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venerdì 14 novembre 2008

La guerra umanitaria

L'Europa senza politica estera e di difesa

Giuseppe Leuzzi

Finito il giubilo, il neo presidente Obama è già all’opera per vincere la guerra in Afghanistan, magari spostandovi le truppe ora in Irak. Poiché di questo si tratta, di fare una guerra vera e propria in Afghanistan, sotto il simulacro del mandato Onu. Sarà la più giusta delle guerre: un intervento richiesto dal governo legittimamente in carica, secondo la vecchia prassi del diritto internazionale, per motivi umanitari, su mandato dell’Onu. Con effetto dissuasivo sul confinante Iran islamico, il cui armamento atomico verrà realizzato proprio sotto la presidenza Obama. Ma una guerra da vincere richiede preparazione bellica adeguata, cioè rafforzata, e regole d’ingaggio per i partecipanti che prevedano un impegno militare offensivo. Cioè determinato e prolungato: in Afghanistan tutti gli eserciti si sono perduti, a partire da Alessandro Magno.
La guerra giusta è nodo altrettanto insolubile del perché si fanno le guerre. La guerra umanitaria, Carl Schmitt l’ha spiegato, nasce come tutte le altre, come guerra d’annientamento. Anzi di più, è guerra di affermazione della “mia” umanità, e quindi totalitaria: della mobilitazione totale, dei fronti aperti, della resa senza condizioni. Curvarla alla restaurazione – o all’impianto – dei diritti politici e civili è possibile ma è difficile. Sono guerre senza un soggetto altro – dove si impiantano i diritti, su chi, su che?
Ogni guerra alla fine sarà stata inutile, e tuttavia essa si ripropone ineluttabile. Guardando alla storia recente, in Europa non è stata mai fatta una guerra più necessaria e giusta di quella contro Hitler, che tante ne ha scatenate, contro nemici anche forti, ma sempre con largo ricorso alla infamia, violenze gratuite, deportazioni, massacri degli inermi. Ma una guerra altrettanto necessaria ci sarebbe voluta contro Mosca, per le turpitudini staliniane e brezneviane altrettanto vaste e indecenti, in larga parte del continente. Poiché sarebbe stata nucleare, questa guerra non si è fatta, e a un certo punto il regime sovietico, che si sforzava di imitare 1984, il romanzo di Orwell, è stato spazzato via.
In Afghanistan è diverso, la guerra si combatte oggi. Una scelta va fatta. Anche il perfezionamento imminente delle armi nucleari nel confinante Iran non consente peraltro rinivii o dilazioni - la questine è solo apparentemente dissociata dalla guerra in Afghanista: tutto il cosidetto Arco della crisi fibrilla su stimolo di Teheran.
Per l’Europa il dilemma è duplice. Se la guerra in Afghanistan è giusta, se l’impegno Nato è giusto. La Nato in Afghanistan, e in Georgia, si può convenire che salvaguardi i diritti umani. Ma è vero anche il contrario, per le stesse posizioni politiche, occidentaliste e umanitarie. In diritto, la Nato gendarme è difficile da argomentare e anzi indifendibile: il concetto di difesa evapora. Se una guerra è giusta oppure no, l’Europa comunque non può saperlo, perché non ha una politica estera e di difesa. Tanto meno ora che la Nato non è più un organismo coerente a giustificato di riferimento. L’Europa dice si o ni agli Stati Uniti e questo è tutto. E la guerra, anche per fini umanitari, è quella di sempre: un calcolo di opportunità.
L’Europa si trova impegnata su più fronti di guerra, senza averla mai dichiarata, e con più di un mal di pancia. Per interventi che si dicono umanitari, ultima derivazione della sfuggente guerra giusta. Sotto l’ombrello dell’Onu ma senza copertura, se non quella militare propria e dei suoi alleati. Nel quadro di una strategia Nato che afferma di condividere, ma nutrendo in realtà forti dubbi sull’estensione degli impegni dell’Alleanza all’Arco della Crisi, che include l’Iran e allarga il Medio Oriente all’Afghanistan e al Pakistan. Per impegni che essa ha preso dieci anni fa, al momento della guerra alla Serbia – in realtà alla Russia per procura - e nel cinquantenario dell’Alleanza. In circostanze e con modalità che è utile ripercorrere.

Il fantasma Pesc
Nel 1999 il presidente della Commissione europea, Jacques Santer, si è dovuto recare il primo aprile, insieme con tutti i membri della Commissione, alla sede Nato a Bruxelles per informarsi delle cause, le modalità e gli scopi della guerra alla Serbia per il Kossovo, che era stata avviata con i bombardamenti il 24 marzo e prenderà tutta la primavera. Era accompagnato da un fantasma, denominato Mister Pesc nel gergo di palazzo Berlaymont, di cui da tempo si favoleggiava che stesse per materializzarsi, e a cui i governi e la stampa davano con ansia la caccia. Era infatti la materializzazione al maschile, nella figura di un supercommissario con poteri speciali, della Politica europea di sicurezza comune. da sempre assente dagli statuti dell’Unione europea. L’ansia deriva dal fatto che l’Unione, creata per mettere al bando la guerra in Europa, si trovava a doverne combattere una, contro uno Stato europeo, senza una causa giusta.
La guerra umanitaria per eccellenza, alla quale l’Italia fornì l’impegno maggiore, sul piano logistico, dopo quello aereo americano, fu una guerra d’aggressione, non c’è dubbio, alla Serbia e allo slavismo, cioè alla Russia. Per ragioni tutte ameircane, da grande potenza, che forse non furono nemmeno percepite in Europa, anche se la guerra fui essenzialmente europea - per gli Usa fu più che altro un esercizio in bombardamenti da alta quota. La Germania in special modo, pur non impegnandosi sul campo come l’Italia, fece della guerra alla Serbia un’esigenza umanitaria imprescindibile. Il governo rosso-verde, di socialisti e verdi, superò per questo il divieto costituzionale all’impegno militare fuori del territorio nazionale. Fu del ministro tedesco degli Esteri Joschka Fischer, verde con un passato extraparlamentare, l’impegno maggiore, insistente, per il diritto d’intervento, seppure a fini umanitari. Fini di cui però non ci fu traccia, né in guerra né dopo.
A Mr o Mrs Pesc Romano Prodi, successore di Santer, dichiarava subito dopo l’intenzione di dedicarsi con particolare cura nel suo quinquennio di presidenza dell’Unione. Pur sapendo il campo “scivoloso”. Era la stessa opinione di Massimo D’Alema, che l’aveva sostituito a Palazzo Chigi: “Dilemmi non semplici” si proponevano secondo un eufemismo del presidente del consiglio italiano (1), fra gli stessi membri della Unione, e fra la “nuova Europa” e la “nuova Nato”, nel cui ambito la Politica europea della sicurezza andava enucleata. Una sicurezza che paradossalmente ha sempre reso accidentata e perfino pericolosa la strada per l’Unione Europea.
Francia contro Germania
La sicurezza è stata il primo “pilastro”, si direbbe oggi a Bruxelles, dei primi progetti di unione europea nel dopoguerra. Dal federalismo italiano di Altiero Spinelli alle iniziative del ministro degli Esteri britannico Bevin all'inizio del 1948, d’accordo col ministro degli Esteri francese Bidault, e del goveno francese (piano Pleven) a fine 1950. Naufragò subito di fronte alle prospettive di riarmo della Germania - che si fece comunque - e non si è più ripresa. I progetti europei si spostarono sul terreno economico, dell'unione doganale e commerciale, e infine monetaria.
La proposta Bevin mirava a una Unione europea in grado di garantire la propria sicurezza, con l’obiettivo non scritto ma dichiarato di contrastare sia il riarmo della Germania che una ulteriore espansione del blocco comunista. Si concluse nella stipula rapida del patto di Bruxelles, nello stesso 1948, con Francia e Benelux.
Il piano francese per un esercito europeo, poi denominato Comunità europea di difesa, delineato da René Pleven all’Assemblée Nationale nell’ottobre del 1950, e presentato al Consiglio Nato di Bruxelles del dicembre 1950, fu avviato a pronta attuazione con la convocazione a Parigi il 15 febbraio 1951 di una conferenza presieduta dal ministro degli Esteri Robert Schuman. La conferenza fu aggiornata al 22 febbraio per consentire ai paesi partecipanti di studiare un piano dettagliato del governo francese. Fu quindi variamente riconvocata, fino all'8 maggio 1952, quando una bozza di trattato fu siglata dagli esperti dei sei paesi partecipanti, Francia, Italia, Germania, Benelux. Il 27 maggio il trattato fu sottoscritto dai ministri degli Esteri dei sei, per l’Italia De Gasperi, per la Germania Adenauer.
Il trattato, che constava di ben 132 articoli, 13 protocolli e 7 documenti annessi, creava un vero esercito europeo: “Un esercito sovranazionale che gradualmente ma progressivamente prenderà il posto degli eserciti nazionali”, nelle parole di Schuman. Ma era inteso a raccogliere, nella proposta iniziale, più paesi di quanti poi aderirono. Gran Bretagna, Danimarca, Norvegia e Portogallo (inizialmente anche l’Olanda) si limitarono a partecipare alla conferenza di Parigi come osservatori.
Caratteristicamente, la Gran Bretagna se ne tenne fuori, dopo avere aperto la questione della difesa europea con Bevin. Lo stesso piano Pleven si rifaceva esplicitamente a una risoluzione adottata nell’agosto 1950 dall’Assemblea consultiva del Consiglio d'Europa su iniziativa di Churchill: 89 voti furono a favore di “un esercito europeo nel quadro del Patto atlantico”, 5 contrari, 27 astenuti. Ma rispondendo all’invito francese l’1 febbraio, il ministro degli Esteri Eden informò Schuman che non era “l’attuale politica di questo governo di contribuire forze britanniche a un esercito europeo”. Altrettanto caratteristicamente, Eden firmava a Parigi, lo stesso 27 maggio, con i sei governi della Ced, un trattato di garanzia tra il governo britannico e la nascente Comunità. La Gran Bretagna non voleva partecipare all'Europa unita e non voleva esserne tenuta fuori.
Presto però scartò anche la Francia. L’opinione contraria alla Ced dei gollisti e dei comunisti fece breccia nel paese, e quindi fra gli stessi radicali al governo. Il riarmo della Germania fu un potente reattivo. Da questo punto di vista il piano Pleven si presentava come una limitazione del riarmo tedesco, e la sua sterilizzazione sotto un comando europeo che non poteva essere che a egemonia francese, ma non bastò.
Pierre Mendès-France, primo ministro e ministro degli Esteri dal 18 giugno 1954, tentò di salvare il progetto. In parallelo con i drammatici negoziati in corso a Ginevra per chiudere la guerra d’Indocina, tentò di organizzare un confronto tra fautori e avversari della Ced per ottenere “una risposta chiara”. Chiedendo una riposta chiara egli sperava di mettere la sordina ai sentimenti antitedeschi. Ma il confronto non ci fu. Mendès-France tentò allora la carta del rinvio. Il 13 agosto, forte del successo ottenuto a Ginevra il 21 luglio sull'Indocina, inviò ai cinque firmatari un progetto di compromesso in tre punti: un periodo di otto anni, dall’entrata in vigore del trattato, prima d'introdurre la sopranazionalità per le “questioni vitali”; garanzie contro lo stazionamento di soldati tedeschi in Francia; collegamento tra la Ced e la presenza stabile delle truppe britanniche e americane in Germania. Alla successiva conferenza riunita a Bruxelles il 19-22 agosto, i cinque concordemente rigettarono il Protocollo di applicazione francese. Mendès-France e il suo governo, così, si dichiararono astenuti al voto di ratifica del 30 agosto, nel quale l’Assemblée Nationale bocciò definitivamente la Ced. “Rien appris rien oublié”, si dirà della Francia che aveva fatto e disfatto la Ced. “Quanto fosse sbagliato quel voto lo dimostra il fatto che il riarmo della Germania era ormai inevitabile”, commenterà Franca Gusmaroli (2).
Riarmo tedesco
Gli Stati Uniti avevano riaperto con insistenza il problema del riarmo della Germania. Al Consiglio atlantico del settembre 1950 l’avevano proposto formalmente, preoccupati, con la guerra di Corea, del “vuoto militare europeo”. Il 2 maggio 1951 la Germania era stata ammessa come membro di pieno diritto al Consiglio d'Europa. Il 19 settembre riebbe un ministero degli Esteri. E alla conferenza di Londra del 28 settembre-3 ottobre, fatta convocare dal governo americano dopo il rigetto francese della Ced, Parigi dovette accettare la Germania nella Nato, con forze armate autonome, benché condizionate, e l’impegno americano e britannico “di far cessare appena possibile il regime di occupazione della Repubblica federale”.
La Francia aveva messo il veto a fine 1950 all’ingresso della Germania nella Nato, forte della clausola del patto che prevede l'unanimità per l’ammissione di nuovi membri. Ma l’allargamento era nelle cose. Per la logica stessa della Nato, l’organizzazione politica e militare proposta dagli europei Bidault e Bevin nella primavera del 1948 al segretario di Stato americano generale Marshall, e resa possibile dal voto, l’11 giugno 1948, della cosiddetta Risoluzione Vandenberg, con la quale il Congresso autorizzò l’amministrazione a concludere in tempo di pace alleanze fuori del continente americano – “una vera rivoluzione nella politica estera degli Stati Uniti”, nel giudizio dello storico Duroselle (3). E sopratutto per il rapido allargamento degli obiettivi dell’Alleanza, dopo lo scoppio della prima atomica sovietica nello stesso 1949 e la guerra in Corea l’anno seguente. Il 4 aprile del 1949 la Nato era stata creata a Washington, dopo una trattativa rapida, e dopo la pubblicazione preventiva, il 18 marzo, fatto anche questo del tutto nuovo, del trattato che la regola. Ma già pochi mesi dopo la difesa dell’Europa era riorganizzata sul principio della “strategia in avanti”, che portava la frontiera europea, e quindi il concetto di aggressione ai termini del trattato, alla linea dell'Elba. Il che implicava il riarmo della Germania.
UeoSul piano europeo lo stesso Mendès-France accettò alla conferenza di Londra di fine settembre 1954, un mese quindi dopo il rigetto della Ced, l’allargamento del patto di Bruxelles alla Germania oltre che all’Italia, contro l’impegno tedesco a non fabbricare armi atomiche, chimiche, biologiche, missili a lunga portata, navi da guerra di più di tremila tonnellate, aerei da bombardamento strategico. Gli accordi di Londra fuono subito votati, il 12 ottobre, a stragrande maggioranza dall’Assemblée Nationale, e una nuova conferenza, riunita a Parigi il 20-23 ottobre, trasformò il patto di Bruxells in Unione dell'Europa Occidentale.
L'idea era germinata in un incontro a tre, fra Mendès-France, Eden e Churchill, nella residenza di campagna dell’ex primo ministro britannico a Chartwell, il 28 agosto, alla vigilia del ripudio della Ced da parte dell'Assemblée Nationale: il primo ministro francese, non potendo far passare la Ced, pensò che una difesa europea integrata, con il riarmo tedesco, sarebbe stata possibile se la Gran Bretagna ci partecipava. Ma l’Ueo, pur autorizzando, contrariamente alla Ced, la ricostituzione di un esercito nazionale tedesco, con suoi propri comandi e compiti, non era più dotata di forze armate sopranazionali. La differenza era sostanziale.
Nei fatti l’Ueo, pur prosperando di vita propria (raggruppa oggi l’intera Europa, Turchia compresa, a vario titolo, membri di pieno diritto, associati, osservatori e partner associati, con poche esclusioni: le neutrali Austria, Svezia, Svizzera, Finlandia, e Russia, Ucraina, Bielorussia), ha abbandonato ogni idea, seppure vaga, di sicurezza europea.
I due pilastri
La questione è riemersa in coincidenza con la ridefinizione della struttura di comando Nato. Il generale De Gaulle, tornato al potere nel 1958, esordì con una proposta di direttorio a tre, fra Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, per garantire la stabilità politica e militare, compreso l’uso delle armi nucleari, dell’Europa e del mondo intero - ossia per governare il mondo. Otto anni dopo, persistendo il rifiuto americano di condividere le decisioni strategiche mondiali, e allargandosi il conflitto in Vietnam, De Gaulle uscì a metà dalla Nato (mantenne l’adesione al trattato, ma si ritirò dal comando unificato, e impose la chiusura delle basi Nato e americane in territorio francese). Dichiaratamente contro “la Nato globale” - per non dover condividere decisioni come quella del Vietnam prese unilateralmente dagli Stati Uniti. Altro motivo di contestazione era la dottrina della “risposta flessibile” all’Urss, enunciata dal ministro della Difesa Usa McNamara nel febbraio 1962 (4), che lasciava ampia discrezionalità agli Stati Uniti. Il generale era anche di questo parere: “È un dato di fatto che l’Europa non è più il centro delle crisi internazionali” (5). Ma non tentò di avviare un corso più europeistico della politica di sicurezza. Il trattato franco-tedesco del 1963, o dell’Eliseo, chiuse l’epoca della diffidenza nei confronti della Germania, ma non rilanciò una politica comune. Nello stesso anno De Gaulle vetò l’ingresso della Gran Bretagna nel Mec.
La revisione della struttura di comando Nato, d’altra parte, nel senso della equal partnership con l’Europa, che occupò tutti gli anni Sessanta, si concluse senza esiti (6). La revisione fu avviata da Kennedy nel 1962, con il discorso di Filadelfia detto dei “due pilastri” - successivo alla “risposta flessibile” di McNamara. C’era da un lato il problema di un accesso europeo alla struttura di comando, dall’altro una maggiore partecipazione europea alle spese militari (il burden sharing).
Il riequilibrio che si proponeva nella partnership riguardava la gestione delle decisioni, e limitatamente agli spetti tecnici, o militari, e non le decisioni stesse, o la formazione della volontà all’interno dell’Alleanza. Su questo aspetto, dopo la decisa presa di posizione del generale Eisenhower per un’Europa forte, gli Stati Uniti non lasceranno più aperture. Sul lato tecnico, invece, la condivisione delle responsabilità è da tempo prassi normale. Nella guerra alla Serbia del 1999 la lista dei bombardamenti notturni veniva giornalmente approvata dagli ambasciatori Nato dei paesi membri (7).
Ma è da dire che il “pilastro europeo” del disegno kennedyano, checché esso dovesse essere, si era frantumato da sé, per le ambizioni nucleari di Gran Bretagna e Francia (la prima atomica francese fu sperimentata nel 1960). Non ci furono revisioni a Ottawa nel 1974, in occasione del rinnovo della Nato nel suo venticinquennale.
Eurogruppo
Di sicurezza europea si è tornato a parlare nell'ambito del cosiddetto Eurogruppo, costituito a fine 1968 su base informale tra i paesi europei membri della Nato, rappresentati dai ministri della Difesa e dai delegati permanenti presso l’Alleanza. Se ne tenne fuori la Francia. Gli obiettivi dell’Eurogruppo erano infatti ambiziosi, e per questo inaccettabili al generale De Gaulle: una più incisiva presenza europea nell’Alleanza atlantica e il coordinamento delle politiche nazionali di difesa, dall’addestramento alla logistica e agli armamenti.
L’Eurogruppo seguiva Praga, l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. E si accompagnò a una rilancio della Cee, alla quale la Gran Bretagna cominciò a mostrare interesse. Fu sostenuto con vivacità dal governo tedesco di Willy Brandt. Ma già prima della caduta del cancelliere socialista, spiato nei suoi stessi uffici dai tedeschi dell’Est, l’Eurogruppo era defunto. Una parentesi d’inerzia lunga un venticinquennio si apriva. Sporadici annunci di costituzione di brigate miste, franco-tedesche, anglo-tedesche e simili resteranno lettera morta.
La svolta di Blair
La sicurezza europea è stata assente nelle discussioni che hanno approdato al rilancio in senso unitario della Comunità europea con l’unione monetaria e economica di Maastricht dell'11 dicembre 1991. Il trattato di Maastricht mette la sicurezza da parte, come “secondo pilastro”, nel gergo europeo, dell’Unione europea, da cominciare ad affrontare quando sarà stata realizzata l'unione monetaria e sociale. Il trattato di Amsterdam, del 2 ottobre 1997, ha ripreso e affinato il “secondo pilastro” di Maastricht, e ha fissato anche una data di avvio della politica della sicurezza, l’1 maggio 1999. L’adesione del premier britannico Tony Blair nell’ottobre 1998 all’ipotesi di difesa europea integrata sembrò che anticipasse i tempi. E già si faceva l'ipotesi di trasformare l’Ueo in organizzazione dell’Unione europea per la difesa e la sicurezza, in collegamento con la Nato. Il fantasma della Pesc sembrò sul punto di materializzarsi.
In realtà tutto restava ancora da decidere, e nulla è stato deciso. Amsterdam non precisa gli strumenti e gli obiettivi di una politica europea della sicurezza, e nemmeno dà delle indicazioni. La fusione Ueo-Ue – ora comunque fuori agenda - non sarebbe comunque agevole: solo alcuni membri dell’Ueo sono membri anche dell’Unione europea e della Nato, altri sono membri dell’Ue ma non della Nato, e altri della Nato ma non dell’Ue.
Secondo alcuni (8) il trattato avrebbe già aperto la porta alla Pesc per il semplice fatto che consente: la fusione della Ueo nella Ue, insieme con la possibilità di decidere non all’unanimità, la costituzione di una unità di analisi e pianificazione, la nomina del famoso Mister Pesc. Nulla di sostanziale, in realtà. Amsterdam introduce il “veto costruttivo”, per cui il paese membro che non condivide una scelta può astenersene senza boicottarla. E sanziona, sulla scia di Maastricht, due livelli di decisione: uno generale e di orientamento, che richiede l'unanimità, e uno di attuazione dove si possono avere delle maggioranze, e maggioranze diverse. Ma senza alcun indirizzo specifico, nemmeno di politica generale, sulla sicurezza.
In questa materia l’unica novità è stata la ricezione, che Amsterdam ha effettuato, della cosiddetta “lista Petersberg” messa a punto dalla Ueo nel 1991 nell’omonima località alla periferia di Bonn. La lista, o “compiti di Petersberg”, innova in effetti molto, prevedendo l’allestimento di forze europee umanitarie, di pace, d’interposizione. Un cammino sul quale alcuni paesi si erano già inoltrati con benefici, seppure senza coordinamento unitario (v. infra, al par. Riserve europee), e che è rimasta per un decennio l’unica novità. Quella di cui oggi si discute per la sua inefficacia, i rischi che comporta, i costi.
La svolta di Blair, che avrebbe cambiato radicalmente la politica europea di difesa, è invece rimasta lettera morta. Discussa al vertice europeo di Pörtschah il 24-25 ottobre 1998, durante la presidenza austriaca dell’Ue, e in incontro bilaterali fra Blair e vari capi di governo europei, la svolta era approdata il 3-4 dicembre a Saint-Malo, nel corso del vertice periodico franco-britannico, a un’intesa politica specifica: Londra riconosceva ufficialmente l’esigenza di un organismo europeo di difesa in seno all’Ue, e la Francia riaffermava ufficialmente il legame tra la difesa europea e la Nato. La svolta era maturata insieme con i piani Nato di guerra alla Serbia per la questione del Kosovo, che erano stati appena approntati da Washington e comunicati al vertice Ue di fine settembre a Vilamoura in Portogallo, quindi provvisoriamente accantonati per evitare la stagione invernale (9).
L’entente di Saint-Malo trovava l’adesione il 18 marzo della Germania, a conclusione di un incontro tripartito a Bonn dei ministri degli Esteri e della Difesa. Parigi, Londra e Bonn si dicevano d’accordo per la creazione a breve termine di un comitato di politica estera e di un comitato militare permanenti, nonché di uno stato maggiore congiunto, alimentati dall’unità di analisi prevista dal trattato di Amsterdam (10). Di questo organismo avrebbero fatto parte, secondo i tre proponenti, quei paesi che intendevano assumersi le operazioni di difesa europee - allo stesso modo come avrebbero dato vita all’euro alcuni e non tutti i membri Ue. Si sarebbero evitati in questo modo i problemi posti dalle diverse appartenenze Ue-Ueo-Nato.
Il trattato di Amsterdam applicandosi, per il “pilastro” della difesa, a partire dall’1 maggio, il governo Schröder si adoperò per portare già al vertice europeo di Colonia, il 3-4 giugno 1999, alcune misure pratiche atte a favorire la fusione della Ueo nella Ue. Tra esse la nomina di Mister Pesc, un Alto Commissario per la politica estera e la sicurezza che fosse anche segretario generale della Ueo. Ma l’Alto Commissario partì con una coloritura diminutiva, poiché non ebbe nemmeno lo status di membro della Commissione esecutiva dell’Ue, bensì solo quella di segretario generale del consiglio dei ministri. E resta una figura diminutiva, che il titolare dell’incarico ormai da dieci anni, Javier Solana Madariaga, impersona anche fisicamente.

Ambivalenza UsaIl federatore esterno
Gli Stati Uniti superarono rapidamente le perplessità iniziali sulla Ced, espresse dall’alto commissario americano per la Germania John McCloy. “La guerra di Corea”, commentava Altiero Spinelli nell'ottobre 1950 (11), “ha avuto come prima conseguenza che il problema della difesa dell’Europa occidentale è divenuto attualissimo”. Europe first è la parola d’ordine, rilevava Spinelli, e in questo ambito gli Stati Uniti hanno ripreso “l’idea che circola sulla stampa europea di un esercito sopranazionale, il quale permetterebbe un’organizzazione unitaria della difesa ed eviterebbe la ricostruzione di un vero e proprio esercito tedesco”. Con l’effetto paradossale, notava, che gli Stati Uniti d’Europa si faranno di là dall’Atlantico, mentre di qua si agitano “gli Stati Disuniti”, che applaudono ma si frappongono le “reciproche diffidenze e paure”.
Il ruolo di federatore esterno fu rappresentato, con convinzione, dal generale Eisenhower, che a dicembre del 1950 assunse il comando in capo delle forze Nato in Europa. All’apertura della conferenza di Parigi il 27 gennaio 1951 il segretario di Stato Dean Acheson scrisse a Schuman una lettera calorosa di adesione degli Stati Uniti alla creazione di una forza armata europea, comprendente dei contingenti tedeschi, sotto un comando sopranazionale. Eisenhower ribadì pubblicamente il suo appoggio in un discorso a Londra il 3 luglio 1951 - il discorso della “efficiente federazione europea” - con termini energici che sorpresero i suoi ascoltatori, tra i quali Attlee, Churchill, Morrison, che pure erano in principio europeisti (12). In particolare Eisenhower sostenne che solo un’Europa unita avrebbe potuto trovare la risorse adeguate per una politica di difesa, anticipando la soluzione dell’annoso burden sharing. Alla sessione di Roma del Consiglio atlantico, nel novembre 1951, il generale si presentò da campione della Ced - favorendo il superamento delle persistenti perplessità dei paesi del Benelux.
Dopo l’elezione di Eisenhower alla presidenza a fine 1952, le pressioni americane in favore della Ced furono insistenti. Per il segretario di Stato Foster Dulles la difesa europea era indispensabile alla strategia di contenimento dell’Unione Sovietica. In una conferenza stampa divenuta famosa, il 14 dicembre 1953 Foster Dulles usò toni perfino ultimativi: “Ciò che vogliamo (con l’esercito europeo) non è di riarmare la Germania, ma di creare una situazione che renda impossibile il suicidio della Francia e della Germania per un’altra guerra tra i due paesi. Se, contrariamente alle nostre speranze, si seguissero altre strade, gli Stati Uniti si vedrebbero costretti a un esame lacerante della loro politica estera” (13). “Agonizing reappraisal” furono le parole di Foster Dulles, con le quali il discorso è entrato negli annali.
Il rigetto francese della Ced creò la prima crisi tra la Francia e gli Stati Uniti. Foster Dulles si recò in visita a Londra e Bonn, e impose le soluzioni di ricambio che furono adottate alla conferenza di Londra di fine settembre 1954. La crisi di Suez due anni dopo, che vide Eisenhower al fianco di Nasser contro Francia e Gran Bretagna (e Israele), segnò la fine di ogni disegno di Europa come forza autonoma. Malgrado l’impegno di Eisenhower e Foster Dulles non c’era del resto concordia in America sull’opportunità di avere una forza europea autonoma, per quanto integrata nella Nato, che inevitabilmente avrebbe comportato divaricazioni, nelle strutture di comando, nelle strategie e nelle tecnologie - particolarmente temuto era lo sviluppo di una forza nucleare autonoma. Ritornava la tendenza all’America first, che emerge a tratti regolari al Pentagono, sopratutto, e al Congresso.
Leadership e oneriAl Congresso questa ambivalenza si ripropone cronicamente in termini di bilancio - trovando curiosamente sempre d'accordo, ma inattivi, i partner europei. Da una parte e dall’altra si ribadisce a cadenza alternata che lo sviluppo di una identità europea di difesa rafforzerebbe i rapporti interatlantici perché risolverebbe l’annoso problema di una redistribuzione degli oneri dell'alleanza - la questione del burden sharing.
Dalla metà degli anni Sessanta e per un decennio, sotto l’enorme impegno della guerra in Vietnam, la questione della riforma delle strutture di comando Nato, e della redistribuzione degli oneri, per una partnership meno sbilanciata fra Europa e Stati Uniti, tornò all'ordine del giorno, e più per impulso americano. Coronata figurativamente dalla dottrina kissingeriana del multipolarismo, che riportava la Cina sul proscenio mondiale, e anche potenzialmente l’Europa. Ma non molto dopo, nel 1973, l’“anno dell’Europa” nelle attese di Nixon e dello stesso Kissinger, neo-segretario di Stato, l'Europa dimostrava la sua inconsistenza nelle drammatiche vicende congiunte del petrolio, del dollaro e della guerra arabo-israeliana, e la bilancia pendeva decisamente di nuovo dal lato americano.
L’America non è Europa
Oggi l’ambivalenza americana fra alterità e interdipendenza, costante per cinquant’anni, risulta con ogni evidenza superata, dopo la fine della guerra fredda, che per numerosi aspetti fu sopratutto una guerra europea, e l'Europa non trova più negli Stati Uniti il federatore, per quanto a intermittenza, che essi sono stati nel passato. La percezione di questo cambiamento è inavvertita per l'ottica diversa con cui l’Europa guarda agli Stati Uniti, come a una proiezione della storia e della mentalità europee, e gli Stati Uniti guardano all'Europa, che sempre più è solo una delle tre o quattro aree o culture del mondo con le quali convivono. Gli Stati Unti hanno una diversa “natura” sociale e cultura politica rispetto al Vecchio Continente.
La vocazione forte all’incontestata leadership mondiale, da Berlino a Saddam Hussein, passando per Grenada, è dottrina consolidata del dipartimento di Stato e del Pentagono. Essa è nei fatti sul piano tecnologico e del potere finanziario.
Sul piano diplomatico e militare gli Stati Uniti hanno affermato concezioni originali, che innovano il diritto internazionale e la tradizione e si possono anche dire esclusive. L’inizio si può porre nella conferenza di Casablanca, gennaio 1943, dove Roosevelt impose a Churchill il nuovo concetto di “resa incondizionata” o “vittoria totale” (un percorso che porta da un ventennio a identificare il Nemico nella Forza del Male), facendo strada, sempre contro il parere di Churchill, alla penetrazione sovietica in Europa e quindi a Yalta (14). L’alterità di interessi fra Stati Uniti e Europa riemergerà con costanza, a tratti con durezza, per tutto il dopoguerra, nella crisi di Suez, e successivamente del Libano, nella crisi del 1973, nelle insofferenze di Brzezinski, segretario di Stato di Carter, nei duri contrasti durante la presidenza Reagan a proposito del bombardamento di Tripoli e dell’“Achille Lauro”, nell’assunzione americana del ruolo di poliziotto del mondo, per conto dell’Onu e anche fuori di essa. È questa la novità degli ultimi quindici anni. Ancora a metà 1992, col martirio della Bosnia in corso, il segretario di Stato James Baker rispondeva alle sollecitazioni martellando le parole: “Noi non siamo e non possiamo essere la polizia del mondo”. È una funzione maturata da Washington nella crisi jugoslava e a fronte del terrorismo, che gli Stati Uniti svolgono di preferenza in collaborazione con i paesi europei, ma senza alcun ruolo autonomo dell’Europa.

Riserve europee“Dal 1951 al 1954”, si può dire con Spinelli, “il federalismo europeo giunge fino alla soglia di una vittoria parziale ma sostanziale, ed è infine battuto” - per tutti gli anni successivi e fino a oggi. È battuto sulla questione della Ced e non accenna a riprendersi, per la convergente azione delle gelosie nazionali e del problema - che in realtà però non è tale - degli impegni di spesa. E ciò malgrado un’urgenza che, se oggi sembra inesistente, in numerose occasioni e per lunghi periodi è stata invece drammatica, nelle tante invasioni sovietiche all’Est, minacciate o realizzate, nella questione degli euromissili, negli eventi che hanno portato al 1989, e ora nela presenza costante nell’Arco della Crisi.
La spinta federativa fu forte su impulso inglese dapprima, e quindi francese. Sull’onda del famoso discorso di Fulton, con il quale, perdute le elezioni e la carica di primo ministro, aveva indicato già nel 1946 nell’Urss il nuovo nemico, Churchill aveva creato il Movimento europeo come prima diga. La Francia propose il piano Pleven, e il piano Schuman che porterà alla Comunità del carbone e dell'acciaio (Ceca). Ma furono gli stessi due paesi a affossare la Ced e ogni altro progetto di difesa - e quindi di politica - unificata.
Egemonie nucleari
In termini pratici quella che è oggi la Pesc restò a lungo improponibile per la questione nucleare. La Gran Bretagna ristabilì nel 1957, mentre nasceva il Mercato Comune Europeo, la collaborazione nucleare con gli Stati Uniti, avviata con il progetto Manhattan durante la guerra e interrotta da Washington nel 1946. Il rapporto privilegiato, appena ristabilito, presto s’incrinò: Londra restò senza vettori propri, dopo il forzato abbandono nel 1960 del programma Blue Streak, e gli Stati Uniti accettarono di fornirglieli, ma solo del tipo a corta gittata Polaris, da tempo sperimentati, e non quelli di nuova progettazione Skybolt. La Francia, dopo il ridimensionamento subito in Indocina, a Suez e in Algeria, aveva reagito dotandosi di un proprio deterrente nazionale. La prima atomica francese, preparata dagli ultimi governi della quarta Repubblica, fu provata nel Sahara algerino nel 1960. Né Gran Bretagna né Francia rinunceranno al privilegio nazionale della bomba. E la questione si complicò, invece che risolversi, come proponeva Nenni (v. infra), quando nel 1968 si arrivò al trattato di non proliferazione nucleare. La Germania, alla quale lo statuto Ueo pure preclude l'arma nucleare, aspetterà sette anni per ratificare il Tnp, con la condizione che la ratifica non vincola in futuro l’Unione europea.
Inevitabilmente, d’altra parte, il deterrente nucleare francese e inglese è parte della Nato. Ciò complicherà per quasi un decennio negli negli anni Ottanta, fino all'accordo del 1987, il contenzioso Usa-Urss sugli euromissili (quanti SS20 l’Urss poteva schierare in Europa, e quanti Pershing II e Cruise gli Usa): uno dei motivi di attrito fu il conteggio degli arsenali inglese e francese in quello americano.
Nel 1984-85 un persistente tentativo fu fatto da parte francese, per dichiarare il deterrente francese deterrente europeo - con l’unico obiettivo di staccare Bonn da Washington e portarla a sostenere economicamente la force de frappe nucleare francese. Il tentativo, fallito, seguì una messa in guardia di Mitterrand a Kohl, al ritorno del cancelliere tedesco da Mosca nel luglio del 1983 (15). Chiedendo spiegazioni a Kohl sulle dichiarazioni fatte nella capitale sovietica a proposito dell'unificazione tedesca, con implicazioni neutraliste, il presidente francese affermava che esse erano incompatibili con una comune difesa militare europea e con la stessa unione politica dell’Europa occidentale. Il timore di una Germania neutralista sotto la guida dell’allora neo-eletto e sconosciuto Kohl aveva già spinto Mitterrand a rivitalizzare sullo scorcio del 1982 l’Ueo. A questo stesso fine Mitterrand scelse infine di appoggiare l’installazione degli euromissili americani in Germania.
Non migliore esito ebbe un parallelo tentativo francese, indirizzato al governo della signora Thatcher, di un asse militare Parigi-Londra-Bonn (16). Il tentativo di europeizzare il deterrente francese fu abbandonata con la riunificazione della Germania nel 1990.
Efficienza e risorseSingolare è anche il modo come periodicamente i paesi europei hanno reagito alle spinte americane all’unificazione delle forze, negli anni Cinquanta, e successivamente al burden sharing e alla ridefinizione della struttura di comando nella Nato per rendere più bilanciato il rapporto Usa-Europa. Singolare è la loro resistenza. Che solitamente viene attribuita a ragioni di bilancio.
Ma la redistribuzione degli oneri fra Usa e Europa, molto sentita al Congresso, non pone in realtà problemi dal punto di vista materiale. I membri europei della Nato schierano nominalmente 2,5 milioni di soldati, contro il poco più di un milione degli Usa. E hanno spese militari complessivamente pari al 60 per cento di quelle americane. È la loro “capacità di proiezione” - in sostanza la loro efficacia nella guerra moderna, di mezzi e tecnologia più che di uomini - che è invece bassissima, valutandosi sul 10 per cento di quella americana. È un problema di qualità della spesa e non di quantità, quindi non pone problemi di bilancio, il grande vincolo europeo in questi anni di radicale ristrutturazione dell’economia. Si tratta di avere delle forze capaci di intervenire in conflitti locali, con rapidità, sfruttando le sinergie interarma, utilizzando le tecnologie più che gli uomini.
Francia e Gran Bretagna sono avanti su questa strada (e per efficienza - nel rapporto costi\effetti - sono valutate allo stesso livello, se non superiori, agli Stati Uniti). Sono intervenute in Bosnia con decisione nel giugno-luglio 1995, prima che gli Stati Uniti e la Nato riuscissero a montare l’operazione Deliberate Force. È stata europea, a comando francese, l’operazione Forza di Estrazione in Macedonia, che avrebbe potuto instradare diversamente la questione del Kosovo, se non fossero stati ritirati gli osservatori Osce, alla cui protezione militare essa era intesa. Anche l’Italia ha avuto successo con l'operazione Alba in Albania nel 1997. Dieci anni dopo, in un teatro di guerra non più difficile, l’Afghanistan, l’efficacia europea è invece del tutto scemata.
Il perché è anzitutto la modestia del potenziale di pronto intervento. Buono per teatri di guerra limitati, per interventi concordati, a sostegno di forze locali dotate di autonomia rappresentatività. Nel complesso i Paesi europei sono attardati, con forze armate che, benché costose in termini di infrastrutture, addestramento, gerarchie, sono inservibili. Anche perché manca, negli interventi che più la richiedono, l’integrazione delle forze dei singoli paesi.
Bilateralismo
La mancata ristrutturazione della forza armata europea, il mancato decollo di una politica unitaria di sicurezza, non è un fatto di vecchie abitudini, delle inerzie burocratiche e parlamentari. Nel quadro di fondo di una sottovalutazione specifica - al comodo riparo, fatte tutte le somme, dell’ombrello americano - i problemi della sicurezza restano il terreno favorito per le esercitazioni di sovranità o grandezza nazionale. C’è un’asimmetria di fondo in Europa sui fatti della sicurezza. Pochi paesi, tra essi l’Italia, hanno favorito o favoriscono la diplomazia multilaterale che è il primissimo gradino della sopranazionalità. Gran Bretagna, Francia e Germania, e sulle loro tracce quindi tutti gli altri, coltivano la loro speciale relazione bilaterale con gli Stati Uniti, e quindi col resto del mondo, e su ogni questione aperta individuano una propria strategia e perfino proprie finalità. Non c’è una rete orizzontale che colleghi interessi e analisi dei paesi europei.
Del resto è tutt’oggi più efficace il rapporto asimmetrico con gli Usa che non quello diretto fra partner europei: quello fra Italia e Usa meglio che non fra Italia e Francia, o Italia e Germania. Fra Gran Bretagna e Francia, malgrado Saint-Malo, la cronaca e l’aneddotica sono sempre quelle di una storia ormai quasi millenaria. Sospetti permangono forti a Parigi sugli scopi effettivi di Londra, di cui si teme una ripetizione della sperimentata diplomazia britannica di essere dentro ogni possibile sviluppo europeo per controllarlo o sabotarlo e non per sostenerlo. Da Londra sono venute a ripetizione accuse a Parigi di avere sabotato la guerra in Irak, passando informazioni al governo di Saddam Hussein, e perfino la guerra in Serbia.

Italia tra speranza e prudenza
L'idea di un’integrazione sopranazionale che doveva passare per primo dalla sicurezza risale alle primissime manifestazioni italiane di europeismo, contenute nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, già ex comunista, e Ernesto Rossi, un allievo di Einaudi - confinati nell’isola dal fascismo (17). Il Manifesto, redatto nel 1941, sarà pubblicato clandestinamente nel gennaio 1944 da Colorni, eminente figura del socialismo.
È quindi in ambito laico e socialista che si è manifestato in Italia l'europeismo federalista, che privilegia l'unione politica e la sicurezza (18). Ma saranno i cattolici a gestirne le prime fasi, forti della supremazia politica e anche di una spiccata, seppure cauta, sensibilità per il tema dell'Europa nella sicurezza - in Italia come in Germania e nella stessa Francia, dove però il partito confessionale era una piccola minoranza. Su questo - come su tanti altri problemi politici - De Gasperi resterà infine deluso (19). Ma afferrò subito l’opportunità della Ced, nel quadro della politica di ristabilimento dell’Italia nel concerto europeo e occidentale, fu uno dei pochi a rispondere subito positivamente al piano Pleven (gli altri erano la Germania Federale e il Belgio), e col conte Sforza dapprima, poi assumendo in proprio anche gli Esteri, ne seguì con partecipazione gli sviluppi.
Paolo Emilio Taviani, che rappresentava l’Italia a Parigi ai lavori del piano Schuman per la Ceca, partecipò anche alla conferenza Ced il 15 febbraio 1951. Nelle successive trattative pose i problemi, fondamentali per ogni istituzione sopranazionale, di un controllo parlamentare e di un finanziamento attraverso fonti fiscali proprie. In alternativa, l’Italia propose successivamente che l'Assemblea prevista dalla Ced fosse incaricata di preparare il controllo parlamentare e quindi la costituzione politica della Comunità stessa. Questa richiesta fu recepita, con modifiche, nell’art.38 del trattato Ced.
Il contributo italiano continuò anche dopo De Gasperi. Alla conferenza di Bruxelles, del 19 settembre 1954, convocata da Mendès-France per salvare la Ced mediante un rinvio, Attilio Piccioni argomentò sobriamente che il carattere sopranazionale della Ced era e doveva restare fondamentale nel trattato, e che non erano assolutamente possibili discriminazioni contro nessuno dei partecipanti. Aggiunse ad ogni buon conto che potevano passare solo proposte che non richiedessero nuove ratifiche parlamentari.
E a questo punto si può dire che il rigetto francese sia stato accolto con sollievo in Italia. Sul tema del riarmo gli equilibri politici interni si facevano più che mai precari, e De Gasperi fu tanto pronto ad accogliere l’invito francese nel 1951 quanto cauto nel rinviare la ratifica del trattato a ridosso di quella francese - che non ci fu. Alla fiera opposizione del Pci e del Psi si aggiungevano quella dei neo-fascisti e quella di una parte della Dc. Mentre in consiglio dei ministri il titolare della Difesa Pacciardi dichiarava che non avrebbe firmato un trattato nel quale si sanzionasse la rinuncia all’esercito italiano senza che ci fossero precise garanzie di costituzione di un’autorità politica (20).
Difesa europea senza nucleare
Pietro Nenni commenterà nel 1954 il fallimento della Ced rovesciando la prospettiva con la quale il progetto di Comunità europea di difesa è passato alla storia: “Polemizzammo con tanto accanimento contro le strutture sovranazionali non per rinchiuderci nell’orticello nazionale ma perché esse implicavano la subordinazione e l’asservimento politico economico e militare delle piccole potenze alle grandi e dell’Europa all'America” (21). Bisognerà aspettare Praga perché la sinistra muti atteggiamento. Anche se il Pci accetterà la difesa occidentale, dentro la Nato (“l’ombrello americano”), solo nel 1975, per iniziativa personale di Enrico Berlinguer. Contestata in ampi settori del partito, e fuori sospettata di essere funzionale agli interessi sovietici.
Nenni, ministro degli Esteri col primo governo Rumor, tentò un rilancio della politica di sicurezza. Ne è traccia il comunicato finale dell’incontro a Londra il 28 aprile 1969 con Michael Stewart, titolare del Foreign Office nel governo laburista di Harold Wilson: “Nell’Alleanza Atlantica... la formazione di una componente europea costituisce un momento positivo del processo destinato a portare alla formazione di un’Europa unita” (22). Con Altiero Spinelli, suo consulente agli Esteri in materia di non proliferazione nucleare, Nenni lavorò anche a un’ipotesi di difesa europea integrata senza armamento nucleare. “Non è necessario per l’Europa unita diventare una potenza nucleare”, sosteneva Spinelli, a cui giudizio il trattato sulla non proliferazione nucleare offriva un’occasione di rilancio della politica per la sicurezza, rimuovendo le suscettibilità di chi avrebbe dovuto condividere l’armamento nucleare, e quindi dell’unità europea (23). Ma l’ipotesi non ebbe seguito.

Europa senza identitàDieci anni fa, in coincidenza con il cinquantennale della Nato, e con la guerra Nato alla Serbia, molti buoni propositi sono stati sprecati. “Occorre restituire all’Europa l’autonomia perduta in fatto di politica internazionale e della difesa. Guai se creassimo un gigante dal punto di vista economico e un nano sul versante cruciale delle relazioni diplomatiche”, era il commento augurale di Gianni Agnelli all’euro, e era l’opinione di molti atlantisti convinti oltre che europeisti. Si partiva dall’ovvia constatazione, nelle parole dell’allora presidente della Commissione difesa del Bundestag, Friedbert Pflüger (24), che “la fine della guerra fredda non ha portato la pace universale”, e dall'altrettanto ovvia considerazione che “gli Europei vogliono avere nella politica mondiale un ruolo di soggetto e non di oggetto”. Né l’Europa può più evitare di prenderne atto dopo i tanti impegni militari, seppure in veste umanitaria, che ha assunto da allora, e che la vedono esposta pericolosamente ora in Afghanistan, Libano e Iraq, senza dimenticare l’ex Jugoslavia.
Alcuni di questi punti di crisi saranno con noi per molto tempo. Il fondamentalismo islamico non solo, ma anche la questione serba e quella albanese, e la Russia. La Russia è per l’Unione europea la controparte degli Stati Uniti: una potenza da non antagonizzare in nessuna misura. E invece le spinte si accumulano per accularla, con Pechino e Nuova Delhi, in una sorta di “asse degli esclusi”, tollerante in materia di proliferazione nucleare, oggi con l’Iran, domani con chi vorrà, sul principio inoppugnabile della ricostituzione dell'equilibrio internazionale del potere.
A fronte di un mutamento ormai nei fatti degli equilibri internazionali, la Politica europea di sicurezza resta tutta da fare. Se il problema della quantità (spesa, mezzi, effettivi) è nei fatti minore, restano irrisolti i due ostacoli di sempre, il consenso europeo, l’assenso americano. Lo stesso vertice di Washington del cinquantenario ribadiva l’esigenza di un disegno globale, denunciando “l’emergere di nuovi rischi per la pace e la stabilità euro-atlantiche, tra essi l’oppressione, il conflitto etnico, la crisi economica, il collasso dell’ordine politico, e la proliferazione di ordigni di distruzione di massa”. Ma, insieme con questi “nuovi rischi”, che allargano la conflittualità a ogni evento, ha lasciato indeterminati anche i principi e gli strumenti difensivi.
Sovranità limitata
Cardine incontestato della sovranità è il diritto della pace e della guerra. Ma l’Europa, che si vuole sovrana, ne ha fatto finora a meno. Si è assunta, in quanto Ue, oneri importanti: il mantenimento dell’Autorità Palestinese, la ricostruzione in Bosnia, la ricostruzione nell’Europa dell’Est. Ma solo sul piano finanziario.
La sicurezza europea passa peraltro per la revisione degli accordi Nato. Tutti i problemi europei in materia di sicurezza sono anche problemi Nato. La stessa svolta di Blair era maturata nel quadro delle discussioni in corso allora alla Nato sulla cosiddetta Identità europea di sicurezza e di difesa (Esdi). La Pesc non potrà quindi farsi senza una definizione dei suoi rapporti con la Nato. Ma fra Alleanza atlantica e Unione europea i rapporti sono da tempo e restano formalmente inesistenti, le due entità sono separate.
L'Alleanza atlantica rappresenta un’esperienza eccezionale nelle relazioni internazionali. Sia per la durata, in quanto alleanza multilaterale. Sia per la sopravvivenza al suo scopo, la difesa contro il blocco sovietico. E per la sua natura: che un’alleanza pletorica trovi, sempre con tanta continuità, un asse di comando definito. Con il suo rovescio: mai prima d'ora tanti Stati hanno deciso di rinunciare alla loro sovranità, e per così lungo tempo, in favore di una potenza leader. È stato l’effetto, senza dubbio, della minaccia sovietica, anch’essa senza precedenti, per radicalità e potenza. In qualche modo rinnovata dal terrorismo. Ma non sarà agevole rinnovare quella rinuncia.
Nuovo concetto strategico
A dieci anni dal crollo del comunismo, e in preparazione del cinquantenario dell’Alleanza, il rinnovamento della Nato si era sviluppato per stanche linee burocratiche. Che il segretario generale Javier Solana – prima di diventare l’impalpabile Mr Pesc – così elencava diligente al convegno dell’Istituto Affari Internazionali per “Una nuova Nato una nuova Europa” alla Camera dei deputati il 25 gennaio 1999, in preparazione delle celebrazioni del cinquantenario il 23-25 aprile a Washington: Partnership for Peace (ristrutturazione delle forze armate), Euro-Atlantic Partners Council (organismo di dibattito allargato agli associati, 25 membri), Mediterranean Cooperation. Il vertice di Washington, che avrebbe dovuto varare l’Esdi e un “Nuovo concetto strategico” per l’Alleanza, si limitò a dichiarazioni generiche per entrambi i titoli.
A dieci anni da allora, negli unici passi del “Nuovo concetto strategico” che hanno significato, la Pesc resta esclusa. La Nato, che deve affrontare “incertezza e instabilità dentro e attorno l'area Euro-Atlantica e la possibilità di crisi regionali alla periferia dell’alleanza che potrebbero evolvere rapidamente,... rimane il foro essenziale di consultazione tra gli alleati e il foro di accordo per le politiche che riguardino gli impegni di sicurezza e difesa dei suoi membri” (25). Nemmeno sulle Combined joint task forces varate al Consiglio atlantico di Berlino (1996), e applicare ormai ovunque nell’Arco della Crisi. si sono fatti passi avanti: si tratta di meccanismi operativi per “forze separabili ma non separate”, che consentirebbero agli Europei di gestire crisi minori ai propri confini, utilizzando le strutture Nato, anche senza la partecipazione diretta degli Stati Uniti.
I caratteri essenziali del rapporto Nato-Ue restano quelli definiti dall’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt alla vigilia del vertice di Washington (26), in un quadro generale di indeterminatezza (“l’Occidente, nel complesso, è privo di una strategia globale”): “La «nuova Nato» che gli americani vogliono tenere a battesimo deve fare in modo - così almeno spera qualcuno, dal ministro degli Esteri Albright all’ex consigliere per la sicurezza Brzezinski - che gli europei, anche nel nuovo secolo, si facciano guidare da Washington”. Questo non era possibile, secondo Schmidt, perché “l’arroganza di Washington” non è una politica, e perché “gli americani non possono offrire una strategia globale a lungo termine”, non per la Russia, non per la Cina, l’India, l’islam, per l’economia, per l’ecologia. Per ultimo l’ex cancelliere, che è stato il più filoamericano fra tutti i leader Spd, oggi commentatore politico, ritiene che comunque i conflitti ricadranno sugli alleati, essendo strategia ormai irreversibile degli Stati Uniti d’impegnarsi a fondo per la difesa solo nei casi eccezionali in cui la sicurezza degli stessi Stati Uniti sia in gioco, negli altri limitandosi “a impiegare la loro alta tecnologia militare e di telecomunicazioni, stando a distanza di sicurezza”, e appoggiandosi “alle truppe dei loro alleati”.
Una serie di considerazioni ovvie, che avrebbero dovuto, nonché favorire la Pesc, imporla. Corrispondendo il “Nuovo concetto strategico” e l’incertezza politica globale ad ampi spazi di autonomia. Ma l’Europa deve ancora chiarirsi i propri indirizzi. Nel mentre che fa le guerre per la Nato, con vasto impiego di risorse.

La guerra umanitaria
Una sorta di pacifismo statale, emerso da circa vent’anni con la caduta del Muro e dell’impero sovietico, fa le veci di una politica estera e di difesa. Indeterminato, ma forte di “impegni umanitari” e di “cooperazione allo sviluppo”. In linea con gli appelli da più parte lanciati, dall’Onu, dal Vaticano, dalla filosofia della politica, alla guerra per motivi umanitari o alla guerra giusta. Di cui quella alla Serbia è stata l’epitome, ma fino a un certo punto anche quella all’Irak, e oggi quella in Afghanistan. Ma è una politica dello struzzo, più ipocrita che irenica.
Il diritto di intervento e la Neo Guerra
La posizione europea è l’altro aspetto del Novecento, che mentre ha esteso la guerra senza limiti intollerabilmente, ha posto anche dei limiti alla guerra stessa. Almeno in diritto. Il patto Briand-Kellogg ha limitato nel 1928 la legalità della guerra alla difesa. I diritti umani dovettero aspettare: le proposte – tedesche, di Weimar – di un diritto internazionale dell’uomo, in aggiunta al divieto della guerra d’aggressione del patto Briand-Kellogg, caddero nel vuoto. Dopo la guerra una Dichiarazione universale dei diritti umani fu adottata a Parigi, di cui si celebrano il 10 dicembre i sessant’anni. A fine secolo, riferendosi alla tante guerre americane a partire da quella del Golfo, Umberto Eco ha potuto ipotizzare una Neo Guerra, senza vittime e senza fronte. In cui cioè il nemico può circolare, seppure non in armi, sul fronte interno, mentre le operazioni belliche devono essere mirate a non fare vittime - le armi "intelligenti" (26).
E' questo anche l'effetto dei principi della Dichiarazione, che hanno ampliato e non ristretto il ricorso alla guerra. Dal diritto di non intervento, cardine delle relazioni internazionali per millenni, il diritto di ogni paese a non essere aggredito, si è anzi passati passati a un diritto d’intervento, distinto anche se confuso.
Il diritto di (non) intervento è stato rimodulato nell’“unificazione” del mondo conseguente alla caduta del comunismo sovietico, sulla base dei diritti umani, che sono ora il fondamento etico di ogni politica. Nella prevalenza dell’opinione: tutto è emozione, presto e senza condizioni. L’indignazione e la colpevolezza sostituiscono ogni diplomazia, la cautela cioè e il diritto. Lo stesso iperrealista papa Giovanni Paolo II, che ha abbattuto il comunismo, ha teorizzato l’“ingerenza umanitaria” come “diritto d’intervento” ai diplomatici il 16 gennaio 1993 (27). Ma non c’è criterio per far passare i diritti umani come criterio di giustizia. Oggi Roma direbbe che Cartagine è da distruggere perché immola i bambini, e questa sarebbe la sola novità.
Guerra giustaNon c’è guerra che non si pretenda giusta. Ma bisogna intendersi sulle cose. Ultimamente la fanno le tribù, in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani. E gli Usa nel nome dei diritti umani. La facevano le repubbliche, i principati, gli imperi, le classi sociali, le idee, per un interesse. Il terrorismo a carattere bellico, con capacità di distruzione cioè analogo alla guerra, sia delle persone che delle strutture, e dell’ambiente, ribalta poi in più modi i diritti umani. Si propone esso stesso come strumento dei diritti umani. E non può essere contrastato se non con mezzi limitati, al riparo dei diritti umani.
Carl Schmitt nel “Nomos della terra”, sull’autorità di Erasmo, e dei posteriori Bodin e Alberico Gentili, che a loro volta facevano tesoro delle guerre di religione, riduce la guerra giusta alla “guerra lecita”. Quella cioè regolata dal diritto internazionale, quanto al riconoscimento dei belligeranti, o alla aequalitas tra justi hostes. Niente a che vedere con la sistemazione di san Tommaso, della guerra che è giusta quando è sostenuta da un’autorità che è riconosciuta, ed è combattuta per una giusta causa e con una giusta intenzione.
In tutte le guerre si è sempre avuto, anche nelle guerre di Hitler, una fioritura di argomentazioni di diritto internazionale sempre molto elaborate per dimostrare le ragioni della propria parte e il torto del nemico. Si argomenta in generale, sul diritto e il dovere di guerra, e su questioni specifiche, sconfinamenti, inseguimento, prigionieri, mezzi leciti, “modica quantità”, etc. Solo nel caso della guerra umanitaria, ultimo sviluppo, il diritto internazionale singolarmente è carente. Non ci tiene a spiegarsi, ritenendosi giusta per definizione, una volta posta sotto l’ombrello del Consiglio di sicurezza dell’Onu, il direttorio mondiale. Per decisioni che, sotto l’apparenza del diritto, in realtà sono sempre anch’esse politiche. È stata giusta ultimamente in Europa, e di più in Italia, la guerra contro Milosevic, di aggressione quella contro Saddam. Per cui i diritti umani dei kossovari, peraltro non conculcati, finiscono per valere di più di quelli degli sciiti, perseguitati in massa. Anche a costo di consegnare il Kossovo a un bandito Giuliano qualsiasi. L’ultima guerra giusta in Europa, prima di quella alla Serbia nel 1998, era stata la Dottrina Breznev.
Norberto Bobbio ha avuto problemi, pur difendendo la guerra alla Serbia, a caratterizzare la guerra giusta. Concetto cristiano e non romano, abbozzato da sant'Agostino e poi approfondito filosoficamente da una lunga tradizione, fino a Grozio, a Kant e a Bobbio, è fondamentalmente quella di san Tommaso, per una giusta causa con giusta intenzione. Ma la causa è fortemente variata nei secoli. Fino alle concezioni belliciste del romanticismo, quello tedesco sopratutto: la guerra fatto estetico universale (Novalis), sviluppo morale dell'umanità (Fichte), materializzazione dello Spirito del mondo nei diversi spiriti dei popoli che si avvicendano (Hegel). ricetta per popoli infiacchiti (Nietzsche). Per arrivare alla guerra preventiva per fini umanitari, quali sono quelle degli Stati Uniti e dei “volenterosi” in Irak, e quella della Nato in Afghanistan, su mandato Onu. Entrambe azionate dalla lotta al terrorismo.
L’Onu e la Nato proclamano oggi il diritto d'intervento contro quello che era un cardine del diritto, il non intervento negli affari interni di uno Stato. Fra i due ambiti giuridici opposti della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che protegge gli individui contro gli Stati oppressori, e della Carta dell'Onu che invece previene e proibisce la guerra, comprese evidentemente le guerre preventive - documenti entrambi dello spirito del tempo. Ernst Jünger, altro forte conservatore tedesco, come il suo amico Carl Schmitt, pur bellicista, esclude la categoria. La guerra della Società delle Nazioni non è più guerra, c’è un “daltonismo umanitario”, rilevava già nel 1932 nell’Arbeiter: sotto l’ombrello internazionale è possibile fare guerre giuste, a buon diritto, e derubricarle a penetrazione pacifica, azione di polizia, e ora difesa dei diritti umani. Fin dalla nascita il diritto umanitario si prestava alla propaganda. Accanto alle proposte dei compassati giuristi della repubblica di Weimar, nei primi anni Trenta i Diritti Umani campeggiavano nella retorica: i manifesti di Mussolini lo proclamavano Ambasciatore di Pace e Difensore dei Diritti Umani.
Sull’ammissibilità della guerra umanitaria i pareri sono fortemente divisi. “Gli argomenti addotti per legittimare l’uso umanitario della forza sono poco convincenti e pericolosi”, fu la posizione in America, quando Clinton volle la guerra alla Serbia, del “padre dei diritti umani” Louis Henkin (28), creatore della disciplina e della cattedra di Diritti Umani alla Columbia University - una "guerra umanitaria" è sempre quello che appare, un ossimoro e anche una sciocchezza. Mentre il conservatore Jack Goldsmith, della Chicago Law School, pur concordando che i critici dell'intervento umanitario “dispongono certo di forti argomenti giuridici”, ritenne che “esiste un'eccezione sul piano consuetudinario e pratico” (29). Certamente nel caso del terrorismo, quando ha santuari degli Stati. La filosofa Jeanne Hersch, che i diritti umanitari ha catalogato per le organizzazioni internazionali, ha taciuto, su questo come su ogni altro singolo caso, sapendo che il giudizio è unicamente politico.
I mezzi giusti
In questa incertezza assume rilievo il tema intermedio dei mezzi, anche per gli effetti devastanti che i nuovi armamenti possono avere. Ogni guerra pone, in diritto oltre che di fatto, il problema dei mezzi. L'interesse impone il principio economico, del minimo costo per il massimo effetto. Il diritto pone quello dei “mezzi giusti”, proporzionati cioè allo scontro. È un aspetto del concetto di guerra giusta, che propriamente indaga le cause della guerra, e quindi i fini. In questi termini, di cause e fini, assenti dalla guerra dell’Europa e degli Usa alla Serbia nel 1999, la guerra è stata animatamente discussa nel 1990-91, nel conflitto del Golfo.
Il tribunale di Norimberga e quello dell'Aja hanno istituzionalizzato il problema dei mezzi. Elisabeth Anscombe lo ha categorizzato ne 1957, nel celebre libello “Mr. Truman Degree”, contro l’uso della bomba atomica e per i mezzi proporzionati. Per proporzionati s’intende mezzi coerenti e diretti con l’obiettivo della guerra. Chi volesse fare guerra alla Macedonia, per ipotesi, invadendo l'Albania o la Bulgaria, uscirebbe evidentemente dal diritto. Gli Stati Uniti sono stati molto criticati su questo aspetto per aver combattuto il comunismo sovietico intervenendo direttamente in Guatemala, Grenada e Nicaragua, e indirettamente in Brasile e Cile. Il concetto di proporzionato o congruo è più semplice: non si può usare l'atomica per conquistare un fortino abbandonato. La guerra diventa ingiusta per la filosofa quando la Gran Bretagna prima e poi gli Stati Uniti d’America rigettano la convenzione di Ginevra del 1923 che vieta di bombardare le opere non militari e la popolazione.
Adeguatezza e congruità dei mezzi rimandano ai fini più che alle cause della guerra - alle intenzioni buone. Fine della guerra è ovviamente la vittoria. Ma sul concetto di vittoria gli Stati Uniti, che a lungo si erano tenuti volutamente fuori degli affari internazionali, in base al precetto di addio di George Washington nel 1796 (“la regola aurea dei nostri rapporti con le nazioni straniere sia di avere con loro i minimi rapporti politici”), hanno introdotto nella storia e nel diritto un concetto nuovo. Fortemente differenziato da quello tradizionale, a cui i governi e l’opinione europea si attengono, che è quello della cancellazione dell'offesa. Gli Stati Uniti hanno introdotto la “resa incondizionata”, o totale.
Fu il presidente Roosevelt a incardinare negli affari internazionali questa categoria. Alla conferenza di Casablanca, nel gennaio 1943, impose la “resa incondizionata” quale unica via d'uscita dalla guerra con la Germania e il Giappone, a un Churchill recalcitrante, per il quale la sconfitta tedesca era nei fatti e la guerra si poteva chiudere più rapidamente con meno danni. Compreso, tra questi, l’arrivo di Stalin a Berlino. L’annuncio di Rooesevelt a Casablanca offrirà materia alla storia revisionista: se non sarebbe stato possibile altrimenti evitare il sacrificio di altri 4-5 milioni di uomini, tra lager e fronte, la distruzione della Germania (con l'arrivo di Stalin a Berlino), i 13 milioni di tedeschi profughi dall'Est, le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Ma la vittoria fino all’annientamento dell’avversario è, sotto la leadership americana, principio dominante. Il Nemico è la Forza del male. E ogni discorso sui mezzi adeguati e proporzionati diventa superfluo.
C’è dunque – c’era - fra Europa e Stati Uniti una diversa percezione del diritto. Fraintesa per un difetto di ottica: l'Europa continua a guardare gli Stati Uniti come a una sua proiezione, mentre gli Usa guardano all’Europa come a uno dei quattro o cinque scacchieri mondiali nei quali impegnano la loro leadership, a oriente e a occidente della dorsale americana. Si può anche dire degli Usa quello che Junius (Luigi Einaudi), nel tentativo di spiegarsi “il mistero dell'intervento americano in Europa”, diceva sul Corriere della sera della Germania nel 1918: “È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata” (30). Tuttavia, se il discorso delle cause giuste - e dei fini - rimane vago, quello dei mezzi è sostanziale e univoco. Esso appare tuttavia inadeguato nel caso attuale della guerra al terrorismo.
La guerra al terrorismo
La guerra al terrorismo presenta cause condivise e legittime. È guerra di reazione, difensiva. Ma in questo quadro anche preventiva e cieca, essendo il nemico segreto, sfuggente, invisibile, agli stessi servizi segreti. Una guerra a oltranza, essendo il terrorismo estremista e impolitico. Una guerra assassina, essendo senza regole. La risposta al terrorismo non può che essere massiccia. Gli Stati non possono combattere il terrorismo con le armi del terrorismo, segretezza e violenza indiscriminata: sarebbe illegale e non è etico. La reazione britannica al terrorismo irlandese è stata quasi sempre illegale, anche se nessun tribunale se n’è mai occupato.
La guerra limitata del resto non esiste, commisurata all’effetto che si vuole raggiungere senza le “vittime innocenti” - la guerra è sempre un fatto di vita e di morte, di distruzione e di sangue, tutte le vittime di una guerra sono innocenti. La guerra è un’azione cieca, con l’obiettivo di mettere in campo sempre un po’ più di violenza del nemico, e la guerra migliore è quella che mette in campo il potenziale massimo.
Il problema che si può porre è: sono i bombardamenti espedienti e congrui alla guerra al terrorismo? Specie quelli americani, che per regolamento, per il principio della minima perdita di mezzi impone di sganciare le bombe da cinquemila metri di altezza. L’aviazione peraltro non ha mai vinto una guerra – può solo prepararla, o completarla con l’annientamento. Ma allora, con un impegno diretto sul terreno, di mezzi limitati e non spropositati, bisogna mettere in conto più vittime della propria parte che non nelle guerre per procura e a distanza.
O politica o guerra
Non c'è qualcosa come una guerra pacifica. Questa è una pretesa assurda e ipocrita, che solo dice la confusione in cui le potenze e le organizzazioni internazionali fingono di annegare. Si pretende di combattere guerre vere, in Iraq, in Afghanistan, col codice di pace - anche se con una differenza non marginale: gli eserciti europei con mandato Onu vi si attengono anche sul campo, gli Stati Uniti sul campo fanno invece la guerra come alla guerra. Ogni volta che c’è una vittima, anche lieve, nei contingenti italiani, i giudici italiani sequestrano tutti i mezzi e le armi coinvolte nell’“incidente” – senza peraltro mai procedere a un atto istruttorio. E non è una commedia in teatro.
Come sempre, la guerra, anche per fini umanitari, non sostituisce la politica – non ne copre l’assenza. La guerra e la pace sono - dovrebbero essere - decisioni diplomatiche, prese cioè nella pancia più fredda della pubblica amministrazione, e seguire regole precise, scacchistiche. Solo in queste senso la guerra può essere giusta, se ha uno scopo definito e accettabile, e ad esso indirizza impegni congrui, non necessariamente distruttivi.
L’intervento umanitario va peraltro definito, cioè delimitato. I diritti umanitari si vogliono genericamente sostituire a quelli naturali. Alla teodicea, si sarebbe detto un tempo, che il terrorismo islamico tenta di restaurare. Coprendo alcune mancanze dei diritti naturali, le tre virtù teologali della carità o compassione, la speranza, la fede. O la volontà di alleviare le sofferenze di tutti, di migliorare il mondo. E al diritto dei popoli alla liberazione assimilando i diritti individuali. Che però sono storicamente concreti. Nell’Occidente sono oggi il diritto all’aborto, l’eutanasia, la procreazione artificiale, la clonazione, l’adozione libera.
I diritti naturali non si possono opporre ai diritti umani. Né questi da considerare da meno dei diritti naturali – la medicina c’è anche in natura. È però vero che i diritti umani tendono all’annullamento (suicidio): a infrangere cioè la loro stessa natura vincolistica, di paletti e miglioramenti da introdurre nella natura bruta. Compresa quella che si ammanta di religione.

NOTE
(1) Discorso alla Camera dei deputati, Sala della Lupa, 25 gennaio 1999, in occasione del convegno Iai-Cespi (Istituto Affari Internazionali-Centro Studi di Politica Internazionale) “Il cinquantesimo anniversario dell’Alleanza Atlantica: una nuova Nato per una nuova Europa”.
(2) V.Franca Gusmaroli, a cura di, I sì e i no della difesa europea, Bologna, Mulino, 1974, p.12.
(3) V. J.B.Duroselle, Histoire diplomatique de 1919 à nos jours, Parigi, Dalloz, 1962, p. 537.
(4) “Il nostro impegno è di usare le nostre forze in modo controllato e deliberato”: discorso di Robert McNamara all’American Bar Foundation, 17 febbraio 1962.
(5) Memorandum francese del 10 marzo 1966, in cui De Gaulle comunicava le sue decisioni ai paesi membri della Nato, dopo la lettera del 7 marzo al presidente americano Johnson. V.Paolo Vittorelli, “La conferenza europea”, in Mondo Operaio marzo 1967.
(6) Sull'aggrovigliata trattattiva v. Henry A. Kissinger, The troubled partnership, New York, 1965, e Lo Spettatore Internazionale, gennaio-febbrao 1967, “Sommario delle proposte di riforma della Nato”.
(7) V. “The Washington Summit”, in International Herald Tribune 26 aprile 1999. Dopo il vertice Nato a Washington del 23-25 aprile le regole furono cambiate per semplificare le operazioni: gli ambasciatori approvavano una lista d'insieme degli obiettivi e il comandante in capo generale Clark decideva quando e come colpirli.
(8) Gli argomenti degli ottimisti erano sintetizzati da Friedbert Pflüger, l’allora presidente cristiano-democratico della Commissione affari europei del Bundestag, in Géopolitique n.45, marzo 1999.
(9) V. “The Path to Crisis”, in International Herald Tribune, 19 aprile 1999, e François Heisbourg, “New Division of Labor”, contributo al convegno Iai-Cespi “Una nuova Nato per una nuova Europa”. A proposito della scelta di Blair scriveva Il Foglio, 20 aprile 1999: “Bisogna risalire agli inizi del Settecento per trovare un'altra aggressione militare di Londra nei confronti di un paese europeo”.
(10) I termini degli accordi sono quelli resi pubblici da Daniel Vernet su Le Monde del 20 marzo 1999.
(11) V.Altiero Spinelli, “La farsa della difesa europea”, ottobre 1950, articolo ripreso in Id., L’Europa non cade dal cielo, Bologna, Mulino, 1960, raccolta di scritti pubblicati fra il 1951 e il 1955.
(12) L’intervento di Eisenhower è vividamente riferito da A. Spinelli nell'articolo “Eisenhower contro le mezze misure”, ripubblicato in Id., L’Europa non cade dal cielo, cit.,pp.125-127. Disse Eisenhower: “L'Europa non potrò raggiungere la grande statura che le sarebbe possibile conseguire per le capacità e lo spirito dei suoi popoli finché sarà divisa da rabberciate barriere territoriali che favoriscono gli interessi locali a danno di quelli comuni, e moltiplicano tutti i prezzi con percentuali agli intermediari, tariffe doganali, tasse e sovrapprezzi... Nel campo politico le barriere favoriscono la diffidenza e il sospetto, servono interessi particolaristici a spese dei popoli, impediscono un’azione efficacemente coordinata per l'evidente e esclusivo bene dell'Europa. Con gli oneri connessi a una divisione forzosa, è evidente che anche un minimo sostanziale sforzo di difesa intaccherà seriamente le risorse dell'Europa”.
(13) Questa e altre citazioni senza diverso riferimento bibliografico sono riprese dai Keesing's Contemprary Archives, la documentazione periodica degli affari internazionali.
(14) “Propongo che l'incontro di Casablanca sia chiamato l’Incontro della Resa Incondizionata”, disse il presidente Franklin D.Roosevelt nella conferenza stampa conclusiva. Alla lunga serie di incontri parteciparono gli Stati maggiori dei due paesi. La conferenza aveva lo scopo di programmare azioni di guerra che alleggerissero il fronte sovietico. Stalin non partecipò all'incontro per gli impegni nella controffensiva antitedesca.
(15)V. Le Nouvel Observateur, 15 luglio 1983.
(16)V.Williams, Geoffrey Lee e Allan Lee, The European Defence Initiative, Londra, MacMillan, 1986, in cui si mette in parallelo la costruzione di un potenziale nucleare anglo-franco-tedesco con la realizzazione dell'Europa politica. Si ipotizzava perfino una sorta di parità nucleare di questo asse con l’Urss, avendo esso un potenziale distruttivo della quasi totalità dell’apparato industriale sovietico e di due terzi della popolazione.
(17) Spinelli divenne europeista leggendo Einaudi. Mentre era confinato a Ponza, dopo essere stato arrestato dalla polizia fascista nel 1927 (nel 1943 sarà l'italiano che ha subito la più lunga detenzione politica), e “dopo l'uscita dal Pci nell’estate del 1937”, ha confidato a Sonia Schmidt, “ho meditato a lungo intorno ai problemi della democrazia senza giungere a conclusioni soddisfacenti per circa un paio d’anni. Nella prima metà del 1939 la lettura degli articoli che Einaudi aveva pubblicato nel 1918 contro la Società delle nazioni e per una federazione europea”, accompaganata dalla lettura di alcuni federalisti inglesi, lo convinsero che la federazione era per l’Europa la via d'uscita dalla cronica bellicosità intestina. V.Sonia Schmidt, “Intervista con Altiero Spinelli”, in A.Spinelli, E.Rossi, Il Manifesto di Ventotene, ried., Napoli, Guida, 1982. Il Manifesto di Ventotene fu redatto da Spinelli a Ventotene, dove era stato al confino, nel 1941 insieme con Ernesto Rossi, altro confinato, e fu discusso con Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, allora marito e moglie (poi Ursula si unirà con Spinelli), che lo pubblicherano clandestinamente a Roma nel gennaio 1944. “Alla lettura dei federalisti inglesi siamo giunti così”, ha spiegato Spinelli ancora nell’intervista: “Luigi Einaudi, allora professore di economia a Torino, che, insieme a Benedetto Croce, era fra i pochissimi grandi intellettuali liberali, cui il fascismo riconosceva una certa libertà di espressione, era autorizzato a corrispondere con Ernesto Rossi, anch’egli professore di economia, benché questi fosse in carcere, e a mandargli anche qualche libro di economia in italiano o in altra lingua”. Poterono così leggere anche le Lettere politiche che Einaudi aveva inviato al Corriere della sera di Luigi Albertini nel 1917-18 con lo pseudonimo di Junius, ripubblicati da Laterza nel 1920. La raccolta è essenzialmente anti-giolittiana - contro il Giolitti che proclamava “a sinistra, sempre più a sinistra”, per il recupero politico dei socialisti. Solo un terzo di paginetta ipotizza l'Europa unita, per sottolineare “l’impensabile” di una Società delle Nazioni: uno Stato europeo sarebbe “uno scopo concreto, pensabile, se pure oggi irraggiungibile”.
(18) Oltre al Movimento federalista di Altiero Spinelli, e alla proiezione italiana del Movimento europeo, vanno ricordati in questo ambito culturale le pubblicazioni Comprendre di Umberto Campagnolo, rivista edita a Venezia dalla Société Européenne de Culture, il Bulletin Européen di C.Dragan diretto da Giorgio Del Vecchio, Iniziativa Europea di Mario Zagari.
(19) “Vi è un’Europa ma è difficile definirla, difficile come definire la luce oppure l'amore”, dirà De Gasperi alla Tavola rotonda sull’Europa che si tenne a Roma dal 13 al 16 ottobre 1954 con Robert Schuman e vari studiosi: “L'Europa esiste nella sua assenza”. Cit. in Carlo Curcio, Europa, storia di un'idea, Firenze, Vallecchi, 1958, vol.II, p.946.
(20) In A.Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, cit.,p.140.
(20) V. Pietro Nenni, Discorsi parlamentari, Camera dei deputati, 1978, p.443, discorso del 21 dicembre 1954. Contro la Ced erano, oltre ai comunisti italiani e francesi, i socialisti italiani e tedeschi. Ma con argomenti differenti. Carlo Schmid sostenne al Bundestag che la Ced avrebbe mantenuto per la Germania lo stato di Paese occupato, a sovranità limitata, e propose di dare la precedenza alla piena associazione della Repubblica federale alla Nato. A favore votarono i socialisti in Belgio, naturalmente, su impulso del grande europeista Paul-Henri Spaak, e in Olanda. In Francia i socialisti di Guy Mollet andarono oltre, finendo per essere i soli decisi assertori della Ced: un congresso speciale tenuto a Puteaux il 40 maggio 1954 decise, con 1.969 voti a favore, 1.215 contrari e 285 astensioni, la ratifica della Ced, e con 2.414 voti a favore contro 972, e 68 astensioni, sanzioni disciplinari contro i membri del partito che avessero votato contro.
(21) V.Pietro Nenni, I nodi della politica estera italiana, Milano, Sugar, 1974, p.218.
(22) V.Altiero Spinelli, “Note sulla non proliferazione”, in Lo Spettatore internazionale, marzo-aprile 1967, p.110.
(23) V. articolo cit.
(24) V. “The Washington Summit”, cit.
(25) V.Helmut Schmidt, “Die Nato gehört nicht America” (la Nato non appartiene all’America), in Die Zeit, 22 aprile 1999. L’intervento di H.Schmidt è stato riprodotto da La Repubblica il 24 aprile 1999 sotto il titolo “L'Europa e il padrone americano”.
(26) Nel saggio "Alcune riflessioni sulla guerra e sulla pace", 2002, ora nella raccolta A passo di gambero.
(27) Cit. in Roccella-Scaraffia, Contro il cristianesimo – l’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia, Piemme 2005, p. 48.
(28) Ora in Human Rights, supplemento 2003, p.7.
(29) Cit. in International Herald Tribune, 29 marzo 1999. Goldsmith, ora a Harvard, consulente alla Giustizia dell’amministrazione Bush, è l’autore di The Terror Presidency, un libro sugli aspetti legali della guerra al terrorismo e della guerra in Irak: l’applicabilità della Convenione di Ginevra che regola i conflitti, l’uso della tortura, la detenzione senza giudizio, le intercettazioni telefoniche senza mandato.
(30) Gli articoli di Einaudi “Junius”, in forma di lettere a Luigi Alberini, direttore del “Corriere della sera”, sono state ripubblicate in Lettere politiche, Laterza 1920. Junius era lo pseudonimo usato da Rosa Luxemburg nel 1915 per La crisi della socialdemocrazia, o Junius Pamphlet, forse in riferimento al cesaricida Lucius Junius Brutus, nel quale stabilisce l’alternativa “o il socialismo o la barbarie”, scritto in carcere contro il voto socialista al finanziamento della guerra.

giovedì 13 novembre 2008

È la fine del ciclo del mercato

Con Obama, e anche prima di lui, è la fine del ciclo del mercato che stiamo vivendo. Il quarto di secolo trascorso da Reagan e la Thatcher, all’insegna del privato è bello. Non c’è altro in agenda per il presidente americano neo eletto che un intervento pubblico per sanare fallimenti e correggere distorsioni. Sui salari, le tasse, l’industria dell’auto, il tessile, l’assistenza medica. Si tratta di ridare compattezza ai ceti medi (allargarli) e ricostituirne il potere d’acquisto. L’effetto deteriore del liberismo è di avere indebolito il corpo della nazione, come si dice in americano. Con l’illusione dei guadagni facili dell’assets inflation da un lato (fino alla quinta o sesta ipoteca sullo stesso immobile), e dell’ideologia individualistica.
Il punto di crisi e di svolta ha peraltro preceduto il voto americano, e anzi l’ha determinato, con i salvataggi delle banche e il pacchetto Paulson, la riserva di 700 miliardi di dollari da iniettare nell’economia Usa, e con i tagli precipitosi dei tassi di sconto. Una seconda crisi in pochi mesi, dopo quella dei mutui immobiliari, che vede ancora i fondi di ricopertura, hedge funds, annaspare ancora nella tempesta che hanno provocato, e il credito interbancario sempre in surplace, e con esso il credito alle imprese: Le banche insomma stanno ancora a guardare, non sapendo se e quanto sono malate.
Non è il disastro ma potrebbe essere, e comunque le regole vanno riadattate. Sui mercati internazionali è a una nuova regolamentazione che l’amministrazione americana è impegnata. Già prima di Obama, e forse malgrado Obama. A opera della Cina, seppure con cautela, e soprattutto dell’Unione Europea.
L’Unione ha chiesto nuove regole, e tiene aperta questa prospettiva contro le reticenze americane. Soprattutto a iniziativa del premier britannico Brown, sul quale l’Italia potrebbe allinearsi, smarcandosi dall’attivismo inconcludente di Sarkozy. L’assenza del governo Merkel dalla scena europea, a partire dal rifiuto del fondo di stabilizzazione comune proposto dall'Italia, riduce il peso contrattuale dell’Ue, ma i fatti ne ripropongono il ruolo.
La globalizzazione finanziaria ha surrogato il potere che il dollaro aveva perduto con l’inconvertibilità, e gli Stati Uniti non intendono naturalmente rinunciare al ruolo guida. La redazione delle nuove regole sarà quindi difficile. Ma non c’è alternativa.

Una spallata sindacale a Veltroni

La divisione dei sindacati è un fatto e non uno sberleffo o uno scatto di umore. Ed è un sfida a Veltroni più che a Epifani, a quello che rimane del vecchio Pci. Che si dilania a sinistra (non si sa più chi deve scindersi da chi), ed è sfidato ormai a viso aperto dalle componenti non Pci del partito Democratico. Il Pd è nato con questa stimmata, centralista, fazioso, antisocialista, antidemocristiano (la scelta di Di Pietro), che ora si rivolta contro Veltroni. Anche per l’evidente successo della governabilità (Napoli, banche, crisi, pubblico impiego, scuola, finanziaria) che depone per la durata di Berlusconi. Bonanni e Angeletti non sono le cinghie di trasmissione delle componenti non Pci del partito Democratico, ma si muovono per una scissione.
A lungo adagiata sulla “morte di Berlusconi”, sul recupero per bacchetta magica dei voti sottratti dall’usurpatore, l’ex Dc ragiona ora in termini di durata - con i pochi laici sparsi, usciti dallo zoo. La scelta di Casini, di smarcarsi dal suo scomodo padrone, tenta sempre più l’altra Dc, da Bonanni allo stesso Prodi (vedi Parisi). L’Ulivo non c’è più, per lo squagliamento della sinistra e dei moderati di Mastella e Rotondi. Mentre il partito Democratico non decolla. Non tanto a Roma, dove l’apparato propagandistico è ancora efficace, ma nella realtà delle province. Analoga impazienza sembra aver preso ultimamente i placidi Fioroni e Marini, analoga a quella del Roadrunner Veltroni - il runner è il personaggio preferito dei cartoons, quello che va di fretta. Ridono del referendum contro il grembiulino, e delle barzellette sulle barzellette su Obama, e ragionano come se fossero già in un altro partito.

Il giallo dell'eurocomunismo

I comunisti come già i fascisti. I reduci dell’idea, in realtà del Capo. Per la convinzione di essere la Storia, di fare la Storia. Che i miti danno, anche i semplici riti, come saltare il cerchio di fuoco, o battere la clandestinità. Riuscendo per questa identificazione totale a farlo credere anche ai nemici, e questo fa la loro forza. Anche attraverso i loro nemici.
In questo giallo del 1981 Vázquez Montalbán fa l’esame in tempo reale all’eurocomunismo. Quando cioè ancora si celebravano in Italia Andreotti e Berlinguer. All’eurocomunismo o “eurosborra”: “I comunisti fanno dichiarazioni pubbliche contro l’Urss perché all’Urss fanno gioco”. Attraverso il mistero della stanza chiusa, per fare autocoscienza. La stanza è quella del Comitato Centrale del Partito. In cui viene fatto fuori il capo Fernando Carrigo, quasi un anagramma di Santiago Carrillo, il capo del vero Partito comunista spagnolo.
È un libro dopo quasi trent’anni attuale. C’è il duplice gioco incancellabile. C’è già il gergo “vaffa”. C’è perfino la bomba alla stazione Atocha. Con la Spagna delle autonomie di Zapatero, ognuno è la sua tribù - le autonomie sono come il vino, “la Spagna sarà un giorno una federazione a denominazione d’origine controllata”. Con la deriva di tutto l’eurocomunismo verso la cucina d’artista e i vini – i paesi dell’eurocomunismo sono paesi del vino. Con l’expertise estesa anzi alle acque minerali, che non hanno specialità: tutto deve fare soldi. O la rivoluzione sempre, sia pure del gambero rosso, e del pranzo a cento euro.
Vázquez Montalbán era un socialista, pubblicato in Italia tardi, da Beppe Costa, benché già premio Planeta, il Viareggio della Spagna, e poi per il patrocinio di Sciascia, e volentieri dimenticato, non fosse per il Montalbano del tardo Camilleri. Questo “Assassinio” si vende al Remainder’s.
L’assassinio di Carrigo è quasi un suicidio, senza altra ragione. La fine del comunismo vene apparentata a quella di Cavallo Pazzo, degli indiani che si ribellarono per essere confinati nelle riserve. Ma una previsione è sbagliata: “L’ora della verità arriverà nel giro di quindici o venti anni, quando non ci saranno più eroi della lotta contro il franchismo e le basi saranno tornate definitivamente antiliturgiche”. Neppure Montalbán prevedeva Zapatero.
Manuel Vázquez Montalbán, Assassinio al Comitato Centrale

Montalbano innamorato

Camilleri salta subito in testa alla classifica. Sempre con Montalbano, anche se il commissario è appesantito – ma beneficia stabilmente, perché non dirlo, dei film che Carlo Degli Esposti e Alberto Sironi ne hanno tratto, con le ultime serie dei quali esce in contemporanea (le prime serie, quelle a budget non punitivo, resteranno nelle teche Rai come gli insigni sceneggiati di una volta, “La baronessa di Carini“ et al.). Questa volta però una novità c’è: Montalbano si innamora. Sul serio, non ci dorme la notte.
Camilleri, narratore scettico e anzi irridente, come il suo maestro Vázquez Montalbán, il suo protagonista lo tiene fidanzato, da trent’anni, con una signorina ormai cresciuta e anch’essa astinente che sta a Boccadasse, a duemila chilometri di distanza. Questa volta lo “squasi sissantino” commissario invece s’innamora. Il plot non è dei migliori. Anche perché Montalbano è innamorato ma stanco, perfino in trattoria non ha più “gana”, gli manca solo il fritto di calamari e gamberi. Ma finalmente i personaggi si toccano.
Persiste e si rinnova il fenomeno Camilleri. Che scrive in siciliano, anzi in un suo siciliano che per molti siciliani è arduo. Che è latino per costruzione - gerundio, consecutio, ottativo, terminazioni, radicali. In parte anche intuitivo: “Scassare i cabbasisi”, “che camurria”. Ma è pur sempre un vernacolo. Inoltre, è volgare e farsesco: un Catarella è inesistente, tanto è analfabeta e semplice. Montalbano stesso non è tanto normale, così fisso ormai da quindici anni nella stessa situazione, di vita, di lavoro, di affetti. È un non affettivo, non è nemmeno antifemminista. Sarà per questo che è molto popolare.
Montalbano pratica la ritenzione. Che non corrisponde a nessun tipo umano, neanche al Sud. Se non nell’epica antimatrimonio. Che Camilleri vorrà corretta, eticamente, politicamente, e invece è ipocrisia a tutti gli effetti benché introiettata, neanche più avvertita, questa ammuina costante in funzione di amore. Ma è comprensibile e piace evidentemente, poiché Montalbano scala sempre le classifiche. E non repelle, come il vernacolo. È la solitudine saggia dell’uomo nato stanco – anche nel lavoro entra a ritroso, tirato dagli eventi.
Ma è pure, propriamente, il mondo del Sud. Nei personaggi più che nei luoghi che i film magnificano. Per il modo di essere più che per quello che dicono: personaggi diversi, fuori norma, fuori schema. Con spessore, anche se fuori del “tipo” psicologico. E il contesto, anch’esso fuori dagli “schemi” sociologici, ma reali.
Andrea Camilleri, L’età del dubbio, Sellerio, pp.267, € 13

martedì 11 novembre 2008

La mobbilitazzione

Ogni settimana c’è un viaggio a Roma per il Centro Italia. In media. Un’organizzazione di bus e treni speciali a opera delle federazioni sempre in piedi dell’ex Pci, e della Cgil. Che portano a Roma fra il mezzo milione e, finora, i tre milioni di persone, più di tutti i romani, Ostia e Fiumicino comprese. Si dice che vengano da tutta Italia. E qualche vagonata di napoletani c’è. Ma è residua, i napoletani non ne hanno più voglia, benché la gita sia gratis. Mentre non ci sono i lombardi, i piemontesi e i liguri, non i triveneti, né i pugliesi, i siciliani e i sardi.
Cinquanta-sessanta gite politiche di massa costellano la vita a Roma ogni anno. Specie a ottobre-novembre, per la famigerata finanziaria, ormai sinonimo di tagli e tasse. Sabato 24 ottobre 2008 Veltroni ha mobbilitato i suoi, due milioni e mezzo di persone, anch’essi più di tutti i romani, per venire da ascoltarlo, anche se non ha nulla da dire. Giovedì 30 i sindacati hanno mobbilitato i loro, un milione di persone. Venerdì probabilmente altrettanti torneranno. Roma c’è abituata, ha milioni di turisti, e quindi sa incassare le folle. Anche se, purtroppo, la mobbilitazzione è invenzione mussoliniana, l’adunata oceanica – in questo Asor Rosa ha ragione, stiamo peggio che nel fascismo: almeno lì il nemico era dichiarato.
Tra una mobbilitazzione e l’altra il centro di Roma è comunque occupato un giorno su due: dagli studenti, dalle mamme con i bambini dell’asilo, dai gay, dalle prostitute, dai difensori dei rom, e dai nemici dei rom. E anche a questo la città è abituata: sono un maniera diversa di trovarsi insieme, forme festose. È pure commovente che, mentre il mondo cambia ("crolla"), i riti in Italia restino immutabili. Anche se, ogni azione tende a un fine, si sa, ma la gita a Roma che effetti produce? Abbatte il governo? Lo scuote? Abbatte i baroni? Porta più soldi? Il blocco dela didattica a Scienze a Firenze, locale, limitato, ma vero sciopero, che ha ributtato indietro all'università i (pochi) soldi dei precari, ha creato e crea più problemi che le adunate.
Il solo effetto che si vede è la formazione dei quadri politici attraverso la mobbilitazzione. Forse i ragazzi hanno sentito che l’età dei capolista alle elezioni si abbassa sempre più, siamo ai venticinquenni. Forse i partiti nascenti puntano ai giovanissimi. Fatto è che da quasi un mese, tra manifestazioni e contromanifestazioni, un volta si sarebbe detto tra sinistra e destra, piccoli gruppi di ragazzi s’inventano ogni giorno una forma di protesta per andare sui giornali. Pensando di rifare il Sessantotto, ma quello che ripetono è il linguaggio di “Porta a porta” e di Santoro. Che è il linguaggio della politica, certo.
Ecco, la novità è che la politica non si può più permettere i funzionari. E utilizza la mobbilitazzione per averli gratis. È il mercato.

L'avventura è la lettura

È scrittore-questore il letterato più colto del secolo, che legge Tucidide in greco, il tedesco, l’inglese, pratica la filosofia, è esperto di retorica. E per questo è isolato: lo scrittore italico si vuole romanticamente all’attacco della sapienza, costituita a muro contro i sentimenti e la “vita” – da ragazzi di vita, uomini di vita. Non è uno che possieda i suoi mezzi – vedi Tolstòj e gli altri russi, Dumas e gli altri francesi, Fielding e gli inglesi – anche se talvolta li rinviene. Per un successo che intende non creativo ma “mondano”, cioè sociale. È uno cioè che non sa nemmeno del mondo – semplicemente non sa. Questi scrive. Quello che sa non scrive, o si avvita imperscrutabile, leggendo e imparando si è già divertito molto – il secondo scrittore più colto, con meno greco e più attenzione al mondo, è Carlo Emilio Gadda, il quale però, essendo ingegnere e non uomo di legge, ha calcolato bene le forze, puntando sulla “funzione Gadda” di Contini, una cifra che è un mondo (legge leggendosi).
Antonio Pizzuto, Lezioni del maestro

domenica 9 novembre 2008

Il racconto del Novecento

Una summa della capacità di Citati di criticare narrando. È un’antologia personale, che parte dalle prime esperienze di critico scrittore. Molto selettiva: severo nelle letture, Citati lo è anche con se stesso, molto ha tralasciato dei suoi scritti in questa raccolta, che dice “mediocri”. La scelta è quanto di più vicino è probabilmente a un’autobiografia - che Citati, biografo sensibile, ci risparmia, l’epoca è allo sbrodolamento, sembrava impossibile dopo le tante zie, ma ora la cifra è il “Grande Fratello”. Ne “Il male assoluto” Citati aveva dato nel 2000 una summa tra le più significative dell’Ottocento. Qui ripercorre il suo Novecento. Partendo da Conrad, come ne “Il male assoluto” da Goethe, i precursori del nuovo secolo. E tutto o quasi tutto si rilegge come nuovo. I tanti ricordi degli amici, Gadda, Fellini, il ritratto di Tomasi di Lampedusa, l’inquietissimo Bertolucci, alla fine padre del proprio figlio, le lettere di Pirandello a Marta Abba. Senza dimenticare Hofmannsthal, per più aspetti il doppio dello stesso autore, Pessoa, il poeta del desassossego, Blixen, Citati è a più di un titolo cittadino europeo.
L’inappartenenza è il filo conduttore della narrativa di Citati, sottile e robusto, l’estraneità. Talvolta insidiosa, traditrice. Perfino Bassani, dice Citati, l’autore più tranquillo e “normale”, viene sommerso dall’inquietudine, scoprendosi quello che non sapeva e non immaginava, “un ebreo, un paria, uno straniero”. Più spesso professata dagli stessi protagonisti e quasi una bandiera. La voglia di essere altrove che viene dalla scoperta dell’imperfezione – la quale, però, fu fatta prima di Gesù Cristo.
Pietro Citati, La malattia dell’infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori, pp.560, € 22

Il 68 no, ma il 67, signora mia...

Arbasino vuole continuare a essere il social scientist della cultura, e dell’Italia. Con il consueto insight, teorico e pratico. A p. 13 in tredici righe c’è tutta la letteratura italiana: le ultime parole famose di patrioti sotto i patiboli, le guerre, fatte e non fatte, i piccoli maneggi culturali, gli affetti domestici, con le malattie di mamme e nonni, le vite ermetiche al caffé, il transito dai Littoriali al Soviet tramite la Resistenza, le storie attorno a Mamma Rai. Se non tutta, per tre quarti c’è tutta la narrativa. Con gli elenchi rabelaisiani prediletti. Con l’incredibile, pittorica, memoria. Ma ora con tristezza, camuffata da nostalgia, per l’irrimediabilità – non c’è limite al peggio.
Arbasino, seppure affettato, scrive per il lettore: chi ama leggere, anche meno di un libro al giorno, anche solo una pagina, un capoverso. Brillante, arguto. Specie nella mimesi dei linguaggi correnti, per l’ossessione della non significanza – e allora dove va la società, la politica? È da un trentennio il poeta “civile” della contemporaneità – lo snobismo sarà il migliore punto di osservazione di una decadenza democratica. Seppure misconosciuto, per non essere un compagno di strada, non affidabile, pervicace solitario. Riottoso, benché beneducato. È la sola voce laica in circolazione, e senza ammiccamenti, a differenza dei suoi coetanei, anzi severo, benché scherzoso.
Questo nella prima metà, proseguendo le serie di “Rap!” e l’appassionato “Paesaggio italiano con zombi” di fine millennio. Nella seconda, “Memorial”, Arbasino prosegue implacabile il campionario, avviato su “Repubblica” nel nuovo millennio e proseguito con Gadda (“L’Ingegnere in blu”), degli anni 1950 e 1960. L’ennesima riscrittura, a rate, di “Fratelli d’Italia”. Con una chiave di verità, seppure non voluta: lo fa in polemica col Maggio. Secondo il principio che il Sessantotto no, non si può. Non solo il quarantennale, ma nemmeno l’evento. Mentre il Sessantasette invece… La nostalgia è della cultura come vita dello specialissimo ventennio, suo e dell’Italia. Il genere di giornalismo in auge con la Fallaci, senz’altro preferibile alle paginate da ufficio stampa di questa o quella velina, tutte peraltro integerrime, col loro robusto calciatore. Sempre per la morale: al peggio non c’è limite.
La nostalgia è di “Sessanta posizioni”, i vagabondaggi in Francia, Germania, a San Francisco, che sempre sorprende Arbasino per l’ingegnosità del farsi, e nella London ex swinging, tra i saggi del secolo. Un panorama che, rivisitato oggi, appare deserto. Quello sì kitsch, o cheap, insomma sciocco, tanto è pretenzioso e vacuo. Il problema di Arbasino, dopo i “Rap!” e gli “Zombi”, è che non c’è più niente da irridere. L’Italia è inconsistente. È un corpo morto, seppure imbrillantato. E non nelle “vite basse” ma nelle migliori famiglie, nelle quali l’autore si è costretto. E dunque la satira graffia a vuoto, punge sul grasso, per essere Swift ci vuole una società ben solida da aggredire. Klaus Wagenbach, quivi citato, lamentava a Torino vent’anni dopo, nel 1992, o era il 1994, che “la letteratura è fatta qui dai giornalisti”, qui in Italia, lo lamentava con lo “scrittore giornalista”, uno dei tanti. È tempo più che altro di tebaide.
Le vite basse ci sono sempre state, è la loro natura, il trito della vita, e non urtano nessuno. Sia le “signora mia” e le casalinghe di Voghera, che le loro figlie: sono modeste e non contano. A meno di non farle lievitare, con le cattive amicizie e il democraticismo d’obbligo, a Paese, che per di più si pretende civile. Anche se al loro desco si mangia male, arricciando il naso. Il Sessantotto sarebbe piuttosto Arbasino - lo scrittore è sempre incinto prima del tempo giusto. Meno il birignao, o con un birignao diverso.
Alberto Arbasino, La vita bassa, Adelphi, pp.112, € 5,50

Se la mafia induce demenza

Un testo, purtroppo non isolato, che è la demenza “perfetta”. O perfetta sindrome del complotto: la storia d’Italia fatta dalla mafia. La mafia (Gioia, Lima, forse Gullotti) vota Fanfani al congresso di Firenze, ottobre 1959, quindi vota il centro-sinistra. Centocinquanta pagine, e la revisione della storia, su un articolo di Pietro Zullino, che si chiama fuori. Un articolo vecchio di venti e passa anni.
Per quanto, lo storico è probabilmente sopravvalutato. Ha scritto una biografia di Fanfani, per Feltrinelli!, senza mai incontrarlo. Era lui che doveva provare la mafiosità di Andreotti al processo di Palermo, e lo ha fatto assolvere, e ora Andreotti non è più il capo di Lima. La miseria del Sid è anche qui, senza colpa.
Giorgio Galli, La regia occulta

L'illazione fertile

È una storia a tutti gli effetti, ora si sa, non veritiera, e tuttavia sempre viva e vera. La vicenda personale del generale-scrittore Piotr Krasnow, uno dei burattini della Germania, del kaiser e poi di Hitler, contro la Russia sovietica, la sua vicenda politica e quella militare sono diverse da quelle del racconto. Perfino fisicamente il generale è diverso da come lo vuole il narratore di Magris. E tuttavia il racconto è vero, tanto più ora, a fronte del revisionismo sulla guerra dei vinti. È il destino di morte delle minoranze e dei perdenti della storia, indifferentemente con lo zar, con Lenin, col kaiser, con gli inglesi, con Hitler, e di nuovo con gli inglesi. Che portarono alla resa i cosacchi dei tedeschi con la promessa della libertà, e poi li consegnarono a Stalin – al suicidio in massa, molti di essi, con le famiglie, per annegamento nella Drava.
Magris si sdoppia in un narratore senza ruolo nella vita, un prete senza parrocchiani da guidare né assoluzioni da dare, e il più è fatto. Da qui la misura e il senso umano, da uomo di frontiera, senza lo sciovinismo revisionista. E l’orchestrazione narrativa “naturale” degli strumenti filologici (c’è anche un Neris, “assiduo germanista”). Dopo Carlo Ginzburg e il “paradigma indiziario”, prima di altri grandi filologi narratori, Settis, Canfora. Sull’assunto, insieme debole e forte, che “la menzogna è altrettanto reale quanto la verità”, come dice il canonico narratore. Una storia che avrebbe potuto arricchire quella di Magris la racconta Pasolini in una lettera a Luciano Serra, che nel 1945 doveva scrivere un ritratto di Guido, il fratello minore dello scrittore, partigiano della Brigata Osoppo, ucciso a tradimento dai partigiani della Garibaldi: “Guido e Roberto (d’Orlandi) hanno tenuto testa da soli a un centinaio di Cosacchi, che erano andati a rastrellare Musi…, e resistettero fino a che i Cosacchi non si ritirarono”.
Il Magris narratore, benché già illustre germanista, debuttava nel 1984 sulla “Rivista milanese di economia”, house organ della Cariplo, la banca, e ad essa restava per un lustro confinato.
Claudio Magris, Illazioni su una sciabola

venerdì 7 novembre 2008

La "logica del mercato" è la speculazione

Tanti profeti della crisi sono in circolazione, i “l’avevo detto” due, tre e cinque anni fa. Ma nessuno che azzardi una spiegazione di quanto sta succedendo in Borsa, l’altalena di fenomenali accensioni e altrettanto fenomenali crolli. Mentre alcune cose sono chiare.
Si lascia intendere che la crisi è quella dei mutui, mentre i mutui sono stati in qualche modo assorbiti. Sono stati cancellati dagli attivi delle banche coinvolte, sono minime le ripercussioni sulle altre banche - gli effetti “tossici”. I titoli tossici sono quelli delle gigantesche banche d’affari che hanno infettato il sistema finanziario mondiale con le speculazioni a termine senza adeguate ricoperture. Non più quindi solo il mercato americano, ma anche quello europeo e del resto del mondo. Con i loro compari, i fondi di copertura, hedge funds, che invece che operare per assorbire gli incerti e i movimenti anomali, operano al contrario per provocarli. Speculano cioè, specialisti come sono in short selling: sono loro che movimentano le Borse con le forti oscillazioni, e malgrado la crisi stanno infatti guadagnando, anche molto.
Questo è il secondo aspetto noto, che si tarda però a evidenziare, e anzi si omette. Per un motivo semplice: lo hedging è il mercato. Il mercato è insomma speculazione, ma non si può dire, gli interessi che privilegia sono ancora tanto forti da impedirlo. Il mercato è anche altre cose, è un gioco ordinatore, equilibratore, fra domanda e offerta, ma casuali e non necessarie. La domanda resta per esempio concetto volatile, confinato nella categoria onnivora delle aspettative e le propensioni, di cui nulla si sa finché non si sono manifestate.
La speculazione, la cui definizione è anch’essa sfuggente, ha peraltro un nucleo preciso: è l’elusione delle norme. Speculare di può dire in mille modi, ma nella sostanza è giocare contro le norme, sfruttarne i buchi e la debolezze. Soprattutto avvalendosi della legalità - questa è anche la forza dell’America, mentre altrove lo speculatore è più spesso un bancarottiere dal fiato corto o un ladro. Ora si faranno nuove regole, a otto o a venti, e forse si rifarà Bretton Woods, l'ordinamento monetario mondiale (non si rifarà), ma la speculazione si eserciterà anche contro le nuove regole, non c'è dubbio. A meno di una vigilanza costante.
La speculazione, va infine detto, ha dalla sua, più che il potere o la corruzione, che in molti casi sono anzi esclusi, il fascino della ricchezza rapida, e senza fatica. Contro una posta negativa – il fallimento – che non ha alcun potere dissuasivo, essendo pagato dagli altri. Ma appunto perciò è un atto aggressivo, non a somma zero: è appropriarsi delle risorse altrui. Col consenso, ma estorto. In quanto distorto appunto dalla legalità, dal rispetto formale delle regole.
Il silenzio sull’evidenza è l’esito dell’altra arma della speculazione: la capacità di fare consenso. Anche qui attraverso armi proprie, seppure violente, che tutte si riassumono nella capacità di fare informazione, non sempre di parte. Senza spesa – senza corruzione – e con un esercizio molto indiretto del potere.

Il mondo com'è (13)

astolfo

Antiamericanismo – Non si dissolve con Obama. Non riguarda infatti l’America – tutti sono per gli americani e contro i terroristi mussulmani, anzi contro i mussulmani, piace perfino l’hamburger – ma la libertà e la giusta mercede. L’uguaglianza fa paura – l’uguaglianza nella libertà, garantita e anzi promossa dalla legge. Soprattutto ai notabili delle culture incistate: l’antiamericanismo non è politico o sociale, è culturale. Per questo è possibile stare con Chàvez e Ahmadinejad contro gli Usa.
Contro il "modello Usa" da "bestiame bovino" è forte al fondo in Italia il pregiudizio di Evola, di un mondo che si vorrebbe spiritualista. Che però non lo è, in nessuna misura, tra il pubblico informe della televisone come tra quelle delle librerie Feltrinelli. L’antiamericanismo si può dire, è, la cartina di tornasole del bisogno di libertà, che (non) è un bisogno primario - bisognerebbe aver fatto il passo definitivo, costituzionale, comportamentale, verso un sistema di libertà per porsi congruamente il rispetto della tradizione e della storia.
Si prenda l’abisso italico, che riduce lo sbarco in Sicilia a un fatto di mafia. Con gaudio - la Schadenfreude va ugualmente agli Usa e alla Sicilia. Ma più spesso a opera di siciliani, per una sorta di odio-di-sé meridionale. “Tutti, in Sicilia, (lo) sapevano”, scrive Gaetano Savatteri da ultimo in “La volata di Calò”. Protestando di non crederci, però… “Tutti conoscevano questa storia. Se ne parlava nelle piazze, magari sottovoce. Tutti erano sicuri che fosse andata così, e ancora molti lo sono”. “La volata di Calò” è stata scritta per celebrare una famiglia di industriali isolani, i nipoti di Calogero (“Calò”) Montante, che sono al fronte contro la mafia. Ma della mafia allo scrittore piace dare questa immagine di onnipotenza. Anche perché il libro si regge giusto per questo aneddoto. Dopo il racconto di Camilleri “Una corsa verso la libertà”, che rappresenta gli alleati come truppe di occupazione, con le loro stucchevoli cicche e Lucky Strike.
Un evento di portata mondiale, un passo decisivo nel ribaltamento della guerra ridotto a fatto criminale. Una follia? Ma è anche una negazione della liberazione. Il fascismo eterno che la libertà annega nella perfidia albionica, sia pure agitato da comunisti o ex. Di che mettere in crisi tutto il castello dei diritti umani.

Ciclo – “Abbiamo comprato in Ucraina, abbiamo rilevato le minoranze di Bank of Austria e Hypovereinsbank, nonché il gruppo Capitalia. Nel momento che era il picco del ciclo. Col senno di poi sarebbe stato meglio aspettare”. Così l’amministratore di Unicredit Profumo commenta la crisi della sua banca in Borsa. Ma sono gli acquisti che conformano il ciclo. Il ciclo non evolve per sue proprie logiche. Troppi acquisti, o acquisti troppo cari, determinano i picchi del ciclo, cioè i punti di svolta. Chi troppo spende s’assottiglia.

Complotto – È idea della politica caratteristicamente intellettuale: per voler ricondurre la politica a disegno, la cosiddetta razionalità.
È sindrome molto mediterranea: la congiura è popolare in Grecia e Italia, come già nell’Ellade e nell’impero romano, ed è agitato furbescamente in Africa, nel Medio oriente, in Turchia, in abito islamico insomma, dove è di regola la dissimulazione (taqiya). È però assente in Spagna e Portogallo. Non è quindi un fatto di Nord\Sud. Può essere il derivato di un assetto psicologico, di quello ce si chiama levantinismo. Un fatto di furbizia, quindi, non di razionalità

Conservatore – Il vero conservatore è realista. Il realista è sempre conservatore?

Ebraismo – Ora che è tornato incontestato, si definisce bizzarramente per differenza, e anzi in polemica. Soprattutto nei confronti del cristianesimo e dell’islam, con i quali ha bene o male potuto convivere.
C’è qualcosa di anomalo in questo ebraismo in guerra col mondo intero, specie con l’uso strumentale dell’Olocausto e dell’antisemitismo, e con il revisionismo all’insegna degli antiquati primati nazionali. Non è fondamentalismo. Non c’è il rifiuto delle esperienze altre. Ma la voglia di opporsi sì, arrogandosi il giudizio – il primato.

Europa – Si discute se è in quanto è – è stata – cristiana. Ma l’Europa è laica, quella moderna e contemporanea: per le guerre, la filosofia, la psicologia. Perfino per la fisiologia: l’europa è sterile, compra i figli e i lavoratori. In realtà l’Europa oggi non è: non ha nozione di sé – un’identità (l’Unione Europea è solo una camera di commercio e una clearing house) e non ha un progetto, tenendosi insicura dietro i buoni-cattivi propositi, un esercizio in sentimentalismo. Non è un deserto, non ancora, ma è arida. È l’effetto della morte di Dio, che è fenomeno tipicamente europeo?

Fascismo – Asor Rosa ha scritto sul “Manifesto” il 6 agosto: “Il terzo Governo Berlusconi rappresenta senza ombra di dubbio il punto più basso nella storia d'Italia dall'Unità in poi. Più del fascismo? Inclino a pensarlo. Il fascismo, con tutta la sua negatività, costituì il tentativo disostituire a un sistema in aperta crisi, quello liberale, un sistema completamente diverso, quello totalitario. Pochi oggi possono consentire con la natura e gli obbiettivi di quel tentativo; nessuno, però, potrebbe contestarne la radicalità e persino, dentro un certo assai circoscritto ambito di valori, le buone intenzioni”. Berlusconi invece “è il figlio naturale del craxismo; è il figlio naturale dell'affarismo democristiano ultima stagione (ben altri titoli d'onore si possono inscrivere nel blasone storico della Dc)”. È vis polemica? No, Asor Rosa si vuole storico serio. Con Galli della Loggia concorda che “il moralismo vano è fastidioso (lo dico con cognizione di causa, avendo studiato a lungo, e con analogo rigetto, gli antigiolittiani)”. Insomma, ragiona. L’1 ottobre, riprendendo l’argomento sul “Manifesto”, risponde ai critici: “Quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso - e non ho scritto - che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che - nella specificità e peculiarità delle rispettive identità - sono peggio”.
Non è una novità, il fascismo c’era già per Togliatti nel 1950, per Concetto Marchesi nel 1955, “clerico-americano”, per “l’Unità” e “Paese sera” nel 1969, il “fascismo Fiat” e “il fascismo delle istituzioni”, e ancora dieci anni dopo c’era “il fascismo delle Br”. Intanto era venuto il compromesso storico e la Dc non è più stata fascista. Asor Rosa dev’essere ben piantato in quella stagione, che assolve la Dc e condanna Craxi. Che una sola cosa fece, ridurre l’inflazione dal 20 al 3 per cento, esito non fascista. Avendo per ministro del Tesoro dalla Dc una figura non di primo piano come Goria. E a difesa dall’inflazione portando addirittura il popolo, quando Lama e la Cgil lo sfidarono col referendum.
Il fascismo è in Italia, paese che è stato fascista con convinzione, uno sfondo invadente, che decolora e deforma la realtà. Di chi lo agita e lo usa – il fascista non ne è intaccato. Fascista è l’avversario, che più spesso è il concorrente politico, il “socialfascista”, nel linguaggio della Terza Internazionale, sopravvissuto all’università. Ma questo è molto fascista: chi va in giro a dare del fascista al suo avversario, forte sempre del suo buon diritto. Forse per sentirsi vivo. Magari dopo essere stato propriamente facsista nel suo piccolo, la fila ala posta, il traffico, il lavoro, la famiglia. La demonizzazione dell’avversario è cardine rivoluzionario fascista, la rivoluzione socialista si vuole critica. Lo spettro del fascismo limita fortemente la democrazia: nell’efficienza, o capacità di agire, nella difesa, nel contrasto della corruzione, nella pacificazione. Agitare il fascismo porta al fascismo. È fascismo.

Globalizzazione – Muore per inadempienza: l’incapacità – l’impossibilità? – di garantire la crescita, e anzi di interpretare, meno che meno regolare, la crisi, in atto da quasi due anni. Non c’è l’albero della ricchezza, e non c’è il moto perpetuo, nemmeno in economia. Ma viene criticata per i motivi sbagliati – non ultimo l’illusione di abbatterla con i propri motivi – e cioè retrogradi. La globalizzazione ha portato più ricchezza all’ex Terso mondo, e non meno. Gliene ha anche dato gli strumenti, tecnici e giuridici, fatto politicamente qualificante. Ha ammesso, perfino protetto, la diversità culturale, ce si tratti dell’organetto arcadico, o della civiltà Inca o Maya, nel senso che ha aperto alle popolazioni e alle culture marginalizzate la possibilità di uscire dal folklore e dall’isolamento. Ha imposto – tentato – un livello minimo di diritti umani, che molte culture contestato, in Africa e in Asia. Ha allargato, non ristretto, la protezione della natura e dell’ambiente.
Poteva fare di più, ma non c’è una domanda qualificata. Mentre c’è – c’era – una radicata opposizione: l’istanza antiglobal è contro, nei fatti, la sua enunciazione dottrinale. Il discorso dei mezzi non è secondario. Che si tratti delle seconde case, delle cacche dei cani, dello sperpero delle immense risorse idriche. Dei vincoli dello spirito di clan, in Africa, in Asia. Dei limiti all’autosfruttamento, attraverso l’emigrazione e la sous-traitance.

Riforma – Solo in Italia è un fatto spirituale, dell’uomo che parla con Dio, e una Gestalt positiva, socializzante, un nuovo Secolo Primo dell’era cristiana. Fin dall’inizio la Riforma fu un affare politico, in Germania, Svizzera, Olanda, Francia, a Praga e altrove, per non parlare dell’anglicanesimo. E poi non c’è l’uomo è il suo Dio – c’è, ma in quanto solitudine, benché presuntuosa. La fede socializza nella specie, se non nel gruppo o nella comunità, anche i mistici e gli eremiti sanno di non essere soli.

Si vuole in Italia rigeneratrice la Riforma, che da lungo tempo ormai è sterile, ha disseccato nella grande patria germanica ogni fede – la fede è esercizio residuale da Uppsala e Rotterdam a Tubinga, per teologi.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (25)

Giuseppe Leuzzi

Il progresso e la cultura sono a Milano a ottobre del 2008 “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta: non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.

“Panorama” rende pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel gornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.

Si uccidono a Napoli per caso bambini e giovani mamme, con la giusta esecrazione del “Mattino”, del sindaco e del prefetto, senza emozione. Si uccidono dei camorristi tra di loro, ed è un gran teatro, di come, dove, ci, comprese le fidanzate, le mamme, le nonne, l’intera Italia si sconvolge, si chiede la pena di morte, il governo manda l’esercito.

Si arrestano i sindaci della Piana di Gioia Tauro. Il presidente della Regione Calabria Loiero non si dice sorpreso al Tg 1, “di fronte alla criminalità più potente del pianeta”. Vero o falso? Falso. Ma Loiero è su piazza da trent’anni.

A Taormina sotto un sole di agosto specialmente caldo, molti uomini si aggiravano in tight, con tubino, uno anche con i chiwawa da grembo in braccio. Sono convitati a un matrimonio che si celebra nella chiesa patronale, per poter fare il ricevimento al San Domenico. Sono di Reggio Calabria.

Discorso sulla mafia
La mafia non diventa ceto dirigente per le sue intrinseche debolezze: è questo il punto di vista più proficuo sulla mafia. La mafia si distingue nella storia del crimine per non aver mai raggiunto la legittimazione sociale e politica. Altre forme di criminalità economica si sono legittimate: dall’usura (le grandi famiglie, italiane, tedesche, fiamminghe di fine Medio Evo) ai condottieri, che erano banditi di strada, ai robber barrons che hanno fatto rande il capitale americane di fine Ottocento, alle guerre di corsa, ai mercanti di schiavi, ai ladri di bestiame. Buona parte delle origini del capitali è di natura delittuosa. Mai però mafiosa.
Non si potrebbe pensare a un’Australia colonizzata dai mafiosi. I Borboni hanno creato Castellace, nell’agro di Oppido Mamertina, trasferendovi dei carcerati, ma la composizione e la natura sociale del borgo non è cambiata nei suoi due secoli, di vendette e latrocini perpetrati talvolta a danno di estranei ma sempre consumati in faide. Dove accidentalmente la mafia ha raggiunto posizioni di potere, in Sicilia più volte, a Brooklin, a Perth in Australia, a Hamilton in Canada, e ora nella provincia di Reggio Calabria, nei circondari di Palmi e di Locri, rapidamente le perde in micidiali guerre intestine.
Il motivo è l’indigenza dei mafiosi, morale prima che economica: bisogna essere stupidi, o abietti, per essere mafiosi. È d’uso celebrare una “vecchia mafia” dotata di virtù. Le riflessioni sulla mafia hanno due vizi. Uno è degli studiosi che finiscono per magnificare, non inevitabilmente, l’oggetto il loro oggetto. Un altro è degli scrittori, fino a Sciascia compreso, vittime della retorica dell’orrore, per cui non si può dire bene della mafia – essa non lo consente – ma si può inventarne un’altra, di anziani saggi che amministravano la giustizia.
Solo sul finire del Novecento e in questo secolo la mafia si è avvicinata a qualcosa che si può definire legittimazione. Attraverso i media e, paradossalmente, l’antimafia, dei giudici e dei politici. L’editoria, il cinema e la stampa hanno costruito attorno ai mafiosi, anche ai più rozzi, epopee e fortune. Da molte stagioni ormai i libri di mafia sono best-seller. Sfruttando l’uso dei pentiti, da parte di procuratori dotati di fantasia, per costruire racconti impensabili (i dessous della storia) più che per testimoniare la (propria) violenza. Mentre la semplice idea di Falcone, di una magistratura inquirente specializzata in questioni di mafia, come c’è quella per il diritto di famiglia, per i minori, per i delitti economici, è tralignata presto in quello che Sciascia aveva preventivato: la lotta alla mafia a uso di carriera, a opera degli inquirenti (giudici, ufficiali, prefetti), dei politici, e dei professionisti dell’antimafia nelle varie associazioni, onlus, fondazioni, tutte in qualche modo pagate dallo stato. È in questo contesto che la mafia diventa per la prima volta soggetto sociale. In Calabria e in Sicilia è anzi in molte scuole primarie un pezzo di storia, l’unica conosciuta dai ragazzi attraverso i libri largamente forniti dallo Stato per senso civico, di Violante, Biagi e altri nobili autori.
La mafia non si acquista un potere, né se lo costruisce. Nelle sue farneticazioni Riina, l’uomo delle innumerevoli stragi terroristiche, di politici, magistrati, prefetti, semplici agenti e perfino di opere d’arte, ha potuto pensare di governare attraverso i comunisti. Ammazzando i giudici a loro invisi. Il mafioso è nei fatti violento, corrotto, traditore, impermeabile a ogni forma di cultura o convivenza. Non ha un progetto, né un ordine da imporre, e finisce sempre in carcere o in una faida.
La mafia ha il potere che le danno gli studiosi e i carabinieri. Nessuna mafia ha mai retto a un’azione di contrasto costante, applicata. Non con i metodi del prefetto Mori, basta un sostituto procuratore che abbia un po’ di sangue nelle vene oltre alle pandette – i mafiosi temono i carabinieri e non i giudici perché quelli sanno di che si parla.

Si contavano mille pentiti di mafia quindici ani fa, quando la protezione venne estesa ai collaboratori di giustizia antimafia, e duemila di camorra. Questo per il senso dell’onore.

Il controllo del territorio è l’arma letale che si attribuisce alla mafia. Abbraccia il familismo, l’omertà e altre sottigliezze sociologiche. E porta al controllo della politica, dell’economia, dei battesimi e delle comunioni. Ma la lotta vera alla mafia sarebbe la cassaforte di ogni politica, plebisciti ne nascerebbero. Della lotta vera alla mafia, cioè dei carabinieri, non dei poeti dell’antimafia, di cui i Comuni e i ministeri comprano ampie tirature.

mercoledì 5 novembre 2008

Il presidente alieno e la scoperta dell'America

È morto l’antiamericanismo. Sarà questo l’effetto maggiore delle elezioni americane sull’Europa latina, l’Italia in primo luogo, la Francia, la Spagna. Non negativo, se libera il giudizio dal pregiudizio. Si moltiplicano le meraviglie e le lodi dell’America, un paese che in massa, pagando di tasca propria, si è scelto un presidente giovane e solo, e per di più nero. Votandolo poi compatta, anche i bianchi, latini e ebrei inclusi. Uno che in Italia, dice Toni Morrison, romanziera premio Nobel, ancora aspetterebbe la cittadinanza. Quello che farà Obama da presidente sarà un altro discorso: probabilmente farà bene, forse farà male, ma da uomo che entra nella normalità politica. Ora è importante scoprire che mezza Europa, Italia compresa, riconosce infine l’America democratica, sessanta e oltre anni dopo esserne stata liberata dai suoi fascismi. Obama ha già fatto un miracolo.
Altri però non sono da escludere. Chi ha visto la Cnn zigzagando col telecomando la notte di martedì ha percepito la verità di queste elezioni. Per effetto di una giornalista che, stando a Chicago, era presente in studio a Washington. E parlava, si muoveva, gesticolava, come se ci fosse. Clonizzata. La sua figura era ricostituita punto per punto sull’immagine piatta come fanno i fonditori sui modellini degli scultori, grazie alle macchine elettroniche che hanno sostituito la cinepresa. Obama ha vinto come un alieno sul mondo infetto. Spazzando via i concorrenti, e più nelle primarie contro Hillary Clinton, che nella competizione contro McCain. Un candidato solo, fuori dell’establishment, e da tutti i pronostici, senza ricette miracolose, anzi prosaicamente impegnato a non fare promesse, ha imposto la necessità di sé. Raccogliendo più fondi di qualsiasi altro candidato mai alla presidenza, una montagna di piccole somme, un centinaio, o qualche diecina, di dollari a testa. Ed è questo di lui che lascia esterrefatto, o appassionato, il mondo, non il presidente giovane e nero. Come una apparizione, se non un messo di un altro mondo.
Ma la sua vera vittoria è stata nelle primarie. Sponsorizzato da Edward Kennedy, parte non piccola del gruppo di potere democratico, pe un motivo preciso: era il candidato ideale, per età, figura, storia familiare, e parla anche preciso e perfetto come un modello. Era un vincente perfetto contro l'anziano McCain - che con la stagionata Hillary se la sarebbe giocata alla pari - e lo è stato. Ha puntato sul carisma divistico che fa, bene e male, la cifra e la misura della cultura americana, ed ha sfondato. Ora è presidente, che in America significa che dovrà pensare e decidere da solo, e questo resta tutto da scoprire.

"Economist" e "Ft" a guardia dei ladri

In un’intervista perfetta con Federico De Rosa sul “Corriere” domenica Ruggero Magnoni ha spiegato la verità del crack bancario. Riguarda le banche d’affari. Riguarda alcune di esse, Lehman Brothers è la più importante, che il governo americano ha sacrificato. Mentre Merrill Lynch è stata salvata dallo stesso governo, anche se a un costo tre volte superiore. E Goldman Sachs ci ha guadagnato. Goldman Sachs è la banca d’affari da cui proviene il ministero del Tesoro Usa, Paulson, che ha gestito fallimenti e salvataggi.
La crisi non è quella dei mutui, quella era stata a tutti gli effetti assorbita. La crisi è delle banche d’affari e dei loro innumerevoli brokerages, nei quali tutto il mondo è coinvolto. Lo strapotere, finito della polvere, delle banche d’affari Usa è derivato dalla loro abilità di trovare “la soluzione a ogni esigenza finanziaria”, e dalla libertà loro colpevolmente concessa di fare “tutto, dallo advisory, al brokerage, al credito, ai derivati, agli hedge fund, alle analisi”. Non è l’ultimo motivo per cui l’America ha votato massicciamente contro i repubblicani di Bush.
Ma la colpa non è di Bush, o perlomeno non solo del presidente uscente, degli affaristi che ha imbarcato al governo. Le banche d’affari sono sempre con noi. Impegnate in questo momento nella redazione delle nuove regole, che dovrebbe partire col vertice di Washington la settimana prossima. In Europa il loro ruolo è del resto inalterato. Anche perché esse mantengono un ruolo condizionante anche nell’informazione economica. In paesi deboli nell’informazione come l’Italia, e in quelli forti.
Sono le banche d’affari che pilotano, con le indiscrezioni, giornali forti come il “Financial Times” e l’“Economist”. Il fatto è notorio. Ed è riscontrabile: ogni campagna d’informazione si rivelerà, a uno-due mesi, opera di una o più banche di affari contro altre, quella che avevano in mano l’affare da sabotare o da conquistare. Oppure si può vedere leggendo il non detto.
Si continua a rubare
Si risollevano le sorti politiche di Brown in Inghilterra perché è intervenuto prima e più rapidamente di ogni altro a salvare le grandi banche. Col pauso delle vestali del mercato, “Economist” e “Financial Times”. Senza un cenno di autocritica dei due giornali. Che sono fatti dalle banche d’affari, e dai compari di queste banche, gli istituti di rating. Dai grandi ladri all’origine degli ammanchi senza precedenti che hanno svuotato il mercato. E porteranno a una reazione a catena di fallimenti, non esclusi le stesse vestali del mercato e della dirittura morale, “Economist” e “Financial Times”. Ma senza allarmi, né mea culpa.
Che il senso morale britannico sia jingoista, si sapeva: Londra è la migliore. Ma che il nocciolo della corruzione sia ancora protetto significa che la crisi, per quanto grave, lascia inalterato l’assetto degli affari. Si rubava, cioè, e si continua a rubare.

Letture - 2

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Baudelaire - Ha straordinaria, costante, carica positiva, benché i suoi temi siano il peccato, il male, la malattia, la morte. Quanto pessimista, al confronto, l’entusiasmo di Rimbaud, e non per la vicenda umana.

Dante – Si può leggere “La Vita Nuova” come un romanzo fantasmatico: la proposta di un’ubbia prima che diventi una psicosi. Con una donna lontana, intangibile.

Vernon Lee, cui “La vita nuova” ha suggerito il racconto lungo “A Phantom Lover”, e un saggio su Dante tra Medio Evo e Rinascimento, è piuttosto del parere che la passione di Dante per Beatrice nasce da un amore appassionato e non casto. Insomma reale. “La Vita Nuova” allora non sarebbe fantasmatico. Anche il personaggio del racconto, una signora che vive tra i fantasmi, ritiene l’amore della “Vita Nuova” possibile: “Molto raro, ma può esistere”. Meritandosi però dall’alter ego della scrittrice questo rimbrotto: “Ho paura che avete letto molta letteratura buddista”. Che apre un nuovo filone di esegesi, bisognerà rifare lo Scartazzini.

Si può dirlo vittima della Bibbia. Dell’esegetica biblica, del testo, la lettera, l’allegoria, la morale, la metafora, l’anagogia, la tropologia. Moltiplicata laicamente dall’università.

Franco Cordelli scrive di “Dante, Benigni e i fiorini” sul “Corriere della sera”oggi 5 novembre: «”Dante è un poeta eterno”. Lui lo ha sempre sentito come un suo amico. “Qualunque cosa si dica su Dante va bene, perché è un contributo che diamo alla poesia, alla bellezza, alla gioia di vivere”. Ma, chiediamoci, “questo Dante Alighieri,chi era?”. In effetti, su Dante si sa davvero poco. D lui non è rimasta una firma, un’orma, il numero di scarpe, la taglia del vestito”. A prescindere dal fatto che erano altri tempi, quando Dante scrisse la Divina Commedia, era “giovane giovane”, era “uno che portava perfino dei bei pantaloni allegri e colorati”. Lui, nulla sa dell’eterno poeta, questo particolare lo sa. Perché e come? Perché nel Medioevo, “che a torto viene descritto come un periodo buio e tremendo”, al contrario “si usavano molto i colori”. Il Medioevo, dice, “era un epoca spettacolare: Firenze era la Wall Street del Duecento”. Per lui, Roberto Benigni, con ogni evidenza, colori, bellezza, eternità, lo spettacolo insomma – tutto qui confluisce, “nel fiorino he era una monta fortissima”.
Cordelli trascrive Benigni sembra con sarcasmo. Perché?

L’“Inferno” è una galleria di orrori, da museo della tortura. Voltaire diceva per questo Dante un pazzo e la sua opera “mostruosa”. Come lo pensava il figlio Pietro. L’“Inferno” è il suo giudizio universale, su cui Dante siede quale Dio vendicativo, temperato solo per la forma dal timorato Virgilio. Lo sfogo di un uomo solo, e senza futuro, che non ha affetti, e forse più nemmeno amici. Tollerato dai mecenati appunto che perché pazzo, cioè poeta.

Nel 1865 l’università di Harvard minacciò di togliere le commesse e i fondi al suo editore se avesse pubblicato la traduzione della "Commedia" che Longfellow andava a terminare, la prima in America, col contributo di James Lowell e Oliver Holmes. Benché Longfellow fosse stato a lungo professore alla stessa università. È il plot di “Il circolo Dante”, un giallo, ma è vero. Il poema non andava pubblicato tradotto per essere Dante medievale, scolastico, cattolico. E il poema una commedia, scritta in volgare anziché dottamente in latino, e a lieto fine.

C’è una lettura volgare della “Commedia” quale luogo di turpidini e anche oscena, di violenza, il genere horror, non disprezzabile – anche se lettura, fatalmente, da romanzo popolare.

Delfino – Antonio, morto il mese scorso, era scrittore pieno di umori della “montagna”, l’Aspromonte, ai cui piedi era nato e viveva. Di lui aveva già detto Corrado Alvaro, l’autore suo conterraneo (entrambi sono di San Luca) e prediletto, nel primo numero de “L’Espresso”, il 2 ottobre 1955: “I calabresi sono, con tutta la loro scontrosità, gente di umore, e scoprono facilmente l’ironia delle cose, specie nelle faccende ufficiali”.

Dumas – È narratore, felice, disincarnato. Attraverso l’ironia, l’accumulo,la sproporzione: prende le distanze dalla realtà che crea, a differenza di un Hugo, uno Stendhal, di Thomas Mann, Proust, Céline, che la loro stessa narrazione emoziona. Dumas vi si rappresenta, per il gusto del teatro – lo stesso che ne fa la tecnica: stacchi, sorprese, accelerazioni, rallentamenti.
Più istruttiva è la sua differenza da Balzac, che ha lo stesso gusto disincanato della narrazione, ma da “sociologo” (giornalista) e non da teatrante.

O si racconta meglio, con più inventiva e sveltezza, avendo i creditori alla porta? Che si può immaginare al contrario: si hanno i creditori alla porta per essere narratori.

Gobetti – Disse liberale, cioè anarchica, la rivoluzione leninista. Ma voleva dire bolscevica.

Manzoni – È – sarà – il primo scrittore del nulla. È uno storico, nei “Promessi sposi” non c’è alcuna traccia del sacro. Vi è indotta, da padre Angelini e la Morcelliana, e per la trentennale o quarantennale sua applicazione a qualche inno sacro, applicazione cioè faticosa, ma non c’è nel romanzo. Nemmeno nelle lunghe scene di morte.

Uno che non ha amato le mogli, e neppure le figlie, e forse odiava la madre – la disprezzava. Come Tolstòj, che però era appassionato, non contava le virgole.

Il romanzo storico è invenzione, è un romanzo. Ma è esso stesso parte della storia. E più quando è inventato.
La filologia di Manzoni è doppiamente dubbia. Il suo Seicento è il suo pessimismo, la fede critica o incerta, il Risorgimento (antispagnolismo), la pietà lombarda. La sua presa durevole è certo l’ideologia. Ma con le pezze d’appoggio della storia: è arduo repertoriarlo nell’invenzione. Questo è il difetto del romanzo ma fa l’ideologia italiana.
I romanzi storici di Walter Scott sono totalmemte d’invenzione, e per questo popolari senza essere insegnati a scuola, godibili. Sono anch’essi opera ideologica, andando incontro alle pulsioni dell’epoca: la formazione dell’eroe imperiale britannico, sotto le vesti del Robin Hood liberatore (imperialismo), l’invenzione della tradizione scozzese (nazionalismo), l’insularità (superiorità). Ma più sono opere di storia in quanto abbelliscono e propagandano un essere-che-non-c’è, la voglia d’illudersi.

Sciascia – Di Sciascia dice Matteo Collura, “Il maestro di Regalpetra”, 174: “Il sentire siciliano ne affilerà lo scetticismo”. Marc Ambroise, che ne collaziona le opere: “La sua è l’eresia dell’eresia”. Insomma il pessimismo. Del pessimismo, “di cui tanto si parla a mio carico”, diceva lo stesso Sciascia. E anche: “Che colpa ha lo specchio, diceva Gogol, se i nostri visi sono storti? Ma anche lui è causa della sua stessa febbre”.
Sciascia non era pessimista: lui riteneva che la mafia si potesse sconfiggere – che la Sicilia potesse e volesse sconfiggere la mafia. Fatalista è il Gattopardo. Sciascia criticava la politica nei fatti: il fascismo, l’occupazione americana, la Dc regionale (ma non Reina, Mattarella figli, Nicolosi) e nazionale, anche il Pci. Fece da deputato un buon lavoro, pragmatico, efficace.
La colpa di Sciascia può essere un’altra: la sua giustizia – “Il Contesto” – è metafisica. La giustizia sono i giudici, la categoria più corrotta dell’Italia corrotta.

La “linea della palma” che sale e occupa l’Italia, e anzi il mondo, è in buona parte opera di Sciascia. La chiave la dà egli stesso a Marcelle Padovani, nel libro dallo stesso titolo, 1979: “Scrivo su di me, per me e talvolta contro di me. Prendiamo ad esempio questa realtà siciliana nella quale vivo: un buon numero dei suoi componenti io li disapprovo e li condanno, ma li vedo con dolore e «dal di dentro»; il mio «essere siciliano» soffre indicibilmente del gioco dei massacro che perseguo”. Questo è perfetto, è l’attrattiva di Sciascia, ed è detto perfettamente. Ma poi Sciascia continua: “Quando denuncio la mafia, nello stesso tempo soffro perché in me, come in qualsiasi siciliano, continuano a essere presenti e vitali i residui del sentire mafioso”. E questo è logicamente assurdo, oltre che ingiusto – il sentire siciliano è sentire mafioso?
Ci si può chiedere in che mondo Sciascia – lo scrittore siciliano – viva. O il suo pessimismo è di maniera, dell’Autore che gioca alla decadenza – gioca, perché di suo è fertile, creativo, operoso. Da “traggediatore” siciliano, che col disprezzo del mondo se ne fa padrone? Ma Sciascia non si diverte. Potrebbe invece essere semplicemente il provinciale, Sciascia sta bene a Parigi, benissimo, che la sua insoddisfatta condizione proietta sul mondo. Ma questo è la questione Sciascia, della lettura dell’opera e dello scrittore, non della mafia.
Condivide però anch’egli una concezione della mafia sbagliata. Per tre motivi. 1) La mafia non ha nulla a che vedere con la giustizia. Né la mafia antica né quella nuova. La mafia è legata all’interesse, quindi alla sopraffazione e alla violenza. In tutt’e tre le sue espressioni, la mafia propriamente detta, la ‘ndrangheta e la camorra. In Italia e all’estero. Non c’è lealtà nella mafia se non c’è la convenienza, né c’è amicizia o riconoscimento del bene fatto. I mafiosi hanno sempre tradito senza angosce per interesse – anche prima della legge che premia i pentiti. La vecchia ‘ndrangheta, fino agli anni 1950, si dava un cerimoniale legato alla giustizia, ma era solo violenta, soprattutto al suo interno. 2) Non c’è omertà, le società locali non sono legate alla mafia. Nemmeno le parentele, se non al livello infimo della società. C’è una denuncia continua, febbrile, perfino paranoica, dei soprusi, un tentativo costante di venirne a capo senza rimetterci l’anima. Non c’è molta attesa nei carabinieri e nei giudici, a parte le denunce d’obbligo, ma non si vede il perché: l’omertà consente a giudici e carabinieri in Calabria, Sicilia e Campania di non far nulla in attesa che il denunciante dimostri anzitutto di non essere mafioso. Chiunque ne ha avuto anche minima esperienza, per un furto d’auto o un “dispetto”, lo sa. 3) La mafia non è un fatto culturale, è un fenomeno criminale. Non c’è in tutta la Sicilia, in tutta la Calabria o in tutto il napoletano. La Sicilia ha una grande cultura urbana che ne rifugge. Metà dell’isola ne è stata esente fino agli anni Cinquanta. Ha un vasto ceto imprenditoriale e forti capitali che ne vanno immuni. Ha zone industriali importanti, dell’informatica, dell’auto, della petrolchimica, nonché dell’agricoltura (agrumi, primizie, vino) e dell’agroindustria, e del turismo che ne sono esenti. In Campania se si esce dal triangolo Napoli-Baia-Caserta non c’è alcuna cultura dell’illegalità perché non c’è l’illegalità: a Benevento, in Irpinia, e nel vastissimo salernitano, da Positano a Paestum, al Cilento e a Sapri – ma già il Vesuvio respira, e la costiera sorrentina. In Calabria la mafia non c’era fino agli anni Cinquanta: c’era una onorata società che sbrigava piccoli traffici, guardianie, contrabbando, biglietti falsi, non entrava negli affari, negli appalti, nelle compravendite, nelle attività produttive. Dopo quarant’anni di occupazione delle terre, contributi comunitari, appalti, tangenti, sequestri di persona, delitti innumerevoli contro la proprietà, tutti impuniti, la ‘ndrangheta controlla in Calabria fino ai pranzi per le prime comunioni. Ma non è nata con la Calabria e i calabresi, è nata con l’impunità. Lo stesso in Puglia: la trasformazione dei contrabbandieri locali in “sacra corona unita” o organizzazioni mafiose è degli anni 1970.
Chi conosce la mafia di prima persona queste cose le sa. Un quarto falso pilastro, che sta crollando perché interrotto negli anni 1990 a metà della fabbricazione, ne conferma comunque la natura non ineluttabile: la terribilità della mafia (la mafia più potente dello Stato, la mafia più radicata della coscienza civile, l’imprendibilità dei latitanti, il riciclaggio inafferrabile). Tra gli assassini di dalla Chiesa e di Falcone e Borsellino, un periodo lungo dieci anni, questo pilastro è stato costruito alacremente, ma ora ognuno sa che i latitanti, se ricercati, si prendono. Le cupole si dissolvono, le famiglie si frantumano, la delazione è generalizzata. Non si elimina il delitto, ma questo non c’entra con le tre, o quattro, presunte proprietà della mafia, il delitto sempre si ripropone. Anche in forme mafiose.
La sociologia fatica a recepire la realtà perché lavora su una concrezione di false verità difficile da scardinare. La falsa mafia è in parte dovuta a elaborazione autonoma di “traggediatori” siciliani, con aggiunte napoletane, di finta sentimentalità. In parte maggiore è cultura da colonizzati: la mafia è stata - ed è – soprammessa dall’Italia unita. In qualche caso da siciliani espatriati, che hanno mediato e fatto proprie troppe e non disinteressate semplificazioni. Questa falsa mafia è inattaccabile perché è compattata a tutti i livelli, dalla banca, la chiesa, la giustizia, agli articoli di giornale: tutto è mafia, anche l’abuso edilizio, o il falso invalido. Non c’è paragone tra gli abusi delle riviere liguri, o adriatiche, e quelli della Sicilia, ma un articolo sullo scempio edilizio in Italia partirà sempre da Agrigento e dalla Valle dei Templi – che è invece il parco archeologico meglio tenuto dell’Europa, e probabilmente del mondo, oltre che esageratamente affascinante. Sciascia, purtroppo, ci credeva: non di avere in quanto siciliano delle colpe, ma di essere il più colpevole di tutti.

Secondi pensieri (20)

zeulig

Amore – C’è poco nei classici. Niente anzi nella letteratura romana, durata sei secoli. Non in senso romantico, e nemmeno in quello di corrispondenza dei sensi. Lo introduce il cristianesimo: l’amore è Dio. Ma presto e a lungo negandolo come corrispondenza dei sensi. Una limitazione radicale e estrema, ma per quale legge? A quale fine superiore?

È del corpo: dell’immagine del corpo (del ricordo, della fantasia), e del corpo vivente. L’immagine che fu fissata nel Cinquecento secondo i canoni del nudo e quelli religiosi, che i gesuiti congiunsero, che “sempre trassero profitto dalla umana fragilità e conciliarono sensualità e fede”. Questo ancora Berenson lo sapeva - ma gia le cose cambiavano, il laicismo infettandosi di puritanesimo.

Ateismo - È – può essere – solo cinico. Specchia la distruzione del mondo e della storia. L’ottimismo della volontà e il progresso sono divini, presumano pure di sostituirsi a Dio.

Caos – Perché non sarebbe un attributo di Dio?
Dopotutto è una forma di razionalità.

Corpo - È anima. Nella pittura e nei fatti. Fino al Cinquecento Cristo si rappresentava nel corpo, nudo, mentre gli altri crocefissi, i ladroni per esempio, si dipingevano bardati. Nudo è il mistero dell’incarnazione, anche il Bambino Gesù e spesso nudo. E la Madonna: in Tirolo e Lombardia capita di vederla seminuda, dalla cintola in su. Secondo l’argomento agostiniano “piedi in terra, testa in cielo”, i piedi essendo sineddoche per genitali. Kant visionario lo riconosce, dopo aver azzardato che “il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”, aggiungendo: “L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”.
Poi il corpo è stato disgiunto dal corpo. Per una perdita di senso prima che di desiderio. La liberta facile dev’essere sospetta. Si è nudi come si è vestiti, secondo certi canoni. Ma si era nudi essendo vestiti, o viceversa, vestiti nella nudità. Il nudo era fantastico, simbolico, il colore variabile di una
tinta, il proteismo delle forme. Nuda era pure la guerra: i Centauri si preparano alla lotta nei cartoni di Michelangelo poltroneggiando nudi al fiume. E s’abbrancano viziosi i giovanotti - era prima o dopo la battaglia? Pure Leonida alle Termopili sta col pisello al vento, nella pittura di David.
Oggi il corpo è funzionale all’atto, all’erezione. Schopenhauer, nella celebre chiosa che l’atto della generazione sta al mondo come la parola sta all’enigma, il grande arreton, con l’eta, il palese mistero del non detto, ricorda la tradizione che, da Plinio a Goethe, biasima l’atto, davvero
non olimpico, e poco o nulla conoscitivo. Se non menoma lo stesso piacere: quanti, potendolo, godono facendo l’amore? Il corpo crea problemi, per metà o più della vita. Il sesso è selettivo, e antidemocratico: lega la liberta.
Ma bisogna riconoscerlo: il corpo è anima. Dopo Marsilio Ficino, e prima. Altrimenti è pelle e ossa, e acqua. Ma oggi nessuno nota più un dito, il collo, una mano, le maniere, la voce, né saprebbe distinguerli. Bastano le circonferenze e la lunghezza della coscia. Espresse in pollici, che
nessuno sa cosa siano. Nel sesso si perde la lentezza agreste dell’operare, si e sempre al di la della cosa fatta. Il piacere è il presente, la ricerca del piacere va per intervalli brevi, abbreviati, nervosi. Che è pure un modo di essere, e si applica a ogni altro contatto o sapere, sentimentale e politico,
poetico, d’affari e, pare, perfino religioso - si torna agli dei molteplici, rinnovabili. Giorgione è di prima dell’avvento del sesso.
Si dica pure il corpo della donna. Le donne non sono mai state tanto figurate come ultimamente,
sia pure per far spendere – sperma-denaro, l’immaginario a volte è prosaico. È possibile che non ce ne siano più tra breve, le fiammate preludono all’estinzione del fuoco. I segni della desertificazione sono molteplici: le tecniche, la ripetizione, l’accumulo, il madonnismo, l’amore del cane e della solitudine, per parlarsi rispondendosi, il telefono, per esserci senza esserci, la materialità immateriale. Dev’essere per questo che le donne, pratiche, tesaurizzano, come gli scoiattoli di Disney. La sessualità dell’orgasmo, che l’uomo riduce a pompa, è disegno di distruzione. Mentre per lui dovrebbe essere ben di più, articolazione di se stessi, esperienza, apprendimento. Il rapporto fisico è per il maschio paragonabile, attesta la Mead, “alla capacità della donna di compiere l’intero ciclo riproduttivo, la concezione, la gestazione e il parto”. L’io semplificato, uomo o donna, è disegno coerente - è la democrazia occidentale: dare tutto a tutti togliendone il meglio. Lo scoprimento è atto di liberta restrittivo.

Dio – Da morto, ha moltiplicato i suoi sacerdoti, e le chiese.

La complessità sovrasta la ragione.

Don Giovanni – Quello di Kierkegaard desidera perché è desiderato, è il seduttore sedotto. Le sue strategie e tattiche sono avviluppate in una tela i desideri che non sa contrastare, delle Cordelie, delle Donne Anna evidentemente, parricide, oltre che delle Donne Elvira.

Fisica – Si vuole metafisica. La fisica contemporanea dell’indeterminatezza, della complessità o del caos – sempre però entro il principio di Einstein che “niente è lasciato al caso, Dio non gioca a dadi”: è metafisica in quanto si pone problemi di cui non può venire a capo, che è lo specifico di quel campo della conoscenza da sempre chiamato metafisica. Anche quando è sperimentale: l’infinitamente piccolo che i particellari rincorrono per dare corpo alla materia vuole in realtà sconfinare nel nulla – questo è il momento del passaggio che ricerca. Anche se vi impegna investimenti miliardari, macchine lunghe chilometri, e diecine di migliaia di persone per decennio.

Individuo - L’individuo è un punto, un granello di sabbia, ma la memoria, certo, nei linguaggi, nelle cellule, gli dà consistenza e forza. Come l’ombra puntiforme che si dilata nel declinare del giorno. La storia è persistente.

Italiano – È stato insegnato dal pulpito, religioso e laico,per questo è artificioso.

Modernità – È il progetto, il nuovo, l’attesa. La contemporaneità invece è l’ordinario, deludente.
La modernità moltiplica i veleni e ne rincorre gli antidoti, consapevolmente. Più spesso rincorre antidoti ai veleni che gli stessi antidoti hanno creato. La contemporaneità li consuma.
Come concetto è inconsistente: è l’accelerazione di una costante. Non ci sono tradizioni non innovative. La vera innovazione – duratura, radicata, che fa tendenza – s’innesta a una tradizione, cresce da un modo d’essere.
Quando ha esaurito la necessaria funzione di affermare il presente nei confronti del passato – la vivenza – è solo ideologia e vuoto programma, la parodia di Prometeo.
C’è l’antimodernità passatista e quella critica (filosofia, sociologia) nel nome di un’idea o metodologia, (criterio di) misurazione (efficienza, produttività, finalizzazione-compimento). Ma antimoderna è soprattutto la modernità, intesa come categoria avulsa, di sradicamento, cancellazione, negazione, decisa e anzi giudice nell’incertezza.

È buona parte della storia degli Stati Uniti – l’impressione che vadano di corsa: la tribunalizzazione della storia, in senso pratico, imperialista, da Wilson a Truman, i miti facili dell’illimitatezza, della tecnica, la volontà, la libertà. La virtù – mito - dell’assenza di controlli e di limiti – il West -, di capacità critica, istruzione, equilibrio; lo spirito settario e aggressivo dell’uomo e il suo dio.

Storia - È eterna per non avere un cuore, e neppure il cervello.

zeulig@gmail.com

sabato 1 novembre 2008

Il modello Siena - che il "Corriere" imputa a Messina

“Panorama” ha reso pubbliche le magagne dell’università di Siena. Il “Corriere della sera” non è da meno, e rende note quelle già note dell’università di Messina. Siena ha sperperato 250 milioni di euro, a favore di amici, parenti e compagni. Ma Messina fa peggio: vuole spendere 80 mila euro per un quadro sul terremoto del 1908.
I milioni non sono migliaia, ma non fa nulla, il “Corriere” ha la penna brillante di Gian Antonio Stella, che del malaffare al Sud sa tutto, e questo basti. Non c’è solo Siena infatti: il Grande Scrittore Stella trova il modo di citare anche Salerno e Teramo, seppure per spese più veniali, quasi alla nostra portata. Tenendosi, rigoroso, sotto il muro di Ancona - Siena non ci sarà nel giornale, s‘immagina, per essere sopra il muro.
Naturalmente ci sono molti giudici a Messina, Salerno e Teramo, per indagare su questi sprechi di migliaia di euro. E anche questo è un aspetto del fatto. Mentre non ci sono giudici a Siena.
Ma non solo per il “Corriere”, anche per i giornali toscani di sinistra Siena non c’è, se non in poche righe. E questo è un altro aspetto del problema. Si aprono sedi inutili, si danno consulenze inutili, e si moltiplicano gli incarichi (130 bibliotecari, otto segretarie per il rettore, diciannove addetti alle relazioni esterne…) secondo un modello di corruzione dolce che si ritrova in ogni amministrazione in Toscana e nel Centro Italia. Applicato appunto alla cultura (la comunicazione), all’ambiente, alla sanità, ai settori trainanti delle economie mature, che sono le stelle del sottogoverno.

Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush - 2

“Petrolio a 60, dollaro a 1,30, dopo Bush” titolava questo sito il 9 aprile, dopo una prima avvisaglia il 17 gennaio. Il crack delle banche ha accelerato il rientro, ma le ragioni sono sempre quelle: “La triplice confluenza sul caro-petrolio che ha caratterizzato la seconda presidenza Bush, una produzione limitata di greggio Opec, la speculazione a termine, e la rincorsa dei paesi Opec sul dollaro debole, dovrebbe cessare col 2008“. La politica degli alti prezzi dell’energia è divenuta insostenibile nel prosieguo dell’anno, e in concomitanza col crack finanziario, per l’economia americana.
Col “partito dei texani” il ritorno del mercato dell’energia a valori normali avrebbe colpito la Russia di Putin, diceva ancora questo sito, e così è. Mosca deve soccorrere i suoi grandi konzern del petrolio e del gas, così come Bush deve rifinanziare le sue banche. La rivalutazione del dollaro ha solo in parte compensato il rientro dei prezzi del greggio - + 20 per cento circa per il dollaro sull‘euro, contro il - 60 per cento del petrolio.
Indenni al rientro sono praticamente le compagnie petrolifere, e quelle del settore energia che hanno riserve di petrolio o gas. L‘artificiosità del caro-idrocarburi è certificata dalle politiche di contabilizzazione delle compagnie. Che non hanno mai rivalutato le loro riserva a 160 dollari al barile. Riserve e scorte si trovano nel patrimonio delle compagnie a 60-70 dollari al barile. Che è il valore atteso del prezzo base del petrolio per il medio periodo.
Del crack bancario si può dire che in gran parte è vittima dell'uso avventuroso dei derivati sulle materie prime, quelle energetiche in particolare. Il tracollo è iniziato con le banche di affari, qualcuna fallita, altre salvate, ma tutte fallite a mano a mano che gli impegni speculativi sono venuti al pettine. La crisi dei mutui era stato in qualche modo assorbita, la speculazione a termine sul greggio e il gas è invece stata micidiale.

Ombre - 8

Paginate stellari giovedì 31 sull’abominevole Craxi e il dimenticato Spadolini. Che seppero evitare la guerra alla Libia nel 1986 - a differenza di chi si precipitò a bombardare la Serbia nel 1999. Senza scodinzolare alla tenda di Gheddafi, come la Seconda Repubblica farà con Andreotti, Prodi, D’Alema, Berlusconi. Alla tenda di uno la cui ambizione è di emulare Mussolini “duce del Mediterraneo“, sul cavallo bianco.
Ci costringono quasi a rimpiangere la Prima Repubblica. Ma è vero che la Seconda Repubblica resterà irrimediabile epoca di mediocrità - se ci sarà una Seconda Repubblica nella storia: ci potrebbe essere una lunga deriva, il golpe abortito di Scalfaro e Mediobanca.

È dunque guerra tra il Belgio e l’Italia sulla protezione dell’ambiente. A parte il ridicolo, c’è l’ipocrisia, che evidentemente accompagna ogni evento dell’Unione. La querelle si sa già come andrà a finire: con una moratoria degli impegni di Kyoto, al vertice di fine anno. L’Italia si è preso il ruolo del cattivo, e gli altri, che non vedono l’ora di rinviare gli impegni, quella dei Robin Hood. Ma l’ipocrisia si esercita, appunto, sulle cose buone.
La protezione dell‘ambiente è una di queste cose buone. È di tutti, non solo dei belli-e-buoni. Ma per i belli-e-buoni è anche una cornucopia, di progettini, affarucci, opere spesso a nessun fine, se non l’arricchimento. Perché, chi può contestare gli “investimenti per l’ambiente”?

Non c’è più la prima pagina sul ”Corriere della sera” per Bill Emmott, l’ex direttore dell’“Economist” che faceva le copertine contro Berlusconi. C’è solo il taglio basso nella pagina dei commenti, tra i quattro o cinque ivi ospitati. Con un “Berlusconi fa bene: l’ottimismo serve” a corpo 48 sopra un pezzullo stiracchiato che piega perché i governanti in tempo di calamità devono sorridere.
L’arcigno ex direttore nomina Berlusconi di passata, nel build up del suo osanna a Osama. E forse non sa che Bazoli, e quindi il “Corriere”, sono in tregua con Berlusconi. Ma la sua nuova carriera di opinionista dell’Italia, e il lauto assegno del “Corriere”, varranno bene l’amato calice dell’osanna al disprezzato tycoon.
E tuttavia fa sempre impressione vedere sul maggiore giornale nazionale, anche se in taglio basso, in veste di salomone un ex direttore del settimanale così strettamente legato alle banche di affari e agli istituti di rating, le maggiori bande di ladri della storia, che il mondo stanno portando al lastrico.

L‘Expo a Milano e la ricapitalizzazione “a gratis” delle banche hanno fatto di Berlusconi il re di Milano, è a questo che il realista Bazoli si è piegato - l’Expo vale bene quindici miliardi di affari immobiliari. Ma è singolare come il puro e duro “Corriere” di Fiengo & co. ha subito fiutato l’ottimismo di Emmott-Berlusconi, malgrado le tante pagine che il giornale giustamente dedica alla crisi, “peggiore che nel 1929“. Il suo magazine di vita “Style” è andato subito a cercare gli eletti che, tra Milano e Napoli, le due città sono sempre più in simbiosi, fanno le giacche da uomo “a partire da” 2.000 euro.

“Una manifestazione oceanica che esonda da piazza Esedra e piazza del Popolo”, titola “il Manifesto”, “È arrivata l’alta marea”.
La “forza tranquilla” e il “paese normale” cedono il posto al cipiglio stentoreo noto, appena modernizzato dall’“esonda” dei vigili del fuoco. Per essere benevolenti, questa è la sinistra a cui piace vociare, per assolversi. Per mettersi l’animo in pace, come ogni buona zitella abitudinaria. Un po' ignorante, perché si confonde a ogni starnuto col Sessantotto. Ma bisogna anche sapere che questi si mettono in marcia, a milioni, per andare a Roma ad ascoltare il capo. Perfino per Cofferati si sono mossi, a milioni, che vuol'essere un mediocre.

Tra gli sprechi dell’università di Siena, che ha accumulato un buco di 250 milioni di euro, ci sono 1350 impiegati - per mille insegnanti: più di quelli del Monte dei Paschi, tradizionale feudatario di Siena. Ci sono costose e inutilizzate sedi distaccate a Arezzo, San Giovanni Valdarno (cioè Arezzo), Colle al d’Elsa (cioè Siena) e Follonica. Con iscritti in calo del 20 per cento. Ma soprattutto splende Pontignano: nell’ex certosa “lavorano” 41 dipendenti, con premio di produzione, in attesa che torni a conclave l’Ulivo di Prodi, per il quale le porte sono state aperte un paio di volte dopo il costosissimo restauro. Forse non sanno che l’Ulivo non c’è più.

Il progresso e la cultura sono a Milano “La vedova allegra” alla Scala, che commuove i migliori critici. Con spolvero di Mitteleuropa e Belle Epoque. E Beckham al Milan. Che Londra rifiuta, non vi è più buono nemmeno per il gossip. L’Italia sarà pure un outlet, e un emporio di roba usata. Ma sempre Milano ci rivende merce scaduta.

Una corrispondenza da New York del “Manifesto” informa il 31 ottobre che Alexander Stille ha pubblicato sul settimanale “New Yorker” un ritratto di Berlusconi. Intitolato “Girls! Girls! Girls!”. Il ritratto, spiega la corrispondenza, spiega che Berlusconi non è l’”instancabile Don Juan” dipinto dai suoi sostenitori, “capace di soddisfare due o tre donne in una volta”, no, è solo un “drogato di pompini e misteriose iniezioni”. Insomma, lui vorrebbe essere Don Giovanni, e invece è un piccolo Clinton.
Alexander Stille, informa la corrispondenza, è professore alla scuola di giornalismo della Columbia University of New York. Ma è anche figlio di Ugo Stille, il corrispondente da New York del “Corriere della sera”, di cui poi è stato direttore. Figlio doppio in un certo senso, perché Stille era un non de plume del padre e il figlio ha adottato anche quello. E questo, che da noi è una nobile genealogia, non baronaggio, non va bene in America.
Forse per questo il settimanale indica l‘articolo come “Una lettera da Roma“. E non consente che si legga sul suo sito, unico del ricco indice, nel numero del 3 novembre.

A trenta giorni dallo storico articolo di Asor Rosa sul “Ventennio di Berlusconi”, l’1 ottobre, c’è posto sul “Manifesto” per l’intervento a sostegno di Piero Bevilacqua. Il quale giustamente attacca Berlusconi, che ha corrotto la società civile. E conclude: “Io sento di assumermi, come storico, la responsabilità di affermare che neppure sotto la dittatura fascista il lavoro umano in Italia ha conosciuto le forme di degradazione, precarietà, umiliazione patite nell’ultimo ventennio nella cornice di uno stato formalmente democratico”. E informalmente?
Autore di una benemerita "Storia della Calabria" per le scuole, Bevilacqua è approdato alla Sapienza a Lettere al tempo di Asor Rosa. Che molti nell'ateneo romano dicono ancora "fascista", benché da tempo a riposo. E dunque il giudizio dello storico è giusto: si dà del fascista a tutti, perché non a Berlusconi?

Gianfranco Fini si è immerso nelle acque di Giannutri ad agosto. Bagno proibito, e multa - la storia è nota. Ma a novembre l‘indignazione resta grande a Livorno e Viareggio, e “Il Tirreno“ ospita un forum periodico sull‘argomento. Nell‘ultima ondata di proteste la multa è giudicata irrisoria, 206 euro.

Gli italiani sono mediamente i più longevi al mondo, dopo i giapponesi. Ogni anno si sa, si dice, da più anni. E ogni anno si pubblicano paginate sul perché i giapponesi sono longevi: sono pagine pronte?

Problemi di base - 6

Perché non si riconosce a Solidarnosc’ e ai polacchi la spinta definitiva alla caduta del comunismo – perché sono cattolici?

Perché la filosofia non ride?

Che cos’è la bellezza - uno si chiede dopo aver letto Eco?

Perché la mafia si è fermata a Provenzano, trent’anni fa?

Perché la polizia ci fa paura?

Perché i migliori boia sono i giudici – più puliti, più freddi, e inattaccabili?

Perché i giornalisti fanno parlare Mourinho, per paginate, che non vuole farsi intervistare?

Che cos’è l’Anorthosis?

Quali montagne poteva scalare Maometto nella penisola arabica?

Islam senza libertà

È un libro che non dà quello che promette, benché garantito da Andrea Romano, che l’ha voluto, e dedicato a importanti studiosi: “A Franco Cardini,\a Umberto Eco (e a sua moglie)”: non sappiamo chiudendolo dov’è la libertà nell’islam – non c’è (ma la moglie di Eco, non avrà un nome?).
È un articolo prolisso sui sette nemici di Ramadan (laici, destre, femministe, gay, israeliani, estremisti mussulmani, esperti di terrorismo). Un’autodifesa, faticosa. L’islam non da ora è la seconda religione in Europa. Ma Ramadan la vuole col fastidioso noi e voi.
Bello e poliglotta, professore a Oxford, dopo essere stato preside di liceo a Ginevra a ventitrè anni, nipote del fondatore dei Fratelli Mussulmani in Egitto, ma svizzero di quarta generazione, rinato nel 1990 a vita nuova con l’islam, che ha studiato in venti mesi appassionati al Cairo, il personaggio è principe dei talk show, e questo è tutto. Un’imbarazzante serie di note sul vuoto rimanda a libri, siti, discorsi, articoli, incarichi dell’autore, e perfino a un “prossimo libro”, o due, dello stesso.
Volendo, si può aggiungere che non è colpa sua. L'islam che imperversa è molto occidentale, del tipo di Occidente che questo stesso islam contesta: elettronica, internet, 007, molti soldi, e il presenzialismo, il gusto di apparire più che di essere. In estate, un sondaggio sugli intellettuali più influenti del pianeta delle autorevoli riviste "Foreign Policy" (Usa) e "Prospect" (Gran Bretagna), sui cento nomi che le stesse proponevano, ha visto ai primi dieci posti i mussulmani. Tutti i mussulmani proposti. Tutti sconosciuti eccetto Yunus, il banchiere dei poveri. Con nessun contributo alla cultura o allo stesso islam. Ma si votava per e-mail. E i candidati italiani delle due riviste, per intendersi, erano Eco e Gianni Riotta.
Tariq Ramadan, Islam e libertà, Einaudi, pp. 143, €9