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lunedì 7 novembre 2016

Il risentimento divide gli Usa

C’è da fidarsi dell’Fbi? Angela Davis era nel 1970 “uno dei dieci criminali più ricercati dell’Fbi”. E ricercata, diceva l’avviso, “per omicidio, rapimento di persona e cospirazione, molto probabilmente
è armata” - come dire: “si può ucciderla a prima vista”. Mentre non era armata, e non aveva fatto nulla – infatti non fu condannata, benché imprigionata a lungo. Era solo un’assistente universitaria,
licenziata da Reagan, che da governatore aveva poteri sull’università di California.
Prefazionando l’“Autobiografia” alla riedizione nel 1998, a 25 anni dalla prima pubblicazione, Angela Davis la giustifica, ancora vergognosa di averla redatta ad appena 25 anni, come un quadro degli Stati Uniti negli ultimi anni 1960. E questo è a rileggerla, tanto più alla vigilia di questa elezione presidenziale: gli Stati Uniti non sono nuovi alla paranoia del complotto, non è una novità dopo l’11 settembre, o ora con Trump. Angela Davis fu incriminata e carcerata nella California di Ronald Reagan, C’è stato un Reagan nella storia degli Stati Uniti - di cui Trump è una fotocopia, anche stinta: eversore di ogni legge sociale, nemico di ogni sindacato, amico dei ricchi. Gli Stati Uniti hanno la memoria corta, che ora s’indignano del candidato repubblicano.
Questa “Autobiografia” è in realtà la cronistoria della militanza afro e comunista, a partire dal 1967, la latitanza, la prigione e il processo per terrorismo e strage, l’assoluzione. Una testimonianza di una certa America, non remota. Con pochi tocchi personali. Di famiglia nera borghese di Birmingham, in Alabama, era cresciuta nella segregazione (trasporti pubblici, caffè, cinema, ristoranti, negozi, biblioteche, scuole),  in una scuola per neri peraltro violenta, con scazzottate e coltellate, anche mortali. Ma con frequenti vacanze in California e a New York, dove un’altra America era in gestazione. A quindici anni già a New York, in una scuola integrata al Greenwich Village.
Sarà rapidamente borsista alla Brandeis University, desegregazionata, in Massachusetts, iniziata da Marcuse in lezioni private alla filosofia, laureata in francese alla Sorbona, quindi in filosofia a Francoforte, dopo aver studiato con Adorno, Horckheimer, Oskar Negt et al.. Con Adorno aveva concordato una tesi di dottorato, ma poi decise di tornare, anche perché Marcuse, licenziato dalla Brandeis per motivi politici, l’aspettava come collaboratrice all’Ucla di San Diego. Sulla via del ritorno, in una sosta a Londra, partecipa al convegno “Dialettica della liberazione”, una tre giorni che Marcuse e Stokely Carmichael agitano. Carmichael è il Black Power, Angela Davis ne è subito parte. Sarà una delle più agguerrite attiviste nere per i diritti civili, anche come membro attivo del partito Comunista Usa.
In rapporto affettivo col più giovane dei fratelli Jackson, Jonathan, sarà incriminata per favoreggiamento e fornitura di armi per l’irruzione che  Jonathan fece il 7 agosto 1970 nel tribunale di San Rafael in California dove si processava il  fratello George, capo delle Pantere Nere, con altri membri del gruppo. Jonathan aveva preso in ostaggio il giudice e alcuni membri della giuria, e l’attacco si era chiuso nel sangue: morirono Jonathan e alcuni ostaggi, tra essi il giudice Harold Haley. Una delle armi di Jonathan, una pistola, risultò intestata a Angela Davis, che fu incriminata con capi d’accusa che contemplavano la pena di morte.
Il suo caso coinvolse nel 1970-1971 il mondo intero. Militante comunista dichiarata (almeno fino al 1991: abbandonerà il partito solo allora, e solo perché il partito si era schierato per il colpo di Stato contro la perestrojka), Mosca mobilitò il suo apparato d’informazione per sostenerne il caso. Castro la ospiterà per alcun mesi a Cuba dopo la liberazione, per consentirle di scrivere questa memoria in forma di autobiografia. Nel 1978 sarà premio Lenin per la Pace. Ma il caso di Angela Davis, bella, alta, molto afro e insieme mezza bianca, alla Obama, fu di risonanza internazionale anche al di fuori della propaganda. In Italia un componente del Quartetto Cetra, allora agli ultimi bagliori, Virgilio Savona, fu uno dei suoi più attivi sostenitori. Al Quartetto Cetra si deve anche una canzone in suo onore, “Angela”, 1971. Altre ne seguiranno, un’“Angela” di Lennon e Yoko Ono, e “A Sweet Black Angel” dei Rolling Stones.
Il libro narra questa vicenda. Esemplare anche del vetero comunismo. Scritto a Cuba, ospite di Castro. Dove era stata in viaggio di formazione nel 1969, entusiasta – aveva fatto anche la zafra, per un giorno, rischiando il collasso… Il resto, il più, è burocrazia di partito, di cellula: mozioni, divisioni, scomuniche, ritrattazioni. Di un’ingenuità sconcertante, per una filologa, una filosofa, e una donna d’azione – Adorno, è notorio, subiva il fascino delle belle ragazze, e Marcuse?

Pieno anche di pregiudizi, non abbandonati nel tempo. Contro  l’omosessualità, che le carceri separate praticamente imponevano ai carcerati. O contro il femminismo: Angela si dice “fermamente contraria …. allo slogan femminista «il privato è politico»” – trent’anni dopo più permissiva, scriverà nella prefazione 1988. Un libro d’epoca. Ma si rilegge con interesse per il clima da caccia alle streghe che il movimento radicale nero incontrò negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni 1960. 
In filigrana, è un libro di risentimenti. La scia di rivalse che impedisce di normalizzare il rapporto tra le comunità, di sottilizzare, se non di cancellare, il colore della pelle in una storia pure comune, e un destino unitario. Come si vede anche in questi anni, che gli Stati Uniti sono stati governati da un presidente nero, ma le polizie sparano al nero a vista, alle spalle. I Neri e i Bianchi sono anche per Angela Davis mondi a parte. E quando qualche Bianco è dalla sua parte, lo registra come un caso, anche con apprensione. 
Angela Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum Fax, pp. 495 € 13

domenica 6 novembre 2016

Letture - 279

letterautore

Dickens – “Molto inglese” Chesterston lo trova “nella sua ricca mancanza di attinenza” – nelle “sue storie i passaggi migliori sono le interruzioni e perfino i riempitivi”.

“Elena Ferrante” – È pseudonimo di coppia l’ipotesi, fra le tante, più plausibile. Molti stereotipi riconducono a Starnone, in effetti. La “New York Review of Books”, senza citare Starnone, lo spiega con buoni argomenti: “Il quartetto napoletano è apprezzato per il modo avvincente come narra un’amicizia tra due donne, Lia e Elena. Ma il vero protagonista dei libri, come potrebbe essere in un lavoro premodernista di racconto”, in un racconto neo neorealista,“è l’ambiente stesso, riccamente evocato con un cast di personaggi di contorno che sembra in qualche modo archetipo”. I caratteristi del vecchio cinema: “C’è Pasquale, il comunista; Michele, il criminale; Nino l’imbroglione…. Molti di questi personaggi sono così unidimensionali che spesso sembra come se fossero membri di una famiglia allargata uniti da un mondo riprovevole che nessuno può abbandonare e dove nessuno può maturare individualmente”. La recensione lo dice anche: “Il quartetto napoletano somiglia più al neorealismo degli anni 1930 e 1940, la sua forza deriva da un senso prepotente di determinismo sociale, non di individuazione”.
Il “New Yorker” rinvia invece a un’autrice donna, possibilmente Anita Raja, nella vita moglie di Starnone. Analizzando “Frantumaglia”, là dove “Elena” evoca l’infanzia mal amata, il rapporto estremamente conflittuale figlia-madre, un tema molto personale, raccontato in forme originali. Una narrazione di altro spessore. Un’identità coniugata, coniugale? È possibile, ci sono molte coppie che firmano in Italia con un nome unico, pseudonimo.

Lovecraft – “Uno scrittore” di cui Biorges “è parente nello spirito”, lo dice Colin Wilson, l’allora  “giovane arrabbiato” inglese in “Order of assassins”, 1972. Rilevando che Lovecraft. “al pari di Borges”, era “oggetto di culto tra i giovani”.

Narrazione – Esige dei vincoli, la misura: “Occorre crearsi delle costrizioni, per poter inventare liberamente”, Eco riassume il lavoro di romanziere nell’Ultima della “Postille al Nome della Rosa”.

Pavese – Era a disagio nel Novecento, bellicoso e rivoltoso, tutto politica,. E cioè violenza. Un disagio che gli impedì la partecipazione alla Resistenza, anni che visse con dichiarati sentimenti  repubblichini. È il dato del cosiddetto “Taccuino segreto”, che Lorenzo Mondo ha recuperato su “La Stampa” il 7 agosto del 1990, costituito dai frammenti omessi dal diario pubblicato, “Mestiere di vivere”, che Cesare De Michelis recupera come caratterizzanti del vero Pavese domenica sul “Sole 24 Ore” recensendo “Amor Fati”, la tesi di dottorato di Francesca Belviso, che documenta l’infatuazione di Pavese per Nietzsche, quello della “Volontà di potenza”, al punto da imparare il tedesco nel 1940, a 42 anni, e poi a tradurre alcuni paragrafi della compilazione. C’era questa dimensione eroica nel timido Pavese, asmatico, riformato\renitente alle leve militari, della Resisstenza compresa. Vale per lui come per il suo “gemello” Giaime Pintor, che invece aveva anche animo di combattente. Su questo sfondo De Michelis va oltre, rilevando l’infatuazione di Pavese, già “americano”, per la cultura tedesca irrazionalista: con Nietzsche, Thomas Mann, Junger, Schmitt, Kerényi. Un’infatuazione che prende la parte più matura – ripensata - della sua opera.
De Michelis è anzi più radicale: Pavese era di un altro secolo. “Il Novecento, avanguardistico e rivoluzionario come è stato disegnato, a Pavese restò sempre estraneo e distante, fino al punto di volersene in ogni modo liberare”. Un disagio che ha cercato di mascherare in vari modi, anche con l’impegno politico, e col disimpegno, ma sempre alla ricerca di altro, “il disegno di un’altra cultura”.
È un tema che Furio Jesi aveva proposto e risolto in una nota del 1964, “Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito”, mettendolo, con  Thomas Mann e Károly Kerényi, nel quadro della religio mortis di stampo nichilista che diceva eredità del romanticismo tedesco. Sembrò allora un’analisi pretestuosa: Pavese era “americano”, non aveva interesse alla cultura tedesca. E invece sì: a partire dal 1940 fu “tutto tedesco”, si può dire, assorbito in quella cultura, anche per un effetto trascinamento della personalità volitiva di Giaime Pintor, col quale collaborava. Studiò il tedesco, lesse Nietzsche (che all’epoca era quello della “Volontà di potenza”), ne avviò la tradizione, e con lui cominciò a disprezzare i riti democratici. Fino all’antifascismo. Jesi non aveva conoscenza del “Taccuino segreto”, e tuttavia ne centra l’infatuazione, per il “superomismo” alla “Volontà di potenza” che allora leggeva contagiato. Da qui l’armiamoci e partite, ma senza vergogna. Per un’astensione generale del giudizio. Lo stesso “americanismo” di Pavese era incentrato su questo aspetto, poiché era legato a Walt Whitman, e al Melville di “Moby Dick”, di un ribollente, seppure magmatico, confuso, vitalismo.  

Sade – Al netto delle fantasie e le pratiche erotiche, è la summa della sua contemporaneità, del Settecento, Rousseau compresi. Lo si rileva per quella sorta di totalitarismo intellettuale – la “fissazione” - che il Settecento comporta. Ma più Sade lo è per il negativismo. La società è corrotta. L’umanità è desolata. L’illusione di un Dio misericordioso fa presto a essere spazzata via da un terremoto. La vita è priva di finalità. E viceversa: questa parte destruens si dice da allora sadiana.

Sherlock Holmes - Un poeta e anzi un mistico lo fa Chesterston, “Due note su Sherlock Holmes”: È “la sola creatura letteraria che sia realmente passata nella vita e nella lingua del popolo”, come John Bull o Babbo Natale. L’unico che “sia riuscito a diventare familiare insieme per il colto e e per l’incolto”.
Chesterston vuole “buona letteratura” quella di Sherlock Holmes, “alla sua maniera selvatica e frivola”, e geniale “l’idea di una grande intelligenza saggiata con le cose piccole invece che con le grandi” – “l’unico investigatore immaginario”, lo dice il padre di padre Brown, “che sia un’opera d’arte”. E il suo segreto è l’“arguzia”: “Uno può fingere di essere saggio, ma non può fingere di essere arguto”. Protagonista di racconti sconclusionati, anche sciatti, ma ricchi di spirito d’osservazione, dote duratura. La parte migliore del resto non sono le sue avventure, sempre approssimate, ma le conversazioni con Watson.
L’unica controindicazione di Chesterston è che “Conan Doyle, diffondendo l’idea che la logica pratica è impoetica, abbia potuto incoraggiare l’idea, già tropo comune, che l’immaginazione deve essere distratta. Che il poeta debba essere distratto è una concezione falsa e pericolosa. L’uomo puramente immaginativo non potrebbe mai essere distratto. Percepisce l’importanza delle cose vicine altrettanto chiaramente di quelle lontane”. È a questo punto che Chesterston lo accosta – accosta anzi Conan Doyle, spiritista in petto, ai mistici. Uno che ha “un senso quasi angoscioso della preziosità di ogni cosa”, anche minima – il dettaglio. Anche se il mistico è un non solitario: “Il perfetto mistico è sempre socialmente vigile, è sempre vestito decorosamente”.

Ma, poi, “la vera morale della popolarità delle avventure di Sherlock Holmes risiede nella grande trascuratezza artistica”. Il misticismo? Delle piccole cose: “Conan Doyle ha trionfato, meritatamente, perché ha preso la propria arte sul serio, perché ha profuso cento piccoli tocchi di reale conoscenza e di pittoresco genuino nel romanzetto giallo”.

letterautore@antiit.eu

Il paradosso della scomparsa di Gobetti

Un titolo infelice, di uno studioso atipico, per di più rimosso per motivi politici. E un capolavoro nel suo genere, di acume e piglio. I migliori scrittori russi rivisti nella loro “ortodossia”, di figli di Bisanzio più che delle steppe, Puškin, Dostoevskij, Gogol, Čechov, e incluso Trockij. Figli anche dell’Ottocento.
Con molti tagli a sorpresa. Con “Le anime morte” Gogol tratteggia un affresco dantesco, tema l’orgoglio del popolo russo, con tratti manzoniani: “Il poema” – “Le anime morte” sono un poema – ha schietti toni manzoniani”. Non  senza ragione: “Manzoniano è l’esempio di un’arte riflessa, manzoniana, cauta, sostenuta da una inestinguibile luce poetica”. Dostoevskij naturalmente non è psicoanalizzato, come usa da un secolo in qua: il suo è un antintellettualismo quasi obbligato, ma sconcertato dal volontarismo, malgrado tutto, della vita, i caratteri nazionali compresi.
Uno studio vittima anche di una lettura liberale, nel 1925, di Lenin e Trockij. Le forze che la rivoluzione bolscevica ha suscitato sono di un “liberalismo sostanziale”: “Trockij afferma, per primo, una visione liberale della storia”. Un’altra statura morale, oltre che una grande intelligenza.
Mussolini disprezzava Gobetti, “insulso oppositore”, ma chiedeva ai suoi prefetti di rendergli “la vita difficile”. Cioè di bastonarlo, più volte, perquisirgli la casa, sequestrargli le carte – e questa è la “rivoluzione fascista” che invece si è rivalutata.
Piero Gobetti, Paradosso dello spirito russo, Edizioni di Storia e Letteratura, pp. 260 € 18

sabato 5 novembre 2016

La forza annienta, anche il pacifismo

Tre testi  di Simone Weil sul tema del potere. Ma centrati sul terzo, “L’Iliade, il poema della forza”
“Non ricominciamo la guerra di Troia” è un breve scritto che prende forza dall’uscita, alla vigilia della guerra nel 1939. Verrà l’anno dopo “L’Iliade o il poema della forza”. “L’ispirazione occitana” richiama il messaggio di Cristo: riconoscere la forza, e rifiutarla: “Riconoscerla come unica sovrana di questo mondo e rifiutarla con disgusto e disprezzo”. Simone Weil è qui già alla fase ultima, del  mistiscismo disincarnato.
Ne “L’Iliade” argomenta l’inconclusività della violenza, che pure si impone: “La forza trasforma chiunque da essa venga toccato”. Non è una soluzione se non distruttiva. Omero vi rappresenta non atti di eroismo, né l’imperscrutabilità del divino, ma la Forza, che rovina chi ne usa e annienta  chi la subisce. Il poema è anche l’assenza del perdono. Non c’è magnanimità, e non c’è il perdono – non c’è nella cultura greca. Ambigua categoria che la cristianità introdurrà. Omero, come le sue divinità, guardano imparziali e impassibili le sventure, dei Troiani come degli Achei. Senza perdono, l’uomo è ridotto alla sua finitezza. Ed è questo il racconto che, in filigrana storica, fonda l’Occidente. Nel mito, ma anche, nell’attualizzazione del mito, nell’Europa che Simone Weil viveva nel 1940 – nell’Europa tout court?
Un rifiuto combattivo e combattente, che il suo pacifismo impegnato, nella Resistenza – dopo un momento di “non belligeranza” nella Francia ad amministrazione italiana - e quindi nella guerra. Al punto da morirne – senza volerlo ma come di un lasciarsi morire.
Simone Weil, Il libro del potere, Chiarelettere, pp. 93 € 9,50

Problemi di base presidenziali - 299

spock

Bono Vox “donna dell’anno”, meglio di Hillary?

“Malgrado le sue frequenti bugie, i sondaggi mostrano che gli Americani credono Trump  più onesto di Hillary Clinton” - “The New Yorker”: che gara è?

È Trump Donald, come Paperino, oppure the last Trump, l’ultima Tromba di san Paolo?

È l’Ultima Tromba quella del Giudizio, o la prima,  quella della Legge di Mosè?

Obama contro il suo Fbi: è un’elezione presidenziale, dell’imperatore del mondo, o una guerra civile?

Ma la colpa è dell’Fbi o di Hillary Clinton?

O vogliamo far vincere Putin anche in America?

Hillary è Wall Street, il lupo mannaro, Trump il nuovo, l’agnello – ma che gara è?

Trump ha contro gli ispanici, gli afro, gli asiatici, i mussulmani, e i più dei bianchi: la metà dei bianchi: per chi corre?  

Ma quante donne in America si fanno stuprare a ogni elezione?

Non bisognerà evitarle, evitare le elezioni, per risparmiarsi gli stupri?

spock@antiit.eu

Recessione - 56

La disoccupazione aumenta. Si dice per effetto del “rientro” di giovani e donne sul mercato del lavoro. Ma il tasso di occupazione era fermo da metà 2015. Inoltre, il tasso di occupazione è stato tenuto su, nel mese, da un aumento dell’1 per cento degli occupati indipendenti, 56 mila unità (commercianti, artigiani, etc., attività imprenditoriali).

Gli occupati sono il 5 per cento in meno rispetto al 2007. Fatto cento il numero degli occupati a fine 2007, lo stesso indice si ferma a 95 nel 2015.

La produttività del lavoro è diminuita ancora nel 2015, di un meno 0,3 per cento. Molto al di sotto della medie Ue, più 1,6 per cento, e della media ìeuro, più 1,1 per cento.
L’Italia è l’unico paese a produttività del lavoro in calo tra le grandi economie europee, Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna.

Il rapporto Istat sulla redditività dei fattori di produzione vede l’Italia nell’insieme sempre indietro agli altri paesi europei da venticinque anni a questa parte, con un calo medio dello 0,1 per cento ogni anno. A causa soprattutto della produttività del lavoro (valore aggiunto per ore lavorate), sempre debole rispetto agli altri fattori di produzione. Si investe poco in lavoro.

Si investe non bene alla voce capitali. Sì in macchinari, male in tecnologia, con una calo ancora più consistente nel 2015 che per il fattore lavoro: meno 1 per cento.

L’economia figura in ripresa, debole, forse l’1 per cento, forse lo 0,5, ma il reddito ristagna, e la domanda si mantiene debole. Con i prezzi ufficialmente in  declino, malgrado il rincaro delle fonti di energia. È la deflazione, una condizione in cui l’Italia versa ormai da un venticinquennio. Che purtroppo non si dice e non si affronta.


Professione antimafia

C’è la mafia a Roma? Al punto da far sciogliere il consiglio comunale per mafia – eppure è successo: Roma sciolta per mafia…
“Riflessione poca, semplificazione moltissima”, lamenta l’autore, a proposito dell’antimafia eletta a rito: “L’antimafia s’è fatta potere”. Un potere legittimo, ma anch’esso “bisognoso di controlli”. Mentre “il populismo ha cominciato a impadronirsi anche del movimento antimafia”. E questo è sbagliato: non ha cominciato, è da lì che è partito, prima che da Di Pietro & co., dai giudici opportunisti, e dagli opportunisti della politica.
Mafia Capitale può fare comodo, per condannare Buzzi e Carminati applicando il 416 bis del codice penale, l’associazione mafiosa, invece della corruzione, quale è il caso – come in tutto il terzo settore, del resto. Col connesso concorso esterno in associazione mafiosa, che permette di colpire chi si vuole. Visconti arrabbiato un po’ lo è. Molti mafiologi dice “salgariani”: “Quelli che l’ultimo mafioso l’hanno visto il secolo scorso, ma continuano a immaginare, e a descrivere le loro immaginazioni”. Poco prima ha anche censurato un libro recente del suo stesso editore – uno specializzato nel “tutto mafia”. Ma, poi, dimentica i dubbi sui reati di associazione, la cui estensione, benché voluta da un uomo integerrimo come Pio La Torre, suscitò quarant’anni fa le perplessità di giuristi altrettanto integerrimi, siciliani e non.
Molte parole sono anche sprecate per l’informazione: che eviti le incriminazioni e le condanne alle prime voci di indagine, etc. Mentre il cronista giudiziario non può che affidarsi ai giudici delle Procure, non sta a lui trovare le prove in contrario. Ma è un pamphlet coraggioso.
Visconti è professore di diritto penale, e quindi si saprà difendere. Perché l’antimafia, prima che apparato repressivo delle mafie, è una congrega e un rito. È semplicemente successo quello che Sciascia antivedeva – anche se ne faceva colpa al povero Borsellino: l’antimafia come professione,  che agevola le carriere. I mafiosi stanno a guardare, con ogni evidenza in Calabria e in mezza Campania, tra Napoli e Caserta, e probabilmente in Sicilia, dove solo lo Stato è mafioso.
Costantino Visconti, La mafia è dappertutto. Falso!, Laterza, pp. 152 € 10

giovedì 3 novembre 2016

Ombre - 340

La giudice del primo processo Stato-mafia, quello a carico di Calogero Mannino, dichiara in 500 pagine “immotivate” e “unidirezionali, e comunque indimostrate”, le accuse della Procura, “farraginosa” l’inchiesta, estorte le dichiarazioni di alcuni pentiti, “nel corso di interrogatori anche molto sofisticati”.
Non sarà stata la giudice, Marina Petruzzella, parte del complotto? Solo che allora avrà avuto una diecina d’anni, e dunque è vero che la mafia parte da lontano?

Fatica tre giorni la sentenza della giudice Petruzzella per trovare le pagine di “la Repubblica-Palermo”. Se non lo dice il giornale non esiste?

Ben quattro giudici della Procura di Palermo sono impegnati da una dozzina d’anni sullo Stato-mafia. Raccogliendo per ora solo assoluzioni. Fanno ricorso, è vero. E dunque saranno impegnati nel processo ancora una dozzina d’anni. E la mafia?

Si accanisce la Cassazione contro Caprotti, benché morto: il suo “Falce e martello” è una inchiesta  giornalistica e non opera d’autore, ha ora statuito, e quindi è diffamatorio delle Coop. Anche se dice cose note e trite.
La Cassazione gioca sulla dimostrabilità dell’assunto, essere state le Coop favorite per la grande distribuzione nelle regione ex rosse. Dove sono le carte, le intercettazioni, le testimonianze? Già, dove sono?

Ma non c’è una sola Cassazione. Altre due sezioni della Corte hanno negli stessi giorni respinto due analoghe denunce di Coop contro Esselunga per il libro di Caprotti. Mentre, essendo defunto il presunto colpevole, anche la Coop a cui la Suprema Corte ha dato ragione ha deciso di ritirare la querela. I supremi giudici non hanno altro di cui occuparsi?

Tutti piangono il terremoto, ma una buona metà dei Comuni in Calabria e Campania, tra essi Napoli e molte cittadine delle pendici del Vesuvio, non ha approntato il piano di evacuazione. I termini per la presentazione dei piani alla Protezione Civile sono scaduti proprio in questi giorni di terremoti, nella disattenzione.

Sostegno pieno alle Procure e le Polizie italiane che inquisiscono i politici, anche se sempe dello stesso partito, “persecuzione” dell’Fbi per le mail di Hillary Clinton, anche se non è una mammoletta: “la Repubblica” grida al complotto. Doppia morale, linguaggio doppio?
 
Pignatone si fa intervista da Bianconi sul “Corriere della sera” per “giustificarsi” dell’enorme  numero di richieste dia archiviazione, dopo due anni, nel processo Mafia Capitale. Sono archiviazione, dice, per lo più di reati minori, concorrenti di altri per i quali lo stesso accusato magari è stato condannato. Ma conferma gli accusati che non c’entravano sono poco meno della metà degli inquisiti.

Pignatone va oltre col fido Bianconi. Portando a esempio dell’equanimità delle Procure un suo processo di ‘ndrangheta in cui gli archiviati furono 161. Un piccolo numero? Erano più del doppipo dei perseguiti in giudizio.

Dice Pignatone ancora a Bianconi che i giudici non hanno nessuna colpa del vezzo di condannare gli accusati senza processo. Che questo è un vizio dei giornalisti. E il giornalista, cronista giudiziario tra i meglio informati dalle Procure, non obietta. Sarà Bianconi un vizioso?

Con scarsa tempestività il capo dell’Fbi incrimina Hillary Clinton alla vigilia del voto, per fatti noti e discussi da anni. Delle due l’una. O, da superpolizia, l’Fbi non è stato tempestivissima. Oppure un partito non può governare per più di due mandati. Dopo Reagan Bush, un altro repubblicano, ma fu un errore. Poi due volte Clinton, democratico, poi due volte il repubblicano Bush jr. Dopo le due volte del democratico Obama, tocca a un repubblicano, sia pure l’impresentabile Trump?

Boeri critica l’Ape, l’anticipo della pensione, che lui ha proposto e caldeggiato, e dice che costerà 44 miliardi e non 7, come dice il governo. Mentre la sua proposta avrebbe portato a un risparmio del 4 per cento del pil (oltre 100 miliardi…). Poi dice che non l’ha detto – ma l’ha detto. Ma non si dimette. Né il governo lo dimette.
Il governo dice che la proposta di Boeri avrebbe avuto un costo di oltre 20 miliardi. Inezie.

Ma, se l’Ape è rovinosa, perché Boeri l’ha proposta e caldeggiata – contro tutto il resto dell’Inps, tra l’altro?  Perché il governo si è dovuto sobbarcare a fare una legge della proposta del presidente dell’Inps, è solo questa la ratio dell’Ape, nessun altro la richiedeva e la voleva.
Boeri, buon critico e polemista, a ruota libera, perché vuole fare anche il presidente dell’Inps? Non per i soldi. Certo che no.

“I gommoni vengono dalla Cina: vanno in Turchia, poi a Malta, poi in Libia. Sappiamo chi li produce, chi li fornisce e quanto ci guadagnano”. Impotente ma non stupido, ha voluto dire l’ammiraglio Credendino alle commissioni Esteri e Difesa alla Camera, il comandante della missione europea Eunav nel Mediterraneo.
I gommoni cinesi sono letali: sottili, reggono, se reggono, un solo viaggio, dopo poche ore di mare sono da buttare. Ma sono legali.

Poco calcio e poco business

Troppo per lo spettacolo, poco per il business: il calcio in Italia non ha più belle partite, e non è nemmeno vincente, quello dei grandi club, Inter, Juventus, Milan. Si salvano Roma e Napoli, a sprazzi, i tifosi possono godersene ancora belle partite, perché hanno ancora calciatori con la voglia di giocare, tenuti svegli da un tifo inesausto. E si salvano i club medi, cittadini, con la politica della lesina: ogni anno qualche euro in più, d diritti tv e ristorni Uefa, e niente ambizioni. Ma il grande calcio non fa spettacolo e non fa soldi, non smuove interessi solidi
L’Inter è caso ormai clinico. Padroni assenteisti che ne sfruttano il marchio per piccoli affari: Thohir per i prestiti all’8 per cento e gli sfioramenti sugli acquisti\cessioni, i cinesi per gli sfioramenti e per il merchandising nel loro sterminato mercato. Il procuratore mediatore Kia Joorabchian, lavorando per Thoir e Suning, è quello che fa e disfa la campagna acquisi\cessioni dell’Inter (e gli stessi equilibri proprietari) da circa tre anni, con spese enormi e entrate minime, anche in termini di valutazione del parco calciatori. Da ultimo ha imposto De Boer, Joao Mario e Gabigol, e ora impone, per sostituire De Boer, un altro “suo” allenatore, Hiddink, o Vilas Boas, o Vitor Pereira.
La Juventus ha speso alcune centinaia di milioni, tramite mediatori multimilionari, per una squadra senz’anima. Inerte in campo e nello spogliatoio – lo spogliatoio faceva la differenza nella rinascita dopo lo scandalo: una squadra mediocre ma vincente, a forza di volontà. Un gruppo di calciatori superpagati ha messo assieme, senza disciplina se non formale, e senza orgoglio di squadra, che si occupano di coltivare la personale immagine, protetti da procuratori superpotenti. Un mondo che la società non ha la forza morale e d’immagine per governare, e nemmeno quella finanziaria dei club spagnoli e inglesi. In piccolo, avendo pochi prim’attori, gli stessi problemi ha il Milan. Che non pensa di risolverli, ma di liberarsene dando il club agli affaristi cinesi.
C’è un affarismo ricco attorno al calcio, dei principati arabi, del boiardo russo Abramovich, e dei club spagnoli. Ricco soprattutto di privilegi fiscali. E c’è quello spicciolo, molto italian style, dei cinesi, di percentuali anche minime ma in grandi numeri. I procuratori dei calciatori, protetti dalle residenze fiscali, guadagnano tanto da poter lasciare sfioramenti ovunque, a qualsiasi dirigenza, sotto copertura anonima garantita.
Un settore molto opaco, con evidenti tracce di corruzione e appropriazione indebita. Protetto fino ad ora dall’antitrust europeo e dalle polizie fiscali nazionali.  Cui l’Italia, in teoria patria della corruzione, si adatta evidentemente poco e male.

La vita non è fatta per niente

La violenza ha le sue buone ragioni: attorno a una vita solitaria, frustrata, rancorosa, lo scrittore algerino costruisce un horror gotico di rara intensità.
“Nulla di più fragile della vita: quanta vulnerabilità!”, si commisera il protagonista narratore. Ma intende: una vita rifiutata, che si rifiuta e rifiuta, non passa indenne sulla terra, ci sono conseguenze. Il risentimento è letale del frustrato negli affetti, nella creatività, sia pure soltanto affettiva.
Il bisogno di amore è “l’esperienza centrale della nostra esistenza”. Nulla di eccezionale, ma “Elena Ferrante” lo diceva in un’intervista contemporanea – “Cugina K” è del 2003.  L’amore assassino sarà il sigillo del Millennio?
Yasmina Khadra, Cugina K, Edizioni Lavoro, pp. 89 € 8

mercoledì 2 novembre 2016

Il mondo com'è (281)

astolfo

Brexit – L’anglomane Pessoa non stimava le qualità politiche degli inglesi: “I politici inglesi… sono intelligenti per i problemi secondari e di una crassa stupidità per i problemi fondamentali”, si dice in un’autointervista - come ing. Álvaro De Campos – successiva al suo futurista “Ultimatum” del 1915.
Anche Barbara Tuchman, “La marcia della follia”, condivide questo giudizio, ricostruendo e analizzando la perdita delle colonie americane.

Capitalismo – “Il capitalismo sta per diventare un’idea razzista degli Anglo-Sassoni, il loro principio di unità morale e intellettuale, sociale, etc.”. Questo antevedeva Malaparte nel 1947-48 nel diario parigino, “Journal dìun tranger à Paris”.

Ceto medio – Nasce in Milton, nella prima “Defensio pro populo anglicano”: solo il “ceto medio” può essere sostegno della virtù. Per “ceto medio” intendendo i borghesi in contrapposizione agli aristocratici. Poiché, argomentava Milton, il lusso e la miserie impediscono entrambi l’esercizio della virtù. Traduceva l’aristotelico “in medio stat virtus”, ma applicandolo alla stutturazione della società.

Democrazia – Lo scrittore Pessoa, dovendo andare al fondo delle cose da scriptwriter pubblicitario, non ne aveva buon opinione: “La maggioranza è essenzialmente spettatrice”, si dice nell’autointervista come ing. de Campos un secolo fa, attorno al 1920: “Le stesse elezioni, data la complessità e il costo della campagna elettorale, non possono essere vinte se non da partiti elettorali organizzati. L’elettore non sceglie quel che vuole; sceglie tra questo e quello che gli danno, il che è differente”.  E ancora, altra verità: “Tutto è oligarchico nella vita delle società. La democrazia è il più stupido di tutti i miti, perché  non ha neppure un carattere mitico”.

Mediterraneo –La categoria che tiene banco da un decennio nell’opinione pubblica tedesca,  popolare e qualificata, su fino al Bundestag, alla Bundesbank, alla cancelleria, è parte del razzismo di Houston Stewart Chamberlain. Della sua lunga, insistente, “definitiva” trattazione “I fondamenti del secolo XIX”. Oggi dimenticati, “I fondamenti” furono diffusissimi, seppure probabilmente non letti (illeggibili), in Germania. Allora nella temperie della “sazietà” - la “società soddisfatta” del 1871-1918, “rigorosamente regolata in senso gerarchico”, del famoso saggio di Norbert Elias nella raccolta “I tedeschi”. Che poi farà guerra all’Europa.
La trattazione fu tradotta a Vienna nel 1889. Se ne vendette un numero incalcolabile di copie. Chamberlain fu acquisito, per via di matrimonio, in Casa Wagner. Teorizza la razza “pura”, il semita e l’ariano all’origine, e stigmatizza quelle impure, di cui i mediterranei meticciati elegge a   prototipo. Roma come la  Grecia classica – benché questa annetta largamente alla Germania, per via  dei Dori (e dei cori?) Gesù fa “quasi certamente” ariano.
La deprecazione di Chamberlain si replica per opposizione alla Germania odierna, eletta a grandezza unica e incontestabile. Mentre tornano i vecchio ritornelli – quelli di H. S. Chamlerlain: la Germania non è solo quella della Grecia e di Roma, la più grande cultura europea è tedesca, la musica, la filosofia  la letteratura tedesche che sono infinitamente superiori (questo lo dicono anche i germanisti, specialità molto infatuata), la Germania è il futuro dell’Occidente e del mondo, il paese di Bach, Beethovern, Goethe, Kant, Hegel, Wagner, e anche di Mozart – e dell’innominabile Heidegger.
 
Opinione pubblica – La spesa in pubblicità televisiva nelle primarie Usa è stata di 82 milioni di dollari per Jeb Bush, 55 per Rubio, 28,4 per Sanders, 27,9 per Hilary Clinton, 10 per Trump. I due candidati vincenti sono quelli che hanno speso meno.
I due candidati vincenti sono quelli che hanno avuto più copertura televisiva. In termini di valore di mercato pubblicitario del tempo di esposizione, Trump ha capitalizzato quasi due miliardi (1.898 milioni di dollari), Hillary Clinton 746 milioni – Sanders 321, Bush 214, Rubio 204.
I due candidati vincenti sono rispettivamente quello che ha avuto minore, o avversa, copertura giornalistica, e quella più favorevole. Hillary Clinton è stata sostenuta da 84 quotidiani, con una tiratura complessiva di 14,7 milioni di copie giornaliere – Sanders 18 quotidiani, nessuno di rilievo, con un milione di tiratura complessiva. Per i repubblicani si sono schierati 82 quotidiani. La maggior parte per Krasich, 52 testate per 8,8 milioni di copie di tiratura giornaliera. A seguire Rubio con 22 testate e 4,2 milioni di copie, e Bush, con quattro testate e 1,8 milioni di copie. Trump veniva buon ultimo nelle preferenze dei giornali: quattro di piccole dimensioni, per un totale di 500 mila copie.

Roma – Fu un impero repubblicano. Per quasi tre secoli. L’impero dei Cesari ne fu l’ampliamento, ma nella decadenza, subito dopo Augusto. Pavese lo ricorda in uno degli appunti espunti dall’edizione 1950 del diario, “Il mestiere di vivere”: “Perché i giornalisti non si ricordano che Roma fu un grande impero repubblicano? Quello che chiamiamo impero (i Cesari) fu la decadenza. Si potrebbe dire (ma non si può) che noi abbiamo fatto al contrario: prima l'impero monarchico, poi quello repubblicano. Che sarebbe un programma. Bisogna non intendersi di politica, per capire la politica”.

Zona grigia – Individuata e denominata da Renzo De Felice, e studiata da Gianni Oliva, per quella parte della popolazione che dopo il 25 luglio 1943 e fino al 25 aprile 1945 rimase passiva in attesa degli eventi, senza prendere parte alla Resistenza, nè al fascismo repubblicano, è categoria desueta. Benché presenti più di un motivo d’interesse, se si  fa la tara dell’impegno politico – che peraltro, su larghe masse, è posteriore: è il disorientamento di chi non aveva voluto la guerra, ne ha subito i danni, e si occupa di sopravvivere tenendosi lontano dai fronti.
Oliva ha studiato il fenomeno “dal basso”, parte storia della mentalità e parte autotutela, della massa cioè della popolo. Cesare Pavese offre interessanti spunti invece del disorientamento intellettuale, nei brani del diario da lui espunti dalla prima edizione del “Mestiere di vivere”, e poi recuperati come “Taccuino segreto”. Apprezzamenti per M. (Mussolini, anche per “H.” e “Franco”), ancora dopo il 25 luglio, critiche alla Resistenza, improvvisata, e una singolare baldanza militaresca, per uno mai chiamato alle armi e un po’ imboscato.  
Il disorientamento di Pavese si è voluto caratteriale. Di una personalità schiva. E di uno che sentiva poco la politica, e forse non la capiva, benché confinato giovane per motivi politici. Comunista nel dopoguerra per quieto vivere, eccetera. Era comunque uno dei tanti che la guerra aveva scosso, anche nel suo torpore di topo di lettere.

astolfo@antiit.eu

L'amore è indigente, la lettura inappetente

Ci sono le monache che fumano nei chiostri, prima che nello “Young Pope” di Sorrentino. Ma niente di più. Un quindicenne sedotto dalla madre dell'amico, una figlia suicida, un docu-film su un impostore letterario alla De Man, il decostruzionista-detective, molte storie sfiziose, c’è pure un viaggio a Lerici-Portovenere, sotto la neve, con la star del cinema del momento, e niente: l’autore sembra disappetente. Il lettore corre alla fine, ma giusto per curiosità, saltando le molte pagine riempitivo, per vedere come si compongono le vicende – si compongono, ma senza catarsi.
Inutile attardarsi. La star, fragile, diafana, a letto russa. La figlia forse è un po’ pazza. Il “De Man” è evanescente. Frigidi i numerosi variati coiti – lei non ha nemmeno un nome, giusto quello del marito, Mrs. Gray. Ci sono anche false piste: la madre seduttrice è “la mia Celia” shakespeariana, che invece non è. E un finale talmente indigente che si pensa di aver capito male. Di singolare, ecco, c’è la frigidità. Come di un compito svolto di malavoglia – in obbedienza a Plinio, “nulla dies sine linea”? Il titolo originale, “Ancient Light”, era anche sincero, non traditore come in traduzione.
C’è Leopardi, con la morte prematura, “Sopra un bassorilievo antico sepolcrale”. Ci sono il Tempo e la Memoria, “coppia pignola di arredatori,  che spostano sempre i mobili, e ridisegnano e anche riassegnano le stanze”. Che altro? Banville si salva alla fine dicendo il suo narratore “agito, da forze ignote”. E il lettore?
John Banville, Un’educazione amorosa, Guanda, pp. 280 € 17.50

martedì 1 novembre 2016

Secondi pensieri - 283

zeulig


Antisemitismo – Colin Wilson, “ La filosofia degli assassini” , lo mette in rapporto con “ un appetito di bellezza frustrata”. Tanto in Hitler quanto, precedentemente, in Lovecraft. Di cui Wilson legge la corrispondenza (la “folle esecrazione fisica” degli ebrei nella metropolitana di New York, le “esecrabili orde asiatiche che trascinano le loro sozze carcasse lungo le strade per cui muovevano un tempo gli uomini bianchi”), insieme con “Il richiamo di Chtulu”  - “una serie di incubi che gli servono a mitigare l’esecrazione che la moderna civiltà occidentale gli suscita”. Analogamente in Hitler, che fu formato all’antisemitismo da Chamberlain, come molti tedeschi, ma amava Wagner e Nietzsche, l’idealizzazione del passato  germanico cioè e della Grecia classica. Contro il materialismo della “tecnica”, e lo svilimento della tradizione e bellezza nella modernità, a opera di un ebraismo che vi presiederebbe perché sradicato . “Una volta Hitler fece notare (a Hermann Rauschning) che se Goethe non lo dilettava moltissimo, doveva però ammirarlo per questo suo verso: «Da principio fu l’azione»”. Conclude Wilson: «Bramare e non agire ingenera pestilenza», disse William Blake nell’esprimere la stessa idea”. Un po’ forzato - resta che Hitler leggeva Goethe.

Capitalismo – Può essere “ascetico” anche di fatto, per esperienza storica. Molti asceti vengono da famiglie mercantili, tra essi san Francesco, i Borromeo eccetera, e nel luteranesimo. Molti imprenditori vengono da famiglie di pastori di fede, per esempio Cecil Rhodes – ma specialmente nel calvinismo.

Evoluzione – Un fatto è indubbio: è stato l’impulso evolutivo, al cambiamento (curiosità) se non al miglioramento (etica), a muovere la civiltà. Verso meccanismi comunque complessi , se non migliori.
Diversa è l’evoluzione fisico-chimica, della materia, che è piuttosto un adattamento.

Fondo della cosa – È il tao cinese, dharma indù. Indistinto quindi, e per lo più benevolente: si vede quello che si vuole vedere.

Indiscrezione – “Le indiscrezioni seguono, come ombra, ogni segreto”. Lo argomenta Pessoa, ma è il motorino d’avviamento di Kafka. Le indiscrezioni sono inconcludenti - a loro volta enigmatiche: il segreto alimenta se stesso. L’indiscrezione ne amplia l’ombra: non “libera”, non risolve, ma complica.

Luteranesimo – Non digerisce Aristotele. C’è una lunga tradizione luterana di avversione ad Aristotele. La filosofia aristotelica – la scolastica – è per lo Spener, il teologo iniziatore del pietismo, che si ispirò al puritanesimo inglese, il più grave malanno per il cristianesimo”. Ogni altra filosofia è migliore, in specie la platonica.

Opinione pubblica – È la credulità. Senz’altro: al fondo non resta niente dio più.
È su questo che gioca la stampa scandalistica. Specie in ambito anglosassone, che pure si porta culla del giornalismo obiettivo. Il film-tv della Bbc, che qualche mese fa faceva cominciare la terza Guerra Mondiale - nell’ambito dell’antislavismo di ritorno in Gran Bretagna, parte del rinnovato sentimento sciovinista - con l’invasione russa della Lettonia, suscitò lo sdegno nazionale. L’emittente vanta un sondaggio secondo cui due terzi degli intervistati erano a favore d un attacco nucleare preventivo contro la Russia – un buon venti per cento in più dei favorevoli alla Brexit, anche se non sapevano per cosa votavano.
La Bbc aveva proposto la sua produzione  come cinema-verità, “tagliato” per indurre una sindrome bellica - più sindrome più successo. Una preparazione di molti mesi. Un war game con una war room, riprese da telecamere “nascoste”, come se carpissero dei segreti, e dialoghi costruiti su frequenti e lunghe conversazioni con gente del mestiere, militari, diplomatici, politici, analisti, strateghi, repubbliche baltiche. L’illusione del vero è stata accresciuta facendo partecipare ai giochi ex ammiragli, generali, ambasciatori, conosciuti per il loro precedente ruolo. Ma il pubblica è stato al gioco.

Progresso – Si fa – si produce – nella differenza. Se tutti fossero belli-e-buoni si sarebbe nel problema di Hume e le donne tutte belle: perché alcune sì, le poche, e le altre no? Se tutte le donne fossero belle come la più bella, le troveremmo normali, di nessun interesse.
Discende dalle diseguaglianze.

Razionalità – Max Weber la propone  (“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”) come razionalizzazione dell’irrazionale. Non per coerenza interna cioè. Quindi multipla e indefinibile?
“Una cosa non è «irrazionale» in se stessa ma da un dato punto di vista razionale”.
Anche gli esempi che Weber porta – in polemica con Brentano, che questa indefinitezza gli rimproverava  - confermano che Weber era per la flessibilità: “Per l’irreligioso è «irrazionale» ogni condotta religiosa della vita, per l’edonista lo è ogni condotta ascetica, anche se, misurate secondo il loro fine ultimo, costituiscono una «razionalizzazione»”.

Scongiuro – È mediterraneo. Usa anche in Grecia. E nel mondo arabo-islamico, contro ogni evento negativo, anche solo potenziale, anche sen non di implicazione diretta, immediata, una disgrazia di cui altri siano vittime, un evento temuto. Con un formulario.
È un modo di tenersi compagnia, moltiplicando gli spiriti, anche avversi.

Tolleranza – Si ipotizza e si sviluppa contro il calvinismo e il puritanesimo anglicano. Sempre molto diffidenti contro la cultura: poesia (superstizione), feste, teatro, arte religiosa, letteratura amena , danza, canto. Oltre che contro la conversazione, ostentazione vanitosa del superfluo.  Shakespeare più volte prende a partito i puritani, per la loro intolleranza.
Lo stesso nell’etica sociale. Fuori dell’etica personale, di massima libertà, nella divisione sociale del lavoro il puritano inclina a schiavizzar il lavoratore dipendente, che deve impegnarsi sempre, eccetto qualche ora la domenica da dedicare all’ufficio sacro. E bene, a maggior gloria di Dio. Il popolo è anche teorizzato meglio povero, per restare fedele a Dio.
Nasce per questo, per essere  nato sotto questo segno protestante, il lavoro alienato in fabbrica, dove al lavoratore si richiede nient’altro che la prestazione fisica. Non un adempimento, una partecipazione, un’intelligenza. Che è durato fino al fordismo – la catena di montaggio - e oltre. Fino all’applicazione delle teorizzazioni di Abraham Maslow – ritornate via Giappone – del coinvolgimento del lavoratore nel processo produttivo.

zeulig@antiit.eu

Il Giappone è di casa

Dall’esotico all’ordinario - la sensibilità comune odierna.
È il catalogo della mostra che Milano ha organizzato a Palazzo Reale per i centocinquant’anni del primo Trattato di Amicizia e di Commercio tra il Giappone e l’Italia, 1866. Un mondo allora remoto, dell’occhio e la mente più forse che della storia, è diventato rapidamente patrimonio comune. Non per la moda Fine Secolo (Ottocento) delle “cineserie”, ma nel gusto, e nell’intelligenza delle cose. Già un secolo fa, con le prima traduzione di poesia e drammi, e in questo dopoguerra per il recupero, nelle avanguardie pittoriche e nella vita materiale (illustrazione, pubblicità, arredamento) del segno grafico. “Luoghi e volti del Giappone che hanno conquistato l’Occidente” è il sottotitolo della mostra.
Hokusai, Hiroshige, Utamaro, la Repubblica, p. 235, ill., € 14,90

lunedì 31 ottobre 2016

Problemi di base referendari - 298

spock

Perché Jack Ma è grande, e Brunetta piccolo?

Berlusconi ha organizzato tutto per far vincere Grillo a Roma, ora vuole mandarlo a Palazzo Chigi? Sarebbe giusto: dopo l’impresario il comico

Berlusconi è quello che ha fatto vincere la destra, oppure è quello che ha scardinato l’ondata gigantesca contro il compromesso storico - il potere immutabile sterile degli eunuchi, in sacrestia e cellula?

Votano i giovani “no”alla riforma che sola può aprire loro qualche prospettiva, togliendoli dal limbo della procedura interminabile: c’è voglia di sacrificio?

O, in realtà, non c’è tanto sacrificio?

Anche la novità amavano i giovani: sono questi giovani impertinenti vecchi?

Ma che ci fa Berlusconi alle donne, oltre che pagarle?

spoock@antiit.eu

È femminicidio da un secolo e mezzo, per venerazione

Cosa muove l’assassino isolato e compulsivo? Qui non si parla di mafia o killer professionali, né  di eventi accidentali, per rabbia o gesto inconsulto: no, di delitti quasi “obbligati”. Questa violenza Wilson legge come “frustrazione creativa”. Ognuno ha bisogno di esprimersi. C’è chi non ci riesce, i più, e tra questi alcuni deragliano.
Un campionario compila quindi vastissimo di assassini seriali, compulsivi. Dei tipi più vari, ma femminicidi al 99 per cento. Che si confermano un’emergenza, ma da tempo. Con più attenzione, per un paio di capitoli pieni di dettagli, a Charles Manson – probabile aborto di uno studio sul caso. La costante ripresa della vicenda detta di Jack lo Squartatore. E una presentazione estesa di Lovecraft, di cui Wilson era ammiratore – “Blake, Nietzsche e Lovecraft furono outsider solitari”
Il fatto più interessante è che, statisticamente, ci sarebbe una “progressione”, una differenziazione epocale, nel delitto: dall’assassinio per fame, o per difesa, si è passati – si era passati sessant’anni fa e ancora prima, un secolo e mezzo fa - al “bisogno sessuale”. Un “bisogno” di molteplici accezioni. Ottimista: se – poiché - c’è un “progresso”, “rimane da chiedersi quali delitti verranno a prenderne il posto”, il posto di quelli sessuali, dei femminicidi: “Se ci assiste la buon stella, nessuno. Il livello dell’autostima è infatti un livello sociale”, e quindi, crescendo l’autostima, diminuisce l’impulso ad annientare: “L’uomo ossessionato dal bisogno di autostima potrà essere uno spaccone, un prepotente, un marito impossibile,  ma la necessità di tutelare il proprio buon nome nelle relazioni sociali gli impedirà di compiere atti criminali”.
La filosofia, come si vede, non c’è. Anche la sociologia lascia a desiderare. Con finale intitolato alla “via progressista”: la psicologia motivazionale di Abraham Maslow, che avrebbe soppiantato il fordismo, o frantumazione del lavoro, la psicoanalisi di Adler, Jung, Otto Rank, Binswanger, la filosofia della scienza di Popper. Un polpettone di nuovo positivismo. Ma il libro è pieno di cose.
Di golose analisi letterarie, oltre che di narrazioni di casi celebri. Dell’impensabile della tradizione romantica anzitutto, o dell’inadeguatezza: di Rosseau, Woodsworth (“Il mondo è troppo per noi”), e della grande letteratura del Novecento: Pound. T.S.Eliot, “La terra desolata”, e poi Proust, D.H.Lawrence, Faulkner, Hemingway, Aldous Huxley, Thomas Mann, Musil, Hesse, Graham Greene – sembra non esserrci nulla in comune, e invece… Fino a Hadley Chase, “Niente orchidee per miss Blandish”, 1939. Sul marchese di Sade prossimo di Nietzsche: Nietzsche o Sade, la volontà di potenza è la stessa.  Sul “tedio” in Dostoevskij. La “vertigine della libertà” di Sartre, 1939, “L’immaginazione. Idee per una teoria delle emozioni”, o “trascendenza dell’ego”. Lo “straniero” di Camus, che si ritrova dopo il delitto. Il “gesto gratuito” di Gide, un atto di crudeltà. Miss Blandish vista da Orwell, “Raffles and Miss Blandish”: un mondo di piranha, compresa la vittima. La conversione a U di Bernard Shaw, “Back to Mehtuselah”, 1920, di fronte alla dissoluzione, della guerra e dopo: “L’avevo sempre saputo che avere una fede religiosa, per la civiltà, è questione di vita o di morte”.  Le sciocchezze di Marcuse:, “Saggio sulla liberazione”: il “sistematico uso del turpiloquio” consigliato, fino a dare del “porco” a presidenti e governatori, colpevoli dell’“innominabile delitto edipeo”, la droga per evadere dall’“io formato sistema”, e il “sabotaggio” sempre e comunque di ogni forma o norma sociale.
Il titolo originale è “Order of assassins” – Wilson è patito dei misteri, Atlantide, Aleister Crowley, Martha S., dei “poteri latenti nell’uomo”, altro suo titolo, delle invasioni stellari, e in genere dei “misteri irrisolti”, di cui ha compilato un lungo elenco. Questa “filosofia” ha fatto precedere da una  ricerca minuziosa di delitti specialmente atroci, e seriali, di cui ha compilato una sorta di enciclopedia in due volumi, “Enciclopedia del delitto”. Autore di “Outsider”, che a 24 anni, nel 1955, lo aveva imposto sulla scena letteraria, l’atto di nascita degli “angry young men” britannici, compila “La filosofia”  nel 1974 colpito dal fatto che “l’omicidio «cerebrale», l’omicidio da risentimento, è divenuto il crimine tipico del XX secolo”. Anche del XXI, evidentemente.
Il capitolo iniziale esplora l’anch’essa attualissima violenza indotta dal fanatismo tribale-religioso. Evocando gli “Assassini”, la setta ismailita di Alamut e il Vecchio della Montagna di Marco Polo, e quella indiana dei Thugs, del Vallo di Nerbussa.
Wilson, un poligrafo che si voleva filosofo, disserta se la “libido freudiana” non spieghi “il «dominio» in maniera meno convincente della volontà di potenza di Nietzsche”, col quale invece concorda: la violenza è l’espressione di un bisogno di affermazione. Anche sotto forma di sadismo, un pervertimento della volontà di potenza. Che esamina da principio nel “pensiero” pornografico e nel pensiero “magico” (Manson, Madeleine  Smith). Che trova spiegati nel primo Sartre, 1939, “L’immaginazione”. In dialettica, lui come Camus, “con James Hadley Chase, «Niente orchidee per miss Blandish»”… Disinvolto, e non.
Tra i motivi delle violenza maschile, c’è la venerazione: “Sembrerà strano, ma l’illusione che spinge certi maschi alla violenza carnale è una forma di venerazione della figura femminile”.
Colin Wilson, La filosofia degli assassini

domenica 30 ottobre 2016

Fisco, appalti, abusi (94)

La banca Ifis, dei figli di Clara Agnelli, paga ogni ano dividendi altissimi, i più elevati del listino di Borsa. Qual è il segreto del successo? “Semplice”, dice il padrone della banca, Sebastien von Fürstenberg: “Siamo specializzati in crediti deteriorati. Li acquistiamo a un certo prezzo, e li chiudiamo a un prezzo più alto”. Gli stessi crediti deteriorati per i quali il Monte dei Paschi è stato svilito dalla Banca centrale europea, e viene ceduto per centesimi ai soliti noti.

Banca Ifis recupera i crediti con azioni usuraie? “No, aspettiamo che i debitori siano in grado di pagare”.

Le “ganasce” per le auto e i pullman in sosta vietata a Roma sono “vietate” da un anno, 4 novembre 2015. Quando la sospensione del servizio fu decretata dal Tar del Lazio, che aveva annullato una gara europea indetta da Roma Capitale per l’affidamento del servizio.
Il ricorso contro la gara europea era stata presentato dalla società che aveva in gestione il servizio rimozionee “ganasce”, il consorzio Clt.

“Nei primi sei mesi dell’anno gli appalti irregolari oggetto d’indagine” della Guardia di Finanza, dice il comandante dell’arma Giorgio Toschi, “ si è quasi triplicato rispetto alo stesso periopdo dell’anno scorso”. Cioè, la Guardia di Finanza ha triplicato i controlli. Semplice.

Ma quanti appalti controlla la Finanza? Negli appalti in contestazione, continua il generale Toschi, “siamo passati da un valore di 700 milioni di euro a 2,2 miliardi”. Un centesimo del totale:: gli appalti pubblici sono al disopra di ogni sospetto.

Un litro di benzina verde costava stamani all’Ip di via Vitellia a Roma € 1,46. Il pomeriggio costava alla pompa Ip di Frascineto (Cs), sulla A 3, più agevole da rifornire che via Vitellia, € 1,76. Trenta centesimi al litro in più, 15 euro per un pieno.
C’è il libero mercato ma libero per chi? Non costava meno la. benzina altrove sull’A 3. Non c’era altra pompa che la Ip di Frascineto per un centinaio di km.

Il realismo è datato

È brillante – concitato, anche sorprendente, nel riuso dei materiali usati (i destini veristi, riciclati in neo realismo) – come lo fu a suo tempo. Ma certe ricette scadono.
Domenico Rea, Gesù, fate luce, Isbn, pp. 237 € 12