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I dazi sono buoni e fanno bene
Cosa c’è dietro la
politica americana dei dazi. Il sottotitolo dice già tutto: “La teoria del
commercio internazionale deve adeguarsi ai dazi doganali, alla politica
industriale e ai costi della globalizzazione”. La globalizzazione è stata
un bene per molti, ma non per tutti. Per molti è stato un trauma – bassi salari,
perdita di potere d’acquisto, precarietà sociale, licenziamenti,
disoccupazione, deindustralizzazione. E per molte economie ha significato stagnazione
o bassa crescita – un trend lungo
ormai oltre trent’anni. La globalizzazione, insomma, va ripensata.
“Per circa 30
anni, dazi e regolamentazioni sulle importazioni sono stati considerati un tabù
politico. Per parafrasare la battuta dello scrittore inglese G.K.
Chesterton sul cristianesimo: i dazi non sono stati sperimentati e ritenuti
inadeguati, ma respinti dai modelli economici più all’avanguardia e lasciati inesplorati. I politici, timorosi di
sfidare il consenso elitario derivante da tali modelli, hanno precluso l’universo
di opzioni e strategie per risolvere le sfide dell’America. Finché il
presidente Donald Trump non ha cambiato le cose e, così facendo, ha fatto un
regalo agli economisti. Il ritorno di dazi e regolamentazioni sulle
importazioni crea l’opportunità di aggiornare vecchi presupposti e modelli
obsoleti con le prove concrete dei dati e dell’esperienza reale.
“È interessante
notare come queste politiche siano state considerate inaccettabili. Gli
ideatori del sistema economico internazionale del secondo dopoguerra erano
consapevoli dei rischi di un commercio senza restrizioni, come significativi
squilibri commerciali o pericolose dipendenze dalle importazioni. Questi
ideatori consideravano la sovranità e la sicurezza nazionale come obiettivi di
pari importanza rispetto a una prosperità diffusa. L'Accordo generale sulle
tariffe doganali e il commercio (GATT) fu deliberatamente negoziato per
consentire un uso efficace delle tariffe al fine di garantire la sicurezza
essenziale, prevenire danni alle industrie nazionali, contrastare la
concorrenza sleale, promuovere lo sviluppo economico e affrontare le sfide
della bilancia dei pagamenti. Il Comitato di coordinamento per il controllo
multilaterale delle esportazioni (CCMT) armonizzò le politiche di controllo
delle esportazioni tra gli Stati Uniti e i suoi alleati per presentare un
fronte economico comune contro l’Unione Sovietica e i suoi satelliti. Accordi
plurilaterali, come l’Accordo internazionale sullo stagno (ITS), gestirono
attivamente il commercio di materie prime chiave per salvaguardare le catene di
approvvigionamento.
“Negli anni ‘90,
politici, economisti e imprenditori hanno dimenticato le sfumature e il
pragmatismo dei loro predecessori, non riuscendo a comprendere che esistono
valide ragioni per preservare la capacità dei paesi di
gestire le proprie relazioni commerciali in base agli interessi nazionali. Nell’euforia
successiva alla caduta del Muro di Berlino, si adottò la semplicità dell’iperglobalizzazione:
non sarebbe forse meglio per tutti i popoli del mondo eliminare del tutto le
barriere commerciali?”. È vero, e non è vero. Il commercio internazionale va
regolato.
Non un’opinione.
Cioè sì, è l’opinione dell’avvocato commercialista che è il rappresentante di
Trump per i negoziati commerciali internazionali. Sintetizza quindi gli argomenti
“tecnici”, alla base delle decisioni di Trump. E rappresenta gli interessi
degli Stati Uniti, dell’economia americana nel complesso mondiale. Ma la sua
analisi si attaglia anche all’Europa. E ad altre economie mature, come quella
giapponese. E l’Fmi la presenta come un programma, più che un’arringa di parte –
uno studio che apre e connota la sua pubblicazione mensile di studi, “Finanza&Sviluppo”.
Una voce di parte, ma di sostanza: la
globalizzazione va ripensata. Cosa su cui è d’accordo anche la Cina.
Jamieson Greer, Economics
for the Real Economy, “F&D – Finance&Development”, International
Monetary Fund (leggibile anche in italiano, Economia per l’economia reale)
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