 2012

Tre ingegneri anglofoni al costo di uno

Il Politecnico di Milano rinuncia all’italiano come lingua d’insegnamento, passando all’inglese. Che sarà maccheronico, ma non più dei tanti pidgin english che corrono il mondo. Ma è l’europeismo o internazionalizzazione come li intende Milano, speculari al leghismo, a vista corta cioè. Ed è un modo come un altro per scardinare il famoso ingegnere italiano, quello che, in parallelo con l’artigiano dalle mani prensili, ha creato l’Italia postbellica. La laurea breve non è bastata per ridurlo a un modesto calcolatore di pesi e spinte, Milano gli taglia la lingua.
Negli anni 1970-1980 le imprese italiane all’estero fecero ampio ricorso, poiché gli espatriati italiani accrescevano le pretese e i costi, a ingegneri indiani, filippini, brasiliani. Che non avevano tante pretese - al costo di un ingegnere italiano espatriato si potevano avere tre asiatici o latinoamericani - e sapevano l’inglese. Ma cominciarono a perdere le gare e gli appalti: di tanto migliorarono l’inglese della corrispondenza e delle presentazioni, di tanto ne indebolirono la capacità di progettazione. Avevano buoni esecutori.

SuperMario perde colpi

Forse le troppe partite fuori casa non portano bene. O forse non porta bene la tecnica. Fatto è che sui suoi due terreni preferiti, il campo internazionale e quello dell’economia, Mario Monti perde colpi - mentre si dimostra buon politico, buon navigatore tra gli scogli politici. Al borsino ministeriale molti entusiasmi si sono raffreddati.
Elsa Fornero, specialista di assicurazioni e previdenza, ha imposto in poche ore il taglio delle pensioni, dopodiché si è smarrita. Passera, dopo il primo colpo che obbliga ogni italiano al conto corrente, non sa fare e non sa nemmeno dire niente. Lo stesso Monti viene sub iudice per le improvvisazioni fiscali, che potrebbero essere letali – ogni giorno si scopre che ha messo una nuova tassa, tra le pieghe del decreto “Salva Italia”. Di più raffredda gli entusiasmi, agli Esteri e all’Economia, il fronte internazionale scelto dallo stesso Monti.
Il presidente del consiglio non ha mutato in nulla l’attendismo catastrofico dell’Unione Europea, malgrado i continui contatti con Merkel e Sarkozy. Ha creato un incidente diplomatico, e innervosito i mercati, con i ripetuti accenni alle debolezze della Spagna. Non ha ottenuto nulla dalla recente visita in Cina: nessun impegno a investire in titoli italiani, e nessuna attenuazione della diffidenza di Pechino nei confronti dell’euro.
L’attivismo del ministro degli Esteri Terzi, teso a creare uno status di statista internazionale a Monti, con una ventina di incontri internazionali in quattro mesi, si sta rivelando un fallimento, se non un boomerang. Lo stesso nome di Monti buttato lì da Obama in alcuni discorsi è giudicato “menomante” alla Farnesina, in quanto genererebbe gelosie e sospetti a Parigi e Londra, senza peraltro il fondamento di un asse privilegiato tra Roma e Washington. La gestione dell’affare Kerala, dei marò arrestati, è giudicata un errore: al sottosegretario Staffan de Mistura si fa colpa di essersi impigliato in una sorta di diplomazia della cipolla, ogni pochi giorni concedendo qualcosa, invece di contestare la giurisdizione indiana, come un buon diplomatico si sarebbe limitato a fare.

Le liberalizzazioni sono dei prezzi

Succede per l’energia come già per le banche, i trasporti e gli altri consumi sociali o di pubblica utilità: a un anno e mezzo dalla liberalizzazione dei mercati del gas e della luce, tutte le tariffe sono aumentate liberamente, dal dieci per cento in su, fino al quaranta. A titolo vario (tariffa bioraria, riduzione dell’emissione di CO2, tariffa fissa con tro le fasce orarie). È l’unico esito delle liberalizzazioni in Italia: la libertà di prezzo. Che significa aumento dei prezzi stessi e delle tariffe, e non riduzione, in nessun caso.
A lungo in Italia si contestò la politica delle tariffe, soggette dopo la guerra al controllo e perfino all’autorizzazione governativa. La liberalizzazione si precisò in antitesi alla politica dei controlli. Ritenuta statalista e perfino fascista. E questo è stata ed è: una liberalizzazione degli aumenti – degli”adeguamenti tariffari”: al mercato delle materie prime, ai costi del personale, al cambio dell’euro, e ad altra diversificati riferimenti. Una forma di monopolismo imperfetto e non di concorrenza. Con un aggravio e non con la riduzione dei prezzi, che i manuali di economia politica ascrivono alla concorrenza. Solo si accresce il numero dei soggetti sul mercato. Agli ex monopolisti statali, soggetti ai controlli, si so no sostituito oligopoli privatissimi, senza più controlli. Quelli costosissimi delle Autorità pubbliche sono sinergici con gli oligopoli – ne garantiscono insomma gli interessi.

giovedì 12 aprile 2012

La recessione ha azzerato la manovra

Meno debito, ma più alto in percentuale del pil. Il pareggio di bilancio nel 2013 potrebbe farsi con un debito aggravato in rapporto al pil, e non alleggerito. Se le previsioni di un peggioramento della recessione si confermeranno.
Non è una novità: la coperta stretta dei parametri del patto di stabilità, se tirata da un lato, ne lascia scoperto un altro. Ma in questo caso con una ragione economica: il debito in sé non è pericoloso se non in rapporto al prodotto interno che deve pagarlo. Se la recessione in atto dovesse aggravarsi al 2 per cento, invece che all’1,5 per cento già previsto, il senso economico della manovra cui l’Italia si è assoggettata sarebbe vanificato. Nascono da qui le ricoperture dei mercati sui titoli del debito italiani: più tasse = meno pil = più spread, che non è un circolo vizioso.

SuperMario e la fine d Amato

Mario Monti è accreditato dall’Eurisko del favore del 48 per cento degli elettori, un ciclone. Lui personalmente è prudente: sa che il voto è un percorso accidentato. Preferendo accreditarsi come uomo delle istituzioni e non di partito – leggi la presidenza della Repubblica dopo Napolitano.
Una candidatura politica di Monti lascia peraltro perplessi gli studiosi: la sua discesa in campo è stata di tipo fiscale, punitiva e non propositiva. Potrà risanare il bilancio, anche se solo pro tempore. Ma si trova ad affrontare una forte recessione e non ha idea – non la propone - di cosa fare per alleviarla. Il destino “politico” di Monti viene piuttosto equiparato a quello di Giuliano Amato, che nel 1992 affrontò con lo stesso taglio la crisi della lira: molte imposte straordinarie, per un attivo di bilancio che coprì al 90 per cento il costo del debito. Ma non fu più candidabile.

Ombre - 126

È straordinario, ha dell’incredibile, che la Germania si finanzi da sette mesi a spese dell’Italia, e ora anche della Francia, con la Merkel che a giorni alterni dichiara “questo non si può fare” e “questo non si farà mai”. Con sarcasmo: “La Germania non pagherà mai i debiti degli altri”. Senza che nessuno le dia un calcio in bocca. Non il chierichetto Monti, non il tronfio Sarkozy. Senza che nessuno ce lo spieghi.

Il grimaldello di Angela Merkel è semplice, anzi brutale – proprio “tedesco”: dichiarando ogni poche ore che non c’è soluzione, rialimenta la fuga sui titoli tedeschi. A spese, nel tempo, della Grecia, del Portogallo, della Spagna. E sempre dell’Italia, che ha i conti in ordine e non vuole niente dalla Germania. Lo sfiancamento dell’Italia Merkel fa con una forte quinta colonna: la cattiva informazione.  

Sono di moda le visite guidate ai sotterranei delle città. A Napoli naturalmente, Orvieto, Perugia. Parigi si specializza nel giro delle fogne. Organizza cinque tour al giorno anche Pistoia, che non ha turisti. È la nuova frontiera.

Andy Xie, “economista indipendente”, cinese, spiega al “Corriere della sera” perché l’Italia non può funzionare. Inoppugnabile se non per un punto: “L’economia italiana è in ristagno da quasi dieci anni”, dice. No, da quasi venti. Dalla prima “cura Monti”, allora “cura Amato”. 

L’Italia non può funzionare per gli enormi sprechi legati al “sindacalismo” nei servizi, pubblici e privati. Non una grande novità, anche se Xie ha esempi gustosi: tutti lo sappiamo. Ma si può dire solo in Cina?

Il Comune di Firenze ha il record dell’assenteismo, due dipendenti su cinque – ce l’aveva al tempo di Brunetta, che raccoglieva le statistiche. E ha pagato per dodici anni premi di produttività a tutti i suoi tremila dipendenti – 50 milioni in totale. Pronubo l’ultimo sindaco diessino, Domenici. Lo scopre la Guardia di Finanza, ma in sordina: Firenze non è la Sicilia? il rosso non è nero?

Della famosa speculazione fiorentina nell’area di Castello l’unico appalto perseguito dal Procuratore Quattrocchi è stato quello della scuola dei Marescialli. Per la quale l’appaltatore aveva già avuto dalla giustizia amministrativa un solido indennizzo da parte dello Stato (35 milioni), e ora viene assolto dalla giustizia civile perché “il fatto non sussiste”. Ma l’operato della Procura fiorentina non stato a vuoto: ha evitato di indagare Domenici e la sua giunta, che gestivano l’affare. 

Si programmano in Toscana “centri commerciali naturali”. Unificare gli opposti, ecologia e shopping, come non pensarci? Con buona coscienza.

Critica da alcuni giorni il governo sul “Wall street Journal” e il “Financial Times”, e ora scopre, dopo quattro mesi, che le tasse fanno male all’economia, anche se sulle case e non sulle imprese. È Emma Marcegaglia, presidente in cerca di occupazione della Confindustria. Prima criticava Berlusconi nel nome di Casini, per diventarne deputatessa. Ora, si dice, ambirebbe a guidare un nuovo governo tecnico. Da non credere.

Francesco Piccolo, sopravissuto alla dieta Dukan, ne fa su “La Lettura” esercizio pantagruelico: “La bolla speculativa della bresaola”. Come già del tulipano, o dei tanti eldorado oltreoceano. Con qualche complesso di colpa per avere poi contribuito, conclusa la dieta, a sgonfiare la bolla. Ma per alimentare la bolla si faceva la bresaola con lo zebù africano. Che ora può riprendere le sue (inservibili) sgroppate nella savana.

Il maestro Barenboim va a Firenze e trova che il nuovo teatro dell’Opera, inaugurato a Natale con sfarzo pubblicitario, è incompleto e non è completabile – è stato costruito male. Ma lo sappiamo solo perché Barenboim se ne stupisce. La chiusura del Comunale per fare posto al nuovo teatro ha comportato un centinaio di esuberi, ma la Cgil ne fu entusiasta.

Casini rinuncia ai benefici da ex presidente della Camera: ufficio e macchina blu. Perché ce li ha come presidente del suo gruppo parlamentare. Sembra di sognare. E ci fa la morale.

Galliani non ha finito d’invocare il giudice di linea, contro i gol fantasma che gli arbitri negano al Milan, che un giudice di linea a Barcellona decreta la vittoria del Barcellona. Galliani dev’essere un grande sportivo.

La società fiorentina dei trasporti pubblici, Ataf, bandisce una gara per il trasporto suburbano su rotaia fatta apposta per le ferrovie francese, la Ratp. Impossibile per altri concorrenti di partecipare alla gara. La Ratp è socia di Ataf in altre società. Politica? Mercato?

mercoledì 11 aprile 2012

L’altra Italia di Nievo che morì sul nascere

Un’altra lingua, un’altra Italia? Non si può dire, ma si riedita sempre con curiosità, da ultimo per il centocinquantenario, questo romanzone di mille pagine. Di cui si fa ora anzi la traduzione in inglese, integrale. Prolisso nella seconda parte ma perdonabile, a un autore che è morto a trent’anni, di cui gli ultimi vissuti per la rivoluzione italiana, fino alla spedizione dei Mille – al ritorno dalla quale perì, dopo essere stato governatore a Palermo, nel naufragio della nave a Napoli.
Era anche un’altra Italia, questa ben più rocciosa, e oggi solo apparentemente disfatta, poiché riemerge a ogni interstzio o debolezza della storia. La vocazione di Monsignor Orlando dei conti della Fratta, che oggi si legge in chiave paradossale, era allora, nel secondo Settecento e dopo, un fatto. Leopardi, primogenito ben più illustre, vestiva da chierichetto, a dodici anni fu tonsurato, portò l’abito talare fino a vent’anni, e subito dopo, nel primo agognato viaggio fuori dal buco di Recanati, presso gli zii materni Antici a Roma, in cerca di un’occupazione che lo rendesse indipendente, quella che trovò senza difficoltà fu una prebenda da ecclesiastico.
Claudio Milanini apre in questa riedizione uno squarcio rivelatore sulla questione della lingua, cioè della politica e delle cose da fare. Mazzini fu subito contro “gli epigoni del Manzoni, troppo spesso ancorati a un sentimentalismo arreso e fittizio”, scrive Milanini sintetizzandone il saggio “Moto letterario in Italia” del 1838. Carlo Tenca auspicava “un andamento più familiare e più schietto della narrazione” (1852). Nievo propugnava nel 1854, a 23 anni, una poetica realistica, adeguata alla “indole pratica e precisa de’ tempi nostri”, e “una fusione conciliatrice” dei dialetti nella lingua nazionale. Sviluppando, dice Milanini, “la linea del Manzoni”. Non di quello del “fiorentinismo”, ma “dello scrittore che con la prima edizione dei “Promessi sposi” (più diffusa allora di quella definitiva, sciacquata in Arno), già si era aperto alle «maniere speciali dei dialetti lombardi»”.
Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, Bur, pp. 954 € 13

Il padre-madre di Leopardi

La scoperta di questa biografia è Monaldo, il conte, il padre. L’“Autobiografia” di Monaldo. Che anticipa, nientemeno, “Guerra e pace” sul matrimonio: “Mi pareva che il decreto della nostra unione non fosse scritto in cielo”. Un “conversatore straordinario”, incontinente ma interessante, fino in punto di morte, collettore instancabile di libri, socievolissimo, scriveva anche sessanta lettere in un giorno, un uomo dalla mente “eccentrica, spiritosa, acuta, bizzarra, paradossale”, tanto quanto quella di Giacomo era “quadra”, per “compattezza, forma, sistema”. Simpatico, si può aggiungere, anche nei tanti rovesci finanziari.
A lui Giacomo fece risalire la colpa dei “sette anni di studio matto e disperatissimo” al quale imputava le deformazioni nello sviluppo e gli innumerevoli malanni, che erano invece l’esito della tubercolosi ossea, come Pascoli opinerà correttamente, e della depressione psicotica, come Citati opina. Ma restandogli sempre, nella disperazione, attaccato – Monaldo ne era stato la chioccia, il “padre-madre”, dice Citati.
Pietro Citati, Leopardi, Oscar, pp. 437 € 10

martedì 10 aprile 2012

Problemi di base - 97

spock

Non saranno gli africani i veri ariani? Se l’umanità riparte da Noè, solo i figli di Cam sono la retta discendenza: “Solo Cam ha avuto accesso alla rivelazione di Noè”, stabilisce la Bibbia.

Fu Europa – “bellavista” o “belvedere” - una bella semita figlia del re di Sidone, prima di essere eletta da Omero negli inni a sinonimo di Grecia: non sarà l’Europa invece semita?

Ma l’origine è egiziana della grecità, madre dell’Europa, che Erodoto attesta, della metafisica e la religione: e dunque l’Europa è africana?

L’ingravidatore che non è padre di nessun figlio, vecchio indovinello, era la spia: è il pentito?

Se il moralismo dei pentiti è come la virtù delle puttane, come dare loro credito, dare credito ai giudici che se ne fanno scudo?

Sono gli scrittori siciliani che fanno grande la Sicilia, o è la Sicilia che fa grandi anche gli scrittori?

Se possono solo applaudire, a comando, ai talk show e ai varietà in tv, perché si chiamano pubblico?

Se Prometeo è l’uomo, ed è un ribelle a Dio, non sarà l’uomo il diavolo?

spock@antiit.eu

Letture - 92

letterauto

Confessione – Ha dominato il secondo Novecento, nel segno di Proust. Domina il Duemila nel segno dei reality, degli sfoghi in pubblico che hanno preso la scena negli anni 1990, l’età dell’Acquario: l’ambizione è raccontarsi, ma a chi non ascolta – solo apprezza, valuta indistintamente, il tono della voce, il taglio della bocca o dei capelli, la posa lusinghiera del regista. Uno sfogo purgativo forse, benché non maleodorante, ma senza tracce.

In tanta libertà di giudizio, non si sa a volte a chi raccontarla né come. Non si sa neppure a che modelli rivolgersi. C’è la prosa fattuale – ma si sa che è una finzione – dei “Commentari” di Cesare, e quella retrattile di Molly. La narrazione indubbiamente va organizzata: Proust, parlatore compulsivo, di quelli che non concludono mai la frase, non danno la battuta, rivela poco o niente.
Butor distingue l’exploration dall’imploration. Vale per il racconto come per i viaggi. L’imploration è la scoperta al contrario, il ripiegamento lamentoso sui propri piccoli segreti. È l’indefinitezza - l’improprietà - di ogni Erlebnis, dei fatti rivissuti nella memoria o in sogno, e letterariamente espressi.
C’è il detto famoso di Hebbel che “nessuno scriverebbe se non scrivesse la propria biografia, e tanto meglio quanto meno lo sa”. Ma un’improprietà di terzo grado ha la biografia pensata, speculata, sognata, storicizzata, nella cultura, nella politica, nel dover essere. E c’è poi il lettore. “Lector”, diceva Marziale, “opes nostrae”, tu sei la nostra ricchezza. Ma non nel senso del diritto d’autore, che non c’era, in quello dell’esistenza. Se le cose non si dicono, si perdono. Ma bisogna trovare ascolto: foss’anche un solo lettore, ma attento.

Da sant’Agostino a Casanova confessarsi è stato un piacere, la confessione spontanea. Chi è nato nel Novecento, invece, non può nascondere quello che sa, che la memoria non solo è selettiva ma è gestita dal presente - è la sua invenzione e la sua specialità. Ma la cosa è complessa.
Sant’Ambrogio spinse la voluttà fino a diffamarsi, ai parrocchia-ni che non gli credevano e volevano farlo vescovo facendo trovare donne discinte nei suoi alloggi. Nietzsche parla molto di sé, la stessa filosofia è anzi per lui “una sorta d’inavvertito mémoire”, oggi si direbbe ball’inglese memoir, una “confessione d’autore”. Mentre per Colorni è bene una malattia, da cui cioè “si può uscire” – Eugenio Colorni, il filosofo della sorpresa o logica asistematica, che la filosofia poté insegnare a Trieste solo al magistrale “Carducci”, fino al ‘38, quando i fascisti l’arrestarono, per poi, a guerra persa, ucciderlo. Calvino è solo a criticare la confessione. Giovanni: “In Giuda”, argomenta, “c’era perfetta contrizione di cuore, confessione orale, soddisfazione per i denari”. Italo ha in dispetto la “letteratura della memoria” e dava a intervistatori e critici notizie sbagliate di sé, a causa, diceva, di “un rapporto nevrotico con l’autobiografia”. Mentre Petiliano Giuda vorrebbe santo: “Si pentì e fu messo a morte, è quindi un Confessore e un Martire” - ma sant’Agostino non approva.

Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di un’inesausta confessione. Di che? La sua confessione è la sua opera, ma non si sa se l’opera confessa la vita, o la vita confessa l’opera, la lima, la lucida. A meno di non ricorrere alla geniale “letteratura a difesa” di Robert Walser: internato per la genialità in manicomio, Walser progettò nella scrittura un’“opera di difesa”, scrivendo a matita, su foglietti, in microgrammi, contro i censori interni ed esterni, contro il filisteismo dell’epoca – l’epoca è sempre filistea. La scrittura come Resistenza, la confessione a trincea.
Anche Dostoevskij, che progettava un “Grande Peccatore”, profetizzò con Goethe che la letteratura sarebbe finita in confessione. Ma di che cosa? Sargon re d’Assiria si raccontava scrivendo al dio Assur. Ma solo di battaglie, se vittoriose. Senza vergogna scrisse Majakovskij All’amato se stesso le ultime liriche prima di uccidersi. E ancora, bisogna non vedere il resto, il fine Trockij notò del poeta: “Per elevare l’uomo lo porta al livello di Majakovskij. Come il greco era antropomorfo e assomigliava ingenuamente a sé le forze della natura, così il nostro poeta è majakomorfo e popola di sé le piazze, le vie e i campi della rivoluzione”. Farsi gnomone è troppo, il bogatyr della fiaba, benché vuotacessi ispirato.

Dante – “Era di sinistra”, stabilisce Matteo Renzi, che si cimenta in una “Rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter”, nientemeno, invece magari del suo programma politico, e la intitola “Stil novo”. Dante avrebbe probabilmente obiettato – era imperiale.
Renzi ha una buona ragione: “Usa il volgare, che rende la cultura accessibile a tutti”. Questo è vero. Dante usa il volgare da gran letterato, per le ragioni della letteratura. Ma l’uso di una lingua comune, aderente alle cose, è senz’altro (anche) democratico.

Il viaggio nell’oltretomba, ma non c’era già in Virgilio? Al cap. VI dell’“Eneide”: il regno delle ombre senza tempo, dove c’è anche il futuro.

L’ambizione di essere Dante è piena in Pasolini nella maturità, quella del progetto “La Divina Mimesis”. Che però è didascalica, uno schema freddo – un’autorappresentazione ridicola, se non fosse malinconica. Dantesco si potrebbe dire sul “Corriere della sera”, negli articoli degli “Scritti corsari”, 1974-75. Il Pasolini della “visione apocalittica” dell’articolo delle lucciole, “Il vuoto del potere in Italia”, dell’1 febbraio 1975 – non nei frammenti raccolti poco prima di morire, dopo quindici anni di tentativi abortiti, che fanno “La Divina Mimesis”. Se non che Dante è l’opposto. Pasolini è incostante e si vuole senza speranza, Dante è applicato e senza soste impegnato, Pasolini rifiuta il mondo, Dante lo esorcizza.

A proposito di lucciole, il filosofo dell’immagine Didi-Huberman ne traccia indirettamente il contrasto, nel saggio su Pasolini intitolato proprio “Come le lucciole”, in termini di luminosità: “Immagine non significa orizzonte. L’immagine ci offre qualche barlume vicino, qualche lucciola, l’orizzonte ci promette qualche luce lontana – la luce dell’orizzonte è quella di Dante. Pasolini “cerca l’orizzonte dietro a ogni immagine”, mentre il proprio dell’orizzonte è ridare “forma, immancabilmente, al cosmo metafisico, al sistema filosofico, al corpus giuridico o al dogma teologico”. In una prospettiva inquietante, secondo il filosofo: “L’immagine è lucciola delle intermittenze passeggere, l’orizzonte inonda di luce gli stati definitivi, i tempi immutabili del totalitarismo o i tempi finiti del Giudizio”. Ma così è.
L’indignazione è una chiave di Dante, ma non peculiare. Lui, poi, non se ne fa una bandiera, come devono i titolari di rubriche anticonformiste - siamo tutti capaci d’indignazione, e massimamente la portiera di fiducia. Derrida, criticando trent’anni fa l’apocalitticismo filosofico in voga (“Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”), rileva che “ogni escatologia apocalittica si promette in nome della luce, del veggente e della visione, e di una luce della luce, di una luce più luminosa di tutte le luci che essa rende possibili”. È una mistificazione, afferma: “Non ci potrebbe essere verità dell’apocalisse che non sia verità della verità”, e anzi “verità della rivelazione piuttosto che verità rivelata”. Ma ineliminabile, anche perché non è una colpa: “È ineliminabile perché nessuno può esaurire le sur-determinazioni e le in-determinazioni degli stratagemmi apocalittici. E soprattutto perché il motivo o la motivazione etico-politica di questi stratagemmi non è mai riducibile a qualcosa di semplice”. Didi-Huberman è meno “assolutorio”, dovendo infine contrapporre la “situazione oggettiva” di Walter Benjamin, al quale si deve il piccolo messianesimo poi sbocciato in apocalissi, personale e storica, negli anni 1933-1940, a quella di Pasolini a febbraio del 1975 – e successivamente di Agamben, che ha preso il testimone del poeta.
Propriamente dantesco Didi-Hubermann vuole Pasolini nell’articolo famoso sulla scomparsa delle lucciole. Nel senso di un collegamento con Canto XXXVI dell’”Inferno”, dove il villano, riposandosi al poggio una sera d’estate, “vede lucciole giù per la vallea,\ forse colà dov' e' vendemmia e ara”- E tale Dante dice lo spettacolo che gli si presenta: “Di tante fiamme tutta risplendea\ l'ottava bolgia”. Un panorama però non idilliaco, quel è nella vena di Pasolini. “Un grappolo di cinquemila lucciole producono a malapena il chiarore di un candela”, nota Didi-Hubermann irrispettoso. Di Pasolini che, il filosofo afferma, diceva: “Darei l’intera Montedison per una lucciola” – grave e forse ridicolo. Ma poi nei fa una figurazione del mondo buono in opposizione al cattivo, quello del neocapitalismo – checché esso sia: “uomini-lucciole”, “parole-lucciole”, “immagini-lucciole”, “saperi-lucciole”.

Letteratura – È attività di relazione – non c’è autore senza il suo critico. “Privata” più di ogni altra attività, individualistica e quasi segreta, vive in quanto opera pubblica: riconosciuta, discussa, condivisa.

letterautore@antiit.eu

lunedì 9 aprile 2012

L’entrata in guerra dei sedicenni

Tre racconti che hanno fatto formato un libro unitario nel 1954, ripresi nel 1958 tra i “Racconti”, quindi scorporati nuovamente nel 1974. “Un’incursione”, Calvino spiega in una nota alla prima edizione nel 1954, allora non pubblicata e ripresa nel 1991, “che l’autore ha compiuto nel territorio, a lui fondamentalmente straniero, della «letteratura della memoria»” o autobiografica, lui volontario e anzi ardito della “narrativa di moralità e d’avventura”. Trattando un tema generazionale, l’“entrata in guerra” come “entrata nella vita”. Di “rapporto nevrotico con l’autobiografia” scrive ancora in una delle ultime lettere, nel 1985. Ma di singolare realismo: Calvino vi sbalza ambienti e figure col solo contrappunto drammatico della dichiarazione di guerra – come un ragazzo di sedici anni passa l’estate in cui il paese è appena entrato in guerra, nelle retrovie del fronte. Fruttero & Gramellini dicono la piccola raccolta “un capolavoro trascurato”, e per qualche aspetto lo è, non ultimo l’ultimo: Mussolini che va a ispezionare il fronte “lo sguardo scintillante di gioia ansiosa”, per il ragazzo Calvino “un ragazzo”, il padre agrimensore irascibile e spaesato, Mentone occupata e abbandonata, a un malinconico saccheggio - ogni racconto ha un’ultima pagina memorabile.
Italo Calvino, L’entrata in guerra, Oscar, pp. XXXVII + 75 €9

Il mondo com'è - 90

astolfo

Collaborazionismo – Fu un fenomeno diffuso in Europa sotto occupazione tedesca nella guerra, specialmente contestato in Francia alla fine della guerra, e più diffusamente ai letterati che ai politici. Si può dirlo anzi la ragione principale della costituzione, già nel 1943, di un Comitato nazionale degli scrittori, clandestino. Il 4 settembre 1944 il Comitato redigeva una prima lista nera, pubblicata il 16 settembre su “Les Lettres françaises”. Comprendeva 94 nomi, tra essi Céline, Giono, Montherlant, Morand, Maurras, Jouhandeau, Sacha Guitry, Alfred Fabre-Luce, Drieu La Rochelle, Rebatet. Una secondo lista, senza alcuni nomi della precedente e con molti altri, 154 in totale, fu pubblicata il 21 ottobre 1944. Colpevoli di “intesa col nemico” secondo il codice penale, o sulla base di un’ordinanza del 26 agosto che introduceva il crimine di “indegnità nazionale”. Tra ottobre 1944 e febbraio 1945 si pronunciano cinque condanne a morte di letterati, tra essi Georges Suarez e Brasillach. A gennaio 1945 Maurras, giudicato a Lione, è condannato all’ergastolo.
Ma l’ambiente letterario è già diviso sull’opportunità dei processi, piuttosto che di una riconciliazione nazionale. La polemica è aperta da Mauriac sul “Figaro”. Su “Combat” il giovane Camus è per l’epurazione radicale. Finché l’esecuzione di Brasillach non sposta i pesi: Paulhan e altri contestano l’opportunità di condannare i letterati piuttosto che i politici o i “mercanti di cannoni”. Camus recede dalla sua posizione radicale. Sartre rimane praticamente solo a sostenere che “la letteratura è un atto”. Rebatet, altro condannato a morte, è graziato dal presidente Auriol. E un’ordinanza del 30 maggio 1945 sull’“epurazione professionale”, a termine, di artisti e letterati colpevoli di collaborazione, cade progressivamente nel vuoto: istituisce 172 procedimenti ma ne porta a decisione 66, di cui una trentina di assoluzione - non luogo procedere. Céline, condannato in contumacia a un anno di prigione, è amnistiato nel 1950 dal tribunale militare.

Internet - È il vero mercato. Senza strozzature all’entrata, e senza filtri (censure, esami, ostacoli). Selettivo: un mercato e non una palestra.
Per questo anche sovrabbondante: un munizionamento e una trincea che si rafforzano per accumulo, nella confusione, per la difficoltà di delimitare, come in tutte le attività nuove, le aree d’incontro dell’offerta e della domanda. Molte merci si contrabbandano anche di lusso che sono copie povere o falsi.

È una democratizzazione, il suo senso originario si conferma il più esatto: una democratizzazione globale e radicale, dei saperi, del gusto, delle conoscenze, delle differenze. Una rivoluzione a tutti gli effetti – sostenuta anche dalla globalizzazione negli affari. Questa e quello hanno già sovvertito, di fatto, gli ordini preesistenti, culturali, politici, economici. Che erano uno solo, unificato senza resistenze trent’anni fa. Una democratizzazione, per ora, apparentemente, senza bisogno di ordine. Anche per questo rivoluzionaria, per l’euforia perdurante, l’effervescenza.
La storia potrebbe considerarlo un momento di vuoto. Ma anche questo sarebbe rivoluzionario: non ci sono mai stati vuoti nella storia – momenti di debolezza sì.

Spia 2 – “Padrona di casa e leader intellettuale” così il Times celebrava in morte Moura Budberg, a Londra per quarant’anni, consulente di Korda e altri geniali registi, traduttrice delle Tre sorelle per il film di Laurence Olivier, nonché di Turgenev, Gor’kij e i favolisti russi, e di Simenon in in-glese, direttrice di La France Libre quand’era occupata. Dopo essere stata al centro del sovietismo per vent’anni, benché discendente di zar – del figlio, attestava il Times, che la zarina Elisabetta la Clemente, la figlia di Pietro il Grande nata prima del matrimonio, aveva avuto dall’unione morganatica con Alexei Razumovskij, poi ambasciatore a Vienna, quello dei quartetti “russi” di Beethoven, op. 59 – nonché di Agrafena Zakrevskaja, la “Venere di bronzo” di Puškin. Amante di H.G.Wells per tredici anni, come lei già obeso, di Gor’kij malaticcio per altri tredici, andando a ritroso, e per tredici mesi di Robert Bruce Lockhart, “agente inglese” a Mosca.
Bella e dinamica figlia del senatore ucraino Zakrevskij, proprietario terriero, Moura si nobilitò col diplomatico estone conte Iohann von Benckendorff, che poi lasciò in campagna coi figli Tatiana e Pavel per godersi a San Pietroburgo amori irresistibili tra i fumi della rivoluzione. Quando il marito nei torbidi fu ucciso, sposò un altro baltico, il barone Budberg, per avere il passaporto. Il suo amore era già Lockhart, che si dice agente inglese a Mosca, col quale ebbe trasporti indimenticabili prima e durante il Terrore Rosso che seguì l’attentato a Lenin di Dora Kaplan. Lockhart affrontò per lei la prigione, per liberarla dalla Lubjanka.
Fallita la controrivoluzione, Moura fu segretaria di Gor’kij. “Quindi condivise quindi la casa”, scrisse il Times pudico, di H.G.Wells - che usciva dal letto di Elizabeth von Arnim, la scrittrice sudafricana, e la elesse “la donna più intelligente del mondo”. Con Wells condivise, da amante, la scena di Londra - Wells ebbe tante amanti, da Rebecca West pure un figlio, senza mai lasciare la moglie.
Lockhart, arrestato dopo l’attentato della Kaplan, sua conoscente, il 30 agosto 1918, era stato subito liberato. Quattro giorni dopo si trovò protagonista di un “complotto Lockhart”, secondo il suo stesso racconto che ne farà un mito. Ma restò libero di girare per Mosca, andare al ministero degli Esteri, e perfino al Cremlino. Fu arrestato quando si presentò alla Cekà per protestare contro l’arresto di Moura, sua convivente. Fu intrattenuto a caviale e bliny, nella Russia affamata, dal vicecapo della Cekà in persona, Jakob Peters, e poi espulso. All’epoca c’era Isaak Babel’ alla Cekà, che non ne seppe niente. Del resto Peters aveva già i codici in uso agli agenti inglesi, qualcuno che viveva con Lockhart glieli aveva procurati senza effrazioni - Peters, che “tanto desiderava”, racconterà Gor’kij, “di fare l’amore con una contessa, nel Terrore Rosso ne ebbe l’occasione”.
Moura fu incarcerata a Mosca da Peters, a Pietrogrado su ordine di Zinoviev, durissimo padrone della città, e in Estonia come spia russa. Era pure un po’ tedesca, a Sorrento fu per questo controllata dalla polizia di Mussolini. E per Gor’kij, che già nella precedente incarnazione italiana, a Capri, aveva scandalizzato i capresi, e non è facile, e i carabinieri: Rilke trentenne, ospite delle nobildonne Faehndrich, von Norbeck-Rabenau e zu Solms-Laubach, ce lo trovò mondano, prodigale, vizioso, niente anarchico.
Il problema, quando si va dentro per spionaggio, è se poi si esce. Una vera spia non dev’essere riconosciuta – seguita, ascoltata, magari carcerata. Si è spie fino alla morte se non si è mai stati ritenuti spie, altrimenti si è inutili. Lockhart, l’agente inglese che al solito era scozzese, che tanto ha scritto su una controrivoluzione che non ha fatto, di cui ha anzi bruciato, se ce n’era una, i possibili protagonisti, era confidente di confidenti della Cekà, avventurieri baltici di basso rango – la Cekà usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. Ottimo canale Lockhart sarà stato per i sovietici, prima di Blunt e le altre distinte spie britanniche.

Aragon sapeva che Gor’kij fu ucciso, ha ricordato trent’anni dopo il fatto. Era andato a trovarlo, e nell’attesa che la Nkvd gli impose in macchina, la polizia segreta, vide entrare Levin, il medico dello scrittore: ne dedusse che era entrato per ucciderlo. Lo dedusse dopo trent’anni, insuperabile opportunista, da stalinista che si voleva il contrario, con magione in rue de Varenne, vicino dell’ambasciatore d’Italia, e mulino dell’anno Mille con parco a Villeneuve. Della pasta di Fadeev, il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”. Uno che zittì perfino l’iperstalinista Garaudy, quando tentò d’opporsi all’arte di Partito, e non ricorda d’aver assassinato Nizan nel ‘39, bollandolo delatore, quando criticò il patto Hitler-Stalin. Nizan andò volontario in guerra e morì a Dunkerque, Aragon si è intronato pontefice delle lettere. Invidioso di Gide, che ai funerali di Gor’kij Stalin aveva voluto ospite d’onore – la propaganda era munifica, i turisti della rivoluzione ricevevano pure montagne di rubli, in diritti d’autore o borderò, era arduo poi dirne male..

Nizan fu dichiarato da Aragon e dal partito Comunista francese una spia e un traditore Sartre, che ne era l’amico del cuore, formavano la coppia “Nitre-Sarzan”, i due occhialuti della classe 1905 all’École Normale Supérieure, ne scrisse in morte un racconto nostalgico, che non pubblicò.

La storia del 1936 è dunque da scrivere. Nina Berberova sostiene che Gide e Aragon, che avevano programmato un viaggio a Mosca da Gor’kij, lo ritardarono per evitare rogne, prevenuti da Ehrenburg e Lilja Brik. Non è vero, se Aragon fu spettatore della morte di Gor’kij – se è vero ciò che scrive tardi in La mise à mort. Ma si sapeva che l’archivio segreto di Gor’kij era arrivato.

astolfo@antiit.eu

sabato 7 aprile 2012

Secondi pensieri - 96

zeulig

Anima - È il sogno che popola l’immaginario ebraico. Che sempre sogna, l’amante l’amata, il figlio il padre, il padre il suo proprio padre, o una nascita, una morte, un affare, un pranzo. È un altro modo di non dire il fato, l’innominabile Dio. Di dire velando – di cui Simone Weil diffida: “Il sogno è menzogna, esclude l’amore. L’amore è reale”. È il problema dell’incorporeo dell’uomo, dell’anima: l’angelo la cui parola, interna al corpo, è portata dal flusso del sangue, non dipende dalla fede, riconosce il Corano. Gilgul, o Tiltel, da cui Toledo prese il nome, via Tuletula, l’equivalente ebraico dell’anima, è andare vagando. Secondo Sophie de Grouchy “l’anima è un fuoco da alimentare, che si spegne se non s’attizza”. Simone è precisa: “L’anima che si trasferisce fuori del corpo in una altra cosa, questo è l’amore, il desiderio”. Sant’Agostino, che a volte è duro, antipatico, sa l’essenziale: “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”.

Confessione – La mania di confessare Derrida chiama egodicea. Comune in effetti a molti santi, Agostino e poi altri santi laici, Montaigne, Rousseau, ma anche a Casanova, Pepys, il cardinale de Retz , nonché a Nietzsche e al suo discepolo Freud.

“Rousseau è il più grande esempio di mania di riflessione, poiché gli è riuscito di dominare anche il ricordo, di trasformarlo in maniera veramente geniale nel più sicuro meccanismo di protezione dal mondo esterno”, attesta Arendt a proposito di Rahel Varnhagen. Ben oltre le tattiche di Freud e della freudiana letteratura contemporanea, dai ricordi importuni: “Dalla riflessione e dalla sua hybris nasce la menzogna”, dalla prepotenza cioè. E ancora: “Quanto più immaginaria è un’esistenza, o un dolore, tanto più si è avidi di ascoltatori, di conferme”. Ma la confessione “è possibile solo in assoluta solitudine, che nessuno o nessuna forza oggettiva è in grado di rompere”: bisogna essere sfacciati. E: “Non le sensazioni, ma le sensazioni raccontate possono vincere e convincere l’ipocondriaco”, le confessioni sono ipocondria. Ma “sono racconti presto dimenticati, perché in fondo non interessano nessuno”. E a capo. “È condannato alla ripetizione” ciò che non attrae attenzione: “Si ripete perché, anche se accaduto realmente, non ha trovato nella realtà un luogo dove fermarsi”.

Oltre un certo punto l’esame di coscienza è peccato, dilettazione morbosa. Pathos mathos, si direbbe in greco, la sofferenza è un’abitudine – di pathei mathos, l’abitudine della sofferenza, parla Eschilo nell’Agamennone. La confessione non è nei vangeli, e non c’è pentimento richiesto, Erasmo se lo disse con Lutero. Anche se l’esame di coscienza frena e restringe la naturale turpitudine: ognuno ha un suo oracolo personale, come Senofonte sostiene in difesa di Socrate, anche se non tutto è prevedibile, non è segnato né logico. E l’altro è nell’io, dice sant’Agostino nelle “Confessioni”. O è viceversa, che l’io è nell’altro? E la letteratura che c’entra? La confessione come genere letterario è interminabile, insopportabile logorrea, la letteratura è scremata, costruita, già dai tempi di Omero. Quello che s’intende per confessione, il sogno vigile, sono le insonnie. Più in quest’epoca di celebrazione, dei “trenta gloriosi”, i giorni del maggio ’68 in Francia, e del prodotto interno lordo che cresce, ora di molto ora di poco, e dell’abolizione del dolore, non ce n’è più materia, da qui la inconsistenza, il nulla. È così che ora Dio è quello che non parla. E si può solo scrivere a se stessi. La confessione è un’esibizione, il dottor Freud va posto, pure lui, nel Krafft-Ebing. Si repertoria per non sapere che fare.

Dio - È la bellezza.
Senza la bellezza, senza Dio, non c’è umanità. Non c’è poesia, né musica o arte: l’ispirazione, il “fluire” della materia (suoni significati, regolarità, eccezioni), il gusto solo si colloca (manifesta, esprime) nell’ineffabile.
Un ateo potrebbe esserne la prova. Se non fosse un masochista, intento a cortocircuitarsi – limitarsi, mutilarsi.

Impotenza - L’ipotesi che Rousseau non avesse cinque figli in orfanotrofio, per essere impotente, è notevole. O Casanova, l’altro grande confessore. Se ne illumina il sogno dell’impotenza di specie, lungo, lento, ritornante, argomentato, faticoso. Non proprio dell’impotenza, della sterilità. L’energia procreatrice è fissata per ogni generazione, è un tot, ma si realizza asimmetricamente, con alcuni sì, con altri no. Un sogno che, quando viene, occupa intiere agitate, seppure quiete, notti, perché c’è sempre bisogno di precisare, affinare, incastrare. Non si tratta neppure di sterilità, a essere precisi, poiché la procreazione avviene, ma di compartecipazione democratica: alcuni hanno figli, altri no, ma la differenza tra gli uni e gli altri è solo un particolare modo di realizzarsi dell’energia procreatrice in dote fra coetanei.

Nichilismo – Sul nichilismo bisogna spiegarsi, la Nach Neuzeit di Guardini che si ribattezza postmoderno, l’interregno tra il mondo cristiano, della storia come freccia, e qualcosa che ancora latita, un anticristo di cui non si sanno i connotati. Non il niente, che non c’è, ogni vuoto si riempie. Il nichilismo che trovano in Dostoevskij, o dov’è il seme della rovina, curarsi l’ombelico, è per i tedeschi un ripiego al loro stanco anarchismo, di bombaroli, incendiari, killer. All’“anarchismo prussiano”, il “cuore avventuroso” di Jünger: “Ci siamo guadagnati la fama di distruttori di cattedrali. Non abbiamo dato all’Europa alcuna possibilità di perdere”. Anzi: “Abbiamo lavorato anni con la dinamite”, a vantaggio di chi? - “in tempi di malattie e sconfitte il veleno diventa medicina”, comodo. E qui finisce la storia: l’Umschlag piace al tedesco, il rovesciamento.
Il problema vero, che bisognerà pur affrontare, è il vitalismo della destra. O dove si ferma la rivolta antiborghese, a destra e a sinistra. Il disprezzo dei valori borghesi, la parsimonia, la sicurezza, la proprietà, non è di Lenin ma di Hitler, che per questo divenne l’idolo di un popolo istruito, il meglio istruito dell’epoca, alla ricerca di mondi nuovi. A cui Hitler non propose Odino, il Graal e il feudalesimo, ma visioni fantascientifiche. Saranno gli aristocratici Schmitt e Jünger ad ammonire con Evola contro i valori. Ma, uscendo con Drieu, D.H.Lawrence, Simenon e Saint-Exupéry fuori dalle tenebre, ciò che preoccupa è l’onestà: non si può essere intellettuali e re-sponsabili? Siamo qui a faticare per non far cadere Nietzsche nella vitto-ria che non avrebbe voluto, il nazismo, e a difendere il sofistico Socrate e il cristianesimo agostiniano. Sapendo che Lenin arrivò alla rivoluzione su un treno militare tedesco, pieno di marchi, con la moglie e l’amante.
Ma, poi, non si può dire ma sappiamo tutti che il razionalismo è una forma minore di umanità, limitata a un quinto, se non a un sesto, di tutti gli esseri umani. Della cui grande maggioranza, cinque, sei miliardi, si propone come superiore sviluppo, il colonialismo è duro a morire, ma è spiantato. Soprattutto nella forma dello sciamanesimo, che è scongiuro, e quindi in qualche modo formula assicurativa, razionale, ma è sempre fede in forze oscure, vitali: l’umanità è sempre essenzialmente vitalistica

Ribellione – Segna la storia cristiana, dal paradiso terrestre alla passione di Cristo. Compreso Prometeo, da essa appropriato. Più della fede, che è invece un dono (la grazia), non originario (naturale), e una maniera d’essere (imprinting), non ardimentosa, non incerta – non una sfida.
Vera teologia negativa non sarebbe questa, del Dio nascosto più che “negativo”, il censore occulto?

Storia – Quella europea – occidentale – è violenta: rivoluzionaria, risolutrice, totalitaria anche quando non lo era. È una storia di liberazione ma anche un tendere verso una fine. Una storia irragionevole e intrinsecamente livellatrice proprio per essere di razionalità e giustizia.
Non è un ossimoro – una serie di ossimori – ma una contraddizione. Che non sa risolvere.

zeulig@ntiit.eu

Némirovsky rovesciata - una scrittrice russa?

“Questo libro è stato sognato su altri libri”, quelli della madre Irène, scrittrice. Inizia così i “ringraziamenti” finali Elisabeth Gille, in questa biografia sognata della madre, in forma di autobiografia. Vista in particolare attraverso gli occhi dei suoi editori, Albin Michel e Robert Esménard, un punto d’osservazione che Elisabeth privilegiava, ella stessa redattrice tra le più apprezzate dell’editoria parigina. E probabilmente attraverso i ricordi della sorella maggiore Denise, che aveva tredici anni quando la madre fu portata a morire - Elisabeth ne aveva solo cinque.
“Le Mirador” è la vera biografia della scrittrice, più di quella pure documentatissima di Lienhardt e Philipponnat, degli affetti e le repulsioni. Del (non) rapporto con la Russia, dell’avversione reciproca con la madre, del padre amato, dell’ebraismo rifiutato (assimilazione), seppure con un probabile riflesso traumatico ex post, dell’esilarazione ingannevole di Parigi, del presunto coinvolgimento con la destra francese (tra le due guerre le riviste, d’informazione e culturali, erano in Francia di destra: vivaci, avvolgenti, innovative - aperte a una scrittrice ebrea russa appena immigrata). Ma a tratti prolissa. E, curiosamente, vera in forma rovesciata, benché scritta in modo convincente - forse per il proprio modo d’essere e di vedere di Elisabeth cinquant’anni dopo i fatti. “Mia madre era russa”, taglierà corto in un’intervista con René de Ceccaty per “Il Messaggero” nel 1992, a libro licenziato, “con tutta le leggenda che ciò implica”. La prima parte della sua opera, fino a “I cani e i lupi”, è “russa”, dice, ed è “molto migliore” della seconda – ancora non era uscita “Suite francese”, messa alla luce dalla sorella Denise dopo la morte di Elisabeth. Mentre Irène non lo era: ha vissuto poco in Russia, non ne aveva buon ricordo, e benché lettrice di Gogol e biografa di Cechov se ne teneva distante. La stessa Elisabeth lo mette in risalto: alle figlie “si rifiutò” d’insegnare il russo, “aveva chiuso le porte”.
Analogo il rovesciamento con l’ebraismo: Elisabeth lo sottolinea di sua madre come la madre lo sottolineava di tanti suoi personaggi. Al punto da legarne il personaggio più famoso, David Golder, al Menachem-Mendl di Sholem Aleichem. Mentre Irène non conosceva la letteratura yiddisch, e non amava le radici, da cosmopolita sradicata: l’aspetto più definito di Irène, condiviso col marito, è l’insouciance, e l’allegra identificazione con la parte migliore della Francia.
Resta il non detto, che l’iperfrancese Elisabeth forse non concepiva nemmeno. Irène Némirovsky fu arrestata e subito mandata a Auschwitz agli inizi della persecuzione, a metà 1942, col treno numero 6, su denuncia degli ambienti editoriali. Se non letterari, di qualche collega scrittore cioè. I tedeschi non erano convinti. Suo marito, dichiaratamente ebreo, di nome, di famiglia praticante, iscritta alla comunità, verrà perseguito tre mesi più tardi. Delle figlie verrà favorito l’allontanamento in convento. La discriminazione in Francia non era automatica, non c’era un registro degli ebrei, anche se recalcitranti, o cristianizzati come Irène. Nel 1943, in piena Parigi, Elsa Triolet pubblicava con primario editore, Denoël, col suo nome, il suo primo romanzo, benché ebrea e russa di origine, “Le cheval blanc”, col quale concorreva al premio Goncourt.
Elisabeth lo sa. Il nome della madre “non figurava nella prima lista Otto dei libri messi all’indice dalle autorità tedesche”, chiarisce a de Ceccaty. E: “Il governo di Vichy è andato al di là di ciò che esigevano i tedeschi”. Ma caratteristicamente rovescia anche questo tema, grandi patenti attribuendo all’editore di Irèn, Albin Michel. Mentre la colpa addebita alla madre, per “incoscienza politica”. Anzi, peggio: “Il suo accecamento”, dice, “era criminale”. E alla chiesa, che pure ha salvato lei e la sorella.
Elisabeth Gille, Mirador. Irène Némovsky, mia madre, Fazi, pp. 369 € 18

giovedì 5 aprile 2012

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (123)

Giuseppe Leuzzi

La Procura della Repubblica di Reggio Calabria che abbatte Bossi e la Lega non è male.

La scoperta della Sardegna
Sul giornale online “Rosebud” che Rina Brundu anima, il professor Massimo Pittau riproduce una poesiola di Grazia Deledda ventiduenne agli esordi, di cui un libraio vende l’autografo.
http://rinabrundu.com/2012/04/01/america-e-sardigna-una-inedita-poesia-sarda-di-grazia-deledda/
Il componimento non piace a Pittau, ma ha una sua forte, anche molto forte, grazia: fare la scoperta della Sardegna, nientemeno, che pure ha una lingua “romana”. Lo stesso Pittau ricorda l’impegno della giovanissima Grazia per il riscatto della sua terra, sia nei primi contatti editoriali che nei primi esercizi. Ma, dice, le rime zoppicano e l’assunto è velleitario: bisognava riscattare la Sardegna dal banditismo. E perché bisognava riscattare la Sardegna? Il banditismo era in Sardegna, ma non era “sardo”. Non esiste, direbbe Kant se parlasse romano – romanesco.

Pentiti
Il Procuratore Capo di Firenze, chiudendo le indagini per l’attentato in via dei Georgofili, dice che “le gravi affermazioni” di Spatuzza sui rapporti con la mafia di Dell’Utri e Berlusconi “non hanno ricevuto una verifica giudiziaria neppure simbolica”. Ma non processa Spatuzza per calunnia, come sarebbe suo dovere.
Spatuzza resta anzi un pentito accreditato, al quale paghiamo protezione e pensione. Serviva a fare scrivere molte pagine su Berlusconi che ordina l’attentato, e quindi il suo compito lo ha assolto.

Dante Troisi, “Diario di un giudice”, la narrazione in forma di autocoscienza che nel 1955 gli valse un processo dell’autorità giudiziaria e una censura in quanto magistrato, attribuisce a un certo punto al protagonista-narratore un incongruo bisogno di far abortire la moglie, per concludere: “Ho bisogno di commettere un reato, per acquistare sfrontatezza, coraggio di vivere e giudicare gli altri”. Si può fare il giudice, continua, per l’incoscienza dell’abitudine, “o per ripararsi o nascondere un reato”. E commenta: “Dopo, mi pentirò; perché sempre devo sentirmi pentito”.
È in questa piega della mente giudicante la consonanza che, tra i tanti soggetti del processo, gli imputati, gli inquirenti, i testimoni, la magistratura, inquirente e giudicante, ha con i pentiti, di mafia come già di terrorismo?
Troisi continua con un risvolto personale: “Ritenevo bastasse tutta la vita la colpa d’aver desiderato la guerra ed esserci andato” (volontario in Libia, n.d.r.), ma non è sufficiente. Per concludere che il complesso di colpa va rinnovato: “Proibito tenersi la medesima colpa, si consuma e va cambiata”.

C‘è luce a Sud
Pazzi, lettori di libri,\ andate al Sud & vivete\ là. È \ tutto ciò che ho\ da dire stavolta,\ alla fin fine,\ che la vita,\ nonostante tutti\ i suoi dannati\ imbrogli & intrighi\ vale la candela,\ andate a sud e vivete là\ giorni notti &\ quel che resta, nel\ corpo e nello spirito”. Nell’estate del 1912 Pound decideva di esplorare a piedi il Sud della Francia, la terra dei trovatori, della prima poesia occidentale, che è la sua. Non scopre il “Sud”, aveva già vissuto a Venezia e Sirmione, ma lo certifica.
Il Sud è per Pound la libertà di essere. Così continua il frammento di “A walking tour in Southern France”, una pubblicazione postuma del 1992, collazionata sui suoi taccuini di viaggio: “Cuillez! Carpe\ e quel che resta,\ raris, il giorno, &\ il colore, &\ il suono,\ l’ora, o qualsiasi cosa\ sia più stretta\ al vostro cuore-\ o al vostro desìo!\ Ma non siate \ parchi né\ mediocri nel\ desiderare”.
Un’idea non infrequente, e anzi comune ai molti viaggiatori e émigrés anglo-tedeschi dell’Ottocento e del primo Novecento, con l’illustre colonia caprese e nuclei sparsi in Sicilia: la “libertà” di essere, di desiderare, di vivere. Che sembra in contrasto col “ritardo” del Sud nell’Ottocento, il ritardo, il classicismo vuoto, retorico, e la chiusura. E in questo lungo dopoguerra la vuotaggine piccolo borghese dell’adattamento, dell’assimilazione perbenista, consumista, conformista. Ma sopravvissuta nelle cose: il linguaggio sotto la lingua di pezza, i modi di pensare e di essere E l’elemento naturale, certo: la luce, la flora, gli spazi. I monumenti anche, il passato vive, seppure vilipeso.

È la debolezza del Sud, il ritardo culturale. Non sulla modernità, cui anzi il meridionale è più disposto, in quanto provinciale e sradicato, è l’assenza o il rifiuto della propria storia o specificità. Che è l’esito del Risorgimento, rieccolo, dell’unità intesa come annessione, cui il meridionale fu prono proprio per l’entusiasmo della contemporaneità. La ricchezza è nel Salento e in Calabria la Grecia bizantina, ma loro non lo sanno, e copiano Lodi. Né sanno di essere stati arabi, per quasi un secolo. Per non dire della Sicilia, dove il tarì arabo era in uso con Pirandello, ma non si deve sapere. Il tarì che poi è tarion, era bizantino.

Per fare cultura ci vuole una lingua “nota” e un ambiente culturale. Non è un caso dell’uovo prima o della gallina – o sì? Umberto Eco (“Non pensate di liberarvi dei libri”) ricorda l’aforisma di Marchesi: non si può essere un Grande Poeta Bulgaro. Se la lingua non è nota cioè, compartecipata, studiata, tradotta. Se il paese (ambiente) non è propizio all’arte: disponibile, esercitato. Anche perché Grande Libro è quello letto e interpretato: “È il “Talmud” che ha prodotto la “Bibbia””.

leuzzi@antiit.eu

Una, cento, mille Spectre

C’è una manina negli scandali? Più d’una certamente, tra tutti coloro che hanno accesso alle “carte”, giudici, cancellieri, forze dell’ordine, intercettatori di professione. Nell’indifferenza e anzi nel plauso dei grandi cronisti e commentatori. È così che infine si fa entrare nello scandalo del calcio la Juventus, la cui mancanza questo sito denunciava tempo fa…
Non la Juventus, altrimenti bisognerebbe spiegarsi, l’allenatore Conte. Non Conte, ma un giornalista che ha il suo telefono – dice di averlo… E come lo dice? “Repubblica”: “Il documento anonimo, pieno di omissis, contiene alcuni brogliacci d’intercettazioni telefoniche apparentemente “dispersi” tra le centinaia di migliaia di documenti depositati nei mesi scorsi dalla procura di Cremona”. Dunque: ci sono centinaia di migliaia di “documenti”, cioè intercettazioni. Queste intercettazioni sono state ritenute ininfluenti a Cremona. A Bari invece no: un “anonimo” ha segnalato altri fatti. Un anonimo interno alla procura di Bari?
“Corriere della sera”: “È capitato che il procuratore di Bari Antonio Laudati ricevesse il 31 gennaio una lettera senza firma allegata a un verbale d’intercettazione telefonica della Squadra mobile di Cremona”. Serve a portare l’inchiesta del calcio a Bari? Sempre a fini di verità. Non una Spectre ci controlla: una, cento, mille Spectre?

mercoledì 4 aprile 2012

Interesse privato in atti giudiziari

Arrestato per quattro mesi nel 2006, e poi processato con 32 coimputati per associazione a delinquere e una serie di altri reati, l’allora sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni è ora assolto perché “il fatto non sussiste”.
Nulla di scandaloso, i processi si fanno per questo. Ma Mallegni è stato arrestato, accusato e processato su denuncia di cinque vigili urbani, parte civile al processo. Formalmente per mobbing, uno dei capi d’accusa contro l’ex sindaco. Reato di cui il Tribunale riconosce Mallegni colpevole, seppure con le attenuanti, ma perché? Voleva cambiarne le mansioni e non si può.
Il Procuratore della Repubblica di Lucca che lo ha incriminato e ha sostenuto l’accusa, Domenico Manzione, è il fratello di Antonella Manzione, il capo dei vigili urbani che Mallegni aveva sostituito. Antonella Manzione, essendo dirigente, non poteva fare causa per mobbing.
Il Procuratore Capo di Manzione, Giuseppe Quattrocchi, che si assunse in proprio la responsabilità degli arresti eccellenti, voleva passare da Lucca e Firenze, ed è stato accontentato. A Firenze ha insabbiato le indagini sulla giunta di sinistra per la speculazione nell’area di Castello, un progetto multimiliardario, e ne ha aperto una a carico della destra, che a Firenze non conta niente. Pietrasanta naturalmente ha poi votato a sinistra – Manzione è di destra.

Una manovra tira l’altra

Si fa colpa al “Financial Times” di favorire un’altra speculazione contro l’Italia e l’euro, pubblicando una nota europea perplessa sulla sostenibilità del bilancio, ma la cosa era inevitabile. Le manovre sono sterili, non risanano i bilanci. Monti per primo lo sa. Sono anzi dannose. L’Italia ha una storia recente di vent’anni di manovre, con effetti solo negativi: i redditi medi sono costantemente in calo – e più lo sarebbero con un indice dei prezzi meno addomesticato. L’unico elemento nuovo è che questa verità non si dica - “L’austerità di Monti minaccia l’economia”, ci voleva un giornale americano per dirlo, il “Wall Street Journal”.
La manovra di Monti è più letale di altre perché s’è innestata sulla recessione. Acuendola e aggravandola – sarà ora più difficile uscirne. Molto più difficile. Il mercato immobiliare è fermo, e a rischio fallimento – si dice “bolla”ma si vuole dire fallimento. Il mercato dell’auto è fermo, e l’auto è, bene o male, un quarto dell’industria italiana. L’industria delle vacanze è ferma: al mare e in montagna alberghi e case non registrano prenotazioni. La rivalutazione delle rendite catastali aiuta forse i bilanci di qualche banca, che può rivalutare i collaterali, ma con l’immobiliare sono le stesse banche a rischiare il fallimento. Nonché le famiglie evidentemente, che dopo aver perduto nel 2008-2009 il 4 per cento del potere d’acquisto – essersi cioè impoverite - secondo i calcoli della Banca d’Italia, hanno con buona certezza perso più del doppio nel biennio successivo: retribuzioni in calo, pensioni ferme.
Nel silenzio reverente che accompagna Monti stride in particolare l’accettazione supina dell’inerzia europea. Nessuna politica energetica, che limiti il caro petrolio. Nessuna politica anticiclica sulle materie prime, sempre più care. Nessuna politica del lavoro – si cita la Germania felix, ma la Germania ha un quarto dei lavoratori part time, e conteggia come posti di lavoro pure quelli da 3-400 euro, mensili. Nessuna politica monetaria, nei confronti del dollaro, dello yuan. Con un indice dei prezzi chiaramente falso.

martedì 3 aprile 2012

La vuota Mimesis di Pasolini

Un titolo importante per niente. Si legge in questa riproposta come un articolo di giornale, ma gli articoli di Pasolini erano interessanti, il libro toglie invece mattoni al compiaciuto edificio dell’autore.
Di un lavoro e di un’ambizione di quindici anni Pasolini racimola una silloge di appunti per una predica. Non specialmente quaresimale - in chiesa se ne sentono in questa Settimana di ben più vive. Rifacimento dantesco, quale si vuole, forse all’avvio, sette righe intitolate “Prefazione”: “Do alle stampe oggi queste pagine come un «documento», ma anche per fare dispetto ai miei «nemici»: infatti, offrendo loro una ragione di più per disprezzarmi, offro loro una ragione di più per andare all’Inferno” – oggi, pochi giorni prima del suo assassinio. Un libro che Pasolini ha “confezionato” personalmente, con commento e note editoriali - in una delle quali “anticipa” di un decennio l’assassinio. Di “poesia visiva”, dice in una delle interviste preparate per il lancio del libro, ma meglio si direbbe “illustrata” (anche il “nemico” Balestrini ha una violenza “illustrata”), con una ventina di foto stinte. Contornate da due abbozzi di canti e da appunti e frammenti che lui stesso definisce “qualcosa di poetico”, cioè di elegiaco, “anche se in prosa”.
Più che “canti” sono, nell’impianto non dichiarato, “cantos” poundiani, una poesia molto prosastica. Didascalica. Anzi, un susseguirsi di didascalie. Con Lonze, Lupe e Guide ritratte allo specchio: un dettagliato, ripetitivo, autoritratto, più che divina è una mimesis pasoliniana – come se ne mancassero, soprattutto in vita. I peccati sono la Normalità (Continenza), il Conformismo, la Volgarità, il Consumismo. Ma non per non ridere, neanche amaro. Il suo Inferno Pasolini lo vuole nella pianura padana, colpevole di Volgarità, un peccato il cui “primo carattere… consiste nel suo essere invadente, nel suo voler rendere Volgare anche chi non lo è, chi è estraneo al suo mondo (l’Italia del Nord e le sue industrie)”. Maestri d’ipocrisia: “I Volgari sono morali”. Ma non è satira – non è niente, appunto. In compagnia di se stessi, che viaggio è, che commedia?
Pier Paolo Pasolini, La Divina Mimesis, Oscar pp.117 € 9

Ombre - 125

Tre rigori contro l’Inter, due contro il Milan: non c’è più religione?

La Lega circuíta e intrappolata dalla ‘ndrangheta magari non è vero – Maroni è quello che ha dato più dispiaceri alla ‘ndrangheta. Ma è ben trovato: Reggio Calabria contro Milano, sembrava non ci forse partita possibile, e invece è aperta, e può essere decisiva.
Nella logica della (sua) giustizia, Bossi è già condannato, e con lui la Lega.

Contro Bossi c’è tutto lo schieramento unito: ‘ndrangheta, mafia (la moglie), sacra corona (R. Mauro). Manca la camorra, come mai?

La Farnesina incalza Washington. Washington rintraccia e trascrive la registrazione, e la mette in rete, dopo quattro giorni. Palazzo Chigi all’istante – era in attesa, ansiosa? – la immette sul proprio sito, tradotta, in neretto. Tutti i giornali la riprendono, in evidenza. E di che si tratta? “Ho parlato con il primo ministro italiano Monti”, vi dice Obama, “del fatto che alcuni di questi cambiamenti, alcune delle iniziative che abbiamo assunto, sembrano piccoli passi ma portano a un traguardo importante”. È tutto? No: “E i pericoli a cui ci riferiamo sono relativamente lontani rispetto alle altre sfide che dobbiamo affrontare giorno per giorno”. Il Verbo?

Obama sulla sicurezza nucleare, a un vertice che aveva voluto per mettere pressione sull’Iran, e su chi lo aiuta ad approntare la Bomba (Pakistan, Corea del Nord), ha infine glissato. Lo rivela l’accenno infine pubblicato a Monti – che non c’entra nulla con l’Iran e la proliferazione nucleare. Obama ha fatto “minutaggio”, ha riempito in qualche modo il suo intervento di cose irrilevanti. Avendo le “altre sfide” da “affrontare giorno per giorno”: la ripresa dell’economia e le elezioni fra pochi mesi”. Ma nessun giornale italiano sa che a Seul si parlava di sicurezza nucleare.

“The Promise of Africa, the Power of the Mediterranean” è un convegno che si preannuncia a Roma per il 15-16 novembre. Patrocinato dalla “International Herald Tribue”. È un ritorno d’interesse per il vecchio Terzo mondo? No, si paga (se si paga subito si risparmiano 250 sterline): è un convegno sul “lusso”, per venditori, sulla promettente Africa e il ricco Nord Africa.

Aldo Grasso seguita a criticare Minzolini. Nel trimestre gennaio-marzo il pubblico del Tg 1 si attesta sui 6.281.000 spettatori, per uno share del 23,2 per cento, mentre erano 6.600.000 nel 2011, per uno share del 25,4.
Ma Minzolini dirigeva il Tg 1 l’anno scorso, non quest’anno. Grasso voleva (surrettiziamente) fare l’elogio della “cura Minzolini”?

“Mercato dell’auto giù del 40 per cento” è il titolo. Ma la notizia – lo scandalo – è che Marchionne, la Fiat, dicono del diritto al lavoro: ”Di soli diritti si muore”. Solo di questo si discute. Ma diritti a che, se il lavoro non c’è più?

Alessandra Longo deride su “Repubblica” Anna Maria Bernini, Michaela Biancofiore e Michela Brambilla perché, nelle rispettive città, Bologna, Trento e Lecco, fanno politica. Con cattiveria: Biancofiore “sta avendo vita dura” a Trento. Femminismo? Quote rosa? Giornalismo?

È kermesse sul film di Giordana che ancora non si proietta. È un lancio pubblicitario, che però ha molti volontari. Con molte amnesie. Solo Stajano ricorda sul “Corriere della sera” i fatti della morte di Pinelli: il fermo illegale, l’imputazione di aver confessato, il mancato avviso alla famiglia, l’insensibilità di Calabresi verso il morto.
Questo Stajano dev’essere uno snob, direbbero i Montanelli redivivi. Come la Cederna che queste cose scrisse quarant’anni fa in “Pinelli, una finestra sulla strage” – Camilla, infatti, non era sua zia?

Si tace, si è sempre taciuto nella campagna di pacificazione voluta da Napolitano, che Calabresi fu “vittima” non solo di Adriano Sofri ma anche di Camilla Cederna, colonna dell’“Espresso” di Eugenio Scalfari, e poi di Zanetti-Scalfari.
Adriano non rientra nella pacificazione, Eugenio sì? Non vogliamo recuperare anche Sofri? Napolitano, ancora uno sforzo!

lunedì 2 aprile 2012

Alle origini della poesia

Un viaggio a piedi alle origini, tra giugno e luglio del 1912. Interrotto una prima volta dal suicidio a Parigi di Margaret Cravens, un’innamorata delusa. All’insegna, come nota Francesco Cappellini che cura la pubblicazione, di quelli che saranno temi costante della vita e l’opera di Pound: il nomadismo, l’anticonformismo, l’irruenza (“lo sprezzo dell’accidia”) e, scavate nella poesia d’amore e del “trobar clus”, le persistenze dei misteri ellenistici, greci e egiziani.
La prosa forse più sapida, tra le tante poetiche e i saggi critici. Un’escursione felice nell’Occitania, il Sud della Francia, la terra dei trovatori, un’epoca e una poesia che furono scelta precoce del giovanissimo Pound. Espungendo la malinconia, la nostalgia di ciò che più non è, la tradizione vivendo come forza viva. Fino a Arles, dove tutto è “naturale”, il sole e la poesia. Una raccolta di annotazioni pubblicata postuma, nel 1992, che impone subito il Pound bifronte: l’eversore del Novecento ancorato alla primissima poesia dell’evo moderno - del “canone occidentale”.
Ezra Pound, “Rose rampicanti”, Via del Vento, pp. 32 € 4

Finisce l’Europa di sant’Agostino

Siamo nel 1945, negli Usa, ma non è un nuovo inizio, è l’inizio della fine. Il titolo è peraltro, involontariamente profetico più che critico. Riproposto vent’anni fa in parallelo con un altro titolo,”Contro l’Europa”. dell’antropologa Ida Magli – due donne, dunque, per sanzionare la fine dell’Europa, una alla fine politica, una alla fine economica, per motivi peraltro non tanto dissimili. Ma di che cosa si celebra la crisi, il momento terminale, per quanto prolungato? Di che Europa? Zambrano ne ha, pur negli anni concitati della guerra, 1940-1945, e del suo personale esilio dalla Spagna, visione semplice tanto quanto eloquente: va alla fine l’umanità prometeica. Che non è quella di Eschilo e della grecità, ma di Agostino.
È il santo, dice Zambrano nel saggio centrale del libro, fulminante, “La violenza europea”, che ha recuperato Platone e Plotino, la classicità e l’ellenismo, trasformandole da religione della morte in religione di vita e avventura. Il cristianesimo, e quindi l’Europa nascente, riportando al Dio giudaico-cristiano, il creatore (“creatore per antonomasia, quello che ha tratto il mondo dal nulla”), nell’infinito: “Agostino è stato il padre dell’Europa”. Mentre per i greci e ogni altro antico Dio era un compartecipe della morte, della finitezza: la vera Grecia, di Nietzsche, Rohde, Burckhardt, è pessimista – “il greco non ha avuto vocazione per la vita, l’ha avuta per la ragione, per la bellezza”, intese come “una ribellione contro la meschinità delle’sistenza umana, una sf ida (l’unica concessa senza processo) all’invidia degli dei olimpici”.Tutto bene, si direbbe. E invece no.
L’Europa è questa tensione, bene o male. La sua agonia non è effetto dell’ideologia, la violenza o “estremizzazione”, “abuso” ,dell’ “eroico idealismo” che ha fatto l’uomo europeo, ma l’inerzia, la “spaventosa servitù dinnanzi a ciò che gli accade”, “l’incatenamento atroce ai fatti”, alla “lotta materiale e barbara”, reattivo unicamente per risentimento, invidia, rancore. L’Europa è “disanimata”. Per effetto della secolarizzazione, che Zambrano chiama “naturalezza”: “Ormai tutti i miglioramenti, per fantastici che siano, ci sembrano cosa naturale”. È lo sbocco del liberalismo, Zambrano constata con amarezza, per esserci crescita culturalmente, allieva di Ortega y Gasset: “Ci è toccato di vivere ore di dispersione”, nel pensiero, nelle arti, nella letteratura. Siamo ora alla veglia nella “casa ingrandita per la morte di qualcuno”: per l’Europa “nel suo incessante cambiamento c’era il principio della sua conservazione”.
María Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, pp. 102 € 8

Letture - 92

letterautore

Digest – “Robusti scorci” di “Macbeth”, “Re Lear”, “Promessi Sposi”, “Delitto e castigo” invoca Citati (“Corriere della sera” 30 marzo) a beneficio dei 14-15enni. Che “sono molto più intelligenti di quanto immaginiamo, e comprendono cose che ci restano incomprensibili”. Ma vogliono anche “una saggia gradazione... una lenta preparazione della mente e della lingua”.
Il digest è formula apparentemente insensata. Anche se in grande uso in America, la riduzione dei capolavori della letteratura e dei best-seller in digest form, in trenta-cinquanta pagine. Con una rivista mensile, il “Reader’s Digest”, che è stato per buona parte del Novecento e oltre il più grande successo mondiale, con un record di vendite negli Usa nel 2004 di 12 milioni e mezzo di copie, quasi tutte per abbonamento. Una rivista mensile pubblicata in 78 paesi in ventuno lingue diverse, in tutti i continenti (in italiano ha cessato le pubblicazioni nel 2007). È una forma di scrittura breve. Non una sintesi-riassunto – che per un libro di Poirot o Miss Marple si potrebbe fare in una riga. Né un estratto, un assaggio dello stile dell’autore. È un rifacimento, più rapido - il remake, arte tipicamente americana (anche per appropriarsi i diritti d’autore: una forma di produzione su licenza).
Eco, in “Non sperate di sbarazzarvi dei libri”, p. 53, dà in anticipo ragione a Citati. Ricordando della sua infanzia, anni 1930, la Scala d’Oro, che riadattava i capolavori per i ragazzi dai 7 ai 14 anni, per classi biennali di età. Che, a suo dire, non mancavano di nulla delle edizioni integrali che da adulto gli avvenne di rileggere. Il suo interlocutore nel libro-intervista, Jean-Claude Charrière, non rileva nemmeno che in Francia l’abregé è ancora in uso, per le famiglie e le scuole, la famosa Bibliothèque verte, che adatta i capolavori ai ragazzi – e del resto s’era detto disgustato dei digest.

U.Eco – Dai trattati di scolastica e semiotica alla bustina di Minerva. Per la brevità che s’impone via via nel secondo Novecento – fino a twitter e l’sms. Ma anche per adattarsi via via ai formati dell’“Espresso”, che un tempo faceva articoli di dieci pagine, poi di tre, poi di una, e le rubriche di tre cartelle ha ridotto a due, e a una. È il formato che induce il pensiero – lo comprime?
Anche la facondia Eco adatta, grande narratore. Era di centinaia di pagine per aneddoto nel “Nome della rosa”, nel “Pendolo di Foucault”. Compendia ora la narrazione in poche frasi, poche righe.

Fellini – Si rivede “La dolce vita come si rilegge “Guerra e pace”: per solidità, vastità, varietà, fino alla lutulenza. La certezza dell’incertezza, che anima la passione.

Femminismo – Ovidio pretendeva di sapere tutto delle donne, ma Aristofane aveva già capito tutto. E dunque, fa una battaglia – il femminismo – contro un fronte aperto?

Melodramma – È la musica. E nella musica la voce, il canto. Si capisce a un’esecuzione operistica in forma di concerto, senza costumi ne scene: il melodramma resta intatto, anzi più sonoro (drammatico) potendo i cantanti emettere in pieno la voce.
Si capisce che alle origini e ancora per tutto il Settecento i primi cantanti pretendessero di portarsi dietro delle arie di baule, di sicuro successo. La trama è secondaria – i “temi” sono musicali.

Rimbaud – Era un Leopardi, solo più bello e “liberato”, un eguale mostro di cultura. È prototipo del poeta selvaggio, ma a sedici anni componeva versi latini. Poi svanito nel nulla,

Romanzo – Nasce come genere nel Settecento, in Inghilterra, per le donne: vedove, nubili, mogli di mariti spesso in viaggio (marinai, mercanti, militari). E per le loro cameriere, che in casa avevano il beneficio anch’esse delle candele, la notte, dopo il lavoro. Nasce così “borghese”, si suole dire. O non femminile? O popolare? Con molte pagine perché gli inverni erano lunghi.

Sinistra-Destra - Jünger nei primi anni 1920 anni scriveva per i nazionalisti “Standarte” e “Vormarsch”, stendardo, avanzata, e per “Widerstand, la resistenza. Werner Lass, condirettore di Jünger a “Vormarsch”, ex Freikorp, sarà del resto comunista. Per il fascino del totalitarismo, dell’efficienza, della “produttività politica”. Ciò si vede in letterati anche politicamente colti, come Aragon e il suo grande amico di gioventù, poi passato a destra, Drieu La Rochelle. L’efficacia come segno della buona politica, più che i partiti e la democrazia, col loro inevitabile carico di corruzione. È questo il segno di Ernst von Salomon e tutta la rivoluzione conservatrice tedesca, da Jünger a Carl Schmitt, Thomas Mann compreso. Con echi in Italia in Delio Cantimori.
È un’idea a cui soccombettero molti intellettuali onesti ma impreparati, tra essi i più noti e indifesi Céline e Pound. Di Céline il “Nouvel Observateur”, il settimanale progressista francese, ha potuto fare quattro anni fa il precursore delle 35 ore lavorative. Per ridere ma non troppo: nel mezzo delle invettive antitedesche e antisemite degli anni di guerra, Céline proprio questo proponeva nel 1941 nei “Beaux Draps”, uno dei libelli oggi impubblicabili. E nel 1944 chiedeva pubblicamente – ai giornali collaborazionisti! – “un vero Socialismo”, anzi “un vero Comunismo”.
Anche Chesterston, che certo non fu un violento come Céline, negli anni 1920 voleva la fine del capitalismo, spiega sempre il “Nouvel Observateur”, sempre quattro anni fa. Di cui ricorda l’“Arringa per una proprietà anticapitalista” nel 1926. Contro il totalitarismo sovietico come contro le concentrazioni industriali e finanziarie, che soppiantano il piccolo commercio e e la piccola proprietà contadina. Come contro Bernard Shaw e i Fabiani, vicini ai socialisti. Chesterston propone il “distributismo”: proprietà di dimensioni più o meno uguali per i coltivatori, e gruppi di consumatori uniti contro il dominio della grande distribuzione. Con “una presenza”, comenta il settimanale, “una forza, una urgenza anche, che sono quelle di tutte le opere quando sono dell’ottima letteratura”.

Le masse entrano nella storia da sinistra, con la Rivoluzione tagliateste. E col conte di Saint-Simon, Comte e Thierry, che ne volevano scacciare la libertà di giudizio. Mentre quelli della rivoluzione nobile arricciavano il naso: il barone Evola, col fascismo “visto da destra”, Schmitt, Jünger, Bataille, che fu pure comunista, Caillois, Montherlant, Malraux, lo stesso delatore Aragon. Stando saldi nell’arca della tradizione e del ripasso, con Thomas Mann, Benn, Drieu o Yourcenar. È fine uomo di affari e di Stato l’Adriano imperatore che volle la Giudea devastata - i romani, che non distruggevano nulla, fecero eccezione per le semite Cartagine e Gerusalemme: potrebbero aver saputo da qualche segreto di Fatima che i semiti ne tramavano la fine.
Altra pasta Céline, Hamsun, Pound: democraticismo plebeo, integrale, senza eroismi né inni alla morte. O Pirandello, che irride e corrode, fascista volontario: “La massa non ha una propria volontà”. O lo storico De Felice, che il Sessantotto disse nazista, uno che veniva dal Pci. È che la destra non è alfiera di morte, non tutta: è fatta di vitalisti che se la spassano, inclusi Evola e Heidegger, e questo è il nodo, o enigma, dell’essere di destra, dell’esserlo stati. Erano contro i guasti dell’idealismo pratico, della bontà, di sentimenti e intenzioni – nella trappola dell’efficientismo. Céline fu presto antibellicista e medico dei poveri. Divenne rognoso e antisemita per crederci, da resistente alle sopraffazioni, nel tempo in cui un tremendo potere, a lui non oscuro, bruciava vive la pietà e la legge.

letterautore@antiiteu

domenica 1 aprile 2012

Il mondo com'è - 89

astolfo

Facebook – Resuscita il passato che l’elettronica ha cancellato. Persone, eventi e relazioni, antecedenti o sottostanti. È anche esibizionismo e affari – l’affare dell’esibizionismo - ma il motore è la nostalgia. È il “vecchio” villaggio globale di Marshall McLuhan.

Novecento – È stato il secolo di Robespierre, in Francia, in Russia, in Spagna e perfino in Germania, con lo hitlerismo.
Danton era l’eroe rivoluzionario dell’Ottocento: la corruzione dell’incorruttibilità.

Occidente – È stato una cultura e una politica: la cultura dell’umanesimo e dei diritti della persona, e la politica, a essa conseguente, del dominio del mondo in forma di civililtà e progresso. È ora con la globalizzazione l’espressione geografica che sottintende, delle regioni che si trovano a Ovest. A Ovest dell’Oriente.
È incluso nella Costituzione degli Stati Uniti, il Western Hemisphere, che con più consistenza possono ambirci. L’Europa, che era un’appendice geografica del continente asiatico, torna a essere quello ch, una coda.

Spia – È la professione più antica, più di quella per antonomasia, se si esercitava già nel paradiso terrestre - qualcuno fece la spia a Dio, forse lo stesso serpente. È il più praticato oggi e il più celebrato – se non timorato di Dio (non si può sapere): con le intercettazioni e i pentiti, di autorità indiscussa. Lo spionaggio è l’unica attività oggi indiscussa: le intercettazioni, comprese le foto invasive, le istantanee mosse, la parole rubate, per strada, al caffè, al ristorante, e i pentiti.

Le spie del Novecento sono state soprattutto intellettuali – nell’Ottocento si spiavano macchinari, brevetti, piani militari. Molte ne furono scovate negli Usa a favore dell’Urss. E in Inghilterra. I più famosi sono i quattro di Cambridge “lavorati” dalla baronessa Budberg, compagna di H.G. Wells per tredici anni, per altrettanti segretaria di Gor’kij: Philby, MacLean, Burgess e Blunt. Più il Quinto uomo mai scoperto, che alcuni vogliono Wittgenstein (ma poteva essere Sraffa). Nel quadro che Gor’ki stesso aveva già dipinto nella “Storia di un uomo inutile”, il romanzo delle spie politiche. Un’affascinante anticipazione nel 1908, nella Russia zarista, del 1938, nell’Urss staliniana. Una galleria di mostri – e un’esplorazione dostoevskjana ancorata all’ordinario, che è la cifra di Gor’kij. Con una serie impressionante di “già visto” per questa nostra epoca di paranoici complotti. Il rivoluzionario è sempre uno “pagato dai tedeschi”, molto prima di Lenin e della stazione Finlandia. L’agente provocatore migliore è l’infiltrato che insegna ai rivoluzionari come fare le bombe, le prepara con loro, e li fa catturare.
Gli scrittori, in particolare, sono stati ansiosi di praticare lo spionaggio, o meglio di averlo praticato, era quasi una patente: Graham Greeene, Hemingway, Le Carrè. Nella “Morbida macchina” Burroughs si spia da solo: “Insomma, sono una spia e non so per chi lavoro, prendo istruzioni dai segnali stradali, dai giornali e da frammenti di conversazione”. Ha collaborato anche Max Salvatori, che fece la resistenza in America, il fratello di Joyce Lussu, con “gli americani” – ma non si sa con chi. E forse Silone, troppo livore nel suo anticomunismo. L’eroe è il traditore in un racconto a sorpresa di Borges. In antico non era così: Ulisse nell’“Iliade” non è un eroe.

Spiare nella Bassa Italia è domandare. Sarà latino: lo spione è un curioso. Ma è troppo comodo, non c’è eroe che abbia voluto fare la spia. Ulisse? Quello dell'“Iliade” non è un eroe.

È un destino cui lo stesso Gor’kij probabilmente non si sottrasse. Non per bisogno né per stupidità, da Eroe Scrittore Nazionale. Uno che non sottostimava Stalin, ma finì per esserne complice, seppure involontario. Per l’archivio degli espatriati che la sua segretaria baronessa Budberg ha consegnato a Mosca dopo essersi “rifugiata” a Londra – dove, grande anfitriona dell’intellettualità, avendo catturato H.G.Wells dopo Gor’kij, propiziò l’adesione al sovietismo dei professori di Cambridge. Di “Moura”, Maria Ignatievna Zakrevskaia, sposata Budberg, la spia del Novecento, l’Italia custodisce le spoglie: morì a Firenze nel 1974, in visita al figlio Pavel, bella donna fino alla fine, benché ingrassata. Moura era protetta a Londra da Jona Ustinov, padre di Peter, agente dell’M 15, la Cia di Sua Maestà. Gor’kij le ha dedicato “La vita di Klim Samgin”, duemila pagine di sé stesso.
Majakovskij, di cui si vuole che sia morto anch’egli assassinato e non suicida, fu anche lui delatore. Era del resto della morale bolscevica denunciare, con piacere. A partire dai bambini (i “Morosov”), contro i padri. Ma molta cura, è indubbio, veniva posta nel controllo degli intellettuali.
Gor’kij vive il post-leninismo, e poi gli anni di Stalin, in esilio. Da ultimo e a lungo a Sorrento e a Capri. Dorato però, e ben organizzato, e con libertà di viaggiare in patria. Sempre onorato e anzi idolatrato. Anche se da qualche tempo con qualche dubbio, da quando Aragon, lo stalinista mai pentito, pensò di “denunciarne” l’avvelenamento a opera del suo medico personale su istigazione di Yagoda, capo dei servizi segreti. Gor’ki muore due anni dopo il rientro e il viaggio trionfale per tutte le Russie (1934) che Stalin personalmente gli aveva organizzato, a ridosso della morte misteriosa di Max, il figlio adorato, e la presidenza del primo congresso degli scrittori sovietici – riunito a varare il realismo socialista da Gor’kij aborrito, di cui era ghiotto Stalin. Ogni pochi anni Gor’kij tornava dall’Italia, da Capri prima e poi da Sorrento, dove viveva con larghi mezzi, l’estate in Russia, accolto da folle entusiaste lungo il percorso, in manifestazioni naturalmente spontanee, e dalla guardia rossa a Mosca, e poi in tournée per il vasto paese, con scorta militare, a fare l’elogio della rivoluzione, anche nei campi di concentramento dove si sperimentava la rieducazione degli individui socialmente pericolosi. Stalin faceva le cose in grande: teatri e viali furono intitolati a Gor’kij, e la stessa classica Nijni-Novgorod, la città dov’era nato. Gor’kij non si schermiva e anzi lo ripagò creando un nuovo filone letterario, il culto della personalità. A Capri Gor’kij ebbe ospite nel 1927 Kamenev, ambasciatore a Roma, che dopo alcune settimane fu fatto rientrare a Mosca, arrestato e freddato.
In realtà Gor’kij fu “avvelenato” ufficialmente nel 1938, due anni dopo la morte, per volere di Stalin. Il Piccolo Padre aveva bisogno di un pretesto per liquidare Yagoda, che gestiva la polizia politica, allora Nkvd. Dopo avere imbastito i processi nel 1936 sulle carte che lo scrittore aveva affidato a Moura da tenere al sicuro a Londra, da Yagoda riportate a Mosca.

Moura, ucraina di nascita, sposa di un barone baltico, fu l’amante a Mosca, al tempo dell’attentato a Lenin, della spia inglese Lockhart. Non punita per questo dalla polizia. Fu quindi segretaria di Gor’kij, dopo assidua corte, la “donna di ferro” che lo scrittore vagheggiava, anche se ormai solo le sorti del genere umano l’appassionavano, e per esso del socialismo. Il rapporto durò familiare a Mosca, in Germania e a Sorrento, per tredici anni. E si concluse con la decisione di Gor’kij di rientrare in Russia. Moura a questo punto se ne separò. Non prima però d’avere avuto da Gor’kij l’archivio da custodire a Londra. A fine aprile 1933 Moura parte con l’archivio per Londra. L’8 maggio Gor’kij lascia Sorrento per Odessa, via Istanbul. Il 15 Moura arriva a Istanbul con l’Orient Express. Il 16 visita con Gor’kij Santa Sofia, e lo stesso giorno riparte per Londra. Dove diventerà l’amante di H.G.Wells per altri tredici anni, fino alla morte dello scrittore, e l’anfitriona della intellettualità britannica. Ma sempre fu spia di Mosca – la Cĕka, la polizia politica dei primi tempi sovietici, usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé.

Majakovskij era attorniato da amici che lo controllavano. Maschi, le spie Agranov e El’bert. Femmine grazie all’inimitabile Lilija Brik. Quando nel 1928 Elizaveta Zilbert, in arte Elly Jones, da New York decise di trasferirsi a Parigi e rimettersi col poeta, Lilja l’anticipò, promuovendo l’affascinante Tat’jana Jakovleva, un’emigrata. Quando l’anno dopo il poeta ingenuo s’apprestava a proporre le nozze a Tat’jana, Lilja fulminea scambiò le parti: Tat’jana andò sposa a un visconte du Plessix, mentre una Veronica Polonskaja si rese disponibile, benché sposata. Poi il poeta si suicidò.

Moura non è sola. Una schiera di donne molto belle e sapienti si trovano al fianco dei grandi intellettuali comunisti tra le due guerre, provenienti dalla Russia di Lenin e Stalin senza essere fuoriuscite politiche. Philby comunicava con Mosca scrivendo alle amanti russe, di cui cinque sono conosciute. Alcune erano fuoriclasse: le sorelle Kagan in primo luogo, Lilja (Majakovskij) e Elsa (Aragon), le sorelle Babette (Willi Münzenberg) e Margarete Thüring (Buber figlio, comunista, e Heinz Neumann), le sorelle Schucht, moglie e cognata di Gramsci, la prima alla Cĕka e poi alla Ghepeù, la secondo all’ambasciata sovietica a Roma, la multiforme “Gala”, Elena Dmitrievna D’jakonova (Éluard, Dalì), la principessa Kudasheva, musa di Rolland. Margarita Konenkov invece circuiva Einstein, fuori dallo schieramento.
Tutte dominatrici, l’intelligenza è debole. Tutte comunistissime pur essendo anticomuniste, buone con Mosca cioè. Tutte sposate dapprima a un uomo inutile, la procedura è standard. Neppure ipocrite, se Elsa ha lasciato scritto: “Mi piacciono i gioielli, faccio parte dell’alta società, sono nell’alta società, e posso essere una sporcacciona. Sono un agente sovietico”. Con l’aggiunta crudele: “Mio marito è un comunista, ed è colpa mia se lo è”, al “contadino di Parigi” non lasciando neanche la colpa dell’abiezione.

Gas e petrolio impoveriscono l’Italia

La bolletta energetica, per importazioni di petrolio, gas, carbone e elettricità al netto delle riesportazioni, è stata nel 2011 di 61,5 miliardi. E in crescita esponenziale – nel 2009 era ancora a 37 miliardi. È un gigantesco trasferimento di risorse, e in questo caso di potere d’acquisto delle famiglie, alle quali tocca il conto finale. È come se poco meno di un terzo del potere d’acquisto delle famiglie si trasferisse verso i paesi da cui importiamo fonti di energia, considerato che la spesa delle famiglie si aggira sui 212 miliardi (in calo rispetto alla punta di 215 miliardi nel 2008).
Si paga il carobollette con scandalo. Come se fosse una novità, o un caso eccezionale. Mentre il contrario è vero: l’Italia ha sempre avuto le bollette più care del mondo, e di più le avrà in futuro. Perché non ha mai migliorato il suo mix energetico, e resta la maggiore consumatrice pro capite al mondo di idrocarburi: prodotti petroliferi e gas. Tra le fonti alternative ha peraltro scelto le energie rinnovabili, o pulite (anche se non lo sono), ancora più costose,di molto.
È il segreto più stridente nel tanto parlare di crisi. La bolletta energetica, o trasferimento all’estero di ricchezza, che nel 1974, dopo la prima crisi petrolifera, ammontò all’1,2 per cento del pil, è ora al 4,4 per cento, quasi quattro volte tanto. Allora sembrò insopportabile: fu bloccata la circolazione, furono chiuse per decreto le luci e i riscaldamenti. Oggi non se ne parla, ma l’energia è, ben più di allora, la fonte principale d’impoverimento degli italiani.

Il mercato dell’Italia è la corruzione

Transparency International, l’organismo internazionale che analizza la corruzione in affari nei vari Stati, ha declassato venerdì l’Italia al 67mo posto. Con un grafico che segna due decisi peggioramenti, entrambi di una dozzina di posizioni, nei due bienni 2007-2008 e 2009-2010. Come a dire che non c’è differenza tra destra e sinistra politica – il primo biennio era governato da Prodi, il secondo da Berlusconi.
Transparency aveva preso l’Italia, all’inizio delle sue rilevazioni nel 2000-2001, poco dietro la Germania e gli altri paesi europei, tutti nelle posizioni da venti a trenta - eccetto la Gran Bretagna, in 13ma posizione. Ora l’Italia è scesa al 67mo posto, cioè tra i paesi più corrotti. Mentre la Germania ha scalato posizioni virtuose, da 20 a 15, la Francia è rimasta attorno al 20 - dove l’ha raggiunta la Gran Bretagna – e la Spagna si è limitata a scendere dalla posizione 22 alla 30.
L’Italia, è il caso di segnalarlo, diventa corrottissima dopo Mani Pulite e l’antipolitica. Se prima rubavano (poco) i partiti, poi sono rimasti liberi di tubare (molto) tutti.

L’onda travolgente delle materie prime

La globalizzazione lo copre, e anzi lo esorcizza, ma la crisi, dopo il crack finanziario, è l’effetto di un rincaro senza precedenti della materie prime, agricole e minerarie. E fra queste dei combustibili fossili, carbone e idrocarburi. I rincari della benzina e del gas sono, nella loro abnormità, parte di un abnorme rincaro di tutte le materie prime, avviato prima della crisi finanziaria e a essa sopravvissuta, con più forza.
È l’effetto positivo della globalizzazione. L’introduzione al mercato e ai consumi di quasi tre miliardi di persone: la Cina, l’India, il Brasile e buona parte dell’America Latina, la Russia, le tigri asiatiche. Ma, rapido e eccessivo, e non governato (non se ne parla nemmeno), ha messo in crisi l’Europa, e minaccia ora lo stessa globalizzazione. L’effetto benefico, cioè, dell’apertura mondiale dei mercati. La Cina, che pure è grande produttore di materie prime, potrebbe esserne la seconda vittima – come lo fu il Giappone trent’anni fa, dopo i due shock petroliferi del 1973 e del 1980 (dai quali cercò di salvarsi col piano nucleare finito a Fukushima).

Fine del ciclo europeo

Crisi dl debito, caro materie prime, in competitività: potrebbe essere per l’Europa, e l’Occidnete, il punto di svolta di una delle “onde Kondratieff”, o cicli semisecolari – per i quali l’economista russo, che le aveva teorizzate nel 1928, pagò dieci anni dopo con la vita, Stalin non voleva interruzioni nella storia. Kondratieff rilevava nella storia economica dell’Ottocento due cicli semisecolari - il primo a partire dal 1790 - con tre fasi costanti: espansione, stagnazione, recessione. Un terzo ciclo rilevava con la Belle Époque a fine Ottocento, e la storia s’impegnava a dargli ragione, con la stagnazione degli anni Venti, e la Recessione.
Ora si può presumere chiuso il ciclo aperto negli anni 1950 dal Piano Marshall e poi dal Mec: l’Italia più degli altri, ma l’Europa tutta è in stagnazione da vent’anni, e gli Usa se la passano poco meglio.