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giovedì 9 gennaio 2020

Letture - 408

letterautore


Bare – Pierre Loti si portava dietro la madre nella bara. Raymond Roussel usava scrivere dentro una bara. Nella quale ogni tanto si distendeva per prepararsi alla morte. Nella mitografia di D’Annunzio vecchio – D’Annunzio al Vittoriale – ci sono amplessi dentro una bara, nella quale la ragazza doveva fingersi morta. 
Secondo Ballard, “tombe e cimiteri calmano e prolungano la vita”.

Lotteria di Capodanno - La Rai e l’Italia entrarono in crisi a fine 1969, quando ancora era forte l’impressione per la strage d piazza Fontana, perché alla Lotteria di Capodanno, alle finali, dovevano gareggiare Massimo Ranieri e Gianni Morandi. L’uno doveva cantare “Se bruciasse la città”. L’altro “Che se ne importa”.

Lutero – Il fustigatore della corte romana era un monaco bon vivant e un versificatore A lui si deve tra gli altri il couplet in rima: “Quel che non ama il vin, le donne, il canto,\ mena da stolto il viver tutto quanto”.

Lysenko - La teoria lysenkiana del’agrobiologia o del miciunismo, che produsse negli ani 1940 e 1950 molti danni al’agricoltura sovietica e fece molti morti, fucilati o condannati ala Siberia, tra gli scienziati sovietici, fu prontamente propagandata in Italia dall’Universale Economica di Feltrinelli, uno dei pochi titoli di un editore allora all’esordio.
Ne fu proposta la divulgazione a opera di Jacob Segal (Segal, J., “Miciurin, Lysenko e il problema dell’eredità”, Universale Economica, Milano 1952) - c’erano ancora ebrei in Urss, ebrei staliniani – malgrado Stalin ne avesse denunciato, mortalmente, il “complotto”.
Il lysenkoysmo, anti-Darwin e anti-chimica, restò in vigore nell’Urss e nei partiti Comunisti europei fino alla destituzione di Krusciov, quindi fino al 1964 – anche se Krusciov da tempo aveva denunciato Stalin, dal 1956.

Mitteleuropa – Non sarà stata una prefigurazione dell’Europa oggi?
La dice ipocrita, erotica, libertina, freddurista e grottesca Cristina Battocletti leggendo una riedizione di Schnitzler, “Terra sconfinata”: “C’è tutta l’arte del Fortwursteln, l’attendismo elegante e nefasto in cui si crogiolava la Mitteleuropa prima dell’imminente tonfo.  Le apparenze erano impeccabili mentre l’impero veniva corroso dal cancro della decadenza, in cui proliferavano gli inetti sveviani e musiliani, abili a ogni tipo di conversazione, dal pettegolezzo ala confessione, sempre pronti ad andare a teatro o ad ascoltare un concerto”. Sopratutto se gratis?
Sembra l’Europa oggi anche perché Fortwursteln è – era - poco elegante: una trascuratezza piuttosto casalinga, un ciabattare.   

Mulatto – Il termine, per meticcio, è attestato nel Battaglia e nel Petit Robert nel primo Seicento. Si usavano contare, non molti anni fa, fino a ventidue o ventiquattro definizioni, corrispondenti ad altrettanti tipi di incroci etero etnici: quarterone (figlio di un-a bianco-a e di un-a mulatto-a), ottavino, eccetera. Numeri proporzionali, che indicavano la parte di “sangue bianco” che si deduceva dal calcolo degli incroci.
Alla denominazione per quarti corrispondeva anche nei gerghi, e corrisponde tuttora nei Caraibi francesi, una denominazione specifica: Cabine è chi è nato da un nero e una mulatta, sacatra il figlio del mulatto e della nera, griffe, griselle, marabù etc. usano per le varie gradazioni.
La prodigiosa voglia di accoppiarsi vince il riflesso condizionato razziale, arricchendo il vocabolario.

Nietzsche - Nietzsche, “baffuto filosofo dagli occhi ingrottati”, è Monteverdi – Monteverdi ha scritto la musica che lui avrebbe voluto saper scrivere (Savinio, “Scatola sonora”)

Oceanico – La parole magica dei media in lutto per la morte del generale terrorista iraniano è di origine dannunziana, assicura il Battaglia – con la citazione: “La folla… manda sul vento, da lontano, il suo clamore oceanico”. Iperbole, “specie nelle espressioni - particolarmente usate dalla stampa fascista”, assicura il vocabolario Treccani, “adunata o., folla o.”.   

Piazza Fontana - Il “Corriere della sera”, dopo lunga ponderazione, aveva appena aperto il giornale a un intervista con un politico socialista, Pietro Nenni, al governo ormai da qualche lustro, giusto perché il direttore era il professor Spadolini, che aveva il senso della storia, la signorina Crespi, che è la padrona, non voleva – poi passerà alla sinistra estrema, con Capanna. La storia non è remota.

Razze - A fine guerra, la guerra perduta di Hitler, un disastro, c’erano “razze inferiori” per i tedeschi interpellati da Padover. Erano, nell’ordine crescente di riprovazione: russi, polacchi, italiani, francesi, ebrei.
 
Sessantotto  Günter Grass ne faceva l’autopsia in anticipo, in “Anestesia locale”, 1969 - una storia scritta nel 1967. Le resistenze erano molteplici, e robuste.

Sherlock Holmes – Era gay? Non è stato detto ma non si saprebbe pensarlo diversamente – o allora asessuato. A parte la convivenza col dottor Watson.
La questione è risolta da Conan Doyle in apertura del racconto “Uno scandalo in Boemia” (“Le avventure di Sherlock Holmes”, 1892, la prima raccolta di racconti dopo i primi tre romanzi): “Per Sherlock Holmes essa fu sempre la donna, e ben di rado egli la nominava diversamente. Agli occhi suoi essa eclissava, dominava tutto il suo sesso. Non già che avesse provato per Irene Adler alcun sentimento d’amore”.
Il racconto dice che Irene Adler è ammirata non per la bellezza ma per l’acume, un alter ego.
Sherlock Holmes è contro l’emozione, specie sentimentale, d’amore: “Tutte le emozioni – questa particolarmente – erano estranee al suo animo freddo e compassato”, continua il suo creatore. E ancora: “Holmes era una specie di macchina di meraviglioso congegno… non saprei figurarmelo sotto le spoglie in un innamorato”. La conclusione, benché dispettosa, conferma i dubbi: “E però non esisteva per lui che una donna sola, e questa donna era la defunta Irene Adler di dubbia fama”. Non una donna in carne, non c’è feeling, giusto una sorta di dovere assolto. Quale i gay assolvevano in epoca vittoriana.
Per il resto, in tanto Sherlock Holmes non si trova mai che pratichi il sesso, in una qualsiasi forma. E questo non è normale per la narrativa vittoriana, che, come in tutti i regimi proibizionisti, ne aveva l’ossessione: è un’omissione ostentata.

Umm Khaltum – “Umm Khaltum è una delle Anthal o Exempla degli arabi. Ruffiana per piacere e grande nel peccato. Prostituta fino a trent’anni, ruffiana nelle tre decadi successive, nell’ultimo terzo della sua vita era ridotta all’immobilità. Per consolarsi, fece legare nella stanza una capretta e un caprone e si divertì a osservare le loro schermaglie amorose – Richard F. Burton, “L’Oriente islamico”, 67.
Umm Khaltum si è fatta chiamare l’ultima grande cantante egiziana, la più celebre e amata in tutto il mondo arabo, nel primo Novecento, e poi dagli anni 1960, col diffondersi delle radioline a transistor anche nei luoghi più remoti.

letterautore@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (163)

Un rimborso Enel da 173 euro sulla bolletta elettrica getta nello sgomento: quando si è pagato tanto di più? Tanto peggio se uno ha la fissa di controllare la bolletta. E chi garantisce che altri pagamenti non dovuti non siano stati intanto richiesti ed effettuati? Ma non c’è modo di saperlo, i contatori non contano.

L’obbligo di pagare 173 euro non dovuti è un’estorsione. Ma non si può denunciare. Non ai Carabinieri, ne riderebbero. Ma nemmeno alla famosa Autorità per l’Energia, che pure manteniamo a caro prezzo.
Questo mercato libero è una truffa. Garantito dalla “trasparenza”, che è solo un ombrello verbale (propagandistico) veicolato dai media. A pagamento.

Un anno, 2018, Infostrada-Wind fa mancare la linea telefonica fissa due mesi. Defalcati per il mancato servizio, su un canone mensile (Noi Unlimited + Libero Adsl Free + Canone inVista) di € 28,23, appena € 10. Inutile protestare.

Quest’anno, novembre-dicembre 2019, Infostrada-Wind ha fatto mancare l’Adsl. Grossi danni anche per questo. Ma non c’è rimborso, nemmeno pro forma – il 155 non lo sa, deve chiedere, è complicato… Senza contare i tempi d’attesa al 155.

Un Millennio di crac, statali (Argentina), industriali (Cirio, Parmalat) e bancari, questi soprattutto, a partire da Lehman Brothers, 2007, sono costati a 1,3 milioni di risparmiatori italiani perdite per 45,5 milioni, in azioni, obbligazioni e altri titoli. Lo ha calcolato il Codacons (i conteggi sono ripresi online da Camillo Cipriani sul sito firenzepost.it  il 30 dicembre, e da Federico Fubini su “L’Economia” una settimana dopo). Robetta? In Germania, li hanno evitato, Bce o non Bce, Ue o non Ue.

Salvata la NordLB in Germania, la banca Norddeutsche, un buco di 7,3 miliardi, con ben 3,6 miliardi di denaro pubblico. Che non sono “aiuto pubblico” per la commissaria alla Concorrenza di Bruxelles Vestager. La stessa che si era opposta alla ricapitalizzazione delle banche italiane in crisi attraverso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. Vestager è stata per questo confermata alla nuova  Commissione di nomina tedesca, e anzi promossa a vice-presidente. 

Quella della banca di Hannover non è una distorsione alla concorrenza, anche se il rifinanziamento è abnorme, a giudizio della Commissione Ue - la Bce tace. La ricapitalizzazione di  Etruria e le altre banchette italiane invece lo era.
Nel caso almeno di una di queste, l’abruzzese Tercas, per la quale il ricorso era stato presentato, Vestager è stata condannata dalla Corte Europea. Ma nessuna rivalsa è possibile – a carico di chi?
Per il salvataggio di NordLB Vestager è stata criticata dal “Financial Times” con asprezza, e anche dalla “Frankfurter Algemeine Zeitung”. Ma non c’è rimedio.

Pelosi impicciata

Si guarda Nancy Pelosi, ottant’anni, tirata “ai quattro pizzi”, una levigata maschera, che punta Trump col suo impeachment anche nella crisi con l’Iran, e uno non può fare a meno di vederci la vice-presidente del “presidente scomparso”, il romanzo di Bill Clinton (e Patterson). È precisa lei, la vice del presidente scomparso, che in combutta con lo Speaker (nel romanzo è maschio ) della Camera dei Rappresentanti, pendente il solito impeachment, se ne fa incoronare futura presidente – “diverrai presidente per dieci anni”. 
Questo a Nancy non può dirsi. Ma molti nel suo partito, i Democratici, pensano e dicono che si è avventurata nell’impasse dell’impeachment per questa illusione  - lo(la) Speaker è secondo in linea di successione, ma insieme con Trump cadrebbe anche il suo vice, Mike Pence. Specie dopo il tentativo, caduto nel patetico, di rubare con l’impeachment la scena a Trump nel dopo Suleimani - il giorno dopo.... 
Il romanzo - un atto di accusa violento, ripetuto per cinquecento pagine, da parte di Clinton, anche lui perseguitato dallo Speaker -  ricorda quello che dell’impeachment sosteneva il presidente Ford: “Reato da impeachment  è qualsiasi cosa lo Speaker dice che lo è”. Che in Italia risuona come il famoso Boskov, allenatore della Sampdoria, o della Roma, “rigore è quando arbitro fischia”, ma non altrettanto spiritoso: è la politica degli intrighi, mascherata da giustizia, la famigerata giustizia politica.
Finora Pelosi ha un’accusa sostenuta solo da tre (ex) funzionari degli Esteri antitrumpiani. Ora fa affidamento sulla testimonianza di John  Bolton, l’avvocato che ha lavorato per Reagan e i Bush, sempre per periodi brevi, presto allontanato, e per alcuni mesi con Trump, consulente per la National Security. Ma Bolton è un vero “Trump”: lui vorrebbe la guerra a tutti, a cominciare dall’Iran, è stato allontanato per questo.  

Brutta Italia di Pasolini

Vecchio film documentario, 1963, sugli italiani e il sesso. Non comizi ma quieti macelli dell’amore, di ogni sesso. O quanto sono st… (stupidi?) gli italiani.
L’unico trillo è Cederna e Fallaci insieme, le due dame, senza artigliate in faccia.
Pier Paolo Pasolini, Comizi d’amore

mercoledì 8 gennaio 2020

Le trombe degli ayatollah

“Fuori le truppe Usa. Ma i soldati italiani vogliamo che restino”, si fa raccontare il “Corriere della sera”, con grandi titoli, da un rappresentante sciita iracheno filo-iraniano. Pronti, e subito partono, pochi minuti dopo, dall’Iraq, i missili iraniani contro i soldati italiani.
La fede negli ayatollah resta intatta, malgrado proclamino la taquiyya, la dissimulazione. C’è bisogno di fede?

Rampini, sa che cosa è in gioco tra Iran e Iraq, e ne capisce (lo spiega nei collegamenti tv), così come sa della re-direction  della politica estera americana (idem), si arrampica sugli specchi ogni giorno sul suo giornale, “la Repubblica”, per consentire titoli sull’America avventurista e isolazionista, sul pazzo Trump eccetera. Per leggerlo bisogna pagare, ma vale la pena – per esempio oggi:

Perché “la Repubblica” – ma anche il “Corriere dela sera” e “Il Messaggero” (giusto “La Stampa” sa e dice quello che succede) – dà ragione a Suleimani, che era un capo terrorista, e agli ayatollah, che sa essere un regime clericale e vessatorio. Anzi, malgrado le finte elezioni, una dittatura. Dura: solo nel mese di dicembre ha fatto più di un centinaio di morti nelle sue città. In odio a Trump? Non basta. Perché a favore dell’islam più folle, risentito come tale dagli stessi mussulmani?

Si fanno le bucce in Italia anche nel caso dell’Iran a Trump e agli Stati Uniti in ogni piega, come una minaccia alla pace, in nome dell’Europa, mentre l’“Europa” ha la guerra alle porte dell’Italia, in Libia, e ingovernabile, e non se ne cura. Anzi, ha una guerra promossa da un generale ottantenne creato dalla Francia del liberale Macron, che vuole la Libia solo per consegnare il paese alla Francia. Sottraendolo al legame privilegiato ormai secolare, nel male e nel bene, con l’Italia. Ma di che stiamo parlando?

Il Tg 1 è perfino imbarazzante, con i suoi corrispondenti intenti a denunciare Trump e l’America, e a santificare gli ayatollah. Sono tristi, con una smorfia alla bocca, e gli occhi come iniettati di qualcosa – la cattiva coscienza, l’odio?
Si fa vedere Persepoli, per i distratti come già distrutta dagli statunitensi...

Gli ayatollah, politicanti col pelo sullo stomaco alto quanto l’Himalaya, che si fanno venire la lacrima in piazza al funerale del generale Suleimani, fanno ridere. Ma non i nostri tg. Inteneriti.
Lo sciismo prega piangendo, con le lamentazioni. Ma le lacrime erano da vedere.

Anche le folle oceaniche schierate, in una Teheran che diffida degli ayatollah in ogni angolo, fanno fremere i nostri tg. Basta poco – Mussolini li avrebbe stregati (e lui non “spostava” le masse, nelle varia piazze da ripresa).

Gli ayatollah che piangono hanno fatto almeno cento morti nel solo mese di dicembre, l’altro ieri, nelle oltre cento città insorte contro il raddoppio del gas e della benzina. Bloccando i cellulari e internet. Gente semplice, sentimentale quella delle manifestazioni, buoni credenti delusi. Confrontata dal generale Suleimani, col fuoco dei “volontari” delle sue formazioni speciali.

Il disastro Clinton, Hillary

Leggendo lo “007” presidenziale di Clinton, “Il presidente è scomparso”, viene da pensare ai danni che ha fatto Hillary Clinton nella posizione presidenziale, anche se presidente era Obama, da segretario di Stato nei lunghi anni 2009-2013. Quando ha preso sul serio le “primavere”, sancendo il predominio nel Medio Oriente e Nord Africa delle forze islamiche più avverse, l’Iran e il terrorismo. E ha concepito il disegno di disimpegnare gli Stati Uniti dalle guerre mediorientali, civili e di altro genere. Senza dichiararlo. Il sostegno alle forze islamiche radicali. E\o il disegno di abbandonare il controllo politico e militare del Medio Oriente - non propriamente abbandonare il Medio Oriente, ma non più controllarlo in prima linea.
Una politica di benign neglect americana sull’ingovernabile Medio oriente, ora che gli Stati Uniti hanno di nuovo l’autosufficienza energetica, non è inconcepibile, e anzi è solo logica. Ma nessun piano è stato per questo predisposto, o riorientamento (re-appraisal) strategico, da Obama e da Hillary Clinton. Discusso, o almeno proposto in sede Nato – che invece il Clinton presidente più di tutti aveva voluto coinvolta nella “corsa all’Est” (la cosa è certificata nelle celebrazioni del centenario della alleanza, e nel testo finale).
Si capisce anche, in un certo senso, perché l’America ha votato l’outsider Trump invece della sicura vincente Clinton . Non si capisce però perché l’America si è poi rivoltata e continua a rivoltarsi contro Trump, qualsiasi cosa dica o faccia. O si capisce. Cupio dissolvi? Stupidità? Non può essere.
Hillary Clinton è sempre stata molto quotata, e in molti la dicono la vera presidente degli anni 1990, invece del marito. Si è fatta anche molto finanziare, attraverso la fondazione di famiglia, dall’Arabia Saudita e gli altri emirati della penisola arabica – gli stessi che hanno finanziato e armato il terrorismo. Ma questo può non essere influente. Il fatto è che ha sempre compiuto errori, gravi.

Europa sola e ignara

“Ci ritiriamo, quando decideremo di farlo, prima o poi ci ritireremo, ma prima paghino la base che abbiamo costruito”. Ancora una volta Trump è stato chiaro: il Medio Oriente non interessa agli Stati Uniti, ci stiamo perché ce lo chiedono, se non ci vogliono semplicemente ce ne andiamo, ma non a un costo. Lo stesso che, con diplomazia, diceva Obama ormai da una dozzina d’anni.
Gli Stati Uniti sono tornati all’autonomia energetica, e il Medio Oriente torna per loro un punto nella carta delle strategie – in un quadro terrestre sempre meno influente in un teatro strategico cyberspaziale. Nei riguardi dell’Europa, il cui interesse per gli Stati Uniti era decaduto dopo il crollo dell’Urss, mantengono un legame culturale, e quindi politico generale, ma il Medio Oriente è appendice per lo più molesta – se non per i petrodollari sauditi e degli Emirati investiti in bond Usa.
Il Medio Oriente resta invece un fronte aperto per l’Europa, geografico e minerario: è un suo vasto confinante, turbolento, ed è necessario all’Europa per l’approvvigionamento energetico. Ma l’Europa non sa come è fatto, e non se ne occupa. Ci hanno badato finora il Pentagono e i servizi di sicurezza americani. Ma dieci anni di preavviso obamiano del disimpegno sono passati e l’Europa fa finta di niente, Berlino e Parigi come Roma – e forse peggio, dacché Parigi approfitta della confusione italiana per assoggettarsi la Libia.
Nemmeno la brutalità di Trump scuote l’Europa. Commentatori e politici argomentano su una guerra Iran-Usa, che non ci sarà, non ci può essere – gli ayatollah non sono scemi. Ma anche la “guerra” vedono cosa remota.

L’Italia del presepe, impossibile

Un film comico e didascalico. Rai 1 recupera negli interstizi della programmazione un film che ha prodotto quattro anni fa e ha poi dimenticato di promuovere – perché politicamente scorretto? Specialmente in palla visto retrospettivamente. Miniero e Petraglia (cosceneggiatore) mettono in scena l’Italia dei media – quella di cui si parla -  che è probabilmente l’Italia vera. Di paesi moribondi, dopo storie millenarie, senza scuola, medico, strade. A corto di nascite. In paese l’ultimo nato “ha fatto lo sviluppo”, obeso, e quindi non si può fare il presepe vivente, manca il bambinello. Il vescovo non può nulla (un Herlitzka impareggiabile), viene giusto a “lavare i piedi” a qualcuno. 
E perché poi il presepe, che si fa indifferentemente a Pasqua come a Natale? Ma per incoraggiare i turisti - che non verranno (e questo è il Sud, che sempre aspetta “i turisti”). Il macellaio, o droghiere, del paese, che ha la voce tonante, contro i kebabbari, o africani o negri che si voglia. Il prete pure, ma anche a favore. I “marocchini” dell’altra metà dell’isola litigiosi, tra di loro e con tutti, cristiani e mussulmani. La figlia del sindaco, ora buddista, fa un figlio col giovane marocchino indeciso a tutto, e il bimbo apparirà asiatico, col ciuffetto in testa. Una serie di gag che lasciano il segno.
Il tutto filtrato da due amici di un’altra generazione, Bisio e Gassman, che si sono divisi trent’anni i fa, e ancora ne discutono, su chi ha rubato la ragazza all’altro. Una ragazza (Finocchiaro), che si è fatta suora ma gestisce la pizzeria di famiglia in attesa dei turisti – senza contratti: Iciap, Irap, Inps, tfr, tredicesima, vacanze. In uno scenario da favola – le isole Tremiti.
Luca Miniero, Non c’è più religione

martedì 7 gennaio 2020

Prima che gli americani, via l'Iran dall'Iraq

L’Iraq vota il ritiro delle truppe americane, ma non ha fretta. Vota per il ritiro, senza scadenza e senza fretta, la metà del Parlamento di Baghdad che ha partecipato al voto, quella sciita. L’altra metà, quella sunnita, che è però largamente maggioritaria nel paese, non ha partecipato al voto. Il capo della coalizione sciita Saairun, “in marcia”, Moqtada el Sadr, che ha combattuto l’occupazione straniera già dal 2003, appena deposto Saddam Hussein, con l’“esercito del Mahdi”, si è opposto a un ultimatum. Contro le altre due formazioni sciite, il Dawa e lo Sciri.
Al momento, in Iraq, il dopo-Suleimani è un confronto all’interno del movimento sciita, tra El Sadr e i due pariti concorrenti. Creati e gestiti da iracheni che negli anni 1980, durante la guerra portata da Saddam Hussein contro l’Iran, si erano esiliati a Teheran, erano ritornati con i fondi e le paramilizie iraniane, e collaboravano con Suleimani e Muhandis nell’assedio all’ambasciata americana e in altre provocazioni. Dopo aver alimentato col terrorismo la guerra civile contro gli iracheni sunniti, le loro scuole, le loro moschee, i loro mercati.
È come Trump ha detto in uno de tanti tweet contro Suleimani: “Gli iracheni lo temevano e lo odiavano”. Suleiman e Muhandis sono stati colpiti di precisione su informativa irachena, probabilmente dello stesso Sadr.
C’è ostilità in Iraq, anche nella comunità sciita, per l’intromettenza iraniana. Che ha abusato dell’impegno anti-Is per esautorare le autorità irachene. Anche quelle sciite, ma non filo-iraniane.  Il risentimento si estende al piccolo commercio e allo sfruttamento locale degli idrocarburi, il petrolio e il gas, sempre per l’intromettenza iraniana, dei bazarì.

Secondi pensieri - 406


zeulig

Cristianesimo – Galli della Loggia, in parziale dissenso da Aldo Schiavone, “Eguaglianza”, per “la sottovalutazione del ruolo del Cristianesimo”, così lo sintetizza, sul “Corriere della sera” oggi: “Per la verità il Cristianesimo, a me sembra, fu ben altro che una singolare «teologia dell’eguaglianza» o un’ideologia politica mancata. Fu un’autentica «rivoluzione della coscienza morale» (Croce) che fin dall’inizio, tanto per dirne qualcuna, valse come mai era accaduto prima a condizionare e limitare il potere politico detentore della forza, a sovvertire per sempre il rapporto tra l’«alto» e il «basso» della società, tra uomo e donna, a legittimare la figura dei poveri e dei loro diritti: il tutto in una misura destinata a segnare per sempre le società europee nel loro intero sviluppo. Avrebbe mai potuto esserci addirittura anche l’Illuminismo, per esempio, senza il retroterra culturale cristiano?

È con l’Illuminismo, per l’appunto, che inizia il vero incontro tra la democrazia e l’eguaglianza…”
Da qualche tempo difendono il cristianesimo, la memoria del cristianesimo, non cristiani: buddisti, cinesi (confuciani?), islamici, ebrei - come già Hannah Arendt. Mentre è marginalizzato, quando non negato, in Europa, da nativi cristiani. Non tutti o non necessariamente “laici”, cioè massoni, come fu nella costituente europea di Giscard d’Estaing e Giuliano Amato, poi fallita. In tutte le sue confessioni, cattolica e protestanti. Si è imposto nell’ultimo mezzo secolo, come se il Concilio Vaticano II avesse imposto un’autocoscienza irredimibile, senza psicoterapeuta, a tutto il cristianesimo, una serie di autocritiche. Che non lo hanno redento e sembrano averlo abbattuto, nei termini che sul piano individuale si dicono di inadeguatezza e irresolvibilità.

Latino - “La questione della religio non si confonde semplicemente, se si può dire, con la questione del latino?”, argomentava Derrida nel 1999 nel seminario a Capri sulla religione, nel suo saggio “Fede e sapere”. Dopo aver rilevato che “il mondo oggi parla latino (più spesso attraverso l’anglo-americano)”.
Lo ha rilevato in fatto di religione, parola e concetto tutto latino, ma poi degli altri linguaggi fondamentali, giuridico, filosofico e anche scientifico e “ciberspaziale”, tutti legati originariamente alla religio.
Lo ha rilevato quando già l’Europa e la stessa cristianità romana ha da tempo e con costanza rinunciato all’eredità latina.

Marcuse – Si faceva parlare nel Sessantotto al modo di Marx, che è il suo opposto. Lui non si rifiutava, gli piaceva capeggiare il “movimento”, ma era nervoso.

Opinione pubblica – Si azzera e svanisce nell’era della mediantropia, dell’uomo mediatico. Che invece avrebbe dovuto essere il suo avvento, una sorta di incoronazione. Perché è mediazione – riflessione, critica, spiegazione (messa in prospettiva) – e non informazione. Approfondimento e non diffusione. Meglio: diffusione in un quadro critico.
La guerra perduta in Vietnam per la sua attualizzazione giorno per giorno è perduta all’interno prima che al fronte, per la critica e l’opposizione che solleva. Il moto emotivo che solleva Grillo - come poi Farage e Zelenskij, i comici al potere, e in larga misura Salvini – è l’effetto di un medianismo, o utilizzo dei madia, non riflesso, volutamente apodittico: semplice (semplicistico) e superficiale. Lo stesso, a un livello appena più riflesso, l’ideologia del mercato. Che vede il singolo o individuo (utente, consumatore, elettore) suddito più che mai, di attitudini, convinzioni, comportamenti, interessi che lo asserviscono invece di liberarlo, e perfino ne riducono (tagliano, comprimono, precarizzano) il tenore di vita – i livelli di reddito e l’uso del tempo. Avviluppandolo  (restringendolo) sempre più.

Preluce - L’alba, la preluce, non è un fatto di luce, di nero che traluce (barbaglia), ma di silenzio che viene crescendo, s’intensifica, per l’attesa del suono, del rumore, della vita che riprende. È ìl momento che il silenzio parla, dilaga. Si riesce a sentire. Si può compiacersene.
Si avverte in altura, ma anche in riva al mare, su un lago, in alpeggio, su un prato che il bosco oscuro delimita. attorno al laghetto (E-S): “A un certo momento, prima che il sole esca all’orizzonte, c’è un fremito. Non è l’aria che si mossa, è un qualcosa che fa fremere l’erba, che fa fremere le fronde se ci sono alberi intorno, l’aria stessa, ed è un brivido che percorre anche la tua pelle. E per conto mio è il brivido della creazione che il sole ci porta ogni mattina” - Mario Rigoni Stern (“Ritratti. Mario Rgoni Stern”, di Carlo Mazzacurati e Marco Paoloni).
Si può parare col silenzio? Si direbbe di no. Ma per immedesimazione sì: il silenzio è la lingua del mondo, pieno del suo pulsare, benché segreto. Scherza, sorride, ammiccante. Riflessivo sempre ma espansivo.  Da qui l’impressione che il nero si apra, si assottigli, si illumini.

È l’ora quando “un chiarore percorre la note”, lieve, secondo Apollonio (Rodio), in cui nacque Apollo, che non porta gioia ma inquietudine – che era bello forse, o bello si voleva, ma irrequieto - è l’“Iliade” che Omero gli dedica, subito facendolo untore di peste.

Ragione – “La ragione è sempre ragionevole” è argomento d’esordio di padre Brown. Inoppugnabile.

Rivoluzione - Gillo Pontecorvo lo sapeva, vecchio militante del Partito, che fa dire al capo rivoluzionario di “Queimada”, 1969: “È meglio sapere dove andare e non sapere come, che sapere come andare senza sapere dove”. Ribellarsi bisogna. Ma questo è solo il come.

Stelle - Per le tribù dell’Arizona la vita si è complicata per la mancanza di ordine tra le stelle. Mentre la Prima Donna  incastonava le gemme nell’oscurità della notte, e scriveva le leggi morali, il Coyote perse la pazienza e rovesciò le stelle fuori dal vaso in cui lei li teneva, spargendole nel firmamento.

Storia - “La storia è la scienza dell’infelicità degli uomini” – Raymond Queneau, “Una storia modello”.
Era il piumaggio cangiante del pavone in Scoto Eriugena. È messa in scena strana e costosa per Mario Luzi. È una fantasista tra le più gaie per l’autore delle Demi-vierges - le vergini, per il resto, rotte a tutto. Le opinioni sono divise. Maschia però per Luciano, un atleta robusto e duro come un alce. Oppure no, è adattabile e ha struttura cartilaginosa: non è, ma non si può dire che non sia. E consola ruffiana. Per alcuni è un vulcano.

Suicidio - Si suicidavano i soldati di Hitler a Roma e a Firenze dopo il 1943.

Il padre di Ottone Rosai si calò sott’acqua nell’Arno, e si legò a un albero radicato nel letto del fiume – il repertorio è anche qui interminabile. Il marchese portoghese di Paîva nel 1872, a Parigi, sparandosi un colpo in bocca al ristorante La Maison d’Or, uno dei più costosi della città, dove aveva convitato gli amici, per sfuggire l’ex moglie Thérèse, non bella insolente cortigiana
Nerone, l’imperatore cantautore, dopo aver imposto il suicidio a Seneca, suo maestro, accusandolo di cospirazione, si dovette uccidere per non cadere nelle mani dei tanti complotta tori: aveva trentun anni e aveva dominato il mondo per sedici - è difficile resistere al complotto.

zeulig@antiit.eu

Di bolla in bolla

L’economia globale va da trent’anni – gli anni della globalizzazione - lungo un trend ascendente, ma con cadute profonde, repentine, a ciclo quasi continuo. Almeno tre di grandi dimensioni. Q ella delle dot.com. Quella dei mutui subprime. Che ha trascinato la grave crisi bancaria europea. E ora quella del bigtech. Perché non c’è dubbio che le aziende che pompano il mercato volino su una gross bolla speculativa: non c’è qualità, inventiva. redditività che consenta di raddoppiare di valore ogni pochi mesi: Apple è raddoppiata nel 2019, senza nuovi prodotti, Facebook è cresciuta del 54 per cento, benché sotto vari processi per infrazione alla sicurezza, Microsoft del 60 per cento, anch’essa senza novità, né di prodotto né di sistema.
Maria Teresa Cometto si diverte su “L’Economia” a calcolare quanto valgono le Cinque Grandi del  Tech in Borsa a fine 2019 (Apple, Microsoft, Amazon, Alfphabet-Google-Youtube, Facebook): tutte insieme fanno 5 mila miliardi di dollari. Più della Germania, che ne vale solo 3.863 – o di Italia e Francia messe assieme, che assommano a 4.695 (o Canada, Brasile e Spagna, quasi 300 milioni di persone, 4.764 – o Corea del Sud, Brasile e Messico, quasi 400 milioni di persone, che che “valgono” anche meno, 4.750). Un’azione Apple vale oltre 300 dollari – almeno, si paga.
E che cosa rappresentano queste superpotenze? Internet, musica, video, vendite a domicilio. E pubblicità. Fuffa.
Non dissuade nemmeno il contenzioso, che in Borsa solitamente è letale. Facebook si confronta in ogni paese con contestazioni virtualmente letali: il fisco, e l’uso improprio dei dati personali, l’abuso degli stessi, il monopolismo, la moneta virtuale. Domina i social con Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp, ed è quindi le forche caudine della pubblicità. Ma un patrimonio di che consistenza?

L’Italia si lecca le piaghe, bancarie e non

Alitalia, Monte dei Paschi, Tiscali sono solo le punte, di una massa di fallimenti ormai senza fine. Non in senso tecnico, nessuno fallisce, ma di imprese che scompaiono dal mercato, tradizionali o innovative. Col capitale azzerato, l’Alitalia tre volte, il Monte dei Paschi due. Ricostituito, con l’assistenza di primarie banche d’affari, per essere abbattuto subito dopo. C’è di che scappare dal mercato, e il risparmio, poiché ancora l’Italia si caratterizza per un risparmio elevato, non sa dove andare – perfino il conto corrente o di deposito è a rischio.
Per il solo settore bancario Fubini elenca su “L’Economia” diciotto casi di dissesto negli ultimi dieci anni. Con danni per gli azionisti e per gli stessi correntisti. Colpa del mercato, così come viene inteso ed è stato propagandato. Ma in Italia anche delle banche. E non tanto per condotte criminose, a parte qualche caso, identificabile, nelle banche locali o piccole, quanto per l’incapacità di gestire il risparmio. Di ristrutturazione in ristrutturazione lo hanno affidato a ex cassieri o banchisti di terza fascia che ne sanno poco o niente. Se non di vendere i fondi e le assicurazioni che la banca dà incarico di vendere – il vostro portafoglio è della banca. 
Gli italiani risultano ignoranti in materia finanziaria - secondo le solite statistiche di chi non si sa ne sanno meno dei beduini degli Emirati Arabi, dei serbi, degli ucraini, dei tunisini, dei montenegrini... Di fatto, si sanno difendere - il mercato non é amichevole, è una serie di trappole. Ma tendono a fidarsi delle banche.

Le perle di Pirandello

Un taccuino di poco posteriore al “Taccuino segreto”, che Annamaria Andreoli aveva appena pubblicato. Questo parte del fondo Pirandello alla biblioteca di Harvard, che lo aveva rilevato da un libraio antiquario di New York – il lascito di Pirandello è stato disperse dagli eredi. Fausto, Stefano, Lietta e i loro figli.
Una cornucopia di spunti: di poesia, teatro, racconti, romanzi, riflessioni. Ordinata e rifinita.  Da “cacciatore di parole” (A. Andreoli) soprattutto. Modi di dire. Di cui le curatrici ritrovano “un utilizzo piuttosto metodico e sistematico” nell’opera.
La redazione datano in quattro periodi: il primo foglio attorno al 1887, seguito da un blocco databile attorno al 1897-98, poi la sezione principale, dal reperto 4 al 7, negli anni 1898 e 1901-2, infine un segmento finale di tre pagine, non databile, ma anteriore al 1916.  Segue un lavoro minuzioso di tracciamento delle annotazioni nei racconti, i romanzi e i drammi. Per un centinaio di pagine piene di fittissime. Con un inedito utile collegamento di Pirandello a Pascoli - una storiella non da buttare.
Pascoli aiuta Pirandello a pubblicare, benché debuttante sconosciuto, fresco germanista degli studi a Bonn, la sua traduzione delle “Elegie romane” di Goethe. Ma si vede dal giovane sconosciuto deprezzata, sotto pseudonimo, la quarta edizione di “Myricae”.  Mentre con Gnoli, che ha stroncato il libro di versi da lui subito proposto dopo l’avallo di Pascoli alle sue “Elegie romane”, la raccolta “Mal giocondo”, Pirandello progetterà di rilevare dieci anni dopo la “Nuova Antologia”. Investendoci i soldi, notano le curatrici, della dote non ancora ricevuta della moglie Antonietta Portolano, attesa fin dal giorno delle nozze – di Pirandello si sa tutto, scriveva di tutto ai familiari e agli amici, di ogni minimo evento quotidiano.
Un’edizione critica, sebbene in economica, che è un racconto del racconto. Uno dei tanti “cartolari, scartafacci”, nella terminologia pirandelliana. Per afferrare, si dice, “le idee del tempo - idee circolanti – quasi aria d’idee, aria per l’anima, aria che l’anima respira e di cui si nutre”. Con liste di autori soprattutto interessati alla verbalità, di verbalità inventiva. Ombretta Frau e Cristina Gragnani decifrano il taccuino, riga per riga con annotazione esplicative e riferimenti esegetici, che fanno riemergere il taccuino nell’opera, con un lavoro costante di utilizzo e riutilizzo – come se Pirandello non scrivesse sull’ispirazione del momento ma componesse le sue ricerche. Una ricostituzione delle fonti per la gioia dei filologi, come pescatrici di perle.
Luigi Pirandello, Taccuino di Harvard, Oscar, pp. CLVIII + 161 € 6,80

lunedì 6 gennaio 2020

Renatino

Aldo è professionista del poker, e per questo chiamato spesso a fare il quarto alle tavolate dei riccastri romani, un nobile editore, il direttore del “Messaggero”, anch’egli editore, e imprecisati uomini d’affari, il poker affratella – questo succedeva a Roma negli anni Settanta del Novecento. Ha cominciato presto, quando si preparavano le Olimpiadi, alla vigna del Cardinale fuori Ponte Milvio, in una bisca clandestina:
- Quelli erano delinquenti – ricorda aggrottando le ciglia, come se mettesse a fuoco sorpreso, o rimuovesse la rimozione: - Ricevevano nei saloni lussuosi al piano terra in smoking, tutti lustri. Ricevevano anche il questore, e un monsignore del Vaticano. Ma al piano di sopra, nelle sale da gioco, erano spietati. Quando giocavano tra di loro, questore compreso, no. Anzi facevano spedizioni col questore per divertirsi alla roulette, a Sanremo, a Montecarlo. – Sembra di capire che abbia fatto parte, in qualche modo, della banda, nomina sognante i casinò: - Ma quando capitava il pollo lo spennavano con calcolo. Avevano truccato anche lo chemin de fer. A un oculista di Latina proprietario di cliniche hanno preso tutto. Poi gli facevano recuperare qualcosa, a condizione che portasse un altro merlo. Il baro era il più giovane, Renatino, sembrava che le carte seguissero da sole i suoi ordini. Renatino non vinceva, naturalmente, faceva vincere gli altri del gruppo. – Da questa esperienza, dal gioco, Aldo deriva la disponibilità all’attesa, non si fa venire le ansie.
Ora è morto, Renatino. Aldo è morto da tempo: era amico di Amilcar Cabral, il fondatore e leader del Fronte di liberazione della Guinea-Bissau, e quando l’indipendenza è stata raggiunta è andato a Bissau per i festeggiamenti, ha preso una malattia tropicale che nessuno a Roma ha saputo curare, con le colonie si è perduta anche la profilassi, ed è morto. La vedova di Renatino, sotto pressione nei giornali e in tribunale, decide di mettersi dentro le sue visioni di onnipotenza. Non sapendo come presentarsi, non è neppure vera moglie, con le pubblicazioni di legge, decide di usare Vigna del Cardinale come lasciapassare. Amuleto, parola d’ordine. Non ha nulla da perdere. Era una bambina allora, abitavano l’alloggio del portiere e vedeva tutti quelli che entravano e uscivano, i vestiti bianchi, candidi, i mantelli, le scollature, le pellicce, i cappelli vistosi, le macchine grandi, lucide, silenziose, gli autisti con visiera e guanti bianchi. E funziona.

Per primo il Capo della Polizia. Poi due onorevoli, uno sottosegretario e uno ministro, alla Giustizia questo. Dei costruttori, degli editori, dei commercianti, quasi tutti peraltro falliti, non si sopravvive al gioco, non si cura, li ha cancellati per una sorta d’inavvertito automatismo, come se i soldi valessero meno del potere. Poi si reca dal Presidente del Banco. Infine dal cardinale. Che non la riceve ma la manda dal canonico. Che la colma, non in senso biblico, ma preveniente, sempre sorridente, sollecito, amorevole, obbediente, sembra che dipenda dalle sue labbra. E ha l’idea della tomba nella basilica, privilegio di principi e santi. L’unico rimpianto, l’unica mancanza che adesso sente, è anzi che il canonico non l’abbia impregnata, benché vecchio e secco, o il ministro, benché grasso, o il Capo della Polizia, con tutti i suoi denti gialli. Un desiderio urgente, una sorta di furore, la certezza che il potere l’avrebbe elettrizzata. Come un moto perpetuo, perché dopo è sempre vuoto. 


Padre Brown-Sherlock Holmes 4-0

“Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confession e  dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità”. Addirittura. Padre Brown-Sherlock Holmes 4-0, si direbbe. Cappotto. Con un anticipo, siamo nel 1930, di molta filologia ecoumbertina su induzione e deduzione.
Miglior giudice è anche Gramsci – senza dubbi - dei due autori: “Chesterston è un grand artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari”. E questo è vero, Sherlock Holmes è pieno di parole inutili, specie i romanzi. Seguono gli appunti sul romanzo popolare: perché il poliziesco ha successo, ha avuto successo immediato appena tradotto.
Due accenni di Gramsci a Sherlock Holmes e Padre Brown bastano a montare una deliziosa riflessione sui due personaggi, sul giallo, e sul cattolicesimo vs. il protestantesimo – un giallo filologico. Da un ciclo di tre incontri “Gramsci in giallo”, organizzato a Bologna nell’ottobre del 2017. Da cui sono stati estratti gli interventi di Chiara Daniele, già direttrice della Fondazione Feltrinelli, che ha curato (con Aldo Natoli) molto Gramsci. Del gesuita Jean-Louis Ska. E di Alessandro Zaccuri, lo scrittore di “Avvenire”, che parte da lontano, dall’eterna questione unde malum, perché c’è nel mondo tanta cattiveria.
Gramsci mette Sherlock Holmes a confronto con Padre Brown in uno scambio di lettere con Tania Schucht, appassionata del prete detective. E riprende l’argomento nelle note sulla letteratura popolare, al Quaderno 21, monografico. Anche Gramsci aprezza Brown, ma in quanto caricatura del poliziesco, di attrazione quindi letteraria, non “scientifica”. E in quanto presa in giro, da cattolico, del “modo di pensare meccanico dei protestanti”, scrive a Tania il 30 ottobre 1930.
A Gramsci Sherlock Holmes non piace, e ne dice ripetutamente la ragione. “In Sherlock Holmes c’è un equilibrio razionale (troppo) tra l’intelligenza e la scienza”, mentre “oggi interessa di più l’apporto individuale dell’eroe, la tecnica «psichica» in sé e quindi Poe e Chesterston sono più interessanti ecc.”.E poi la tecnica dell’indagine è fatalmente superata, le “prove” chimiche, fisiche, la metodologia.
Tutto chiaro. Con qualche perplessità. Daniele rileva in nota, alla fine del suo intervento, che “nel suo confronto Gramsci non tiene conto del fatto che, all’inizio della loro formazione, il cattolico era Conan Doyle e il protestante G.K.Chesterston”. Che da anglicano si fa cattolico, precisa Ska, al centro del suo intervento, a quarantotto anni, quindi nel 1922. Mentre Conan Doyle è nato a Edimburgo in una famiglia cattolica, da madre irlandese. I cui fratelli  - morto presto il marito alcolista, in un manicomio – si occuperanno dell’educazone di Arthur. Che fece le scuole “per sette anni nel celebre collegio dei gesuiti di Stonyhurst, nel Lancashire, poi, per un anno, in un’altra famosa istituzione gesuita, il collegio Stella Matutina di Feldkirch, in Austria, a due passi dalla frontiera con la Svizzera”. Dove lesse Poe. Fu poi, studiando medicina, che diventa agnostico, “sulla scorta delle teorie di Thomas Henry Huxley, grande sostenitore di Darwin” – finendo nello spiritismo: “In poche parole, Chesterston era certamente più anglicano di Conan Doyle”.
Si può aggiungere che il primo Padre Brown è del 1911, “La croce azzurra”, e quindi di undici anni prima del ritrovamento della fede e la conversione al cattolicesimo, con (ri)battesimo. Con una presentazione non lusinghiera: “Un prete cattolico-romano di statura bassissima, che veniva da un villaggetto dell’Essex. Quel pretucolo…” ha “un viso rotondo e inespressivo come gnocchi di Norfolk, gli occhi incolori come il mare del Nord”, etc.
Antonio Gramsci, Sherlock Holmes & Padre Brown, Marietti 1820, pp. 75 € 8

domenica 5 gennaio 2020

Ayatollah perplessi

La reazione iranana allo schiaffo americano ancora non c’è stata, ed è di ardua maturazione: perché la morte secca di Suleimani e Muhandis ha di nuovo scosso gli equilibri fra gli ayatollah. La penetrazione tutti azimut di cui Suleimani è sato l’artefice, in Libano, Iraq, Siria, Yemen, mentre il paese stringe la cinghia e non ha più valuta per armarsi, è in contestazione.
Sottostante al dibattito tra i grandi ayatollah è probabilmente anche la nozione – sempre presente a Teheran – che si possono sfidare gli Stati Uniti a parole, come Grande Satana eccetera, ma è necessario evitare il confronto diretto. Come Teheran ha sempre fatto, prima dell’assedio inscenato da Suleimani e Muhandis all’ambasciata di Baghdad. Il cui effetto, al di là della morte dei due generali, sarà il mancato ritiro delle forze statunitensi ed europee dall’Iraq – che a quel punto sarebbe stato preda delle meglio organizzate forze sciite, anche se i sunniti sono la maggioranza.

Europa smarrita, nel Medio Oriente dopo gli Usa

Il caso Suleimani - l’assedio all’ambasciata Usa e l’attacco col drone al generale - congelerà per qualche tempo il ritiro americano dal Medio Oriente, in programma nei piani strategici, militari e diplomatici, già da una decina d’ann, dalla prima presidenza Obama. Da quando cioè gli Stati Uniti  sono diventati di nuovo autonomi nelle fonti di energia, e anzi esportatori netti. Trump, che in iù occasioni questo ritiro ha reso pubblico, si è già trovato costretto a rinforzare, al contrario, la presenza Usa, e a elevarne armamento, preparazione e regole d’ingaggio: non più forze di polizia ma di guerra.
Per l’Europa, che pure protesta, o finge di protestare, per la risposta americana all’Iran, è una boccata d’ossigeno. Nessuna strategia europea per il Medio Oriente è stata infatti elaborata nel passato decennio in previsione del ritiro americano – se si esclude un assurdo “volemose bene”, che in Nord Africa e Medio Oriente è preso per stupidità o incapacità. La prima reazione agli eventi in Iraq mostra però che l’Europa continua a non valutare gli assetti strategici in evoluzione. Niente si programma o si progetta - solo la vecchia puzza al naso nei riguardi dell’America (di Trump, poi), con l’albagia di chi si ritiene più furbo degli ayatollah.

L’Italia levantina

Molto lutto si fa in Italia per l’Iran. Corrispondenti compunte di Rai e Sky celebrano con gli occhi, col tono, e perfino, niente ipocrisia, con le parole, il martirio del generale iraniano che ha fatto migliaia di morti, in massa e a tiro singolo, fuori dell’Iran e in Iran. Non dicono che il regime degli ayatollah è malvisto in Iraq e in Libano e anche in Iran. Che le manifestazioni antiamericane, di giovani per l’occasione mezzo sbarbati, con cartelli in inglese, bandiere bruciate, slogan in puro yanqui, sono provate – nel senso della prova teatrale, sono professionali. Che le folle dei siti e le tv sciite si compongono a casa dei mullah. Con il controllo uno per uno dei partecipanti, soprattutto le donne. Che le mobilitazioni sono organizzate, per distretto e per cellule.
Alle facce compunte delle inviate e corrispondenti sui tg fanno eco su “la Repubblica” e il “Corriere della sera” esperti, generalmente inglesi e americani, qualcuno dichiaratamente ex spia, che sanno poco d’Iran e di Islam, ma hanno Trump sulle palle, o mostrano di avercelo perché così bisogna, e quindi danno addosso. Anche loro all’America. Questi però con più furbizia.
Uno spaccato deprimente dell’informazione, in occasione della risposta americana alle tante provocazioni degli ayatollah. Tutti insieme riemergono il papato sudamericano, il fascismo eterno, e un filoislamismo che è solo antisemitismo latente.
L’orientalismo è morto, per sue turbe palesi, e niente ne ha preso il posto – ci resta solo il “levantinismo”, la furbizia, un po’, da palazzo Chigi in giù. Si presentano gli ayatollah come una forza democratica e antimperialista, mentre è un regime fascistoide. Anzi fascista, di manifestazioni sempre “oceaniche” – come dicono le giornaliste tv: l’alternanza a Teheran fra un governo moderato e uno estremista è decisa a tavolino, dal consiglio degli ayatollah,  non è il risultato del voto, che è ipercontrollato. Un regime che ha riportato indietro di un millennio una popolazione colta e compassionevole, e un paese moderno e anche avanzato. Che governa con le e secuzioni sommarie – nel solo mese di dicembre ha fatto un centinaio di morti - e con le mance, le sovvenzioni.  

Il giallo di Trump scritto da Clinton

Sembra scritto oggi – la killer ha perfino voglia di Andrea Bacchetti che suona il concerto per clavicembalo n. 4 (di Bach, la gelida killer solo ascolta Bach) al Teatro Olimpico di Vicenza, senza nemmeno un errore di spelling . Il presidente deve già ordinare l’attacco a due capi terroristi, che si incontrano per pochi minuti nello Yemen, con un missile da un drone. L’unica differenza è che uno dei due si protegge con i figli, sette, scudi umani – il caso Suleimani complicato con quello al Baghdadi: il capo jihadista del romanzo si chiama anche lui Suleiman. Mentre deve difendersi dallo Speaker, il presidente della Camera dei Rappresentanti, che cerca una “scorrettezza presidenziale” qualsiasi per incriminarlo. Il famoso impeachment, liquidato col disprezzo: “Il presidente Gerald Ford disse una volta che una reato impeachable è qualsiasi cosa la maggioranza della Camera dei Rappresentanti dice che lo è” - un gioco a costo zero, contro l’opportunità di entrare nella storia, “rimuovere un presidente dalla carica”. Una storia che avrebbe potuto scrivere Trump oggi ma l’ha scritta Clinton un paio di anni fa.
La “scorrettezza” è ricalcata su quella imputata a Hillary Clinton segretario di Stato nel 2012, quando l’ambasciatore americano in Libia fu ucciso a Bengasi dai jihadisti con i quali era andato a negoziare. La mattinata si è aperta con i notiziari tv “falsi, tutti”, Msnbc, Cbs, Fox, Cnn – “dove raccolgono tutta questa merda?”, riflette il presidente, e si risponde: “Devo ammettere che è sensazionale, e il sensazionale si vende meglio”. L’Arabia Saudita si viene a sapere che sarà governata da un principe ereditario di soli 35 anni, in un regime di vegliardi, nominato successore dal proprio padre, contro le abitudini e le regole della famiglia. E il sospetto è già che sia la Russia a manovrare i cyberattacchi. Mentre l’Europa è già scomparsa – “non esiste”. Nell’epoca della sorveglianza: video, telefonica, social, hacker.
Una attualità che fa rabbrividire. E anticipazioni assurde, ma chi sa? Squadre di ucraini antirussi si aggirano mercenarie per l’Europa e il Nord Africa – queste ci sono probabilmente già, in Libia, mandate da Putin, i cecchini a colpo singolo. Al soldo di un terrorismo jihadista, o di chi tira le fila del terrorismo jihadista. Che considera suo feudo “l’Europa centrale e sud-orientale” - come direbbe il segerario di Stato Pompeo oggi? Il killer è donna: bella naturalmente e giovane, e rigorosamente vegetariana, “non si uccidono gli animali” – oltre che in simbiosi con Bach dentro le cuffie. Lei stessa è una sopravvissuta delle guerre jugoslave, dei massacri serbi. Il capo jihadista Suleiman è turco. E, novità nella novità, “non è musulmano. È un estremista laico e nazionalista che vuole combattere l’influenza occidentale sul Medio Oriente e sull’Asia centrale.  Il suo Jihad non ha nulla a che fare con la religione”. È anche un cyberterrorista più che un assassino sanguinario, ma per questo più temibile. 
Nelle poche ore di un venerdì che precede la scomparsa del presidente molte cose avvengono o sono discusse alla Casa Bianca che si sono avverate per Trump, in questo romanzo pubblicato due anni fa, dopo una laboriosa gestazione, con due scalette e “molte, molte stesure”. Il meccanismo è quello del Mafia-Stato: contro la minaccia cercare anche un contatto diretto col nemico. Qui il pericolo da scongiurare è più grande: una attacco informatico che distruggerebbe la potenza militare e l’economia americane. Un attacco che si sa essere in itinere – una prova generale, in piccolo, è stata effettuata a Toronto in Canada,  uno “spauracchio” è stato fatto circolare al Pentagono  – ma non si sa quando e in che modalità. Il presidente è convinto che il terrorismo jihadista è manovrato e pagato, e decide di “vedere” di persona le poste in gioco. E parte l’azione. In poche ore, le quarantotto di un week-end prima della seduta lunedì della Camera dei Rappresentanti dove il partito avverso e, nel proprio partito, i concorrenti, non vedono l’ora di pugnalare il presidente. Proprio su contatto cercato col nemico. Su questo termine ristrettissimo Patterson costruisce un coinvolgente suspense – benché alla 007, spettacolare più che credibile.
Tutto è all’ultimissima piega della politica. Molte donne alla Casa Bianca e al potere. Donna è anche il killer professionale: bella e tutto quanto, e fredda. I media sono marci. I servizi segreti burocratici. La rappresentazione è amara del sistema politico americano, un truogolo da basso impero: “frustrazione, polarizzazione, paralisi, decisioni sbagliate, opportunità sprecate”. Da parte  di Clinton, il presidente americano del più lungo boom economic (prima di questo di Trump….), cui si deve per chiari segni il quadro politico: avvelenato contro il Congresso, un branco di intriganti, e contro i media, una mandria di sciacalli. Più amaro considerando che la vicenda personale di Clinton, del tentativo di incriminazione, viene aggiornata a venti anni dopo, quelli che stiamo vivendo, a carico di un presidente che dovrebbe incontrare per troppi motivi la sua disistima. In un mondo senza più privacy, sotto “la videosorveglianza, le intercettazioni, i social media, gli hacker” - senza più personalità, possibilità di essere se stessi.
Infine “arrivano i nostri”, come si deve – il presidente è ancora qui per raccontarcela, il racconto è in soggettiva. Ma non è più una favola, certamente non eroica.

Bill Clinton-James Patterson, Il presidente è scomparso, Longanesi, pp. 496, ril. € 22