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domenica 8 novembre 2026

Nella decadenza non si avverte la decadenza

Un poemetto breve, 640 versi. Più 68 di un progettato secondo libro, con la descrizione-rimpianto dell’Italia, e una piccola digressione, lasciando il porto di Pisa -  il ritorno si faceva per mare, per evitare le bande barbare - davanti alle Apuane (“Appennini”) e fino a Luni “dalle candide mura”. Che, ora ammasso informe, lo abbaglia: “Supera con i suoi massi i gigli ridenti\ e, screziata, irraggia levigato nitore la pietra.\ Ricca di marmi è la terra, e con la luce del colore\ sfida sontuosa le inviolate nevi”. Un po’, insomma, come la moderna Carrara, che s’inerpica per le Apuane, mentre Luni giace invisibile nel piano acquitrinoso.

La lettura occasionale affascina per un senso, seppure senza ragione, come di “già visto”. Uno sguardo sereno su una realtà turbolenta, minacciosa. Di continuo, e non pacifico, sommovimento. Si vive la decadenza senza sapere di vivere la decadenza, anche se drammatica? L’Italia da cui il viaggiatore si distacca elegiaco è percorsa da bande violente, dedite più al saccheggio che alla conquista, e alla distruzione: di barbari di ogni razza, Vandali, Alani, Svevi, Visigoti – che irruppero, questi, due volte su Roma, anche al ritorno dalla Calabria, dove pensavano d’imbarcarsi per depredare l’Africa, allora molto ricca, e non c’erano riusciti. Il viaggio, del resto, Rutilio aveva per questo programmato per mare.   

Succede come nell’atmosfera per le tempeste, che trovandosi nell’“occhio del ciclone” per un momento breve o lungo non si avvertono? Il ritorno, verso Tolosa, è dell’ultimo esponente di una influente famiglia dalla Gallia Narbonese, che a Roma aveva sempre avuto incarichi importanti: il padre governatore dell’Umbria e della Tuscia, Rutilio magister officiorum e poi prefetto, tra il 412 e il 414 (le cariche a Roma erano sempre brevi).

Una lettura occasionale, una curiosità, che s’impone come una sorta di basso continuo contemporaneo. Non tanto per i luoghi che il poemetto descrive, per lampi, man mano che il viaggio di ritorno si dipana, ma per il senso non drammatico del tempo che “Roma” viveva – se non per una malinconia di fondo, che forse è però più quella del ritorno, e probabilmente dell’età, dopo i fasti romani.

Il poemetto, con traduzione interlineare, è una sorta di edizione critica, pur restando di grande lettura. Con un apparato critico-esegetico voluminoso, seppure anch’esso di curiosità per il lettore comune, di Alessandro Fo, il latinista-poeta di suo (nipote di Dario Fo, figlio del fratello Fulvio, anche lui scrittore, e organizzatore teatrale). Con una vasta bibliografia, una esaurientissima nota al testo, un chiaro quadro storico-cronologico, e note molto “narrative” – un apparato che quadruplica il volume.

Rutilio Namaziano, Il ritorno, Einaudi, pp. 163 € 14,40

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