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sabato 30 maggio 2026

I dazi sono buoni e fanno bene

Cosa c’è dietro la politica americana dei dazi. Il sottotitolo dice già tutto: “La teoria del commercio internazionale deve adeguarsi ai dazi doganali, alla politica industriale e ai costi della globalizzazione”. La globalizzazione è stata un bene per molti, ma non per tutti. Per molti è stato un trauma – bassi salari, perdita di potere d’acquisto, precarietà sociale, licenziamenti, disoccupazione, deindustralizzazione. E per molte economie ha significato stagnazione o bassa crescita – un trend  lungo ormai oltre trent’anni. La globalizzazione, insomma, va ripensata.
“Per circa 30 anni, dazi e regolamentazioni sulle importazioni sono stati considerati un tabù politico. Per parafrasare la battuta dello scrittore inglese G.K. Chesterton sul cristianesimo: i dazi non sono stati sperimentati e ritenuti inadeguati, ma respinti dai modelli economici più all’avanguardia e lasciati inesplorati. I politici, timorosi di sfidare il consenso elitario derivante da tali modelli, hanno precluso l’universo di opzioni e strategie per risolvere le sfide dell’America. Finché il presidente Donald Trump non ha cambiato le cose e, così facendo, ha fatto un regalo agli economisti. Il ritorno di dazi e regolamentazioni sulle importazioni crea l’opportunità di aggiornare vecchi presupposti e modelli obsoleti con le prove concrete dei dati e dell’esperienza reale.
“È interessante notare come queste politiche siano state considerate inaccettabili. Gli ideatori del sistema economico internazionale del secondo dopoguerra erano consapevoli dei rischi di un commercio senza restrizioni, come significativi squilibri commerciali o pericolose dipendenze dalle importazioni. Questi ideatori consideravano la sovranità e la sicurezza nazionale come obiettivi di pari importanza rispetto a una prosperità diffusa. L'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT) fu deliberatamente negoziato per consentire un uso efficace delle tariffe al fine di garantire la sicurezza essenziale, prevenire danni alle industrie nazionali, contrastare la concorrenza sleale, promuovere lo sviluppo economico e affrontare le sfide della bilancia dei pagamenti. Il Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale delle esportazioni (CCMT) armonizzò le politiche di controllo delle esportazioni tra gli Stati Uniti e i suoi alleati per presentare un fronte economico comune contro l’Unione Sovietica e i suoi satelliti. Accordi plurilaterali, come l’Accordo internazionale sullo stagno (ITS), gestirono attivamente il commercio di materie prime chiave per salvaguardare le catene di approvvigionamento.
“Negli anni ‘90, politici, economisti e imprenditori hanno dimenticato le sfumature e il pragmatismo dei loro predecessori, non riuscendo a comprendere che esistono valide ragioni per preservare la capacità dei paesi di gestire le proprie relazioni commerciali in base agli interessi nazionali. Nell’euforia successiva alla caduta del Muro di Berlino, si adottò la semplicità dell’iperglobalizzazione: non sarebbe forse meglio per tutti i popoli del mondo eliminare del tutto le barriere commerciali?”. È vero, e non è vero. Il commercio internazionale va regolato.  
Non un’opinione. Cioè sì, è l’opinione dell’avvocato commercialista che è il rappresentante di Trump per i negoziati commerciali internazionali. Sintetizza quindi gli argomenti “tecnici”, alla base delle decisioni di Trump. E rappresenta gli interessi degli Stati Uniti, dell’economia americana nel complesso mondiale. Ma la sua analisi si attaglia anche all’Europa. E ad altre economie mature, come quella giapponese. E l’Fmi la presenta come un programma, più che un’arringa di parte – uno studio che apre e connota la sua pubblicazione mensile di studi, “Finanza&Sviluppo”. Una voce di parte, ma  di sostanza: la globalizzazione va ripensata. Cosa su cui è d’accordo anche la Cina.
Jamieson Greer,
Economics for the Real Economy, “F&D – Finance&Development”, International Monetary Fund (leggibile anche in italiano, Economia per l’economia reale)

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