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America – È una repubblica presidenziale? Si è portati a crederlo, almeno da un secolo
a questa parte, dai poteri straordinari assunti dalla presidenza F.D
.Roosevelt, passando poi per la decisione del presidente Truman per l’uso dell’atomica,
per la politica destra di Kennedy (Cuba, Vietnam, crisi dei missili), e ora
Trump. Con quattro insorgenze parlamentari in 250 anni di indipendenza, contro presidenti in carica, Andrew Johnson,
Nixon, Clinton, Trump, fallite eccetto che nel caso di
Nixon, più giudiziario che politico.
Hannah Arendt nel 1973, nel corso di un’intervista molto ragionata con la
televisione francese, ne individuava il motivo nella Costituzione: “Lo scandalo
Watergate ha rivelato una delle più profonde crisi costituzionali che l'America
abbia mai conosciuto. Questa crisi costituzionale rappresenta, per la prima
volta negli Stati Uniti, un conflitto aperto tra il potere legislativo e quello
esecutivo. In questo caso, la Costituzione stessa ne è in parte responsabile.
“I Padri Fondatori
non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo, perché lo
consideravano nient'altro che la semplice esecuzione, in varie forme, di quanto
deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il pericolo maggiore
di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo
alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori?
Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per
questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una
democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è
un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di
preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico
sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
Eguaglianza – “L’esperienza
quotidiana fa riconoscere che i francesi vanno istintivamente al potere; non
amano affatto la libertà; l’eguaglianza sola è il loro idolo”, Chateaubriand, “Memorie
d’oltretomba”, XXIV, VI. Per poi concludere: “Ora, l’uguaglianza e il
dispotismo hanno dei legami segreti”.
Fuori dal programma politico, l’uguaglianza è uno dei motori
dell’ascesa sociale, ma per essere il motore dell’invidia sociale.
Emozioni – Italo Calvino fa professione e proposito di rifuggirne, in un articolo, “Del mantenere la calma”, pubblicato sul “Corriere della sera” il 13 giugno 1976, nel pieno del terrorismo, a Genova e altrove (ora nella raccolta “Saggi (1945-1985”, Meridiani Mondadori, vol. II, pp. 279-284): “Sono sempre stato convinto che dall’emotività non può nascere niente di buono, in nessun caso”. Appaiandola di fatto all’ansia. Ha appena spiegato infatti l’abitudine, quando compra il giornale la mattina, “di saltare le prime pagine coi grossi titoli”, per non reiterare la tensione creata la sera precedente dai telegiornali, che rovina il sonno e i sogni. Facendo proprio, “meccanicamente… quel dispositivo mentale di difesa dall’emotività che ogni individuo possiede per propria salvaguardia interiore”, mettendolo “in funzione ogni volta che qualcuno, noto o ignoto, vuole impormi uno stato d’animo emotivo con un fatto creato espressamente, a freddo”. Ma, facendo la tara delle aggressioni, anche simpatetiche, anche domestiche, non confonde le emozioni con l’ansia? Come ha “creato”, senza emozioni? Come si è innamorato? Come ha coltivato tante amicizie? Lui come ogni altro – lui in particolare, che da redattore di Einaudi era così attento agli autori, al lavoro degli altri, anche sconosciuti?
Sapere - e anche
un po’ volere - di non avere emozioni è oggi un programma informatico, detto
Intelligenza Artificiale.
Libertà - “Soltanto i popoli la cui intelligenza non è molto sviluppata sono liberi”, argomenta lo scrittore Malaparte nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, alla data Ottobre 1948. Per paradosso ma non del tutto: “Quella di libertà è un’idea primordiale, un’idea molto semplice. È l’intelligenza che corrompe questa idea primordiale”.
Il ragionamento fa continuare aggiungendo: “La stoltezza di
un popolo è la migliore garanzia della sua libertà”. Da un inglese si fa
obiettare: “Noialtri inglesi non siamo degli stolti. Eppure siamo liberi”. Per
concludete: “Voi avete speso, sperperato tutta la vostra stoltezza per
diventare liberi. E adesso sperperate tutta la vostra intelligenza per perdere
la libertà”.
Tribalismo – Il presidente kenyano Ruto in Italia, conversando con i kenyani qui espatriati,
ha fatto dello spirito sui nigeriani,
dicendo che parlano un inglese che ha bisogno dell’interprete. Una battuta, per
dire che gli africani sono tutti “africani”, cioè neri, ma ognuno è diverso. Senza
conseguenze, non tra Kenya e Nigeria. Ma la BBC ne ha fatto un caso di persistente
tribalismo – come dire: l’africa è sempre Africa.
In effetti, del tribalismo si tace, una
forma di politicamente corretto. Le ultime indagini risalgono agli anni 1960,
di Colin Turnbull sul “Popolo della Montagna”, la tribù degli Ik, alla frontiera
tra Uganda, Sudan e Kenya, che si lasciava morire. Ma con molti casi di fatto, che tendono difficile
evitare la categoria antropologica. Il massacro degli Hutu in Ruanda nel 1994.
Molta politica israeliana oggi, e la stessa Costituzione. Così come le tensioni e le guerre fra la Russia e i suoi vicini, Georgia, Baltici, Ucraina, che considerano allogeni i russi, anche se da tempo nazionalizzati, nei tre secoli di impero russo, zarista e ooi sovietico. O proprio la Nigeria, fra i
tanti Paesi ancora tribali, dove il Nord si vuole islamico, anche con la forza
(il terrorismo), il Sud-Est si è voluto cristiano, con l’esperienza, e la
guerra, del Biafra, e gran parte del Paese si professa animista. O il Mali,
dove una guerra tribale, dei Tuareg contro tutti, è in corso da molti anni. Così come nel
Sud Sudan. Persistenti peraltro le divisioni tribali sono nel mondo arabo, compreso
il Nord Africa. In Libia, e ora anche in Algeria, dove è riemersa la divisione
tra arabi e berberi. Tribale è la “costituzione materiale” dell’Iraq. E ancora
di più dell’Arabia Saudita, un reame di 50 milioni di abitanti che si basa unicamente
su accordi matrimoniali tribali, del fondatore Abdelaziz e dei suoi figli, che
si sono succeduti alla guida del regno fino al re in carica, Salman.
zeulig@antiit.eu

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