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Letture - 614
letterautore
Bino Binazzi – Poeta e prosatore
di Fine Secolo, dapprima a Prato e Firenze, poi a Bologna nel giornalismo, è
personalità “eccellente” in tutto per Malaparte, che lo ricorda in una pagina,
la 187, del “Giornale di uno straniero a
Parigi”. Dove lo avvicina al meglio della cultura fiorentina anteguerra, Papini,
Soffici, “La Voce”. Ricordato a Prato da una targa, è soprattutto noto per essere
stato insegnante di Malaparte al ginnasio liceo “Cicognini” di Prato, di latino
e greco. 87
Censura – Spesso è, è
stata, autocensura, dei produttori, degli editori. Per molti film e per qualche
libro. Per scene di sesso, per lo più, o di atrocità. Singolare è quella toccata
al “Giornale” di Malaparte a Parigi, documentata da Michelangelo Fagotti nelle
Note al testo della riedizione Adelphi, p.370, a protezione della magistratura
(in corsivo le parti sopresse nella precedente edizione):
“L’italiano, se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia,
della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia,
della corruzione della magistratura… L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù
da una banda di poliziotti, da una
comitiva di magistrati pavidi, da delatori professionisti…..(etc., per altre
sei righe, n.d.r.)… Le leggi, la
magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo….La
polizia entra nelle case, perquisisce, arresta, colpisce, condanna …”
Francia – È chiacchierona.
Da Parigi, dove s’era autoesiliato, e rimarrà tra il 1947 e il 1948, Malaparte
ha una specie di rigetto della Francia (“Giornale di uno straniero a Parigi”, passim,
e in particolare p.63): “La gente, in Europa, è stanca di vedere ridotto ogni
suo problema a bavardage, in Francia. L’arte per eccellenza perpulchra
dei francesi, come diceva Lully, è di volgarizzare,
rendere agréable, comprensibile, alla portata di tutti, di saloniser, di mettere
alla moda, le teorie, i problemini, le idee degli altri popoli. Di ridurre in
profumo la crotte di certi pesci. È sempre Le Newtonianisme pour les dames dell’Algarotti. Sartre ha scritto L’existentialisme pour les dames…”.
Giornalista – “Avvocato,
deputato, impiegato e giornalista, tra le creazioni borghesi dell’Ottocento, sono
le quattro che il Novecento ha più ostentato di disprezzare. Ma da qualche
tempo in qua, in questa corsa al disonore, il giornalista sta riportando, di
gran lunga, la palma” – Silvio d’Amico, “Regina Coeli”,98.
Intellettuali – Materia essi
stessi proliferante di studi li trovava Edward W. Said nelle sue Reith Lectures
alla Bbc nel 1993 – ora in “Representations of the Intelellectual”, pp. 40-41: “La
proliferazione degli intellettuali si è estesa anche nel grandissimo numero dei
campi nei quali gli intellettuali – probabilmente al seguito delle pioneristiche
ipotesi di Gramsci nei “Quaderni del carcere”, che forse per la prima volta vedeva
gli intellettuali, e non le classi sociali, come centrali alle evoluzioni della società moderna – sono diventati
oggetto di studio. Basta mettere le parole «di» e «e» accanto alla parola «intellettuali» e immediatamente
una intera biblioteca di studi sugli intellettuali si ergerà”.
Israele – “La radio più
ascoltata di Israele è quella dell’esercito” – Davide Frattini, “Corriere della
sera”, 25 maggio.
Pirandello – Antifascista
invece che fascista? Sempre, in ogni modo, in ogni risvolto della sua opera, Malaparte
lo vuole antifascista, in un lungo inciso del suo “Giornale di uno straniero a Parigi”,
pp. 65-66. Contro le generalizzazioni francesi, italiani = fascisti, Malaparte
dapprima rivendica un antifascismo generalizzato nel mondo letterario: “La questione
della letteratura engagée è una vecchia questione, in Italia. Essa non è certo nata
con la liberazione. Durante venticinque anni gli scrittori italiani si sono
rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile,
surnoise talvolta, sempre gratuita, cioè non dettata da preoccupazioni politiche,
di partiti, che in certi momenti ha assunto forme drammatiche”. Su questa tela
di fondo antifascista, “il più nobile esempio di resistente non fu, come si
potrebbe credere, Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello. Della sorda, tenace,
onesta, severa resistenza di Pirandello alla pressione fascista si potrebbero
dare esempi bellissimi: e basterebbe la sua morte, il suo testamento (di cui
Mussolini proibì la pubblicazione, e l’esecuzione) a porre nella sua vera luce il
nobilissimo atteggiamento di Pirandello nei confronti del regime fascista, e
della «politica letteraria» del fascismo. Pirandello era fascista, iscritto al
Partito fascista, aveva grande stima di Mussolini, e non l’ha mai nascosta. Ma
sul terreno dell’arte fu intransigentissimo, e non cedé mai, né alla paura né
alle lusinghe. Mussolini tentò tutto, con lui, per addomesticarlo. Pirandello obbediva
agli ordini che non fossero di natura letteraria, e restava sordo a
ingiunzioni, a lusinghe. Mussolini lo nominò accademico d’Italia; Pirandello accettò
la nomina, cui aveva diritto, come il riconoscimento ufficiale della sua opera
letteraria. Sul terreno nazionale Pirandello era con Mussolini. Ma sul terreno
letterario no. Il fascismo vedeva di mal occhio l’arte di Pirandello, fondata,
grosso modo, sul dubbio, poiché non poteva ammettere l’esistenza del dubbio
nella vita italiana, nella società. e perciò nell’arte, del tempo fascista. I
giornali del fascismo estremista attaccavano Pirandello, il pubblico stesso,
inquinato dalla propaganda, rimaneva freddo davanti al teatro pirandelliano, anche
quado l’immenso successo di Pirandello a Parigi suscitò dei dubbi sulla verità
della propaganda fascista contro Pirandello”.
L’antifascismo di Croce non si discute, prosegue Malaparte, “sia pure
esercitato con la necessaria prudenza”. Ache se, “con apparente contraddizione,
votò per ben due volte, al Senato, dopo memorabili discussioni, per Mussolini,
per il suo governo, e per la sua politica” (uno fu il voto di fiducia il 24
giugno 1924, due settimane dopo il delitto Matteotti, che tenne in vita il governo
Mussolini, ancora non totalitario, n.d.r.). Né, fra i due, si può dire che Croce,
la sua filosofia, “influisse molto sui giovani: che erano tutti fascisti e profondamente
antiliberali (come si vede oggi)”.
Politica – “La politica
in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un
concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare
attenzione”, è massima di Stendhal. Del grande scrittore, e fra i più continui,
che più di ogni altro si è mischiato nella politica attiva, con Napoleone e
anche dopo.
In questa forma la ripete nella “Certosa di parma”, per introdurre il racconto
dell’assassinio del principe che Bruno, l’uomo di fiducia del conte Mosca, si
appresta a fare alla Sanseverina. Ma il concetto aveva già usato ne “Il rosso e
il nero”, per la “Nota segreta” che Stendhal immagina in forma di dialogo tra l’autore
e il suo editore. E prima ancora in “Racine e Shakespeare”, 1823, come contraria
ai “piaceri delicati”. E poi in “Armance”, il primo romanzo, 1827, dopo un breve
colloquio tra Octave e Armance, di considerazioni sui poteri dell’aristocrazia:
“Non è senza pericolo che siamo stati storici accurati. La politica venendo a
troncare un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola
nel mezzo di un concerto”.
È il criterio di base della sua narrativa, annota Stendhal nei diari ancora
nel 1835: procedere svelti per non annoiare il lettore - “Il romanzo deve raccontare,
è questo il genere di piacere che gli si richiede”.
Racine – Racine,
secondo i tedeschi, è il poeta della Selbstvernichtung, della
distruzione di sé” – C. Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.203.
letterautore@antiit.eu
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