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mercoledì 14 luglio 2010

Malinconia dell’intellettuale

zeulig 

Se è ingaggiato l’intellettuale è disimpegnato Le follie intellettuali i copti impersonano in una bella donna. Tolstòj invece nota che “Rousseau mentiva e credeva alla sua menzogna”, il prototipo dell’intellettuale nella storia. E questo chiude il discorso, o lo riapre: l’intellettuale è fangoso. Certo, non è il ragno della logica: la provvidenza è altalenante e non c’è razionalità nella ragione, non necessariamente, l’astratta ragione è aritmetica povera. L’onestà intellettuale è il fondamento imprescindibile di una categoria, se ancora c’è, dell’intellettuale. Ma più che l’astratto genere, aiuta la figura dell’intellettuale nella storia. In quella recente, poiché la figura è recente. Maschile e femminile, è opportuno ricordarlo, alle origini, a Parigi, Berlino e Londra nel Sei-Settecento (ma i primi intellettuali, si sa, furono i gesuiti, del potere a chi sa, o lo presume, i primi e i più veri libertini intellettuali). 
Il numero 1 di “Alfabeta” seconda serie è dedicato all’intellettuale con un’ottica tutto sommato derisoria. Eco deride l’intellettuale di destra. Andrea Cortellessa individua l’imbuto nel quale l’intellighenzia è precipitata in questa età del mercato, di Santoro e Maria De Filippi, e di Berlusconi, a partire da Pasolini, dal suo misoneismo radicale, là dove non opera lui, accoppiato al suo povero gigionismo – ma senza dirlo: non si può dire? Ma, poi, tutto il pianto è sull’Italia. E sulla Francia, di cui l’Italia è sorella minore – almeno fino a che, se Dio vuole a lungo, si leggerà il francese. Si vede subito a un approccio comparatistico. 
Un quadro dell’intellettuale oggi sarebbe partito altrove da Internet. Dal blog, dalla scrittura breve (dal pensiero breve? o forse semplice), dalla comunicazione istantanea, dalla comunicazione allargata. Se l’organicità è criterio utile (buono, morale), oggi l’intellettuale è disorganico. Anarcoide, e anche un tanto ignorante – dichiaratamente, l’estemporaneità, l’improvvisazione, la cosiddetta rabbia facendo premio, una sorta di canescioltismo. 
Ma prendiamo lo status classico dell’intellettuale per buono, anche se è un altro segno che l’Italia è ancora “sovietica”. In Germania l’intellettuale ha avuto una funzione guida eccellente per almeno un secolo, da von Humboldt al primo Bismarck. Finché lo spirito di caserma prevalse nel prussianesimo, respingendo l’intellettuale nell’area deprecatoria, da Nietzsche in poi. Che si avvale del crisma dell’anarchia ma confusamente, compresa l’anarchia di destra, di Jünger e Thomas Mann, borghesaccio impunito (il Thomas Mann italiano, dei suoi traduttori e mediatori, non ha nulla del violento originale): si pensi agli intellettuali tedeschi nella prima guerra, e alla Novemberrevolution, da Rosa Luxemburg a Spengler e alla generazione degli adolescenti che finiranno nei Freikorps. La Germania rimane intellettualmente superiore, ma per il mito di Sadowa. Un mito intellettuale: i liberali abiurarono in massa in favore della Prussia. “Una vittoria soprattutto intellettuale” dirà il Blitzkrieg di Hitler Marc Bloch, storico francese volontario di entrambe le guerre, prima ovviamente della Soluzione Finale, e della sua personale persecuzione da parte degli occupanti. Ma Sadowa fu anche la fine dell’intellettuale, che da allora non ha più avuto alcuna funzione nelle tre Germanie che si sono succedute, di Bismarck, di Weimar, della Repubblica Federale, né critica né retorica.
Analoga la funzione dell’intellettuale in Italia, si pensi solo al pre-Risorgimento: Leopardi, la questione della lingua, Genovesi, Galiani, Palmieri di Micciché, Cuoco, Parini, Foscolo, Manzoni, Cattaneo, Verdi e gli operisti tutti. Con una deriva immediata dopo l’unità, pur senza guerre, al notabilato, che costituisce, sono ormai centocinquant’anni, la cifra probabilmente indelebile dell’intellettuale italiano, nell’Italia “bizantina”, in quella giolittiana, nella fascista, e nella Repubblica. Se non per i filoni liberale, di Croce, Gobetti, Salvemini, Einaudi, dello stesso Gentile, grande imprenditore culturale, e confessionale, da Toniolo in qua, marginali però benché vivaci. L’eclisse insomma non è nuova, ed è indotta. La Repubblica è dominata dal “compagno di strada”, non si sarebbe cos’altro trovarci, la creazione cominternista di Willi Münzenberg, il più grande imprenditore culturale di tutti i tempi, utile per la propaganda, utilissimo, e nient’altro. In confronto a esso non si trovano che “battitori liberi”. Ma non nel senso proprio, del gergo calcistico, dell’atleta che chiude la difesa e rilancia l’offensiva, bensì nel senso del gigionismo. L’intellettuale viene in sospetto in Italia come dannunziano ma in realtà è malapartiano, presenzialista e volutamente futile, furbastro più che no, a suo modo sempre “politicamente corretto”, cioè sull’onda. E comunque, dannunziano o malapartiano che sia, è sempre “francese”. Per l’equivoco della stagione illuministica, dell’Intellettuale Re. Che preparò la Rivoluzione, l’unica finora riuscita – con ripensamenti. Dimenticando che la Francia, paese di saldo spessore culturale, che si vuole anche politico, ha però una cultura politica fallimentare – e non da ora, già dai tempi celebrati del Re Sole (perché la Francia non ha avuto un impero?), con l’incredibile oorte di mantenute in titolo, gli ultimi bagliori li ebbe con le regine italiane. Tutt’altro mondo l’America, dove l’intellettuale ha sempre avuto un ruolo decisivo. Tra i padri della patria, e della costituzione. E nella successione dei presidenti. Basti pensare al ruolo ultimamente di Kissinger, Schlesinger, Brzezinski, della scuola di Chicago, dei conservatori di Bush. O dei filosofi: William James, Emerson, Thoreau, Dewey, o i contemporanei Chomsky, Rorty, Rawls, Walzer, Williams, l’intellettuale non è ritenuto mai superfluo. Ma l’America, e non solo per questo, è termine inconfrontabile, non è Europa. Il piccolo intellettuale italiano Pensa di divertirsi l’intellettuale tra le mura ma è avaro e muore triste. Il problema è che Thomas Mann ha ragione: l’intellettuale è un politicante, bassa lega. Se il letterato politico è il vero intellettuale, alla Zola, lo Zola di Heinrich Mann, allora il letterato e l’intellettuale sono poca cosa, ruota di scorta. Politicanti dilettanti. Di idee non digerite, per fini minuti, mimati, che si magnificano ultimi, la lode, un premio, l’egemonia di Gramsci e Platone. E si coronano d’i-deali, rivoluzioni, resistenze, utopie, il mondo spregiando. Minutanti degli spacci della parola. La politica è invece seria, essendo la democrazia. Anche quando fanno parte di aristocrazie, anzi specie in questi casi, gli intellettuali finiscono per rivangare luoghi comuni. Anche, dice Tocqueville confrontato alla brusca democrazia americana, per “una certa mollezza di spirito e di cuore che essi contraggono in mezzo al lungo e tranquillo uso di tanti beni”. Per cui “preferiscono essere divertiti piuttosto che scossi, vogliono essere attratti ma non coinvolti”. Un groviglio, alla Epimenide cretese. L’intellettuale Thomas Mann è uno che quando ha ragione si arroga “un diritto d’infamia”. La politica è ardua: “Odio la politica e la fede nella politica, perché essa rende l’uomo borioso, dottrinario, testardo, disumano”, afferma. Benché capisca che “l’impoliticità è anch’essa politica”. È che “l’ironia come modestia, come scetticismo volto all’indietro, è una forma della morale, è etica personale, è «politica interna»”. L’intellettuale vi è senz’arte né parte, ohne Kunst ohne Gunst, potrebbe dire lo stesso Thomas Mann se parlasse maccheronico. La sua debolezza (scomparsa) è piccola e grande. È grande nei testi epocali che Andrea Inglese cita nello stesso numero di “Alfabeta 2”, di Lepenies, Wallerstein. In Italia la crisi è invece piccola, di parrocchia e non di sistema. Per lo straordinario carrierismo e amoralismo (consortile, politicante, e perfino familistico, a favore di amanti, figli, nipoti, mogli) che regolano lo studio (la ricerca) e l’università, la giustizia, la sanità, il giornalismo, tutte professioni intellettuali, e concludono alla loro straordinaria inefficienza, dispersione di risorse e di valori, di cui poi l’intellettuale si lamenta vittima. E di cui il predominio mediatico, che se ne vuole la causa, è invece lo specchio. Nel suo piccolo l’Italia fa anche – ha fatto – le prove delle grandi trasformazioni. La produzione di sapere essendo insufficiente da tempo nei maggiori paesi europei per la stessa produzione di sapere (centri di ricerca e università), l’Italia ha parzialmente supplito, negli ultimi trent’anni grosso modo, fornendo ogni anno migliaia di dottorandi e dottori nelle più diverse discipline. L’emigrazione negli Usa, senza ritorno, si può anche inquadrare nella politica americana di centralizzazione (accaparramento) delle intelligenze, deliberata, costante, in tutte le discipline, a tutti i fini, teorici e pratici. L’emigrazione delle intelligenze in Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda, Svezia, va invece a riempire i buchi della mancata produzione di intelligenze in quei paesi. Se questo è il futuro che aspetta anche l’Italia, allora l’eclisse dell’intellettuale sarà effettivamente un fatto. E questo sarebbe tutto. Se non che, si che in realtà si parla? Si parla dell’Italia dopo il 1989. Che si vuole l’inizio della globalizzazione, con tutto ciò di negativo di cui si carica l’entrata del Terzo mondo nel Mondo – che rivoluzione! -, mentre invece è l’inizio, in Italia, di un passato che non passa. Su cui non si è riflettuto, se non tra reduci. L'intellettuale dopo la Caduta dice fascista ogni mollusco Si parla solo dell’Italia, e di una certa cultura italiana, seppure materialmente preponderante nei posti deputati alla riflessione e alla cultura: l’università, la ricerca, l’editoria, e anche i giornali e la Rai. Ma Santoro è, come la De Filippi, solo più bravo a sfruttare un palco che la cultura crea. L’Italia è un reality. Non da ora. Né lo hanno creato Santoro o De Filippi. Lo hanno creato il giornalismo qualificato scandalistico e una università corriva. Il giornale d’opinione specializzato in scandali è specialità tutta italiana, che si dice di gossip ma quello è: non sembri strano appaiare il “Corriere della sera” alla “Bild” o al “Sun”, tolte la pagine culturali che “Bild” e “Sun “ non hanno, e compresi i commentarioli di cui si ornano, a diecine ogni giorno, per creare il frizzo là dove la cronaca latita, tolto questo non c’è altro – e anche le pagine culturali, fatte dagli uffici stampa delle case editrici, non sono granché virginali. Dall’università non arrivano da molti anni, dall’irrobustimento dell’autonomia col decentramento, che cattivi esempi. Compresa la moglie di Asor Rosa. E questo è il problema: la cultura di chi lamenta l’eclisse dell’intellettuale, e non Berlusconi, che è solo un venditore di pubblicità - se la “Santa Giovanna d’Arco” di Dreyer attirasse pubblicità non si farebbe pregare a proiettarla notte e giorno: Berlusconi è uno che vende spazi, soprattutto quelli gratuiti dell’etere, e si attacca quindi al carro vincente, della grossolanità e dell’ipocrisia . Non si cita del resto nemmeno per caso Elemire Zolla, che “L’eclisse dell’intellettuale” scrisse cinquant’anni fa. Tema a lui più congeniale, essendo propriamente conservatore, e anzi reazionario - il reazionario attua e ritroso il "principio speranza", che presiede a ogni atto dell'intelligenza. Si può anche piangere con l’ubiquo Pasolini sull’avvento della televisione nel 1958. O sulla scomparsa delle lucciole nel 1975. Ma questo si fa perché amiamo tutto sommato consolarci – un prete direbbe assolverci. Il lamento di Pasolini, riformulato, è questo: la cultura è “quello stesso ambiente in cui prosperano le forme intelligenti della nuova barbarie” (Alain Brossat). Se così è, l’intellettuale è succube? È parte attiva? Per Pasolini la Repubblica è il fascismo con altri mezzi già nel 1969, prima di piazza Fontana (colloqui con Jean Duflot, “Da un fascismo all’altro”). Per Scalfari e Malaparte la Repubblca è corrotta già negli anni 1950. Per Ernesto Rossi già al tempo di De Gasperi. Può darsi che l’intellettuale debba essere misoneista, non riconoscere il tempo presente – quello del si stava meglio quando si stava peggio, e della tecnologia fascista (eversiva, distruttrice). Ma è il misoneismo rivoluzionario (utopico)? La "Teoria del giudizio politico" di Hannah Arendt prende atto che la politica non può esistere senza la facoltà d'immaginare. Né la democrazia, si può aggiungere. O non c'è democrazia senza la politica? Sarebbe opportuno saperlo in questa età di antipolitica, sia pure la politica disgustosa. Quanto al disgusto del mondo, il nodo si scioglie con la forma della Resistenza. Se debba essere dichiarata, onesta, oppure disimpegnata (poetica, mitica). Pasolini ha scritto bei versi sulla Resistenza (“La Resistenza e la sua luce” e altri), ma al tempo della Resistenza, 1943-45, fu un imboscato – malgrado l’esempio del fratello minore Guido, che fu invece un combattente, vittima perdipiù del tradimento dei suoi compagni. Dunque, questo intellettuale che si sente tradito non vuole avere funzione pedagogica, se tradisce le parole, non vuole essere parte in causa, avendo ribrezzo di questa Italia, oggi come nel 1950, e non vuole essere testimone, Se si eclissa, questo è il problema, che farci? Il Paese va avanti anche di giorno, anche se questi intellettuali vegliano. Verità vorrebbe che si dicesse l’intellettuale nostrano un notabile. L’intellettuale è infatti tipicamente nostrano, anche se la specie è universale, come il suo linguaggio: il ruolo e la funzione sono locali, e quindi le abitudini e le attitudini. Non il notabile ottocentesco, che accedeva alla dignità del ruolo per servizi resi alla comunità, di qualità, costanti, ed era tenuto al giudizio superiore, equo, saggio. L’intellettuale è subentrato in questo ruolo quando la figura era ormai svuotata, ed era anzi suo compito svuotare. E oggi ben s’attaglia all’usa-e-getta della audience, cioè degli umori e della moda: un chiacchierone piuttosto che un riflessivo, e sbracato invece he riservato, csi valuta se accresce di un ette l’ascolto, chiamato in tv peraltro non per quello che sa ma nel ridicolo ruolo di chi sa tutto. Ma questo è già un discorso storico. L’intellettuale è una chioccia, che per un qualche motivo in Italia degenera: bellicoso dell’ideale, manda gli arditi all’assalto e si fa disfattista. È intellettuale della guerra etica, eroica, liberatoria, eccetera. Per cui la guerra vera, di fango, attese, scoppi sfiatati, asincroni, e il ferro tagliente delle granate, grida, rantoli, lacerti, mutilazioni, sembra a loro sempre mal fatta. Né la migliorerebbe una guerra all’arma bianca. C’è questa bufala della guerra di liberazione. Di chi? Gadda ventenne si sarebbe arruolato fra i brigatisti, o tra gli arditi. La buona coscienza e l’odio-di-sé Con Santoro e De Filippi stiamo male, siamo afflitti, non vogliamo, ma possiamo, fare i pirla e nulla più Il problema del qui e oggi naturalmente non è De Filippi. Ne parliamo per ipocrisia - residua? – ma noi stessi non ci crediamo: il problema è l’intellettuale, che altro? “Ogni volta che il Macedone è alle porte risorge la domanda sulla giustificazione dell’otium filosofico e letterario, e ogni volta Diogene cade nella tentazione di lasciarsi andare all’attivismo”, spiega Ranuccio Bianchi Bandinelli, che fu un compagno, ma era antichista, e aveva conosciuto cinque Germanie oltre all’ultimo kaiser. Il fatto dunque è remoto. Anche se di questi macedoni c’è una rifioritura. E tuttavia, ciò di cui parliamo non è Maria De Filippi. Né Santoro - e a essere sinceri neppure Berlusconi, che è venditore, di pubblicità e di se stesso, di ciò che ha. Diogene era quello che, affaccendandosi i cittadini alla difesa contro il Macedone alle porte, si mise a rotolare su e giù nella botte, nella quale aveva scelto di vivere, per non parere inattivo. Senza colpa, allora l’autocritica non era stata inventata, ma per noi è diverso. Prendiamoci dunque le misure, ogni tanto si cambia taglia. La nostra condizione parte da Gioberti. E non per scherzo: fu l’abate ad aggiogarci al nazionalpopolare, le lega dei borghesi intellettuali con il popolo. Ma non è tutto. Non bisogna farsi colpa di essere intellettuali. Anche se dietro il napalm c’è un professore di Princeton, o di Uppsala, un ottimo chimico La bomba è dei fisici. È opportuno distinguere con Schopenhauer le qualità intellettuali dalle qualità morali, o di carattere - “Non ci sono che gli intellettuali per fare buoni poliziotti”, diceva Nizan. L’orgoglio è il primo dei vizi, che è dell’intellettuale, ma non bisogna nemmeno illudersi. “Simili agli asini che scalciano o si azzuffano davanti a una mangiatoia vuota”, Chamfort trovava i letterati suoi simili, gli intellettuali dell’epoca. “Come molti intellettuali, è profondamente stupido”, usava dire la saggia Madame de Merteuil, che tutti gli intellettuali hanno ambito farsi, benché cattiva – doveva essere di gelo. La creazione della categoria era recente – i primi intellettuali sono le “preziose ridicole” del salotto secentesco di madame Rambouillet, molto italianeggiante peraltro – e la diffidenza è scusabile. L’intellettuale si costruisce in modo semplice: non rinunciare ai minuti privilegi, tra essi l’abitudine, e appellarsi all’aristocrazia dello spirito. Come se non si potesse essere intellettuali e responsabili? Siamo qui a faticare per non far cadere Nietzsche nella vittoria che non avrebbe voluto, il nazismo, e a difendere il sofistico Socrate e il cristianesimo agostiniano. Sapendo che Lenin arrivò alla rivoluzione su un treno militare tedesco, pieno di marchi, con la moglie e l’amante. L’intellettuale fatalmente è borghese. E quando diventa comunista, come deve, si odia – non si sa se più per essere comunista o per essere borghese, ma si odia. Diventa quindi feroce. Dev’essere come l’odio di sé ebraico, o il Sud dell’antimafia, di chi odia la rappresentazione che di se stesso se ne fa – lui stesso fa. Un operaio della Fiat non farebbe la pelle agli Agnelli, non ci pensa e non gli piacerebbe, un intellettuale invece lo teorizza, e gli piacerebbe farlo se non ne fosse incapace. L’incapacità è forse la causa del dispetto. L’equivoco l’ha creato Lord Acton, che nel 1886 ha descritto “quel presidio d’illustri storici che ha preparato la supremazia prussiana e adesso tiene Berlino come una fortezza”. Il vero tema è: quante divisioni hanno gli intellettuali. Figura recente e curiosa. Che, essendo concrezione della nostalgia del non democratico Platone, il dittatore del sapere, dovrebbe sapere di non sapere – in quanto depositario di verità è, al meglio, Epimenide cretese. L’intellettuale ingaggiato è disimpegnato, si vuole libertino o eroe ma è triste. E vanitoso, la superficialità è suo titolo di vanto: quando l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti chiese nel 1938 circostanziata certificazione di “arianità” si ebbe risposte accurate dai migliori intellettuali, tra essi Einaudi, Pasquali, Sapegno, Marchesi, e tutti accettarono di giustificarsi, eccetto Croce ( “L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome Croce, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata”), ma Croce era in qualche modo un aristocratico. Si può prenderla filosoficamente. L’Europa si vuole razionale, euclidea. Ma il matematico a lungo confuse con Euclide di Megara, ancora nel Trecento, per via del Bene che quegli identifica con l’Essere o Uno. Che è dove iniziano i guai, perché questo Uno è la pura astrazione, di fronte alla quale tutto quanto si agita nel mondo sensibile, dalla larva all’uomo, perde ogni consistenza di realtà. Senza contare che questo Euclide, che anche Petrarca immaginò severo misuratore della realtà, fondò la scuola delle doppie contrastanti verità, il paradosso del bugiardo cretese, contro il principio aristotelico del terzo escluso. E si arriva, senza il terzo escluso, all’Europa borghese e quindi smarrita – impaurita perché smarrita. Il borghese è inquieto, Quinet ne ha fatto il paradigma: il borghese dell’Ottocento, della borghesia trionfante, trovava il diritto roma-no contrario alla proprietà, il vangelo e gli atti degli apostoli comunismo puro, il medio evo pieno di jacqueries, le rivolte dei contadini, mai sazi, con i saraceni alle costole, e comunque un inferno, di riforme, eresie, livellatori, giacobini, asce, forche, ghigliottine. Nel Novecento l’inquietudine non ha bisogno di storici, la classe non classe si lacera di terrore. Ma ci sono dei limiti. I maggiori traditori, più numerosi, più efferati, sono intellettuali, Giuda non è isolato. E mai gli intellettuali hanno tradito tanto come in Russia e in Germania il secolo scorso, in massa, con coscienza e anzi con diletto. Diavoli nient’affatto luciferini e anzi marchettari, confidenti di polizia, col ghigno freddo tra i denti. È o no il “tema dell’epoca”, la fine dell’illuminismo? Quando l’intelligenza è diventata democratica s’è imputtanita, senza vergogna, in senso proprio, l’orgoglio rovesciando nel farsi fare. L’intellettuale ha tradito la lingua, gli altri e se stessi. Con la pretesa dell’autocritica superiore. Superiore nei riti di umiliazione: uno legge di Ejzenštein davanti al CC e vomita. Per non dire degli storici, che ancora non sanno chi era Lenin, e non solo in Italia, bisogna riconoscerlo, e forse nemmeno Stalin. Può essere che l’intellettuale è tale in quanto è traditore. Dovendosi identificare alla politica, ai servizi meniali in politica, dice quello che deve, non ha più occhi per vedere. Il 3 ottobre 1914 un centinaio di rinomati intellettuali tedeschi, scienziati, filosofi, poeti, sottoscrisse un Appello al Mondo Occidentale, in cui, per respingere le accuse di militarismo, affermava la superiore cultura della Germania. Non respingevano la guerra, respingevano le cri-tiche. Tenendosi sempre, anche grazie all’Appello, lontani dalla guerra, che come ogni altro avrebbero potuto fare al fronte. Gli intellettuali, nel loro piccolo, sono demagoghi. Perfino Rilke cantò il “dio della guerra”. Perfino un marchio riconosciuto come Thomas Mann, uomo di carattere, sospese nel 1914 la sua attività di creatore di personaggi per dedicarsi al pensiero politico. Per esplodere dopo quattro anni di fatica, di cui due di rifacimenti, lui che non riscriveva mai, in fondo alle seicento pagine delle Considerazioni di un impolitico, un malloppo che è una partita Germania-Resto del mondo, all’annuncio del negoziato di pace con la Russia: “Pace con la Russia! Pace anzitutto con lei! La guerra, se dovesse continuare, continui solo contro l’Occidente, contro i trois pays libres, contro la «civiltà», la «letteratura», la politica, la retorica borghese”. Mann anti-borghese, dunque, questa mancava, nel mentre che ribadisce la superiorità tedesca alla fine, non percepita, della Germania. Hitler come Stalin, come la stessa Rivoluzione dell’89, questa Europa è un caso, forse unico, della forza enorme che le idee possono avere nella storia, più del denaro, degli interessi, dei clan, degli eserciti, e della loro insensatezza. Ma un governo dei filosofi sarebbe letale: un ideologo userebbe la Bomba. “La Russia prende sul serio gli scrittori” lo scriveva l’onesto Fortini. Tra i bolscevichi, Sklovskij ricorda, i quali vinsero per essere più crudeli, gli intellettuali mostravano forte tempra: spaccavano il ghiaccio, scrivevano orazioni, si accusavano. A Sklovskij fucilarono due fratelli, che amavano entrambi la rivoluzione. L’irrilevanza non è dell’impegno, l’impegno lascia comunque tracce, ma dell’impresa intellettuale. L’aneddoto celiniano è perfido ma è sintomatico: lo scrittore crede all’unicità della sua opera. Venga la guerra, la peste, l’olocausto, per l’autore indispensabile è la sua opera. Questo è giusto, ognuno si fa valere per quello che sa fare, ma è sciocco. Se la scrittura è la memoria. Di che? Della malinconia di Proust, ottima memoria. Della visione teologica di Dante, profonda. Dell’aneddoto del conte di Foxa, l’ambasciatore spagnolo, raccontato a Malaparte, che ne ricavò il meglio di Kaputt, l’armata che il ghiaccio si prende inesorabile (altra fonte sono i Capriccios, sic, mezzo italiano mezzo spagnolo, del generale tedesco Grüninger, come subito li rifece Jünger nei Diari, n.d.C.). Vero, anche se probabilmente mai accaduto. Ma nulla a che fare col destino dell’uomo e delle masse. A meno che esso non sia fantasia. Ma fantasia non sono le malattie, i debiti, la fame, la fine cruenta dei milioni, miliardi di uomini non memorizzati nelle scritture. Di cui si fa a meno. Il “lavoro intellettuale” di Sartre e Fortini è niente, se non è una vergogna. È come dice Schmitt: “L’intellettuale fu rappresentativo solo in un’epoca di transizione, nella ribellione alla Chiesa”. L’intellettuale di Platone è un dittatorello. Quello “organico” sa di rifiuto – Schmitt lo di-rebbe della natura del teologo, della teologia che nei primi secoli fu fonte di controversie cruente, con identico arsenale - esegesi, ipse dixit, anatema - ma non grato: un intellettuale dovrebbe essere semmai contro il Partito. Il tema, non detto ma noto, è il decennale della morte di Togliatti. Di cui si decide, senza dirlo, di non dire nulla. Per l’amnistia, che col ritorno della destra pesa. I giudici, per dire, del tribunale speciale che condannarono a trent’anni il padre e la zia di Anteo Zamboni non fecero un giorno di carcere. Anteo è il balilla che a Bologna nel ’26 sparò a Mussolini, forse, non si sa, perché fu pugnalato all’istante dai balilla del federale Arpinati. Che aveva organizzato l’attentato, finto, se non fu lo stesso duce. L’unico fascista colpevole resta Pound, da manicomio. Idoni il di-scorso di Togliatti alla Camera sul Vaticano e l’art.7 dice da padre della chiesa: un giorno magari lo fanno santo. Ma ora non sappiamo che dirne. L’intellettuale ama rappresentare la sua funzione, con ricorso aperto sulla scena all’omissione e l’ipocrisia, ma questo ne fa un cantante d’opera più che una autorità. Il suo è un lavoro, usurante. Garboli, che è stato bello e ricco di suo, e ospitale, e l’intellettuale voleva proletario, aveva ragione: più proletarie di tutte sono le attività intellettuali, lavoro non pagato, una schiavitù, seppure volontaria. Pensare o scrivere non sono un lavoro nel vocabolario e l’opinione, sono ritenuti e si vogliono uno svago, roba da dilettanti. Mentre sono l’occupazione più assidua, minuto per minuto, giorno per giorno, senza soste né vacanze, vengono idee pure la notte, sia la scrittura creativa, poesia, filosofia, o politica, d’occasione, di scopo, più spesso senza retribuzione, nel più puro stile stakhanoviano, volontaristico. C’è piacere evidentemente in questa professione, all’opposto che nel puttanesimo, ma allora sorge il problema: perché? per cosa perdersi? La realtà di cui si pretende scrivere in presa diretta è muta? Sì, si sa, non si scrive in realtà se non di ciò che è stato scritto, libri su libri. È l’iperfetazione della critica nell’atrofia creativa, perfino muscolare, riflesso condizionato dell’industria. La realtà si dà per lampi, al cinema, com’è nella sua natura di barbagli di luce. Il cinema ha rispondenza pronta e mobile col reale. occhio, linguaggi, tagli, diversa dalle altre arti, che vanno per decenni, e diverte, letteralmente svia, determinando il gusto che rappresenta - ottima pubblicità fa. Ma il caso di Veronesi che il Partito obbliga a lasciare il seggio di parlamentare se diventa presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, un incarico governativo? Senza che nessuno obietti, nemmeno il presidente della Repubblica che ogni giorno ci richiama al destra-sinistra. Eppure non si tratterebbe di un atto di coraggio ma di mera sensibilità giuridica: un partito che cacca dal Parlamento un parlamentare eletto, sia pure nelle sue liste. Si vede che il centralismo democratico non è una politica ma un imprinting, la famosa servitù volontaria. Eco, invece che di Dante, avrebbe potuto parlare di Veronesi, il parlamentare in questione, Umberto Veronesi, lo scienziato, quindi ben intellettuale, gustose deduzioni, se non conclusioni, avrebbe potuto trarne – ma Eco ha perso la lingua, pure lui. Ricapitolando: l'intellettuale va col tempo - dopo tanto vagare, conviene tornare alla cosa. Se è inefficace, e in Italia lo è, dal almeno un quarantennio, da quando non ha nemmeno capito il Sessantotto, lo è perché è sterile: l’ipocrisia lo rode malgrado se stesso, anzi proprio per questo, per le sue buone intenzioni. Si crea i suoi mondi irreali di “significati” per il desiderio di fare filosofia, ma la buona educazione fatalmente degrada a protervia. Il rovesciamento non è isolato, tutta la realtà partecipa dell’irrealtà. Ma quello dell’intellettuale è voluto, è di programma: nell’assurdo pretendere di conoscere tutto, sistematizzarlo, e perfino, con la forza del proprio pensiero, cambiarlo – si direbbe prometeico, ma l’ingegner Prometeo non era scemo, l’originale. “Si esprimono i sentimenti quando si parla e le idee quando si scrive”, stabilisce Rousseau. Così non si scrivono più lettere d’amore, genere fermo alla fonte, Abelardo e Eloisa, le Portoghesi di Guillerages, l’amico di Molière, qualche Lafayette. E si solleticano le attese: liberare gli accessi, liberare l’uomo, liberare la libertà, astretta negli stazzi del pensiero pensato, storia di storie, riscrittura. L’intellettuale non ha più potere, ma mai è stato tanto conformista. “La scrittura altera la lingua”, insiste Rousseau. L’avvilisce? Rousseau, uno “nel quale la coscienza non era l’elemento dominante”, dice Proudhon. Per fortuna. P.S. Un addendo si rende necessario estratto dall’intervento di Alfonso Berardinelli sul “Corriere della sera” giovedì 15, a proposito di “di che stiamo parlando?”: “Il fatto è che Berlusconi è andato al potere in un Paese intossicato da decenni di cattiva politica, di immobilismi politici, di ideologizzazioni politiche forsennate, di politicizzazione coattiva di tutti gli ambiti di vita. Berlusconi è la proiezione sullo schermo politico di una società italiana nuova e diversa rispetto al passato, una società nella quale alla nobiltà e serietà dell'agire politico nessuno riesce a credere più. La nuova politica che Berlusconi ha portato nel nostro sistema non poteva e non può trasmettere agli italiani niente di più di quello che gli italiani socialmente e culturalmente sono diventati in questi ultimi trent'anni, dopo la fine della Guerra fredda, dopo la crisi autodistruttiva, fra un compromesso storico immaginario e un terrorismo reale, che ha demolito la sinistra e le sue tradizioni”. Pasolini ha ragione, si può aggiungere, ma al contrario: la politica s’è ingroppata la letteratura e l’ha seccata. Il presente è povero se pure la politica, che è arma maestra, e si vuole bella e buona e avventurosa, isterilisce. È la parabola dell’intellettuale, il barone di Münchhausen il giorno che cadde nello stagno, e impugnò la sua capigliatura per tirarsene fuori.

È all’Ansa il Cominform

I lettori di giornali italiani sanno oggi che l’Onu ha condannato il disegno di legge sulle intercettazioni. Non sanno che l’Onu in questione è un suo funzionario a Roma, Laura Boldrini. Che da un paio di legislature è in attesa di un collegio sicuro Pd. Che l’Onu non è organizzata per condannare alcunché. Eccetto gli scarsi poteri del suo segretario generale, che li esercita in casi eccezionali, di minaccia grave alla pace o ai diritti di sopravvivenza di intere popolazioni. Soprattutto l’Onu non può esercitarsi sull’autonomo potere nazionale di fare le leggi. Figurarsi su un disegno di legge.
Il modulo peraltro è ricorrente. Su ogni disegno di legge si fanno interventi cadenzati dell’Onu, dell’Unione Europea (fino a un paio d’anni fa, ora della Corte europea di giustizia), dell’Organizzazione per i diritti civili, Oapesc o qualcosa del genere, un organismo antisovietico nato tardi una trentina d’anni fa, di un giornale britannico, e di uno di Murdoch, meglio se il “Wall Street Journal”. È la vecchia tattica Comintern-Cominform, di sparare cannonate anche contro le mosche, tanto non costano, se non alla verità, che comunque è quella del Partito. Che si fa oggi in economia: basta passare l’intervento all’Ansa, che se ne fa gratuitamente megafono. Nei giornali e nei telegiornali i dirigenti di stanza negli uffici centrali provvederanno a evidenziare la condanna negli occhielli o nei sommari – un tempo se ne facevano titoli, ora si punta all’evidenza del particolare. Anche nei giornali e nei telegiornali di Berlusconi.

martedì 13 luglio 2010

Le pale sarde della massoneria

La P 2 ricostituita da Carboni a ottant’anni. Con Verdini, che è il politico meno segreto. Per l’eolico in Sardegna – ma quante pale ha questo eolico in Sardegna? Con seimila pagine di informative dei carabinieri, dice l’informato Bocchino, alias Fini. Seimila, e c'è chi dice sedicimila. Con un sicilano, naturalmente, e un napoletano: nessun giudice riunicia alla crminalità organizzata, che quindi verrà a far parte della loggia.
E qualche giudice, che magari ha condannato Carboni, ma il cui posto, rimesso in gioco, apre utili prospettive.
Il giorno in cui il generale dei carabinieri comandante dei reparti speciali è condannato a quindici anni, restando in carica, il giudice Capaldo, ex scalfariano, procuratore della giustizia pronta e assoluta, vuole forse prendersi la rivincita, per la prima pagina dei giornali. È possibile. Ed è possibile che i massoni siano stupidi, o folli, oltre che vili. Quanto a Berlusconi, si sa che i giudici, ora i giudici del suo camerata Fini, gli aprono tutti i dossier possibili ogni volta che ne annuncia la riforma, ma sono quindici anni che annuncia la riforma dei giudici e mai la fa: magari si sorreggono a vicenda. E la verità? Essa è ineffettuale, direbbe Sciascia. E tuttavia c’è qualcosa di intollerabile in questa ultima sceneggiata, anche per hi è assuefatto all’infetto bordello mediatico.
Quello che riesce indigesto è che i giudici e i giornali, che non sono ubriachi anche se si sorreggono a vicenda, né sono ingenui, siamo costretti a pagarli, con laute carriere a cieli aperti, di grande prestigio e di nessuna fatica, e li compriamo, perché ci prendano in giro. Come dire che l’Italia potrebbe privarsi con grande profitto della giustizia e dell’informazione, che sono i pilastri della democrazia.

Il mondo com'è - 40

astolfo

Capitale - È la moneta in azione. Vedi le sempre sorprendenti letture (definizioni) del denaro, che diabolicamente s’infiltra come inarrestabile spinta psichica, se non spirituale. Lievitando sul pecus, è pervasivo come i fantasmi ma solido.

Complotto – Spiega sempre tutto. Dov’è la sua ratio? Nel costruire il complotto, cioè nel divisarlo.

Destra-Sinistra – Ma sono forme di compensazione-gratificazione. L’una assertiva, l’altra privatva. Il privato-individuale dell’uno e l’uguaglianza dell’altra, nelle forme escludenti del Tipo radicale, sono pulsioni e non dottrine. Pulsioni che si aggiustano (coprono) nelle dottrine. Le “cose” possono essere perfettamente eguali a destra e a sinistra, la violenza, o la nonviolenza, il classismo, la redistribuzione, la protezione del povero e dell’indifeso, il bisogno di libertà, e la prevaricazione (faziosità,ipocrisia).
Ma in quanto tali, in quanto forme di compensazione, la destra è più duratura – ha con sé la storia – perché coerente con se stessa, con la conservazione. La contemporaneità, già prima del crollo delle ideologie e in loro compresenza, è l’individuo che vuole aiutare, con le automobili, la carriera, la seconda casa, il sesso, e non la classe o la società.

Europa – Si celebra al declino. Si celebra disprezzandosi, anche. A opera di mediocri: Sarkozy, Merkel, Berlusconi. Si celebra litigando. Non per uno scopo ma per gelosia.

Risalgono al 1978, l’elezione di Giovanni Paolo II, e al 1979, la decisione di schierare gli euromissili, gli ultimi atti di autonomia dell’Europa. Entrambi originati in Italia, il conclave a sorpresa con l’elezione del papa polacco, che combattente, e il sì di Craxi agli euromissili, che vinse le solite titubanze democristiane. Entrambi avvitarono il crollo dell’Unione Sovietica e la supremazia Usa, non più contestata. Tutto d’allora in poi è stato ed è americano: i diritti civili, i diritti religiosi, l’etica in economia, il multiculturalismo, malgrado le critiche di Rorty (deboli), la guerra giusta, il giusto mercato.

Fascismo – Fatta la tara della brutalità (violenza fisica, intolleranza, perbenismo), comune al secolo (e alle sue code), è una forma di revanscismo egualitario. Un egualitarismo applicato alla lettera, a favore dei più bisognosi, ma anche degli ignoranti e dei moralmente sordidi.

Fondamentalismo – S’intende oggi religioso, della religione quindi che regola tutto. E s’intende islamico, per la sharià che è legge religiosa e civile. M la sharià perpetua, dichiaratamente, la teocrazia mosaica, per cui tutto, dall’agricoltura al rito, è regolato da norme religiose, e quindi dal prete.

Giornalismo – Si fa in redazione. Attorno al direttore. Si decide di “montare” di giorno in giorno questo o quel tema. Secondo un certo “taglio” – la lettura che si propone dell’evento. E lo si “scandisce” – si sceneggia, decidendo anche chi scrive che cosa, quanto lungo, e in che posizione nel giornale. La “scansione” può prendere più pagine, se si hanno più “aperture”, più temi-titoli che reggano una pagina.
È uno degli agenti, non uno specchio. Armato di cannone, non di pistola. Non per la legge, ma per il proprio interesse (dell’editore, del direttore e degli altri dirigenti del giornale, del giornalista). E inattaccabile, sotto l’ombrello della libertà d’opinione.
È un’arma.

Gesuiti – I veri – i primi, prima degli Illuminati – libertini intellettuali. I primi intellettuali, del potere a chi sa, o lo presume.

Giustizia – È in Italia un problema fra “giusti”. L’apparato repressivo e quello giudiziario, procedure, pene, magistrature, polizie giudiziarie, sono conformati a regolare punitivamente quella parte della società che subisce un torto, o che comunque ricorre alla giustizia – il cittadino che ricorre alla giustizia in Italia si sente “costretto”. Il ricorrente, anche se parte offesa in delitto grave, deve dimostrare e giustificare tutto, con dispendio di tempo, soldi, energie psichiche.
Il violento è invece, letteralmente, fuori dalla giustizia, dalle sue jugulazioni. Deve solo scontare – attuariamente: mettere nel conto – qualche mese di carcere di tanto in tanto. Facendo le somme dei costi di un malfattore abituale, in carcere e avvocati, e di quelli subiti mediamente da un cittadino nel sistema italiano, in tempo, pratiche e soldi, e pur lasciando fuori dal conto le perdite patrimoniali e psichiche da furti, scippi, rapine, minacce, non c’è dubbio che il cittadino ci rimette di più. In virtù della giustizia.
La giustizia è il fondamento dell’eguaglianza, dunque della democrazia. La Repubblica la interpreta, continua a interpretarla, in senso sovietico, o politico. Un sistema di potere, sotto l’ombrello di comodo della ridistribuzione o del risarcimento sociale. Se c’è un fascismo in Italia, dichiarato, quotidiano, violento, è quello del sistema repressivo, compresi gli ermellini alle assise. Che la giustizia riduce a un apparato – di norme e uomini – inutile, costoso, iugulatorio. La giustizia è in Italia un apparato repressivo della società.

Masse – Sono gli zero del numero.

Neutralità – È un fatto di diritto. Èd è utile per gli affari. Ma è un disimpegno, e non risparmia le persone, anche se ne salva la vita: le marchia (sono comunque conniventi con la parte sbagliata).

“Primato” – La vera storia della rivista “Primato” è questa: nel 1940-41, quando Hitler sembrò avere vinto la guerra, gli artisti e gli scrittori che sino ad allora erano stati guardinghi e anche critici, decisero di schierarsi.
Si può anche argomentare all’inverso: il regime, sentendosi forte, vuole insudiciare con la lusinga l’opposizione. Ma la cooptazione, nella scienza politica e nella legislazione (il regime dei “collaboratori di giustizia”), è sempre infida.

Razzismo – È il jingoismo nella forma contemporanea, delle comunicazioni di massa, e delle grandi periferie urbane, le città-periferia. Una forma di primazia nazionale, di patriottismo. Che si esercita indifferente contro albanesi, o rumeni, e africani. Non c’è in campagna. Non c’è al centro borghese delle città.

Pubblicità – Ha connotazione negativa per gli italiani, se Costanzo la evita, la chiama “consigli per gli acquisti”, e normalmente passa col nome di spot, perfino di spot pubblicitario. Non è negativa la cosa in sé, evidentemente, poiché come tutti ci abboffiamo di pubblicità, e la libertà di stampa, e quindi di opinione, ci vive sopra. Ma rientra nella generale ipocrisia, che resta la cifra dell’Italia repubblicana anche dopo la caduta del sovietismo, far finta di non credere alla propria maniera d’essere, cioè alla realtà. La nostra è, altrettanto evidentemente, una libertà posticcia, o almeno incerta, se si corrobora di questi accorgimenti falsi – una libertà fatta di falsità.
È sintomatico che sia uscita dal vocabolario propaganda. Che è italiana, e più chiara di pubblicità. Che non è italiana ed è, tra l’altro, ambivalente, con tutte le connotazioni attinenti la sfera pubblica, o della pubblica opinione (politica, informazione, mercato), che si vuole – vorrebbe – trasparente.

Resistenza – Ha diritto Bin Laden di opporsi senza limiti? Probabilmente sì, avendo scontato il sacrificio di sé: la guerra si combatte senza limiti, anche dove apparentemente ci sono delle regole. Lo spiega, a contrariis, la vicenda giuridica delle Fosse Ardeatine: a Priebke non si è contestata l’assurda decimazione, a carico dei primi italiani che si ritrovava tra i piedi, ma solo di aver sbagliato il conto. O l’uso americano dell’atomica, alla fine della guerra. O la storia che si riscrive dell’orrenda guerra civile tra popolazioni jugoslave. La guerra si può solo rifiutare.

astolfo@antiit.eu

domenica 11 luglio 2010

Quando l'Europa adottò l'islam, che risate!

Il problema, alla fine, è il voto: se consentire alla nuova maggioranza mussulmana, che si riproduce a tassi elevatissimi, di votare con “un segno ricurvo, che potrebbe essere un mezzaluna”, invece che con la croce. Nella vecchia traduzione, purtroppo, di Gian Dàuli, e con una nota volage di Enrico Ghezzi (Chesterston con Pynchon…), questo romanzo del pub chiuso da un’Inghilterra che già un secolo fa si voleva islamizzare è anzitutto esilarante. E soprattutto per la finezza politica che sottende ogni sua pagina. Chesterston è morto, e quindi non può essere colpito con una fatwa, ma l’editore sì, e forse per questo - per passare inosservato: perché il libro non sia letto, malgrado l’attualità - l’ha redatto di malavoglia.
Prima della fine resta insoluto il problema della canapa indiana. Che non si adotta, ma per un motivo preciso. “Ci sono sempre di mezzo quegli assassini”, considera il Lord Protettore dell’islam, cioè gli Hashishin, terroristi del Vecchio della Montagna, “e inoltre i loro rapporti con san Luigi li discreditano alquanto” – l’hashish non si adotta perché gli Hashishin erano stati in contatto con la cristianità.
In sospetto per la professa cattolicità, e per questo diminuito, Chesterston è probabilmente lo scrittore di maggiore fiuto e capacità politica del primo Novecento – “concretezza fantastica dell’astratto”, dice Ghezzi; no, concretezza fantastica del reale, perfino del politico. L’Inghilterra (l’Europa), da poco finita la lunga agonia di uno dei molti e vani sforzi diretto a spezzare la potenza della Turchia e a salvare le piccole tribù cristiane”, adotta l’islam. Religione del “crescente” e quindi del progresso, eccetera, per il bene degli alcolisti, delle donne (non più tenute alla fitness), degli uomini (l’Alta Poligamia). Per finire ai quadri, di cui il nobile islamizzante deve privarsi, come di ogni immagine.
Un pretesto per una critica dell’Inghilterra un secolo fa, dal Parlamento alle strade, “le barcollanti strade inglesi”, in prosa e in versi. Di un Chesterston in forma, in grado di recuperarle situazioni più disperate – che più incontrano il senso comune. Non sotto forma di complotto, com’è l’uso oggi, né di persecuzione, ma svagata – sulla crosta razionalistica dell’eugenismo, dell’igienismo, dell’aristocratismo cui l’Europa ambisce. Un’Inghilterra che sembra anticipare in copia l’Unione Europea di oggi, così regolamentista, politicamente corretta, e anticristiana. Il “moderno filantropo” non rinuncia mai al superfluo, rinuncia “alle cose più semplici e più comuni: al manzo, alla birra, al sonno”, alle cose che lo accomunano al popolo, per essere quindi speciale, e “perché questi piaceri gli ricordano che egli è solo un uomo”). Da qui il sottile effetto comico, che regge le trecento pagine.
Gilbert K. Chesterston, L’osteria volante, Bompiani, pp. 321, €8,40

Le dieci Gioia Tauro di Malpensa

Non ci sono solo Berlusconi, Bossi e Tremonti, Milano ci impone anche le quote latte e Malpensa. Mai storia d’Italia sarà stata così deficiente come questo ventennio lombardo. Cui solo la boria tiene testa, dei lombardi che sono i più morali, risparmiosi, industriosi di tutta l’Italia. Senza la quale anzi, dice il lombardo professor Ricolfi, sarebbero la crema della terra, con la panna.
Gli allevatori lombardi non vogliono pagare le multe per il lette prodotto in eccesso, contro i regolamenti europei, e il governo Berlusconi li accontenta. Sobbarcandosi il pagamento a Bruxelles delle multe a spese dell’erario, cioè di tutti noi. Ma nessuno lo spiega. Al più si dice che Bossi si è imposto al governo. E nemmeno questo è vero: l’idea è di uno dei figli di Bossi, che costui vuole, anche se recalcitranti, in politica. Non si dice neanche l’ammontare delle multe che dovremo pagare – sono quasi 500 milioni di euro. Il terribile ministro Tremonti qui non fiata.
Malpensa è costata almeno dieci volte Gioia Tauro. E continua a costare, per l’infinita serie dei servizi che non riesce, dopo quasi quarant’anni, a completare, per la corruzione e per il campanilismo lombardo (i treni, l’autostrada, il gas, eccetera). Ha fatto fallire l’Alitalia. Regala agli sca confinanti un valore aggiunto enorme, che potrebbe restare in Italia – una diecina di milioni di viaggi aerei l’anno. Impedisce l’integrazione di Milano come area metropolitana, come avviene dagli anni 1970 attorno a Francoforte, a Parigi, a Londra, con beneficio del pendolarismo, dell’uso efficiente del tempo, della produttività, della qualità della vita. Ma non ci sono Sergi Rizzi o Stelle che ce lo dicano. Magari in un articolo invece che in uno dei loro vendutissimi libri. Solo si scrivono pagine per dire che, lentamente, ma Malpensa si sta riprendendo dalla crisi in cui l’aveva precipitata l’Alitalia – come se fosse stata la compagnia a far fallire lo scalo e non viceversa. E per dire che si sta riprendendo si citano alcuni milioni di passeggeri. Che sono la metà di Fumicino. Meno di un terzo del bacino di utenza milanese.

sabato 10 luglio 2010

Le resistenze contro la Resistenza

Trascurato dai grandi giornali, un grande evento ha avuto luogo a Civitella, il borgo vicino Arezzo che è a capo di un vasto comune, dove la Wehrmacht si produsse in uno dei suoi più efferati eccidi nel 1944. Il giorno di san Pietro e Paolo, il 29 giugno 1944, i soldati tedeschi vi assassinarono a freddo 203 persone, 95 a Civitella, 60 nella frazione di San Pancrazio, e 48 in quella di Cornia. Uccise con la pistola, uno per uno, a gruppi di cinque, in presenza dei familiari, da soldati che coprivano l’uniforme con grembiuli scuri per proteggersi dagli schizzi di sangue. L’eccidio fu perpetrato a undici giorni da un attentato, in cui alcuni giovani del gruppo di Resistenza “Renzino”, comandati dal civitellese Edoardo Succhielli, avevano ucciso tre soldati tedeschi in un’osteria. Il comando tedesco diede 24 ore di tempo per la consegna dei responsabili. Ma nessuno si fece avanti, né fu denunciato. I civitellesi impauriti si erano peraltro subito dispersi o nelle campagne. Per indurli a tornate, il comando tedesco diffuse la falsa notizia che i partigiani responsabili erano morti in uno scontro a fuoco. Dopodiché prese tutti gli uomini validi e li uccise. A Cornia, non trovando abbastanza uomini, uccise
 anche alcune donne e dei bambini. Malgrado l’efferatezza della divisione corazzata Hermann Göring, i civitellesi aveva trovato nel lungo dopoguerra la forza d’animo di “far la pace” coi tedeschi. Non però con Succhielli e i suoi uomini. Nel dopoguerra Succhielli, all’epoca dei fatti venticinquenne, era anche stato sindaco di Civitella, grazie al voto del contado, ma nell’inimicizia costante dei civitellesi. Sempre si era rifiutato di fare ammenda, e il paese l’aveva ricambiato con l’ostilità. Nel 1990 Succhielli aveva ammesso che l’irruzione all’osteria era stata uno sbaglio: “Avevamo vent’anni, eravamo sbandati, partigiani con poca esperienza”. Ma non era bastato. La novità c’è stata alle celebrazione di quest’anno, per il san Pietro e Paolo: Succhielli è stato infine ammesso a partecipare alla cerimonia, dove ha detto: “Mi sono tolto un peso dal cuore”.

Don Chisciotte in Calabria

“La donna-madre di una Calabria antica” recita l’in testa del tascabile Bompiani di questo romanzo postumo di Alvaro. Capitalizzando in mezza riga tutti i luoghi comuni sulla Calabria, sul Sud – è incredibile che ci siano solo luoghi comuni sulla Calabria, anche per i calabresi, perfino per gli studiosi calabresi. Alvaro lasciò “Mastrangelina”, e il successivo “Tutto è accaduto”, come seconda e terza parte di un ciclo avviato con “L’Età breve”. Che è un ritorno alle origini, dopo tanto cosmopolitismo, e il rifiuto consegnato al celeberrimo “Gente in Aspromonte”. Un ritorno al mito, e alla verità. “«Il nostro paese è decaduto. Non si ricorda più. Gli dei sono morti», disse Diacono, «Eppure c’erano»”. Non si ricorda più.
Una storia vera, la scoperta della statua di Démetra a Locri, allora Gerace (nel testo Corace), dà a Alvaro l’estro d’introdurre al mito, nel finale, la storia di “L’età breve”, e l’attacco di questo “Mastrangelina”. Il seguito è un esempio eccezionale di antropologia d’autore. Non in assoluto, il racconto è mal connesso. Ma il campionario narrativo è vivacissimo, specie per un narratore meridionale, vincolato alla maniera, e di più per uno calabrese. Specie per il donchisciottismo, di un’ironia forsennata e tuttavia riuscita. Nei capitoli centrali, da antologia, il XIV, il XV, i precedenti, i successivi. Di baroni senza rendite, e professionisti senz’arte, di uomini e donne schiavi della modernità ma fuori dal lavoro, dall’applicazione, dalla vita sociale. Il “punto d’onore regionale” è l’inanità (difficoltà, rischio) e lo sradicamento (modernità, odio-di-sé).
Con molto autobiografismo. Qui è l’educazione sentimentale dell’adolescente Alvaro. Brancatiana, e insomma di maniera (“«Ma ti guarda?», chiedeva Rinaldo a Benestare. Perché tutto il suo fantasticare era negli sguardi”), ma subito corretta. Alvaro è il ragazzo che “leggeva tutti i libri”, e sapeva le poesie - che qui fa rivivere, dono anche questo inconsueto: gli bastava leggerle due volte per memorizzarle. Il padre riemerge, come in quasi tutti i racconti di Alvaro, come in ogni adolescenza calabrese, ma non più antagonista: “Mio padre crede che la gente sia buona, e che basti andare per il mondo”. Con la separatezza dei sessi, ma non violenta, né disarmata. Le figure e le situazioni stagliate come nella migliore narrativa di viaggio nella regione, di Courier, degli inglesi. L’albergatore Pitagora che non ama i suoi ospiti è il secondo capitolo: non li capisce. Anche se capita ovunque di essere dimenticati, se solo al ristorante si presentano un compare o una comare, o peggio i due insieme con la loro figliolanza, il dottore, il sindaco, l’avvocato: c’è la curiosità ma non l’interesse per il cliente occasionale, il forestiero. Ma, poi, tutto è immutato. La “tendenza verso la cultura classica”, comune agli intellettuali della città – la città di Turio, che è Catanzaro, dove Alvaro prese la maturità da “esterno”. Che si dedicano a scoprire le origini locali di Omero. O gli studi stenti dei figli incapaci, che si vogliono promossi comunque per la promozione sociale, avere il posto senza lavorare – faticare. Gli studenti dei paesi, isolati-spersi e comunque poveri, topos di tanti racconti di Alvaro, con i “pacchi” da casa, le cibarie, altro topos ricorrente.
Un monumento alla Calabria, vivace piuttosto che verghiano (“Gente in Aspromonte”) e monocorde, e ben più vivo. Il ciclo Alvaro intitola “Memorie del mondo sommerso”. Ma il taglio non è ostile, e anzi compassionato. Anche delle cose che sono, si suppone, desuete. Il bacio della mano al padre, prima di ogni partenza e ad ogni arrivo. L’impulso: “Ci piace donare, n0n c’è nulla di pù bello che donare, così, per nulla, perché è il nostro carattere”. L’eccesso: “Un attimo di debolezza, a Turio, si pagava con una vita maledetta”. Il pessimismo, per cui ogni ragazzo può dire: “Da noi tutto finisce nel dolore e col sangue”, pensando alle cocotte bionde che invece “sono allegre e per questo hanno fortuna”. Con un’ardita tesi della furia improvvisa omicida di quelle valli di montagna”: A un certo punto si esplode. Si sopporta èper annipo, improvvisamente non si può più sopportare. E si uccide”.
Molti usi vi sono documentati di cui più non si parla. L’ospitalità d’uso nella casa borghese in paese, di cui i viaggiatori riferiscono sempre con meraviglia. Il tesoro sepolto: “Tanti nei nostri paesi vivono con l’idea della scoperta di un tesoro sepolto”. I tedeschi che girano a piedi, studiosi di geologia e di parlate dialettali. I contadini che vanno in città per le pratiche, “i piedi straziati dal selciato, per via delle scarpe che avevano calzato facendo il loro ingresso in città, dopo aver camminato comodamente scalzi pei sentieri di campagna”. Lo studente che va a scuola con la pistola, come capitava ultimamente nella scuola dello scrittore Delfino, e di don Pino Strangio, il rettore del santuario di Polsi.
Corrado Alvaro, Mastrangelina

venerdì 9 luglio 2010

Ombre - 55

Feroce colpevolista contro Lelio Luttazzi, non colpevole di niente, fu Enzo Tortora. Uno dei primi e dei più duri. Poi vittima-simbolo della giustizia ingiusta. Ci salva dai giudici solo la legge.

L’onorevole Franceschini promette: “Se qualcuno vuole tradire Berlusconi, sono pronto a dargli una mano”. Un posto? Una rendita? Un premio? Confidando nell’impunità di schieramento?
Si può dire questa la settimana delle idiozie del Pd, complice il caldo. Ma questo Franceschini è stato segretario del partito.

Non si ricordano i sindaci del Friuli, nemmeno quelli dell’Irpinia, a Roma a fare a botte con la polizia. Il sindaco dell’Aquila invece sì, che ha avuto le case subito, e ha due miliardi dal governo che non sa spendere. Non c’entra il Sud – l’Irpinia è ben al Sud. Il discrimine è il partito Democratico, cui il sindaco dell’Aquila fa capo. Per la follia. O la cultura dell’incultura.

Il ministro Rotondi che al bancomat a Firenze viene ingiuriato da un signore dai capelli rossi, che per farlo ferma il motorino, e dopo essersi concentrato gli augura la morte, è folklore. S’è mai visto un ministro al bancomat? I soldi ai ministri glieli portano a mazzette a casa. Ma nessun grande giornale lo racconta, anche se tutti inseguono il gossip la curiosità.

Il costituzionalista del Pd professor Ceccanti, col giudice Casson, due che sanno cosa stanno scrivendo, hanno proposto con altri dieci senatori l’impunità del presidente della Repubblica anche in caso di reati penali. Il presidente in carica, Napolitano, si è arrabbiato, e Ceccanti ha spiegato: “Volevamo proteggerlo dai giudici politicizzati”. Ingenuità?

Alla Versiliana, foro culturale estivo della ricchissima Versilia, tra Forte dei Marmi e Pietrasanta, feudi dei “comunisti” Moratti, invitano la nota D’Addario a presentare il suo libro sul letto di Berlusconi. L'ingresso è libero e alcune centinaia di persone vi si affollano. Che non comprano una copia del lbro, e trattano la donna per quello che è, facendola piangere. Che non dev'essere facile. Una gara, insomma, i ricchi non perdonano. “Ha finito per paragonarsi a Gesù Cristo”, riferirà sghignazzando il pur simpatetico “Tirreno”.
Ma nessun dramma, D’Addario era “invitata”, e pagata. Lei si sarà sentita una grande Duse, il suo pubblico un po’ Danton, o Marat. D’Addario era stata invitata in sostituzione di Marcello Veneziani, che doveva parlare del suo libro “Amor fati”, difficilotto, la cultura dei ricchi ha le sue priorità.

Antonello Piroso è rimosso dopo aver detto che i giornali si sono trasformati in buca delle lettere dei sostituti Procuratori della Repubblica. Senza nessuna rimostranza del sindacato dei giornalisti, nemmeno due righe di solidarietà.
Al suo posto viene nominato Enrico Mentana. Con grandi elogi e senza ricordare Piroso. Menta na che si è illustrato col telegiornale delle figlie – di Geronzi, Scalfari, Parodi Delfino, Confalonieri, etc.

Per oltre un secolo, e per l’oltre mezzo secolo di repubblica di Bonn, la Germania è andata cercando tedeschi in tutto il mondo, per la famosa legge del sangue. Anche i tedeschi del Volga, emigrati con Caterina II a fine Settecento, che non sapevano più di essere tedeschi, ma grazie alla Repubblica Federale, e agli accordi di Kissinger con Breznev per l’emigrazione delle minoranze, volentieri si fecero un giro all’Ovest e ristabilirono le parentele. O gli Huterer, i residui battisti, fondamentalisti cristiani, emigrati anche prima, nelle foreste del Canada o del Paraguay - alcuni pieni di mogli, residuo del comunismo originario. Era la politica della legge del diritto di ritorno, del sangue e suolo appunto.
La Germania di Berlino ha naturalizzato invece turchi, algerini, polacchi, latini, africani, quello che serve per la nazionale di calcio, e il risultato s’è visto. Che non vuol dire che il sangue tedesco sia infetto.

Berlusconi ha fatto Brancher ministro per un evidente obbligo di complicità col suo ex dirigente: non c’era altro motivo per il motu proprio. È l’aspetto più vergognoso della vicenda, ma di esso non si parla. C’è diffusa la convinzione, anche tra i suo nemici, che Berlusconi è un perseguitato dell’apparato repressivo?

Sergio Luzzatto sul supplemento culturale del “Sole” domenica cita Montesquieu, “Lo spirito delle leggi”, libro V, cap. XIII: “Quando i selvaggi della Luisiana vogliono un frutto, tagliano l’albero dalla base, e raccolgono il frutto. Ecco il governo dispotico”. Tutto fa brodo contro Berlusconi. Ma: 1) Non c’erano selvaggi in Luisiana, nemmeno in Louisiana. 2) Nessuno ha mai tagliato l’albero per mangiare il frutto, 3) Montesquieu lo sapeva, che raccontava una barzelletta. Anche Luzzatto sa dei “selvaggi” di oggi?
Questo Montesquieu che è all'origine dell'Occidente. Cioè dell'Oriente pere via di Occidente. La sua civiltà dei climi continua evidentemente a fare danni – ma Montesquieu non erA morto con l’eurocentrismo?

“Asfaltati!” è il titolone della “Gazzetta Sportiva” di Milano, il giornale più letto d’Italia, sulla sconfitta dell’Argentina contro la Germania. E “Über alles” l’apertura in seconda pagina. Questa Milano non ci fa mancare niente. Nemmeno la critica al modo, “pessimo”, “volgare”, “ridicolo”, come la Rai segue il Mondiale di calcio in Sudafrica.

In una pagina che ai lettori italiani i grandi giornali hanno presentato come una candidatura autorevole di Montezemolo a sostituire Berlusconi, l’inviato del “Financial Times” apre così l’argomento: “Ricordando la raccomandazione dell’addetto stampa di non chiedere direttamente di politica, faccio al contrario e chiedo: «Non si starà preparando per qualcos’altro?» Proprio in quel momento il suo telefonino suona. Risponde e si mostra irritato, parlando conciso. Chiusa la conversazione mi dice: «Era un giornalista. Dice che Berlusconi ha appena detto che sarei la persona milgiore per diventare ministro dell’industria». Trattandosi d’Italia”, conclude l’inviato, “terra d’intrigo permanente, fui tentato d’immaginarmi che avesse organizzato la chiamata lui stesso”.
Nei grandi giornali, o all’Ansa che ha sintetizzato la pagina, non leggono l’inglese?

In una compiaciuta intervista a “Sette”, il settimanale del “Corriere della sera”, Pierluigi Celli rievoca la stagione gloriosa dei professori alla Rai. Nella quale, dapprima come capo del Personale e poi come direttore generale, provvide a fare piazza pulita di Santoro, Vespa e Minoli. Altro che editto bulgaro, dice. Senza pentirsi.

Nella stessa intervista l’ottimo Celli racconta a sua gloria: “Quando sono diventato direttore generale della Rai ho imposto a mia moglie di lasciare il suo posto di dirigente alla Fiavet, la federazione delle agenzie di viaggio, che aveva rapporti con viale Mazzini”. È difficile immaginare La signora Celli col burqa. Ma l’ottimo Celli sa il fatto suo. È stato il più feroce tagliatore di teste ovunque lo hanno messo, alla Olivetti, all’Enel, alla Rai.

Un signore che ha trascorso due settimane di vacanza al mare al Cinquale di Montignoso, fa causa al Comune perché in quattordici giorni non ha mai potuto far fare il bagno ai suoi bambini, tanto l’acqua era sporca Ma al Cinquale la balneabilità è garantita dall’Arpa, l’Agenzia Regionale Toscana Ambiente, un organismo che in Toscana è una sorta di superpolizia.
La marina di Montignoso è lunga meno di un chilometro, prospiciente Forte dei Marmi, che invece l’attestato di mare pulito ce l’ha nelle targhe, la bandiera blu di Lega Ambiente, o quel che è: il mare cambia colore col Comune?

Giustizia a Firenze: dossier contro dossier

La Procura della Repubblica di Firenze sceglie il giorno dello sciopero dei giornalisti per chiudere l’indagine sulla lottizazione di Castello, un’area di 160 ettari, col rinvio a giudizio della precedente giunta diessina, e dei dirigenti della Fondiaria-Sai di Salvatore Ligresti, proprietaria dell’area. Il rinvio a giudizio è limitato a due assessori. Ma uno di essi, Graziano Cioni, ha già detto che l’accordo per Castello fu siglato dal sindaco Domenici direttamente on Diego Della Valle.
Un’indagine durata cinque anni aveva urgenza di essere chiusa l’8 luglio, cioè nella disattenzione. Firenze è città di molti segreti, non solo di quelli del mostro e dei ventidue assassinii senza colpevole. Non ultimo lo scarso rilevo che “Il Giornale della Toscana” di Denis Verdini, supplemento fiorentino del’“Giornale” berlusconiano, uno dei pochi usciti il giorno dello sciopero, ha dato al rinvio a giudizio. A quando la remissione dell’indagine a carico di Verdini per i presunti favori al suo amico imprenditore Riccardo Fusi? Più che indagini penali a Firenze si ergono dossier. Non di polizia giudiziaria ma di gruppi di potere, come se fossero logge avverse. In attesa che la pace si ricomponga, i gruppi di potere a differenza delle mafie non si fanno la lotta fino in fondo.

giovedì 8 luglio 2010

Problemi di base - 31

spock

Perché la patria è – era – nuda? E ignoto il milite che moriva per essa? Non di desiderio, evidentemente.

È il single una nuova specie? Tutti gli esseri vivono in branco o in coppia, quelli finora conosciuti.

È Alonso che corre con la Ferrari, o la Ferrari corre con Alonso?

“Terreno di gioco”, “sfera”, “specchio della porta”, con “gli estremi del calcio di rigore”: le cronache sportive sono farcite di sintagmi sclerotizzati, direbbe Umberto Eco. È sclerotico il calcio? È sclerotica la Rai?

Perché l’alibi dev’essere di ferro? Alibi è un latinismo francese che vuol dire soltanto “altrove”: non esserci, non vedere, non sentire.

È il fascismo, dopo cento anni, sempre una malattia morale? Di chi?

Siamo tutti antifascisti, nel 2010 come nel 1945: non c’è stata storia dopo il 1945?

È il fascismo un alibi? Di ferro?

Il nulla pesa a Leopardi, che ne ha senso acuto, ritornante, di sé e del mondo. Bisogna non essere nulla per non esserne oberati?

spock@antiit.eu

Letture - 34

letterautore

Giallo - Non lo è per il poliziotto (sbirro). Per il poliziotto un delitto è un evento che ha un autore, il colpevole. La motivazione, gli indizi, le conseguenze contano poco Non c’è letteratura, per lo sbirro, non c’è suspense ma solo una constatazione, se e quando possibile, mentre il giallo è proprio questo, il contorno, e il ragionamento sul contesto.
Anche per lo sbirro ci può essere un giallo, per la sorpresa. Sull’autore, le motivazioni, la dinamica. Ma non può, e non gli serve, raccontarlo.

Glottologia - È, benché eminentemente teutonica, l’opposto del razzismo biologico. Poiché unifica, andando alla radice (uscendo dalle “culture”), e allargandosi a tutti i sistemi fonetici, la storia umana.
La somiglianza dei suoni dalla Cina alla Persia, alla Turchia, alla Francia, la cantabilità. Rispetto ai suoni semplificati del latino, sordi.

Goethe – Ricicla nei romanzi e nel “Faust” temi frequentatissimi, specie al suo tempo. Faust è tema settecentesco molto frequentato, da Spiess a Tartini: l’idea – posteriore al primo ateismo – di vendere l’anima al diavolo in cambio di giovinezza e ispirazione. Il segreto di Goethe resta l’artigianato: non inventa, se non nel senso che trova, ma di ciò che trova fa arte.

Heidegger – Specialista di scolastica, e in particolare di tomistica, perse un’occasione. Oppure la fuggì? Altrimenti, come avrebbe potuto scambiare Hitler per l’Angelo – Angelo Sterminatore? Il realismo di san Tommaso, il senso comune, gliel’avrebbero impedito. Solo un filosofo può “immaginare” Hitler.

Humour – Si presume. È sotterraneo, spontaneo, occasionale – l’umorista che si compiace è esso stesso una barzelletta. A meno che non sia maniaco-depressivo: l’umorista dev’essere di umore tetro, dovendo aver visto il lato oscuro delle cose.

Letteratura - È abiezione, essendo una lettura, una rappresentazione, un profondo surrettizio opinion making, insomma una manipolazione, della realtà. Sia essa l’amore, la parentela, l’eroismo, la miseria, la violenza. Nasce da un progetto, una scelta precostituita (qualsiasi punto di vista può dare vita a un sistema coerente, se argomentato con abilità). Che è la sola maniera per dare “seguito” a una vicenda, e coerenza e rilievo ai personaggi. Ma implica, per scelta, un rifiuto della verità e della realtà.

Lettore– Si può configurarlo come un analista, sconosciuto, impersonale. Al quale lo scrittore confida fantasmi e fantasie. Silenzioso, dà però segni preziosi di attenzione, indicazioni.
E se non le dà (se il lettore non c’è)? Alcune nevrosi si complicano nelle confessioni della scrittura, invece di sbrogliarsi.

Machiavelli – Scaltro opportunista oppure amante della patria e della libertà.
Opportunista certamente, ma appassionato. Fu lo storico del potere, che quindi magnifica, per il gusto al suo tempo imperante del tacitismo. E non inutilmente: molte piaghe ne scoprì e ne spiegò.
Ma è tacitiano per interna rispondenza, poiché tacito conobbe poco e tardi. Lo studio di Taito lo sostituirà quando Roma, nel 1559, metterà fuori legge i suoi scritti – Tacito, scrittore latino, era conoscibile solo ai chierici.

Manzoni – Persona colta, in grado di leggere la storia, che è sempre contemporanea. Per l’Italia del suo tempo, il pacchiano Ottocento, eccezionalmente colta. Ma in effettuale. Per l’ipocrisia?

Dà ai personaggi nomi che li bollano, come soprannomi. Come nella commedia dell’arte, che ha i ruoli fissi. È un assassino di personaggi.

Critico del linguaggio, ha scritto un romanzo di ottocento, o mille, pagine cne si possono leggere saltandole senza perderci: solo c’è da sapere che si svolge durante una peste, che i lombardi pe-raltro negano, e riguarda la deflorazione d’una ragazza insipida, a opera di due personaggi essi stessi alieni da foje, il coniugando e un signorotto di paese. Un capolavoro è semmai di reticenza: il male ritorna nelle pieghe della fatale provvidenza, i buoni sono umili, gli umili si salvano per essere pusillanimi, e poi c’è la Spagna, l’orco straniero, che ci assolve tutti.
Ha avviato la storia reticente, che caratterizza l’Italia unita e gli ultimi centocinquant’anni di letteratura italiana: i personaggi e gli eventi non sono quelli che sono nella realtà (molto spesso molto più drammatica), che non si dice, ma calchi poveri di ideologie, echi, o piccola politicante ria, materiali normalmente freddi nei romanzi – così nel suo. L’ha avviata o l’ha riavviata? A occhio c’era gusto in Italia prima del romanzo, più cose dette vere, sentite vere.

Il romanzo scompare a una lettura manzoniana. Qua e là nello stesso romanzo, peraltro, Manzoni ribadisce la sua tesi del linguaggio come in effettuale, una mascheratura, più spesso uno dei trucchi del potere. La realtà, secondo Manzoni, si conosce oper altri segni e altri canali. Ma il romanzo è tutto linguaggio, perfino gioco di parole.
La sua diffidenza per la lingua è effetto del poliglottismo? Compreso il bagno nel toscano?

Pound - È il poeta ispirato (indemoniato) che scandisce i miti e la storia – i miti contemporanei ovviamente – contro i miti della storia. Come Omero, come Dante. Il suo dàaimon è la contemporaneità, quindi il senso della storia. O la vita sociale, sua, della città, del mondo, la politica l’economia, le arti – è sensibile a Joyce e a ogni sperimentazione letteraria come è sensibile al valore del denaro, al suo valore sociale.
Per un poeta che si cali nella storia senza le reti protettiva dell’idillio e dell’enigma, i miti della storia costituiscono in cubi perenni. Ovvero la violenza e la stupidità codificate nella filosofia e le leggi. Combatterli è solo ovvio. Con esiti ovviamente diversi, in termini di poesia e verità. Pound è rimssto impigliato nell’ideologia che, malgrado la sua storia personale e la sua visione della vita per lungo tratto, oltre un decennio, egli stesso ha tessuto. Ma, quando si sarà calmato il furore ideologico, il suo irenismo, il suo stesso prodigo impegno, lo solleverà.

Proust – Amava i suoi personaggi? Di nessuno di essi, donne o uomini, ci s’innamora.
Albertine, letta quarant’anni fa, poteva essere una reale storia d’amore, camuffata al femminile per decoro, e per gioco di specchi. Oggi che l’omosessualità non è indecoroso e non ha segreti, il gioco non regge più e nemmeno la storia: se Albertine è Alfred, quella trasposizione è solo artificiosa. Senza contare le translitterazione care ai proustiani, Gilberte-Alberte, Albertine-Libertine…
La sua memoria è faticosa perché è posticcia, lo snob ha questo difetto. L’epoca era ben dannunziana. Che non è poco. Ma se il tempo perduto è borghese, ne viene la borghesia come artificio. Che è la verità, ma deludente.
Ha costruito un monumentale gioco d’acqua in cui tutti possono sguazzare. “Tutti” particolari: i letterati. Coloro che vivono scrivendo, respirano, sognano, ansimano dietro la scrittura, possono perdere, tramite Proust e nel suo nome, ogni verecondia. Il monumento è più grande che bello (dilettevole, riposante), ma è attraente per questo. È la sua dimensione che è liberatoria, l’insistita, convinta, disinibita ripetitività, nelle forme più aperte e insieme più chiuse, capziose.

Non è romantico, malgrado la nostalgia e la gelosia, ma adolescente attardato. Alieno, per gusto più che per nascita, dall’aristocrazia del sangue e del denaro. E, malgrado i dettagli, dalla storia e dalla società. È vero che il sentimentalismo invade il secolo partendo da Proust, prima che da Heidegger.
Sarà grande per il mistero irrisolto: come accade che ci si innamori della noia. La ripetizione, l’insistenza, l’aneddoto insignificante, senza verve né conversazione brillante, anzi con giri di frase faticosi.

Sentimentalismo – Nascerà, come dice Oscar Wilde, per mano della Philips. Ma era il pubblico femminile a volerlo: “La principessa di Clèves”, “La signora delle camelie”, eccetera. Delle donne che invece sono estremamente realiste, anche in fatti di cuore.

Starr, Kenneth – Il più grande pornografo dopo il marchese de Sade sarà stato un conservatore fondamentalista, l’accusatore di Clinton. Pornografo minimal, dettaglista - il marchese va per accumulo. Ma l’effetto segue la stessa curva: arrapante, irritante, deprimente.

Storie – Le storie nella storia aggiungono e non spiegano. Non fanno da contrappeso, a un’inferenza, a un parere, a un detto o regesto Né operano algebricamente – un positivo, per esempio, dalla somma di due negativi. Aggiungono indeterminatezza a indeterminatezza. Saranno inutili, ma quanto il procedimento narrativo classico, della storia con un impianto, un principio, un filo e una fine.

letterautore@antiit.eu

martedì 6 luglio 2010

Acqua ai servizi deviati

La trama è quella dei Ciancimino, il cattivo è lo Stato. In più Lucarelli, che scambia la violenza con l’inventiva, e fa commettere al mite Camilleri inverosimili crudeltà. Con un errore: lo Stato, seppure deviato, non ci molla mai. Una cattiva azione, verso lo Stato e verso il lettore. Massimo Ciancimino la trama la svolge meglio (è suo questo Stato), l’agente deviato tedesco (altoatesino) è geniale. Se non è opera dei suoi avvocati – dei servizi segreti? 
Camilleri-Lucarelli, Acqua in bocca, minimum fax, pp. 108, € 10

Sempre più Ddc contro Dds

C’è un effetto ottico distorsivo, a opera dei giornali dei grandi gruppi, sullo stato interno del Pd, tra ex diessini e ex popolari. Rilanciata sui giornali da Rosy Bindi e Franceschini da un paio di settimane sull’ipotesi del ribaltone, la corrente fusionistica è nei fatti sempre più isolata e ridotta. Anzi, è praticamente sancita la divisione tra democratici ex democristiani e democratici ex diessini, tra Ddc e Dds .
L’ipotesi del ribaltone, da Franceschini ribadita trionfante dopo il passo falso di Berlusconi su Brancher, non ha provocato emozioni, gli esponenti più navigati del Pd bianco, danno per scontato che Napolitano si tiene Berlusconi. Rutelli si mostra oggi molto più sicuro che la sua non rimarrà un’uscita isolata. Nel Pd molti elementi locali ex Ds danno la separazione per scontata. E non manca chi nella stessa direzione nazionale del Partito già cerca un simbolo e una sigla propri, del proprio schieramento.
Di separazione tra Dds e Ddc si parlerà alla ripresa politica in autunno. In vista di vari appuntamenti congressuali, compresi quelli del Pdl.

lunedì 5 luglio 2010

Non sarà Napolitano un altro Berlusconi di Fini

Bloccare in anticipo la speculazione. Prima, e indispensabile, viene la correzione al bilancio, ne va dell’euro e della ripresa dell’economia, e Napolitano si tiene comunque Berlusconi. È bastato un viaggio, anzi due, uno di Berlusconi a Toronto e uno di Napolitano a Malta, per dare spazio ai protagonisti del ribaltone, che sono poi i tre giornali leader, “Corriere della sera”, “Repubblica” e “La Stampa” e il Tg di “Sky”. Ma il barometro è sempre alla stabilità. Napolitano non vuole identificarsi con le politiche – e le stravaganze – berlusconiane, ma è sempre l’uomo delle istituzioni, come ama dirsi, rispettoso dei ruoli. Prevalente, nell’opinione politica di Napolitano, da capo dello Stato e da ultimo (residuo) internazionalista, è il passaggio parlamentare della manovra di bilancio. Questo è l’unico certo segnale che viene dal Quirinale sulle intenzioni del presidente.
Napolitano non ha gradito la pagliacciata di Brancher. Non è stata la prima, ma in questo come in altri casi precedenti, tiene distinto il ruolo del governo dagli umori del suo capo. A Brancher non attribuisce alcuna colpa specifica (Napolitano istintivamente aborrisce il tribunalismo dei giornali) ma un ottuso provincialismo. Dà più peso alle esternazioni di Fini, dal quale peraltro si sente personalmente molto distante, in quanto è presidente della Camera dei Deputati. Ma si attiene ai fatti: “Non sarà lui un altro Berlusconi di Fini”, si dice, un secondo traghettatore e mallevadore dei suoi passaggi politici, con crisi pilotate o altri espedienti. Se il presidente della Camera vuol “fare” qualcosa, questa volta dovrà farla da solo.
In alcuni ambienti del Quirinale, d’altra parte, la fibrillazione che i grandi giornali sono impegnati a produrre attorno al governo, con le candidature fantasiose di Montezemolo, Tremonti, Casini, suscita molta preoccupazione. Più che il problema intercettazioni, alla presidenza della Repubblica si sa che il nodo centrale è il passaggio della manovra correttiva, con l’adozione della ricetta Merkel, la riduzione ogni anno della spesa pubblica di un punto percentuale: su questo si gioca effettivamente il futuro dell’Italia, senza retorica, dell’euro e dell’Unione europea – “quale che sia il potere di persuasione della grande finanza” (l’incongrua candidatura di Montezemolo sul “Financial Times” suscita preoccupazione più che sorrisi).

Il vero scandalo della Procura di Firenze

La lottizzazione di Castello, il vero scandalo della Procura di Firenze, fu decisa personalmente dall’ex sindaco Ds Leonardo Domenici con Diego Della Valle. L’ex assessore all’urbanistica, anch’egli diessino, Graziano Cioni, ha respinto ogni accusa, affermando che il progetto di Della Valle, in sintonia con l’ex Fondiaria proprietaria dei terreni, confluita nella Sai di Salvatore Ligresti, fu avallato dal sindaco, ora europarlamentare (quello che, appena indagato, s’incatenò a Roma davanti al giornale “la Repubblca”), “a pranzo” con lo stesso Della Valle,
Nascosto da giornali nelle pieghe della cronaca locale, prosegue a Firenze il vero scandalo. Attorno al quale una lotta non tanto sorda si sta combattendo alla Procura di Firenze. Che dopo aver avviato le indagini le ha convogliate in un filone secondario, quello della Scuola dei marescialli della Finanza, sempre nell’area di Castello, che le ha consentito di indagare, qui con grande abbondanza di pedinamenti e di intercettazioni, gli esponenti della destra, da Verdini a Bertolaso,
Il grosso scoglio di questa seconda indagine è che l’appalto della Scuola alla società sponsorizzata da Verdini l’ha dato Di Pietro quand’era ministro. E che la stessa impresa ha già avuto ragione in tribunale e in appello sulla revoca dell’appalto.
L’attesa è ora che lo scandalo Domenici venga archiviato, dopo aver dirottato l’attenzione da un paio d’anni sul “folkloristco” Cioni. Firenze è città molto opaca, di conventicole in lotta tra di loro. E in questa logica opaca è che si archivi presto l’indagine aperta dai gruppi di destra contro quelli di sinistra. In attesa di archiviare successivamente quelle a carico di Verdini e Bertolaso. Renzi, il sindaco successore di Domenici, si è riservato di decidere sul progetto Castello quando è stato eletto due anni e mezzo fa, ma non l’ha mai fatto. Renzi è anch’egli democratico, ma di provenienza Dc – area cui peraltro apparteneva originariamente lo stesso Della Valle..

Il partito Sky più forte della Rai

Non è Mediaset, è la Rai il nemico di Sky. È a fare concorrenza all’emittente pubblica che i manager di Sky dedicano il loro impegno, più che a Berlusconi. Con la compiacenza del partito Rai. Nel sottinteso della comune lotta a Berlusconi, ma in realtà per minare la Rai. Senza troppa ingenuità tra i tanti capoccioni Rai, tutti in quota Veltroni o Casini, non se ne vede molta in giro, anzi si vede paraculaggine: consulenze, rubriche, partecipazioni a cachet, tg dedicati, Murdoch sta svuotando la Rai con l’ausilio del centro-sinistra e delle grandi firme Rai. Fiorello, un “salvato” della Rai, è stato il primo della serie e non un’eccezione. Largo seguito, con partecipazioni in funzione di esperti o di autorità, Sky ha acquisito nei servizi tv dei maggiori giornali e tra rubricisti, Grasso (“Corriere della sera”), Comazzo (“Stamppa”) e, con qualche resistenza, Dipollina (“Repubblica”).
Sulla facciata, Sky si pone come punto d’attrazione al partito Rai in funzione anti-Berlusconi. Ma in realtà punta contro la Rai. Contro Mediaset la lotta sarebbe alla pari, l’emittente dei Berlusconi ha costi altrettanto flessibili, anzi perfino più agili, di quelli di Sky. Mentre la Rai è un mastodonte attaccabilissimo.
I due mondi sono oggi separati, la Rai in chiaro, Sky in abbonamento. Ma ancora per poco. Tra un paio d’anni Sky potrà andare in chiaro sul digitale, e con la forza vendita pubblicitaria, aggressiva, motivata, che ha costruito, darà subito filo da torcere alla bella addormentata emittente pubblica. Che sa benissimo che tra un paio d’anno dovrà essere molto concorrenziale col suo nuovo comparto, già digitalizzato, ma lo tiene in vita giusto per non chiuderlo,

venerdì 2 luglio 2010

Gli amici apprezzano, ma non leggono

Il contorno critico è affascinante – il libro è di trent’anni fa: giudici amichevolissimi che sottintendono “non l’ho letto”. Geno Pampaloni fa un piccolo omaggio all’autore (personaggio, scherzi, riconoscimenti) e poi situa la parte centrale del libro a Kabul. Furio Colombo si sbilanci sulla scrittura, ma si limita all’episodio (non il più leggibile) del cane al Park Hotel, come se leggesse secondo “sortes vergilianae”, aprendo a caso. Uno scrittore che avrebbe meritato miglior sorte – o migliori amici. Luigi Baldacci ha letto e apprezza, ma con riserve a iosa (“scrittura di difficile, forse labile, classificazione”, “rischiosa fluidità”, “prosa sofferta”) in un pezzullo, dopo aver divagato senza riserve e ampiamente sui racconti di Giorgio Van Straten.
Le storie sono ordinarie, i personaggi sono originali ma svolti in subordine, l’interesse è a tratti la lingua. Sono i passaggi in cui Buttitta riflette la bellezza, dei luoghi e dei fenomeni, delle cose. La storia ha la sua parte nella fascinazione, naturalmente, che si tratti dell’Ararat, della Sicilia, di Shiraz e delle altre magie iraniche, ma la bellezza emerge viva dalla terra e dalla luce,
Pietro A. Buttitta, Terra di nessuno

Secondi pensieri - (47)

zeulig

Felicità - È un’arte – “l’arte di essere felici”, scriveva Genovesi al fattore.
Anche l’infelicità è un’arte. Quella della mula del Berni, la quale sollevava i sassi per inciamparvi dentro.

Giustizia – L’Occidente è due archetipi, Socrate e Gesù Cristo, entrambi vittime di giudici ignobili. Cristo anche in Appello e in Cassazione.

Illusione – Fa parte della realtà umana. Ma non della natura, la natura non si fa illusioni. È parte di una natura preternaturale?
Qual è l’origine e la funzione dell’illusione? Consolatoria? Ma la realtà può non essere peggio, e potrebbe essere meglio, dare cioè più sollievo e più forza.

Immaginazione - È un riflesso della memoria. Avviene come nei sogni: la minuta realtà si deforma, si sfrangia, si stiracchia. Talvolta simbolicamente, talaltra nelle forme dell’incubo.

Immortalità – Niente nell’essere umano, non il cervello, non la fisiologia, portava a inventarla. Da dove nasce? È un riflesso della memoria. Che ha qualcosa dell’eterno ritorno, balzando indietro e avanti – l’immaginazione è proiezione della memoria, invenzione.
Inventare il tempo è solo normale, per il ciclo della luce. Ma l’eternità? Può essere solo l’altra faccia del tempo, cioè un esito della logica – il punto mobile vuole un punto fisso?

Incertezza – Nessuno se la dà e nessuno se la toglie, è nelle cose. È della natura, quindi di ogni aspetto del mondo, anche minerale. È parte sostanziosa però della sfera di libertà della vita animale – surrettizia?

Intellettuale - È chi fa professione della riflessione. Uno che riflette dunque a metà: spinto dall’emozione e dal calcolo (cinismo).

Mostruoso – Arriva per piccoli passi, attraverso la normalità – la storia di Hitler, la storia di Stalin. La mostruosità è della normalità, quella dichiarata e fracassona non ci concerne.

Natura - È indifferentemente bella e brutta, romantica e sporca, limacciosa, distruttiva. È cattiva? È stupida? È indifferente, si sa. È casuale,. L’uomo viene dalla natura, polvere e gas.
È “nemesi artistica” per Wilde. Al contrario: è l’arte al suo meglio, è difficile imitarla.
Non è più innocente, lo stato di natura russoviano, dopo gli studi etologici e la catena ecologica. In ogni tipologia animale e vegetale ci sno famiglie, parentele, gerarchie. Ma lo stato di natura di Rousseau è bello per questo, tiene a bada la natura vera – anche se è una delle complicazioni dell’esistenza, a fronte del realismo.

Pensare - Dio forse vuol essere normale. La sua assenza (morte, scomparsa) è tutta qui: ha tentato con la creazione, non gli è venuta bene, e se ne sta tranquillo, per i fatti suoi. Questo lo dice in sogno Montanelli, che non è simpatico. Ma non sarà il pensare una cosa montanelliana? Senza impegno cioè, come una battuta di spirito.

Progresso - È un’idea e un progetto. Finora è minimo, poiché la storia è breve, e tutto ciò che è, è come era: l’idea di buono e bello, e anche di santo, con variazioni irrisorie, e le attività pratiche, i congegni dell’ingegno, i criteri di amicizia e inimicizia (la politica) e quelli materiali, utensileria, alimentazione, abitazione, abbigliamento, mezzi e materiali di costruzione.
Alla radice è un’utopia: se qualcosa non funziona è nell’utopia.

Storia – È una pausa, nel progetto del Cristo: c’è il tempo del mondo, con un inizio e una fine, dentro l’eternità.
È un esame di riparazione. Il tempo cristiano è storia breve e unica, ma si ripete. E va confusa, pur sapendo dove dovrebbe andare, come un gregge africano in transumanza.
Ma la storia è profana, un tempo che si affaccia su uno spazio – che sono i corpi ed è l’infinito.
L’ibrido è dunque doppio. Come si sciolgono le incompatibilità? Era progetto del Cristo, se non la sua natura, introdurre una dimensione profana nel tempo sacro, intemporale? O c’è, fin dal Genesi, e nemmeno tanto surrettizia, nella dottrina cristiana una curvatura dell’intemporale nel senso della storia – del vissuto, la memoria, la critica? Il nostro tempo, il tempo storico, non si concilia con l’eternità. È lo stesso mistero del Cristo, che è nato ed è morto ma è Dio.

È breve. Immobile anzi, non ha sviluppo. Nei sette-otto millenni della memoria tutto è inalterato: mito, linguaggio, arte, e in fondo anche la tecnica (la fisica). La verità c’è ma è illusone, compiacimento, fantasia.
Sempre varia, sempre si connette per alcune invarianti – la fisicità della storia. Per un riflesso condizionato di tipo sociale, o biologico? Per inerzia? Probabilmente non varia neppure la periodicità.

Coincide con la caduta. Oppure no, con la creazione – scandita giustamente dai giorni. Comincia quindi con Dio. O ci fu un momento in cui Dio non creava? Nel primo caso Dio stesso si fa col tempo, con la storia. Anche nel secondo.

Viaggiare – Si fa sempre verso una meta, anche se si va per sport o passatempo. Metafisicamente la meta è l’inizio (l’origine): non si viaggia che in tondo?

Vita - È un segmento di luce tra due bui. Breve per gli animali e le piante, lungo per i minerali. Il buoi di prima e di dopo è la morte? Non può essere: il mondo – la natura – non può essere morto. Non per la logica, non per la chimica. Il mistero dell’universo va visto in senso “positivo”.
La mancanza iniziale e le fine ineluttabile sono vincoli tali che l’immaginazione tende al catastrofico. La stessa “composizione storica” di quel breve periodo di luce – tanto male accumulato in una vita di pochi anni – spinge alla depressione. Ma la vita non può essere altro l logicamente e chimicamente – del prima e del dopo.
La diversa durata della vita per le varie specie, e la diversa durata per le varie specie in epoche diverse, vanno ugualmente in questo senso. Nel corso della mia vita l’età media sarà cresciuta di una dozzina d’anni, cioè del 15-20 per cento. Sarebbe una mutazione genetica ma non lo è. Non c’è, non c’è mai stato, un decorso “normale” della vita.
L’insorgere della vecchiaia nel corso degli ultimi due secoli sembra rafforzare la parabola della vita: la nascita, la fase ascensionale, il declino, la morte. In realtà è un fatto sociale, legato al lavoro, o meglio al reddito, e all’eredità: sempre ci sono stati, in gran numero, dei vecchi attivi, e grandi masse di giovani e adulti inerti.

zeulig@antiit.eu

giovedì 1 luglio 2010

Quando la Grecia si annetteva la Scandinavia

Anticamente si poneva al Nilo il confine tra Asia e Africa, che allora si diceva Libia. Questo solo già dà conto di quanto andava rivisto, e ancora è da rivedere, della storia egiziana, e greca. Era la Libia, nel luogo che ha mantenuto il nome, il luogo di molte meraviglie, i lotofagi, le esperidi, e abitanti “tutti biondi e bellissimi”. Gli etiopi del resto, gli africani, "sono" per Scilace "i più alti fra tutti gli uomini conosciuti, superano i quattro cubiti, anzi alcuni di essi raggiugono i cinque cubiti", tra 1,80 e 2,25 metri di altezza dunque, "sono barbuti e chiomati, e sono più belli di chiunque altro" - la squalifica dell'Africa è recente. La curatrice ci fa fare un formidabile periplo della geografia antica, senza alcuna supponenza, in un comodo libriccino delle vecchie Edizioni Studio Tesi. Con riferimenti concisi quanto accurati, e piene di sorprese.
Adesso è di moda l’annessione della Grecia al mito iperboreo – il Nord vuole vincere anche sulla storia. Ma gli antichi greci volevano appropriarsi con gli Argonauti, oltre al Mar Nero, anche il Vicino Oriente, il mar Rosso e l’Africa, che si chiamava Libia, il Don e il mare del Nord, con l’ambra e lo stagno, il Danubio, l’Adriatico, il Rodano e il Tirreno. Timeo si prese il Don col mare del Nord. Esiodo e Pindaro il mar Rosso e la Libia. Apollonio il Danubio, il Rodano, l’Adriatico e il Tirreno. Giasone fu proiettato pure nell’Oceano, come già Menelao e Ulisse nei loro viaggi di ritorno – una stramberia per Strabone, roba di geografi incompetenti: l’Oceano non ci appartiene. Ma, poi, gli Argonauti erano rematori, insomma ai lavori forzati, non guerrieri conquistatori. erano cinquanta infatti per un pentecòntero.
Antichi viaggi per mare. Peripli greci e fenici, a cura di Federica Cordano

Il mondo com'è - 39

astolfo

Afghanistan – Kipling, nei racconti che tutti dovremmo aver letto, quelli della frontiera e “Kim”, raccomandava di tenersene alla larga. Gli inglesi lo sapevano bene, per lunga esperienza. Che tuttavia riuscirono a un certo punto a mettere insieme le tribù sotto un re. Ma non si capisce ancora perché. Per l’indirect rule, il sistema britannico di far governare le colonie dagli stessi vassalli? Ma l’indomabilità è rimasta inalterata, l’ingovernabilità.
Contro gli inglesi da ultimo l’ultimo re, Zahir, si mise con Mussolini. Al re dell’Afghanistan Mussolini fece educare la futura moglie, una sola correttamente, al Poggio Imperiale, e le figlie che ne nacquero. Il principe Daud, cugino di Zahir, era camicia nera in gambali, al tempo di Mussolini e dopo, sempre in odio agli inglesi. Finché nel 1973 non dichiarò la repubblica: era succeduto nel 1963 agli zii nel governo del paese e dello stesso re Zahir, e giudicò che la repubblica avrebbe fatto meglio gli interessi delle tribù. Per essere spazzato via cinque anni dopo dal partito Democratico, cioè comunista, che chiamò le truppe sovietiche.
La guerra per bande è da sempre l’unica forma politica, se si eccettua l’interregno di Zahir, breve seppure lungo cinquant’anni. Sconfitta l’Urss nel 1989, e il governo comunista di Najibullah tre anni dopo, la guerra riprese nel 1994 tra il presidente Rabbani e il primo ministro Hekmatyar, forte del fondamentalismo religioso. La liberazione non è facile - il trisnonno di Cases, rabbino a Reggio Emilia, la città del tricolore, si presentò a Napoleone Primo Console per rimproverarlo di aver distrutto l’identità ebraica con l’abolizione dei ghetti e delle interdizioni. Nel tribalismo afghano la religione era un fattore secondario, e anzi inesistente. Ma la guerra fredda comportò a un certo punto il riarmo morale dell’islam. Dapprima in Pakistan, dove gli Usa, col generale Zia ul Haq, costruirono tra il 1975 e il 1985 ventimila tra madrasse e moschee. Dal Pakistan lo stesso oltranzismo religioso passò in Afghanistan: dapprima tra i mujahiddin antisovietici, poi con Hekmatyar, infine con gli studenti di teologia islamica, i talebani.
La sostanza della questione la spiega un contadino a Robert Byron nel Viaggio in Afghanistan: “A quale governo appartenete?” “Al governo dell’Inglistan.” “Inglistan? Che paese è?” “È la stessa cosa dell’Indostan.” “L’Inglistan è una parte dell’Indostan?” “Sì.” Non ci sarebbe stato male, sarebbe anzi stato logico che l’Inghilterra facesse parte dell’India, guardando alle rispettive dimensioni. E comunque non c’è altro orizzonte che locale: l’Afghanistan non è più in nessun grande gioco, e le sue donne, se vogliono, possono liberarsi da sole. Ci sono troppe assurdità in questa eterna guerra di liberazione dell’Afghanistan. Di cui non si sa nulla (l’unico libro sull’Afghanistan, edito da Feltrinelli, è una congerie di assurdità, su petrolio, gas, potenze argentine, e forse non è innocente). Ma, per quello che se ne sa, non vuole assolutamente essere liberato.

De Benedetti – Quanti dei suoi giornalisti credono alle accuse che giornalmente riversano su Berlusconi oggi, ieri D’Alema, e prima ancora su Craxi? Pochi, sperabilmente. Che si vuole supporre sorpresi all’inevitabile conclusione che operano in malafede: sono presi al laccio del loro personale individualismo, del laicismo inteso come individualismo.
I suoi giornali sono quelli creati da Scalfari. Il quale li ha improntati a un meccanismo di sfruttamento della psicologia laica, della sua dote-debolezza che è l’individualismo incondizionato. Di principio ma anche pratico. Che non si saprebbe dire quanto benefico (l’autonomia del giudizio) e invece speculare all’arricchimento facile e all’anti-democrazia sui cui pretende di vigilare. È un laicismo che non libera ma tiene soggiogati, nella paura costante: muore la democrazia con Berlusconi, o chicchessia, e muoriamo noi alluvionati, oppure disidratati, muore la banca, muore la finanza, che pure è raccomandata, sono morte le istituzioni, già forse alla nascita, tutto vi è morto o vi muore. Nessun lettore, oltre che nessun redattore, è mai cresciuto civilmente (laicamente) con i suoi giornali, e anzi la tendenza è a fuggirne: tutti diventano “comunisti”, qualcuno fascista dichiarato.

Geopolitica – Cosa prepara il suo ritorno? Il ritorno della tribù, del territorio?
È ritornata via Usa, l’ultimo paese da cui la si aspetterebbe, essendo anche il più recente, forgiato unicamente come nazione. Come unità politica cioè, e volontà comune, di popolazioni diverse e spesso nemiche, e tutte non autoctone. Quindi non è una petizione di principio, è una ideologia - un’arma.
È riproposta come utensile di “più” democrazia – comunitarismo, eccetera. Quando invece si sa, tutti lo sanno, che è il moto perpetuo della guerra. È uno strumento di sovversione, ecco cos’è. Forse lo strumento principale di governo del mondo dopo il passaggio degli imperi ideologici. Il Tibet contro la Cina. Che guarda a Taiwan. Il Kashmir contro l’India. L’antislavismo contro l’Europa. Con l’implausibile filo-islamismo pro albanese e turco. Come già i palestinesi, per un cinquantennio, contro il mondo arabo.

Nazione - È friabile. È concetto moderno, e non ben radicato. Legato ancora all’etnia, alla tribù, al mito del sangue, identità troppo minute e selettive per sostenere la nazione. Gli antichi romani erano tribali ma come “casta aperta”, una gigantesca oligarchia. I greci, che pure avevano in comune la storia (i poemi), la lingua, e la classificazione delle istituzioni, cioè il linguaggio politico, trovavano arduo identificarsi in una nazione. Il fattore politico, o della convenienza, è preponderante: la nazione più forte sono gli Usa, che prescindono dai fattori etnici e perfino dalla lingua, ma identificano un interesse comune, sostanziato nella forte Costituzione.

Occidente - L’Occidente è due archetipi, Socrate e Gesù Cristo, entrambi vittime di giudici ignobili. Cristo anche in Appello e in Cassazione.

Ex-post, nella storia greca da rifare, l’Occidente si fa risalire a Salamina, 480 avanti Cristo, o a Maratona, 490 - e perché non a Platea, 497? alle Termopili gli spartani di Leonida furono sconfitti dagli arcieri persiani, è sul campo di Platea che i greci si sono rifatti. La scoperta dell’Occidente è recente, posteriore a quella dell’Africa. L’Europa Bellavista o Belvedere viene con gli Inni omerici, ed è la Grecia. Si vuole che cominci a Maratona, o a Salamina che sia, in una battaglia di libertà contro la tirannia asiatica, mentre comincia a Troia, in una lunga guerra civile. Tra l’altro per una bella Elena che forse era asiatica, dell’Egitto dalla parte dell’Asia, così confidarono i sacerdoti del faraone a Erodoto.

Resistenza – Sono entrati nella Resistenza i repubblichini, a opera di storici e alte cariche dello Stato ex Pci, ma non i liberali, i preti, i militari: Pizzoni, Brosio, Montezemolo, Cefalonia, Porzus. Destra e sinistra sono in Italia in altalena, l’una tiene l’altra. Resistono alla libertà.
Essendo questa Resistenza il mito fondante della Repubblica, se ne capisce la debolezza.

Sinistra – Si dice della cultura che in Italia, Francia, Germania, Usa è di sinistra e non di destra. Lo dicono anche i conservatori, in linea con il loro ruolo di analisti del reale. Ma è una cultura sull’orlo dell’abisso, cioè del nulla, e quindi irrilevante. Propriamente chiacchiericcio: tanti Diogene che smanettano in pubblico.
La sinistra soffre di una scissione permanente tra realtà e utopia, si è sempre detto, tra bisogni e idee, tra politica e intelligenza. Ma ora certo per un motivo diverso che un secolo o due fa. Per l’incapacità del ceto politico espresso dalle masse? Per una superfetazione della sua cultura, ingravidata da ormai quassi un secolo di supremazia indiscussa, benché rubata, opera prevalentemente di Willi Münzinger e il suo formidabile Cominform?
Una supremazia culturale indiscussa, in una situazione generale peraltro ostile (prima della guerra i fascismi, dopo la pax americana), è in sé indice di forte potenzialità politica. Ma poco resta di questa supremazia, in letteratura, nella critica, nella storiografia, nella filosofia, nel cinema, nelle arti, nelle arti applicate, nella musica, specie la musica pop, negli stili di vita: è più un fatto organizzativo e propagandistico – Willi.
Forse il décalage è permanente, a sinistra, fra l’utopia e la realtà, malgrado l’egemonia culturale. La sua realtà è indiscutibilmente modesta: redditi, consumi, beni durevoli, la scuola stessa e la sanità, e quindi ogni esigenza ugualitaria, la sinistra non fa crescere i fattori. La sinistra è culturale – oggi solo massmediatica, forse ad arte – ma di una cultura senza radici nella realtà.
L’intelligenza conservatrice, da Kissinger a Sergio Romano, è invece parte della sua parte politica: la rispecchia e la influenza, la politica non la esclude ma la usa praticamente.

Sinistra-Destra – Tanta dottrina si risolve in Italia in indistinzione: diritti civili, diritti politici, minoranza e maggioranza, esclusi, non ci sono distinzioni. Come la sinistra ha trattato gli albanesi, rimandandoli a casa in aereo (un tempo si sarebbe detto in vagone piombato) o affondandoli,la destra non oserebbe nemmeno immaginarlo.
La passione politica è invece incoercibile, integrista. Intrattabile anche nelle minute occasioni, le più triviali. Non c’è un rapporto di causa ed effetto con l’indistinzione, con la cattiva coscienza?

Socialismo - È caduto con il comunismo, subito dopo, senza obiettivi, senza passione. Undici o dodici governi socialisti hanno retto l’Europa ex occidentale fino a qualche anno fa, e non un’idea, una sola, per la sicurezza, per il benessere nella globalizzazione, per l’unione europea, per le “guerre di pace” e gli altri affari internazionali. Solo la conservazione delle vecchie idee, fallite o superate dai fatti (la globalizzazione, l’immigrazione).

astolfo@antiit.eu

mercoledì 30 giugno 2010

Ombre - 54

C’è sconcerto tra i forcaioli per la condanna a metà di Dell’Utri. Non basta loro che il senatore sia condannato come mafioso, volevano mafiosa anche Forza Italia. Il “Corriere della sera” apre così la prima, a firma Giovanni Bianconi: “Marcello Dell’Utri è stato condannato, Forza Italia assolta. “Il senatore è stato amico dei mafiosi e «concorrente» nei loro reati, ma il movimento politico che ha contribuito a fondare non è il partito della mafia”. La mafia è un reato meno grave che Forza Italia?

Dell’Utri è stato giudicato nel 1997 e condannato. Per l’appello ha aspettato tredici anni. Senza vergogna per la giustizia.

La Corte d'Appello di Palermo, tre giudici professionali, c'impiega sei giorni abbondanti per stilare tale verdetto: Dell'Utri è mafioso fino al 1992, dopo non più.

Marcello Maritati, il carnefice di Rino Formica, è da tempo parlamentare dell’ex Pci. Lucio Barani, deputato socialista, lo ha detto. Il presidente della Camera dei Deputati Fini gli ha inviato per questo una lettera di richiamo: “Non è consentito apostrofare o criticare i membri dell’altro ramo del Parlamento e costituisce una regola di correttezza astenersi da un simile comportamento”. Non è consentito eccetto che a lui, evidentemente, dato che ancora l’altra settima ha aspramente ripreso il Senato e il presidente del Senato. Questo, più che andreottiano, è mussoliniano: Fini deve fare attenzione.

Rosetti, napoleonico arbitro di Argentina-Messico, come si conviene a un arbitro italiano, fischia un fallo a metà campo contro l’asso argentino Messi. Accigliato, ordina a non si sa chi di riprendere il gioco solo al suo fischio. E a passo di carica controlla la distanza della barriera. Ma alla fine dei dieci passi non trova messicani. Poi non vede un fuorigioco che tutti hanno visto, e fa vincere l’Argentina.

I professori di Lettere e Filosofia alla Sapienza, l’università di Roma, che tengono la loro facoltà, la villa Mirafiori, come un cesso, compresi gli odori, la biblioteca avendo ridotto a soppalco, si sono riuniti e, contro la manovra finanziaria, hanno deciso di non fare più esami dopo il 30 giugno. Gli studenti protestano, tanto più che la manovra quest’anno non tocca l’università. Ma i professori obiettano che gli è andata bene: avrebbero voluto anche bloccare le lauree, la “macelleria sociale” meritava questo e altro. La “macelleria” di chi?

S’intenerisce il “Corriere della sera” per Patrizia D’Addario, la nota prostituta barese: la costruzione del suo residence, in un’area vincolata dalle Belle Arti, è “una via crucis”, l’inviato speciale Fabrizio Caccia scrive. C’è da capirla: per il residence si è fatta improsare da Berlusconi, non per i mille euro della tariffa “notte”. Diventerà una “resistente” anche lei, come i professori di villa Mirafiori?

A Toronto Berlusconi dice una barzelletta o fa una battuta e Obama, che gli è accanto, ride divertito, poi scuote per un braccio Berlusconi e gli dà una stretta alle spalle, i gesti della familiarità. Questo si vede sul tg francese. Su Sky Tg 24, invece, e sul Tg 3 Rai si vede solo l’ultima immagine: Obama che tiene Berlusconi sotto l’ascella, alto e augusto.
I tg di Berlusconi, alla Rai e in Mediaset, non hanno nessuna immagine di Berlusconi con Obama. E questo è un segno vero di fascismo, quando il capo si attornia di servi sciocchi.

Si gioca il Mondiale in Sudafrica ma potrebbe essere ovunque. Non un’immagine del paese, delle sue città, nemmeno dei suoi stadi, eccetto il terreno di gioco e gli spettatori belanti. È il calcio che non ha occhi? È la mancanza di curiosità dei cronisti sportivi? Ma chi organizza le lunghe noiosissime ore in tv a ridirsi le stesse cose? L’Olanda ha tanti tifosi in ogni stadio, ma neanche questo hanno saputo spiegarci.

La Cristoforo Colombo, superba autostrada del mare a Roma segnata dai pini marittimi, quelli che sono sopravvissuti alla Repubblica, si snoda nella stagione tra sontuose spalliere di oleandri, bianchi, rosa, rossi, laterali e centrali. Eccetto che negli ultimi cinque chilometri, quando un’imprecisata “normativa europea” spinse l’amministrazione Rutelli a sostituire i guardrail centrali con muretti. Nell’intercapedine dei quali i vivai di regime piantarono rami secchi. Poi la “normativa europea” fu fermata dalle denunce.
Era la coda della guerra tra cementieri e metallurgici, al riparo della “normativa europea”. Ma cosa spinge un sindaco verde a tagliare gli alberi?

Giustizia a Milano: non toccare l'azionista Rcs

Si pubblica la sentenza contro Tavaroli in cui la giudice Panasiti dice quello che tutti sanno: che lo spionaggio Pirelli-Telecom era lo spionaggio Pirelli-Telecom e non di Tavaroli. Tronchetti Provera, padrone di Pirelli, ha diritto a eguale immediato spazio sul “Corriere della sera” per confutare, con l’evidenza grafica più che con gli argomenti, la giudice. Senza che si dica che è azionista e consigliere del giornale.
Fin qui è la normalità, la normalità di Milano, i suoi due pesi della giustizia. Ci sono persone di cui si possono scrivere nella capitale morale d’Italia tutte le infamie possibili, ancorché non delinquenti, per paginate, per giorni, per mesi. E altre di cui non si può nemmeno dire che sono colpevoli. Ma il giorno dopo il deposito della sentenza Telecom, che critica la Procura, la notizia è che il capo della Procura non firma il ricorso. Mentre il provvido Ferrarella si occupa di sancire in prima pagina, sempre sul “Corriere”: “La gip su Tronchetti suggestionata dagli imputati”. Senza vergogna? E' il pm Civardi che si avventa, senza nessuna riserva o critica del giornale, a dire la giudice “contraddittoria”, “apodittica”, “strumentale” a certi “gruppi editoriali”, e “alla weltanshaung di Cipriani” (uno degli imputati). Con strafalcioni di vario genere: essere apodittico è un delitto? Una persona può essere strumentale? E quale sarà la Weltanschauung di Cipriani, a parte la grafia? Il giudice Civardi sa cos’è? E sennò perché ne parla?
Sempre il giorno dopo, cioè oggi, il “Corriere” è costretto a pubblicare una lettera che smonta punto per punto la difesa (d’ufficio?) di Tronchetti Provera. È firmata Marcello Gualtieri, un commercialista cui Civardi ha stroncato l’avviamento e inflitto sei mesi di carcere, per nessuna colpa. Il commercialista lamenta che la sua assoluzione non abbia avuto una riga. De Bortoli, che una volta era garbato, non fa le scuse, e della lettera chiosa: “Per nulla garbata”.

lunedì 28 giugno 2010

La passione di Hemingway, coniugale

Curiosa autoanalisi. Leggibilissima, benché non finita – ma è destino di Hemingway che sempre gli manchi qualcosa, come qui fa mostrare dalla sua “corrispondente dell’Iowa”. E atteggiata, Hemingway è sempre al comando (tradendosi anche: fa l’amore una sola volta in molti mesi, ma tre volte di seguito, a 56 anni). Sfugge al controllo la storia in quanto lettera d’amore a Miss Mary, amore coniugale – storia unica in letteratura. E l’Africa, di cui Hem si conferma il miglior poeta, con tutti i suoi manierismi. Qui vi s’identifica anche, senza snobberie: nei ritmi di vita, lo humour, l’understatement, e la conoscenza sensibile, immediata. È proprio vero che Hemingway, l’ultimo europeo d’America e ben sofisticato, tra Parigi, Venezia e la Spagna, è sempre il ragazzo dell’Idaho, tra boschi, sorgenti e animali, unico maschio con quattro sorelle (quattro anche le mogli).
È l’inizio di quella che sarà la malattia mortale, la depressione? Qui in forma di incubi al mattino (anche Scott Fitzgerald, altro depresso, ha le tre del mattino, dopo la sbronza: alcolismo e depressione non si legavano, prima del Prozac?). È anche un libro sull’orrore di uccidere, tardivo: Hem ne cerca per tutto il libro una giustificazione. È possibile che sia crollato per l’orrore del cacciatore che era stato, la “vera” impotenza?
Ernest Hemingway, Vero all’alba

Giornali giudici e drogati pentiti, nel '39

“Processare gli imputati, dopo che gli inquirenti e la stampa, in combutta, avevano già pronunciato il verdetto, era superfluo. D’altronde, in quei processi, l’imputato era colpevole. Il processo, in pratica, serviva solo a chiedergli se avesse qualcosa da dire prima di essere condannato”. Il luogo di questa italianissima procedura è la Francia, nel 1939. E' così che lo scrittore deve farsi anche inquirente e giudice.
Ambler non è un grande plottista, ma fiuta la storia mentre avviene, e la scrive duratura. “Gli eroinomani sono famosi per la loro perfidia”, da almeno un secolo. La cocaina “è più dannosa per l’organismo, ma mentre bastano pochi mesi per diventare pericolosamente d editi all’eroina, per ammazzarsi con la cocaina ci possono volere parecchi anni”. È solo in Italia che si fanno processi sulla testimonianza di drogati, anche questo Ambler, di passata, dice.
Eric Ambler, La maschera di Dimitrios, Adelphi, pp.235, €9,30

domenica 27 giugno 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (61)

Giuseppe Leuzzi

Perché non si fa l’invocata secessione della Padania? Malgrado i cinquanta miliardi l’anno di Luca Ricolfi che il Sud ruba al Nord - ogni anno la stessa cifra? non crescerà con l’interesse composto?
Non si fa non per il Sud, che non conta nulla. E al quale comunque peggio di così non può andare, peggio dell'unità. Non si fa perché la Padania diventerebbe un Sud, della Baviera, della Svizzera. Le farebbero pure pagare le tasse.
Si è Nord a condizione di avere un Sud. Il Sud senza la Padania diventerebbe invece il Nord di se stesso. Non avrebbe più scuse, si capisce che faccia la faccia feroce a Bossi.

Perché solo il Nord è razzista? Anche in Cina.

Perché solo il bianco è razzista? Anche il bianco dell’India.

Emigrano di nuovo i laureati meridionali. Ora che l’esodo riguarda i laureati Bossi non protesta. Rubano sempre il posto ai suoi figli, come insegnanti, presidi, medici della Asl. Ma per mantenersi devono ricorrere alla famiglia. Che dalla profonda Sicilia, la Calabria, la Campania trasferiscono le loro magre risorse al Nord, per affitti, mezzi di trasporto, supermercati e divertimenti.

“Haaretz”, il quotidiano israeliano, fa due pagine, e “Internazionale” le ripropone, su una Barbara Aiello, rabbina americana, che ha aperto una sinagoga a Serrastretta in Calabria. Sul presupposto che il 40 per cento dei calabresi, dice la rabbina, fossero un tempo ebrei, che l’80 per cento dei 26 milioni di italiani emigrati negli Usa fossero in origine ebrei, e che quindi gli ebrei in Usa… Il delirio della “ricottina” (la massaia va al mercato la mattina a vendere la ricottina, e si vede tornare la sera onusta di tesori, dopo una serie di compravendite). Mentre è vero che c’erano ebrei in Calabria, e ne restano molte tracce, architettoniche, alimentari, linguistiche, ma nessuno ne sa nulla. Nemmeno gli ebrei.

Il controllo del territorio
Il sincero democratico generale Nicolò Bozzo si fa tre anni in punizione, dice, a Messina, e poi, nel 1989, viene destinato al comando della Legione Calabria. Lo dice nel libro intervista con Michele Ruggiero, “Nei secoli fedele allo Stato”: “Nella sede meno ambita, meno desiderata, meno gratificante, meno tutto”, dice. E aggiunge: “La zona con il non invidiabile record dei sequestri di persona in Italia e in Europa”. Che ai carabinieri hanno sempre dato fastidio, si sa.
I sequestri erano opera di due-tre famiglie tra Platì e San Luca, due paesi della marina jonica distanti un’ora a piedi, mezza in macchina, facendo il giro dal mare: la magnificata Anonima Sequestri era piccola cosa, non era la Calabria, non era l’Aspromonte. Ma era impunita, questo sì. Che dobbiamo pensarne, era anche questo un complotto fra criminalità organizzata, terrorismo, massoneria e servizi segreti, come il generale Bozzo indulge a opinare?
In Calabria il generale è poi accolto bene, con grandi speranze della stampa e della società civile, dice, e messo in condizione di lavorare bene. Ma, ritiene, solo per merito suo.

Hugh Tommasi è un giovane di 17-18 anni che, prima di cominciare l’università, ha voluto vedere il paese di suo nonno. Americano quindi di seconda generazione, e senza più legami diretti con il paese, se non lontane cuginanze, che gli servono più che altro come punto d’appoggio. Ma, come tutti i giovani, non disdegna le uscite di gruppo, anche se la comunicazione è difficile, per il mare, il parco acquatico, le discoteche. In queste uscite incorrendo in tre distinti incidenti che l’hanno confuso sul paese del nonno, e un po’ disamorato in questa sua ingenua ricerca delle radici. Cioè l’incidente è lo stesso: il posto di blocco di carabinieri, la richiesta di documenti, i lunghi fermi in caserma per accertare l’identità del giovane. In tre comuni diversi, ma in tutt’e tre i casi con la perdita di alcune ore e qualche ruvidezza.
Hugh non è abituato a essere fermato senza aver commesso nessuna infrazione, in America non si fa. E non porta il documento d’identità perché non ce l’ha. Cioè ha il passaporto, ma non lo porta mai in giro per non perderlo. Ma non ne ha mediato l’idea che i carabinieri controllino il territorio, per reprimere la malavita. Ha ricavato l’idea di un paese dove il sopruso è libero.

Sudismi\sadismi. È perfetto Angelo Panebianco sul “Corriere della sera” il 24 giugno:
IL TEMA VERO: IL SUD ARRETRATO\ LA QUESTIONE NON È PADANA.
Dice, tra l’altro: “Non si può avere una «questione meridionale» che duri ininterrottamente per centocinquanta anni senza che, alla fine, ciò comporti gravi conseguenze politiche. Rispetto a ciò, la Lega è un effetto (il più appariscente), non una causa. Perché l' idea che il Sud sia una palla al piede che frena lo sviluppo del Paese, non circola solo fra i leghisti, ha una diffusione ampia”. Ma al Sud “ci si scontra con l' abulia delle classi dirigenti …. Nelle regioni più disastrate non è in atto alcun piano di bonifica radicale delle istituzioni, niente che lasci intravedere una reale disponibilità a mutare comportamenti e abitudini. Nessuno crede che i servizi pubblici al Sud cesseranno, a breve, di essere scadenti e molto più costosi che in Lombardia o in Emilia, che tante scuole e Università del Sud smetteranno di distruggere capitale umano anziché crearlo o che le amministrazioni locali, con la loro inefficienza, cesseranno di frenare lo sviluppo”.

L’odio-di-sé meridionale
Il commesso all’informatica di un discount di elettronica a Roma è giovale, allegro, un po’ disinformato, anzi parecchio, ma sa ugualmente recuperare, vincere gli smarrimenti del cliente, e vendere. Sigla Walter la nota di ordinazione da portare in cassa, ha una conversazione colta, una parlata mezzo tedesca, forse trentina.
Il commesso alle tv di analogo discount, sempre a Roma, si chiama Santo e ha cadenza siciliana. Sa tutto di quello che vende e risponde a qualsiasi domanda, dalla più tecnica alla più banale. Ma è cupo e fuori ruolo, lo dice anche: “Tanti studi almeno servono a vendere un televisore”. Sente anche il bisogno di dire: “Vengo dalla parte più settentrionale dell’Italia”.
Santo e Walter hanno la stessa età, probabilmente gli stessi studi, fanno entrambi lo stesso mestiere-non-mestiere, mal pagati, si sa, e mal contrattualizzati. Ma l’uno affronta le cose come stanno, e fintantoché fa questa attività di poco impegno e mal retribuita se ne fa una ragione. L’altro si sente in credito col mondo: la Sicilia, gli studi, la generazione, il governo. Ed è per questo sordamente revanscista, in realtà vittimista.
Il vittimismo e la demoralizzazione non erano propri del Sud. Non due generazioni fa, forse neanche una generazione fa. La Lega ha figé il Sud, lo ha impietrito. Ma anche l’ideologia Rai, o democristiana della decadenza (una decadenza ormai lunghissima), dei diritti: il posto, la laurea, i bisogni, sempre insoddisfatti, per colpa degli altri.

In un racconto di Sciascia scritto a venticinque anni per la pubblicazione, e perduto tra le carte ignorate di Vittorini, “Il Signor T protegge il paese”, c’è perfino una mafia che prende “coscienza di essere l’unica cosa viva dell’isola”. La coscienza della mafia era da inventare.
Il racconto è ripreso nella raccolta “Il fuoco nel mare”, insieme con altri testi narrativi che Sciascia ha pubblicato, anche più volte, ma non ha ripreso in volume. Una raccolta di luoghi comuni sulla (contro la) Sicilia come questa era difficile da mettere assieme.

Napoli
La prima nave a vapore del Mediterraneo fu armata da Ferdinando Iv di Borbone, Ferdinando I delle Due Sicilie, varata nel 1818.
La prima ferrovia in Italia fu costruita da suo nipote Ferdinando II nel 1838, Napoli-Portici, sette chilometri a cinquanta km. All’ora, grazie a una locomotiva a vapore inglese appositamente costruita. Progettista l’ingegner Gianandrea Romeo, di Santo Stefano d’Aspromonte. Sei anni dopo la ferrovia arrivava fino a Nocera Inferiore, una cinquantina di chilometri. Non si rubava allora sugli appalti? Nemmeno una piccola revisione prezzi? Neanche nelle ricostrzuioni dopo i tanti grandi terremoti, che anzi si facevano rapide, senza sprechi, con ordine, con ingegneria.
C’era una Napoli, benché borbonica, che ora non c’è più: c’è solo tristezza.

“Le cose che dice la Fiat sullo stabilimento campano le dicevamo noi ventiquattro anni fa”: Prodi interviene su Pomigliano d’Arco, chiedendosi come mai “le teste non sono cambiate”. In una generazione è difficile. Ma forse il bisogno non è poi tanto, quanto quello che Napoli vuol farci intendere. Anche questo è Napoli, dopo un secolo e mezzo di unità.

A lungo l’automobilismo è stato italiano. Si parlava italiano e un po’ d’inglese nei box della gare e tra i motori. Ora i polacchi sanno lavorare meglio degli italiani, dice la Fiat, sono accurati, e più rapidi – sicuramente meglio dei napoletani, si può testimoniare avendo avuto più Alfa di Pomigliano, ma ci vuole poco.

“La feudalizzazione, o rifeudalizzazione, interviene quando uno Stato si disgrega”, il feudalesimo è comunque un ordine. È il caso di Napoli nel Cinquecento, argomenta Fernand Braudel ne “Le Modèle italien”, il capolavoro pubblicato postumo, nel 1989, e lasciato inedito in Italia (ora riedito in fran cese, da Cmaps-Flammarion). Rifacendosi “ai lavori di Giuseppe Coniglio, Rosario Villari, Ruggiero Romano, Pasquale Villani, Antonio Di Vittorio”.
Ma il Sud ha mai avuto uno Stato? S’intende: a parte le signorie, normanna, tedesca, angioina, aragonese? Braudel sembra contraddirsi, poiché subito dopo argomenta: “Ora, lo Stato svenduto all’asta non è precisamente il caso del regno di Napoli?” La Spagna si difese in Europa nelle Fiandre, ha spiegato a lungo, per le quali finirà per vendersi tutto di Napoli, dice ora, “il reddito e anche il capitale”, elencando in dettaglio: “le poste stesse dell’imposta, la proprietà delle giurisdizioni, i diritti regali, più o meno sbrecciati, le dogane del porto, l’imposta sulla seta, i titoli nobiliari, e infine i contadini, cioè i comuni del demanio reale”. Vende ai banchieri (tra essi i maggiori e più attivi, fino all’Ottocento, furono genovesi, tra essi Adorno, Spinelli, Grimaldi, Gagliardi, Perrone) - la cui attività, va aggiunto, è far “girare il denaro”, con girandola quindi di fedecommessi, sui diritti, i comuni, i latifondi, un capitalismo selvaggio che non ha nulla della struttura sociale e legale del feudalesimo. A metà Seicento, si sa da altre pubblicazioni, sui 2.700 centri rurali esistenti nel Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a Genovesi. Prestatori di denaro, alla corte e ai nobili.
“Il conto lo paga il contadino della pianura e della montagna”, conclude Braudel, “produttore di grano, lana, carne, vino, olio, seta”. Anche questo è vero. Vera pure l’ultimissima considerazione dello storico: Napoli si rivolta a metà Seicento, quando tutta l’Europa si rivolta, la crisi è generale, Parigi, Londra, la Catalogna, “ma solo il Portogallo vincerà la partita”.

leuzzi@antiit.eu

Grazie Slovacchia, che ci lasci un po’ di calcio

Una cosa di buono l’eliminazione dell’Italia ai Mondiali di calcio ce l’ha: ci ha risparmiato le pagelle all’arbitro, le moviole, i referendum di studio su ogni punizione, e anzi ogni rimessa laterale, se è corretta, con voto finale di tutti i presenti, la palla se “è entrata” o “non è entrata” a ogni tiro, gli avversari che “picchiano”, oppure non picchiano ma “interrompono il ritmo” con “falli tattici” e presunti svenimenti, “non sanzionati dall’arbitro”, e ogni altro fariseismo processuale. Tutto il pagliettume di Rai Sport, incapace evidentemente di con cepire un po' di vigoroso atletismo, e anche sano perché no. Nonché le impossibili spiritosaggini, sempre processuali, dei commentatori e specialisti vari. Nessuno dei quali, si vede, deve aver mai giocato al calcio, e tutti sono un po’ acciaccati, dall’età, dai malanni, dalle mogli, per cui, invece che di calcio, parlano di intrighi e complotti – il gossip, anche qui, rende, bisogna arrendersi: a loro.
I commenti alle partite dei telecronisti Rai (ma quelli Sky non sono meglio, solo costano tanto) restano farciti di “terreno di gioco”, “sfera”, “specchio della porta”, “una giovane promessa”, “da tenere in considerazione”, ci sono giovani da non tenere in considerazione?, e “la palla ha infilato Muslera” – infilare il portiere, che vorrà dire?, con “gli estremi del calcio di rigore”, che ci sono oppure non ci sono. Sono sintagmi sclerotizzati, direbbe Umberto Eco. È sclerotizzato il calcio? Oppure la Rai? Sono le 18 e Mondiale Rai Sprint non dice quello che tutti gli italiani si aspettano, se e come l'Inghilterra ha perso con la Germania, sette o otto chiacchieroni criticano Collina che critica (o non critica?) la Nazionale, e poi, trionfo, fanno dieci domande a Lippi - uno schema copiato peraltro da "Repubblica", oltre il giornale fondato da Scalfari non sanno andare.
Ma, per le poche partite che la Rai fa vedere, non frega se Dio vuole a nessuno se la rimessa laterale del Ghana è qualche metro più in avanti, e questo è già un gran risultato. Eliminarci i paglietta, almeno dal “terreno di gioco”, è già un immenso risultato, grazie Slovacchia.