Giuseppe Leuzzi
Ma non c’è il Sud in Cina
Il pianista Lang Lang, in recital a
Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce
nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e
in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana.
Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente
compassato.
Ora, è vero che i cinesi
sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e
precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione,
quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando,
rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso
assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano,
più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La
Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore
magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva
mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare
un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti)
“bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?
Sudismi\sadismi –
dell’oneupmanshipmania, o celodurismo
Stravittorie al primo turno alle
comunali a Venezia, Salerno e Reggio Calabria. Il “Corriere della sera” dedica
un paio di pagine rispettosissime al vincitore di Venezia, e una mezza pagina di
“colore” - di buffonate – per uno a Salerno e Reggio: “Caccia ai posteggiatori
e opere faraoniche. Il ritorno di «Vicienz»” e “Gaffe, invocazioni e verbi
spericolati. Il mondo di «Ciccio»”. “Ciccio”, dunque, e “Vicienz”, due macchiette. Il Sud “si crea”, ogni girono – in questo caso
a opera di uno di Salerno emigrato a Milano.
“Se i nostri principi non
coincidono con quelli degli altri”, spiega retoricamente a Valerio Cappelli l’attrice
norvegese Renate Reinsve il dramma del film di cui è protagonista a Cannes, “Fjord”,
“se in Norvegia uno schiaffo sul sedere dato ai propri figli è ritenuto un abuso
sessuale sui minori?”. Ma questo se un rumeno sposa in Norvegia. Non c’è l’inverso,
non c’è dramma se una norvegese si sposa in Romania – se “i costumi non coincidono”
quelli della Romania non contano comunque.
Il clash di culture è
solo oneupmanshipmania – traducibile in “celodurismo”.
Se le radici sono infette
Todaro è nome familiare, in
agro di Gioia Tauro. E anche Cappellini: nomi di “amalfitani” che facevano il
commercio a Gioia. Nel film “Comandante” il regista De Angelis fa parlare
veneto Salvatore Todaro, il protagonista, il comandante di sommergibile autore
di un avventuroso salvataggio di equipaggio nemico nell’Atlantico. Mentre il Cappellini
del sommergibile da Todaro capitanato, “Comandante Cappellini”, figura livornese.
Come in effetti era (anche lui “amalfitano”?). Dacché il sentimento di
spoliazione, malgrado la forte tensione del film? Un tempo non avrebbe fatto
differenza. Le “radici” sono nozione infetta? Todaro, nato a Messina, a dieci
anni si era spostato a Chioggia, dove il padre, sottufficiale di artiglieria,
era stato trasferito. Magari parlava veneto. Sicuramente anzi, altrimenti perché
gravarlo di questa caratterizzazione?
Le radici – il sentimento, il riconoscimento,
la ricerca, la rivendicazione – sono fenomeno indiscusso da mezzo secolo, dal romanzo
con lo stesso titolo di Alex Haley, lo scrittore afroamericano, che ne impose la
voga. Il radicamento implica qualcosa che è comunque un capitale, tanto più
prezioso quanto antiquario o anche solo antiquato. Per cui da allora tutti gli
italoamericani, p.es., anche di terza e quarta generazione, si gloriano delle radici
italiane, per quanto umili o occasionali.
Il tema è anche filosofico, oggetto
di riflessione in particolare di Simone Weil. Se non che, subito dopo Haley,
emergeva Bossi, e il leghismo. Delle radici come sopraffazione. In una interminabile
partita o braccio di ferro. Anche manzoniana, tra vasi di coccio e vasi di
ferro, ma spietata. In che misura si può essere diversi dagli altri? In linea
di massima non c’è metro prestabilito, e nemmeno criterio di misurazione. Ma a
Milano evidentemente sì.
Nord e Sud uniti
nella lotta, contro lo Stato
Esordiva polemico Malaparte,
nell’autoesilio parigino, il 30 giugno 1947, nel “Giornale di uno straniero a
Parigi”: “È la prima volta dopo quattrodici anni, dopo il 1943, che dormo
senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. Amo l’Italia, amo
il mio Paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, è
in virtù del fatto che non tradirò mai il mio Paese, che posso dire la verità
sul mio Paese. L’Italia è un miserabile Paese di schiavi. Un Paese di uomini
sempre esposti, giorno e notte, alle violenze della polizia, della magistratura,
della delazione. Che sia Giolitti, o Mussolini, o De Gasperi, lo Stato disprezza
il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa
se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello
che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in
realtà è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti
al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini,
della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento
all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non
posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia”.
La malattia è vecchia, costitutiva.
Nord e Sud uniti, per una volta, nella lotta?
Cronache della
differenza: Sicilia
Si arrestano una dopo l’altra
le sorelle, tre o quattro, di Messina Denaro. Un latitante al quale veniva data
la caccia ogni giorno per trenta o quarant’anni. Ma senza sorvegliare le
sorelle? Che, se vengono arrestate, sono colpevoli di favoreggiamento personale
- non alla cieca.
L’antimafia per ogni aspetto è
curiosa.
Ma non solo in Sicilia.
Si diffonde in Italia negli ospedali l’uso di ancorare
le carrozzine per invalidi a una moneta di due euro, come col carrello del
supermercato, in maniera da averi sempre in ordine, per l’utilizzo immediato in
caso di bisogno, e non abbandonate dove capita. Ma i due euro, restituibili al
riaggancio, fanno scandalo, con inviati speciali, quando si adottano in un
ospedale della Sicilia.
Il pianista Lang Lang, in recital a Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana. Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente compassato.
Ora, è vero che i cinesi sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione, quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando, rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano, più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti) “bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?

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