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giovedì 10 agosto 2023

Secondi pensieri - 520

zeulig

Accettazione – Fa la “realtà”. A partire da Dio – Dio esiste in quanto è accettato, in concorso. Il possibile diventa reale nel momento in cui è accettato. Per questo sono sostitutive (sostituite) realtà in comparabili: oggi i diritti in confronto alla divinità, perlomeno nella sua formulazione di comandamenti, leggi e doveri - o anche solo alla maternità, che invece è un “fatto”, fisiologico, sia pure sotto un che di “divinità” (arcano). È la realizzazione della potenza (potenziale, possibile).
“L’esistenza è il compimento del possibile” (Christian von Wolf), se e in quanto il possibile viene accettato, è fatto “realtà”.
 
Big Bang – Un’esplosione evoca una fine, non un’origine. Esplosione di una massa in qualche forma preesistente. Non c’è altra raffigurazione di un’esplosione che meccanica. Uno spazio che nasce dall’inesteso, un tempo dall’atemporale?
 
Coscienza – “In realtà al coscienza si può ricondurre a una serie di funzioni cognitive, cerebrali e corporee”, Riccardo Viale, “La Lettura”, 6 agosto. In realtà a una serie non esaustiva, è questo il busillis.
“La coscienza non è un hard problem, cioè un problema irrisolvibile….ma una illusione che nasce dalla sua dimensione e genesi religiosa”, id. Anche fuori della religione – p.es. Platone, p.es. gli stoici. In un’altra dimensione, forse non darwiniana – non darwiniana in senso stretto.
 
Dante – “L’idea che la perfezione debba essere priva di qualità sembra un paradosso. Questo riguarda anche il paradiso,  nel senso che ad esso furono attribuite qualità cui certo l’immaginazione non poteva rinunciare.  Il perfetto non può neppure avere un’immagine contraria che gli corrisponda, nessun rovescio. L’invenzione dell’inferno non dimostra nulla contro Dante, tuttavia attribuisce anche a lui una collocazione: extra muros della città eterna” – “certo, ogni descrizione del paradiso è inferiore alla sua” – E. Jünger, “La Forbice”, § 46.
 
Darwin – “È possibile interpretare anche la sua dottrina ad maiorem Dei gloriam” – E. Jünger, “La forbice”, § 117. Tutto era nel paradiso terrestre, nell’eden – anche “i denti veleniferi”, anche l’inquinamento, in potenza certo: “Pare dunque assurda la razione della chiesa contro Darwin”. E al § 144: “La teoria di Darwin non pone alcun problema teologico”.
 
Diritti – “I diritti dell’uomo, un concetto tuttora ideale e controverso”, E. Jünger (“La forbice”, § 207, ca 1987-1990). E non da un punto di vista reazionario o conservatore : “Una migrazione incontrollata dei popoli potrebbe essere esplosiva”.
 
Durata – In geologia ci sono terreni in cui si conserva “una certa instabilità sismica”: “In maniera simile si comportano, da un punto di vista geostorico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora raffreddato”, E. Jünger, “La forbice”, §34: “I terreni migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e tuttavia continuano ad abitare quelle terre”,
Jünger seguita facendo il caso dell’ “Asia Minore prima di Alessandro, e addirittura prima di Erodoto”. E di “Alicarnasso, il Libano con il sangue di Adone, l’antica Persia”.
 
Imperialismo – Quello coloniale è stato popolare da ultimo, nella decadenza, per un nazionalismo di rivalsa. La decadenza è epoca di colpi di coda. Nel suo fulgore è sempre stato iniziativa e interesse di pochi, contro le aspettative e le critiche dei molti, accompagnandosi comunque alla guerra, a forme belliche. Dei pochi per interesse, o per disegno politico, di conoscenza? Per entrambi, la ricerca del mero interesse non ne giustificherebbe i costi.
Inumazione – È soltanto umana. Prossima alla humanitas (humare, humanitas?)
come nome-funzione, come segno distintivo. Come conservazione, fino alla fine dei tempi più che al consumo della carne, delle ossa? Come memoria – segno memoriale. Finché dura la memoria dei viventi.
 
“1984” – “Da tempo abbiamo ormai superato 1984 di Orwell”, E. Jünger, “La forbice”, § 73 (1987-1990 circa): “La tecnica ha raggiunto le dimensioni di un linguaggio mondiale e questo fa sì che la partecipazione sociale dell’individuo assuma in misura crescente un valore statistico”.


Paternità – Era totale dunque nel diritto e la pratica romane. Era totale in linea patrilineare, sui figli maschi. Il potere era temperato invece su moglie e figlie, anche sugli schiavi.

Il potere del ladre sul figlio era temperato a sua volta dal parricidio. Praticamente “libero”, non perseguibile.
Si poteva diventare padri – cioè capifamiglia - anche infanti. Bastava essere maschi.


Psicoanalisi - “I giudizi negativi che nella nostra epoca vengono dati spesso alla scissione della personalità non sono altro che un cumulo di sciocchezze. Tale scissione si manifesta come uno dei principi che governano il mondo, nel bene oltre che nel male”. – E. Junger, “Un incontro pericoloso”,73-74.
 
Purgatorio – Recente nel cristianesimo, ma la transizione è ovunque, nei riti. I culti lo prevedono tutti, come traversata dello Stige, peregrinazioni in Egitto, viaggi di Maometto, il ponte di Sirat.  Le Goff, che ne ha legato l’istituzione nel cristianesimo al commercio delle indulgenze è probabilmente nel giusto storicamente, ma l’esigenza era comune: ci vuole una transizione dal tempo all’eternità.


Record – L’affondamento del «Titanic» fu il cattivo presagio dei nostri giorni”, riflette E. Jünger a fine Novecento  (“La forbice”, §56), che dice epoca di chimere, non di buon auspicio o presagio (“la chimera è un fenomeno del mondo titanico”). E commenta: “Il concetto di record era estraneo alle Olimpiadi e ai loro giochi, a differenza dai nostri.”


Storia – “La storia non ha alcuna meta; essa esiste” – E. Jünger, “La forbice”, § 168

“Una frase di Agostino, di cui non ricordo precisamente la collocazione, dice che tutto il nostro lambiccarci su ciò che era prima serve solo a riempire i manicomi, e Umberto Eco, in un saggio di cui mi sto occupando giusto stamattina,il 4 giugno 1988, dice che ogni tentativo di fondare un senso ultimo conduce nell’insensato e sottrae al mondo il suo mistero”– id. § 173
 
“La cultura non risulta dalla storia, ma ne è il presupposto” – id. § 263.
 
zeulig@antiit.eu

Alla scoperta dell'America

L’America non lo attrae, New York, ma lo sorprende. Per il traffico ordinato, senza polizia agli incroci.”Un paese che si coccupa veramente dei bambini. E degli adolescenti. Istijntivamente generoso (la prima conferenza a New York ha un ticket d’ingresso: alla fine si annuncia che l’incasso è per i bambini francesi – siamo nel 1946: uno spettatore propone che all’uscita ciascuno dià di nuovo la stessa somme del ticket, ma “tutti danno molto di più”). “L’ospitalità, la cordialità è dello stesso tenore, immediata e senza ritorno”. Ma l’impressione è forte di “repressione e di terribile esasperazione sessuale”. Con il razzismo: “Abbiamo inviato in  missione qui un Martinichese. Lo hanno alloggiato a Harlem. Rispetto agli altri colleghi francesi, nota per la prima volta che non è della stessa razza”. Il viceversa è anche vero: “Nel bus, un americano medio si alza davanti a me per cedere il posto a una vecchia signora nera”. Ma ha l’“impressione he solo i negri ci mettono la vita, la passione e la nostalgia in questo paese che colonizzano alla loro maniera”.
Le note di viaggio, negli Stati Unti da marzo a maggio 1945, e in America del Sud, essenzialmente il Brasile, da giugno ad agosto 1949. Che Camus ha lasciato specialmente curate, in vista di una pubblicazione. Molti appunti del viaggio in Sud America sono confluiti nel racconto “La pietra che cresce” (nella raccolta “L’esilio e il regno”) e nelle divagazioni “Il mare da vicino”.
Con alcuni peosonaggi, in navigazione, specialmente femminili, attraenti, o bizzarre. E a New York “la moglie di Saint-Ex., una delirante” (a pranzo, “racconta che e San Salvador suo padre ha avuto, da 17 legittime, quarantatré bastardi, di cui ciascuno ha ricevuto un ettaro di terra”). Ma soprattutto il futuro grande amico Nicola Chiaromonte. Che vede sempre insieme con Rubé (Borgese?).
Note di cose viste, ma anche molto autobiografiche. Di persona attraente, ai suoi trent’anni, con un occhio per tutte le donne che incontra, conscio del suo glamour intellettuale, e sempre sportivo. Ma valetudinario, in Sud America passa da un’influenza all’altra, è insonne, è depressivo – in due occasioni scrive di avere pensato al suicidio. E, all’improvviso, oscuri, faticosi, risvegli: “Vivere, è fare male, agli altri, e a se stessi attraverso gli altri” - per la crisi con la moglie Francine, da innamorateto di Maria Casarès? Sembrerebbe: “Perseguitato dall’idea del male che si fa agli altri solo a guardarli. Far soffrire mi è stao a lungo indifferente, bisogna confessarlo. È l’amore che ni ha chiarito su questo punto”.
Il viaggio è specialmente affollato, vivace, in Brasile, anche se spesso solo di macumbe e condomblé folklorici, mentre non ama Bueos Airesa, a Montevideo viene trattato male e in Cile è ostaggio di una delle solire proteste sindacali, come sempre violente. Ma trova sempre spunti d’interesse, anche soo nella spuma del mare o nei colori del sole, personaggi ad altorilievo, e  letterati che lo intrattengono di grande spessore, Murilo Mendese,Victoria Ocampo, altri di minor nome. Curioso semrpe delle donne,  per lo più belle e simpatiche, “alcune anche si propongono direttamente”. Anche se dei due viaggi per conferenze quello in Sud America è piuttosto disorganizzato.
In America Latina la scoperta precoce di quello che sarà il Terzo Mondo, pur provenendo Camus dall’Algeria: uno stato di estrema povertà, accanto ma “separato” dal paese che prospera e si arricchisce.
Due testi separati, riuniti nell’edizioncina francese a fini editoriali. Molti nomi sono dati con iniziali dallo stesso Camus, alcuni, anche significativi, senza nemmeno iniziali – “il più grande” poeta brasiliano. Al primo viaggio Camus è un giornalista di fama, ma un autore ancora incerto, e per questo è sorvegliatissimo, anche perché il gironale, “Combat”, di cui è l’animatore, esibisce il testatina “Dalla Resistenza alla Rivoluzione”. E tuttavia anche in America un viaggio da “vedette”, molto accudito, da personaggi eccellenti, per conferenze in college prestigiosi, Vassar, Harvard – come più tardi altri ne farà da vedette in Italia, auspice Chiaromonte, e in Grecia.
Albert Camus, Journaux de voyages, Folio, pp. 131 € 6
Diario di viaggio in America del Sud
, Città Aperta, pp. 83 €15

mercoledì 9 agosto 2023

Le cattive abitudini del governo con le banche

A colpo d’occhio, i governi italiani ci hanno sempre provato con le banche, con eccezione di Bpm, Intesa e Unicredit. Provato a disintegrarle – con Bmp in verità ci hanno provato, ma il banco ha resistito. I governi italiani del Millennio. Licenziato Fazio, si sono sbizzarriti nelle più varie manovre – accorpamenti, spezzettamenti, chiusure, aperture, e credito facile. Col solo effetto di fallimenti e parafallimenti, dalle banche del Centro-Italia, Mps compreso, al Veneto, e fino alla Popolare di Bari.   
Fazio è il governatore della Banca d’Italia che con cautela era riuscito nell’impossibile traversata delle banche dalla politica (banche Iri, casse di risparmio, Popolari) al mercato. Col miracolo Unicredit – se si guarda alle componenti – e anche del gigante Intesa, benché imperniato sulla Commerciale. Poi Bazoli, il patron di Intesa, ha voluto Fazio impiccato, compagnucci della parrocchietta e tutto, perché gli aveva impedito di prendersi anche Generali, e l’opera incompiuta è finita in un mezzo disastro.
In Italia non c’è alternativa fra i governi delle banche (obbligo di conto corrente Monti, obbligo di carta di credito Draghi) e il giustizialismo, di sinistra e ora di destra? Si dice questa la politica dell’uomo della strada – “il banchiere è una sanguisuga”. Che però in questo caso anche lui si sente offeso, ha il suo modesto conto corrente anche lui. La tassa non è stata popolare, e fa paura.
Sembra un controsenso: la banca non è la nemica del popolo? Ma funziona così; “Non mettere le mani in tasca”, come diceva il buonanima.

Fine anticipata della vacanza

In consiglio dei ministri è il ministro dei Trasporti ad annunciare una supertassa sulle banche. Non il ministro dell’Economia e delle Finanze, che supervede al fisco, non il presidente del consiglio: un ministro che non c’entra. Se non perché è il capo della Lega. Anzi, solo perché si chiama Salvini, e fa quello che vuole, forte di un suo partito.  
La tassa probabilmente non inciderà sul patrimonio delle banche – sarebbe da galera. È stata imposta solo perché la Spagna, socialista, l’ha imposta qualche tempo fa - ma in accordo con le banche. Imposta di autorità e in fretta. Il fisco si vuole prudente e prevedibile. Ma per Salvini non fa differenza, ha fretta, di mostrarsi capo del governo.
Meloni, che pure si vede confabulare da pari a pari, malgrado la statura, con i potenti della terra, con Salvini non ci sa fare. Finché Salvini è stato buono, nove mesi, le cose sono andate. Ora non più, partita la campagna elettorale per le Europee, che sono fra nove mesi. Soprattutto non sarà facile per il Paese: per l’indebitamento, per la produzione e la produttività, per i problemi internazionali (i migranti, la Cina, la guerra, il Pnrr). Meloni in questi mesi è come se avesse corso, sempre indaffarata, ma era in vacanza, di potere. Che abbia fatto tutto Salvini, abbia fatto tutto per metterla in ombra, come una piccola figurante, prefigura però tutta una diversa Meloni, piccola in tutti i sensi, una che non può, e forse non sa. Ma in quale governo un ministro si alza e impone una tassa? Non nel governo italiano, che costituzionalmente è consiliare, di cui il capo è solo presidente - una debolezza doppia nella fattispecie?

Sordi umano, fa il padre

Vent’anni dopo avere rifiutato “Il sorpasso” di Dino Risi (il ruolo andò a Gassman), Sordi pentito ritenta l’operazione sfruttando il giovanissimo Verdone, reduce da “Un sacco bello”. Si viaggia sempre lungo l’Aurelia, il legame è paterno (la scoperta del figlio), i luoghi sono incantevoli, e  le ragazze, con molte battute e gag carine, ma l’effetto non è lo stesso.
Un ruolo diverso per Sordi, non più da imbroglioncello, ma è solo un film onesto: padre e figlio ventenne buon annulla e un po’ stolido, osservatore di gabbiani, si scoprono. Sordi non è Risi e ne viene un copione di bontà.
Alberto Sordi, In viaggio con papà, Rete Quattro, Mediaset Infinity

martedì 8 agosto 2023

Attentati ai treni

Gli attentati ai treni sono sempre stati opera di neofascisti, da Tuti in poi. Anzi dall’attentato alla Freccia del Sud, il treno dalla Sicilia a Torino, il 22 luglio 1970, a Gioia Tauro, con sei morti e una sessantina di feriti. Una tecnica diventata tattica, organizzata, due anni dopo, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972, con la serie di ordigni, esplosi e non esplosi, lungo le ferrovie in varie dislocazioni, da Latina a Gioia Tauro, per sabotare una manifestazione dei metalmeccanici a Reggio Calabria contro i boia-chi-molla.
A Bologna quindi il 2 agosto 1980 si disse subito di si, la strage è fascista. Ma subito dopo di no. Poi ci fu Cossiga, col suo abitino di seminatore del dubbio, o “rottamatore” un po’ bipolare, che nel 1991 disse che non erano stati i fascisti. E dietro Cossiga si mosse molta intellighentsia di sinistra. Infine sono emersi i telegrammi del col. Giovannone, l'uomo dei servizi a Beirut, col suo accordo di non belligeranza col terrorismo palestinese, allarmato da un’ennesima scissione, segnalando una o più “schegge impazzite”.
In verità, l’accordo di Giovannone (e Eni, e altri: ospedali e aiuti umanitari in cambio di protezione contro il terrorismo) con Arafat e l’Organnizzazione per la Liberazione della Palestina non aveva protetto l’Italia, a Fiumicino e altrove. Ma non c’è mai stata una forma di terrorismo palestinese come quella di Bologna. E sui neofascisti per Bologna grava la condanna giudiziaria.
La condanna è un fatto. Ma in mezzo a tanti misfatti, per primo il tortuosissimo processo (più processi) per piazza Fomtana - contro ogni evidenza (per prima la pista anarchica voluta dal commissario Calabresi). Il dubbio quindi ci sta. Per ora la strage alla stazione è dei neofascisti. Ma indagare non dovrebbe nuocere.

Sicilia in allegria

Una Sicilia che si prende in giro. Sulla mania dei primati: i Lestrigoni, giganti, il re Artù nell’Etna, Shakespeare di Messina (questa è rubata: Shakespeare-Florio-Crollalanza era di Bagnara in Calabria - ma è vero che Messina-Palmi-Bagnara facevano nel Cinquecento città metropolitana, lo Stretto). Sulle bellezze: non c’è immagine non curata per essere “bella”, ma nessuna immagine obbligata dell’isola. Sulle spiritosaggini: un racconto pieno di gag e battute, ma senza parere. Le suore smmozzatrici, a tariffa. L’isola avvelenata, dove il pane è di segale cornuta, droga naturale - ma solo la sera, un panino a testa. La mafia dello Speedy Pizzo. E l’ecologia: la setta cui Dimartino è affiliato coltiva la metamorfosi in alberi. Con Vecchioni che fa il complottista. E Erlend Øye se stesso.
Il duo di cantautori Colapesce-Dimartino si fingono divisi dopo Sanremo 2021, e il successo di “Musica leggerissima”, e si riuniscono per un film sulle leggende della Sicilia, che viene pagato profumatamente (“ah, i tempi della ‘Piovra’ con Michele Placido, quanti bigliettoni in nero”). Una rivisitazione della Sicilia da completare in otto giorni. E all’avventura i due ex soci s’imbarcano, ogni giorno una diversa. Il torneo di poesia dei Nebrodi. L’anello miracoloso perduto in mare. E la ricerca del Graal che si manifesta una teiera.
Un omaggio alla Sicilia. Colapesce e Dimartino, con la complicità di Nicolosi, psichiatra e videomaker, ripercorrono eleganti le tracce dell’assurdo fatto in casa, di Franchi e Ingrassia, Ficarra e Picone, di Angelo Musco a suo tempo, o di Turi Ferro. Une vena isolana fertile. In fondo, lo abbiamo dimenticato, lo stesso Pirandello era all’origine e al fondo uno scrittore comico - satirico, ironico, scherzoso - e uno che tanto ebbe a scrivere, e non definitivamente, sull’umorismo. Sullo sfondo di una  Sicilia non canonica, ma senza un’immagine che non sia bella.
Un film d’autore. Che Nicolosi avrebbe ideato su un libro di fiabe siciliane, dice, ricevuto in dono da Dimartino – soggetto e sceneggiatura figurano di Nicolosi, Colapesce e Dimartino. Di suo il regista lavora con immagini veloci, dei protagonisti , visti dall’alto più che frontali, o dal basso, o laterali, quasi voci narranti, voci-quadro, e immagini invece che s’impongono come in una galleria. Con molto ritmo, un montaggio secco, svelto.
Zavvo Nicolosi, La primavera della mia vita, Sky Cinema

lunedì 7 agosto 2023

Problemi di base bellicosi - 762

spock

 
La guerra fa bene a chi?
 
Le bombe intelligenti sono opera di un filantropo?
 
E le bombe a grappolo?
 
E quelle al neutrino, che colpiscono solo l’uomo?
 
Quando Alessandro Magno, Attila e Oppenheimer si pentono, è per andare in paradiso?
 
L’odio nasce dalla guerra, o la guerra nasce dall’odio?
 
spock@antiit.eu

Il poeta è un minatore

La poesia è “puro narcisismo finché il poeta si ferma ai singoli fatti esterni della propria persona o biografia. Ma ogni narcisismo cessa appena il poeta riesce a chiudersi e inabissarsi talmente in se stesso da scoprirvi e portare al giorno quei mondi di luce che non sono soltanto dell’io ma di tutta la tribù”.
Il poeta è un minatore. È poeta colui che riesce a calarsi più a fondo in quelle che il grande Machado definiva “las secretas galerias del alma”. Perché “quanto più il poeta s’immerge nel propri io tanto più egli allontana da sé ogni facile accusa di solipsismo”.
In una collana chiamata “Piccola biblioteca di letteratura inutile” una conferenza di Giorgio Caproni, nel 1982, a Roma, nel teatrino “Flaiano” a Santo Stefano del Cacco, sulla sua poesia (in occasione dell’uscita di una sua raccolta) e sul poetare in generale. Curata da Roberto Mosena, con un saggio di Flavio Santi, ma raccolta da Pietro Tordi. Un attore che andava a caccia di voci sula poesia: non mancava accademia, circoli, librerie, teatri dove se ne parlava, e registrava gli interventi. 
Oggi siamo tutti poeti, da TikTok in su, anzi da whattspad: un male non può essere, anche se senza “scavare” molto - meglio una poesia social come viene, che niente?  
Giorgio Caproni,
Sulla poesia, Italo Svevo, pp. 72 € 13

domenica 6 agosto 2023

Ombre - 679

“Turisti in calo fino al 30 per cento”. Turisti italiani – non si fa più vacanza, o allora per due terzi degli anni precedenti, non si può. Ma fatturato di settore in crescita di 1,2 miliardi. È l’indice vero dell’inflazione. Che non è al 6 per cento, e nemmeno al 7, chiunque faccia la spesa lo sa, i prezzi sono più che raddoppiati – dei vegetali anche triplicati. Un residente a Roma che esca a pranzo o a cena si meraviglia che ancora tanti stranieri possano fare turismo in Italia.
 
Sei procedimenti giudiziari, penali e civili, a carico di Trump sono stati scaglionati nei diciotto mesi fino al voto presidenziale di novembre 2024. Difficile non vedervi un’agenda politica. Negli Stati Uniti Procuratori di giustizia sono di nomina politica (governatoriale o presidenziale). Ma nessun giornale lo ricorda. Né si disse al tempo del Russiagate che era un dossier, pagato, commissionato a una ex spia inglese dalla campagna elettorale di Hillary Clinton, con la complicità della Cia. La democrazia si accompagna alla giustizia politica?
 
Domenica è “Tensioni su Reddito e Pnrr”. Lunedì è “Rialzi e tensioni su prezzi e tassi: rischi sulla ripresa”. Martedì è “Rallenta la crescita italiana”. Mercoledì è “Battaglia sui fondi dl Pnrr”. Giovedì “Reddito, alta tensione in aula”. Venerdì, “Scontro su salario e prezzi”. A corpo 48, in prima pagina, del giornale più diffuso. Di cui niente è vero. Neanche come pettegolezzo: sono cose che che non interessano a nessuno. Forse ai parlamentari? Ma i parlamentari non leggono, non hanno tempo, i cellulari non gli lasciano un secondo – e poi li hanno ridotti, ora sono solo seicento. Interesseranno ai padroni dei giornali, per ricattare il governo?
 
Commemorandosi la strage di Bologna, i titoli sono per Mattarella: “Accertata la matrice fascista”. Cosa che ogni presidente ripete da anni, da quando i tribunali l’hanno dichiarata. Mentre la notizia sarebbe che a dire “la responsabilità di questa strage fascista, neofascista” è stato Larussa, che è ora il presidente del Senato, ma tiene o teneva in corridoio in casa il busto di Mussolini. È come se non si volesse passato il neofascismo, e nemmeno il fascismo.  Anzi, non è “come se”, è proprio così, perché non ci sono altri argomenti. Ma di fascismo “non si campa”.
 
La Grande Mobilitazione annunciata (sperata, invocata) a Napoli, a Pisa, a Milano (a Milano, il reddito di cittadinanza?)  contro il governo per i controlli sul reddito di cittadinanza non c’è stata, ma non si dice. Pochi ai sit-in. Ma se ne mostrano solo gli striscioni, non i partecipanti. Che sono gli impiegati Cgil e Usb, i comitati di base (i 5 Stelle fanno la voce grossa solo sulla tastiera, non si scomodano ad andare in piazza).
 
Politicamente, non sarebbe utile dire invece che non è una partita poveri-ricchi ma onesti-furbi – i quali, essendo furbi, non si sono presentati in piazza. Onesti essendo i percettori del reddito di cittadinanza con diritto.
 
“Le aveva rubato le chiavi di casa e si era nascosto nell’armadio della stanza da letto. Ha aspettato che si addormentasse e poi  l’ha assassinata colpendola  alla gola con un coltello. I pm che indagano sul femminicidio di Cologno Monzese potrebbero contestare a Zakaria Atqaoui anche la premeditazione”. Perbacco!
Il “Corriere della sera” scopre il garantismo in prima pagina. Con ben due redattori.
 
Il giorno prima lo stesso giornale scopriva che, finita in gloria la drammatica, tragica, vitale rata di luglio del Pnrr, altre nuvole si addensano sulla scadenza di dicembre, per la penna addirittura di Fubini, che pure conosce le lingue: “Evasione e giustizia, le preoccupazioni di Bruxelles sul Pnrr. Sotto esame le modifiche richieste e la quarta rata di fine anno”. Ora, delle due l’una: o questo Pnrr è funesto (morboso, sospettoso). O la Commissione di Bruxelles è un po’ depressa, che sempre sta in ansia per l’Italia. Anche a Ferragosto.

Il cambiamento in foto

Fino al 20 agosto una larga esposizione di molti fotografi di varia provenienza, e con varie narrazioni. Al centro la collettiva del titolo, che si vuole “l’unico programma al mondo di fotografia sul cambiamento climatico basato su dati concreti, gestito da Climate Outreach, un team di scienziati sociali e specialisti della comunicazione”. Nell’insieme, la documentazione del cambiamento in atto, non sempre nelle migliori intenzioni.  
Star della mostra il fotografo tibetano Xiangyu Long, sulla rapidissima trasformazine del Tibet. Per effetto anche della globalizzazione e dell’omologazione, ormai parte del “continente” Cina.  Curioso il suo “Tik Tok in Kham”, la vicenda di un pastore tibetano di yak diventato un influencer su TikTok, che trascina al cambiamento tutta la comunità dove vive.
Gabo Caruso, argentina, segue la transizione di genere di una bambina, Cora. L’austriaco Klaus Pichler documenta con “The Petunia carnage” l’insensibilità alla natura. L’inglese Arianne Clément, con la serie di foto “The Art of Aging”, va controcorrente, mostrando pose naturali e svelte di persone anziane, fatte di semplicità, grazia e perfino sensualità. Michele Martinelli, il documentarista lucchese, con “Far South” fa vivere il carattere imponente, segreto della Sila.
Due mostre complementari. “Identità e comunità” del collettivo Vaste Programma (Giulia Vigna e Leonardo Magrelli i fondatori, nel 2017) sulle immagini dei nuovi media. E “Anni interessanti” dell’Archivio Luce-Cinecittà, per la cura di Enrico Menduni, che documenta l’Italia negli anni dal 1960 al 1975.
Il Fiumefreddo Photo Festival alla seconda edizione si allarga alla vicina San Lucido e si fa Fotografia Calabria Festival.
Associazione Pensiero Paesaggio, Climate Visuals, Fiumefreddo Bruzio-San Lucido

sabato 5 agosto 2023

Problemi di base - 761

spock


La follia è pura?
 
La storia è prevedibile?
 
I genitori di figlie hanno più probabilità di divorziare di quelli con fili maschi?
 
Solo quando le figlie raggiungono la pubertà?
 
“Meno ti conosci, meglio stai”, Emanuele Trevi?
 
E la psicoanalisi?
 
Perché ci dovrebbe essere nell’universo, per quanto infinito, qualcosa di simile all’umanità, o anche soltanto alla terra, a ventimila anni luce?

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – processuali (243)

I processi a Trump, sei finora, sono scaglionati lungo la campagna elettorale.
Il processo civile contro la Trump Organization comincia il 2 ottobre.
Il processo penale per diffamazione avviato da Jean Carroll comincia il 15 gennaio.
La class action per un “pyramid scheme”, o metodo Ponzi, o Madoff, il 29 gennaio.
Il processo hush money (“acquisto” di testimoni) il 25 marzo.
La denncia per i documenti segreti tenuti in casa il 20 maggio.
Resta da calendarizzare il processo per i fatti del 6 genaio 2020.
I processi avrebbero prosciugato la liquidità di cui Trump dispone, compresi i fondi elettorali per le primarie repubblicane.

Il miglior filosofo – se è esistito

Giurista, astronomo, filosofo, interlocutore e ispiratore di Platone, che a lui intitolò un dialogo celebre, per di più pitagorico, dunque un discepolo di Pitagora che ha scritto, ha scritto un trattato, ma poi, Timeo di Locri è mai esistito? La parte migliore del volumetto è il lavoro della curatrice, Cinzia Campus: la sua introduzine e le lunghe note di traduzione - il trattato è poca cosa nel libro, una ventina di pagine (con al centro una lunga serie di numeri armonici), e poca cosa in sé.
Che non sia esistito è ipotesi inesatta. C’è nel “Timeo” di Platone: “Timeo di Locri, in Italia, città dalle ottime leggi,  ove non è secondo a nessuno né per sostanze, né per nascita, ha rivestito le più alte cariche e le magistrature nella città, ed ha toccato, a parer mio, la vetta di tutta la filosofia”, degno interlocutore di Socrate. Quale filosofia, questa? Platone insiste: “Il più valente tra noi nell’astronomia, e quello che maggiore impegno ha profuso nella conoscenza della natura del tutto”. Anzi, addirittura, sarebbe Timeo e non Platone l’autore del “Timeo”, secondo una malignità di Diogene Laerzio: Platone avrebbe derivato il suo “Timeo” da alcuni “libercoli” comprati a caro prezzo, di Filolao e di tre autori pitagorici (che Diogene Laerzio non menziona, ma uno di questi si supporrebbe Timeo di Locri). Malignità ripresa da Proclo due secoli dopo.
Altre notizie non abbondano. Platone lo nomina qualificandolo sempre di “pitagorico”. L’incontro di Socrate con Timeo, che occasiona il dialogo di Platone, sarebbe avvenuto intorno al 421 - “Timeo apparterrebbe quindi alla generazione di Filolao, contemporaneo più vecchio di Socrate”. Cicerone accenna in un paio di passi a un incontro fra Timeo e Platone in uno dei viaggi di Platone in Italia – ma anche lui credeva che Platone si fosse ispirato a Pitagora.
Timeo di Locri, Sulla natura del mondo e dell’anima, Ets, pp. 97 € 6,71

venerdì 4 agosto 2023

Letture - 528

letterautore


Amore
- Il destino si può piegare in mille modi,  “ma non c’è assolutamente un modo per ognuno di innamorarsi”, Robert L. Stevenson, “On falling in Love” (in “Virginibus puerisque”).Soprattutto non c’è per gli scrittori, sembra dire, dall’esemplificazione che fa seguire alla massima: “Si sa di Shakespeare, del problema che gli si è creato quando la regina  Elisabetta gli chiese di inscenare Falstaff innamorato. Non credo che Henry Fielding sia mai stato innamorato. Scott, se non fosse per un passaggio o due in ‘Rob Roy’, mi darebbe la stessa impressione”.
Lo stesso Stevenson pensa della “innumerevole armata di persone anemiche fatte con lo stampino che occupano ordinatamente la faccia di questo pianeta” che la cosa è rara, per un motivo: “Il semplice incidente di innamorarsi è altrettanto benefico quanto è stupefacente”.
È anche inclassificabile. Fra tutti i sentimenti, “l’amore, in particolare, non supera un riesame storico; per tutti quelli che lo hanno sperimentato, è uno dei fatti più incontestabili al mondo; ma se si comincia a chiedere che cosa era in altri periodi e paesi, in Grecia per esempio, i più diversi dubbi cominciano a insorgere”.
 
Analfabetismo di ritorno
–“L’ondata di immagini favorisce un nuovo analfabetismo”, poteva rilevare E. Jünger a fine anni 1980 in una serie di annotazioni occasionali poi pubblicate col titolo “La forbice”, §164: “La scrittura è sostituita dai segni, si può osservare il peggioramento dell’ortografia. Ne consegue l’involgarirsi della grammatica”.
E non aveva ancora gli emoticon, gli idiotismi, stretti, obbligati e decidui, le abbreviazioni da iniziati, le sigle variabili quasi quotidianamente – sempre da iniziati.
 
Braccio teso
– Il saluto romano, poi fascista e nazista, era un segno di difesa e non di affermazione? Così lo dice E. Jünger, “La forbice”, § 102, con “un significato magico”: “Il braccio teso in avanti orizzontalmente, esibito a difesa dallo sguardo del male, con un significato magico”.
 
Buon costume
– Era “teoria dei moralisti dell’Ottocento che il buon costume varia a seconda dei paralleli”” – E. Jünger, “Un incontro pericoloso”, p. 37.
 
Dante
– Leopardi non lo sentiva “suo”, a fronte del Tasso. In un esteso passo dello “Zibaldone”, 4255, a proposito delle sfortune dei due poeti, “sfortunatissimi”. Entrambi onorati, di cui visitiamo riverenti i sepolcri. Ma, continua Leopardi, “io, che ho pianto sopra quello del Tasso, non ho sentito alcun moto di tenerezza a quello di Dante”. Se lo rimprovera, avendo “un altissima stima, anzi ammirazione, verso Dante”. Tanto più che “le sventure di quello (Dante, n.d.r.) furono senza dubbi reali e grandi”, mentre “di questo (Tasso, n..d.r.) appena siamo certi che non fossero, almeno in gran parte, immaginarie”. E ne cerca il perché. Se lo dà in quanto “veggiamo in Dante un uomo d’animo forte, d‘animo bastante a reggere e sostenere la mala fortuna. Oltracciò un uomo che contrasta, e combatte con essa, colla necessità, col fato”. Un ritratto in qualche modo originale. Mentre “nel Tasso veggiamo uno  che è vinto dalla sua miseria, soccombente, atterrato”, etc.
 
Dante islamico
– Tante avventure nell’aldilà sono delle “Mille e una notte”.
 
Don Giovanni
– È coetaneo della Costituzione americana. “Il più famoso libertino all’opera, che impersona la libertà non solo dai vincoli sociali e politici ma dalla sessualità, la religione, e la stessa morale, è sempre stato una figura inquietante” - Larry Wolf, il cultore di Verdi, sulla “New York Review of Books”: “«Viva la libertà!» canta Don Giovanni come i suoi ospiti arrivano per una festa serale, e poiché l’opera fu composta nel 1787, nell’età dell’Illuminismo e alla vigilia della Rivoluzione Francese, non è irragionevole chiedersi che specie di libertà ha in mente. È la specie di libertà politica che fu stabilita nella Costituzione americana, anch’essa scritta nel 1787….”.
Wolf continua riferendo il messaggio a Da Ponte, il librettista, più che a Mozart. Ma evita di dire che Da Ponte era lui stesso don Giovanni – tanto da essere bandito, prete scomunicato, da Venezia. E che, dopo vari matrimoni, imprese fallimentari, peregrinazioni fra Praga, Dresda, Londra, si stabilì in America – vi si stabilì con l’ultima famiglia, e vi divenne insegnante, libraio e infine professore, alla Columbia.
 
U. Eco
– “Umberto Eco, in un saggio di cui mi sto occupando giusto stamattina, il 4 giugno 1988, dice che ogni tentativo di fondare un senso ultimo conduce nell’insensato e sottrae al mondo il suo mistero”– Ernst Jünger, “La forbice”, § 173. Tomista di formazione, Eco ha presto abbandonato la filosofia (la metafisica) per le applicazioni pratiche del pensiero, la sociologia della letteratura, la semiotica, il costume, il giornalismo.
 
Figure
– “La fiaba fa riferimento di preferenza al regno animale, la parabola a quello delle piante – il granello di senape, il loto, il fico, il giglio. Tutte queste figure sono imparentate: sono simboli dell’uomo entro il regno vivente. Ritroviamo invece esempi tratti dal mondo inanimato nei proverbi” – E. Jünger, “La forbice”, §17.
 
Madre-figlia
– Il rapporto conflittuale è uno dei primi temi dei primi romanzi. Miss Howe scrive a Miss Harlowe in “Clarissa”, vol. II, lettera XIII: “Sai, mia madre ogni tanto litiga con molta forza; sempre almeno molto caldamente. Mi capita spesso di pensarla diversamente da lei, e entrambi pensiamo così bene delle nostre ragioni che raramente siamo felici di aver convinto l’una l’altra. Un aso molto comune, penso, in tutti i dibattiti veementi. Lei dice che sono troppo intelligente. Anglicizzato, troppo impertinente. Io, che lei è troppo saggia. Cioè, per metterla in altro modo in inglese, non più così giovane come pure è stata”.

Mosè È citato per la prima volta da Longino? Fra le tante perplessità su chi era Mosè non poteva mancare Voltaire. Nel breve scritto “Auteurs”, 1770 circa, rifacendosi alla “Histoire de la philosophie” del “buon abate Bazin”, fa valere che “mai nessun autore ha citato un passaggio di Mosè prima di Longino, che visse e morì al tempo dell’imperatore Aureliano”. Il nome era noto, Giuseppe ne parla più volte, ma nessuno cita un detto o uno scritto, nessuno dei profeti autori dei libri biblici. “Benché egli sia un autore divino”, aggiungeva Voltaire. Che però non notava che i libri della Bibbia non si citano fra di loro. 
Prima del “romanzo” (poi non pubblicato) e dei tre saggi di Freud su Mosè, “un generale egiziano”, la sua figura era stata al centro di un Antisemitismusdiskurs a fine Settecento, un dibattito sull’antisemitismo. Nel 1790 Schiller pubblicava sulla rivista “Thalia” “La missione di Mosè” – Schiller è stato storico valente, prima che drammaturgo. C’era in corso la rivoluzione francese, ma Schiller si impegnava a rielaborare, in parte confutandola, la prolusione tenuta un anno prima a Jena dall’illuminista framassone Carl Leonhard Reinhold. Con un testo fitto, di una quindicina di pagine, come la prolusione. Schiller fa nascere la parola “ebrei” con la fuga dall’Egitto, un nome spregiativo dato ai riottosi israeliti dal faraone, che li aveva confinati in aree separate. Ma non fa di Mosè un egiziano, bensì il figlio di un’ebrea fatto crescere con un trucco dalla figlia del faraone, e quindi a scuola dai sacerdoti, dai quali apprende i Misteri di Iside. E lo dice per questo un capo opportuno ma anomalo per gli ebrei.
 
Nazionalità - “Sarebbe belllo se nazioni e razze potessero comunicarsi le loro qualità; ma in pratica, quando si guardano l’una con l’altra, hanno l’occhio solo ai difetti” - R.L.Stevenson, “Village Communities of Painters”.
 
Psicologia – “Fabbrica i sogni che studia”, E. Jünger, “La forbice”, §75: “A volte pare che i vecchi libri di sogni possano darci informazioni migliori di quelle che  della moderna psicologia, che fabbrica i sogni che studia”.
 
Santippe – Personaggio ricorrente delle narrazioni (p.es. l’ultimo racconto delle “Mille e una notte”), la donna autoritaria, scomparsa dal secondo Novecento in qua – scomparsa col femminismo che  invece ne sarebbe l’applicazione pratica?
 
Viaggio –Non si viaggia per viaggiare ma per aver viaggiato”, Alphonse Kerr, 1847.


letterautore@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – armate (242)

Fino al 60 per cento delle famiglie americane potrebbe possedere armi.
La percentuale dichiarata dei detentori di armi in casa è molto inferiore, poco più della metà, il 33 per cento del totale della popolazione. Ma il Centro di Ricerca sulle Armi dell’università Rutgers nel New Jersey dubita della veridicità delle dichiarazioni (le ricerche si fanno a campione, il dato non è statistico), e prospetta che una metà di chi dichiara di non possedere armi di fatto le detiene.
Una statistica di fine 2020 dà in 434 milioni di armi da braccio la produzione per il mercato privato nei precedenti venticinque anni.
Nel 2002 sono stati venduti 17 milioni di armi per possesso privato.

Il giallo innocente

Jünger nel 1985, a 90 anni, debutta nel thriller. Nella Parigi di Fine Secolo (Ottocento) centro del mondo: Belle Époque, champagne, fortune accidentate, amori à gogo. E una casa d’appuntamenti elegate e discreta. Vittima, sarebe il caso di dire, un giovane – tedesco – tanto bello quanto innocente. Mentre lei, la femme fatale, di un solo sguardo, è un caso borderline, si direbbe oggi. Il tutto agito, per caso, da un Mercurio, un deus ex machina, dispetico. E agitato (shakerato), in un mondo altolocato, di ammiragli e brasseurs d’affaires, all’ombra del Jockey Club. C’è anche un detective, anzi ce ne sono due – e uno viene dal Deuxième Bureau, il controspionaggio, poi famigerato al tempo delle indipendenze africane.
Un racconto di suspense più  che d’azione – c’è quasi l’unità di tempo, luogo e azione. Con lunghe escursioni attorno ai luoghi e ai personaggi: Jünger si cimenta col feuilleton, col romanzo popolare, che vuole personaggi “distinti”, attorno naturalmente a una seduzione.
Non propriamente un giallo. Un omaggio a Parigi, passeggiata e commentata in dettaglio. Centro più che altro del demi-monde. Delle avventure facili, in affari e a letto, di licenza misurata e obbligata. Un romanzo di costumi. E di formazione, di giovane vergine a opera di un mefistofele di passaggio. Del thriller ha il ritmo - anche se non veloce. Nella traduzione di Anna Bianco, Bompiani, a ruota sulla prima edizione tedesca.
Ernst Jünger, Un incontro pericoloso, Adelphi, pp. 193 € 14

giovedì 3 agosto 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (533)

Giuseppe Leuzzi


Si scopre per la curiosità di un senatore americano che i colori della bandiera, bianco, rosso e verde, erano i colori della Repubblica Cispadana al tempo di Napoleone. Cosa che si sapeva. Ma che la Cispadana li aveva adottati in quanto colori della Lombardia (la cosa, perlomeno, è spiegata così dal sito del Quirinale, chissà): il verde della guardia civica milanese, dal 1782, il bianco e rosso dell’“antichissimo stemma comunale di Milano” (croce rossa su campo bianco). La Lega non lo sapeva, oppure vanno bene una cosa e l’altra, il leghismo e la bandiera?
 
“Un ponte fra due cosche” è una battuta per il ponte sullo Stretto di don Ciotti, il fondatore e animatore di Libera, l’organizzazione che gestisce i beni sottratti ai condannati per mafia. Un patrimonio enorme, di cui non si conosce la qualità della gestione, né la destinazione dei risultati di gestione. Una gestione peraltro assortita di cospicui aiuti pubblici. Il sacerdote conferma che il Sud è vittima (anche) dell’antimafia. Una camicia di forza.
 
Nella Parigi a cavaliere dell’Otto-Novecento, che molto s’immaginava mondi futuri, un Henry Le Bon (pseudonimo per il re omonimo, Henry VI “Le Bon”) pubblicava nel 1890 un “L’an 7860 de l’ère chrétienne”, in cui s’immaginava gli alimenti sintetici e conflitti giganteschi, tra la Francia e l’Inghilterra, e tra la Sicilia e l’Italia.
 
Il linguaggio dei gesti
“È dimostrato che, da sempre, si è attribuita al movimento una forza immediata: la capacità di intendersi attraverso i movimenti, infatti, venne prima del linguaggio. Un’intesa più che sufficiente per un contatto, spesso più comprensibile della stessa parola esplicita. Il fim muto e il teatro Kabuki ne sono una prova” – Ernst Jünger, “La forbice”, § 99.
È il linguaggio del Sud, che si vuole più economico. Quindi espressione del fanientismo meridionale - è topos anche del western, per semplificare l’indolenza chicana. Ma più articolato e  significativo di quello parlato, che si disperde tra dialetto e lingua, nelle forme dialettali e nel dialetto italianizzato. Più comprensibile o più carico di senso, un gesto, un messaggio forse indolente o forse in vece di una parola che non si trova, forse di un giro di parole.
Ma era arte discorsiva, ora non più, sacrificata alla modernità – alla forma compiuta, anche se inespressiva o poco espressiva, di valore legale. Oggi, per via social, in forma prevalentemente di eufemismi, inversioni, paradossi, interrogative, interrogative negative. Cioè parole non solo insignificanti (non o poco significanti), ma incerte, e come un rifiuto del linguaggio, della comunicazione. Una non assunzione di responsabilità di quello che si intende dire, che viene lasciata all’interlocutore – che è una funzione del linguaggio, ma ancillare, non se ne è la parte costituente. Ed è il rifiuto di responsabilità che invece si imputa – si imputava - al “linguaggio del Sud”.
C’è anche una “linea della palma” linguistica, che è montata al Nord, che ha soggiogato il Nord? La “linea della palma” che monta era già troppo pretendere in termini di codici mafiosi – il Sud non dovrebbe pretendere troppo di sé, non conta nulla.
 
Il tempo del Settentrione
Leopardi aveva antevisto anche questo. In più passi dello “Zibaldone”, 867, 2333. Il primo riferimento, 867, è molto chiaro, 
dopo un’estesa disamina del perché le civiltà, gli imperi, fioriscono e poi decadono, a opera dei barbari – nel quadro del pessimismo della storia: “Che vuol dire che i cosiddetti barbari… hanno sempre trionfato de’ popoli civili, e del mondo?... Vuol dire che tutte le forze dell’uomo sono nella natura e illusioni; che la civiltà, la scienza ec. e l’impotenza sono compagne inseparabili…”:“L’Europa tutta civilizzata sarà preda di quei mezzi barbari che la minacciano dai fondi del Settentrione”.  Conclusione ribadita nel “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani”: “Sembra che il tempo del settentrione sia venuto. Finora ha sempre brillato e potuto nel mondo il mezzogiorno. Ed esso era veramente fatto per brillare e prepotere in tempi quali furono gli antichi. E il settentrione viceversa è propriamente fatto per tenere al di sopra ne’ tempi della natura de’ moderni”.

Un pensiero che Leopardi potrebbe avere mediato da Herder, dalle “Idee per la Filosofia della storia dell’umanità”, del 1784-1791. Che trovava disponibile alla lettura in francese nel 1828, nella traduzione di Edgar Quinet.
 
La mafia onnipotente è dell’antimafia
Salvatore Lupo non lo dice più, si è forse stancato, ma ne dà i dati di fatto in breve, presentando la sua ricerca sul “Mito del Grande Complotto”, dello sbarco Alleato in Sicilia in combutta con la mafia, e la liberazione dell’Europa dal nazifascismo come opera sicula, cioè della mafia – d’intesa e in alleanza con la mafia. Mito che, Lupo non lo dice ma serve ricordarlo, è stato a lungo, e perdura, nella sinistra politica in Italia, nel Pci e negli scrittori che si legano al Pci, come Camilleri. Ma anche in chi, come Sciascia, può essere stato tutto ma sicuramente non sovietista, non uno che credeva tutto in chiave di “guerra fredda”.
Il “complotto” nasce con Michele Pantaleone, persona peraltro stimabile, un politico siciliano e gionalista, interlocutore di Carlo Levi, combattente anti-separatista e antimafia, nel 1968 sul quotidiano di Palermo “L’Ora”, in una sua inchiesta di quattro puntate (a quattro mani con “Castrense Dadò”, pseudonimo dell’avvocato Nino Sergi), e poi, quattro anni dopo, nel primo libro della storia su “Mafia e politica”, pubblicato via Levi da Einaudi.
Non se ne parla successivamente molto, se non in chiave “guerra fredda”, nel Pci e dintorni. Fino alla Commissione Parlamentare Antimafia. Sarà la prima Commissione Antimafia, presieduta dal senatore democristiano Luigi Carraro di Padova, a fare nel 1976 della mafia la mallevadrice, se non l’organizzatrice, dello sbarco Alleato. E poi ancora l’Antimafia di Violante, che pure sapeva di cosa si parlava, interlocutore di Falcone e di Caponnetto, il cui rapporto finale, nel 1993 (“nel momento della massima minaccia portata da Cosa Nostra alla Repubblica”) ripeteva la conclusione di Carraro. Malgrado ci fosse già una documentazione storica, pubblica, che la smentiva.   
 
Cronache della differenza: Napoli
“Napoli è certamente la città i cui abitanti parlano più ossessivamente di sé, e della collettività, dell’ambiente, della cultura e della storia di cui fanno parte”, comincia cosi Fofi, napoletano eccellente, la recensione-stroncatura sul “Sole 24 Ore Domenica” di “Napoli stanca. 17 scrittori raccontano la città nascosta”, l’antologia curata da Mirella Armiero. Cui il gironale dà il titolo: “Scrivi Napoli, dici Napoli, ma come stanca Napoli!”. Fofi è arrabbiato, si sente. “In questo senso sì, Napoli stanca, come dice il titolo”.
 
Un solo atout Fofi riconosce alla sua città, che Napoli è un po’ Milano per “una comune massiccia «gentrificazione»”. Che si pensa sia un complimento: il risanamento dei quartieri degradati. O è un’altra polpetta avvelenata? Il risanamento dei Quartieri Spagnoli, via dei Tribunali, Spaccanapoli si è fatto come a Roma Panico e dintorni, o Trastevere, o il Pigneto: sloggiando i residenti – magari alloggiandoli in abitazioni più morderne e confortevoli, ma in ambiente estraneo, ovviamente periferico.
 
In contemporanea con Fofi sul “Sole 24 Ore”, “Le Monde” fa anch’esso colpa alla città di essersi “gentrificata”, di non essere più sporca e cattiva ma tutta bed and breakfast, sulla via di diventare un’altra Barcellona, un hot spot per turisti. Si stava meglio quando si stava peggio?
O, con un detto calabrese: falla come vuoi, sempre è cocuzza – non si sfugge al “destino”?

Voltaire non dà molto tempo a san Gennaro: “Quando la ragione arriva, i miracoli se ne vanno”. Tanto più che non porta prosperità - nessuno, né nobili né borghesi né popolani, ci guadagna niente. Mentre si sa che “Dio non fa miracoli a data fissa, e che non cambia le leggi che ha imposto alla natura”. Ma lo diceva, “Conformez-vous au temps”, verso il 1765, duecentocinquant’anni fa. Poi si dice che Napoli manca di resilience.

Ha l’onore di essere elevata tra le capitali mondiali dei ladri (vory in russo) da Le Carré nelle memorie, “Tiro al piccione”, §18 – insieme con Varsavia, Madrid, Berlino, Roma, Londra e New York.

  
“Città andalusa sperduta in Italia” la definisce Elisa Chimenti, la scrittrice-imprenditrice scolastica a Tangeri in Marocco, napoletana di origine, emigrata in Marocco col padre medico all’inizio del Novecento, nell’opera inedita “Miettes”, briciole (Chimenti, che si sentiva molto napoletana, scriveva in francese, lingua franca di Tangeri), assicura la sua biografa per l’“Enciclopedia delle donne”, Maria Pia Tolentino, che ne cura le carte.
 
Avellino ha una novità, un assessore al brand. È Barbara Politi, giornalista e conduttrice tv in Puglia, dove vive, premio Ischia per il giornalismo enogastronomico: assessore alla Promozione del brand Avellino. Un Sud 5.0, avendo saltato le precedenti tappe? La fantasia non difetta.
 
“Nella sola provincia partenopea ci sono più beneficiari di Lomardia Piemonte e Veneto, messe assieme”. Nella Campania più beneficiari di Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna Liguria. Battere il Nord non è difficile se ci riesce Napoli da sola - la “città metropolitana” certo. Il beneficio è del reddito di cittadinanza. Poi si dice che a Napoli non sono bravi cittadini.
 
La ministra Calderone può dire: “In Campania, regione col più alto numero di percettori del Reddito di Cittadinanza, sono stati censiti 108 mila posti di lavoro disponibili”. Il redattore che ne raccoglie le dichiarazioni specifica tra parentesi: “circa 25 mila percettori”. Ma è saltato un 5: sono, erano, 255 mila.
 
Il paradosso, per così dire, era materia di più inchieste del “Sole 24 Ore” trent’anni fa, e forse anche quaranta: che a Napoli capeggiavano la classifica dei disoccupati (allora c’era un punteggio, una graduatoria per anzianità, e ai primi veniva segnalato il maggior numero di offerte) sempre gli stessi nomi. Disoccupati di mestiere - i “disoccupati organizzati” di cui non si rise, anzi il Pci se ne fece una forza.
 
Fa sempre senso, ancora a quarant’anni di distanza, ripubblicandosi le lettere di Tortora dal carcere, leggere che tutti i giudici che lo perseguitarono, in Procura e nei Tribunali, fecero carriera. Il presidente del Tribunale di primo giudizio, di cui si tace il nome tale è l’infamia, si produsse in uno sfottente: “Tanto perché non dicano che non do spazio alla difesa”. Questa strafottenza è “molto napoletana”.
 
Fecero tutti carriera, i perscutori di Tortora. Uno dei procuratori fu pure eletto al Csm, senza vergogna. Lo stesso avverrà nel 2006 con Calciopoli, il processo  alla Juventus, tutto napoletano, inquirenti, Carabinieri compresi, giudicanti, e giornalisti accusayori. Invece il giudice che in Appello assolse Tortora, Michele Morello, venne isolato nel palazzo di Giustiza napoletano.
 
Anche questo è “molto napoletano”, il giudice onesto, e il boicottaggio. Qualche anno dopo ci sarà la serrata dei Procuratori contro un capo della Procura, Cordova, un calabrese, che pretendeva che lavorassero, ogni giorno – che aprissero qualcuna dei due milioni di pratiche arretrate.

leuzzi@antiit.eu

Leonardo, Raffaello e Dante brand Italia a Pechino

La mostra che i Lincei hanno organizzato alla Villa Farnesina a Roma nella seconda parte del 2021 è ripresa dall’Istituto Italiano di Cultura a Pechino da fine luglio. Riorganizzata per il pubblico cinese, propone per due mesi 120 manufatti: opere d’arte, manifesti e riviste a parete, e oltre 150 fra libri, cataloghi, pubblicità, cartoline, francobolli d’epoca. Una mostra che collega le prime manifestazioni dell’uso del made in Italy a fini commerciali alle passate celebrazioni dei centenari dei tre artisti: Leonardo, Raffaello e Dante celebrati non per sé ma per l’effetto immagine, per quanto sono stati spesi come nome per consentire al nuovo brand di affermarsi come sinonimo di qualità.

La Raffles City di Pechino è lo spazio più in voga della capitale della Cina. Un complesso di torri, appena  inaugurato, a uso promiscuo, abitazione, lavoro, svago, sport, commercio. A somiglianza della più celebre Raffles’ City di Singapore, già ripresa a Shangai. Intitolata al personaggio dei thriller un secolo fa di Hornung, il “ladro gentiluomo”. Che aveva derivato il nome dall’albergo allora di lusso di Singapore, il Raffles Hotel, luogo di molte avventure del personaggio: una costruzione neoclassica fronte mare, tuttora in attività, realizzata da una società, i Sarkies Brothers, e intitolata a sir Stamford Raffles, il fondatore di Singapore.
Accademia dei Lincei, Il trittico del Centenario, Leonardo 2019, Raffaello 2020, Dante 2021, e l’Ingegno Italiano alle origini del Made in Italy, Raffles City, Pechino
 

mercoledì 2 agosto 2023

Cronache dell’altro mondo – demografiche (241)

Circa 400 mila bambini nati ogni anno da genitori non residenti hanno la cittadinanza americana per nascita. Sono gli “anchor babies”.
Sono più delle nascite ogni anno in ognuno dei cinquanta Stati dell’Unione. Eccetto la California, che mediamente registra oltre 400 mila nascite (420 mila nel 2020) – il Texas, invece, è lo Stato con meno nascite, 366 mila nel 2020.
Si considerano “anchor babies” i figli di immigrati irregolari, o di genitori non cittadini degli Stati Uniti che vi risiedono per lavoro, studio, turismo. Mediamente, sui 300 mila “anchor babies” sono figli d’immigrati irregolari, 70-80 mila di dipendenti stranieri in America col visto di lavoro, di studenti stranieri, di turisti.
L’America si considera tuttora un paese d’immigrazione, che favorisce con la cittadinanza alla nascita (lo ius soli). Uno status guridico largamente maggioritario anche nell’opinione. Ora contestato dai teorici della Grande Sostituzione del ministro Lollobrigida, con due argomenti. Ai 18 anni gli “anchor babies” possono “nazionalizzare” i genitori e altri familiari attraverso la green card, anche se immigrati illegali. O residenti in altri paesi in età avanzata, genitori, nonni. I 4,5 milioni di “anchor babies” in America oggi sotto i 18 anni aumentano la spesa sanitaria pubblica di 2,4 miliardi di dollari ogni anno, “pagati dal contribuente americano”.
“Anchor baby” è termine spregiativo, come di chi avesse fatto un bambino per ottenere poi la cittadinanza, o comunque la non espulsione.