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La normalità distrugge
La rivolta femminile
fatta in cucina – il tema è quello del racconto-romanzo della Nobel coreana Han
Kang, dallo stesso titolo (quello che l’ha fatta conoscere a tutto il mondo e
ai giurati scandinavi). La casalinga buonannulla che scopre quanto sia turpe e
deleteria l’alimentazione carnivora, svuota il freezer di ogni traccia animale,
e si lancia in una nuova vita.
La riduzione
teatrale di Deflorian e Francesca Marciano presenta l’eroina in controluce: non
parla, viene parlata. Dal marito dapprima, mediocre e sprezzante, “mia moglie è
del tutto insignificante”, e poi alla svolta, che si limita a un “ho fatto un
sogno”, dai familiari, la sorella, il cognato, e dalle istituzioni, psichiatriche.
Su una scena vuota e grigia i quattro personaggi, tre più uno in realtà, la “vegetariana”,
si alternano a illustrare il fenomeno moglie-sorella, nella sua nullità, e nella
folle velleità di rifare il mondo. Tranquillamente, nel mezzo del dramma, come
se fosse un caso da curare-reprimere, con saggezza anche se non con tatto. Nello
sgranarsi della giornata normale, rutiniero: il letto, sul quale dormire, fare
l’amore, svegliarsi, e poi apparecchiare, sparecchiare, portare giù la differenziata,
e rassettare, s’immagina, lavare, stirare. La normalità fatta inanimata, e
quindi sordida. Naturalmente “ben ragionata”, ogni tanto uno dei tre affettuosi
carnefici si sbraccia a dire e difendere il perché e il come. La distruttività
della “normalità”, delle buone ragioni.
La “normalità” è
distruttiva – può esserlo. Nulla di nuovo, o di rivoluzionario. In teatro resta
una sfida. Deflorian vi si esercita come in una sfida doppia, anche a se stessa
– il testo di Han Kang è un pretesto. Per una sorta di teatro parlato del silenzio.
Ossimoro ora comune e diffuso, una tentazione, ma – per questo? – poco rappresentabile.
Deflorian ne fa un dramma della presenza-assenza. Di una rivoluzione che si
impone col meccanismo (rifiuto, diniego, cancellazione) della negazione.
Un’idea semplice.
Per uno spettacolo ambizioso: di contenuti netti (messaggio) nella figurazione
e non nella parola. La recitazione senza dizione Deflorian (La Fabbrica dell’Attore)
vuole anche svelta e sottovoce, un mormorio. Per un dramma sdrammatizzato. come
una sagra del buonsenso, dei vari buonismi, solleciti e sordi, deleteri, in una
serie di monologhi.
Un’esercitazione
beckettiana, i dialoghi tra sordi. Nella quale si esercitano la giovane Monica
Piseddu, per lo più nuda, quando avvia la sua muta rivoluzione, con la stessa
Deflorian, Paolo Musio e Gabriele Portoghese. Per un pubblico numeroso e
corrivo ma perplesso. L’abitudine al teatro resta forte, ma l’innovazione, piccola
o grande che sia, va spiegata, con presentazioni (anche se i media non si
prestano più), programmi di sala, pure minimi, note di regia, interpreti a tre dimensioni, fuori
dall’anonimato.
Daria Deflorian, La
vegetariana, Teatro Vascello, Roma
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