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lunedì 1 giugno 2015

Il mondo com'è (218)

astolfo

Clinton – La coppia Clinton è la smentita vivente del presunto puritanesimo della politica americana. Se Hillary Cliton è, come si vuole, la candidata vincente alle primarie democratiche e a fine 2016 la prima presidentessa donna della storia americana. La coppia forse più spregiudicata di tutta la storia presidenziale, ma anche politica, degli Usa. Sicuramente dell’ultimo secolo, del Novecento – i Kennedy e lo stesso condannato Nixon inclusi. La fondazione familiare dai contorni poco chiari riflette le prime esperienze di lei come legale. Lui è pur sempre uno che ha mentito al Grand Jury, benché onorato ex presidente, conteso a presenze e convegni con cifre iperboliche - come anche lei: mezzo milione per un discorso sono contributi mascherati da onorario. Da presidente, che mai usò del potere di grazia e anzi fu fautore della pena di morte, solo la usò a beneficio di alcuni portoricani quando lei doveva diventare senatrice di New York – dove  i portoricani fanno massa. L’elezione di Hillary sarebbe un riconoscimento della spregiudicatezza. Della femminilità forse, ma allora intesa come spregiudicatezza.

Colpo di Stato – È il pattern della politica più frequente. Letta e Renzi dopo Bersani, le presidenze del consiglio di questa legislatura, e anche quella di Monti nella legislatura precedente, sono indubbiamente colpi di Stato. Anche se a opera del presidente della Repubblica forse più legalitario, Napolitano. Si argomenta che così si faceva nella cosiddetta prima Repubblica, ma allora con una legge elettorale e un “principio” costituzionale diverso: che si votavano dei partiti, i quali poi in qualche modo si accordavano per fare un governo. Mentre ora si vota per un candidato presidente del consiglio.
L’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, che si sta celebrando, è nient’altro che un colpo  di Stato. Protagonista, prima ancora della Marcia su Roma, fittizia, lo stesso re Vittorio Emanuele III, pronto e voglioso. La Camera aveva votato contro la guerra, ma l’Italia entrò in guerra: trecentoventi deputati si dichiararono contro, sui 523 della XXIV legislatura – i decisi interventisti non erano più di una sessantina. Capitanati da Giolitti, l’uomo politico più influente del momento.

Grande guerra - Era contro la stragrande maggioranza degli italiani. Si fa la storia dell’interventismo, con un sottinteso di glorificazione, mentre furono più numerosi e più ampie le proteste degli oppositori della guerra. Giolitti andò dal re per dirgli che il Parlamento e il paese erano contro. Il re rispose che era incostituzionale avversare la politica interventista del governo Salandra. Mentre era incostituzionale sostenerla, contro il volere del Parlamento: lo statuto albertino era parlamentarista.
È vero che gli interventisti erano violenti. Ma non venivano perseguiti. Si perseguivano solo i pacifisti, con gli arresti dopo i morti e i feriti. Giolitti fu minacciato di morte. D’Annunzio in un comizio a Roma incitò la folla ad attaccarne l’abitazione, e a uccidere quel “boia labbrone”. Manifesti furono affissi che lo ritraevano di spalle come davanti al plotone di fucilazione dei disertori. La Polizia di Roma si disse impotente e proteggerlo, e lo costrinse a tornarsene in Piemonte. Montecitorio fu assaltato da bande in interventisti, che ne devastarono gli arredi.

Si fece la guerra per liberare Trento e Trieste che non volevano essere liberate, e sarebbero state felici dello statuto di zona franca o di enclave. Immolando almeno un milione di poveracci che non c’entravano nulla, sul totale di un milione 240 mila militari morti. In una guerra di incapaci e balordi.

Si discute la riabilitazione dei condannati a morte durante la guerra. Si fa una cifra di circa 1.100 giustiziati, e si lascia intendere che erano disertori. Ma erano anche obiettori e ammutinati, per l’incapacità dei comandi e l’orrida gestione del personale - per esempio quelli della brigata Catanzaro, ammutinati dopo dieci campagne di fila in prima linea, quasi due anni, senza mai un turno di riposo, con gli effettivi più volte dimezzati.
In realtà i soldati processati nei tre anni del conflitto furono 262.481. Più 61.927 civili  e 1.110 prigionieri di guerra. In totale furono processate 325.527 persone. Si conclusero con la condanna a morte 4.028 procedimenti, 1.100 furono eseguite. Ma queste sono le cifre dei Tribunali di guerra. Bisognerebbe mettere nel conto il gran numero di soldati passati lestamente per le armi durante la ritirata dopo Caporetto, o per insubordinazione – la repressione della brigata Catanzaro fu fatta così: 28 i Carabinieri presero a caso e fucilarono, senza nemmeno un vero plotone di esecuzione, in uno stanzone (un’anticipazione delle decimazioni, che tanto orrore ancora suscitano nell’applicazione che ne fece la Wehrmacht tedesca durante l’occupazione), 123 li mandarono al Tribunale di guerra. Centinaia, forse migliaia, furono i soldati, sottufficiali e ufficiali fatti passare per le armi, più spesso da uno o più Carabinieri, dai comandanti sul campo, di compagnia, di reggimento o di brigata.

Mondialatinizzazione – Neologismo coniato da Jacques Derrida nei primi anni 1990, di rapida obsolescenza. La globalizzazione o mondializzazione il filosofo vedeva di matrice occidentale, l’Occidente vedeva naturalmente europeo, e l’Europa latina. Mentre: 1) L’Occidente era ormai, crollato il mondo comunista, europeo, solo americano, e l’America proiettata nell’area del Pacifico: la globalizzazione si faceva tra gli Usa e le potenze (“tigri”) asiatiche, alle quali aprirono la World Trade Organisation e il libero scambio. 2) L’Europa rinunciava, istituzionalmente (la commissione Giscard d’Estaing per la costituzione europea), e di fatto (a Bruxelles, Francoforte, e nella doxa, l’opinione pubblica) alle radici mediterranee e latine, per un composto celtico, germanico, ugrofinnico. Un poco anche slavo, ma allora anch’esso barbarico, non della terza Roma. Anche politicamente, si fa un vanto dell’antilatinizzazione. In chiave di egemonia, Nord contro Sud.
Si può pensare l’antilatinizzazione come a un riequilibrio, o a un gioco di bascula – a un’azione una reazione. Ma l’identificazione latina e mediterranea era culturale, il ribaltamento è solo di affari e potere (chi comanda a Bruxelles e Francoforte), non si propongono modelli ideali, filosofici, giuridici, religiosi nuovi o diversi.

Moro – Latita nel culto del nome, dell’immagine, singolarmente una biografia. Non c’è nemmeno una ricerca o ricostruzione dei suoi momenti politici discriminanti, anche se tanti storici hanno fatto carriera universitaria e politica nel suo nome. Che furono molto e importanti: il distacco dai “dorotei”, il centro amorfo della Democrazia Cristiana, la costruzione di un’alterità a Fanfani,il nemico dei dorotei, la devitalizzazone del centro-sinistra, la copertura delle ansie golfistiche di Segni, la difesa anche impudente, comunque coraggiosa, della Dc negli scandali dei primi anni Settanta, il compromesso storico con Berlinguer in pura chiave dorotea, del non fare, in concorrenza con Andreotti. Le stesse lettere dalla prigionia vengono ridotte a fenomeno editoriale, come le lettere di un qualsiasi condannato a morte, senza nessun contesto. Si può capire che non bisogna parlare del “Moro deve morire” di Berlinguer, altra immagine sacra. Ma di Andreotti?
Violentissimo fu l’attacco di Andreotti a Moro nella  seconda metà del 1974, quanto si preparava lo sganciamento della Dc dal centro-sinistra con il Psi – era l’epoca dei governichi Rumor e dei Bertoli in libera uscita, terroristi atipici.  

Ombra – Si può sempre trovare rifugio all’ombra in Grecia, in campagna, in città (orientamento delle strade, allineamento degli edifici), perfino, arrivando di buon’ora, nei archeggi, un parte è studiata per l’ombra. Non si può in Turchia. E questo misura, in due paesi ugualmente “estivi”, la loro profonda differenza, benché contigui, di cultura e mentalità (personalità. V. Corbin 292-293. Dal tempo di Platone, che elogia il platano - nomen omen?
Nonché dai greci fannulloni, molli, l’ombra era apprezzata anche dai rozzi, robusti e indaffarati romani. Da Orazio, da Virgilio – autore di suo di “Bucoliche” e di “Georgiche”, prima di diventare il poeta ufficiale della storia augusta.
Lo stesso avviene in Spagna – avveniva, prima che fosse cementificata, seconda casa dell’Europa di Mezzo. Cervantes non amava le ecloghe, le pastorali e gli alberi – a don Chisciotte fa celebrare le pastorellerie arcadiche per ridere - prima dell’avventura coi maiali. Ma al Sud il regno arabo di Granada aveva lasciato tracce durevoli di giardini, domestici e pubblici, e piazze alberate.

Razzismo - L’umanità su basi zoologiche, come l’Osservatore Romano” la bollò nei coraggiosi anni Trenta, fu tema del Settecento, che volle farne una scienza: i neri non lavorano, sposereste una nera, i neri puzzano, per non dire degli ebrei, impossibile rifare Voltaire, li mise a punto il secolo dei Lumi, compreso Kant, malgrado la nota prudenza - Kant non sognava, e non sudava, ci stava bene attento, così pure a sputare e, pare, a eiaculare, per non sprecare energie.
Una università anglo-tedesca fu fondata a questo fine a Gottinga nel 1734, per indagare e proporre le radici della superiorità europea.

astolfo@antiit.eu

Le prime prove di Bovary, quasi un femminicidio

Un racconto a quattordici anni, quello del titolo, “I girovaghi”, e uno a  sedici, “Passion et vertu”, che farebbero oggi un autore da antologia – queste prime prove non sono sconosciute, qui sono riprese dalle “Oeuvres de jeunesse” della Pléiade, ma forse non lette, dagli stessi flaubertiani.
Né Zola né Verga, né il neo neorealismo avrebbe saputo concentrare in così poche pagine tante disgrazie: fame, freddo, incidenti sul lavoro, malattie, disperazione, violenza. Ma il Flaubert imberbe, di più, già “sa” cosa e come scrivere, e perché, nelle note che antepone e pospone al racconto dei poveri circensi girovaghi: lo svelamento gli si impone delle verità dell’amore, “scienza così bene esposta in «Faublas», le commedie di second’ordine e i «Contes moraux» di Marmontel”.
Il “racconto filosofico” che segue, “Passion et vertu”, è ancora più affascinante, la verità dell’amore cercando nella donna giovane, sposata e in trepida attesa. “Un parfum à sentir” sarebbe meglio il titolo di questo secondo racconto – “C’è nelle grandi città un’atmosfera corrotta e avvelenata che vi stordisce e vi inebria, qualche cosa di pesante e di malsano, come queste grigie nebbie della sera che planano sui tetti. Mazza (la protagonista, n.d.r.) aspirò quest’aria di corruzione a pieni polmoni, la sentì come un profumo e per la prima volta; comprese allora tutto ciò che c’era di largo e d’immenso nel vizio, e di voluttuoso nel crimine”. Il biografo lo dirà il ritratto di Mme Schlésinger, Élisa, una donna dagli amori plurimi di cui Flaubert, da ragazzo e poi a lungo, si sarebbe voluto la grande passione. Ma è, stringato e crudo, quasi un manifesto, un’anticipazione degli spasmi di Emma Bovary – Élisa-Mazza-Emma, non è nemmeno un gioco per enigmisti Seppure in forma qui di femmnicidio, per quanto consentaneo - il ragazzo è geloso, cattivissimo..
Flaubert al compimento dei sedici anni sfida Shakespeare, che mette in esergo: “Puoi tu parlare di ciò che non senti affatto?”, “Romeo e Giulietta”, III,V, e ci riesce .
Gustave Flaubert, Un parfum à sentir ou Les Baladins, Folio, pp. 113 € 2

domenica 31 maggio 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (247)

Giuseppe Leuzzi

Una passeggiata al mare per vedere il tramonto sembrò tanti anni fa un consiglio da vecchia commedia da parte del vecchio gestore dell’albergo Russo a Trapani, un gentiluomo. La cui memoria risorge ammirata, nella composta eleganza, nella persona eretta, mentre si legge del boom dei tramonti. Con viaggi organizzati. A Key West in Florida, a Benirras a Ibiza, a Ola a Santorini, a Saô Vicente in Portogallo, e anche in città, al ponte Santa Trinita a Firenze, o al piazzale Michelangelo.

Claudio Sabelli Fioretti si sorprende di sentire che in Trentino, dove ha la residenza, non vogliono altri migranti. Poiché il Trentino eccelle nel sociale, Sabelli Fioretti si è chiesto se i migranti non siano già troppi nella provincia. Ha fatto qualche ricerca ma ha trovato che dei 32 mila migranti in strutture di accoglienza temporanea in Italia solo 312 risultano nel Trtentino, “meno di un migrante a comune”. Mentre “in Sicilia la media sarebbe di 15 migranti a comune”. Fatta la tara del piccolo business dell’accoglienza, in effetti la sproporzione è forte.

La Procura di Catanzaro denuncia un’organizzazione criminale che truccava le partite di cacio delle serie minori, e la dice capitanata dalla ‘ndrangheta. Che però nel voluminoso atto di accusa della Procura Antimafia della città calabrese non c’è. Ci sono mafiosi serbi, cinesi, israeliani, kazaki, turchi e maltesi, ancorché perlopiù anonimi, ma la ‘ndrangheta che li gestisce no. Non è stata ancora trovata, Giusto un Iannazzo di Lamezia, che però da tempo è in carcere. È il principio della scoperta: bisogna prima scoprire e poi cercare.

La mafia dell’antimafia
Non c’è dubbio che Rosy Bindi ha scelto 16 impresentabili per fini politici. Qualcuno anche dentro il suo partito, il Pd. Non  c’è nemmeno dubbio che si possa dire la commissione parlamentare Antimafia, che Bindi presiede, una commissione mafiosa. Ma la mafia agisce così, sfrutta le pieghe della legge per i suoi inconfessabili fini.

Ci sono impresentabili di chiara fama in Liguria e in Umbria, anche in Toscana. Ma Rosy Bindi ha in elenco, dopo aver spulciato infinite carte e molti verbali non ufficiali dei Carabinieri, solo sedici nominativi del Sud. Quattro pugliesi e dodici campani. Senza razzismo naturalmente. Rosy Bindi ha compilato la sua lista solitari come presidente della commissione parlamentare Antimafia, e la mafia è al Sud.
Come si fa a dire l’onorevole prevenuta? È stata eletta in Calabria.
Che la presidente Bindi non sappia dove la Calabria è, e un po’ se ne vergogni - della Calabria, non di non sapere dov’è - questo non significa. 

Messo il berlusconiano Cosentino, signore del voto in Campania, in stand-dy dall’Antimafia istituzionale, i consentiniani si sono candidati in massa nelle liste regionali del Pd. Che coincidenza.

L’anima nera Rai
“Anime nere”, film nerissimo, la Rai impone, oltre che ai critici volenterosi, e alla comunità italiana a New York, ai Nastri d’Argento – se li prenderà tutti? “Gran successo” l’ufficio stampa Rai ha fattori riportare al film a New York, ma chi c’era non se n’è nemmeno accorto.
Un film di una violenza “pura”, senza altro contesto. Violenza nella violenza (familiare, genetica) nella violenza (sociale, etnica: una triplice cattiva azione. Volendo fare film sulla mafia, genere che tira, non si può dire tutto mafia. Lo vuole lo spettacolo – a parte l’onestà.
Il film non è un’eccezione, il tutto mafia è la norma. Ma si può non rimproverare gli inquirenti che si illustrano dicendo la mafia ubiqua e onnipotente. O i giornalisti e la pubblicistica del genere horror: la paura fa mercato. Fa anche bene al cuore al Nord poter pensare che tutto il male è in Calabria, da qualche anno, a Napoli, e un po’ ancora in Sicilia – non più a Bari da quando comanda Emiliano, un giudice. Ma l’emittente pubblica? Pagata cioè allo Stato? Volendo stare nel genere mafia, un noir che tira, dicono (ma non è vero: “Anime nere” non  lo ho comprato nessuno), molte altre storie verrebbero meglio al cinema: di giovani, sindache, monsignori, a volte anche vescovi, volontari, vittime. Non ci sono vittime delle “Anime nere”, solo la loro personale tragedia, di uomini-bestia.
 
Del diritto all’illecito a Milano
Si leggono con stupore le cronache societarie dell’Inter, la squadra di calcio, come procacciatrice di lauti interessi al suo presidente e padrone Thohir. Un uomo d’affari sbucato dal nulla, che si è offerto di acquistare le quote di controllo del club dal precedente proprietario Moratti, a costo zero, e di gestirlo per tre anni. Sembrava un atto generoso, assumersene i debiti. Ma per due anni Thohir si è limitato a finanziarne i debiti tramite sue società anonime, a tassi d’interessi esosi – – dell’8-9 per cento, neanche la Grecia paga tanto. Come se avesse “comprato” un debito, per sfruttarlo finanziandolo.
Ingegnoso. È quello che si chiama portage. Il traghettamento di un’azienda, con un profitto e senza rischi propri. Un “normale” contratto commerciale. Ma Thohir è anche padrone dell’Inter, e quello che fa è illegale. Molto illegale: rubare alla propria azienda. E questo è il suo miracolo: passare indenne. Per molto meno a Milano personaggi importarti hanno sono stati privati delle loro aziende. I Rizzoli per esempio, per un’appropriazione indebita di un ventina di miliardi di lire, 10-15 milioni di euro.
Con l’Inter la Procura di Milano segue un’altra legge? L’appropriazione indebita all’Inter è talmente macroscopica, e dichiarata, che non si riesce a crederla vera. Pure è la realtà. Poi uno riflette che tanti casi abnormi di ruberie, grassazioni, malversazioni si sono prodotti a Milano attorno a Telecom, alla Rizzoli-Corriere della sera, alla Provincia, agli stessi Moratti-Saras, con la benevola disattenzione della locale giustizia, 

Campagna elettorale in Toscana.
La Toscana è un delle regioni che vota oggi. E in Toscana molti comuni importanti votano per il sindaco, Viareggio, Pietrasanta e altri. Ma bisogna saperlo, perché non si vede. Non ci sono manifesti, comizi, gazebo, e tantomeno scritte sui muri.
Il Pd, che governa da sempre, fa come se non ci fosse. I candidati delle destre e 5 Stelle alla Regione Toscana più che fare campagna si divertono: alle tv, nei giornali, alle tavolate. Dove non si spende. Sanno che il Pd vincerà, e quindi non spendono. Ma non parla nemmeno il presidente uscente, Rossi, che sarà riconfermato. Che del resto è come se non ci fosse – ebbe un momento di notorietà quando si opponeva a Renzi, allora sindaco di Firenze, poi si è subito allineato.   
Non c’è da trarne una lezione: la Toscana fa caso a sé. Colta e ricca, è regione eminentemente grigia – si dice rossa, ma è grigia, massonica prima che comunista, a suo tempo, poi democrat. Vota, non si astiene. Ma vota compatta, plebiscitaria, omologata, senza sorprese possibili.
Ma due Italie, in effetti, girando per la Toscana in “campagna elettorale”, sono da rilevare. Quella che si muove tranquilla agli affari, e se deve alzare il capo fa tranquillamente la predica. E quella che si agita, emotiva, dispendiosa, di soldi e energie. Con sedici impresentabili. Cioè per niente, uno scioglimento è sempre dietro l’angolo.

leuzzi@antiit.eu

“L’islam non può esistere nel nostro mondo”

Poeta, storico, critico d’arte, direttore del centro nazionale del restauro, Brandi inaugurò nel 1958 la sua ultima e definitiva vocazione, di viaggiatore, che svetterà vent’anni dopo col capolavoro “Persia mirabilis”, con la ricerca dei luoghi romani nel Mediterraneo, in Libia e in Siria.
I giudizi svelti non mancano. Palmira, il cui destino oggi tiene in sospeso mezzo mondo, vede come un grande cimitero, opera di necrofori maneggioni, per le tombe che la caratterizzano, costruite in altezza: “La prima città con impresari di pompe funebri e speculatori che comparavano in blocco e vendevano a strozzo i loculi”. Amman come i Sassi di Matera. Le case di Damasco come i trulli di Martina Franca. La città vecchia di Gerusalemme, tuttora così densa di spiritualità, malgrado l’aggressione della speculazione urbana, come la città vecchia di Bari. E le strade in curva che portano a Betlemme come quelle tortuose della Calabria..
Ma la grazia non manca. Nel Libano fenicio, sulla strada per Damasco. Su Damasco, la madre della nostre (bibliche, mediterranee, europee, occidentali) città. E gli orti che la attornia(va)no, feraci e ridenti, come usava dire, la cornucopia della buona terra – qui il paragone è appropriato: col casertano allora terra di lavoro e non di camorra. Ma più lo stimola Tripoli, l’ex “bel suol d’amore”. Ancora quella di Italo Balbo, con la piazza omonima sul mare, e i portici padani per lo struscio all’ombra. La città severiana di Leptis Magna, non lontano da Tripoli, di fascino esagerato. Senza confronto, per estensione e conservazione, con Ostia Antica e con la stessa Pompei.  Che con Sabratha, alla frontiera con la Tunisia, che conserva un’impressionante latrina pubblica, e una basilica tardoromana, giustinianea, arricchita da un elaboratisissimo mosaico pavimentale, e altri siti marittimi lungo la costa dell’Atlante, Cartagine, Cherchell (Cesarea), Tanit e altri in Algeria, teneva, e tiene,  viva la romanità come fosse ieri.
Pur non diffidando allora dell’islam, Brandi ne avverte chiara la natura – non era difficile, era prima dell’equivoco dialogo tra le fedi: “L’Islam non può esistere nel nostro mondo se non assorbendolo o distruggendolo: nulla ha da sostituire, nulla ha da imprestare se non una forma acaica della sacralità”.
Cesare Brandi, Città del deserto, Elliot, pp. 175 € 17,50

sabato 30 maggio 2015

Bindeide

Muoia Bindi con tutti i Renzi?

Bin Di Bin (La)den?

B.B, Bindi-Blatter?

Fu venerdì o fu B.B. – Bindi-Blatter?

Dalla sacrestia all’Is le même combat: la decapitazione?

Rosy fuori dalle quote rosa

Bin Di Bum, ultimi fuochi?

Bin Di Bah, Bin Di Boh, Bin Di Beh?

Non sa che, se Renzi perde, lo ha salvato

E la mafia? aridatece la mafia

Il libertinismo è morto, resta la (buona) prostituzione

Un classico della letteratura libertina sufficientemente benpensante e predicatorio, oltre che lubrico. Comico, brillante, depravato, un ottimo promemoria per il prossenetismo legale che riprolifera: tutte le ragioni del mestiere sono qui riunite.
Le buone ragioni. Il libello si vuole moralista, come è della letteratura aretinesca, puttanesca. Coi pregiudizi del genere, nazionali (il barone tedesco imbranato, il milord inglese borioso) e clericali (il canonico superdotato, etc. – manca la monaca lussuriosa). E con la fortuna alternata alla sfortuna. Ma, scritto da un libertino all’epoca dei Lumi, sembra a un uso proto-ottocentesco o protoborghese, dei falsi culi e le mutande alle ginocchia, e delle tendine alle finestre. Insomma, delle case chiuse aperte.
Ma, a prescindere, preistoria alla rilettura - il tema è questo: la letteratura libertina non morde La prostituzione forse sì, ma per il lato business: tariffe, risparmio, investimenti, tasse, rendita urbana (decoro, affitti, qualificazione del territorio). Era pruriginosa ancora un quarto di secolo fa, quando la “Rammendatrice” fu tradotta, ora è noiosa e ridicola. Effetto  secondario della caduta del Muro e del Mercato? Effetto contrario dell’Aids? La “collera di Dio” potrebbe avere spianato ogni libidine invece di reprimerla. Effetto di internet, del libero accesso a ogni immagine a un profluvio di licenza?
Il tema sarebbe: l’erotismo all’età di internet. Della licenza per tutti e senza freni. Quindi, delle pulsioni non più represse, della perdita del rimosso e della rimozione?
Louis C. Fougeret de Montbrun, Margot la rammendatrice, Le Lettere, pp. 124 € 14,50

venerdì 29 maggio 2015

Ombre - 269

Si fa alla Fifa la scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo. Della corruzione sui diritti tv, le sponsorizzazioni, e le assegnazioni dei giochi, della Fifa ma anche del Cio, il comitato olimpico, si scriveva con nomi e cifre sul “Mondo” nell’estate del 1986, in occasione del Mondiale in Messico, e dell’Olimpiade coreana due anni dopo. L’Fbi si è svegliata in ritardo? O in tempo per rovinare il Mondiale a Putin? Meglio i missili giudiziari che quelli balistici.

Fraterno il fratesco Marchionne
Lesto allestisce
Un flashmob a Melfi
Di fiche riforme in fabbrica
Che vincano al voto

I candidati democrat alle Regionali, alla presidenza della Regione,  sono tutti – erano – contro Renzi alle primarie, quando votarono Bersani.

“Mi si nota di più se..”: si fa morettiana, nel senso di Nanni Moretti, l’inchiesta  di Cremona  sulle partite truccate. Che sono una, Novara-Siena. Per un’inchiesta che dura da cinque anni, con due soli testimoni d’accusa, entrambi “pentiti” per altri delitti, che si contraddicono tra di loro. 
Si pone il dilemma il giudice che ci ha prosperato per cinque anni, e ora la giudice trepida del Tribunale, davanti alla quale la vicenda dovrebbe pur finire.

Il calcio truccato è una sola partita, Novara-Siena, perché il Siena era allenato da Conte. Senza Conte, che processo è? Bisogna essere comprensivi con i giudici.
    
“Renzi ferma le ruspe sull’Arno”, biblico. 
Non il sindaco di Firenze Nardella, ma l’ex sindaco Renzi. 
Le ruspe dovevano demolire la Rari Nantes, la Canottieri e altre strutture balneari sul fiume, abusive da un secolo, e rischiose in caso di piena.

Coltellate a sconosciuti, senza animosità specifica, solo perché della squadra nemica, non sono un esito tutto sommato indolore del derby Lazio-Roma: sono la violenza bruta. Le curve vanno allo stadio non per vedere la partita ma per menare le mani. Ci vanno organizzate per questo, prima e dopo la partita. Sugli spalti ole, petardi e violenze verbali si dispiegano al solo fine di una possibile tragedia. Heysel non fu un caso, chi va allo stadio sa che scampa a un Heysel. Anche nei distinti.

Che lo stadio sia zona franca per la violenza, da trent’anni, è da non credere. Una violenza che è anche costosa, tanto quanto immotivata – si esercita perché ce n’è licenza. Per lo Stato che ci spende diecine di migliaia di poliziotti e carabinieri in servizio anti-sommossa, con mezzi blindati, la domenica e la notte. Per i club che rinunciano al loro evento commerciale primario. Mentre basterebbe poco per disinnescarlo – in Inghilterra è stato fatto. Tanta incapacità non è possibile.  

Il Procuratore Capo di Milano Bruti Liberati è colpevole per la Procura di Brescia di “accertata e reiterata omissione”, e di “oggettiva e ingiustificata violazione” dei suoi obblighi giudiziari. Ma non è da perseguire e anzi è da archiviare. Eppure, anche i cani mordono i cani.

“Pensioni: rimborso anche agli eredi”, è la locandina dei quotidiani locali del gruppo la Repubblica-l’Espresso in mezza Italia, a quattro giorni dalle elezioni. Per un voto in più? Ma Renzi paga per questa pubblicità? Il lettore dei giornali locali la Repubblica-lEspresso non ha il senso del ridicolo?

“Nozze gay, non abbiamo capito”, dice il primate d’Irlanda, l’arcivescovo Martin. Un primate che si fa fare un referendum sui diritti civili, che tipo di primate è?

Tengo famiglia
Disibernati in Ibernia
S’avvoltolarono nel voto
Per la promiscua promessa
Di devota eternità
Familiare matrimoniale

Dopo le tante ospitate di Renzi in tutti i tg e talk-show, Fazio “ospita” Berlusconi.  Subito il Pd della Vigilanza Rai denuncia la cosa all’Agcom, l’Autortà che vigila sulle comunicazioni, come un abuso.  Poi dice che Berlusconi non muore mai.

Berlusconi dice anche a Fazio che non farà più politica, giusto il padre nobile su e giù per l’Italia per la sua idea liberale. Ma aggiunge: “Nessuno ancora si è fatto vivo”. Hanno paura di essere sbranati?

Su un aumento di capitale da 3 miliardi, la banca Mps pagherà 130 milioni di commissioni a Ubs, Citi, Goldman Sachs e Mediobanca. A quattro “banchieri d’affari” che non hanno fatto nulla più che redigere il prospetto informativo – più o meno copiato, il modello è standard. È il vero mercato.

Michele Salvati salva il trasformismo, ora che favorisce Renzi: “Fa bene alle riforme”. Anche il trasformismo è di destra e di sinistra: non c’è niente di buono o cattivo in sé, dipende dallo schieramento. E la scienza politica, che  Salvati pratica? 

Quante emozioni sotto l'albero

Il Duomo di Milano come un bosco sacro, di alberi di alto fusto - l’elogio dell’ombra è in realtà dell’albero. Perché no, l’idea originaria era quella, l’albero è stato sacro per molti millenni. Comunque eloquente, molti santi ne furono soggiogati. Anche criminale, specie nella Bibbia, ma sempre come Albero della Conoscenza. Mezzo di scrittura, nella polpa e nella corteccia, dacché c’è storia – e anche oggi, malgrado la scrittura elettronica. Nonché scrittura esso stesso: testimone fisico e metafisico, degli eventi naturali e della stessa storia, come e forse più dei mammiferi, per quanto intelligenti e memoriali. Metamorfico, metempsicotico, durevole. L’idea più approssimata nel reale alla resurrezione e all’eterno.
L’“elogio dell’ombra” topico è naturalmente quello di Borges, vecchio esercizio sofistico. Di un’ombra senza albero: non è frescura, non è compagna, è la città, tentacolare, incombente, sempre all’orza. Storico delle sensibilità, Alain Corbin ha messo su una spettacolare ricostruzione di tutte le possibili funzioni che all’albero si assegnano. Dell’idea dell’albero, non delle sue funzioni utilitaristiche, da frutto, da ombra, da decoro, frangivento, antimalarico – lo studioso dimentica di precisarlo, partendo in quarta nella sua avventura intellettuale, il sottotitolo è “L’arbre, source d’émotions”, ma bisogna saperlo. L’albero della vita, della sapienza, dei cimiteri (il cipresso, il tasso o albero della morte), ma non della morte, di Giuda, delle ninfe e dei satiri, della divinazione. Alberi incantati, onirici, fantastici. Alberi animati, alberi che sanguinano, specie in presenza del taglialegna. O furiosi e minacciosi. O introspettivi, muti. Confidenti e mentori, interlocutori morali. Alberi come bellezza e come desiderio - “il suo essere in pieno desiderio” Valéry dice “certamente di natura femminile”, benché protrudente  O della solitudine socievole, nello stormire e nella quiete. O dell’alterità, dell’indifferenza. Corbin lo rileva con Flaubert, che nell’“Educazione sentimentale”, seguendo Frédéric e Rosanette a passeggio nella foresta di Fontainebleau, sostiene che gli alberi, “restando esterni al sentimento del passeggiatore”, angosciavano la donna. Ma più spesso proiezione degli stati d’animo. E ancora di più partecipe, sodale taciturno e solido.
La rinascita è vegetale
Un repertorio inverosimilmente dettagliato dei riferimenti classici, e della tradizione francese e italiana (“Orlando furioso”, “Gerusalemme liberata”, Dante naturalmente, e il “Barone rampante”), anche di quella inglese, insieme con Whitman e Thoreau, il trascendentalismo americano. Dell’albero come testimone storico:”Ho visto querce”, annota Stendhal a Brunswick nel 1808, “che hanno potuto essere viste anche da Carlo Magno”. Commenta Corbin: “L’albero evoca più la rigenerazione-resurrezione che la morte”. Certe specie in particolare: il cedro, il pino, la palma “hanno a lungo figurato questa immortalità”. La “rigenerazione spontanea della palma” porta Plinio a identificarvi la fenice. Si incidono nomi, cuori, date sulla corteccia degli alberi su questo presupposto. Con la scoperta degli anelli della crescita - che Alexander von Humboldt attribuisce a Montaigne nel 1581, un secolo quindi prima di Malpighi (seppure nel corso del viaggio di Montaigne in Italia?) - molta storia è stata ricostruita e certificata.
Religiosa è la vocazione primigenia, e ancora diffusa. La dendrolatria è la forma più antica delle religione, e con la storia più lunga, più delle religioni rivelate, biblismo compreso. A partire dai druidi, e poi a Dodona, Delo, e nella stessa Roma antica. In forma di palma, che sempre rinasce, di tasso, di olivo, di platano, di olmo, di cedro naturalmente del Libano. Il fondamento dello sciamanesimo, quale intermediario tra il cielo e la terra, nel dettagliato atlante di Mircea Eliade. Piantare un albero ha usato a lungo, e fino al secolo scorso, quasi come procreare – fare un figlio, scrivere un libro, erigere un monumento, meritare della patria. Per assicurarsi la memoria.
Analogamente vitalistica la funzione erotica. C’è un erotismo dell’albero che Corbin documenta con una serie sorprendente di riferimenti. Proust in primo luogo. Ma è tutto il Rinascimento, non soltanto l’Ariosto e il Tasso, che della foresta fa “il luogo dell’erranza erotica”. Plinio il Vecchio, “che s’ispira dalla scienza greca”, Teofrasto e altri. “Per non parlare della Genesi”: Eva, “la grande peccatrice”, bella come il diavolo, la sua nudità, la lussuria, il tradimento, la menzogna, la discordia, il maleficio, la caduta, la disgrazia, tutto si lega all’albero, se infruttuoso.
Alain Corbin La douceur de l’ombre, Flammarion, pp. 393 € 11

giovedì 28 maggio 2015

Letture - 216

letterautore

Albero di Giuda – È stato e resta molto diffuso, anche come specie. Oggi è il carrubo, diffuso come pianta ornamentale urbana dopo essere stato a lungo pianta alimentare, specie nell’ultima guerra. Per molti secoli è stato il fico. E anche un pioppo tremulo.  

Autofiction – Vi si cimenta Valéry, in uno dei “Cattivi pensieri”, sotto la lettera “D” – che non vuole dire nulla – e un titoletto “Corpo”:  “Uno è incupito dal tramonto. Un altro dall’aurora. E c’è una tristezza da Mezzogiorno pieno… Quanto a me, verso le tre, il più bel giorno mi trafigge crudelmente l’anima”. Variabile.
Valéry, sempre pensieroso, subito dopo si ricrede: “Di se stesso l’uomo sa troppo poco e non può che saperne troppo poco – perché le sue confessioni, la sua «sincerità» possano insegnarci qualcosa di veramente importante e che noi difficilmente potremmo immaginare”.

Calvino – La meditazione sull’albero ha molti precedenti. I più recenti e famosi, di Chateaubriand (“Memorie dell’oltretomba”) e Jean Paul (“Titano”), tra gli altri. Ma quella di Calvino, “Il barone rampante”, è diversa: interloquisce con i predecessori, che non nomina, nel senso di diversificarsi. L’albero è oer il suo barone, per Calvino cioè, la rivendicazione dell’autonomia dell’artista, fino all’isolamento. Una tentazione per una volta non contrastata, ma in sé è una ribellione – alla famiglia e al ruolo familiare.
È anche il “rifiuto del lavoro” – cui Calvino, come tutti quelli del “rifiuto del lavoro”, per senso di colpa e per senso del dovere, si dedica con applicazione ed esclusivamente. Ma all’origine e per tutto il racconto è un duello e una resa dei conti, affettuosa, con i genitori.
La famiglia è il grande rimosso di Calvino, che pure fu figlio di una coppia di scienziati, rimarchevole sotto tutti gli aspetti, compresa l’avventurosità  - a Cuba e ritorno. Un padre anarchico e poi socialista, la madre libera pensatrice, accesa interventista nel 1915. Due genitori ingombranti, seppure condivisi col fratello minore Floriano – “la mia famiglia era piuttosto insolita”.  Impossibile che non sia stata (risentita) castrante: due persone così indipendenti, di mentalità e di vita, per lo più relegati nei loro gabinetti scientifici, non potevano essere genitori “dediti”, soggetti ai figli.

Cicala – Scomparsa più rapidamente che la lucciola. O almeno si nota di più, essendo rumorosa e diffusa. Magari non più numerosa, ma la rumorosità la moltiplicava. Non rimpianta forse perché non aveva buona fama, a partire dalal favolistica e da La Fontaine. Non in epoca borghese, dell’accumulo, essendo divenuta sinonimo d prodigalità e incuranza. Esiodo si diceva incantato del suo cicaleccio, ne “Le opere e i giorni”.

Gotico – Un’architettura agreste, boschiva. È l’immagine più ricorrente del Duomo di Milano. Goethe giovane, in visita con Herder alla cattedrale di Strasburgo, dice: “S’innalza come il più sublime albero di Dio, con le sue vaste arcate, le sue migliaia di rami, i suoi milioni di rametti”. Chateaubriand trent’anni dopo, nel “Genio del cristianesimo”, ripete più volte l’immagine. Seppure non legandola al gotico: le foreste hanno suggerito le prime idee di architettura, che per questo varia con i climi.

Proust – È religioso – religioso “dall’esterno”. Jean Santeuil, in una delle sue passeggiate, scopre un “altare rustico” tra gli alberi: sopra una specie di “retablo verticale…. un lillà dispiega a ventaglio le sue tre branche”, evocando la Trinità. In “Swann” il narratore se ne va ad assistere al “mese di Maria”. Di cui dice: “queste sole vere feste che sono le feste religiose”.

Primo Levi, “Ranocchi sulla luna e altri animali”, spiega la paura dei topi con “la giustificazione assurda e pittoresca (anatomica…) che di questa fobia viene offerta dalla mitologia popolare: i topi amano  buchi, e se possono si infilano nell’intestino e su per  genitali femminili”. Una mitologia che potrebbe spiegare i particolari crudeli dei gusti sessuali di Proust che Jacques Émile Blanche testimonia – non si capisce come – nel suo non benevolo “Portrait” scritto.

Celebra – vive? – l’erotismo di sostituzione. Il suo narratore è convenientemente erotico ma, come già Jean Santeuil, pratica l’erotismo emotivo, con alberi, fiori, fragranze, rimembranze, rimpianti, pulsioni inappagate, sia in “Swann” che nelle due “Albertine”. Come di una lunga, insistita, ritenzione, nell’ottica del Tao dell’amore.

Salice piangente – Altra specie praticamente scomparsa, non solo in poesia, dove era di casa: se ne incontrano raramente e quasi solo in campagna, per lo più trascurati. La passione per la seconda casa in campagna ha coinciso con il suo abbandono.
Era segno di lindore e proprietà della casa. E se non dava ombra la suggeriva, suggeriva la frescura. Perché nasce dall’acqua: la presenza del salice – come del noce - certifica(va) che l’acqua “c’è”. E suggerisce l’acqua, per la rugiada e la condensa copiose lungo il denso fogliame.  Scomparso con l’acqua non più ben primario e scarso, quale per millenni è stata considerata? Perde la funzione “morale”, così come l’acqua diventa meno decisiva alla campagna, alle coltivazioni.
La poesia lo legava) ai cimiteri. “Albero caro della malinconia!”, lo apostrofa Lamartine nel “Salice piangente”, poesia che avrebbe composto nel 1814 sotto appunto uno di questi alberi, al quale predice: “Un giorno anche coprirai la mia tomba”.  La tomba di Musset al Père Lachaise, il cimitero artistico di Parigi, si adorna di un salice piangente.

Il pepino del salice, secondo Plinio il Vecchio, provoca la sterilità della donna. Nelle campagne era amato al contrario, sinonimo di fertilità – legandosi all’acqua.

Stendhal – “La Certosa di Parma” deriva, veloce come soleva nei suoi prestiti, da Jean-Pierre-Louis de Fontanes, versificatore allora in auge, che aveva da poco pubblicato con successo di lettori “La Certosa di Parigi”. Non un romanzo, quello di Fontanes, ma un poema sui chiostri, e più una meditazione – Chateaubriand includerà il poema, rimaneggiato, nel “Genio del cristianesimo”.

Tarzan – Era un aristocratico. Ambientalista radicale, ma parte della rivoluzione conservatrice inglese. high tory, Jane è la bella aristocratica che il primitivismo affascina. Ma Tarzan proviene  anche lui da una famiglia aristocratica.
Qualche anno prima del Tarzan vero e proprio, di Edgar Rice Burroughs, Jack London in “Prima di Adamo” aveva portato il suo eroe (bambino) tra il popolo degli Alberi, a innamorarsi di una Veloce che anticipava Tarzan, sebbene a sessi invertiti: agile e libera tra i rami della foresta.

letterautore@antiit.eu

Fredda è la morte al fronte

Un confederato viene impiccato dai federali. Un pioniere federale muore immobilizzato dalla canna minacciosa della sua carabina. La guerra come è, Bierce l’ha vissuta, sa come le cose succedono. La ricorda anche senza animosità, per i sudisti come per i nordisti, tra i quali ha militato. La guerra civile, altrettanto fredda come quella di frontiera, con le trincee ben delimitate. Di straordinaria vividezza, effetto della prosa asciutta, commovente per non volerlo essere.
Ambrose Bierce, I racconti di guerra, Fanucci, outlet, pp. 238  € 7,50
An occurrence at Owl Creek Bridge, Penguin, pp. 84, 60p

mercoledì 27 maggio 2015

Problemi d base - 230

spock

Meglio Schaúble o Varoufakis?

E Merkel, è meglio di Tsipras?

Perché la destra è con Tsipras e la sinistra con Merkel?

Perché i giornali italiani ce l’hanno con la Grecia, che gli ha fatto?

I giornali(sti) tedeschi a volte criticano Merkel, anche sulla Grecia, quelli italiani no: è solo questione di fascino femminile?

Perché la Grecia deve morire, che male ci ha fatto?

Meglio le banche o meglio la Grecia?

Perché Mps, per salvare la pelle con l’aumento di capitale, deve pagare alle banche 130 milioni? Perché Grasso non fa un legge contro la mafia delle banche?

Ha più impresentabili Fitto in Puglia che Berlusconi: e allora?

spock@antiit.eu

Ma "Il Caimano" è berlusconiano

Curiosi significati emergono dal film berlusconiano di Moretti rivisto in chiave di isolamento - berlusconiano in senso proprio, non fosse per la invincibile ironia morettiana. Finanziato obliquamente dalla Rai, che ne comprò i diritti tv senza dirlo per un milione e mezzo, nel 2006, sembra un film sovietico. Come tale fu proposto in novecento copie, praticamente tutti i cinema italiani, alla vigilia delle elezioni del 9 aprile lo stesso anno. Un’operazione politica, dunque. Di un sovietismo duro a morire in Italia – la condanna a sette anni che al Caimano è inflitta nel film è stata quella che i giudici di Milano hanno inflitto a Berlusconi per le elezioni del 2013. 
Un filmaccio. Si salva giusto perché Moretti ha indubbie qualità profetiche, con Berlusconi come col papa. Ma sembra proprio, rivedendolo, il film come Moretti malizioso lo presentava all’uscita: un film autobiografico. Dell’azienda in crisi, e della famiglia in crisi, la coppia con figli. Anche per le sbandate politiche del regista-produttore. Quella lettura appare oggi non più canzonatoria ma verosimile alla luce del ritorno di Moretti alla leggerezza con “Mia madre”: come una resurrezione, dopo il tellurismo aggressivo della “Stanza del figlio” e di questo stesso “Caimano”.
Silvio Orlando è un produttore in crisi finanziaria e matrimoniale che decide di tentare il tutto per tutto con un film contro Berlusconi. Non molti gli credono, ma alla fine ci riesce. A girare almeno il finale del film: Berlusconi condannato, l’abbandono dei politici, la gente in piazza, il palazzo di giustizia bombardato di molotov.
Non verosimile, questo Orlando, come alter ego di Moretti, che invece fa vita modesta e timorata - o è al fondo egli stesso partecipe della stessa vacuità, della pusillanime ipocrisia? Mentre è vero che la vena beffarda non abbandona Moretti neppure qui. Sottotraccia, ma è la realtà della sceneggiatura: più che i berlusconiani, di cui quasi non c’è traccia, e giusto del nome, non dei delitti, uno è portato a diffidare degli antiberlusconiani. Orlando è un personaggio infido, e così il mondo che gli gira attorno. 
Indirettamente, nel suono della parola, il titolo rimanda al caimand (mendicante) del romanzo “Novantatré “ di Victor Hugo, di nome Tellmarch - da cui il coniatore del nomignolo, il giudice antiberlusconiano Cordero, potrebbe averlo mediato. Il personaggio forse più personalizzato dei tanti che popolano i romanzi di Hugo. Uno che vive proteggendosi nelle radici di un albero, resistendo alla lotte violente tra rivoluzionari e vandeani. Anche lui, dice Hugo, “incarnazione di forze oscure”, ma indifferente alle ricchezze, e di bontà naturale. Come se Moretti pagasse un omaggio a Berlusconi.
Con una (dubbia) morale, gravemente involontaria. Berlusconi è stato sì condannato come nel “Caimano”, ma non ci sono state le bombe. Moretti cioè non capisce con chi ha a che fare, lui come una certa sinistra. Che la povera gente assetata di lavoro e di piccole retribuzioni vuole consumista, reazionaria, violenta. Una prova di violenza, da parte di chi si sente e vive speciale, tutto gourmet,  a 100 euro a coperto, ed ecologia, villa a Capalbio, palazzetto in Umbria, molti titoli di libri, e molte compagne  invece che amanti - magari non pagate, è vero.
In “Ecce bombo”, il suo primo film per le sale, Moretti attaccò Alberto Sordi direttamente perché non prendeva posizione politica. Non gliene chiese mai scusa. Ma se l’accusa è doverosa, Moretti dovrebbe rispondere di aver fatto troppa politica. L’ha usata per riempire dei vuoti, ma la politica dei troppo pieni di sé è invadente, passione cancerosa – anti-morettiana, si dovrebbe dire.   
Oppure, “Il Caimano” dopo “Il portaborse”, Moretti ha preso l’aria del filosofo della storia, del contemporanei sta – come con i “girotondi”, con Di Pietro, senza senso del ridicolo. Serioso. Mentre non fa che indossare l’abito di “la Repubblica”. Di cavalcarne, sincero?, l’astio artificioso contro ogni cambiamento. Del doppio gioco scalfariano di mantenere al potere il potere – la “Dc”: il governo, il sottogoverno, le polizie, le banche, quindi la corruzione. Anche di Moretti, come di Sofri, Deaglio et similia l’ambizione massima sarà stata di entrare nel grembo di “Repubblica” – che pure non porta bene? Ma Moretti, certo, ha più estri.
Nanni Moretti, 
Il caimano

 

martedì 26 maggio 2015

Secondi pensieri - 18

zeulig

Albero - È slancio verso l’alto. Non a freccia, o missile: nel tempo, nella complessità. Nella rettitudine. È la nudità, composta. Di endurance, costanza. Di resilience, elasticità. Di forza interiore, visibile, condivisibile, ma non esibita. Invadente a volte, ma senza iattanza. Della durezza della manovalanza, ma non arida.
Un castello amichevole, aperto, al fanciullo. Pieno di segrete, scale, torri, ma non inaccessibile – una sfida invitante, sorridente.
La regolarità della rinascita ne è la segreta forza (attrattiva).

Socrate sembra ripudiarlo, l’albero come ogni forma di vita naturale. Che diceva: “Sono uno che vuole imparare. La campagna e gli alberi non vogliono insegnarmi nulla, i miei concittadini invece sì”. Sarebbe la veduta di un inurbato recente, un entusiasmo povero. Ma è un’esclusione retorica, per valorizzare l’impegno di cittadino, e un poco antifrastica - “non vogliono”, anche perché sono muti; ma possono.  

È anche un simbolo: della volontà di vita. Dell’irriducibilità dell’essere. A suo modo “La cosa” di Howard Hawks, il film del 1951 (“La cosa da un altro mondo”), che va distrutta perché è in un film di fantascienza horror, e per di più è emofaga, è vegetale e a suo modo indistruttibile.  

Analogia -  Ciò che non evoca nulla non esiste. I nomi sono evocativi (storia, etimologia, evoluzione, senso), gli attributi ovviamente, e i verbi.
Ma è un riflesso e un rete di fondo, un liquido amniotico. Non un’azione\ragione – non direttamente.

Capitale – È il cardine dell’esistenza umana, oltre la sopravvivenza – l’accumulazione, ne è la dinamo. Altrimenti è la sopravvivenza. Accumulo di dati, di memoria, di esperienza, di insorgenze, di incidenti anche, eventi non voluti e non nell’ordine delle cose. Si vede anche nei pets rispetto alle stesse specie brade: la domesticità (agi, cibo, calore) ne cambia la vita e (molto) la natura rispetto alle stesse specie lasciate allo stato brado (caccia e procreazione). L’uomo che dovesse ogni giorno cominciare daccapo (caccia, riparo, coppia) sarebbe un animale: un vertebrato perfezionato, di durata breve).

Collera – È autopunitiva. L’impeto può essere inefficace contro l’esterno (cose, persone, eventi), ma lo è sicuramente contro il soggetto – la tranquillità d’animo, la volontà soddisfatta. È una delle non rare antinomie della personalità, un io autolesionista, masochista, ancorché involontariamente e inopinatamente. Valéry la assomiglia a “un uomo così affamato che, per placare la sua fame pazzesca, si mangerebbe le mani” – si dice infatti “mi mangiavo le mani” dalla rabbia, si dice da sopravvissuti.
Si vede nella coppia, il rapporto sociale più ravvicinato e stretto. Si rinsalda litigando per questo effetto – quando ne prende coscienza. Si divide litigando, allora interminabilmente, distruttivamente. L’autodistruzione si vede dalla frequenza degli uxoricidi. In  senso proprio più spesso opera del maschio (più massiccio fisicamente e quindi più manesco?) , ma più frequente, e opera femminile, come uxoricidio legale (riduzione in povertà, stalking, cancellazione della patria potestà).
Lo conferma per converso la coppia nel sentire germanico, anglosassoni compresi, in cu la stessa energia vene impiegata in positivo, evita do di autodistruggersi, per rivitalizzare in altro contesto e con altra persona lo tesso rapporto di fiducia e di abbandono. Nel mondo germanico anche con rapporti plurimi, in costanza di matrimonio, con le amicie amorose, legate al lavoro, agli hobbies, alle passioni culturali, naturalistiche, di viaggi, etc.

Domanda – È già una risposta. Ne implica una: non è gratuita n fortuita. Non solo nel’interrogativa negativa, o affermativa. Si fa una domanda nel quadro di una risposta, possibile e auspicata. È la ricerca di una conferma. – di un’ansia, un timore, un presentimento. Talvolta cioè per escludere la risposta: quando la drammatizzazione s’inscena se questa – la risposta attesa – arriva.

Don Giovanni – Se ne registrano quattro: il cacciatore, il collezionista, il virtuoso, e il primo, che era o si voleva un’artista. Un artigiano sensibile più che un genio: orafo di belle collane, pittore di scintillanti colori, musicista di piacevoli melodie. Manca quello caratteristico: il “cavaliere”, un po’ effeminato quindi, e per questo angosciato: un po’ timoroso, ma soprattutto nevrotico. Per una sorta di sindrome da seduzione - simpatia, attrattiva, serrvizievolezza. Che si potrebbe dire “sindrome don Giovanni”.

Essere – “Essere o non essere”, il monologo amletico, è suggestivo, e tetramente anche profondo, ma è fine a se stesso, alla sua bellezza: non scopre e non insegna nulla. Evoca molto e non dice nulla, neanche il tragico che lo sottende. È come la filosofia dell’essere e dell’esistere. Che però non è teatro, non ne ha il fascino, il potere di suggestione – una catena è anzi di sentenziosità, una corrida definitoria, la sagra degli infiniti e degli aggettivi composti, un’arrampicata sugli specchi.  

Spirito – Ignazio di Loyola lo vuole una rappresentazione. Una scenografia. La “composizione del luogo” è preliminare agli “Esercizi spirituali” del devoto: alle riflessioni, ai proponimenti conseguenti.

Sogni – Sono realisti e mai ipotetici. Lasciano tracce realistiche, quelli che ne lasciano, anche quando sono ipotetici: l’incontro familiare con una persona mai vista prima, la frequentazione di luoghi favolistici, o ambientazioni esotiche.
Sono immediati – anche perché brevi e brevissimi, pure quelli ritornanti e ossessionanti. E sempre coinvolgenti, anche se il soggetto non è inscena – sono i sogni del sognatore.

zeulig@antiit.eu

La creazione di Taormina

Una storia d’amore., per la gentildonna del titolo, che “creò” Taormina, l’accoglienza, l’architettura modesta e sontuosa, i colori e  profumi - di cui un ritratto imperituro si può trovare in abbozzo in E.M.Forster già a inizio Novecento, in uno dei racconti-ricordi d viaggio (con la mamma) che raccolse poi in “Omnibus celestiale”. E per Taormina. Anche per la massoneria, e l’esoterismo n genere, antroposofia, Rosacroce, alchimia. Con qualche ingenuità. La parola massoneria facendo derivare da massi, le pietre da costruzione, invece che da maçon e mason, francese e inglese per muratore.
Florence Trevelyan è tracciata dall’autore fin nelle omonimie, con una cantante d’operetta in Australia. Un percorso anche tortuoso, tra omonimie, pettegolezzi, indiscrezioni, superficialità, bugie – lasciandosi peraltro sfuggire l’essenziale, per quanto concerne la personalità della sua protagonista: il rapporto a due di Florence, esclusivo, possessivo, con una prima e una seconda cugina. F.T.T. è un feticcio più che una donna, seppure umano, per cui Chirico non nasconde e anzi ripetutamente dichiara la sua devozione: la storia si potrebbe dire la passione di una cosa. Del luogo, Taormina, dietro il nome del titolo. Che l’autore celebra senza dirlo, senza forse saperlo, con un’illustrazione sontuosa: le foto, benissimo stampate, occhieggiano da ogni pagina come il vero flusso narrativo.
Un’altra testimonianza della Sicilia che avrebbe potuto essere “inglese”, e poi ha distrutto (quasi) tutto: i giardini come la costituzione,  a lungo anche i vigneti e gli agrumeti. Florence Trevelyan, che ha ricreato a Taormina un pezzo d’Inghilterra, i suoi possedimenti chiamando lo “Hallington siculo”, la proprietà di famiglia in patria, ha impostato un’arte del giardinaggio che nell’isola è stata d’esempio, e malgrado tutto resiste – per questo soggetto di molte monografie, Papale, Roccuzzo, Gandolfi, fra i celebratori di Taormina.
Florence Terelyan, gentildonna inglese di poca appariscenza e scarse sostanze, si stabilì a Taormina, al termine del suo modesto Grand Tour con una “cugina”, soprattutto perché il luogo, bello e molto bello, era abbandonato e non costava nulla. Apparentata alla lontana con almeno due Trevelyan molto italianisti, George Macaulay, lo storico appassionante di Garibaldi, e lo scrittore Raleigh, il narratore della battaglia di Anzio morto qualche mese fa, aveva capacità eccezionali di giardinaggio e imprenditoria, e ne fece dono a Taormina. “Creandola” letteralmente, in quelli dei suoi aspetti attuali che restano attraenti. Vi organizzò il primo vero albergo, il Timeo. Quindi, sposata Cacciola, medico, professore di istologia a Padova, inglese fluente, appreso a Malta, bell’uomo, più volte sindaco, ne ampliò e trasformò i possedimenti, una parte dei quali è il giardino pubblico attuale.
Nel disinteresse dei ceti borghesi, avidi soprattutto di terreni edificabili, ma col volenteroso supporto dei villici – i suoi “coloni”, numerosissimi e obbedienti – F.T.T. creò la Taormina e la Castelmola della tradizione, con giardini, prospettive, specie rare, costruzioni favolistiche. Che ai suoi tempi erano agibili, ma poi che il parco di famiglia è diventato giardino pubblico sono perennemente transennate. Anche la vegetazione è trascurata. “Oggi le fiabesche costruzioni” che adornavano la villa, nota Chirico, “sono tutte pericolanti”. E “molte delle centenarie essenze arboree sono morte, altre sono gravemente malate”.
Soprattutto, Florence Trevelyan ideò l’Isola Bella, un largo scoglio desertico denominato di Santo Stefano, che ribattezzò e in breve tempo ravvivò di piante e fiori. Vigilando poi, anche per testamento, sulla sua integrità. Inutile dire che il testamento fu disatteso, l’isola fu venduta a una ricca famiglia messinese che la trasformò in un albergone privato, con piscina e altre amenità, poco curandosi della vegetazione. E poi, quando la famiglia fallì, è rimasta abbandonata.
Daniele G.C.M. Chirico, Florence T. Trevelyan, Memoranda, pp. 244 ill. € 15

lunedì 25 maggio 2015

La fuga dall'Europa tedesca

Dunque, è euroscettica perfino la Polonia, il paese che più ha beneficiato dell’Unione Europea. In aggiunta alla Repubblica Ceca. Con i paesi “latini” e “mediterranei”, come usa dire a Berlino, Francoforte e Bruxelles con una punta di disprezzo: Grecia, Italia, Francia, Spagna. E con la Gran Bretagna, come sempre sensibile agli equilibri continentali. Da destra: Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Grecia, Italia (Salvini), Gran Bretagna. E da sinistra: Grecia, Spagna, Italia (l’ubiquo Salvini), Gran Bretagna.
Ma euroscettico si dice impropriamente. In Italia per esempio, in Spagna, nella stessa Francia, perfino in Grecia. Non è disincanto o delusione, ma opposizione. All’Europa tedesca. Del rigore - degli altri. Non si vota contro l’Unione Europea. E nemmeno contro la Germania. Ma contro Schaüble che nelle foto deride Varoufakis. Contro un modo molto tedesco di vedere il mondo.
Fino al 2008 la Germania era lassista, con cinque milioni di disoccupati e le banche semifallite. Poi, con 700 miliardi della Bce per le sue banche, e la resa del sindacato alla liberalizzazione totale dei contratti di lavoro, la Germania è ripartita e il rigore è stato imposto. Vi dicono che il rigore è sempre stato la politica tedesca e della Bundesbank, non è vero, non sempre.
Il rigore non è imposto dalla sola Berlino. È imposto da Berlino con una corte di staterelli: i tre del Benelux, i tre Baltici, i due scandinavi, l’Austria, i due ex jugoslavi, la Slovacchia. Quella che si dice una solida maggioranza. Con la Bce di Draghi. Che salvò le banche tedesche appena messo piede a Francoforte. Non ha fatto il quantitative easing tre anni e mezzo fa, quando era necessario, ma ora, quando la Germania lo ha richiesto.  E minaccia la Grecia – inaudito: un presidente di banca centrale che prevede, minaccia, impone un default.
La squadra è ramificata, insomma, Ma è compatta: tutta l’area germanica. E volenterosamente gregaria: c’è una sola distinta maglia rosa, o gialla, quella di Angela Merkel, gli altri portano l’acqua.

Il mondo com'è (217)

astolfo

Disuguaglianze – Le più forti sono nei paesi comunisti. Si fanno studi, specie all’Ocse, e si diffondono allarmi sull’allargamento delle disuguaglianze per effetto della crisi. Con le variazioni di rito del coefficiente di Gini, che anche gli statistici hanno difficoltà a valutare, se non a concettualizzare. Mentre le disuguaglianze più forti si sono maturate nei paesi comunisti dacché hanno globalizzato le loro economie. La Cina in primo luogo, e il Vietnam.
Al vertice delle disuguaglianze viene sempre il Sud Africa – insieme con le monocrazie della penisola arabica, che però non si rilevano statisticamente. Ma Cina e Vietnam potrebbero avere superato le oligarchie latinoamericane, dal Messico in giù, da sempre le più sperequate – con l’eccezione, ultimamente, del Venezuela. In terza posizione per concentrazione della ricchezza vengono gli Usa  e la Russia.

Haldane – Il “principio Haldane”, che “le decisione su dove spendere i fondi per la ricerca dovrebbe essere fatta dai ricercatori piuttosto che dai politici”, o della separazione tra scienza e politica, è tanto semplice quanto disatteso. In Italia certamente: il Cnr è sempre stato un feudo governativo, e nei settant’anni della Repubblica saldamente democristiano.
Il “principio Haldane” è la raccomandazione finale del Rapporto Haldane a fine guerra nel 1918, dopo che ogni impegno nazionale, compreso quello della ricerca scientifica, era stato concentrato a scopi bellici.  Lord Haldane, scozzese, cattolico, fondatore della London School of Economics, era stato ministro delle Guerra dal 1905 al1912, e quindi Cancelliere dello Scacchiere, fino al 1915, quando lo accusarono di essere filotedesco – si era laureato  Gottinga.
La ricerca “democristiana” si è spinta fino a boicottare le candidature a Nobel di “corpi estranei”, il fisico Nicola Cabibbo (poi cooptato da Giovanni Paolo II nell’Accadema Pontificia delle Scienze), il fisico Giorgio Parisi, a suo tempo perfino Rita Levi Montalcini. L’Accademia Svedese delle Scienze sente sempre le comunità scientifiche di provenienza delle candidature.
Anche in  Francia la ricerca è politicizzata, legata alle scelte politiche del Paese, se non dei governi in carica. Così come negli Usa, dove pure larga parte dei finanziamenti alla ricerca sono privati, di corporations industriali e commerciali, ma anche di donatori senza fine di lucro.
In Germania, dove la rete è estesa e frammentata, su circa 17 mila centri, coordinati da un centinaio di istituzioni, la ricerca è disancorata dalla politica. E in Cina, dove ogn i niziativa di ogni  clore viene finanziata e sostenuta dal governo comunista.
In Germania vige nella ricerca il “principio di Harnack”. Lo storico e teologo Adolf von Harnack fu il primo presidente della Kaiser Willhem Gesellschaft – ribattezzata dopo la guerra, nel 1948, Max-Planck Institut. Il “principio di Harnack” vuole sintonizzata attorno alla personalità del ricercatore, al quale deve comunque essere assicurato il massimo di libertà.

Un altro Haldane, sir John Burdon Sandersonm,  biologo e genetista inglese, autore della “Teoria matematica della selezione naturale e artificiale”, è ricordato da Primo Levi, in “Ranocchi sulla luna e altri animali”, per la risposta famosa che dette a un ecclesiastico, alla domanda quale fosse la sua concezione di Dio: “He is inordinately fond of beetles”, “ha un entusiasmo inconsulto per gli scarabei”, traduce Levi. Che però lega la battuta alla poi abiurata fede politica di Haldane: “Si racconta che il famoso biologo inglese J.Haldane, al tempo in cui era un marxista comvinto (e cioè prima che lo scandalo di Lysenko facesse vacillare alcune sue sicurezze)…”

Heidegger – All’improvviso è buttato giù dal piedistallo. Il maestro del Novecento, e anche del Duemila, su cui tanta filosofia italiana, francese e americana si è esercitata di preferenza, e fino a ieri si esercitava profusa, è nella polvere, non c’è chi non lo insolentisca. Donatella Di Cesare lo un po’meno, essendo stata a lungo vice-presidente della Fondazione in Germania a lui intestata, ma in Germania la ripulsa sembra totale. Perfino all’interno della stessa Fondazione. Si esuma la satira che G. Grass ne fece in “Anni di cane” - romanzo per altri aspetti non considerato. Hans Magnus Enzensberger lo deride anche lui. Markus Gabriel sul “Corriere della sera” lo assoggetta a anatema.
Era ed è pratica comunista. Anche degli imperatori, e poi dei papi, si faceva l’esecrazione dopo morti. Un pratica passata agli atti dai romani come damnatio memoriae. In realtà in questi casi – papali, imperiali, comunisti – si ingiuria il morto per ingraziarsi il nuovo capo. Contro Heidegger, invece, la pratica è a suo modo tedesca: la Germania ama andare tutta in un verso, ora di qua e subito dopo di là. Ultimamente per l’euro, e contro l’euro. Ma resta sempre da decidere se il nazismo fu un errore, o ha semplicemente perso la guerra – Heidegger si esecra in quanto nazista, come se fosse un novità. Sennò, dove situare la “Grecia”, i “latini”, l’Italia, e gli slavi sempre cattivi?

Hitler - “Hitler alla radio aveva una bella voce”, Peter Handke fa ricordare alla madre in “Infelicità senza desideri”. E gli anni del nazismo, dalle annessioni alla guerra vittoriosa, una festa per tutti: “Dovunque si guardava, una gran festa”. Tutti divennero parte di un avventuroso disegno, “persino la noia dei giorni di lavoro prendeva un’aria di festa”, i taciturni, i solitari e i reietti si ritrovarono proiettati in gruppi gratificanti, “come se uno fosse dappertutto a casa sua”, si ballava, si rideva, e si facevano fotografie, una liberazione (da G.Leuzzi, “Gentile Germania”, p. 270).

Lager – Nella normalità dell’abominio – violini, cori, teatro, aiuole e davanzali fioriti – mancava questa di Primo Levi (“Lo scoiattolo”, in “L’altrui mestiere” – ora in “Ranocchi sulla luna e altri animali”): la gabbia degli scoiattoli. “Ho incontrato pochi scoiattoli nella mia vita”, premette Levi, “qualcuno nei boschi”, come tutti, o “nei parchi di Ginevra e Zurigo”. Quelli che ricorda sono altri: “Altri ne ho visti in prigionia, ma non apparivano meno vivaci né meno allegri dei loro colleghi della foresta. Erano una dozzina, rinchiusi dentro una grande gabbia”. Nella grande gabbia una più piccola, a “«gabbia di scoiatolo», cioè cilindrica, appiattita e ad asse orizzontale, senza sbarre da un lato e liberamente girevole attorno al’asse medesimo”. Insomma, curatissima. Fatta apposta per i giochi degli “animaletti”, che Levi ricorda “visibilmente compiaciuti”.

Libro – Nelle lingue neolatine è il liber, la corteccia degli alberi su cui si incisero le prima parole, poi utilizzata per la carta. Nelle lingue anglosassoni è Buch, book, bouquin, dal protogermanico bokiz, faggio, sul quale si fecero le prime iscrizioni. Anch’esso è un albero.

Uxoricidio – Nel mondo animale è un maschicidio e non un femminicidio, che anzi non ricorre mai. Primo Levi ne era affascinato, che censì più volte la pratica nelle prose ora racoclte in “Ranocchi sulla luna e altri animali”: “È noto come molti ragni femmina divorino il maschio, immediatamente dopo o addirittura durante l’atto sessuale; così del resto fanno anche le mantidi, e le api massacrano con meticolosa ferocia tutti i fuchi dell’alveare”, dopo che uno di loro ha impalmato la regina. “L’uxoricidio, tra i ragni, è pressoché normale”, tutte le strategie del ragno maschio sono indirizzate a salvarsene. Anche le “superlucciole”, aggiunge, hanno lo stesso vizio: imitano la luce delle femmine di lucciola propriamente detta , per attirare i maschi e divorarli appena si posano vicino.
Prima di quella giuridica, la cancellazione dell’uomo era dunque un fatto naturale. Ora le cronache   dicono dice che il maschio è cattivo, il maschio uomo, e uccide le femmine. Come se il cristallizzasse una frustrazione lunga millenni, da selezione naturale.

astolfo@antiit.eu

Renzi perde 4-3 - bis

Si dà un obiettivo minimo, per poi poter dire che comunque ha vinto. Così, se l’incredibile De Luca dovesse strappare la Campania, dirà: abbiamo stravinto. O se Paita perde in Liguria contro l’incredibile Toti, potrà dire: colpa delle divisioni interne.  Lo fa anche per scongiuro – per scongiurare l’assenteismo: come pressione sugli elettori Pd tentati dal non voto.
Ma per una volta Renzi ha perso la baldanza. Vincerà contro una destra asfittica, divisa, litigiosa. Potrebbe cioè vincere con pochissimi voti. E può anche perdere - in bilico, oltre la Campania e la Liguria, è anche l’Umbria, mentre nelle Marche vincerà il presidente uscente, che è vecchio Pd ma ora capeggia la destra. Vincerà magari 7-0, come prometteva, il voto è imprevedibile, e l’astensione deciderà le partite aperte. Ma Renzi sa di avere buggerato sei milioni di pensionati. E si è accorto, non da ora, che le belle donne vanno bene per i ministeri ma non per la lotta politica. E che il sinistra-destra (il vecchio trasformismo) applicato alle liste elettorali può indebolirlo – c’è molta gente di sinistra nel Pd (un conto è il voto d’opinione, un altro sono le candidature).
Renzi riparte dunque da quattro regioni, come questo blog ipotizzava una settimana fa per dire che potrebbe perdere le elezioni di domenica. Lui riprende il titolo, ma per ribaltarne il senso: sa “fare” le notizie, non è una novità. La novità è che lunedì prossimo la scena politica sarà nuovamente mutata.

Guida laica alla devozione

Non la solita guida, ai percorsi, rifugi, sentieri, posti di ristoro. Ma alle chiese, cappelle, statue, santi, devozioni che si incontrano lungo la via. Il quotidiano toscano del gruppo la Repubblica-l’Espresso si promuove in edicola con l’“itinerario dello spirito” delle Edizioni San Paolo.
La Via Francigena, “Il Tirreno”, pp. 157, ill. € 7,80

domenica 24 maggio 2015

Problemi di base - 229

spock

Berlusconi rinasce, sarà la fenice?

Berlusconi rinasce da Fazio: sarà Fazio taumaturgo?

Meglio un marocchino in casa che un tirolese all’uscio?

Meglio un marocchino, ma a che fine?

I tirolesi non amano l’Italia, l’Italia ama i tirolesi?

Perché la Francia non chiuse la frontiera il Capodanno di Monti, agli italiani in fila a Ventimiglia con la valigia piena, e la chiude adesso agli africani senza valigia?

Perché la frontiera non la chiuse Monti (questa è facile)?

Sarà l’Europa l’uno\due dei filosofi, della doppia velocità e della doppia morale?

Diceva il Budda: “Se incontri il Budda, uccidilo!” E Renzi?

spock@antiit.eu

L'Italia dell'animo sgombro

Una ricostruzione amorevole dei weilianai Canciani e Vito, che accompagnano con analisi, ricostruzioni e riferimenti le lettere ai familiari e all’amico Posternak di Simone nel corso dei due viaggi di svago, quattro mesi in tutto, che fece in Italia nel 1937 e nel 1938. Gli “anni del consenso” mussoliniano, che non la spaventano. A Milano, Firenze, Roma, i luoghi francescani, e Venezia.
“Venezia salva” sarà il suo unico esperimento teatrale, rimasto frammentario. Il dramma del giusto che salva la città dalla distruzione cui la destinano i compagni, che progettano d’impadronirsene solo a quel fine. Una dramma storico, sulla famigerata congiura spagnola del 1618, e un apologo. Venezia è anche la civica umana - “una città perfetta, che sta per essere piombata nel sogno orrendo della forza”.
Nulla di eccezionale. Ma una lettura per più aspetti grata. Nei viaggi Simone Weil coagula alcune intuizioni di cui poi farà tesoro. L’idea della forza come chiave di lettura dell’“Iliade”. La bellezza mediatrice del divino. Le radici greche della civiltà cristiana. La stessa sua meraviglia è gradevole.
Per i monumenti, ma soprattutto, a Roma, per i cori e le messe, pomeridiane e serali, in gregoriano, e per i concerti.
Gli stessi interessi e le stesse meraviglie, cinquant’anni prima, di Vernon Lee, altro animo virginale, sebbene non filosofico. Alla stessa età, più o meno. Perfino con le stesse prole – “Firenze è la mia città. Di sicuro ho vissuto una vita precedente tra i suoi uliveti”. Solo che la giovane inglese era amazzone in bicicletta. Un accostamento che non c’entra nulla, ma identico è l’animo sgombro.
Simone Weil (a cura di D.Canciani e M.A.Vito), Viaggio in Italia, Castelvecchi pp. 121  € 16,50 

Giamburrasca alla politica estera

Far celebrare la “Vittoria” a Bolzano, e in tutti i comuni della provincia tirolese. Farsi respingere mille immigrati a Mentone dalla Francia, e non sappiamo quanti dall’Austria al Brennero. Farsi sospendere Schengen (l’apertura delle frontiere) dalla Germania con la scusa del G 7 – dopo che i black block tedeschi sono stati liberi di sfogarsi a Milano per l’Expo. Ma già non avere un ministro degli Esteri (Mogherini? Gentiloni?),  nemmeno uno degli Affari Europei. E poi si sa che ai vertici europei lo stesso Renzi non sa che dire, solo le battutine – i diplomatici che lo seguono sono imbarazzatissimi, “fa il Giamburrasca”. Gli sorridono perché è pur sempre l’Italia, paese rispettabile.
Ritorna con Renzi il provincialismo che ha caratterizzato la politica estera dei governi democristiani. Non per incultura o incapacità - non soltanto: per insensibilità. Che è molto peggio. A questo provincialismo l’Italia ha dovuto molte delle sue sofferenze, dalla politica agricola comunitaria punitiva sessant’anni fa all’immigrazione oggi.