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martedì 26 maggio 2026

Letture - 614

letterautore


Bino Binazzi
– Poeta e prosatore di Fine Secolo, dapprima a Prato e Firenze, poi a Bologna nel giornalismo, è personalità “eccellente” in tutto per Malaparte, che lo ricorda in una pagina, la 187, del  “Giornale di uno straniero a Parigi”. Dove lo avvicina al meglio della cultura fiorentina anteguerra, Papini, Soffici, “La Voce”. Ricordato a Prato da una targa, è soprattutto noto per essere stato insegnante di Malaparte al ginnasio liceo “Cicognini” di Prato, di latino e greco. 87
 
Censura
– Spesso è, è stata, autocensura, dei produttori, degli editori. Per molti film e per qualche libro. Per scene di sesso, per lo più, o di atrocità. Singolare è quella toccata al “Giornale” di Malaparte a Parigi, documentata da Michelangelo Fagotti nelle Note al testo della riedizione Adelphi, p.370, a protezione della magistratura (in corsivo le parti sopresse nella precedente edizione):
“L’italiano, se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura… L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù da una banda di poliziotti,  da una comitiva di magistrati pavidi, da delatori professionisti…..(etc., per altre sei righe, n.d.r.)…  Le leggi, la magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo….La polizia entra nelle case, perquisisce, arresta, colpisce, condanna …”
 
Francia
– È chiacchierona. Da Parigi, dove s’era autoesiliato, e rimarrà tra il 1947 e il 1948, Malaparte ha una specie di rigetto della Francia (“Giornale di uno straniero a Parigi”, passim, e in particolare p.63): “La gente, in Europa, è stanca di vedere ridotto ogni suo problema a bavardage, in Francia. L’arte per eccellenza perpulchra dei francesi, come diceva  Lully, è di volgarizzare, rendere agréable, comprensibile, alla portata di tutti, di saloniser, di mettere alla moda, le teorie, i problemini, le idee degli altri popoli. Di ridurre in profumo la crotte di certi pesci. È sempre Le Newtonianisme pour les dames dell’Algarotti. Sartre ha scritto L’existentialisme pour les dames….
 
Giornalista
– “Avvocato, deputato, impiegato e giornalista, tra le creazioni borghesi dell’Ottocento, sono le quattro che il Novecento ha più ostentato di disprezzare. Ma da qualche tempo in qua, in questa corsa al disonore, il giornalista sta riportando, di gran lunga, la palma” – Silvio d’Amico, “Regina Coeli”,98.
 
Intellettuali
– Materia essi stessi proliferante di studi li trovava Edward W. Said nelle sue Reith Lectures alla Bbc nel 1993 – ora in “Representations of the Intelellectual”, pp. 40-41: “La proliferazione degli intellettuali si è estesa anche nel grandissimo numero dei campi nei quali gli intellettuali – probabilmente al seguito delle pioneristiche ipotesi di Gramsci nei “Quaderni del carcere”, che forse per la prima volta vedeva gli intellettuali, e non le classi sociali, come centrali  alle evoluzioni della società moderna – sono diventati oggetto di studio. Basta mettere le parole «di» e  «e» accanto alla parola «intellettuali» e immediatamente una intera biblioteca di studi sugli intellettuali si ergerà”.
 
Israele
– “La radio più ascoltata di Israele è quella dell’esercito” – Davide Frattini, “Corriere della sera”, 25 maggio.
 
Pirandello
– Antifascista invece che fascista? Sempre, in ogni modo, in ogni risvolto della sua opera, Malaparte lo vuole antifascista, in un lungo inciso del suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 65-66. Contro le generalizzazioni francesi, italiani = fascisti, Malaparte dapprima rivendica un antifascismo generalizzato nel mondo letterario: “La questione della letteratura engagée è una vecchia questione, in Italia. Essa non è certo nata con la liberazione. Durante venticinque anni gli scrittori italiani si sono rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile, surnoise talvolta, sempre gratuita, cioè non dettata da preoccupazioni politiche, di partiti, che in certi momenti ha assunto forme drammatiche”. Su questa tela di fondo antifascista, “il più nobile esempio di resistente non fu, come si potrebbe credere, Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello. Della sorda, tenace, onesta, severa resistenza di Pirandello alla pressione fascista si potrebbero dare esempi bellissimi: e basterebbe la sua morte, il suo testamento (di cui Mussolini proibì la pubblicazione, e l’esecuzione) a porre nella sua vera luce il nobilissimo atteggiamento di Pirandello nei confronti del regime fascista, e della «politica letteraria» del fascismo. Pirandello era fascista, iscritto al Partito fascista, aveva grande stima di Mussolini, e non l’ha mai nascosta. Ma sul terreno dell’arte fu intransigentissimo, e non cedé mai, né alla paura né alle lusinghe. Mussolini tentò tutto, con lui, per addomesticarlo. Pirandello obbediva agli ordini che non fossero di natura letteraria, e restava sordo a ingiunzioni, a lusinghe. Mussolini lo nominò accademico d’Italia; Pirandello accettò la nomina, cui aveva diritto, come il riconoscimento ufficiale della sua opera letteraria. Sul terreno nazionale Pirandello era con Mussolini. Ma sul terreno letterario no. Il fascismo vedeva di mal occhio l’arte di Pirandello, fondata, grosso modo, sul dubbio, poiché non poteva ammettere l’esistenza del dubbio nella vita italiana, nella società. e perciò nell’arte, del tempo fascista. I giornali del fascismo estremista attaccavano Pirandello, il pubblico stesso, inquinato dalla propaganda, rimaneva freddo davanti al teatro pirandelliano, anche quado l’immenso successo di Pirandello a Parigi suscitò dei dubbi sulla verità della propaganda fascista contro Pirandello”.
L’antifascismo di Croce non si discute, prosegue Malaparte, “sia pure esercitato con la necessaria prudenza”. Ache se, “con apparente contraddizione, votò per ben due volte, al Senato, dopo memorabili discussioni, per Mussolini, per il suo governo, e per la sua politica” (uno fu il voto di fiducia il 24 giugno 1924, due settimane dopo il delitto Matteotti, che tenne in vita il governo Mussolini, ancora non totalitario, n.d.r.). Né, fra i due, si può dire che Croce, la sua filosofia, “influisse molto sui giovani: che erano tutti fascisti e profondamente antiliberali (come si vede oggi)”.  
 
Politica
– “La politica in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare attenzione”, è massima di Stendhal. Del grande scrittore, e fra i più continui, che più di ogni altro si è mischiato nella politica attiva, con Napoleone e anche dopo.
In questa forma la ripete nella “Certosa di parma”, per introdurre il racconto dell’assassinio del principe che Bruno, l’uomo di fiducia del conte Mosca, si appresta a fare alla Sanseverina. Ma il concetto aveva già usato ne “Il rosso e il nero”, per la “Nota segreta” che Stendhal immagina in forma di dialogo tra l’autore e il suo editore. E prima ancora in “Racine e Shakespeare”, 1823, come contraria ai “piaceri delicati”. E poi in “Armance”, il primo romanzo, 1827, dopo un breve colloquio tra Octave e Armance, di considerazioni sui poteri dell’aristocrazia: “Non è senza pericolo che siamo stati storici accurati. La politica venendo a troncare un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola nel mezzo di un concerto”.
È il criterio di base della sua narrativa, annota Stendhal nei diari ancora nel 1835: procedere svelti per non annoiare il lettore - “Il romanzo deve raccontare, è questo il genere di piacere che gli si richiede”.
 
Racine
– Racine, secondo i tedeschi, è il poeta della Selbstvernichtung, della distruzione di sé” – C. Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.203.
 
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