Berlusconi non improvvisa, si sa. E qualcosa del suo nuovo Popolo della Libertà è già chiaro:
1)E’ caduta la preclusione anti-berlusconiana, che ha cementato per quindici anni la sinistra (i magistrati lo sanno già da qualche mese).
2)Il nuovo partito è la via più indolore per rompere la coalizione di centro-destra.
3)Come il Partito democratico, quello di Berlusconi si forma nella logica del proporzionale: le coalizioni preelettorali vanno dissolte.
4)Il proporzionale, per quanto con premio di maggioranza, riapre le coalizioni postelettorali.
5)Dopo le elezioni la maggioranza che farà la riforma elettorale non sarà possibile (ne fa parte Rifondazione), ma quasi: si tagliano fuori Verdi, Di Pietro, i Comunisti e gli stessi bossiani.
6)Il popolo di Berlusconi non è più a destra della Dc di Forlani.
7)Un governo dei produttori sarà possibile per l’emergenza Italia – non è il partito dei produttori di Carlo De Benedetti, il patron del gruppo L’Espresso-Repubblica ma quasi.
8)Fini protesterà molto, e anche con durezza, ma deve stare attento a non tornare al suo 7 per cento fisiologico.
9)La Lega si manifesta assorbibile, da anni è fenomeno residuale.
10)Protesteranno i vari partiti ex Dc, la ex Margherita, Casini, Mastella, il cui potere d'interdizione il governo dei produttori addomesticherebbe. Ma non più di tanto: l'intesa sulla legge elettorale era loro richiesta.
11)Senza il suo piccolo grande centro, e con Berlusconi concorrente, Casini perderebbe anche la Sicilia, di cui si fa forza.
martedì 20 novembre 2007
AZ in due, Lufthansa e Toto
È più difficile del previsto la rimonta su Alitalia per Toto e i suoi amici, Bazoli e Prodi. Rimonta su Lufthansa, che ha prospettato il progetto industriale più comprensivo, sia del comparto servizi, di cui è già socia, sia della compagnia aerea, con la sua pratica di più di un hub nazionale in Germania. Bisognerebbe sborsare molti soldi per entrambi i tronconi di Alitalia, senza nessuna capacità specifica di gestione del comparto servizi, che è più della metà degli occupati del gruppo e finora ha dato utili, contrariamente al comparto volo. Passera ha avanzato molti dubbi, e anche Bazoli tentennerebbe. L’unica carta a favore di Toto resta la pregiudiziale dell’italianità della “compagnia di bandiera”.
La proposta alternativa per uscire dall’impasse che si sta mettendo a posto è la cessione di Alitalia in due tronconi, i servizi (in sostanza la manutenzione velivoli) alla Lufthansa, e le rotte coi i velivoli a Toto: l’italianità sarebbe salva e Toto pagherebbe poco per un comparto dell’azienda che non produce che disastri. Ma resta ancora da stabilire un contatto con Lufthansa, per la quale si esplora la via politica, nella cancelleria di Angela Merkel.
La proposta alternativa per uscire dall’impasse che si sta mettendo a posto è la cessione di Alitalia in due tronconi, i servizi (in sostanza la manutenzione velivoli) alla Lufthansa, e le rotte coi i velivoli a Toto: l’italianità sarebbe salva e Toto pagherebbe poco per un comparto dell’azienda che non produce che disastri. Ma resta ancora da stabilire un contatto con Lufthansa, per la quale si esplora la via politica, nella cancelleria di Angela Merkel.
La malinconia dell'editore Caproni
Che si deve fare per vivere. Nell’immaginario degli scrittori, e magari dei lettori, che sono malgrado tutto milioni, quello dell’editore è nobile mestiere, si sarebbe detto quando c’era la nobiltà: possiede l’arte della grafica, fiuta i libri buoni, e cerimonioso li sa vendere. Nella realtà è invece un mestiere aziendale, frammentato in minute incombenze, e più di ogni altro soggetto a insoddisfazione –perché più alte erano le attese. L’editore è sono un redattore, un impiegato d’azienda. Accanto al quale resiste, seppure marginale, il consulente: lo specialista di quel ramo d’azienda. Come la comunità scientifica, anche quella editoriale ha un apparto di referees, tre in genere per ogni testo, gente del mestiere qualificata che esprime un giudizio di pubblicabilità. E tuttavia mai ha, come uno s’aspetterebbe, la gioia della scoperta del talento.
Vite grigie, seppellite solitamente dai manoscritti, che nessuno legge, questa è del resto la vulgata del personaggio redattore. Che l’onesto Caproni, lettore sicuramente speciale, manifesta anch’egli in questi schede di lettura redatte quarant’anni fa per la Rizzoli. Morselli è, anche per lui, impubblicabile – e pazienza, il testo in lettura non è quello che si dice un capolavoro. Ma un ottimo Maurensig, il più interessante, a parte Sgorlon, di queste 54 schede, è “non interamente privo d’interesse” – la triplice negazione con la quale i tribunali italiano sogliono accertare la verità, che non si capisce mai cosa voglia dire. Così si scoprivano i “nuovi narratori”, o i “narratori italiani”. Morselli, anzi, è approvato, ma infine scartato perché “meridionale” – meridionale è il narrante: “L’autore non manca di un certo suo humour – rivolto spesso anche contro se stesso, contro la sua natura di meridionale, p.e.”. Il capolavoro di questi anni di scouting è Nello Saito, “
Vite grigie, seppellite solitamente dai manoscritti, che nessuno legge, questa è del resto la vulgata del personaggio redattore. Che l’onesto Caproni, lettore sicuramente speciale, manifesta anch’egli in questi schede di lettura redatte quarant’anni fa per la Rizzoli. Morselli è, anche per lui, impubblicabile – e pazienza, il testo in lettura non è quello che si dice un capolavoro. Ma un ottimo Maurensig, il più interessante, a parte Sgorlon, di queste 54 schede, è “non interamente privo d’interesse” – la triplice negazione con la quale i tribunali italiano sogliono accertare la verità, che non si capisce mai cosa voglia dire. Così si scoprivano i “nuovi narratori”, o i “narratori italiani”. Morselli, anzi, è approvato, ma infine scartato perché “meridionale” – meridionale è il narrante: “L’autore non manca di un certo suo humour – rivolto spesso anche contro se stesso, contro la sua natura di meridionale, p.e.”. Il capolavoro di questi anni di scouting è Nello Saito, “
lunedì 19 novembre 2007
Ecco l'Algebris degli amici
A uno a uno i soci, più o meno surrettizi, di Algebris si sono fatti nominare. E ora, come si sapeva, nel censimento che Marigia Mangano ne ha fatto sul “Sole” domenica, sono più o meno tutti quelli che contano, a Milano e a Trieste: Unicredit, Intesa, Mps, Banca Esperia (Mediobanca, Berlusconi, Doris, Preda), il Santander, socio spagnolo di Mediobanca e Generali. La giornalista conferma anche che la questione della governance a Trieste verrà risolta per i buoni uffici di Geronzi, cioè lo conferma presidente in pectore. Non può dire qual è la funzione e lo scopo di Algebris: quel misto di affari (in Borsa, con l'insider) e di potere che fa il mercato milanese: non c’è alcuna rivoluzione in campo, c’è solo da sostituire Bernheim.
Khadra e le sirene di Khomeini
L’imperialismo occidentale è agli occhi dell’islam soprattutto dinformazione, “diabolizzazione dei musulmani” (p.260). Questo è “proprio arabo”, direbbe un occidentale dell’informazione avvertito: è cioè reazione istintiva, incapacità di analisi. La caduta arriva alla fine, ma è attesa lungo tutte le trecento pagine. Yasmina Khadra, l’ex colonnello algerino Mohammed Moulessehoul, unisce solitamente suspense, scrittura (c’è tutta Beirut, città non semplice, nelle prima cinque righe di queste “Sirene”) e un’ambientazione durevole. Pur lavorando sull’attualità. Sa cioè cosa sta succedendo. A Bagdad sembra essersi smarrito: della trilogia mediorientale, “Le rondini di Kabul”, con racconti-nel-racconto terrificanti, e il riuscitissimo “L’attentato”, sulla Palestina, “Le sirene di Bagdad” vira all’apologo, di trama inconsistente e caratteri solo a tratti sbalzati, salvandosi nell’anti-bushismo. Di maniera. Di maniera francese, cioè superficiale, mentre il bushismo ha argomenti solidi e andrebbe altrimenti contestato.
Detto della lettura, vale la pena d’intrattenersi con l’autore, che ha doppia cultura e non la rinnega, occidentale e islamica, sugli argomenti. Che poi è uno solo: che ce ne facciamo di questo Occidente? Ecco, l’argomento è mal posto, l’Occidente sembra sulla difensiva ma non lo è, compresi i geremianti europei.
A p. 286: “L’Occidente è fuori strada. L’Occidente è sorpassato dagli eventi. La partita si gioca tra le élites musulmane”. La verità c’è tutta. Ma è una falsa impressione, il discorso si conclude con “l’Occidente non è moderno” e “l’Occidente è divenuto senile, bisogna eutanasiarlo”. Corna.
Nella globalizzazione l’islam è rimasto molto più indietro di quanto già non fosse, dietro il grande resto dell’Asia e la stessa America Latina del populismo marcio, attardato dal subdolo radicalismo acceso da Khomeini. La verità di questo rabbia è che ha origini dubbie: nel nazionalismo iraniano, sebbene ammantato della sharià, e nell’uso che gli Stati Uniti e i loro alleati mediorientali ne hanno fatto in funzione anticomunista in Pakistan e in Afghanistan. L’islam radicale è mediorientale. E resta intrappolato nelle mine mediorientali: i palestinesi e l’iranismo, il disegno neo imperiale dell’Iran, che dallo scià a Khomeini non è cambiato di una virgola.
Uno del Maghreb trova nel Mashrek tutto ciò che si è lasciato dietro, o almeno spera, da un paio di generazioni: la tribù, che può essere nefasta, il sospetto, la durezza (in società, in famiglia, al potere), la corruzione dello spirito, l’isolamento, il provincialismo revanscista, di chi guarda il mondo dal basso. Sulla diabolizzazione dei musulmani nessuno può competere coi musulmani, da Al Jazira in giù, anche quando non si occupano dell’Occidente. Mentre se l’Occidente sfrutta i musulmani non è certo attraverso l’informazione. Il problema dell’Occidente è che, forse non include abbastanza, ma è il solo mondo e la sola cultura che include.
Yasmina Khadra, “Le sirene di Bagdad”, Mondadori, pp.278, € 15,50
Al macero la Resistenza a Roma
Va al macero Peter Tompkins, "Dalle carte segrete del Duce" (si può comprare al Remainders) e “Una spia a Roma” (si può compare nei supermercati a tre per uno), sulla guerra di liberazione della capitale nel 1944. Libro questo per molti motivi importante. Non ultimo perché fa “vedere” come e perché gli Stati Uniti perdano le guerre, malgrado la supremazia di mezzi e uomini, quando sono costretti a scendere dall’aereo e occupare un paese. Com’è difficile battersi contro l’occupante, e non tanto per colpa sua. E com’è (ancora) difficile stabilire che la guerra di liberazione non la fecero soltanto i comunisti: il libro di Tompkins, che più che di sé parla di Franco Malfatti e di Giuliano Vassalli, due leader socialisti della Resistenza, del montezemoliano Maurizio Giglio, e di Giustizia e Libertà, va rapidamente al macero dopo avere aspettato quarant’anni una traduzione, dal 1962 al 2002.
Tompkins fu l’uomo dei servizi americani d’informazione a Roma dopo lo sbarco ad Anzio, quando la liberazione della capitale sembrava e avrebbe potuto essere imminente. Fu inviato da Villiam Donovan, un avvocato amico di Franklin Delano Roosevelt, che poi sarà il procuratore speciale di Norimberga, allora a capo dell’Oss. Un comando militare incompetente procurò temporeggiando tanti lutti innecessari a Roma, spiega Tompkins. Servito da “colonnelli al comando dell’Oss che di spionaggio capivano poco o nulla, che non parlavano l’italiano, che non conoscevano l’Italia, e non distinguevano un fascista da un antifascista”. L’Oss diventerà poco dopo la Cia. Era impensabile, Tompkins scriverà dopo la guerra allo storico Donald Downes, “che da parte nostra si potesse fare tanto per rendere difficile la vittoria!”
Questo probabilmente è un buon segno: gli Stati Uniti, malgrado ultimamente siano sempre in guerra (sembrano ormai in un qualche episodio di “Guerre stellari”), non sono una nazione militarista. Negli Usa ci sono i militari e ci sono i politici, e non fanno piani comuni, non c’è un piano Usa per governare il mondo. Ma è anche un segno cattivo: per gli Stati Uniti forse no, altrimenti rimedierebbero, per i paesi a cui infliggono le loro guerre di liberazione sì, poiché li costringono al macello. Prendendo di preferenza a collaboratori, ora come allora, i peggiori arnesi dei regimi che combattono: a Roma informatori, confidenti e fascisti di preferenza agli uomini della Resistenza, per quanto questi fossero infinitamente meglio informati, finendo infiltrati in ogni azione, anche minima. Donovan si era intanto dimesso dall’Oss per non appoggiare la svolta di Salerno, il sostegno al re e a Badoglio. Lo storico Downes, predecessore di Donovan a capo dell’Oss, si era dimesso in aperta polemica con la politica di fiancheggiamento dei badogliani invece che delle forze democratiche della Resistenza.
“Una spia a Roma” si legge come libro della vita quotidiana nel 1944: la capitale “passeggiata” dai tedeschi, in varie fogge e con vari mezzi, da camicie nere, e da ragazze e signore magari fasciste ma non mai talebane. Come testimonianza storica è il resoconto di un lungo, lento, sanguinoso tradimento. Tompkins, un americano mezzo italiano, morto a settembre 2006 di 87 anni, era rimasto legato alla Resistenza, e presenziava ogni anno alle celebrazioni del 25 aprile a Roma.
Peter Tompkins, Una spia a Roma, pp. 384, Auchan e Remainders, tre libri Saggiatore per €9,80
Tompkins fu l’uomo dei servizi americani d’informazione a Roma dopo lo sbarco ad Anzio, quando la liberazione della capitale sembrava e avrebbe potuto essere imminente. Fu inviato da Villiam Donovan, un avvocato amico di Franklin Delano Roosevelt, che poi sarà il procuratore speciale di Norimberga, allora a capo dell’Oss. Un comando militare incompetente procurò temporeggiando tanti lutti innecessari a Roma, spiega Tompkins. Servito da “colonnelli al comando dell’Oss che di spionaggio capivano poco o nulla, che non parlavano l’italiano, che non conoscevano l’Italia, e non distinguevano un fascista da un antifascista”. L’Oss diventerà poco dopo la Cia. Era impensabile, Tompkins scriverà dopo la guerra allo storico Donald Downes, “che da parte nostra si potesse fare tanto per rendere difficile la vittoria!”
Questo probabilmente è un buon segno: gli Stati Uniti, malgrado ultimamente siano sempre in guerra (sembrano ormai in un qualche episodio di “Guerre stellari”), non sono una nazione militarista. Negli Usa ci sono i militari e ci sono i politici, e non fanno piani comuni, non c’è un piano Usa per governare il mondo. Ma è anche un segno cattivo: per gli Stati Uniti forse no, altrimenti rimedierebbero, per i paesi a cui infliggono le loro guerre di liberazione sì, poiché li costringono al macello. Prendendo di preferenza a collaboratori, ora come allora, i peggiori arnesi dei regimi che combattono: a Roma informatori, confidenti e fascisti di preferenza agli uomini della Resistenza, per quanto questi fossero infinitamente meglio informati, finendo infiltrati in ogni azione, anche minima. Donovan si era intanto dimesso dall’Oss per non appoggiare la svolta di Salerno, il sostegno al re e a Badoglio. Lo storico Downes, predecessore di Donovan a capo dell’Oss, si era dimesso in aperta polemica con la politica di fiancheggiamento dei badogliani invece che delle forze democratiche della Resistenza.
“Una spia a Roma” si legge come libro della vita quotidiana nel 1944: la capitale “passeggiata” dai tedeschi, in varie fogge e con vari mezzi, da camicie nere, e da ragazze e signore magari fasciste ma non mai talebane. Come testimonianza storica è il resoconto di un lungo, lento, sanguinoso tradimento. Tompkins, un americano mezzo italiano, morto a settembre 2006 di 87 anni, era rimasto legato alla Resistenza, e presenziava ogni anno alle celebrazioni del 25 aprile a Roma.
Peter Tompkins, Una spia a Roma, pp. 384, Auchan e Remainders, tre libri Saggiatore per €9,80
A Perugia il giornalismo del già detto
Si affollano – pare – gli italiani curiosi attorno ai delitti del giorno e cosa ne leggono? Niente? La rimasticatura in cinque-sei pezzi nel loro giornale preferito di quello che hanno sentito alle radio o nei tg, che è quello che ha scritto l’Ansa. Una ricerca trovò vent’anni fa che gli spazi e le notizie dei giornali erano all’80 per cento riscritture dell’Ansa: erano rielaborazioni, tagliate al più secondo le diverse ottiche politiche, dei dispacci dell’agenzia nazionale di stampa. La quale sarà eccellente ma è istituzionale, deve uniformarsi a quello che dicono gli inquirenti, anche se in segreto (all’Ansa!). Il massimo dell’informazione è far parlare i vicini, i concittadini, il sindaco, il parroco, i quali hanno tutti imparato ormai le frasi di circostanza dietro cui cautelarsi.
Il massimo dell’informazione è in Italia la ripetizione. Nei vasti tg e nelle centinaia di notiziari radio, nei giornaloni, nei talk-show, chili e chili di ruminazioni. È un giornalismo bovino. L’unica cosa che si è potuto leggere di Perugina, dramma ben italiano, viene dal “Daily Mail”, giornale inglese, che ha ricostruito la personalità interessantissima di Amanda. Aspettiamo ora un giornale congolese. Anche in Italia qualcosa si sa, gli italiani sono chiacchieroni. Ma che Amanda abbia fatto l’amore in treno con uno sconosciuto è inciso di un rigo, e uno si ritrova a dirsi: ma sarà vero?
Pensare a quanti soldi sono profusi per riscrivere l’Ansa. Anche l’inviato in zona di guerra viene infatti tenuto con le redini strette all’Ansa, o all’agenzia Italia, che ripubblicano la Reuter, l’Ap, l’Afp, l’Ansa francese, e le altre Anse mondiali. Il poveretto più che altro sta chiuso in albergo a rispondere alla redazione, con qualche scarso notiziario tv in lingua inglese, e sperando che lo stringer, il collaboratore locale, gli porti qualche notizia golosa. C’è sempre qualcuno in redazione che obbliga il povero inviato, anche alle tre di notte, quando a Beirut o a Bagdad tutti dormono, a riscontrare quello che ha detto la Reuter, l’Ap, l’Afp.
È anche giusto che lo stringer non prevalga sulla Reuter e l’Ap, gli islamici hanno la taqiyah nella legge, la dissimulazione. Ma ci sono limiti. Il Medio Oriente è apprezzato, oltre che per il cambio nero rispetto a quello ufficiale, perché è due o tre ore in anticipo su Rima. Per cui l’inviato, combinando il fuso con l’abitudine italiana di non avviare il lavoro prima delle 13, può godersi una mezza giornata libera. In cui, quando non si fa rapire, può sentire, vedere, fiutare. Ma non mai scrivere: scrivere deve sulla traccia delle Anse.
Il massimo dell’informazione è in Italia la ripetizione. Nei vasti tg e nelle centinaia di notiziari radio, nei giornaloni, nei talk-show, chili e chili di ruminazioni. È un giornalismo bovino. L’unica cosa che si è potuto leggere di Perugina, dramma ben italiano, viene dal “Daily Mail”, giornale inglese, che ha ricostruito la personalità interessantissima di Amanda. Aspettiamo ora un giornale congolese. Anche in Italia qualcosa si sa, gli italiani sono chiacchieroni. Ma che Amanda abbia fatto l’amore in treno con uno sconosciuto è inciso di un rigo, e uno si ritrova a dirsi: ma sarà vero?
Pensare a quanti soldi sono profusi per riscrivere l’Ansa. Anche l’inviato in zona di guerra viene infatti tenuto con le redini strette all’Ansa, o all’agenzia Italia, che ripubblicano la Reuter, l’Ap, l’Afp, l’Ansa francese, e le altre Anse mondiali. Il poveretto più che altro sta chiuso in albergo a rispondere alla redazione, con qualche scarso notiziario tv in lingua inglese, e sperando che lo stringer, il collaboratore locale, gli porti qualche notizia golosa. C’è sempre qualcuno in redazione che obbliga il povero inviato, anche alle tre di notte, quando a Beirut o a Bagdad tutti dormono, a riscontrare quello che ha detto la Reuter, l’Ap, l’Afp.
È anche giusto che lo stringer non prevalga sulla Reuter e l’Ap, gli islamici hanno la taqiyah nella legge, la dissimulazione. Ma ci sono limiti. Il Medio Oriente è apprezzato, oltre che per il cambio nero rispetto a quello ufficiale, perché è due o tre ore in anticipo su Rima. Per cui l’inviato, combinando il fuso con l’abitudine italiana di non avviare il lavoro prima delle 13, può godersi una mezza giornata libera. In cui, quando non si fa rapire, può sentire, vedere, fiutare. Ma non mai scrivere: scrivere deve sulla traccia delle Anse.
Le correnti bloccano i congressini Pd
È presto svanito, se mai c’è mai stato, l’effetto Vetroni sul Pd. I congressi regionali del Pd registrano una durezza senza precedenti tra correnti locali, soprattutto nel Lazio, a opera dei priodiani, e in Toscana, a opera degli ex compagni. L’irenismo di Veltroni, con Auschwitz, l’Africa, le feste, non basta più: se ne comincia anzi a contestare la leadership, perfino tra i media, di cui per un quinquennio è stato l’ispiratore. Il ticket con Prodi, o duplice accoppiata, è sempre vincente: Veltroni a Palazzo Chigi, Prodi al Quirinale. Ma i prodiani – di varia natura: di Marini, della Bindi, di Parisi, di Loiero - gli stanno facendo vedere i sorci verdi. Senza perdere di vista D’Alema e Fassino, due potentati che Veltroni ha sempre più difficoltà a spiantare
sabato 17 novembre 2007
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (7)
Giuseppe Leuzzi
“A Roma ho visto per la prima volta un ascensore, non sapevo come funzionava e ci sono montato sopra”. L’aneddoto ha varie redazioni, Corrado Alvaro si divertiva a fare il calabrese, che dev’essere uno zotico. Moravia lo prediligeva in questa forma, e lo raccontava a sua volta. Alvaro si divertiva col suo stesso personaggio: raccontava serissimo le peggiori castronerie, perché questo è il modo di raccontare, di “relazionarsi”, dell’intellettuale calabrese, che come ogni altro narratore ama e odia la sua audience, ma in modo accentuato, pallonaro, alla Münchhausen – intellettuale è in Calabria ogni adulto dai due anni in su, c’è questo snobismo. Ma Moravia ci credeva, che Alvaro fosse salito sopra, non dentro, l’ascensore, anche se non è possibile montare sopra la cabina di un ascensore - Nello Ajello ne ha fatto domenica su “Repubblica” un ritratto esilarante, forse non involontariamente, un ritratto di Moravia, nelle celebrazioni del centenario che “Repubblica” ha anticipato.
Alvaro, il solo viaggiatore del Novecento italiano, con Arbasino, ancora leggibile, per i curiosi, i letterari, gli storici. Lo scrittore più cosmopolita, nel senso che parla la lingua dei paesi in cui viaggia o risiede e ne conosce la cultura, non si vanta di aver preso il tè dall’orrenda Ottoline Morrell. Che a Roma era arrivato undicenne, quando Moravia veniva concepito, al collegio dei gesuiti a Mondragone, che lo espulsero ai quindici, alla fine del ginnasio, perché leggeva opere proibite. Non bacchettone quindi ma autore a diciassette di un “Polsi”, sull’omonimo santuario mariano dell’Aspromonte, che ancora si fa leggere. Moravia, narratore e scrittore di viaggi, saggista, impegnato, non bello, non amichevole, maniacale, è icona della letteratura del Novecento di mezzo, forse per ragioni politiche, ideologiche, etniche. Alvaro, che alla rilettura non demerita, non è niente, forse per le stesse ragioni.
Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.
Stendhal in Calabria nota (“Roma, Napoli e Firenze”) che “i briganti sempre si battevano fino all’ultimo sangue (contro i francesi), quasi sempre sconfitti dal tradimento di compatrioti gregari venduti, piuttosto che dall’audacia degli avversari”. La repressione della criminalità sempre ha fatto difetto.
Antimafia. È scaduta nell’antipolitica e per questo è inefficace e regressiva. Non porta voti (ha eliminato la sinistra a Sud) e magnifica i mafiosi.
Il fallimento di questa antimafia è perfino raccapricciante. Dall’assassinio di Lima a quelli di Falcone e Borsellino: appena l’antimafia ha indicato un nemico, Riina l’ha fatto fuori.
Falcone nemico dell’antimafia? Sì, al Csm, nei giornali di Partito, in troppe trasmissioni tv.
L’antimafia di Orlando e Violante anticipa l’antipolitica.
Ma Violante è il solito cache-sex – anche Caselli: condizionanti in questa antimafia sono stati vecchi arnesi confessionali, Orlando, Lo Forte, Scarpinato, Pintacuda.
Giancarlo Caselli va dall’estetista prima di venire in tv (si presume: è pettinato come la Streep nel "Diavolo veste Prada"). Fa bene, è opportuno distendere i nervi.
Ma poi viene e solennemente dice che la Repubblica è in pericolo a causa di Sgarbi. Perché è più bello di lui?
Nel 1993, o 1994, la Procura di Catanzaro indagò Vittorio Sgarbi, Tiziana Majolo e Giacomo Mancini per mafia. Mancini perché accusato da un pentito, Maiolo e Sgarbi per essere stati eletti in Calabria.
Milano. La città degli affari fatti morale. Milano deve tutto a Scalfari, che ne ha fatto “la capitale morale d’Italia”, una benedizione che è uno slogan di grande effetto pubblicitario, è un programma, ed è un’assoluzione preventiva: Milano è la città dove si ruba impunemente, e anzi facendo la morale al resto d’Italia, per ovvi motivi più che altrove, molto di più, molto di più essendoci da rubare. La città di Berlusconi, Guido Rossi e ogni altro mago e leguleio, che interesse privato, abuso d’ufficio e peculato hanno saputo nobilitare in conflitto d’interessi.
Dove la Procura della Repubblica si fa consulente di un uomo politico. Dove un giudice dice – lo scrive in una lettera pubblica – di essere corrotto, avendo accettato denaro da un inquisito, che poi avrebbe restituito in scatole da scarpe, ricordando nel contempo di avere vinto duecento cause, o duemila, per diffamazione contro chi lo ha per questo criticato. Al milanesissimo processo Sofri tutte le condanne erano scontate – solo Sofri s’illudeva di stare in un processo – e un paio di volte sono state perfino pronunciate prima e fuori del processo, a Brescia e Venezia. Berlusconi è stato processato per la Sme sapendo che non c’entrava, mentre De Benedetti, che c’entrava, no. Il processo Rcs non si è fatto, malgrado la gravità del fatti, compresi i fondi neri per tangenti politiche. Né si farà il processo per il collocamento Saras – i Moratti del resto sono ben piazzati a destra e a sinistra. O a Tronchetti Provera che spiava mezza Italia, avendo egli accettato di mollare l’osso Telecom, come richiesto da Prodi, il politico della consulenza.
La razionalità di questi fatti è quella della cosca. Gli amici e i potenti sono protetti, i nemici sono minacciati e dileggiati, la prevaricazione si vuole evidente, deve intimorire con l’umiliazione.
“A Roma ho visto per la prima volta un ascensore, non sapevo come funzionava e ci sono montato sopra”. L’aneddoto ha varie redazioni, Corrado Alvaro si divertiva a fare il calabrese, che dev’essere uno zotico. Moravia lo prediligeva in questa forma, e lo raccontava a sua volta. Alvaro si divertiva col suo stesso personaggio: raccontava serissimo le peggiori castronerie, perché questo è il modo di raccontare, di “relazionarsi”, dell’intellettuale calabrese, che come ogni altro narratore ama e odia la sua audience, ma in modo accentuato, pallonaro, alla Münchhausen – intellettuale è in Calabria ogni adulto dai due anni in su, c’è questo snobismo. Ma Moravia ci credeva, che Alvaro fosse salito sopra, non dentro, l’ascensore, anche se non è possibile montare sopra la cabina di un ascensore - Nello Ajello ne ha fatto domenica su “Repubblica” un ritratto esilarante, forse non involontariamente, un ritratto di Moravia, nelle celebrazioni del centenario che “Repubblica” ha anticipato.
Alvaro, il solo viaggiatore del Novecento italiano, con Arbasino, ancora leggibile, per i curiosi, i letterari, gli storici. Lo scrittore più cosmopolita, nel senso che parla la lingua dei paesi in cui viaggia o risiede e ne conosce la cultura, non si vanta di aver preso il tè dall’orrenda Ottoline Morrell. Che a Roma era arrivato undicenne, quando Moravia veniva concepito, al collegio dei gesuiti a Mondragone, che lo espulsero ai quindici, alla fine del ginnasio, perché leggeva opere proibite. Non bacchettone quindi ma autore a diciassette di un “Polsi”, sull’omonimo santuario mariano dell’Aspromonte, che ancora si fa leggere. Moravia, narratore e scrittore di viaggi, saggista, impegnato, non bello, non amichevole, maniacale, è icona della letteratura del Novecento di mezzo, forse per ragioni politiche, ideologiche, etniche. Alvaro, che alla rilettura non demerita, non è niente, forse per le stesse ragioni.
Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.
Stendhal in Calabria nota (“Roma, Napoli e Firenze”) che “i briganti sempre si battevano fino all’ultimo sangue (contro i francesi), quasi sempre sconfitti dal tradimento di compatrioti gregari venduti, piuttosto che dall’audacia degli avversari”. La repressione della criminalità sempre ha fatto difetto.
Antimafia. È scaduta nell’antipolitica e per questo è inefficace e regressiva. Non porta voti (ha eliminato la sinistra a Sud) e magnifica i mafiosi.
Il fallimento di questa antimafia è perfino raccapricciante. Dall’assassinio di Lima a quelli di Falcone e Borsellino: appena l’antimafia ha indicato un nemico, Riina l’ha fatto fuori.
Falcone nemico dell’antimafia? Sì, al Csm, nei giornali di Partito, in troppe trasmissioni tv.
L’antimafia di Orlando e Violante anticipa l’antipolitica.
Ma Violante è il solito cache-sex – anche Caselli: condizionanti in questa antimafia sono stati vecchi arnesi confessionali, Orlando, Lo Forte, Scarpinato, Pintacuda.
Giancarlo Caselli va dall’estetista prima di venire in tv (si presume: è pettinato come la Streep nel "Diavolo veste Prada"). Fa bene, è opportuno distendere i nervi.
Ma poi viene e solennemente dice che la Repubblica è in pericolo a causa di Sgarbi. Perché è più bello di lui?
Nel 1993, o 1994, la Procura di Catanzaro indagò Vittorio Sgarbi, Tiziana Majolo e Giacomo Mancini per mafia. Mancini perché accusato da un pentito, Maiolo e Sgarbi per essere stati eletti in Calabria.
Milano. La città degli affari fatti morale. Milano deve tutto a Scalfari, che ne ha fatto “la capitale morale d’Italia”, una benedizione che è uno slogan di grande effetto pubblicitario, è un programma, ed è un’assoluzione preventiva: Milano è la città dove si ruba impunemente, e anzi facendo la morale al resto d’Italia, per ovvi motivi più che altrove, molto di più, molto di più essendoci da rubare. La città di Berlusconi, Guido Rossi e ogni altro mago e leguleio, che interesse privato, abuso d’ufficio e peculato hanno saputo nobilitare in conflitto d’interessi.
Dove la Procura della Repubblica si fa consulente di un uomo politico. Dove un giudice dice – lo scrive in una lettera pubblica – di essere corrotto, avendo accettato denaro da un inquisito, che poi avrebbe restituito in scatole da scarpe, ricordando nel contempo di avere vinto duecento cause, o duemila, per diffamazione contro chi lo ha per questo criticato. Al milanesissimo processo Sofri tutte le condanne erano scontate – solo Sofri s’illudeva di stare in un processo – e un paio di volte sono state perfino pronunciate prima e fuori del processo, a Brescia e Venezia. Berlusconi è stato processato per la Sme sapendo che non c’entrava, mentre De Benedetti, che c’entrava, no. Il processo Rcs non si è fatto, malgrado la gravità del fatti, compresi i fondi neri per tangenti politiche. Né si farà il processo per il collocamento Saras – i Moratti del resto sono ben piazzati a destra e a sinistra. O a Tronchetti Provera che spiava mezza Italia, avendo egli accettato di mollare l’osso Telecom, come richiesto da Prodi, il politico della consulenza.
La razionalità di questi fatti è quella della cosca. Gli amici e i potenti sono protetti, i nemici sono minacciati e dileggiati, la prevaricazione si vuole evidente, deve intimorire con l’umiliazione.
Lufthansa: gli hub possono essere due
Recupera Lufthansa nell’asta per Alitalia, con l’ipotesi che siano economici due hub nazionali invece di uno, salvando quindi insieme Fiumicino e Malpensa. L’interesse del vettore tedesco, che sembrava inizialmente svogliato e pro forma, si manifesta sempre più consistente a mano a mano che la trattativa entra nel vivo. Lufthansa ha maturato un’esperienza considerevole nella gestione in contemporanea del grande aeroporto di Francoforte e insieme dello scalo di Monaco, che è in grado di attirare buona parte del traffico subalpino. È un’esperienza di grosso peso per Alitalia, che altrimenti dovrebbe sia liquidare in perdita i suoi diritti su Malpensa sia, in sostanza, restringersi, centrando la sua attività internazionale su Fiumicino.
Gas dal Qatar, e voti di morte
È stato molto contento il presidente Napolitano nella sua visita in Qatar. Una delle sue poche uscite all’estero. In un paese che non è più il deserto, e non è ancora Singapore – il modello e la meta degli Emirati del Golfo. Il Presidente si è accontentato di prospettare importazioni di gas, che forse si faranno, e questo basta. Ma il Qatar è soprattutto Al Jazira, la Cnn araba le cui immagini sono negli archivi di tutti gli amanti del terrore.
È militante pure il sito italiano di Al Jazira, “il mondo arabo in Italia” – anche se non sembra dotato di molti mezzi, talvolta si oscura da solo. Queste le letture che consiglia, saldamente, da un anno:
Perché l’Occidente merita di morire
11 settembre 2001 – Inganno globale + DVD
LE AMNESIE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA
La nuova questione ebraica
Esiste la lobby ebraica?
Uno degli autori, Dagoberto Husain Bellocci, è autore di "Iraq 2003 - La seconda guerra giudaica contro Saddam Hussein” e di “I-Tal-Ya. Ebrei e Lobbies ebraiche in Italia”. Giancarlo Chetoni, altro autore del sito, che scrive per riviste dal risvolto tricolore, autore di uno studio sulla superiorità di Ahmadinejad nei confronti di Bush in materia di cacciabombardieri.
È militante pure il sito italiano di Al Jazira, “il mondo arabo in Italia” – anche se non sembra dotato di molti mezzi, talvolta si oscura da solo. Queste le letture che consiglia, saldamente, da un anno:
Perché l’Occidente merita di morire
11 settembre 2001 – Inganno globale + DVD
LE AMNESIE DELLA GIORNATA DELLA MEMORIA
La nuova questione ebraica
Esiste la lobby ebraica?
Uno degli autori, Dagoberto Husain Bellocci, è autore di "Iraq 2003 - La seconda guerra giudaica contro Saddam Hussein” e di “I-Tal-Ya. Ebrei e Lobbies ebraiche in Italia”. Giancarlo Chetoni, altro autore del sito, che scrive per riviste dal risvolto tricolore, autore di uno studio sulla superiorità di Ahmadinejad nei confronti di Bush in materia di cacciabombardieri.
giovedì 8 novembre 2007
Il mondo com'è
astolfo
Cina – Lo sfruttamento organizzato dal comunismo sembra uno slogan da guerra fredda ed è il modello Cina. Ora che organizza, nella sede storica del Pc a Shangai, dove il Partito fu fondato nel 1921, incontri il sabato sera tra venti milionari, che pagano diecimila dollari l’uno, e trenta belle ragazze che a questo scopo hanno vinto uno speciale concorso. È il vero lato oscuro, minaccioso, della Cina: che un governo comunista organizzi lo sfruttamento. Più della dittatura, del carcere politico, della pena di morte facile.
Si chiama capitalismo, ma raramente in Cina lo è. Le condizioni di lavoro sono prevalentemente servili, per igiene, orari, carichi di lavoro, sicurezza nel lavoro e del posto, diritti sindacali, nell’edilizia, nel lavoro a façon e in tutto il conto terzi, nell’alimentare. Il modello Hong Kong, o della pelletteria a Firenze, governato dal Partito comunista.
Lo sfruttamento è il piede d’argilla del gigante Cina. Basta niente perché si sbricioli, il gigante e il comunismo.
Elite – Deve avere funzione pedagogica. Se la classe dirigente è specchio del paese, la teoria dell’élite è sfondata. Mastella, il “Corriere della sera”, Bazoli devono dare buoni insegnamenti e indicare buone strade: se sono il popolo bue ne facciamo a meno.
La “crisi” perdurante dell’Italia, la carie infinita della seconda Repubblica, le supplenze dei giudici, dei giornalisti, dei banchieri, dei mafiosi, tutto questo non è colpa del popolo ma della classe dirigente. Il popolo è colpevole di non liberarsene, ma che può fare? Non può ammazzarli tutti, leggere altri giornali, cambiare banca. Ci ha tentato, ma poi deve scegliere nel quadro di un’offerta che gli viene presentata sempre peggiorata.
Occidente – È, si vuole, diritti civili e diritti umani. Anche di tolleranza. In questo senso è – può essere – percepito in altre culture e in altri sistemi politici: a lungo per i paesi comunisti dell’Est, e per i latinoamericani, gli africani, gli asiatici. Da tempo, bisogna anche dire, non aggredisce più: non sono più i cristiani che ammazzano gli infedeli, o gli europei che ammazzano gli africani o gli asiatici. Anche se rimane da precisare la natura delle guerre occidentali di liberazione, alcune di significato coerente, in Europa, in Corea, altre di significato incerto, in Vietnam, in Iraq, nello stesso Afghanistan, nonché la natura e il ruolo di Israele, che è Occidente a tutti gli effetti pratici.
Il rifiuto dell’Occidente avviene sulla stessa base, dei diritti di uguaglianza, e perfino dei diritti umani. Non però per una diversa concezione dei valori. Neppure in nome del relativismo dei valori – si “giustifica” perfino il cannibalismo. Ma per un rifiuto preliminare: l’affermazione del proprio essere, anche nel confronto e con l’esclusione. Che si vuole naturalmente diritto a essere se stessi, e a combattere ogni forma d’imperialismo, sia pure sotto la forma dei diritti d’uguaglianza, ma è l’ideologia del nazionalismo, ben europea, fino all’irredentismo: realizzarsi nella guerra. Il fondamentalismo, per ogni altro verso insensato, nel bestialismo familiare, nel terrorismo, nel martirio di massa, nella repressione fine a se stessa, su questa base è diventato – sta diventando – punto di riferimento nei paesi islamici anche dell’intellettualità laica, che del fondamentalismo è il primo, e realistico, obiettivo: per una forma cioè d’intossicazione occidentale.
Il confronto può sembrare asimmetrico, tra un Occidente grande e potente e un piccolo fondamentalismo. Ma s’inscrive in una tendenza ormai consolidata che vede l’Occidente discorde e frammentato, non più il monolite del Novecento - dei conflitti mondiali, dell’anticomunismo. L’Europa non condivide e non accetta la supremazia americana. Non tanto per il vetero antiamericanismo della guerra fredda, quanto per la vaga ma persistente automutilazione che persegue, della politica ridotta a commercio, e per l’irenismo (contro gli eserciti, contro la pena di morte, contro ogni pena, per il relativismo culturale). Gli Stati Uniti, ancora più distintamente, da un trentennio, dal cosiddetto pentapolarismo di Kissinger, sempre meno prendono l’Europa in considerazione nelle loro decisioni, orientati a una politica di potenza nella globalizzazione. La globalizzazione è opera americana, e vede gli Stati Uniti interessati e coinvolti più nell’Oceano Indiano e nel Pacifico che sull’Atlantico. Le stesse guerre che gli Stati Uniti hanno portato nel Medio Oriente, in Afghanistan e Iraq, vanno viste col Crescente rivolto a Oriente, sono il segnale della potenza americana per l’Asia, dalla penisola arabica al Pakistan e all’Indonesia, e non una barriera a difesa dell’Europa. Anche il multiculturalismo soft americano, inquadrato cioè in un concetto della nazione solido, concorre alla diseuropeizzazione dell’America.
Resistenza - Entrano nella resistenza i repubblichini, a opera di studiosi e alte autorità dello Stato ex Pci, ma non i liberali: Pizzoni, Brosio, Montezemolo, Cefalonia, Porzus. La dialettica destra-sinistra è in realtà un’altalena: l’una tiene l’altra. Resistono alla libertà.
astolfo@gmail.com
Cina – Lo sfruttamento organizzato dal comunismo sembra uno slogan da guerra fredda ed è il modello Cina. Ora che organizza, nella sede storica del Pc a Shangai, dove il Partito fu fondato nel 1921, incontri il sabato sera tra venti milionari, che pagano diecimila dollari l’uno, e trenta belle ragazze che a questo scopo hanno vinto uno speciale concorso. È il vero lato oscuro, minaccioso, della Cina: che un governo comunista organizzi lo sfruttamento. Più della dittatura, del carcere politico, della pena di morte facile.
Si chiama capitalismo, ma raramente in Cina lo è. Le condizioni di lavoro sono prevalentemente servili, per igiene, orari, carichi di lavoro, sicurezza nel lavoro e del posto, diritti sindacali, nell’edilizia, nel lavoro a façon e in tutto il conto terzi, nell’alimentare. Il modello Hong Kong, o della pelletteria a Firenze, governato dal Partito comunista.
Lo sfruttamento è il piede d’argilla del gigante Cina. Basta niente perché si sbricioli, il gigante e il comunismo.
Elite – Deve avere funzione pedagogica. Se la classe dirigente è specchio del paese, la teoria dell’élite è sfondata. Mastella, il “Corriere della sera”, Bazoli devono dare buoni insegnamenti e indicare buone strade: se sono il popolo bue ne facciamo a meno.
La “crisi” perdurante dell’Italia, la carie infinita della seconda Repubblica, le supplenze dei giudici, dei giornalisti, dei banchieri, dei mafiosi, tutto questo non è colpa del popolo ma della classe dirigente. Il popolo è colpevole di non liberarsene, ma che può fare? Non può ammazzarli tutti, leggere altri giornali, cambiare banca. Ci ha tentato, ma poi deve scegliere nel quadro di un’offerta che gli viene presentata sempre peggiorata.
Occidente – È, si vuole, diritti civili e diritti umani. Anche di tolleranza. In questo senso è – può essere – percepito in altre culture e in altri sistemi politici: a lungo per i paesi comunisti dell’Est, e per i latinoamericani, gli africani, gli asiatici. Da tempo, bisogna anche dire, non aggredisce più: non sono più i cristiani che ammazzano gli infedeli, o gli europei che ammazzano gli africani o gli asiatici. Anche se rimane da precisare la natura delle guerre occidentali di liberazione, alcune di significato coerente, in Europa, in Corea, altre di significato incerto, in Vietnam, in Iraq, nello stesso Afghanistan, nonché la natura e il ruolo di Israele, che è Occidente a tutti gli effetti pratici.
Il rifiuto dell’Occidente avviene sulla stessa base, dei diritti di uguaglianza, e perfino dei diritti umani. Non però per una diversa concezione dei valori. Neppure in nome del relativismo dei valori – si “giustifica” perfino il cannibalismo. Ma per un rifiuto preliminare: l’affermazione del proprio essere, anche nel confronto e con l’esclusione. Che si vuole naturalmente diritto a essere se stessi, e a combattere ogni forma d’imperialismo, sia pure sotto la forma dei diritti d’uguaglianza, ma è l’ideologia del nazionalismo, ben europea, fino all’irredentismo: realizzarsi nella guerra. Il fondamentalismo, per ogni altro verso insensato, nel bestialismo familiare, nel terrorismo, nel martirio di massa, nella repressione fine a se stessa, su questa base è diventato – sta diventando – punto di riferimento nei paesi islamici anche dell’intellettualità laica, che del fondamentalismo è il primo, e realistico, obiettivo: per una forma cioè d’intossicazione occidentale.
Il confronto può sembrare asimmetrico, tra un Occidente grande e potente e un piccolo fondamentalismo. Ma s’inscrive in una tendenza ormai consolidata che vede l’Occidente discorde e frammentato, non più il monolite del Novecento - dei conflitti mondiali, dell’anticomunismo. L’Europa non condivide e non accetta la supremazia americana. Non tanto per il vetero antiamericanismo della guerra fredda, quanto per la vaga ma persistente automutilazione che persegue, della politica ridotta a commercio, e per l’irenismo (contro gli eserciti, contro la pena di morte, contro ogni pena, per il relativismo culturale). Gli Stati Uniti, ancora più distintamente, da un trentennio, dal cosiddetto pentapolarismo di Kissinger, sempre meno prendono l’Europa in considerazione nelle loro decisioni, orientati a una politica di potenza nella globalizzazione. La globalizzazione è opera americana, e vede gli Stati Uniti interessati e coinvolti più nell’Oceano Indiano e nel Pacifico che sull’Atlantico. Le stesse guerre che gli Stati Uniti hanno portato nel Medio Oriente, in Afghanistan e Iraq, vanno viste col Crescente rivolto a Oriente, sono il segnale della potenza americana per l’Asia, dalla penisola arabica al Pakistan e all’Indonesia, e non una barriera a difesa dell’Europa. Anche il multiculturalismo soft americano, inquadrato cioè in un concetto della nazione solido, concorre alla diseuropeizzazione dell’America.
Resistenza - Entrano nella resistenza i repubblichini, a opera di studiosi e alte autorità dello Stato ex Pci, ma non i liberali: Pizzoni, Brosio, Montezemolo, Cefalonia, Porzus. La dialettica destra-sinistra è in realtà un’altalena: l’una tiene l’altra. Resistono alla libertà.
astolfo@gmail.com
Se Why Not è la loggia di Prodi
È un’ipotesi. Forse solo una simulazione. Il magistrato dell’indagine non convince, per il protagonismo partenopeo, dell’arroganza mista a superficialità. Né convince la priorità: in una regione che ha duemila attentati intimidatori l’anno, sei al giorno, incendi di macchine, bombe, tiri a vuoto, ha il record dei furti in rapporto alla popolazione, e ha il record dei morti assassinati in rapporto alla popolazione, l’apparato repressivo predilige i delitti della Pubblica Amministrazione. Dal caffè degli impiegati comunali alle raccomandazioni, i carabinieri sembra che non facciano altro. La materia penale in Why Not è la raccomandazione – il gergo politicamente corretto la nobilita in voto di scambio, ma quella è. È grave - si capisce che i magistrati vogliano che la Calabria sia la Svezia - e non lo è. Nemmeno a Cuneo – cioè anche a Cuneo si fanno le raccomandazioni.
E tuttavia la loggia potrebbe esserci. Non necessariamente massonica, e forse neanche a San Marino, ma un’organizzazione stretta, politica, degli aiuti europei alla formazione e all’avviamento al lavoro. Messa su da Prodi quando era a Bruxelles, con amici nelle varie regioni che hanno contribuito all’ossatura del suo partito-non-partito. Prodi, com’è noto, non è il capo della Margherita, che a sua volta non è a capo dell’Ulivo, e tuttavia comanda, la Margherita, l’Ulivo e il governo, indiscutibilmente è il capo. L'ipotesi, la simulazione, è che abbia chiamato non solo Saladino, l’imprenditore calabrese della Compagnia delle Opere e dell’avviamento al lavoro, ma tanti saladini in ogni regione. Da sempre la Compagnia delle Opere è specializzata nella creazione di lavoro. Il suo capolavoro fu la riconquista della Capitale trent'anni fa, al tempo di Andreotti trionfante col compromesso storico, sottratta al Pci proprio nella periferia comunista, con la creazione di posti di lavoro.
E tuttavia la loggia potrebbe esserci. Non necessariamente massonica, e forse neanche a San Marino, ma un’organizzazione stretta, politica, degli aiuti europei alla formazione e all’avviamento al lavoro. Messa su da Prodi quando era a Bruxelles, con amici nelle varie regioni che hanno contribuito all’ossatura del suo partito-non-partito. Prodi, com’è noto, non è il capo della Margherita, che a sua volta non è a capo dell’Ulivo, e tuttavia comanda, la Margherita, l’Ulivo e il governo, indiscutibilmente è il capo. L'ipotesi, la simulazione, è che abbia chiamato non solo Saladino, l’imprenditore calabrese della Compagnia delle Opere e dell’avviamento al lavoro, ma tanti saladini in ogni regione. Da sempre la Compagnia delle Opere è specializzata nella creazione di lavoro. Il suo capolavoro fu la riconquista della Capitale trent'anni fa, al tempo di Andreotti trionfante col compromesso storico, sottratta al Pci proprio nella periferia comunista, con la creazione di posti di lavoro.
mercoledì 7 novembre 2007
Se muore un moralista, sobrietà
Enzo Biagi è figura centrale della questione morale. Sempre al centro giusto di ogni vicenda. Sempre corretto, a suo modo di vedere, ma fermo nell’apparente bonomia, che ha fatto la sua fortuna come scrittore, e quella del suo editore, se ha venduto sette milioni di suoi libri. E' anche al centro della nuova resistenza: quattro anni fa, per un figlia pre-morta, Biagi non interruppe né variò il colonnino settimanale anti-Berlusconi sul "Corriere della sera". Il moralista però si vuole sempre sobrio. E il funerale non lo è, sceneggiato dalla Rizzoli, con la rizzoliana figlia Bice, e dai giornali del gruppo, “Corriere” in testa - e meno male che Napolitano ha resistito alla tentazione del funerale nazionale.
Il funerale, un tempo specialità gesuita, diceva Gioberti, è appannaggio di chi non ha nulla da dire – a lungo il Pci. Ora si fa anche per vendere libri, bene, si può soprassedere, non è etico, ma solo per un fatto di buon gusto. Se non che il nome di Biagi compare non solo nelle fantasiose presentazioni di libri sul Mar Rosso al tempo di Angelo Rizzoli jr.. Compare anche sui taccuini in cui Angelone, che per questo perdette l’impero, per avere utilizzato fuori contabilità 29 miliardi, segnava i compensi fuori bilancio, magari di sabato o domenica, ma in contanti, e a suo dire in Svizzera, agli autori che lo facevano guadagnare, tra i quali Biagi. Che per suo conto è andato in pensione nel 1975 a 55 anni, deprivando l’Inpgi di cinque o dieci anni di contributi, e aggravandolo di cinque o dieci anni di pensione anticipata.
Tutto ciò è meschino, la grandezza ha sempre qualche ombra. Ma più squallido ancora è doversene occupare, non riuscire a liberarsi, dovendo fare i moralisti, di queste debolezze umane. Avendo di Biagi immagine amena, di quando nelle prime letture di rotocalchi si trovava il suo commentino tv su “Epoca” invariabilmente critico verso il Vaticano che imponeva i mutandoni alle ballerine della Rai. Era il Vaticano di Giovanni XXIII, ma fare il Candido forse non è un delitto. La coerenza invece è un dovere. E Biagi, portato a Roma dai socialisti, imposto anzi alla Rai di Bernabei come direttore del telegiornale, ne sarà il più acerbo nemico – dei socialisti di Craxi naturalmente, e non senza ragione, ma da antisocialista.
I moralisti ci hanno privati, in questo tornante di millennio, della politica e dell'informazione, lasciandoci soli con tro gli affari. Bisognerebbe che non ci privassero anche della questione morale.
Il funerale, un tempo specialità gesuita, diceva Gioberti, è appannaggio di chi non ha nulla da dire – a lungo il Pci. Ora si fa anche per vendere libri, bene, si può soprassedere, non è etico, ma solo per un fatto di buon gusto. Se non che il nome di Biagi compare non solo nelle fantasiose presentazioni di libri sul Mar Rosso al tempo di Angelo Rizzoli jr.. Compare anche sui taccuini in cui Angelone, che per questo perdette l’impero, per avere utilizzato fuori contabilità 29 miliardi, segnava i compensi fuori bilancio, magari di sabato o domenica, ma in contanti, e a suo dire in Svizzera, agli autori che lo facevano guadagnare, tra i quali Biagi. Che per suo conto è andato in pensione nel 1975 a 55 anni, deprivando l’Inpgi di cinque o dieci anni di contributi, e aggravandolo di cinque o dieci anni di pensione anticipata.
Tutto ciò è meschino, la grandezza ha sempre qualche ombra. Ma più squallido ancora è doversene occupare, non riuscire a liberarsi, dovendo fare i moralisti, di queste debolezze umane. Avendo di Biagi immagine amena, di quando nelle prime letture di rotocalchi si trovava il suo commentino tv su “Epoca” invariabilmente critico verso il Vaticano che imponeva i mutandoni alle ballerine della Rai. Era il Vaticano di Giovanni XXIII, ma fare il Candido forse non è un delitto. La coerenza invece è un dovere. E Biagi, portato a Roma dai socialisti, imposto anzi alla Rai di Bernabei come direttore del telegiornale, ne sarà il più acerbo nemico – dei socialisti di Craxi naturalmente, e non senza ragione, ma da antisocialista.
I moralisti ci hanno privati, in questo tornante di millennio, della politica e dell'informazione, lasciandoci soli con tro gli affari. Bisognerebbe che non ci privassero anche della questione morale.
Sempre cannibali tra (ex) Dc
Per l’omicidio Fortugno la vedova onorevole Laganà fa spesso il nome come mandante di un concorrente politico di suo marito nella Margherita, Domenico Crea. Lo ha detto alla Procura e lo ripete al processo in Tribunale. Ma Crea non è indagato: non sarebbe un atto dovuto? O i giudici non credono all’onorevole Laganà?
Il congresso provinciale (Reggio Calabria) della Margherita era stato vinto nel 2005 da Fortugno (corrente Loiero-Prodi della Margherita) contro Crea (D’Antoni) e contro Demetrio Naccari (Rutelli). Naccari aveva abbandonato il congresso urlando: “Mi è stato impedito perfino di parlare”. E alle Regionali si era presentato con una lista scissionista. Fortugno invece aveva fatto lista con Crea. Era stato eletto, ma il suo leader Loiero, politico navigato, non gli aveva dato l'agognato assessorato alla Sanità.
C’è poi sullo sfondo la relazione Basiloni, commissionata dopo l’assassinio di Fortugno al prefetto Paola Basiloni dal ministro dell’Interno (ex) Dc Pisanu, e poi fatta sparire. Per le troppe faide – dice chi l’ha letta – tra gli (ex) Dc della provincia di Reggio Calabria. Promuovendo la Basiloni a prefetto di Vibo Valentia. E subito dopo, nell’aprile 2006, commissariando la Asl di Locri, almeno questo. Uno dei primi atti del governo Prodi è stato di ri-(p)romuovere il prefetto Basiloni a Roma, a capo del servizio scorte.
Il congresso provinciale (Reggio Calabria) della Margherita era stato vinto nel 2005 da Fortugno (corrente Loiero-Prodi della Margherita) contro Crea (D’Antoni) e contro Demetrio Naccari (Rutelli). Naccari aveva abbandonato il congresso urlando: “Mi è stato impedito perfino di parlare”. E alle Regionali si era presentato con una lista scissionista. Fortugno invece aveva fatto lista con Crea. Era stato eletto, ma il suo leader Loiero, politico navigato, non gli aveva dato l'agognato assessorato alla Sanità.
C’è poi sullo sfondo la relazione Basiloni, commissionata dopo l’assassinio di Fortugno al prefetto Paola Basiloni dal ministro dell’Interno (ex) Dc Pisanu, e poi fatta sparire. Per le troppe faide – dice chi l’ha letta – tra gli (ex) Dc della provincia di Reggio Calabria. Promuovendo la Basiloni a prefetto di Vibo Valentia. E subito dopo, nell’aprile 2006, commissariando la Asl di Locri, almeno questo. Uno dei primi atti del governo Prodi è stato di ri-(p)romuovere il prefetto Basiloni a Roma, a capo del servizio scorte.
A chi l'Alitalia? Prodi vuole Toto
C'è più di intesa dietro Toto, il patron di Air One, nella gara per Alitalia. è ilk presidente del cinsiglio in peprsona che patrocina Toto, e ne caldeggia l'irrobustimento finanziario attraverso le istituzioni finanziarie amiche, Intesa e Goldman Sachs. Tramite Costamagna e direttamente. L'imprenditore abruzzese è riuscito a risalire la filiera politica da Mastella a Romano Prodi. Il cui obiettivo residuo è la sistemazione dell'Alitalia. Dopo aver sistemato in pochi mesi la Banca d'Italia, le banche, Telecom, gli ex enti energetici e i Benetton.
A volte la verità è di destra
A volte la verità è di destra. La Sei, la casa editrice dei salesiani, chiede in un’antologia ai ragazzi di scuola media di organizzare l’eliminazione di un compagno, senza lasciare tracce – per imparare la tecnica del giallo (“Il Giornale”).
Roberto Genovesi scrive al “bambino romeno romano”: “Walter ha cercato di trasformare la tua città (sì, la tua) in una sorta di luna park fatto di cerchi concentrici al cui centro, dove vivono i belli e i ricchi, si faceva festa con canti, suoni e balli, mentre ai bordi si continuava a vivere sotto i ponti”. E, certo, “non può mandare Elton John o i Genesis a Tor Bella Monaca”. Altrimenti, i suv dei militanti del Pd devono fare tutto il Raccordo”, per evitare le strade intasate. (“Il Giornale”)
Giulio Sapelli, storico dell’economia italiana, vecchio Pci oggi diessino, abbandona sdegnato la presidenza dell’Autostrada Serravalle (“ho appreso molte cose e, se non mi ammazzano prima, le scriverò”). Nazionalizzata a carissimo prezzo, a favore del venditore Marcellino Gavio, dal presidente della Provincia di Milano, il diessino Alessandro Penati, quale primo atto della sua giunta dopo le elezioni del 2005, la Serravalle paga un milione al mese d’interessi a Banca Intesa, e assorbe per consiglieri e sindaci tutti intieri gli aumenti di fatturato. (“Il Giornale”)
Le Ferrovie, per i pochi treni sporchi che mandano in giro, hanno preso dallo Stato 19,3 miliardi di euro nel 2006, 22 nel 2004-2006. (“Il Giornale”)
Veltroni nel 2003 ha finanziato un corso di archeologia per i rom, 45 mila euro. (“Il Giornale”)
Raffaele Costa: “Alla metà degli anni ‘90 il Comune di Torino spese 73 milioni di lire per un corso di arti marziali per giovani nomadi” (“Il Giornale”, 6 novembre). È una persecuzione!
Nicola Porro e Mario Cervi anticipano i risultati della loro “Sprecopoli”. La commissione Antimafia, che non ha mai fatto male a nessuno, costa ogni anno tre milioni, di cui 1,7 per consulenze. Ma il primato ce l’ha la commissione Mitrokhin: spesa due milioni, 1,9 ai consulenti. C’è anche una commissione che indaga sull’occultamento dei fascicoli dei crimini nazifascisti, che spende 971 mila euro per le consulenze, e 200 mila per i viaggi dei commissari – in taxi evidentemente, poiché i fascicoli occultati si trovano a Roma. (“Il Giornale”, 6 novembre). Gli affarucci si fanno con i consulenti.
Il governo aveva annunciato tagli ai costi della politica per 1,3 miliardi. Ma la cifra si è già ridotta a un terzo.(“Il Giornale”, 6 novembre)
Il ministro Santagata ha contato 300 enti inutili, proponendo di sopprimerne subito 110. La Finanziaria ha ridotto il numero a 17, il Senato l’ha ulteriormente ridotto a 14 (“Il Giornale”, 6 novembre)
Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.
Roberto Genovesi scrive al “bambino romeno romano”: “Walter ha cercato di trasformare la tua città (sì, la tua) in una sorta di luna park fatto di cerchi concentrici al cui centro, dove vivono i belli e i ricchi, si faceva festa con canti, suoni e balli, mentre ai bordi si continuava a vivere sotto i ponti”. E, certo, “non può mandare Elton John o i Genesis a Tor Bella Monaca”. Altrimenti, i suv dei militanti del Pd devono fare tutto il Raccordo”, per evitare le strade intasate. (“Il Giornale”)
Giulio Sapelli, storico dell’economia italiana, vecchio Pci oggi diessino, abbandona sdegnato la presidenza dell’Autostrada Serravalle (“ho appreso molte cose e, se non mi ammazzano prima, le scriverò”). Nazionalizzata a carissimo prezzo, a favore del venditore Marcellino Gavio, dal presidente della Provincia di Milano, il diessino Alessandro Penati, quale primo atto della sua giunta dopo le elezioni del 2005, la Serravalle paga un milione al mese d’interessi a Banca Intesa, e assorbe per consiglieri e sindaci tutti intieri gli aumenti di fatturato. (“Il Giornale”)
Le Ferrovie, per i pochi treni sporchi che mandano in giro, hanno preso dallo Stato 19,3 miliardi di euro nel 2006, 22 nel 2004-2006. (“Il Giornale”)
Veltroni nel 2003 ha finanziato un corso di archeologia per i rom, 45 mila euro. (“Il Giornale”)
Raffaele Costa: “Alla metà degli anni ‘90 il Comune di Torino spese 73 milioni di lire per un corso di arti marziali per giovani nomadi” (“Il Giornale”, 6 novembre). È una persecuzione!
Nicola Porro e Mario Cervi anticipano i risultati della loro “Sprecopoli”. La commissione Antimafia, che non ha mai fatto male a nessuno, costa ogni anno tre milioni, di cui 1,7 per consulenze. Ma il primato ce l’ha la commissione Mitrokhin: spesa due milioni, 1,9 ai consulenti. C’è anche una commissione che indaga sull’occultamento dei fascicoli dei crimini nazifascisti, che spende 971 mila euro per le consulenze, e 200 mila per i viaggi dei commissari – in taxi evidentemente, poiché i fascicoli occultati si trovano a Roma. (“Il Giornale”, 6 novembre). Gli affarucci si fanno con i consulenti.
Il governo aveva annunciato tagli ai costi della politica per 1,3 miliardi. Ma la cifra si è già ridotta a un terzo.(“Il Giornale”, 6 novembre)
Il ministro Santagata ha contato 300 enti inutili, proponendo di sopprimerne subito 110. La Finanziaria ha ridotto il numero a 17, il Senato l’ha ulteriormente ridotto a 14 (“Il Giornale”, 6 novembre)
Salvatore Lo Piccolo, il mammasantissima, il capo dei capi, prospera(va) con gli appalti, le guardianie e le estorsioni. Tra queste “l’esazione sistematica si una quota sociale per le utenze elettriche: 15 euro per non avere problemi (con l’Enel) e tenere le lampadine accese nei cubi di cemento con i muri in cartongesso dello Zen”, quindici euro al mese. (“La Gazzetta del Sud”, 6 novembre). Ecco, il controllo del territorio.
martedì 6 novembre 2007
Dopo la Serbia, guerra alla Romania
Forse è perché si avvicina il decennale della trionfale guerra alla Serbia, combattuta dai prodi Scalfaro e D’Alema a fianco del compagno Clinton, che si vuole far celebrare al mite Veltroni, l’uomo del cinema, la guerra alla Romania, anzi alla Transilvania, la terra dei vampiri, di cui gli zingari sono figli, che non si sa perché si fanno chiamare rom. Le alleanze non sono così fortiu: Scalfaro e D'Alema marciavano dietro il super democratico Clinton, mentre da Bruxelles questa guerra la vogliono impedire, dal prode Barroso in giù, tuti i democristiani d’Europa, e anche i liberali e ogni destra. Ma il danno è fatto: Veltroni si è fatto mettere nel sacco da Prodi, e dal suo compagno D’Alema. Col decreto, ora senza padri, ma subito controfirmato dal presidente della Repubblica, dovrà ora fare marcia indietro dal fronte, e non è facile in guerra.
Veltroni, lui, fa l'irenico. Va a Auschwitz, va in Africa, ad Auschwitz e in Africa porta i ragazzi delle medie, e continua con le feste. Nel mentre che spazza via ogni divevrso parere nel Partito democratico, e minaccia di spazzare via tutte le stamberghe degli immigrati, che deturpano ponti e fiumi - li butterà sul bagnasciuga? La sinistra più spesso non sa che fare e perde la testa. Nella memoria di molti italiani, di Francia e ritornati, c’era fino a qualche anno fa, fino a quando sono vissuti, l’abominazione del Fronte Popolare, che per non saper che fare nel 1936 aveva emanato un precedente decreto Prodi di deportazione nazionale.
Veltroni, lui, fa l'irenico. Va a Auschwitz, va in Africa, ad Auschwitz e in Africa porta i ragazzi delle medie, e continua con le feste. Nel mentre che spazza via ogni divevrso parere nel Partito democratico, e minaccia di spazzare via tutte le stamberghe degli immigrati, che deturpano ponti e fiumi - li butterà sul bagnasciuga? La sinistra più spesso non sa che fare e perde la testa. Nella memoria di molti italiani, di Francia e ritornati, c’era fino a qualche anno fa, fino a quando sono vissuti, l’abominazione del Fronte Popolare, che per non saper che fare nel 1936 aveva emanato un precedente decreto Prodi di deportazione nazionale.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (6)
Giuseppe Leuzzi
Ci resta, a noi del Sud, quello che a Camus restava già nel 1954, nell’“Estate”, a Tipasa, la spiaggia di Algeri: “La lunga rivendicazione della giustizia consuma l’amore che pure l’ha fatta nascere. Nel clamore in cui viviamo l’amore è impossibile e la giustizia non basta. Per questo l’Europa odia il giorno e non sa che opporre l’ingiustizia a se stessa. Ma per impedire che la giustizia si racornisse, bel frutto arancio che non contiene che una polpa amara e secca, riscoprivo a Tipasa che bisogna conservare intatte in sé una freschezza, una fonte di gioia, amare il giorno che sfugge all’ingiustizia, e tornare alla lotta con questa luce riconquistata. Ritrovavo qui la vecchia bellezza, un cielo giovane, e misuravo la mia fortuna”.
Prefazio direbbe: “Qua si campa d’aria”.
È ricorrente negli scrittori meridionali, anche in Sciascia e Camilleri, di forte coscienza civile, la distinzione tra vecchia e nuova mafia. E dell’“ominità”, o altrettali, di valori forti che avrebbero pervaso i vecchi mafiosi.
Non è vero niente. È solo un segno del perdurante galantomismo. Il galantuomo non è stato distrutto da Salvemini, prospera sempre nelle forme dell’amicizia, del rispetto, dell’influenza, anche evidentemente tra i grandi letterati. Non ci sono, e non ci sono stati, mafiosi retti, timorati, La mafia è un fenomeno di anarchismo che in parte risponde a esperienze storiche, e forse a “caratteri nazionali”, ma soprattutto è alimentato dalla stessa mafia. Dalla criminalità quando non è perseguita. È una sfida contro tutti – che inevitabilmente, dopo i tanti lutti che provoca, finisce nel nulla.
Il vecchio mafioso poteva anche cercare una sponda con i notabili (possidenti, giudici, avvocati, medici, mestri) ma ai fini del suo potere mafioso. Non amministrava giustizia, faceva favori. Non era maestro di saggezza Non toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Non ricostituiva l’imene delle ragazze disonorate, al massimo imponeva matrimoni inutili. Non sparava col kalashnikov, ma col coltello dava non meno colpi. Il che, se non altro, richiede più cattiveria.
È sempre efficace dire negro al negro. Per una volta Sartre è stato geniale, che ha immaginato un razzismo anti-razzista.
L’ultimo rapito dell’Aspromonte, Alessandra Sgarella, ne è uscita combattiva, i rapitori definendo “scarsamente professionali”. Ecco, che ci voleva?
Nel 1948, o 1949, Montanelli creò il Mezzogiorno, descrivendo – trascrivendo a suo dire – il decalogo per l’uso della tazza del cesso nell’albergo di Crotone. Punto forte: evitare di sedersi sulla tazza.
C’era nei regolamenti dei lager: evitare di sedersi sulla tazza (a p. 112 di Beccaria-Rolfi-Bruzzone, “Le donne di Ravensbrück”). Ma anche stando con i piedi sulla tazza si poteva essere puniti. Le SS punivano chi volevano.
Montanelli non era un SS, era un plagiario e un pulcinella, ma ha determinato a Crotone, dove forse non era stato, il destino dei meridionali nella pubblicistica sul Sud, dall’emerito Bocca al superpoliziotto Dalla Chiesa.
Milano. “La Lega non è propriamente milanese, ma essendo Milano la capitale naturale del Nord, si è rapidamente radicata nella città”, eleggendosi un sindaco leghista. “Anche Mani pulite è nata a Milano. E non si è trattato solo di un fatto giudiziario, ma di un grande sommovimento popolare. La forza di Di Pietro non dipendeva dalla legge, ma dall’appoggio dei milanesi che scrivevano dovunque “Grazie Di Pietro”. Di Pietro non era solo un magistrato, era un eroe popolare, un giustiziere, un capo carismatico. Infine da Milano è partita Forza Italia. In pochi mesi sono sorti dodicimila club. Dopo le elezioni del 27 marzo del 1994 Berlusconi andava al governo. Tre mesi dopo nelle elezioni europee otteneva il 30 per cento dei voti e tre milioni di preferenze personali”. Perché, si chiedeva Francesco Alberoni nel 1997, dopo aver fatto l’elenco dei primati di Milano, “a due mesi dalle elezioni del sindaco di Milano, c’è in giro tanta perplessità e, in alcuni casi, tanta indifferenza?” Perché Milano è frou-frou, ama rispondersi, è volubile, si stanca presto. No, perché Milano sfrutta l’Italia, la tiene col morso stretto: li fa, e li manda a Roma. A quindici anni data, la natura dei primati milanesi fa solo paura.
Sudismi\sadismi. “Gazzetta del Sud”, 21 dicembre 2005: “Ad Africo Nuovo, nell’istituto Serena Juventus, nei giorni scorsi è stato inaugurato il museo permanente costituito in onore di don Giovanni Stilo, voluto fortemente dai fratelli Rocco, Salvatore e Grazia nel sesto anniversario della scomparsa del sacerdote, molto noto non solo nel vasto comprensorio jonico. Erano presenti all’evento numerose autorità militari, religiose e civili. Il taglio del nastro è stato effettuato dal vescovo della diocesi di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Maria Bregantini”. Serena Juventus è la scuola che don Stilo aveva fondato. Il don è dovuto al sacerdozio. La notorietà alla condanna nel 1986 per mafia a sette anni di carcere su accusa di un pentito, a numerose pubblicazioni ostili di parte ex Pci. Una per tutte per il prestigio, quella di Corrado Stajano, “Africo”, Einaudi, un grande inviato e un grande editore.
Il museo e la natalizia inaugurazione si fanno perché nel frattempo don Stilo è stato assolto con formula piena, e riconosciuto vittima di un errore giudiziario. Cioè, per intendersi, di una persecuzione. Ma nessun (ex) Pci se ne scusa, nemmeno in piccolo, o in privato. Anzi, a leggere Internet, per gli (ex) Pci questo prete è sempre l’emblema spregevole della mafia. La mala erba, come si suole dire, non muore mai.
La Calabria, con 52 mila ricoveri e interventi sanitari fuori regione ogni anno, è in rapporto agli abitanti la regione che più spende fuori i suoi soldi della sanità – ben più della Campania (61 mila viaggi della speranza) e della Sicilia (49 mila). La Lombardia, con 120 mila ricoveri da fuori regione, spiega anche così la sua posizione leader per reddito, rispetto all’ultima della graduatoria, la Calabria. Questa specie di sottosviluppo ha un solo nome, follia.
L’emigrazione sanitaria costa, in cifra, poco: 250 milioni l’anno, su una spesa sanitaria regionale di tre miliardi e mezzo. Non è la bilancia dei pagamenti che fa la differenza, quanto l’intelligenza: non riuscire a curarsi spendendo tre miliardi e mezzo l’anno.
Ci resta, a noi del Sud, quello che a Camus restava già nel 1954, nell’“Estate”, a Tipasa, la spiaggia di Algeri: “La lunga rivendicazione della giustizia consuma l’amore che pure l’ha fatta nascere. Nel clamore in cui viviamo l’amore è impossibile e la giustizia non basta. Per questo l’Europa odia il giorno e non sa che opporre l’ingiustizia a se stessa. Ma per impedire che la giustizia si racornisse, bel frutto arancio che non contiene che una polpa amara e secca, riscoprivo a Tipasa che bisogna conservare intatte in sé una freschezza, una fonte di gioia, amare il giorno che sfugge all’ingiustizia, e tornare alla lotta con questa luce riconquistata. Ritrovavo qui la vecchia bellezza, un cielo giovane, e misuravo la mia fortuna”.
Prefazio direbbe: “Qua si campa d’aria”.
È ricorrente negli scrittori meridionali, anche in Sciascia e Camilleri, di forte coscienza civile, la distinzione tra vecchia e nuova mafia. E dell’“ominità”, o altrettali, di valori forti che avrebbero pervaso i vecchi mafiosi.
Non è vero niente. È solo un segno del perdurante galantomismo. Il galantuomo non è stato distrutto da Salvemini, prospera sempre nelle forme dell’amicizia, del rispetto, dell’influenza, anche evidentemente tra i grandi letterati. Non ci sono, e non ci sono stati, mafiosi retti, timorati, La mafia è un fenomeno di anarchismo che in parte risponde a esperienze storiche, e forse a “caratteri nazionali”, ma soprattutto è alimentato dalla stessa mafia. Dalla criminalità quando non è perseguita. È una sfida contro tutti – che inevitabilmente, dopo i tanti lutti che provoca, finisce nel nulla.
Il vecchio mafioso poteva anche cercare una sponda con i notabili (possidenti, giudici, avvocati, medici, mestri) ma ai fini del suo potere mafioso. Non amministrava giustizia, faceva favori. Non era maestro di saggezza Non toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Non ricostituiva l’imene delle ragazze disonorate, al massimo imponeva matrimoni inutili. Non sparava col kalashnikov, ma col coltello dava non meno colpi. Il che, se non altro, richiede più cattiveria.
È sempre efficace dire negro al negro. Per una volta Sartre è stato geniale, che ha immaginato un razzismo anti-razzista.
L’ultimo rapito dell’Aspromonte, Alessandra Sgarella, ne è uscita combattiva, i rapitori definendo “scarsamente professionali”. Ecco, che ci voleva?
Nel 1948, o 1949, Montanelli creò il Mezzogiorno, descrivendo – trascrivendo a suo dire – il decalogo per l’uso della tazza del cesso nell’albergo di Crotone. Punto forte: evitare di sedersi sulla tazza.
C’era nei regolamenti dei lager: evitare di sedersi sulla tazza (a p. 112 di Beccaria-Rolfi-Bruzzone, “Le donne di Ravensbrück”). Ma anche stando con i piedi sulla tazza si poteva essere puniti. Le SS punivano chi volevano.
Montanelli non era un SS, era un plagiario e un pulcinella, ma ha determinato a Crotone, dove forse non era stato, il destino dei meridionali nella pubblicistica sul Sud, dall’emerito Bocca al superpoliziotto Dalla Chiesa.
Milano. “La Lega non è propriamente milanese, ma essendo Milano la capitale naturale del Nord, si è rapidamente radicata nella città”, eleggendosi un sindaco leghista. “Anche Mani pulite è nata a Milano. E non si è trattato solo di un fatto giudiziario, ma di un grande sommovimento popolare. La forza di Di Pietro non dipendeva dalla legge, ma dall’appoggio dei milanesi che scrivevano dovunque “Grazie Di Pietro”. Di Pietro non era solo un magistrato, era un eroe popolare, un giustiziere, un capo carismatico. Infine da Milano è partita Forza Italia. In pochi mesi sono sorti dodicimila club. Dopo le elezioni del 27 marzo del 1994 Berlusconi andava al governo. Tre mesi dopo nelle elezioni europee otteneva il 30 per cento dei voti e tre milioni di preferenze personali”. Perché, si chiedeva Francesco Alberoni nel 1997, dopo aver fatto l’elenco dei primati di Milano, “a due mesi dalle elezioni del sindaco di Milano, c’è in giro tanta perplessità e, in alcuni casi, tanta indifferenza?” Perché Milano è frou-frou, ama rispondersi, è volubile, si stanca presto. No, perché Milano sfrutta l’Italia, la tiene col morso stretto: li fa, e li manda a Roma. A quindici anni data, la natura dei primati milanesi fa solo paura.
Sudismi\sadismi. “Gazzetta del Sud”, 21 dicembre 2005: “Ad Africo Nuovo, nell’istituto Serena Juventus, nei giorni scorsi è stato inaugurato il museo permanente costituito in onore di don Giovanni Stilo, voluto fortemente dai fratelli Rocco, Salvatore e Grazia nel sesto anniversario della scomparsa del sacerdote, molto noto non solo nel vasto comprensorio jonico. Erano presenti all’evento numerose autorità militari, religiose e civili. Il taglio del nastro è stato effettuato dal vescovo della diocesi di Locri-Gerace, mons. Giancarlo Maria Bregantini”. Serena Juventus è la scuola che don Stilo aveva fondato. Il don è dovuto al sacerdozio. La notorietà alla condanna nel 1986 per mafia a sette anni di carcere su accusa di un pentito, a numerose pubblicazioni ostili di parte ex Pci. Una per tutte per il prestigio, quella di Corrado Stajano, “Africo”, Einaudi, un grande inviato e un grande editore.
Il museo e la natalizia inaugurazione si fanno perché nel frattempo don Stilo è stato assolto con formula piena, e riconosciuto vittima di un errore giudiziario. Cioè, per intendersi, di una persecuzione. Ma nessun (ex) Pci se ne scusa, nemmeno in piccolo, o in privato. Anzi, a leggere Internet, per gli (ex) Pci questo prete è sempre l’emblema spregevole della mafia. La mala erba, come si suole dire, non muore mai.
La Calabria, con 52 mila ricoveri e interventi sanitari fuori regione ogni anno, è in rapporto agli abitanti la regione che più spende fuori i suoi soldi della sanità – ben più della Campania (61 mila viaggi della speranza) e della Sicilia (49 mila). La Lombardia, con 120 mila ricoveri da fuori regione, spiega anche così la sua posizione leader per reddito, rispetto all’ultima della graduatoria, la Calabria. Questa specie di sottosviluppo ha un solo nome, follia.
L’emigrazione sanitaria costa, in cifra, poco: 250 milioni l’anno, su una spesa sanitaria regionale di tre miliardi e mezzo. Non è la bilancia dei pagamenti che fa la differenza, quanto l’intelligenza: non riuscire a curarsi spendendo tre miliardi e mezzo l’anno.
Secondi pensieri (3)
zeulig
Amore - È fede. Un po’ più incostante, e carnale, certo.
Succede nella fede – e nell’amore – come nell’emozione estetica, che è sentita e non spiegata. Anche se l’intelligenza vi troverà il suo più fertile nutrimento.
Dio - Mette in soggezione, tanto è grande, uno ha difficoltà a riconoscerlo. Come un cane di un uomo, è da supporre. E a quel punto è inesistente per la ragione – non è sostanza né accidente, come don Ferrante diceva della peste. Ma poiché esiste bisogna immaginarselo.
Un po’ svagato, dunque, conforme ai suoi adempimenti. E anche, per quanto amico, un po’ antipatico: uno che promette e non mantiene, solo se costretto. Quando si mise in vacanza nel 1942, gli ebrei per un paio d’anni non riuscirono a trovarlo in nessun posto.
Mito – La mitologia è moderna, se non contemporanea. Le raccolte di Greaves, Kerènyi, etc., sono repertori storici, ma “dicono” quanto il folklore anchilosato.
Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mitos non stava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la metis.
Opinione - È dura. E può essere tutto, il discorso della cosa che diventa la cosa.
Perfezione - È l’idea della vita. Non si è per essere perfetti.
Poesia - È l’unico linguaggio che non spreca parole, ogni sua parola è significante e si basta.
È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica: è evasione dall’impegno. Tanta poesia d’amore si fa, perché l’amore è il portale massimo all’evasione. Come la natura.
È un pensiero spuntato.
È finzione – effetti speciali, sottigliezze, insinuazioni, ipotesi. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.
Politica - È gioco ed economia, azzardo e calcolo. Come ogni altra attività umana, l’innamoramento, l’impresa, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne al gran numero (le masse, l’opinione pubblica), e quindi ne è sopraffatta.
Ragione - È la madre del dubbio – una madre ostile, presuntuosa.
Superteste – C’è sempre un superteste nel giustizialismo, ma a confermarne la natura perversa (illegale, golpista). Se il superteste è una persona onesta, che ha denunciato i delitti per tempo e non è stato creduto, è in realtà un testimone a carico dell’apparato repressivo, forze dell’ordine, giudici, giornalisti a cui si è rivolto. Se è un supertestimone dell’ultima ora è, nella migliore delle ipotesi un mitomane – ma di solito è un profittatore. Oppure è l’equivalente della lettera anonima: uno che apre e tiene vive alcune tracce, senza l’obbligo di certificare le sue affermazioni. E anzi tanto più può aggravarle in quanto è garantito dall’impunità.
Suspense – Fino al giallo era la scrittura stessa, la narrazione. Quella che si chiamava arte della narrazione, anche senza il morto.
zeulig@gmail.com
Amore - È fede. Un po’ più incostante, e carnale, certo.
Succede nella fede – e nell’amore – come nell’emozione estetica, che è sentita e non spiegata. Anche se l’intelligenza vi troverà il suo più fertile nutrimento.
Dio - Mette in soggezione, tanto è grande, uno ha difficoltà a riconoscerlo. Come un cane di un uomo, è da supporre. E a quel punto è inesistente per la ragione – non è sostanza né accidente, come don Ferrante diceva della peste. Ma poiché esiste bisogna immaginarselo.
Un po’ svagato, dunque, conforme ai suoi adempimenti. E anche, per quanto amico, un po’ antipatico: uno che promette e non mantiene, solo se costretto. Quando si mise in vacanza nel 1942, gli ebrei per un paio d’anni non riuscirono a trovarlo in nessun posto.
Mito – La mitologia è moderna, se non contemporanea. Le raccolte di Greaves, Kerènyi, etc., sono repertori storici, ma “dicono” quanto il folklore anchilosato.
Per i greci, per restare alla nostra cultura, il mitos non stava fuori né veniva prima del logos, la filosofia, e della vita pratica, la metis.
Opinione - È dura. E può essere tutto, il discorso della cosa che diventa la cosa.
Perfezione - È l’idea della vita. Non si è per essere perfetti.
Poesia - È l’unico linguaggio che non spreca parole, ogni sua parola è significante e si basta.
È evasione. Anche quando è impegnata, civile, politica: è evasione dall’impegno. Tanta poesia d’amore si fa, perché l’amore è il portale massimo all’evasione. Come la natura.
È un pensiero spuntato.
È finzione – effetti speciali, sottigliezze, insinuazioni, ipotesi. Dov’è la verità della poesia? Nella poesia.
Politica - È gioco ed economia, azzardo e calcolo. Come ogni altra attività umana, l’innamoramento, l’impresa, l’amicizia, la guarigione. Ma deve risponderne al gran numero (le masse, l’opinione pubblica), e quindi ne è sopraffatta.
Ragione - È la madre del dubbio – una madre ostile, presuntuosa.
Superteste – C’è sempre un superteste nel giustizialismo, ma a confermarne la natura perversa (illegale, golpista). Se il superteste è una persona onesta, che ha denunciato i delitti per tempo e non è stato creduto, è in realtà un testimone a carico dell’apparato repressivo, forze dell’ordine, giudici, giornalisti a cui si è rivolto. Se è un supertestimone dell’ultima ora è, nella migliore delle ipotesi un mitomane – ma di solito è un profittatore. Oppure è l’equivalente della lettera anonima: uno che apre e tiene vive alcune tracce, senza l’obbligo di certificare le sue affermazioni. E anzi tanto più può aggravarle in quanto è garantito dall’impunità.
Suspense – Fino al giallo era la scrittura stessa, la narrazione. Quella che si chiamava arte della narrazione, anche senza il morto.
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