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mercoledì 27 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (634)

Giuseppe Leuzzi


Ma non c’è il Sud in Cina
Il pianista Lang Lang, in recital a Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana. Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente compassato.
Ora, è vero che i cinesi sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione, quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando, rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano, più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti) “bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?


Sudismi\sadismi – dell’oneupmanshipmania, o celodurismo
Stravittorie al primo turno alle comunali a Venezia, Salerno e Reggio Calabria. Il “Corriere della sera” dedica un paio di pagine rispettosissime al vincitore di Venezia, e una mezza pagina di “colore” - di buffonate – per uno a Salerno e Reggio: “Caccia ai posteggiatori e opere faraoniche. Il ritorno di «Vicienz»” e “Gaffe, invocazioni e verbi spericolati. Il mondo di «Ciccio»”. “Ciccio”, dunque, e “Vicienz”, due macchiette.  Il Sud “si crea”, ogni girono – in questo caso a opera di uno di Salerno emigrato a Milano.
 
“Se i nostri principi non coincidono con quelli degli altri”, spiega retoricamente a Valerio Cappelli l’attrice norvegese Renate Reinsve il dramma del film di cui è protagonista a Cannes, “Fjord”, “se in Norvegia uno schiaffo sul sedere dato ai propri figli è ritenuto un abuso sessuale sui minori?”. Ma questo se un rumeno sposa in Norvegia. Non c’è l’inverso, non c’è dramma se una norvegese si sposa in Romania – se “i costumi non coincidono” quelli della Romania non contano comunque.
Il clash di culture è solo oneupmanshipmania – traducibile in “celodurismo”.
 
Se le radici sono infette
Todaro è nome familiare, in agro di Gioia Tauro. E anche Cappellini: nomi di “amalfitani” che facevano il commercio a Gioia. Nel film “Comandante” il regista De Angelis fa parlare veneto Salvatore Todaro, il protagonista, il comandante di sommergibile autore di un avventuroso salvataggio di equipaggio nemico nell’Atlantico. Mentre il Cappellini del sommergibile da Todaro capitanato, “Comandante Cappellini”, figura livornese. Come in effetti era (anche lui “amalfitano”?). Dacché il sentimento di spoliazione, malgrado la forte tensione del film? Un tempo non avrebbe fatto differenza. Le “radici” sono nozione infetta? Todaro, nato a Messina, a dieci anni si era spostato a Chioggia, dove il padre, sottufficiale di artiglieria, era stato trasferito. Magari parlava veneto. Sicuramente anzi, altrimenti perché gravarlo di questa caratterizzazione?
Le radici – il sentimento, il riconoscimento, la ricerca, la rivendicazione – sono fenomeno indiscusso da mezzo secolo, dal romanzo con lo stesso titolo di Alex Haley, lo scrittore afroamericano, che ne impose la voga. Il radicamento implica qualcosa che è comunque un capitale, tanto più prezioso quanto antiquario o anche solo antiquato. Per cui da allora tutti gli italoamericani, p.es., anche di terza e quarta generazione, si gloriano delle radici italiane, per quanto umili o occasionali.
Il tema è anche filosofico, oggetto di riflessione in particolare di Simone Weil. Se non che, subito dopo Haley, emergeva Bossi, e il leghismo. Delle radici come sopraffazione. In una interminabile partita o braccio di ferro. Anche manzoniana, tra vasi di coccio e vasi di ferro, ma spietata. In che misura si può essere diversi dagli altri? In linea di massima non c’è metro prestabilito, e nemmeno criterio di misurazione. Ma a Milano evidentemente sì.   
 
Nord e Sud uniti nella lotta, contro lo Stato
Esordiva polemico Malaparte, nell’autoesilio parigino, il 30 giugno 1947, nel “Giornale di uno straniero a Parigi”: “È la prima volta dopo quattrodici anni, dopo il 1943, che dormo senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. Amo l’Italia, amo il mio Paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, è in virtù del fatto che non tradirò mai il mio Paese, che posso dire la verità sul mio Paese. L’Italia è un miserabile Paese di schiavi. Un Paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle violenze della polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, o Mussolini, o De Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in realtà è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia”.  
La malattia è vecchia, costitutiva. Nord e Sud uniti, per una volta, nella lotta?
 
Cronache della differenza: Sicilia
Si arrestano una dopo l’altra le sorelle, tre o quattro, di Messina Denaro. Un latitante al quale veniva data la caccia ogni giorno per trenta o quarant’anni. Ma senza sorvegliare le sorelle? Che, se vengono arrestate, sono colpevoli di favoreggiamento personale - non alla cieca.
L’antimafia per ogni aspetto è curiosa.
Ma non solo in Sicilia.
 
Si diffonde in Italia negli ospedali l’uso di ancorare le carrozzine per invalidi a una moneta di due euro, come col carrello del supermercato, in maniera da averi sempre in ordine, per l’utilizzo immediato in caso di bisogno, e non abbandonate dove capita. Ma i due euro, restituibili al riaggancio, fanno scandalo, con inviati speciali, quando si adottano in un ospedale della Sicilia.


“I nemici della Sicilia sono soprattutto in Sicilia”. Polito, amareggiato da troppe incompiute che ha trovato in un pacifico trekking da Palermo ad Agrigento, arriva a questa conclusione: sono i siciliani,  soprattutto, a farsi male, tra di loro. P.es. con la “notizia” delle carrozzine per invalidi all’ospedale.


A proposito dell’opera, praticamente inedita, di Karol Szymanowski, “Król Roger”, re Ruggero (d’Altavilla), Arbasino ricorda nella “Autocronologia” la “rarissima opera” vista al londinese Sadler’s Wells come una storia dell’insorgenza di Dioniso, “in un finale tra Baccanti, in un teatro greco decadentissimo”. Per Arbasino, cosmopolita eminente, il Sud e la Grecia sono terra incognita  - si è avventurato tardi, a 65 anni, in Sicilia, e solo per celebrare il mezzo secolo delle note di viaggio di Berenson.   


Notevole la categoria dei siciliani di Milano, di Belpoliti in “Nord Nord”, da Ferdinando Scianna e Vincenzo Consolo, Aldo e Guido Ballo, giù giù fino a Verga. Grandi amici, complici, di Belpoliti, spregiatori non provocati degli ambienti-mondi di partenza.

La “tellurica Messina” nota Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, a proposito della poetessa Jolanda Insana. E recupera un “antico poeta”, che “aveva scritto, dopo un terremoto: «Deh, come è gran pietate\ de le donne di Messina\ a vederle scarmigliate\ trascinar pietra e calcina!”. Se ne è ispirato Vittorini per “Le donne di Messina”? “Portatrici di vita”, le dice Fofi, a proposito di Jolanda Insana, “ostinate ricostruttrici di una società affranta ma allo stesso tempo continuamente in lotta con le sue storture”.


La Salette a Catania, come Giostra a Messina, erano quartieri poveri, borgate, che i salesiani curavano negli anni 1950, per una ricostruzione difficile, dopo terremoti e bombardamenti. Come terre di missione. Anche i salesiani dei collegi ne erano fieri, fieri di poter contribuire, un sabato o una domenica. Ora il parroco della Salette), salesiano, don Sapienza, pretende di onorare il grande mafioso Nitto Santapaola in morte, perché era “andato a scuola dai salesiani”. Che è sensato, e nemmeno sospettabile, che gliene può venire? Lo dice senza essere stupido, se è parroco, o colluso: perché non ha giudizio politico. La politica è ai molti sconosciuta in Sicilia, preti compresi.
 
“Sia a Palermo che a Roma”, racconta sul “Corriere della sera” il sovrintendente dell’Opera di Roma Giambrone, già sovrintendente a Palermo, “abbiamo organizzato un tir” per portare l’opera nelle borgate: “La gente portava la sedia da casa. La prima volta a Palermo il pubblico era formato da soli dieci bambini. Le madri restarono fuori dalle transenne. Poi vennero i mariti e le donne entrarono”.

leuzzi@antiit.eu

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