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L’autunno delle denunce
D’Amico, il
regista di teatro creatore e animatore dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica,
è stato rinchiuso per un paio di settimane a Regina Coeli, l’ottobre del 1943,
senza imputazione, nella Roma abbandonata a Mussolini e ai tedeschi. Poco più
di due settimane, dal 5 al 22 ottobre, e non particolarmente drammatiche (sotto
il fascismo al prigione era “normale”?), ma abbastanza per ricavarne moltissime
esperienze. O, almeno, di saperle scrivere: liberato, infatti, decide di
scrivere, “come quell’altro Silvio, più celebre”, sulle sue prigioni. Una galleria
componendo di personaggi di varia umanità, tutti per un motivo o l’altro interessanti,
tutti brevi e tutti dettagliati. Si va dal compagno di cella Giorgio Giubilo, redattore
sportivo del “Popolo di Roma”, che lo asseconderà nella convivenza pacifica, e
nella lettura, grazie alla biblioteca ben provvista del carcere (un giorno è il
Belli, insieme con Freud, “Totem e tabù”), o all’iniziativa del responsabile della
biblioteca, il cappellano monsignor Bonaldi, che gli spiega anche la geografia politica
del carcere: “I fascisti non possono fare gran che senza i Tedeschi; e ai
Tedeschi premono soltanto alcuni detenuti politici. Questi li hanno già
trasportati nel quarto braccio del carcere, il quale da un pezzo è occupato da
loro, e rigorosamente vigilato dai loro soldati. Degli altri, e in genere delle
beghe fasciste, i Tedeschi s’infischiano”. A uno spregevole siciliano pluriomicida,
per questo condannato a morte, che si finge pazzo per evitare l’esecuzione,
assecondato, è proprio il caso dai secondini, e anzi ricoverato, in solitario,
in infermeria, carcere privilegiato.
Ma i personaggi
sono tanti. Cioè, non poi tanti, ma tutti caratterizzati. C’è il maresciallo De
Bono, già triumviro, già comandante in capo in Etiopia, e da qualche parte, infermeria
o clinica, il conte Volpi. Ercole Patti, lo scrittore, “cordiale e simpatico”, anche
lui senza perché. “Un ingegnere Colombo dell’Eiar”. Il giornalista politico, fascista,
Achille Saitta. “L’avvocato Persico, uno dei più noti cassazionisti di Roma”. E
vari pezzi grossi del regime, di cui ora Mussolini si vendica. Tra essi “G.A.Fanelli,
spaurito e stornato come un uccello da preda messo ingabbia” - un giornalista, filosofo
del fascismo”, direttore de “Il secolo fascista”, che vivrà a lungo dimenticato,
fino al 1985. E (Renzo) Chierici, che fu Capo della Polizia i tre mesi prima
del 24 luglio, quindi la notte del Gran Consiglio che detronizzò Mussolini, implicato
18 anni prima “nell’assassinio dello sventurato don Minzoni, per mandato di
Balbo”.
Un’Italia raccogliticcia,
sfasciata. Che rendono plastica la colpa di avere abbandonato Roma ai fascisti
e ai tedeschi. Che non sapevano che fare. Da Gottardi (Luciano Gottardi, il fascista
sindacalista), anche lui carcerato, il racconto realistico (pp.68-69), breve e
sdrammatizzante, della notte del Gran Consiglio: “Nei momenti più bollenti fu
serbato un ordine, una calma essenziali. Non è vero che corsero insulti. È vero
che Mussolini s’era afflosciato”. Esponendo la situazione militare”, di “sfacelo
morale” – Pantelleria era organizzata per “una lunghissima resistenza”, ma si
arrese sotto i primi bombardamenti (“con quali perdite? due morti in combattimento
su quindicimila” effettivi).
Sulla rete di
fondo carceraria di un’insurrezione permanente dei detenuti “comuni”, dei condannati
per reati penali, nei “bracci” a loro riservati. Che pretendono la liberazione immediata
al cambio di regime. E quando Mussolini fa intervenire la PAI, la polizia
coloniale, che spara a mitraglia e con le bombe a mano, puntano con decisione, fiduciosi
di riuscirci, sugli occupanti tedeschi.
Molti come D’Amico
sono dentro e non sanno perché. Su denuncia. I regimi popolari cadono lenti. Dentro il carcere sis a anche di retate di ebrei.
Silvio d’Amico, Regina
Coeli, Sellerio, pp. 133, remainders, € 6
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